Transcript novembre

Nuova serie - Anno XL - N. 43 - 24 novembre 2016
Fondato il 15 dicembre 1969
Settimanale
La battaglia del PMLI per il NO
Banchini e diffusioni a Catania, Fucecchio e Borgo San Lorenzo
PAG. 2
AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE
VOTA NO
Il nuovo duce a Napoli, il caporione fascioleghista a Firenze
PAG. 14
Committente responsabile: M. MARTENGHI (art. 3 - Legge 10.12.93 n. 515)
Contestati Renzi e Salvini
Stampato in proprio
alla
piduista
controriforma piduista
alla controriforma
ee fascista
senato
del senato
fascista del
PARTITO MARXISTA-LENINISTA ITALIANO
Sede centrale: Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 FIRENZE Tel. e fax 055.5123164
e-mail: [email protected] -- www.pmli.it
Su iniziativa di Cgil, Cisl e altre organizzazioni sindacali
Sciopero generale contro la
totale privatizzazione delle Poste
PAG. 5
Mattarella esalta il
regime sionista-nazista
di Israele
PAG. 10
Carrai, braccio destro
di Renzi, ha forti legami
economici e politici con i
sionisti-nazisti israeliani
Nel suo giro anche Ledeen, una spia del
Mossad, secondo Washington PAG. 10
Lo rileva l’Istat
4,6 milioni poveri assoluti in Italia
I minori sono 1,1 milioni
Gli 80 euro vanno ai più “ricchi”
PAG. 5
Contro l’elezione di Trump
Esplode la rivolta degli antifascisti
e antirazzisti americani
Bruciate bandiere Usa ed effigi di Trump. Arresti a New York, Los Angeles e Pittsburgh. Sparatoria
a Seattle. La manifestazione di Portland dichiarata “sommossa”
PAG. 7
L’elezione a presidente Usa del fascista, razzista, misogino e miliardario Trump
provoca un’ondata di proteste degli antifascisti e antirazzisti in decine di città
La destra dell’imperialismo
americano riprende il potere
La politica antipopolare di Obama le ha aperto la strada
Renzi si congratula subito col nuovo presidente degli Usa PAGG. 6-7
L’imperialismo americano
utilizza i curdi “siriani” per
strappare Raqqa all’IS e
darla alla Turchia fascista
Engels su engels
PAG. 15
PAG. 9
2 il bolscevico / vota NO al referendum
N. 43 - 24 novembre 2016
La battaglia del PMLI per il NO
CATANIA
Molto interesse fra i passanti per il
banchino e la propaganda del PMLI.
Gli studenti richiedevano i nostri
volantini
‡‡Dal corrispondente della
Cellula “Stalin” della
provincia di Catania
I militanti e i simpatizzanti della Cellula “Stalin” della
provincia di Catania del PMLI
hanno organizzato per domenica 13 novembre un banchino
e contestualmente distribuito
volantini “Vota NO alla controriforma piduista e neofascista
del Senato”, a piazza Stesicoro in Catania, frequentata da
migliaia di persone.
lantini venivano richiesti dagli
interessati e si è registrato un
crescente interesse da parte
dei passanti che si soffermavano per una breve lettura del
manifesto esposto sulla piazza, esprimendo con rabbia la
loro delusione verso Renzi,
come anche la ferma convinzione di votare NO a questa
controriforma piduista e neofascista. Non sono mancate, da
parte di altri giustificate polemiche: “basta, mandiamo questo
tà del popolo, i parlamentari
che si arricchiscono sempre
più, il disagio lavorativo e l’emigrazione dei giovani all’estero per cercare una sistemazione lavorativa, e quant’altro.
In ultimo, le persone che discutevano con i compagni precisavano come questa politica
renziana sta distruggendo e
demolendo le basi del lavoro e
soprattutto dei giovani.
Durante il banchino si innescavano discussioni interessanti, che vertevano quasi sempre sul loro desiderio di
una giustizia sociale come sul
fatto di ridurre le emigrazioni dei giovani e il disagio giovanile. Ma con questo governo renziano e fascista, non ci
sono soluzioni. Molti passanti sono stati invitati a venirci a
trovare in sede a Catania, in
via Padova 88, dove tutti i sabati pomeriggio siamo aperti
per dialoghi e confronti
Mercoledì 9 novembre militanti e simpatizzanti catanesi hanno fatto un’interessante
diffusione dello stesso volantino sul referendum all’ingresso della facoltà di lettere e filosofia nell’ex convento dei
benedettini di piazza Dante,
frequentata da migliaia di studenti. Anche qui i compagni
indossavano i corpetti con i
manifesti ad hoc, suscitando
interesse fra gli studenti che
venivano a richiedere i volantini.
Come afferma il compagno Giovanni Scuderi: “Diamo tutta la nostra energia per
la battaglia per il NO. Questa
è una battaglia storica antifascista che riguarda tutto il popolo”, e ancora, “la piazza è il
nostro ambiente, ideale e naturale di lotta e di propaganda,
assieme a quello delle fabbriche dei campi, delle scuole e
delle università frequentandoli il più possibile per diffondere il messaggio del Partito per
raccogliere le rivendicazioni, le
idee, le proposte e le informazioni delle masse per stringerci sempre più a esse”.
fucecchio
è avvenuto con grande spirito di collaborazione tanto che
alcuni sono venuti a discutere assieme a noi e ai passan-
ti mentre gli stessi compagni,
alla fine della loro diffusione
sono andati a collaborare con
gli attivisti del Comitato.
borgo san lorenzo
Forte consenso popolare al banchino
organizzato dal PMLI. Tra gli studenti
volantinato l’invito a conoscere ed
esprimersi sul discorso di Scuderi “Da
Marx a Mao”
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione di
Vicchio del Mugello del
PMLI
Sabato 12 novembre le Organizzazioni di Vicchio del
Mugello e di Rufina del PMLI
hanno organizzato un rosso
banchino del PMLI a Borgo
San Lorenzo (Firenze), nella centrale piazza Cavour, per
propagandare il NO al referendum costituzionale.
Sul tavolo sono stati sistemati i volantini del PMLI dal
detto che vuole mettere due
NO; un lavoratore, ben conscio della deriva neofascista
che si sta affermando col governo Renzi, come dimostrano
i fatti di Firenze del 5 novembre, ha affermato che attaccherà il volantino in negozio.
Un altro passante ha affermato “lo leggo volentieri e confermo il NO”; un altro ha dichiarato: “Voto NO per mandarlo a
casa” riferito a Renzi. Una donna ha esclamato: “Non voto Sì
neanche sotto tortura”.
Il PMLI volantina alla fiera annuale e
successivamente si unisce al gazebo del
Comitato per il NO. Cresce la rabbia
delle masse contro il governo Renzi
Catania, 13 novembre 2016. La
diffusione e il banchino di propaganda del PMLI per il No al referendum costituzionale nella centrale piazza Stesicoro. Sotto: un
momento del volantinaggio per il
No all’univerità di lettere del 9 novembre (foto Il Bolscevico)
21
25
26
27
Slai Cobas – Sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private
Donne in rete contro la violenza - Manifestazione nazionale a Roma contro la violenza sulle donne
Forze sociali, politiche, ambientaliste, studentesche e
giovanili – Manifestazione nazionale a Roma per il No al
referendum
AL RE
FE
Banchini e volantinaggi
del PMLI per il NO
Varese
nn 19 novembre. Banchino Piazza Tre Martiri – ore 15,30-19
nn 19 novembre. Banchino in
Piazza San Giuseppe (lato
corso Moro) – ore 14-18
Napoli
nn 17 novembre. Volantinaggio
in via Scarlatti dalle 18
nn 2 dicembre. Volantinaggio a
VOTA
NO
Rimini
Mugello-Valdisieve
nn 19 novembre. Banchino a
Pontassieve (Piazza V. Emanuele II) – ore 9,30- 13
nn 19 novembre. Banchino a Rufina (Piazza Umberto I) – ore
15,30-18,30
in proprio
Stampato
Ravenna
nn 19 novembre. Banchino presso il mercato cittadino dalle
ore 9
BR E
alla co
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e fascisoriforma pid
u
ta del
senato ista
Ponte di Tappia dalle 17
nn 19 novembre. Gazebo in via
Lamarmora, angolo piazza
Vittorio Veneto, ore 15-18,30
nn 22 novembre. Gazebo in via
Italia, angolo via Battistero,
ore 15-18,30
UM DE
L 4 DI
CE M
n. 515)
Biella
RE ND
Legge 10.12.93
18
Organizzazioni studentesche, giovanili e associazioni sociali - Manifestazione nazionale a Napoli per il No al referendum costituzionale
Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl
e Uiltucs – Manifestazione nazionale a Roma delle
lavoratrici e dei lavoratori del personale delle Camere di
Commercio
so centinaia di volantini a chi
affluiva nella zona.
Abbiamo potuto constatare la rabbia crescente delle
masse nei confronti del nuovo
duce Renzi, lavoratori e cittadini indignati per l’operato del
suo governo e per il tentativo di
rendere la Costituzione ancora meno democratica. È stata
un’occasione anche per avvicinare i giovani che purtroppo
sono sembrati abbastanza
all’oscuro della reale posta in
gioco che si decide il 4 dicembre.
Ad un certo punto della serata quasi di fronte al PMLI è
stato montato il gazebo del locale Comitato del NO. Questo
(art. 3 -
15-21
Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil - Mobilitazione
con 8 ore di sciopero delle lavoratrici e lavoratori
del settore-tessile abbigliamento articolati a livello
territoriale entro il 21 novembre. Manifestazione nazionale prevista
entro il 20 dicembre
Sabato 12 novembre i sostenitori del NO hanno messo
in campo le loro forze per far
giungere ai fucecchiesi la voce
di chi si oppone alla controriforma costituzionale neofascista
e piduista di Renzi e chiedere
il contributo di tutti i progressisti alla prossima battaglia referendaria del 4 dicembre.
Approfittando del mercato
straordinario in occasione della fiera annuale, il PMLI ha organizzato una diffusione nei
pressi della Casa del Popolo
di Fucecchio (Firenze). Con la
bandiera del Partito e un pannello dove erano affissi dei manifesti, i compagni hanno diffu-
M. MARTENGHI
NOVEMBRE
‡‡Redazione di Fucecchio
responsabile:
CALENDARIO
DELLE MANIFESTAZIONI
E DEGLI SCIOPERI
Fucecchio (Firenze), 12 novembre 2016. La diffusione del PMLI e, appena dietro, il gazebo del locale Comitato per il No davanti al circolo Arci
(foto Il Bolscevico)
titolo “Vota NO alla controriforma piduista e fascista del
senato”, che è stato distribuito in varie centinaia di copie, e
l’altro volantino “Lavoratrici, lavoratori votate NO” di cui sono
state distribuite in modo mirato alcune copie. Esposte varie
opere dei Maestri della Piccola biblioteca marxista-leninista.
Attorno al banchino le bandiere dei Maestri e del PMLI mentre sui cartoni a v rovesciata
i manifesti del PMLI “Gli antifascisti votano NO” estremamente adatti a queste zone
dalle forti tradizioni antifasciste
e al tavolo le locandine con l’invito a votare NO e raffigurato
Renzi in orbace che calpesta il
parlamento.
I compagni, militanti e simpatizzanti del Partito, hanno
riscontrato un forte consenso
popolare a favore del NO con
vari commenti. Una donna ha
Committente
I compagni indossavano i
corpetti con i manifesti “Al referendum del 4 dicembre gli
antifascisti votano NO”. I vo-
Renzi a casa, poiché esso, è
un nemico del popolo”.
Si notava l’attrazione e il
desiderio di sfogliare i libri dei
Maestri Lenin, Stalin e Mao,
da chi sbirciava veloce e immediatamente si lasciava andare a discussioni accese contro le negatività che Renzi sta
facendo in Italia, e soprattutto
lamentava l’aumento della disoccupazione e della pover-
Borgo San Lorenzo (Firenze), 12 novembre 2016. Banchino referendario
del PMLI nella centrale piazza Cavour (foto Il Bolscevico)
PARTITO MA
RXISTA-LENI
Sede centra
e-mail: le: Via Antonio
commission del Pollaio
[email protected] lo, 172a - 50142
FIRENZE
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Tel. e fax
NISTA ITALIA
055.5123164
NO
nn 26 novembre. Volantinaggio
davanti alla Coop di Vicchio
del Mugello – ore 8,30-10,30
nn 26 novembre volantinaggio
al mercato di Dicomano – ore
11-13
Catania
nn 19 novembre. Banchino Piazza Stesicoro – ore 17-20
nn 1 dicembre. Banchino Piazza
Stesicoro – ore 17-20
Insomma le affermazioni
convinte per il NO non si sono
più contate. Pochi i sostenitori del Sì che si sono dichiarati apertamente, alcuni in modo
intransigente e arrogante, evidentemente sempre più impauriti dalla possibilità di perdere il referendum.
Un
giovane
lavoratore
dell’alto Mugello ha preso, lasciando una sottoscrizione,
una copia de “Il Bolscevico”
col discorso del compagno
Giovanni Scuderi, Segretario
generale del PMLI, pronunciato per il 40° anniversario della
scomparsa del presidente Mao
dal titolo “Da Marx a Mao”.
In precedenza, il 27 ottobre,
l’Organizzazione di Vicchio del
PMLI aveva diffuso il volantino per il NO al referendum accoppiato al volantino con l’invito a leggere e esprimere la
propria opinione sul discorso di Scuderi al professionale
Chino Chini di Borgo San Lorenzo riscontrando l’interesse
delle studentesse e degli studenti. Anche qui un’insegnante
ha concordato con la denuncia
del disegno neofascista che
si sta affermando in Italia con
Renzi.
Inoltre, i compagni mugellani hanno partecipato alle attività del locale Comitato per il
NO, in particolare al banchino
di propaganda al mercato di
Borgo San Lorenzo del 1° novembre. Anche qui innumerevoli sono i segnali di stima e gli
incoraggiamenti da parte della
popolazione al fronte del NO.
In generale stiamo riscontrando che tira un buon vento
per il NO tra la popolazione
mugellana ed è estremamente positivo in questa che è
una roccaforte storica del
PD.
vota NO al referendum / il bolscevico 3
N. 43 - 24 novembre 2016
Uniamoci per affossare la
controriforma al referendum
Fermo restando che per noi marxisti-leninisti non è il referendum ma la lotta di classe, di massa e di
piazza lo strumento privilegiato per lottare contro la classe dominante borghese in camicia nera e i suoi
governi e per difendere i diritti e gli interessi delle masse lavoratrici, popolari e giovanili, bisogna andare
a votare e votare No al referendum.
Ciò non è in contraddizione con la nostra indicazione tattica astensionista alle elezioni politiche, amministrative e di principio per le europee. Qui non si tratta di delegittimare le istituzioni rappresentative borghesi o l’imperialismo europeo, ma di una scelta concreta da fare su una questione specifica e ben definita. Facciamo
perciò appello agli astensionisti di sinistra affinché non disertino le urne ma anzi siano in prima fila in questa battaglia. Senza farsi intimidire o fuorviare dall’accusa dei renziani e dei loro pennivendoli di votare No insieme alla destra. Anche se nello schieramento per il No sono presenti partiti della destra, che non ci stanno certo per difendere la Costituzione del ’48 ma
solo per motivi strumentali ed elettoralistici, bisogna essere consapevoli che in questa battaglia la destra è rappresentata
proprio da Renzi e la sua banda e da chi lavora per la vittoria del Sì. Da chi lavora cioè per completare il piano fascista e golpista della P2.
Antifascisti, democratici, progressisti, astensionisti di sinistra, uniamoci per impedire che si realizzi il disegno mussoliniano
di Renzi e per mandarlo a casa! Lottiamo uniti nelle piazze, nelle scuole e in tutti i luoghi di lavoro, partecipiamo ai Comitati
per il NO, per sconfiggere la sua strapotente macchina propagandistica e demagogica e per convincere milioni di elettori ad
affossare sotto una valanga di NO al referendum la sua controriforma fascista e piduista del Senato!
(Estratti dal Documento del Comitato centrale del PMLI “Al referendum. Vota NO alla controriforma piduista e fascista del Senato”, 21 giugno 2016,
apparso su “Il Bolscevico” n. 26 e 36/2016)
17 NOVEMBRE
TUTTE LE PIAZZE D’ITALIA Cambio di prospettiva, Change is NOw - UDU, UDS, Rete degli studenti medi – Giornata internazionale degli studenti- Il vero
cambiamento è dire NO!
TRIESTE Ambientalisti per il NO 11,30 – 13,30,
Caffé San Marco, Via Cesare Battisti, 18, Conferenza
stampa
AVELLINO Incontro-dibattito sul referendum
10,30 – 12:30, Istituto “Guido Durso”, Via Morelli e Silvati, interviene Prof. M. Villone
MILANO Il no fa bene alla salute 21,00 – 23,00,
Casa della Cultura - Segreteria, Via Borgogna, 3 - con
Valerio Onida, Gaspare Jean, Piergiorgio Duca, Fulvio
Aurora, Vittorio Agnoletto
MODICA ( RAGUSA) Le ragioni del NO 18,00
Auditorium Pietro Floridia, piazza Matteotti, Comitato
per il NO con Guido Calvi, già componente del Consiglio
superiore della magistratura
18 NOVEMBRE
Napoli - Noi diciamo NO 9,30 Piazza Garibaldi corteo di forze sociali, politiche, ambientaliste, studentesche e giovanili
TIVOLI (ROMA) - NO allo scempio della Costituzione 17,00 – 19,00 Scuderie Estensi; con On. Monica
Gregori (Sinistra Italiana) - Prof.ssa Roberta Calvano (Comitato Nazionale per il NO) - Maurizio Acerbo (Rifondazione
Comunista) - Fabrizio De Sanctis (Presidente ANPI Roma)
CASSINO (FOSINONE) - Preferisco di NO 17,30
– 19,30 Comune di Cassino, Piazza De Gasperi, 1, con
Prof. Luigi Ferrajoli (Giurista, Università Roma Tre)
GINOSA (TARANTO) - Le ragioni del NO. Chi
vuole la riforma? 20,00 – 22,00 Teatro Alcanices,
Corso Vittorio Emanuele, con Sen Corradino Mineo - On.
Donatella Duranti - Cons. Reg. Puglia Mino Borraccino Cons. Reg. Puglia Marco Galante
ROCCA SAN CASCIANO (FORLI-CESENA) - Le
NOstre motivazioni 20,30 – 22,30 Sala polivalente Ex Colonia), con Tamer Favali (presidente provinciale
ANPI),Francesco “Pancho” Pardi
MASERADA (TREVISO) - Le ragioni del NO
21,00 – 23,00 Vicolo del Borgo, con Umberto Lorenzon
(Partigiano “Eros”, Presidente Provinciale ANPI Treviso)
- Arianna Spessotto (Deputata M5S) - modera Paola Majorana (Giornalista)
PANZANO IN CHIANTI (Firenze) - C’è chi dice
NO 21,00 – 23,00 Casa del Popolo Via Giovanni da
Verrazzano, con Aldo Meschini (Giurista), Matteo Gorini
(Comitato del No Studenti Universitari), Serena Spinelli
(Consigliere Regionale)
QUARRATA (PISTOIA) - Riforma della Costituzione: le ragioni del SI e del NO a confronto
21,15 – 23,15 Circolo MCL “La Tranquillona” della
Ferruccia, Via di Brana, 228, Per il SI: Massimo Baldi,
consigliere regionale PD - Per il NO: Tommaso Fattori,
consigliere regionale Si - Toscana a Sinistra
RECANATI (MACERATA) - Attuare la Costituzione: perché votare NO 21,30 – 23,30 Salone del
Popolo, Corso Persiani 52, con Paolo Maddalena (Presidente Emerito Corte Costituzionale)
19 NOVEMBRE
SANSEPOLCRO (AREZZO) - Le ragioni del NO
alla riforma costituzionale e la salvaguardia
della democrazia 10,00 – 12,00 Consiglio Comunale
via Matteotti, 1 - Con Aldo Tortorella (Comitato Nazionale
Anpi) - Luca Grisolini (Presid. Comitato Prov. Anpi Arezzo)
- Avv. Giacomo Moretti (Comitato Valtiberina per il NO)
PIANGIPANE (RAVENNA) - E se ci diranno...noi
risponderemo NO NO NO 15,30 – 17,30 Casa dei
Popoli, Musiche e canti con Gianluigi Tartaull e Umberto
Rinaldi - Letture Caterina Marchetti, spiegherà le ragioni
del NO il segretario Regionale di Rifondazione, Stefano
Lugli
PARMA - La verità sul referendum 16,00 – 18,00
Circolo Arci Corale Verdi, Vicolo Asdente, 9, con Raniero
La Valle intervistato da Maurizio Chierici
SINALUNGA (SIENA) - Perché votare NO 16,00
– 18,00 Centro Sociale Auser, Via Nello Boscagli), con
Stefano Schwarz (Comitato Nazionale “Scelgo NO”) Francesco Pancho Pardi (Coordinamento Nazionale Democrazia Costituzionale)
GALEATA (FORLÌ-CESENA) - Le ottime ragioni per votare NO 17,00 – 19,00 Teatro Comunale
“Carlo Zampighi”, con Marco Valbruzzi (ricercatore
universitario),Tamer Favali (presidente provinciale
Anpi),Euro Camporesi (Comitato per il NO)
VOGHERA (PAVIA) - Io dico NO 17,00 – 19,00 Adolescere, Viale della Repubblica, 25, con Livio Pepino
(Direttivo Comitato Nazionale per il NO)
GENOVA - Di Sana e Robusta Costituzione 17,30
– 19,30 Teatro Carlo Felice Auditorium “Montale”, con
Maurizio Landini (segr. Nazionale Fiom) - Nicolo Fuccaro (dottorando) - Lara Trucco (docente universitaria)
- Marianna Pederzolli (consigliera comunale) - Adriano
Sansa (portavoce Comitato Ligure del No) - Ivano Bosco
(segretario CGIL Genova) - Carlo Ghezzi (vice presidente
nazionale Anpi)
20 NOVEMBRE
PIACENZA - Banchetto informativo 15,00 –
18,00 C.so Vittorio Emanuele civico 79 oppure d’angolo
con via Verdi
PRAIA A MARE (COSENZA) - La riforma costituzionale e le ragioni del NO 17:30 – 19:30 Albergo
Branca, Via della Libertà, 27, con Francesco Marsiglia
(Cons. comunale e segr. circolo SI) -Tiziana Forestieri
(Presidente Comitato per il NO Alto Tirreno) - Tullio Laino (Dirigente Medico) - Walter Nocito (Docente diritto
pubblico Unical)
LONDRA - Festa di chiusura della campagna
per il NO 19,00 – 21,00 venue to be confirmed, con
Michele Piras (SEL) - Mapi Pizzolante (Tilt!) - Cucchini
(Costituzionalista)
21 NOVEMBRE
RIVA DEL GARDA (TRENTO) - Perché NO 18,00 –
20,00 Grand Hotel Liberty - Riva del Garda, Via Carducci, 3/5, con Moni Ovadia e Lidia Menapace
UDINE - Un NO per la Costituzione per la democrazia per la giustizia sociale 18,00 – 20,00
Teatro Palamostre, Piazzale Paolo Diacono, con Maurizio Landini (Segretario nazionale Fiom) - I coordina
Gianpaolo Carbonetto
CASERTA - Perchè votare NO 18,30 – 20,30 Teatro
Izzo - Via Kennedy 42 - con la partecipazione del Sindaco Luigi De Magistris
22 NOVEMBRE
RAVENNA - Confronto tra le ragioni del SI e
quelle del NO 20,30 – 22,30 Casa delle Donne, Via
Maggiore 120,con per il Sì Mara Cavallari e per il NO
Paola Patuelli
PISTOIA - La riforma costituzionale: le ragioni
a confronto 21,00 – 23,00 Circolo Arci Capostrada,
Via Bolognese, 2, per il SI Stefano Pizzorno (Avvocatura
dello Stato) – per il NO - Fabrizio Martone (Avv. Ass. Giuristi Democratici) con Marzio Dolfi (ReportPistoia)
VANZAGO (MILANO) - Dentro la riforma 21,00
– 23,00 Palazzo Calderara, con Antonio Pizzinato (presidente onorario Anpi Lombardia) - Eleonora Cimbro
(parlamentare del PD) - modera prof. Maria Agostina
Cabiddu (docente di diritto pubblico al Politecnico di
Milano)
23 NOVEMBRE
ROMA - Le ragioni del no 10,30 – 12,30 Aula Magna - Via Cesare Balbo, 16, organizza Flc Cgil, con Francesco Sinopoli (segretario nazionale della Flc) e la Prof.
Roberta Calvano (diritto costituzionale), in videoconferenza con le sedi territoriali
TORINO - Ma anche no! Incontri corsari verso
il referendum costituzionale 13,30 – 15:30 Via
Giorgio Pallavicino, 35,dialogo con Luciana Castellina.
Saluti introduttivi di Andrea Polacchi, presidente ArciTorino.
TRENNO (MILANO) - Appassionati di democrazia 18,00 – 20,00 Sala Franco Colzani - Via Giorgi 15
- Le ragioni del No con Ardemia Oriani, Vicepresidente
Anpi provinciale
BRUGHERIO (MONZA BRIANZA) - E’ meglio un
NO 21,00 – 23,00 Sala consiliare, Piazza Cesare Battisti 1 - con l’avv. Luciano Belli Paci
24 NOVEMBRE
TORINO - Comprendere insieme cosa prevede la riforma 20,30 – 22,30 Corso S. Maurizio, 8,
con Salvatore Borsellino - (fratello del giudice Paolo,
Presidente e Fondatore del Movimento Agende Rosse)
- Piero Ricca (giornalista e attivista civile) - Alessandra
Algostino (docente di diritto costituzionale presso l’Università degli studi di Torino)
ASTi - Referendum: SI’ o NO? 21,00 – 23,00 Centro San Secondo, con Sergio Cofferati, (già sindaco di
Bologna) - Aldo Mirate (avvocato già deputato alla Camera)
VIACCIA (PRATO) - Le ragioni del SI e le ragioni
del NO 21,15 – 23,15 Circolo “La Libertà del 1945”,
Via Pistoiese 659, con Pancho Pardi (per il NO, Coordinamento Nazionale Difesa Costituzione) e Gabriele
Bosi (per il SI, Segretario Provinciale PD) modera Franco Falci (Presidente del Circolo)
ROMA - Le ragioni che portano al NO 15,30
Cgil nazionale, Corso Italia, Sala Santi – con Danilo
Barbi (Segretario naz. Cgil), Luciano Guerzoni (Vicepresidente Anpi), Federico Sorrentino (costituzionalista) –
presiede Lorenzo Mazzoli (Presidente Anpi sez. A. Bei)
ANPI – Staffetta in streaming - La sovranità
appartiene al popolo, due giornate nazionali, 24 e
25 novembre, per il NO alla riforma costituzionale
25 NOVEMBRE
ROMA - Votiamo NO per contare di più - Manifestazione nazionale promossa dall’Anpi, 15,00 teatro
Brancaccio, via Merulana 244 – con tra gli altri Sandra
Bonsanti (presidente emerita Libertà e Giustizia), Alessandro Pace (costituzionalista e presidente Comitato
nazionale per il NO), Francesca Chiavacci (presidente
nazionale Arci), Susanna Camusso (segretario generale
CGIL), conclude Carlo Smuraglia (presidente nazionale
Anpi)
RUFINA (FIRENZE) - C’e chi dice no 21,00 Circolo
Arci - con Prof. Fabio Mugnaini (docente all’Università
di Siena e presidente della Sezione Anpi Universitaria)
-animerà la serata la Fanfara per il NO
27 NOVEMBRE
ROMA – Corteo nazionale per il NO al referendum – C’è chi dice NO ore 14 - piazza Repubblica, ore
18 – piazza del Popolo con Artisti per il NO, concerto
musica e parole
4 il bolscevico / vota NO al referendum
Unione degli studenti
Il 17 novembre è la giornata
internazionale degli studenti. Una
giornata storica di opposizione ai
regimi totalitari e all’autoritarismo
di pochi. Una giornata in cui le
studentesse e gli studenti di tutto
il mondo si mobilitano prendendo parola e protagonismo in un
sistema economico e sociale che
li mette ai margini dei processi
decisionali, lontani dal poter
esercitare il loro diritto allo studio,
all’emancipazione, a potersi riappropriare fin dal presente del loro
diritto a determinare il futuro.
Nel nostro paese abbiamo
subito una violenta sospensione
democratica, con l’approvazio-
ne forzata di riforme che hanno
peggiorato le nostre condizioni.
Hanno smantellato la scuola pubblica con la Buona scuola, hanno
definanziato l’università pubblica
e la ricerca con continue leggi di
stabilità regressive e meccanismi
di valutazione punitivi impedendo
a migliaia e migliaia di studenti di
poter accedere alla formazione
universitaria, ci hanno impoveriti
con gli sgravi alle imprese e i regali al mondo finanziario e bancario, ci hanno reso precari con il
Job’s Act, hanno devastato i nostri territori con lo Sblocca Italia.
La nostra democrazia è già
stata svuotata dallo smantellamento dei diritti sociali, dall’im-
N. 43 - 24 novembre 2016
“Noi studenti scendiamo
in piazza il 17 novembre
per gridare il nostro NO”
poverimento di milioni di persone,
dalle privatizzazioni e il sacrificio
sull’altare del mercato finanziario
del nostro sistema previdenziale
e welfaristico. Il Governo Renzi
negli ultimi anni ha dimostrato il
lato autoritario della gestione della crisi e le sue devastanti conseguenze in termini di diseguaglianze sociali, ora con la riforma
vuole farlo diventare costituzionalmente valido.
Noi rifiutiamo questa riforma e
il suo contenuto antidemocratico,
fin dal 7 ottobre ci siamo mobilitati per riaccendere la partecipazione politica nel Paese, per costruire pratiche di protagonismo
vero che possano dimostrare che
la democrazia è una pratica quotidiana che parla di estensione
dei nostri diritti e miglioramento
delle nostre condizioni. Il 29 Ottobre, mentre si palesava il fallimento della piazza chiamata da
Renzi, siamo stati in 100 piazze in
tutta Italia. In quella data abbiamo coinvolto migliaia di persone
in una presa di parola collettiva,
per spiegare che le ragioni del
NO sono quelle di chi ha subito la
crisi e le riforme degli ultimi anni.
Ci mobiliteremo il 17 novembre perchè crediamo che il nostro
NO debba servire a ricostruire il
tessuto democratico del paese,
debba riuscire a mettere al centro la necessità di nuovi processi
decisionali che partano dai nostri territori, dai bisogni materiali,
dalla partecipazione popolare.
Saremo in piazza perché le studentesse e gli studenti pretendono di essere al centro del dibattito
pubblico. Ci mobiliteremo perché
non possiamo più permettere che
il nostro futuro venga ancora una
volta commissariato da vecchi
dinosauri della prima repubblica,
da politici improvvisati al soldo
dei grandi interessi economici, da
membri del governo che trattano
la riforma costituzionale come il
concorso di un reality show.
Continueremo a mobilitarci
fino al 4 dicembre, costruendo
una giornata nazionale di parteci-
pazione popolare il 27 Novembre,
per ridare voce e spazio a quei
milioni di persone escluse, per
dire che #cèchidiceNO alle miserie del presente in cui viviamo.
Il 17 novembre diremo chiaramente in tutte le piazze del Paese
che sul nostro presente #decidiamoNOi, che per uscire dalla crisi
e migliorare le nostre condizioni
bisogna redistribuire il potere e la
ricchezza, bisogna riappropriarsi
della nostra capacità di decidere
e determinare le nostre scuole, le
nostre università, i nostri territori
e le nostre vite.
(da www.unionedeglistudenti.net)
Magistratura democratica voterà NO
Nonostante i furibondi attacchi e le pressioni dei vertici
renziani del PD, Magistratura
democratica (Md), la corrente di
sinistra dell’Associazione nazionale magistrati, in occasione del
XXI Congresso nazionale svoltosi
dal 3 al 6 novembre presso l’Hotel Aemilia a Bologna, ha ribattuto
ufficialmente che voterà No al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre.
“L’anno che si sta per chiudere potrebbe essere quello del
congedo dalla Costituzione repubblicana – ha chiarito fra l’altro
Piergiorgio Morosini, consigliere
di Md al Csm - accade mentre ci
prepariamo a celebrare i 70 anni
dell’Assemblea Costituente, nella quale tanti di noi continuano a
credere, in una democrazia dove
ogni giorno crescono le diseguaglianze e dove i bonus hanno preso il posto dei diritti... non si può
invocare il tema dell’opportunità
per non farlo. Indipendentemente
da come la si pensi, quando sono
in gioco gli assetti del Paese, anche giudici e Pm devono dire la
propria... per questo sul referendum non ci si può non schierare”.
Mentre Carlo De Chiara, presidente uscente del gruppo, ha aggiunto: “È notorio da mesi che Md
è contro la riforma costituzionale,
in perfetta coerenza con la scelta
che facemmo quando fu Berlusconi a promuovere le modifiche
alla Carta... A noi non interessa il
colore politico di chi ha proposto
i cambiamenti, ma solamente il
merito delle modifiche: ed è su
quelle che ci esprimiamo”.
Una presa di posizione coraggiosa che conferma l’adesione
di Md al Comitato per il No già
espressa in un comunicato del
16 gennaio scorso in cui fra l’altro
sottolineava che: “Non si tratta,
contrariamente a quanto si vuol
far intendere, di un referendum
sul grado di apprezzamento nei
confronti del Governo: è in gioco
invece l’architettura democratica
della Repubblica.
La riforma, in sinergia con la
legge elettorale ormai nota come
‘Italicum’, non ammoderna la
macchina dello Stato; a nostro
avviso ne determina, al contrario,
una pericolosa involuzione.
Si introduce una concezione
semplicistica e formale della democrazia, in base alla quale chi
vince prende tutto, e si rinuncia alla
soluzione della crisi di fiducia dei
cittadini nei confronti delle istituzioni, riducendo sempre più la partecipazione a una sorta di delega in
bianco nei confronti di un vertice
meno vincolato a controlli sufficien-
temente autorevoli ed efficaci.
Come cittadini, giuristi e magistrati democratici viviamo con
grande preoccupazione il forte
pericolo di riduzione dell’autonomia di fondamentali istituzioni
di garanzia, quali la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore
della Magistratura, i cui componenti di nomina parlamentare potranno essere espressione della
sola maggioranza, qualunque
essa sia; una maggioranza alterata da un premio che si vuole
giustificare in nome della governabilità, ma che incide sulla rappresentatività e condiziona oltre
misura la stessa elezione del Presidente della Repubblica.
A fronte di tali passi indietro,
non si intravedono i prospettati
vantaggi in termini di semplificazione istituzionale. Basti pensare
alle otto farraginose procedure
legislative, introdotte da questa
legge in luogo delle attuali, per
avere la plastica dimostrazione
del carattere per molti versi illusorio o fittizio del cambiamento.
La fine del bicameralismo
perfetto, come è stato autorevolmente messo in chiaro, rivela
aspetti puramente propagandistici: il Senato rimane titolare di
numerose competenze legislative
primarie e del potere di revisione
della Costituzione, ma smette di
essere eletto dai cittadini”.
AL REFERENDUM
DEL 4 DICEMBRE I padroni si mobilitano
Committente responsabile: M. MARTENGHI (art. 3 - Legge 10.12.93 n. 515)
Stampato in proprio
Dopo il pronunciamento pro Renzi del presidente
di Confindustria, il Gotha degli imprenditori si riuniscono a cena
per sostenere la controriforma del Senato
PARTITO
MARXISTA-LENINISTA
ITALIANO
Sede centrale: Via Antonio del Pollaiolo, 172a
50142 FIRENZE Tel. e fax 055.5123164
e-mail: [email protected] -- www.pmli.it
“Se vince il no, ci attendono
altri trent’anni di paralisi e noi
che facciamo impresa sappiamo
invece quanto è fondamentale la
velocità. Abbiamo il compito di
diffondere questo messaggio ai
nostri dipendenti e collaboratori,
non possiamo stare fermi altrimenti questa iniziativa sarebbe
letta come una sorta di lobby, di
persone che si incontrano e condividono e poi tutto finisce lì. La
verità è che un risultato negativo
sarebbe devastante per il nostro
Paese. Dobbiamo metterci al pari
con il resto del mondo che si sta
muovendo”.
Così il 4 novembre il vicepresidente della Erg Alessandro
Garrone ha arringato nella sua
villa Paradiso situata nel quartiere
residenziale del levante genovese
di Albaro un centinaio di padroni
in rappresentanza dell’industria
e dell’economia genovese e del
basso Piemonte invitati a “scendere direttamente in campo per
sostenere apertamente le ragioni
del sì al referendum del 4 dicembre”.
L’apertura del dibattito è stata affidata al sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Sandro
Gozi.
Presenti fra gli altri la presidente del gruppo Boero Andreina Boero, Marco Bisagno e Gian
Enzo Duci, Augusto Cosulich e
Carlo Castellano. E poi Stefano
Zara, Stefano Delle Piane, Davide
per il Si’
Viziano, Giovanni Calvini, Beppe
Costa.
“Ho invitato imprenditori, professionisti e amici ad ascoltare le
parole di un tecnico come il sottosegretario Gozi – ha chiosato
Garrone - Chiaro che i presenti
fossero già propensi a sostenere
le tesi del sì, ma l’incontro ci ha
permesso di approfondire tanti
punti che meritano la massima
attenzione”.
Mentre Gozi ha aggiunto:
“Sono impressionato da questa
risposta. Siete quasi un centinaio, un pezzo importante dell’economia di questa città e di questo
Paese. E siete dei moltiplicatori
naturali perché attraverso i vostri
rapporti economici e istituzionali
potete parlare a migliaia di persone. Siamo tutti consapevoli
dell’importanza del momento che
sta vivendo l’Italia. Ma il vostro
‘metterci la faccia’ è qualcosa di
fondamentale”.
Dopo il pronunciamento pro
Renzi del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia che
a partire da giugno scorso si è
schierato apertamente a favore
del governo del nuovo duce Renzi e da sei mesi martella per il sì
al referendum sulla controriforma
costituzionale, ora anche il Ghota
degli imprenditori genovesi e del
basso Piemonte si mobilitano per
sostenere la controriforma del
Senato.
Dunque non è assolutamente
vero ciò che il nuovo duce Renzi
e i suoi tirapiedi vanno raccontando in giro circa la “riduzione
dei costi della politica... leggi più
veloci e meno burocrazia”. La verità è che l’eventuale vittoria del
sì al referendum del 4 dicembre
affosserà definitivamente la Costituzione del ’48 e centralizzerà
ancor di più i poteri nelle mani del
premier-duce.
L’obiettivo reale è quello di
trasformare definitivamente l’Italia in una repubblica presidenziale, ridurre gli spazi democratici
costituzionali, il ruolo del parlamento, assoggettare la magistratura all’esecutivo e avere mano
libera per completare lo smantellamento della sanità, della scuola e della previdenza pubbliche;
privatizzare quel poco che è rimasto, detassare ed agevolare le
aziende accelerando il processo
già in corso e azzerare i diritti delle masse lavoratrici, già in larga
parte demoliti col Jobs Act.
Una ragione in più per le lavoratrici ed i lavoratori a votare NO e
impegnarsi nelle fabbriche, negli
uffici, nelle aziende ed all’interno dei sindacati affinché trionfi il
NO per stoppare la controriforma
mussoliniana di Renzi, e anche
per dare un duro colpo e mandare
a casa il suo governo capitalista,
neofascista, interventista, antioperaio, antipopolare e antisindacale, uno dei peggiori che l’Italia
del dopoguerra abbia avuto.
interni / il bolscevico 5
N. 43 - 24 novembre 2016
Lo rileva l’Istat
4,6 milioni poveri assoluti in Italia
I minori sono 1,1 milioni
Gli 80 euro vanno
ai più “ricchi”
Checché ne dicano il nuovo duce Renzi e i suoi tirapiedi
all’Economia, Padoan, e al Lavoro, Poletti, i fatti confermano
che la politica economica del
governo attuata “per contrastare
disoccupazione e povertà” è miseramente fallita ed è servita solo
ai padroni per fare tabula rasa dei
diritti e delle tutele sindacali.
A certificarlo è lo stesso presidente dell’Istituto nazionale di
statistica Giorgio Alleva il quale
nell’audizione alla 11a Commissione del Senato sui disegni di
legge nn. 2494, 2241 e 2437 di
“Contrasto alla povertà e riordino delle prestazioni sociali” dell’8
novembre scorso ha sottolineato
fra l’altro che l’elemosina degli
80 euro, indicato da Renzi come
un toccasana per le famiglie più
disagiate, in realtà viene erogata
a famiglie con redditi medi e medio-alti, mentre solo un terzo ha
beneficiato i nuclei più poveri. Col
risultato, evidenzia ancora l’Istat,
che, mentre da un lato, aumentano i minori in povertà assoluta,
dall’altro, gli strumenti di integrazione al reddito (come può essere considerato lo stesso bonus
renziano) in molti casi sbagliano
la mira e vengono anche cumulati
con altri sussidi.
Secondo Alleva, nel 2015 “la
quota di spesa pubblica destinata all’assistenza in Italia rappresenta circa il 10% (10,1%) del
totale delle spesa in prestazioni di
protezione sociale”, ma “al netto
del bonus 80 euro, l’incidenza
della spesa pubblica assistenziale sarebbe dell’8,2%”. “D’altra
parte – spiega il presidente Istat
– le misure previste dal sistema
socio-assistenziale sono solo in
parte finalizzate al contrasto della
povertà e non si rivolgono esclusivamente a individui in condizio-
ni di difficoltà economica, avendo
anche altre finalità”.
Ma non è tutto, perché, rileva
ancora l’Istat, in Italia 4,6 milioni di persone nel 2015 vivono in
condizioni di povertà assoluta,
pari al 7,6% della popolazione.
Nell’ultimo decennio il dato più
basso risale al 2006, quando gli
individui in difficoltà erano 1,8 milioni; confrontando i due numeri
risulta un incremento del 177%.
Allarmante anche il dato relativo ai “minori in condizione di
povertà assoluta”. Sono, sempre
stando ai dati del 2015, “1 milione 131 mila”, “quasi l’11% di
quelli residenti nel nostro Paese”.
“Il numero di minori poveri assoluti – spiega l’istituto di statistica
– risulta oltre il doppio rispetto a
quello stimato nel 2011 (523 mila;
il 5% del totale) e triplo rispetto
a quello del 2008 (375 mila; il
3,7%)”. Rispetto a dieci anni fa
(2006) il loro numero è triplicato, essendosi incrementato del
298,2%.
Una situazione a dir poco
drammatica specie se si pensa
che: “nonostante l’assegno per
il nucleo familiare concesso dai
Comuni alle famiglie con tre o più
figli minori venga erogato a oltre
234 mila beneficiari, il 18,3% delle famiglie di questa tipologia (143
mila) continua a essere in povertà
assoluta, per un totale di quasi
183 mila minori”. Senza contare
che le stesse risorse destinate
dai Comuni alle spese sociali si
sono ridotte costantemente a
partire dal 2009, e con maggiore
intensità dal 2011 in poi, a causa
del famigerato “patto di stabilità”
del governo.
L’Istat infine rileva: “Dal 2011
al 2013 la decrescita è compresa fra 1 e 2 punti percentuali ogni
anno... Il fenomeno appare più
diffuso nel Mezzogiorno, dove si
stima essere in condizioni di povertà il 9,1% delle famiglie residenti nell’area (circa 744 mila famiglie). In queste famiglie vivono
oltre 2 milioni di individui poveri:
più del 45% del totale dei poveri
assoluti in Italia.
In Italia, livelli elevati di povertà
assoluta si osservano anche per
le famiglie con cinque o più componenti (17,2%), tra le coppie
con tre o più figli (13,3%), e per
le famiglie con membri aggregati
(13,6%); l’incidenza sale a oltre il
18% se in famiglia ci sono almeno tre figli minori mentre scende
sensibilmente nelle famiglie di e
con anziani: la stima è del 3,4%
tra le famiglie con almeno due
anziani... Particolarmente vulnerabili sono le famiglie con stranieri, nelle quali la povertà assoluta
risulta di gran lunga più diffusa
rispetto a quelle composte solamente da italiani; per queste ultime l’incidenza è, infatti, pari al
4,4% (in leggero miglioramento
rispetto al 5,1% del 2013), contro
il 14,1% osservato per le famiglie
miste e il 28,3% per quelle composte solamente da stranieri. Al
Nord e al Centro la povertà tra le
famiglie di soli stranieri è stimata
essere di oltre 8 volte superiore a
quella delle famiglie di italiani, nel
Mezzogiorno risulta circa tripla...
L’incidenza di povertà assoluta tra
i minori è più elevata nel Mezzogiorno e nel Nord (11,7 e 10,6%,
contro il 9,7% nel Centro), e nelle
aree metropolitane (10,5%, per
un totale di 93 mila famiglie con
minori), soprattutto per le famiglie
del Nord (17,6%), e tra le famiglie
di stranieri. Oltre un terzo di queste ultime è in povertà assoluta (il
44%, per un totale di 436 mila minori) e l’incidenza si mantiene elevata anche tra i minori che vivono
in famiglie miste (circa il 18%, 60
mila minori). La quasi totalità dei
minori in povertà assoluta ha genitori con un titolo di studio non
elevato (in circa il 96% dei casi
al più il diploma di scuola media
superiore) e la maggioranza ha un
solo genitore occupato (61,8%),
per lo più con un basso profilo
professionale.
L’incidenza di povertà assoluta fra i minori stranieri è oltre sei
volte quella registrata fra i minori
italiani (rispettivamente 43 % e
7,1%), con un divario più accentuato nel Nord (rispettivamente
45,6% e 4,6%). I minori stranieri
in povertà assoluta sono il 41,5%
del totale dei minori poveri presenti sul territorio; nel Nord essi
rappresentano quasi i due terzi
(il 63,3%) dei minori in povertà
assoluta. Quasi il 60% dei minori
italiani in povertà assoluta vive nel
Mezzogiorno”.
Su iniziativa di Cgil, Cisl e altre organizzazioni sindacali
Sciopero generale contro la totale
privatizzazione delle Poste
Avanza a ritmo serrato la privatizzazione di Poste Italiane già
avviata da tempo. Il suo inizio lo
possiamo far risalire alla trasformazione in spa degli anni ‘90 e
con il taglio del personale di circa
20mila unità avvenuto con il governo Prodi negli anni a cavallo del
2.000, adesso siamo alla completa
cessione dell’attività ai privati. Lo
scorso anno il governo Renzi aveva messo sul mercato il 35% del
capitale di Poste Italiane attraverso
una IPO (Offerta pubblica iniziale).
Con la recente decisione del
Consiglio dei Ministri di quotare in
Borsa un ulteriore 30% e del conferimento a Cassa Depositi e Prestiti del rimanente 35% del capitale, avremmo l’uscita definitiva del
Ministero dell’Economia dall’azionariato dell’azienda e il completo
mutamento degli assetti societari
e del controllo pubblico. Ma al governo fanno gola gli incassi della
vendita che, in base al valore di
borsa del titolo, sarebbero di circa 3 miliardi di euro. Il governo
del nuovo duce Renzi, sempre alle
prese con la riduzione del debito
pubblico, e incalzato per questo
dall’Unione Europea, sta pensando di fare ancora cassa con Poste
Italiane.
Contro questo piano venerdì 4
novembre i lavoratori di Poste Ita-
liane si sono mobilitati aderendo
alle iniziative organizzate da Cgil,
Cisl, Cobas e altre organizzazioni
sindacali. L’adesione allo sciopero è stata alta tra i circa 140mila
dipendenti che conta l’azienda in
tutta Italia, si sono astenuti dal lavoro il 70% degli addetti, con punte
dell’85% in Emilia Romagna, una
regione dove stanno chiudendo
decine di uffici postali. Nel corteo
di Bologna, composto da 1.500 lavoratori, era presente il segretario
della Cgil Susanna Camusso.
Molto alta l’adesione anche in
Toscana con la manifestazione regionale di Firenze deve erano presenti più di mille persone. Chiusi
molti uffici in Piemonte e in Liguria, dove i lavoratori hanno manifestato con i cortei di Torino e di
Genova. Manifestazione regionale
a Milano mentre i lavoratori veneti
hanno protestato a Mestre, dove si
lotta anche per mantenere i mille
uffici regionali e contro la riduzione del personale che nella regione
ammonta a 10mila unità. Proteste
e cortei anche a Napoli dove Poste Italiane mette a rischio migliaia
di posti di lavoro, a Bari manifestazione davanti la Prefettura con
circa duemila lavoratori mentre in
tutta la Puglia sono rimasti chiusi
più della metà degli uffici.
A Palermo sono confluiti una
Una delle manifestazioni durante lo sciopero dei lavoratori delle Poste italiane del 4 novembre
trentina di pullman da tutta la regione e i lavoratori hanno dato
vita a una manifestazione dove
è stato denunciato l’abbandono
degli sportelli postali in molti piccoli centri della Sicilia e il rischio
occupazionale per gli oltre 10mila
dipendenti impiegati attualmente
nella regione. Preoccupazione anche in Sardegna dove quasi mille
manifestanti si sono dati appuntamento a Cagliari davanti al palazzo
del Consiglio Regionale. Nell’isola
il piano di privatizzazione azienda-
le avrà conseguenze più gravi che
nelle altre regioni: oltre 750 tagli,
chiusura di uffici nelle zone più disagiate con limitazioni nel recapito
della corrispondenza.
Con la completa privatizzazione delle Poste, secondo i sindacati, “Sono a rischio almeno
20mila posti di lavoro sia nel settore postale che in quello finanziario”. Già ora il servizio pubblico è
sempre più ridotto e minacciato
dalla politica speculativa del taglio
ingiustificato del personale, con
centinaia di uffici postali già chiusi
in tutta Italia, obbligando così gli
anziani a spostarsi di chilometri
per cercarne uno aperto, e con la
vergognosa consegna della posta
a giorni alterni e rarefatti, accordata da molte sigle sindacali che sta
danneggiando migliaia di abitanti
di molti comuni italiani e gli stessi
lavoratori delle Poste.
Purtroppo non ci possiamo dimenticare che molte tappe della
privatizzazione e della “riorganizzazione” della poste sono state
approvate da molte sigle sindacali.
Del resto non è un mistero che i
confederali, con alla testa la Cisl,
e altri sindacati “autonomi” come
la Cisal, hanno allacciato nel tempo stretti rapporti con la direzione
aziendale e hanno gestito, e gestiscono tutt’ora una quota delle
assunzioni in modo clientelare e
spartitorio, come hanno dimostrato molte inchieste giornalistiche,
della magistratura e decine d’ interrogazioni parlamentari.
Come già avvenuto per Ferrovie, Autostrade e altri enti, la già di
per sé deprecabile privatizzazione
assume la peggiore delle forme,
quella cosiddetta “all’italiana”.
Nel senso che gli stipendi milionari ai manager di stato e il buco
nel bilancio vengono fatti pagare
ai lavoratori e agli utenti mentre i
vantaggi se li prendono esclusivamente i privati. Come quando nel
2016 il governo ha girato un altro
35% delle Poste alla Cassa Depositi e Prestiti, che così distribuirà
gli utili postali anche ai suoi soci
privati delle fondazioni bancarie e
assicurazioni, di contro altri soldi
in meno che entrano nelle casse
pubbliche e quindi meno sanità,
pensioni e altro.
Il settore degli investimenti e
del risparmio fa gola ai privati, con
servizi finanziari gestiti da personale che ha uno stipendio e un
contratto peggiore di quello dei
bancari ed è quindi sviluppato e
sostenuto economicamente, mentre quello dei recapiti, pagamenti,
dei servizi, dell’erogazione delle
pensioni viene svilito e dismesso,
compromettendo qualità del servizio offerto e la garanzia del servizio
universale. Persino il parlamento
europeo ha contestato la scelta
dei giorni alterni e ha richiesto che
la corrispondenza sia consegnata
almeno 5 giorni alla settimana.
Proprio su questo punto i sindacati e i lavoratori sottolineano
come Poste fa un servizio pubblico e non è una semplice azienda.
Il personale destinato agli sportelli
e al recapito è insufficiente a garantire i servizi ai cittadini, è una
situazione insostenibile.
6 il bolscevico / presidenziali usa
N. 43 - 24 novembre 2016
L’elezione a presidente Usa del fascista, razzista, misogino e miliardario Trump provoca un’ondata di proteste degli
antifascisti e antirazzisti in decine di città
La destra dell’imperialismo
americano riprende il potere
La politica antipopolare di Obama le ha aperto la strada
Renzi si congratula subito col nuovo presidente degli Usa
Martedì 8 novembre, con la
vittoria elettorale del miliardario fascista, razzista, xenofobo
e misogino Donald Trump, sulla potente, ambiziosa, intrallazzatrice e guerrafondaia Hillary
Clinton, la destra dell’imperialismo americano si è ripresa
il potere conquistato otto anni
fa dalla “sinistra” con Barack
Obama.
Ciononostante questo risultato non è dovuto ad un reale
spostamento a destra dell’elettorato americano, come è stato
interpretato dalla grande maggioranza dei commentatori politici e dei media, ma piuttosto
al crollo delle illusioni elettorali e parlamentari nell’elettorato
democratico, deluso dal fallimento della politica economica
e sociale di Obama e giustamente diffidente nei confronti
di una politicante di professione come la Clinton, rappresentante di quella grande finanza
di Wall Street e delle grandi
lobby economico-politiche responsabili della crisi in cui il
Paese ancora si dibatte.
Non ha senso parlare di
spostamento a destra quando a votare è andato solo il
55,6% degli elettori iscritti nelle liste (che sono già solo una
parte degli aventi diritto al voto,
142 milioni su 208). E tra l’altro fortemente in calo rispetto
al 58,6% del 2012 e al 62,2%
del 2008, anno del primo mandato di Obama. Il che conferma anche stavolta che il presidente Usa è stato eletto, a
dir molto, da neanche un elettore su quattro. Anche se non
c’è dubbio che Trump sia stato
sostenuto come e più dei suoi
predecessori repubblicani, dalle associazioni e organizzazioni suprematiste, fasciste, razziste, xenofobe e della destra
religiosa, come il Klu Klux Klan,
che abbondano il quel Paese.
Ma la sua vittoria non sarebbe stata possibile senza la
mancata risposta della base
democratica agli appelli di
Obama, che nelle ultime settimane si era speso al massimo per sostenere la Clinton e
presentarla come la sua erede politica, girando il Paese in
lungo e in largo cercando di resuscitare invano nelle masse
operaie, giovanili, femminili e
di colore quello spirito e quelle
speranze che lo avevano portato alla Casa Bianca nel 2008,
ma che si erano già fortemente ridimensionate nelle elezioni del suo secondo mandato.
Troppe sono state le sue promesse non mantenute negli
otto anni della sua presidenza,
per poter ancora abbindolare
gli strati sociali che lo avevano
votato per imprimere una svolta dopo gli anni bui dell’amministrazione Bush, delle “guerre
infinite” e del disastro finanziario della Lehman Brothers, con
la paurosa recessione che ha
innescato.
Le mancate
promesse di Obama
Allora il sistema imperialista
americano lo aveva appoggiato, consegnando la Casa Bianca ad un rappresentante della
sua “sinistra” e per giunta nero,
per dare l’illusione di un deciso
“cambiamento” rispetto all’esperienza fallimentare di Bush.
Ma presto le sue promesse di
cambiamento si sono rivelate un bluff: aveva promesso di
tassare i super ricchi, ma sono
aumentate invece le disuguaglianze. C’è stata una certa ripresa dell’economia, ma più
che altro nel settore finanziario
e dell’alta tecnologia, mentre
è andato ulteriormente avanti il processo di deindustrializzazione, conseguenza di quella globalizzazione che proprio
l’amministrazione Clinton aveva promosso promettendo un
futuro di benessere per tutti.
Non a caso per Trump è
stato decisivo strappare ai democratici la vittoria negli Stati
“in bilico” della cosiddeta “rust
belt” (cintura della ruggine), ossia gli Stati del Nord-Est, cuore industriale dell’America, più
segnati dalla deindustrializzazione: la Pennsylvania, con le
sue ex industrie siderurgiche,
lo Iowa, I’Illinois e il Wisconsin,
un tempo ricche di industrie alimentari ma anche aeronautiche, il West Virginia, piena di
miniere di carbone chiuse, il
Michigan e l’Indiana, (sedi di
ex industrie automobilistiche),
e l’Ohio, Stato industriale e
agricolo oggi fortemente in declino. Rispetto al 2012 Trump
è riuscito infatti a strappare ai
democratici la Pennsylvania,
l’Ohio, l’Iowa, il Michigan e il
Wisconsin, assicurandosi così
la vittoria.
Anche la timida e contraddittoria “riforma” sanitaria si
è rivelata un fallimento, e anche nei confronti del problema dell’immigrazione Obama
è stato tutt’altro che di manica larga, come lo accusava
Trump, essendo arrivato ad
espellere 2,5 milioni di immigrati irregolari, più di tutti i suoi
predecessori. E mentre i giovani sono costretti a indebitarsi
a vita per potersi pagare tasse
universitarie sempre più abnormi, con sempre meno certezze
di trovare lavoro una volta diplomati e laureati, non ci sono
mai stati tanti neri uccisi brutalmente dalla polizia come durante la sua presidenza. Come
le carceri americane non sono
mai state piene di ispanici e
neri (tre milioni di carcerati,
uno ogni cento abitanti) come
durante i suoi due mandati.
Il declino
dell’imperialismo
Usa
C’è da meravigliarsi allora
se operai, giovani, donne, neri
e ispanici non hanno risposto ai
suoi appelli non andando a votare per la Clinton (che tra l’altro era stata sua strenua avversaria alle primarie del 2008), e
se parte di questo elettorato è
caduto invece nella trappola di
Trump? Il quale molto furbescamente ha agitato davanti
ai suoi occhi lo specchietto per
le allodole del “cambiamento”, dell’“outsider” estraneo alle
lobby e alle dinastie politiche,
in contrapposizione ad una
Clinton rappresentante di una
famiglia di politicanti di profes-
sione, appoggiata dalla grande
finanza e dalle lobby responsabili della crisi, tanto da aver
speso un miliardo di dollari per
la sua campagna elettorale, e
per di più rivelatasi più volte
bugiarda e messa sotto inchiesta dall’Fbi?
Per non parlare del gioco
sporco fatto dal suo partito per
escludere dalla corsa il suo avversario Bernie Sanders, gioco
che le ha fatto vincere le primarie ma le ha anche alienato il voto di milioni di giovani.
dopo l’89, ma devono fronteggiare altre superpotenze,
a cominciare da Cina e Russia. Con la prima non soltanto
sul piano militare, ma anche e
soprattutto economico. Trump
lo ha capito e sembra prenderne atto, quando dichiara
di voler dialogare con Putin
(che lo appoggia e ha fatto il
tifo per lui) e con la Cina, per
ridefinire le rispettive aree di
influenza. E quando dice che
gli europei devono pagarsi da
soli le spese di mantenimento
guardare al futuro. Trump è il
nostro presidente”. Obama ha
aperto la Casa Bianca al miliardario, intrattenendosi con lui
per un’ora e mezzo di “eccellente conversazione”, mentre
Trump ha detto che incontrarlo
“è stato un onore”, e che lavorerà con lui per la transizione, e
che anche dopo chiederà consiglio a lui e perfino a Bill Clinton, “che ha talento”. Quanto a
Hillary, la sua incriminazione
“non è una priorità”, ha precisato. È la dimostrazione lam-
razzista e antisemita, Breitbart
news, Stephen Bannon, che è
stato nominato suo “consigliere strategico”, e la leader della destra repubblicana dei Tea
party, Sara Palin.
Inoltre è una bufala colossale che egli sia un “alieno”
rispetto al potere finanziario e politico, e perfino rispetto al suo stesso partito, dal
momento che lo sostengono,
lo finanziano e gli sono amici personali fior di finanzieri
di Wall Street, petrolieri, lobbisti di professione, ex militari, rappresentanti dei governi di Arabia Saudita e Corea
del Sud, senatori e governatori, che qui sarebbe troppo
lungo elencare, e che come
capo di gabinetto alla Casa
Bianca ha nominato lo stesso
presidente del Partito repubblicano, Reince Priebus. Del
resto anche i “mercati” finanziari Usa e internazionali, che
pure avevano sostenuto la
Clinton e che nelle prime ore
erano sembrati aver accusato
il colpo, hanno fatto presto a
riprendersi e marcare un rialzo deciso e generalizzato delle quotazioni, rassicurati che
per essi non cambierà nulla
neanche con Trump.
Le coraggiose
proteste dei giovani
americani
Una delle numerose manifestazioni di protesta nel centro di New York contro l’elezione di Trump
Con un’avversaria così Trump
ha avuto buon gioco nel presentarsi come il “nuovo” rispetto al vecchio, scavalcando addirittura a sinistra Obama e la
Clinton in fatto di demagogia e
promesse di cambiamento e di
lotta all’establishment.
L’elezione di Trump segna
anche un passaggio che marca il declino dell’imperialismo
Usa. Nonostante abbia iniziato
il suo mandato col conferimento del premio Nobel per la pace
e promesse di apertura ai popoli islamici e di far dimenticare
l’era del guerrafondaio Bush,
Obama ha fatto esattamente
il contrario: ha ridotto le spese militari e il numero di truppe all’estero, ma ha aumentato
nel contempo le spese complessive per la difesa (da 731
a 816 miliardi l’anno, compreso ricerca e investimenti), ha
aumentato le missioni di bombardamento di aerei e droni, ha
esteso lo spionaggio e ha moltiplicato i focolai di tensione e
di guerra, in Medio Oriente, in
Africa, in Europa dell’Est e nel
Pacifico. Con esiti anche negativi per la superpotenza a stelle e strisce, in Ucraina e in Siria, arrivando a spingere verso
l’avversario Putin ex alleati di
ferro come il fascista Erdogan
e il boia egiziano Al Sisi. Senza
contare le crescenti tensioni con
la Cina nell’area del Pacifico.
Oggi gli Usa non sono più
la superpotenza egemone e
incontrastata al mondo, come
della Nato, riconosce in pratica che l’imperialismo americano non si può più permettere le spese militari di adesso.
Lo stesso suo slogan “far tornare grande l’America”, che
cos’è se non l’ammissione del
declino in cui si trovano oggi
gli Usa?
pante che chiunque vada alla
Casa Bianca la parte che dovrà recitare è già assegnata
dal sistema imperialista che è
chiamato a rappresentare.
Un teatrino di
marionette
Ciò non toglie che il programma del miliardario newyorchese non sia quanto di
peggio l’imperialismo a stelle
e strisce possa esprimere. Ha
promesso riduzioni fiscali a tutti, ma soprattutto agli straricchi
come sè stesso e alle imprese, che non dovranno pagare
più del 15% di tasse. Come poi
questo sia conciliabile con la
promessa di un grande piano
di ricostruzione delle infrastrutture (strade, ponti, ferrovie, aeroporti ecc. non è dato sapere).
Vuole sospendere l’immigrazione dai paesi islamici, considerati tutti potenziali “terroristi”,
minaccia di deportare due o tre
milioni di immigrati irregolari,
vuole dare più armi ai cittadini e più poteri alla polizia, nominare un giudice antiabortista
alla Corte suprema, e così via.
Ha promesso alla cricca nazista sionista di Israele, che
ha fatto il tifo per lui, di riconoscere Gerusalemme come sua
capitale. Si circonda di personaggi fascisti, razzisti e xenofobi come l’ex sindaco di New
York, Rudolph Giuliani, il curatore del sito di estrema destra,
È significativo che dopo essersene dette di tutti i colori in
campagna elettorale, i protagonisti di questo teatrino di marionette ora vadano d’amore e
d’accordo nel complimentarsi
e sostenersi a vicenda. Obama
aveva detto di Trump che era
“costituzionalmente inadatto
alla presidenza”, e che “non sa
gestire un account di twitter, figuriamoci un arsenale nucleare”. Hillary aveva ammonito gli
elettori democratici di essere
“l’unica cosa frapposta tra voi
e l’apocalisse”. Dal canto suo
Trump aveva messo in dubbio la cittadinanza americana
di Obama, adombrato sue simpatie con l’islamismo e definito
“disastrosa” la sua amministrazione. Quanto a Hillary aveva
minacciato di mandarla in galera se fosse stato eletto presidente.
Tutto ciò è stato archiviato
in un baleno dopo le elezioni:
Hillary ha dichiarato che “ora
bisogna accettare il risultato e
Il programma di
destra di Trump
La sua pericolosità è stata
invece ben compresa dai giovani, che fin dalla sua elezione
sono scesi giorno dopo giorno
a decine di migliaia nelle piazze e davanti alle università di
decine e decine di città in tutto il Paese, per manifestargli
tutta la loro avversione al grido di “Trump non è il mio presidente”, “fermiamo Trump e
la sua agenda razzista”, “Fuck
the Trump”, e così via. Si tratta dei cosiddetti “millennials”,
nati sul finire del secolo scorso
o all’inizio del presente, molti
già militanti dei movimenti Occupy Wall Street e Black Lives
Matter, elettori di Sanders che
non sono andati a votare per la
Clinton, e con la partecipazione in diversi casi di neri e ispanici.
Manifestazioni e scontri con
la polizia con decine di arresti
si sono succedute a Des Moines, Seattle, Oakland, Los Angeles, San Francisco, Las vegas e Portland. Manifestazioni
si sono svolte anche davanti
alla Casa Bianca e soprattutto
a New York, con un corteo di
diecimila persone che sono sfilate davanti alla “Trump Tower”
a Manhattan. Trump, che inizialmente li aveva bollati come
“contestatori di professione incitati dai media”, vista l’estensione e la durata delle proteste
ha poi cercato di fare buon viso
a cattivo gioco dicendo che “mi
piace che piccoli gruppi di manifestanti mostrino la loro passione per il nostro grande Paese”.
L’elezione del miliardario
americano è stata salutata con
particolare entusiasmo dalla
Duma russa (che spera come
SEGUE IN 7ª
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presidenziali usa / il bolscevico 7
N. 43 - 24 novembre 2016
ë DALLA 6ª
Putin nell’apertura di nuove relazioni), ma anche dai governi fascisti, razzisti e xenofobi dell’Est europeo, Ungheria,
Polonia, Slovenia e Paesi baltici in testa. Lo stesso hanno fatto i movimenti cosiddetti populisti europei, come i lepenisti in
Francia e i leghisti in Italia. Incredibile che anche il narcisista
qualunquista Grillo abbia salutato l’elezione di Trump come
un “gigantesco vaffa”, dandogli di fatto rango di movimento
“rivoluzionario” ed espressione
genuina della volontà del “popolo americano”.
Quanto a Renzi, lui che solo
poche settimane fa era stato
accolto alla Casa Bianca con
tutti gli onori da Obama, e che
aveva ricevuto da lui l’appoggio esplicito per il referendum,
offrendogli in cambio – unico
leader in Europa e fidandosi incautamente dei sondaggi – il
suo appoggio ufficiale e incondizionato a Hillary Clinton, ancor prima di telefonare a Trump
per fargli le sue congratulazioni
personali, è stato fulmineo nel
cambiare casacca e fiondarsi
sul carro del vincitore. Arrivando già alle 10,20 di mercoledì,
appena noti i risultati, a dichiarare in un incontro coi sindaci:
“A nome dell’Italia mi congratulo con Trump e gli auguro buon
lavoro, convinto che l’amicizia
italo-americana continuerà ad
essere forte e solida”. Dopodiché si è scagliato vigliaccamente contro i giovani manifestanti anti-Trump, accusandoli
di essere “quelli che non sono
andati a votare” e che “non rispettano la democrazia”. Esattamente come aveva fatto
pochi giorni prima contro i manifestanti anti-Leopolda a Firenze.
Vogliamo
concludere
quest’articolo
richiamando
quel che profeticamente scriveva Engels 125 anni fa nel
Ventesimo Anniversario della
Comune di Parigi nella Introduzione all’edizione tedesca
de La Guerra Civile in Francia di Karl Marx. Parole che
suonano di un’impressionante attualità: “In nessun paese i “politici” formano una
sezione della nazione così
separata e così potente
come nell’America del nord.
Ognuno dei due grandi partiti che si scambiano a vicenda il potere viene a sua
volta governato da gente per
cui la politica è una professione, che specula tanto sui
seggi nelle assemblee legislative dell’Unione quanto
su quelli dei singoli Stati, o
che per lo meno vive dell’agitazione per il suo partito
e dopo la sua vittoria viene
compensata con dei posti. È
noto come gli americani tentano da trent’anni di scuotere questo giogo diventato insopportabile e come, a
dispetto di ciò, affondano
sempre più profondamente
nella palude di questa corruzione. Proprio in America
possiamo vedere nel miglior
modo come si compia questa separazione e contrapposizione del potere dello
Stato alla società, di cui in
origine esso era destinato
a non essere altro che uno
strumento. (...) Abbiamo qui
due grandi bande di speculatori politici che alternativamente entrano in possesso del potere, e lo sfruttano
coi mezzi più corrotti e ai più
corrotti scopi; e la nazione
è impotente contro queste
due grandi bande di politici,
che apparentemente sono al
suo servizio, ma in realtà la
dominano e la saccheggiano.”
Contro l’elezione di Trump
Esplode la rivolta degli antifascisti
e antirazzisti americani
Bruciate bandiere Usa ed effigi di Trump. Arresti a New York, Los Angeles e Pittsburgh.
Sparatoria a Seattle. La manifestazione di Portland dichiarata “sommossa”
È la protesta di piazza a
marcare l’avvio della presidenza Trump negli Stati Uniti:
già nella notte dopo le elezioni, appena si sono saputi i risultati, studentesse e studenti
a migliaia si sono riversati nelle
strade per protestare. Universitari e studenti delle scuole superiori ma non solo, afroamericani, neri e bianchi, di ambo
i sessi e tutti gli orientamenti
sessuali, hanno voluto far sentire fin da subito la loro secca
opposizione al miliardario fascista, razzista e sessista che
a partire dal prossimo gennaio alloggerà alla Casa Bianca. Protesta che andata via
via crescendo fino ad assumere le proporzioni di una vera e
propria rivolta. Alcune testate
americane addirittura hanno
ventilato la paura di una “guerra civile”.
“Hey hey hey ho, Trump has
to go” (Trump deve andarsene)
è lo slogan che ha scandito le
manifestazioni svoltesi in diverse parti degli Usa, a volte anche per più giorni consecutivi.
Molte le ragazze che esibivano
cartelli con scritto: “Don’t touch
my pussy” (Non toccare la mia
vagina), in riferimento all’affermazione gravemente misogina
di Trump secondo cui le donne vanno “prese per la vagina”.
Altri cartelli innalzati durante i
cortei dicevano: “No alla fascistizzazione degli Usa”, “Non
staremo con razzismo e sessismo”, “Mai il mio presidente”,
“Contro l’islamofobia”. “Potere
al popolo!”, “No confini, no nazioni!” gridavano i manifestanti,
mentre dappertutto risuonava
lo slogan anti-Trump per eccellenza, che gioca sul nome
di quest’ultimo: “Love trumps
hate”, l’amore abbatte l’odio,
in riferimento all’odio razziale
predicato dal neopresidente.
Presente il movimento antirazzista “Black Lives Matter”, oltre
Le ragazze e le donne sono state tra le più combattive nelle proteste contro Trump svoltesi i molte città americane
a gruppi che si definiscono socialisti o comunisti. In solidarietà con gli immigrati messicani e
con gay e trans, al centro della
campagna xenofoba di Trump,
sventolavano bandiere messicane e arcobaleno.
La manifestazione più importante e partecipata si è
svolta proprio a New York,
dove lo stesso Trump ha tenuto il suo discorso di vittoria.
A migliaia hanno marciato nelle strade e preso d’assedio la
Fifth Avenue, dove si trova la
Trump Tower, faranoica residenza del miliardario. La polizia è stata schierata in assetto
antisommossa e una trentina
di manifestanti sono stati arrestati, mentre venivano bruciate
bandiere americane ed effigi di
Trump. In ben 10mila tornava-
no in piazza sabato 12 novembre.
La repressione si è scatenata anche a Los Angeles,
dove una dozzina di persone
sono state arrestate mentre la
polizia caricava la locale manifestazione antiTrump. Colpa dei manifestanti era avere respinto l’invito delle “forze
dell’ordine” ad interrompere
l’occupazione
dell’autostrada. Altri 187 manifestanti sono
stati arrestati nella sera di venerdì 11 novembre, ma la protesta riprendeva con forza domenica 13 con 8mila persone
in piazza.
Tre studenti medi sono stati arrestati a Pittsburgh, mentre
il corteo antifascista veniva disperso a suon di lacrimogeni.
Ciò non ha fermato i corag-
New York. La repressione contro manifestanti anti Trump
giosi manifestanti antifascisti e
antirazzisti, che hanno animato vivaci e combattivi cortei in
molte delle principali città degli
Stati Uniti, le proteste più imponenti a Chicago, Los Angeles, San Francisco, Detroit e
Portland. In quest’ultima città,
la manifestazione durata più
di due giorni è stata dichiarata “sommossa” dalla polizia. A
Seattle si è verificata una sparatoria le cui dinamiche non
sono ancora state chiarite. La
protesta è giunta fin sotto la
Casa Bianca; sempre a Washington, presso l’American
University, è stata bruciata una
bandiera americana.
Comunque, come già era
avvenuto questa estate durante le mobilitazioni degli afroamericani, negli Usa, il cosiddetto “tempio della democrazia”,
in realtà principale cittadella mondiale del capitalismo e
dell’imperialismo, alla protesta
di piazza si risponde solo con
la repressione poliziesca.
Siamo davanti ad un chiaro segnale che gli antifascisti
americani non sono disposti
ad accettare in silenzio la presidenza di Donald Trump e la
sua politica fascista, imperialista, razzista e sessista. Ciò potrebbe portare ad una esplosione della lotta di classe e di
massa, ma non è certo questa la speranza della “sinistra”
borghese americana. Contrariamente a quanto si legge su
gran parte dei mass media,
peraltro, le proteste non sono
animate dai sostenitori di Hillary Clinton, anzi, basta ascoltare le interviste raccolte dai notiziari statunitensi per rendersi
conto che molti manifestanti l’hanno votata non condividendo affatto il suo programma capitalista da cima a fondo,
ma per arginare Trump; molti
avevano invece dato fiducia a
Bernie Sanders, il socialdemocratico rivale della Clinton che
poi, perse le primarie, ha cercato di tenere l’elettorato di sinistra legato ai Democratici. Lo
stesso Sanders ha però clamorosamente aperto ad una
collaborazione con Trump “se
intende seriamente migliorare le vite delle famiglie operaie”. Se c’è una cosa che questa tornata elettorale ha messo
in evidenza forse oggi più che
mai, è che Repubblicani e Democratici sono due facce della stessa medaglia capitalista e
imperialista.
Per celebrare l’elezione del
proprio rappresentante, il gruppo fascista e xenofobo Ku Klux
Klan ha annunciato una “parata
della vittoria” il 3 dicembre. Gli
antifascisti e antirazzisti americani non sono però disposti a
lasciare la piazza ed è già stata
annunciata una grande mobilitazione, che dovrebbe portare
in strada “un milione di donne”,
per il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump.
L’Italia di Renzi vota contro
il divieto di armi nucleari
Il Primo comitato sul disarmo dell’Assemblea Generale
dell’Onu ha approvato a larga
maggioranza lo scorso 27 ottobre una risoluzione per promuovere una Conferenza Internazionale entro il 2017 che
discuta un Trattato per la messa al bando delle armi nucleari.
La mozione elaborata dai
rappresentanti di Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Nigeria
e Sud Africa in rappresentanza
di 57 nazioni ha ottenuto 123
voti a favore, 37 contrari e 16
astenuti. Tra i contrari tutte le
potenze nucleari, a esclusione
di Cina, India e Pakistan che
sono stati fra gli astenuti, e tanti alleati dell’imperialismo americano come l’Italia di Renzi.
La risoluzione, denominata L.41, fissa un Conferenza
ad hoc delle Nazioni Unite a
partire dal marzo del prossimo anno, aperta a tutti gli Stati
membri, con il fine di “negoziare uno strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi
nucleari, che porti verso la loro
eliminazione totale”. I negozia-
ti a riguardo continueranno poi
nel mese di giugno e luglio del
2017.
L’assemblea dell’Onu delinea un percorso che chissà
se e quando arriverà a un risultato concreto. Il voto esprime comunque la contrarietà
della stragrande maggioranza
dei paesi agli arsenali nucleari e ne prospetta lo smantellamento.
Il voto delle Nazioni Unite è avvenuto a poca distanza
dall’approvazione, con 415 voti
favorevoli, 124 contrari e 74
astensioni, da parte del Parlamento Europeo di una risoluzione che invitava tutti gli Stati
membri dell’Unione europea a
“partecipare in modo costruttivo” ai negoziati del prossimo
anno. Un invito che il governo
Renzi ha tranquillamente ignorato votando all’Onu contro il
divieto di armi nucleari, rimangiandosi precedenti promesse
di operare per il disarmo nucleare.
In questo caso hanno contato di più per il governo Renzi gli impegni assunti dall’im-
perialismo italiano in ambito
Nato, gli accordi di cosiddetto
“Nuclear Sharing” in base ai
quali l’Italia ospita sul proprio
territorio nelle basi Usa almeno 70 di bombe atomiche, 20 a
Ghedi e 50 ad Aviano.
Non è la prima volta, e non
sarà l’ultima, che il governo
Renzi promette e non mantiene, anzi si comporta esattamente all’opposto, nel silenzio
complice di gran parte degli organi di informazione mai così
unanimemente inginocchiati al
suo servizio.
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N. 20 - 19 maggio 2016
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N. 43 - 24 novembre 2016
Engels su engels
Proseguiamo la pubblicazione
delle importanti citazioni autobiografiche di Engels iniziata sul numero 31/2016 de “Il Bolscevico”
in occasione del 5 agosto, 121°
anniversario della scomparsa
del cofondatore del socialismo
scientifico e grande Maestro del
proletariato internazionale e proseguita dal n. 39/2016 senza interruzione di continuità. Tra due
parentesi quadre […] compaiono
le nostre traduzioni di locuzioni in
altre lingue che potrebbero altrimenti risultare incomprensibili.
1869
Buon capodanno! E i miei migliori auguri per il dono di capodanno da Parigi. Penso che tu e
tua moglie non possiate davvero
guardarvi in faccia senza ridere
della vostra nuova dignità.
(Engels, Lettera a Marx, 3 gennaio 1869, Opere Marx Engels,
Editori Riuniti, vol. XLIII, pag.
261)
Devi scusarmi della lentezza e
della parsimonia della mia risposta. Ma in quest’ultimo periodo
non abbiamo altro che sfortuna
in casa. Appena Sarah si sente
meglio, viene a Lizzie un violento
catarro gastrico cronico, che ho
cercato a lungo di curare; appena è passato questo catarro, le
viene, in seguito a una lesione
all’alluce, una infiammazione dei
vasi linfatici alla gamba e al piede, che avrebbe potuto diventare piuttosto seria, ma che ora è
quasi risolta. E prima ancora che
potesse alzarsi, Mary Ellen ritorna
malata dalla casa dei suoi genitori dove era stata per alcuni giorni.
Di che cosa si tratti lo saprò solo
domani, perché Gumpert verrà
solo domani. Teme che sia scarlattina, ma finora non vi è traccia
di eruzione. Per giunta stupidi
inviti di ogni specie che non si
possono respingere, molto lavoro
in ufficio, e capirai che ce n’è abbastanza di agitazione.
(Engels, Lettera a Marx, 19
gennaio 1869, Opere Marx Engels, Editori Riuniti, vol. XLIII,
pag. 266)
Ti ringrazio tanto della pipa
che sarà provata subito questa
sera.
(Engels, Lettera a Marx, 21
febbraio 1869, Opere Marx Engels, Editori Riuniti, vol. XLIII,
pag.279)
Il mondo si raffredda sempre
più, che la temperatura entro
l’universo si eguaglia sempre più,
e che con questo alla fine subentra un momento in cui ogni vita
diventerà impossibile, e il mondo consisterà di globi gelati che
girano gli uni intorno agli altri.
Ora aspetto soltanto che i preti
si impadroniscano di questa teoria come dell’ultima parola del
materialismo. Qualcosa di più
stupido non è possibile immaginarlo. Siccome secondo questa
teoria nel mondo esistente deve
essere sempre trasformata in altra energia una quantità di calore
maggiore di quella che può essere ottenuta dalla trasformazione
in calore di altre energie, l’originario stato caldo dal quale inizia
il raffreddamento, è naturalmente
inspiegabile, anzi è assurdo, presuppone quindi un Dio. Il primo
impulso di Newton si trasforma
in un primo riscaldamento. Ciò
nonostante questa teoria è considerata il compimento più sottile e supremo del materialismo,
e piuttosto di vedere in queste
conseguenze assurde la dimostrazione del fatto che la loro
cosiddetta legge naturale finora
la conoscono solo a metà, questi
signori si costruiscono un mondo
che comincia nell’assurdità e in
essa finisce.
(Engels, Lettera a Marx, 21
marzo 1869, Opere Marx Engels,
Editori Riuniti, vol. XLIII, pag.
308)
I complimenti immeritati che
mi hai fatto, mi hanno tanto più
confuso, in quanto purtroppo negli ultimi 18 anni non ho potuto
fare praticamente nulla in modo
diretto per la nostra causa e ho
dovuto dedicare tutto il mio tempo a un’attività da borghese [il lavoro professionale nella fabbrica
del padre, nota dei curatori]. Ma
spero che presto le cose cambieranno, tra pochi mesi credo che
sarò di nuovo padrone del mio
tempo e allora farò la mia parte
per meritare i tuoi complimenti;
per me sarà sempre una gioia
trovarmi sullo stesso posto di
combattimento con un vecchio
compagno come te e colpire lo
stesso nemico. Hai ragione le
cose vanno meglio di prima, e
noi, il Moro [Marx, nota dei curatori] ed io, abbiamo avuto ragione, quando anni fa, mentre tutta
la stupida canaglia democratica
si lamentava della reazione e
dell’indifferenza del popolo nei
loro riguardi, a prevedere in questa reazione l’enorme sviluppo
industriale degli ultimi 18 anni e a
dichiarare che il risultato di tutto
ciò sarebbe stato un inasprimento dell’antagonismo tra lavoro e
capitale, una più violenta lotta di
classe.
(Engels, Lettera a Friedrich
Lessner, 4 aprile 1869, Opere
Marx Engels, Editori Riuniti, vol.
XLIII, pag. 650)
Per il tuo fegato sono utili anzitutto un cambiamento di aria e un
cambiamento del modo di vivere
abituale. Fa quindi subito quel
che è giusto, sali cioè subito in
treno e vieni qui per un 8-15 giorni. Mi sono procurato un bel po’
di tempo libero e potremo girare
molto insieme. Inoltre potrai anche farti vedere e curare da Gumpert e, comunque, tenendo conto
del tuo “stato”, potrai respingere
inviti al “tè”. In breve tempo sarai
allora di nuovo fresco e capace di
lavorare e potrai dopo, in poche
settimane, sbrigare più lavoro di
quel che faresti nelle tue attuali
condizioni in mesi. Telegrafami
dunque domani al warehouse
con quale treno arrivi, e sii qui la
sera. Questa è la cosa più semplice e ti curerà sicuramente.
(Engels, Lettera a Marx, 25
aprile 1869, Opere Marx Engels,
Editori Riuniti, vol. XLIII, pag.
333)
Evviva! Oggi è finita con il
doux commerce [dolce commercio] e sono un uomo libero. Per
giunta ieri ho sbrigato tutte le
cose principali con il caro Gottfried; ha ceduto su tutto. Tussy e
io abbiamo celebrato la mia prima giornata libera con una lunga
passeggiata attraverso i campi.
Inoltre l’occhio è molto migliora-
(Engels, Lettera a Marx, 11
febbraio 1870, Opere Marx Engels, Editori Riuniti, vol. XLIII,
pag. 474)
Chiudi le tue buste con cura
e sigillale, sopra l’incollatura, con
ceralacca, cosicché l’impressione del sigillo tocchi tutti e quattro i lembi della busta. Per farlo
le buste che usi ora non vanno
bene, i quattro lembi devono
avvicinarsi del tutto affinché sia
possibile farlo. La cosa rende più
difficile l’apertura, cosicché, dato
che quella gente ha poco tempo,
è costretta a lasciare prove evidenti, e allora la si può denunciare pubblicamente.
(Engels, Lettera a Marx, 21
marzo 1870, Opere Marx Engels,
Editori Riuniti, vol. XLIII, pag.
501)
Ti proporrei di provare per alcuni giorni consecutivi delle lunghe
passeggiate - 3 o 4 ore alla volta – e, weather permitting, [tempo permettendolo] di camminare
mai meno di 1-2 ore al giorno e
di fare poi per lo meno una o due
volte alla settimana una di quelle
camminate lunghe. Io adesso non
posso più lavorare come si deve
se non ho camminato per un’ora
o anche più; il moto ha un effetto
sicuro e rimetterà sicuramente a
posto in qualche modo anche il
tuo fegato.
(Engels, Lettera a Marx, 15
aprile 1870, Opere Marx Engels,
Editori Riuniti, vol. XLIII, pag.
516)
Friederich Engels si incontra con dei lavoratori in una taverna
to e, risparmiandolo un po’, sarà
presto del tutto a posto.
(Engels, Lettera a Marx, 1°
luglio 1869, Opere Marx Engels,
Editori Riuniti, vol. XLIII, pag.
354)
Ti ringrazio del “18 brumaio”,
che ho ricevuto ieri. Il libro si legge molto meglio in questa veste
decente e senza gli errori di stampa. La prefazione è ottima. Essa,
come anche il libro stesso, non
faranno piacere a Wilhelm. La
maniera con cui è trattata la democrazia e soprattutto la socialdemocrazia non porterà davvero
acqua al suo mulino, bensì sulla
sua testa. Del resto non potrà
dire di non avere nessuno scritto
agitatorio; vedremo quello che ne
farà.
(Engels, Lettera a Marx, 25
luglio 1869, Opere Marx Engels,
Editori Riuniti, vol. XLIII, pagg.
375-376
Che il grasso Bakunin si trovi
dietro le quinte, è chiarissimo. Se
questo maledetto russo pensa
davvero di giungere a furia di intrighi alla direzione del movimento operaio, è ora che lo si serva
a dovere e gli si domandi se un
panslavista possa in genere essere membro di una associazione internazionale degli operai. È
molto facile prenderlo in castagna
costui. Non deve immaginarsi di
poter fare dinanzi agli operai il comunista cosmopolita e dinanzi ai
russi l’acceso panslavista.
(Engels, Lettera a Marx, 30
luglio 1869, Opere Marx Engels,
Editori Riuniti, vol. XLIII, pag.
381)
Ieri sera ho ricevuto un telegramma secondo cui mia madre
sarà a Ostenda soltanto mercoledì sera. Ma siccome debbo
aspettare una lettera da casa
che mi dia notizie più precise e
siccome anche un altro motivo
m’impone di trovarmi ancora qui
nella giornata di domani, ti ho telegrafato oggi che verrò solo mercoledì. Anch’io temo che, se nel
frattempo verranno i Lafargue, e
con la casa già piena di per sé,
non troverò alloggio per la notte
da te. Se sarà così, vorrei sapere
se potrò essere sistemato nelle
tue vicinanze.
(Engels, Lettera a Marx, 16
agosto 1869, Opere Marx Engels,
Editori Riuniti, vol. XLIII, pag.
392)
Spero che l’arsenico e il moto
abbiano fatto retrocedere rapidamente le “cose dubbie” di cui
sappiamo. Ma spero altrettanto
che queste ricadute sempre rinnovantisi ti avranno finalmente
convinto che bisogna iniziare un
modo di vivere più razionale. Tu
stesso avveleni il tuo sangue rendendoti impossibile una digestione regolare. E in queste condizioni non fai certo la stessa quantità
(e qualità) di lavoro che potresti
fare in circostanze normali.
(Engels, Lettera a Marx, 17
novembre 1869, Opere Marx
Engels, Editori Riuniti, vol. XLIII,
pag. 420)
1870
Di Solingen ho un buon ricordo fin dall’anno 1848-49. Gli operai di Solingen, a quell’epoca, non
soltanto erano i più evoluti e risoluti della Renania, come dimostrò
la faccenda di Elberfeld; [Engels
si riferisce alla rivoluzione del
maggio 1849] ma io stesso sono
legato ad essi da ragioni di personale riconoscenza, perché la
colonna di Solingen, con la quale
marciai verso Elberfeld mi appoggiò e difese laggiù contro il vile e
traditore comitato di sicurezza
dei borghesi “radicali”. Senza gli
operai di Solingen questi borghesi mi avrebbero lasciato mettere
in galera dove poi probabilmente
sarei rimasto come capro espiatorio per i signori prussiani.
.
(Engels, Lettera a Carl Klein e
Friedrich Moll, 8 febbraio 1870,
Opere Marx Engels, Editori Riuniti, vol. XLIII, pag. 699)
La faccenda delle tue tonsille, dopo l’ascesso alla ghiandola
ascellare, non mi piace affatto.
Comunqe fa capire che le cose
del sistema linfatico non sono del
tutto a posto. Se la faccenda non
passa presto, domanderei però
ad Allen, il quale in occasione
delle mie storie glandolari fece
una prognosi così esatta quella
volta. La tua faccenda, certo, è
evidentemente cronica, mentre la
mia era acutissima, ma è meglio
andar sicuri.
In questi ultimi giorni sono
stato di nuovo seduto a lungo,
in quella piccola loggia coperta
davanti alla scrivania dai quattro
posti, dove eravamo seduti 24
anni fa.
(Engels, Lettera a Marx, 15
maggio 1870, Opere Marx Engels, Editori Riuniti, vol. XLIII,
pag. 553)
Se poteste venire domani, tant
mieux [tanto meglio]; telegrafa
allora, non occorrerà un preavviso più lungo per metter in ordine
le vostre stanze. Altrimenti giovedì. Farà bene a noi tutti e due
camminare a lungo per i campi
e ridere dei vari imbrogli che si
sono avuti da quando sono stato
a Londra l’ultima volta.
(Engels, Lettera a Marx, 17
maggio 1870, Opere Marx Engels, Editori Riuniti, vol. XLIII,
pag. 556)
Abbiamo però anche il dovere
di preoccuparci, per quanto sta in
noi, che i nostri amici imprigionati
e le loro famiglie in Germania non
si trovino in condizioni di necessità, particolarmente ora che la
prossima festa di Natale viene già
così amareggiata. Ci prendiamo
perciò la libertà di accludere una
banconota di cinque sterline della
Banca d’Inghilterra “B 10, 04841,
London, 12 ottobre 1870”, il cui
ricavato vorrà, di grazia, dividere
con la signora Bebel. (…)
Mia moglie è una rivoluzionaria irlandese e può perciò immaginarsi la gioia che ieri regnava qui in casa quando giunse la
notizia che i feniani condannati
sarebbero stati amnistiati – se
pur nel modo più meschinamente
prussiano.
(Engels, Lettera a Natalie
Liebknecht, 19 dicembre 1870,
Opere Marx Engels, Editori Riuniti, vol. XLIV, pagg. 158-159)
[continua - 6]
10 il bolscevico / sionismo
N. 43 - 24 novembre 2016
Mattarella esalta il regime
sionista-nazista di Israele
Con la visita di Stato di ben
4 giorni in Israele, Sergio Mattarella ha stretto ulteriormente
il doppio filo che da Berlusconi
in poi lega i governi e lo Stato
italiani al regime sionista-nazista
di Israele. Questa visita segue e
consolida infatti quella trionfale
del nuovo duce Renzi nel luglio
2015, corso a Tel Aviv a rendere
omaggio al duce israeliano Netanyahu, ricevendone in cambio
ovazioni senza precedenti tributate dal parlamento sionista ad
un ospite di un governo amico.
La composizione stessa della folta delegazione che ha accompagnato il capo dello Stato,
piena di presidenti e alti rappresentanti delle più note istituzioni
filosioniste italiane, il fitto calendario di visite e cerimonie centrate invariabilmente sull’esaltazione nazionalistica di Israele
e sulla stretta amicizia tra i due
Stati, nonché la fugace visita ai
territori palestinesi condotta alla
stregua di una provincia distaccata di Israele, dimostrano infatti che la missione del presidente
italiano era tutt’altro che quella
dichiarata ufficialmente di favorire il processo di pace, ma bensì di rafforzare esclusivamente
l’alleanza di ferro – economica,
politica, militare e culturale – tra
l’Italia del nuovo duce Renzi e il
regime nazi-sionista di Netanyahu.
A guastare una visita tanto
accuratamente organizzata dai
due governi non è bastata nemmeno la rozza e clamorosa gaffe
che, proprio alla vigilia della partenza di Mattarella, ha avuto per
protagonista il viceministro israeliano della Cooperazione regionale, Ayooub Kara, che durante
una visita in Vaticano aveva definito il terremoto in Italia centrale
“una punizione divina all’Italia
per la sua astensione sulla risoluzione dell’Unesco sulla città vecchia di Gerusalemme”.
Astensione che pure era stata
sconfessata platealmente dallo
stesso Renzi, che l’aveva definita “una vicenda allucinante”, ma
evidentemente ai più oltranzisti
del regime nazi-sionista, che
aveva sollevato la pretestuosa e
del tutto falsa questione del non
riconoscimento dei nomi ebraici
dei luoghi sacri di Gerusalemme,
ciò non era bastato.
La delirante dichiarazione di
Kara rischiava di gettare un’ombra pesante sul viaggio di Mattarella, così grave che neanche
le scuse burocratiche dell’ambasciatore israeliano in Italia
erano in grado di cancellare.
Perciò Mattarella, per non dare
pubblica prova di servilismo e
disonorare il Paese, aveva chiesto tramite il ministro degli Esteri
Gentiloni un intervento più energico dello stesso governo di Tel
Aviv, che comunque solo dopo
alcune ore si era deciso a inscenare le sue scuse ufficiali e a
sconfessare il suo viceministro,
permettendo così a Mattarella di
salvare la faccia e iniziare il suo
viaggio. Anzi, in segno di riconoscenza per il “gesto di attenzione” del governo di Netanyahu, il
Capo dello Stato rilasciava una
dichiarazione con cui definiva
“inammissibile” il boicottaggio
dei prodotti israeliani.
Un’alleanza che
“niente può
distruggere”
Ad ogni modo, la riprova che
l’“incidente” tra i due Paesi non
solo era da considerarsi chiuso,
ma non era nemmeno mai stato
realmente aperto, la si è avuta
il primo giorno stesso della visita, durante la cerimonia della
piantumazione di un albero da
parte di Mattarella alla Foresta
delle Nazioni di Gerusalemme,
quando il presidente del KKL, la
“onlus” che promuove il rimboschimento di Israele da tutto il
mondo (anche rubando l’acqua
ai territori palestinesi), Daniel
Atar, ha chiesto “ancora scusa
per le parole poco sagge del
viceministro”. E Mattarella ha risposto senza battere ciglio che
“l’amicizia tra Israele e Italia è
forte e non c’è nulla che possa
metterla in discussione, ed è
un’amicizia proiettata nel futuro”.
Neanche un’offesa bruciante
e intollerabile come quella alle
vittime del terremoto e a tutta
l’Italia, evidentemente! Un’offesa che se fosse stata fatta ad un
governo straniero meno compiacente di quello di Renzi sarebbe
costata quantomeno le dimissioni del responsabile, invece
di una dichiarazioncina formale
di scuse, e per giunta solo dietro pressione diplomatica e con
svariate ore di ritardo. Ma tant’è.
Del resto, a dimostrare l’ipocrisia
delle “scuse” israeliane, e che gli
oltranzisti sionisti non intendono
affatto rinunciare a premere arrogantemente sul nostro Paese
per pretendere di disconoscere
la risoluzione dell’Unesco, ci ha
pensato il presidente del KKL
Italia, Raffaele Sassun, presente
alla cerimonia, che non ancora
soddisfatto delle compiacenti
parole di Mattarella, ha chiosato:
“Sono particolarmente orgoglioso in quanto ebreo italiano che il
Presidente Mattarella sia stato a
Gerusalemme, a piantare un albero in una Foresta KKL, creata
insieme all’Unesco, proprio oggi
che l’Unesco non riconosce più
le radici giudaico-cristiane della capitale (sic) di Israele. Sono
convinto che il Presidente tornando in Italia, dopo aver visitato questi luoghi sacri per tutti,
si adopererà per cercare di intervenire contro le assurdità che
allontanano dalla pace”.
Anche su questa aberrante e
nazistoide dichiarazione l’ineffabile inquilino del Quirinale
non ha avuto nulla da obiettare. Anzi, in questo come in tutti
gli altri incontri ufficiali in cui ha
fatto dichiarazioni, non ha mai
mancato di esaltare Israele e la
indissolubile alleanza tra i due
Stati. Come quando, nell’incontro avuto il giorno successivo
col presidente israeliano Reuven
Rivlin, si è spinto fino ad affermare che “Israele, con la sua
vitale democrazia, costituisce
un modello per tutta la regione.
L’Italia sarà costantemente dalla
parte di Israele ogni qualvolta il
suo diritto e dovere di esistere
venisse minacciato o posto in
dubbio”.
E per concretizzare il concetto si è scagliato contro il terrorismo che, ha detto, “non ha
alcuna giustificazione. Siamo
dalla parte delle vittime innocenti e continueremo attivamente a
contrastare ogni incitamento
alla violenza, da qualunque parte provenga. Il contrasto al terrorismo costituisce oggi uno dei
punti prioritari dell’agenda della
comunità internazionale”.
Dichiarazione il cui significato
sottinteso è che l’Italia sta risolutamente dalla parte di Israele
quando tratta i combattenti palestinesi come terroristi, e contro il popolo palestinese quando
questi è costretto a ricorrere alla
violenza contro la violenza nazista e i soprusi degli occupanti
nazi-sionisti. E che questo sia il
vero pensiero dell’inquilino del
Quirinale è dimostrato anche dai
suoi ringraziamenti finali al suo
omologo israeliano, quando lo
ha ringraziato per l’accoglienza
“qui a Gerusalemme, città in cui
Israele si riconosce”. Non è arrivato fino a dire “città capitale di
Israele” come il sionista Sassun,
ma il concetto è quello.
Riconoscimento
dell’occupazione
israeliana
Questa scandalosa legittimazione di fatto dell’occupazione
israeliana di Gerusalemme e dei
territori palestinesi è confermata
inoltre dalla visita effettuata il 1°
novembre a Betlemme, in cui ha
anche incontrato fugacemente e
quasi di soppiatto il presidente
della Palestina, Mahmoud Abbas.
Per rientrare subito dopo a Gerusalemme e proseguire la visita
all’entità sionista. Si è comportato cioè con la Palestina come nei
confronti di un’appendice territoriale, una sorta di regione interna
di Israele.
Per fare contento il presidente palestinese, Mattarella gli ha
assicurato ipocritamente che
l’Italia “continuerà a sostenere
con convinzione il rafforzamento
delle istituzioni statali palestinesi
e un accordo di pace duraturo e
omnicomprensivo basato sulla
soluzione dei due Stati per due
popoli”. Ipocritamente, perché
Abbas gli ha ricordato che mentre alcuni governi europei riconoscono lo Stato di Palestina, non
così invece quello italiano, che
non ha nemmeno recepito una
raccomandazione in tal senso del
suo stesso parlamento nazionale.
E tutto ciò proprio mentre in contemporanea con la visita di Mattarella la vice ministra degli Esteri
israeliana esortava il suo governo
a prendere “una decisione storica” avviando l’annessione immediata delle colonie ebraiche in
Cisgiordania”, a cominciare dalla
più grande ad Est di Gerusalemme, come risposta alla “lotta internazionale su Gerusalemme”,
che così “rimarrà per sempre
unita”.
I “legami millenari”
tra Italia e Israele
Ma Mattarella ha incassato senza battere ciglio e con la sua solita
faccia di bronzo il timido rimbrotto
di Abbas, affrettandosi a tornare
dai suoi padroni di casa per continuare a genuflettersi al loro cospetto. Come quando, a conclusione
della sua visita, accorciata per via
del sisma, ha incontrato il boia Netanyahu per esaltare davanti a lui
addirittura i “legami millenari, di durata antica” tra l’Italia e Israele: una
chiara legittimazione, prendendo a
pretesto, fra l’altro ribaltandola, la
storia romana, delle false rivendicazioni storiche dei sionisti sul territorio della Palestina. Per ribadire
la “convinzione comune che il terrorismo e la violenza siano piaghe
da combattere con molta determinazione”, e che “l’Italia si sente pienamente coinvolta nell’esigenza di
sicurezza d’Israele”. E per concludere che la visita è stata “l’occasione per ribadire, ancora una volta, la
grande amicizia che lega Israele e
Italia per oggi e per il futuro”.
Più di così i boia nazisti sionisti
di Tel Aviv non potevano pretendere da Mattarella, che nonostante
il suo passato democristiano e la
sua solita aria sorniona ha fatto fino
in fondo il suo compito di garante
istituzionale e di ambasciatore della politica estera del nuovo duce
Renzi, assecondando in pieno, e
anzi promuovendo ulteriormente la
sua dottrina mediorientale basata
sull’alleanza senza riserve e su tutti
i piani con l’imperialismo sionista.
Al punto che non ha nemmeno
sentito il bisogno di mascherarlo
troppo come facevano i vecchi democristiani, che si barcamenavano
tra Israele e i governi Arabi per non
pregiudicare gli interessi petroliferi italiani, ma il suo filosionismo lo
ha sbandierato invece con sommo
zelo e alla luce del sole.
Carrai, braccio destro di Renzi, ha forti legami
economici e politici con i sionisti-nazisti israeliani
Nel suo giro anche Ledeen, una spia del Mossad, secondo Washington
Di pari passo con la scalata del
nuovo duce Renzi verso Palazzo
Chigi, iniziata nel 2009 alla Provincia di Firenze, poi come sindaco della città, segretario del PD e
quindi premier, anche il potere e
il successo delle aziende del suo
braccio destro Marco Carrai, che
lo ha sempre sostenuto e finanziato fin dal primo “Big bang” alla
Leopolda, sono cresciuti a dismisura.
In pochi anni il caro amico
“Marchino” fedelissimo del “Giglio
magico” renziano, grazie ai suoi
forti legami politici ed economici con i sionisti-nazisti israeliani e
coi circoli massonici e finanziari
americani e inglesi, ha creato dal
nulla società che fatturano milioni
di euro all’anno ed è diventato in
poco tempo uno dei lobbisti più
potenti a livello internazionale.
Carrai ha collezionato una serie sterminata di partecipazioni
azionarie, presidenze di municipalizzate, società, consigli di amministrazione. Da alcuni mesi ha cercato invano di nominarlo alla nuova
struttura di cyber security formata
da una ventina di 007 distaccati tra
Renzi in compagnia del fidato amico Marco Carrai al quale vuole affidare la cyber security nazionale
Guardia di Finanza e servizi segreti
Aise e Aisi, col compito di vigilare sulla cyber sicurezza nazionale
che non sarà più svolto dal Nucleo
operativo fino ad oggi guidato dal
generale Carmine Masiello, consigliere militare della presidenza del
Consiglio.
La nomina di Carrai (che potrebbe diventare esecutiva in caso
di vittoria del Sì al referendum
costituzionale) per il momento è
stata bloccata in seguito alle proteste da parte degli addetti ai lavo-
ri sulle reali competenze tecniche
di “Marchino” e di coloro che, nel
governo, temono che Carrai possa
invadere il loro campo di competenza, prima fra tutti il sottosegretario Marco Minniti, che ha la delega ai servizi segreti, e Luca Lotti, lo
specialista di 007 e barbe finte.
Carrai con Renzi è diventato
anche uno dei lobbisti più potenti
a livello internazionale al punto che
fu proprio lui, con la scusa di essere presidente dell’aeroporto di
Firenze, ad accogliere nell’agosto
del 2015 il nazista-sionista premier
israeliano Benjamin Netanyahu
durante la sua visita nella città gigliata.
Particolarmente inquietante in
tal senso è anche la partecipazione di Carrai nel consiglio di sorveglianza della lussemburghese
Wadi Ventures Sca, omonima del
fondo israeliano Wadi Ventures
di cui è socio fondatore un veterano dell’unità spionistica 8200
dell’esercito israeliano, una sorta
di Nsa americana.
Carrai è peraltro amico di Matt
Browne, stretto collaboratore di
Tony Blair e consigliere di Obama,
e del famigerato neocon Michael
Ledeen: indicato da Washington
come una spia del Mossad, il potente servizio segreto israeliano;
Ledeen inoltre, in qualità di ex
consulente di Cia e Sismi ai tempi della crisi di Sigonella, è stato
coinvolto a più riprese anche nelle
trame golpiste e piduiste in Italia, è
stato un collaboratore di Reagan e
di Bush figlio ed è particolarmente noto per l’operazione segreta
Iran-Contras e per essere stato al
servizio del generale piduista Santovito, nonché amico di Craxi e di
Cossiga.
Non a caso, quando agli inizi
del 2011, Ledeen esortò dal suo
blog a intervenire per bombardare
la Libia, prontamente Carrai scrisse una lettera a “La Repubblica”
invitando i lettori a sottoscrivere
un “fondo di solidarietà” in favore
dei rivoltosi libici.
Direttrice responsabile: MONICA MARTENGHI
e-mail [email protected]
sito Internet http://www.pmli.it
Redazione centrale: via A. del Pollaiolo, 172/a - 50142 Firenze - Tel. e fax 055.5123164
Iscritto al n. 2142 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze. Iscritto come giornale
murale al n. 2820 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze
Editore: PMLI
chiuso il 16/11/2016
ISSN: 0392-3886
ore 16,00
Commemorazione di Mao / il bolscevico 11
N. 43 - 24 novembre 2016
nze
a
t
s
i
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l
l
e
d
e
Risoluzion
di base del
PMLI
sul discorso
di Scuderi
“Da Marx a Mao”
Il Centro del PMLI ha invitato le istanze di base a redigere
una Risoluzione sul discorso del compagno Giovanni Scuderi
“Da Marx a Mao”. Lo stesso Centro ci ha trasmesso alcune
Risoluzioni che danno una idea precisa della sintonia ideologica e politica che esiste tra la base del Partito e il Comitato
centrale con alla testa il compagno Giovanni Scuderi.
Risoluzione dell’Organizzazione di
vicchio del mugello del PMLI
Una potente arma
ideologica e politica
per tutto il Partito
e per il proletariato
L’Organizzazione di Vicchio
del Mugello del PMLI ritiene il
discorso del compagno Giovanni Scuderi, Segretario generale del Partito, una potente
arma ideologica e politica per
l’intero PMLI, per noi compagni
del Partito, anziani e giovani, e
per l’intero proletariato a iniziare dai fautori del socialismo.
Il discorso è un quadro perfetto della situazione del proletariato che è tornato in una
situazione premarxista, individuandone il processo di deideologizzazione e decomunistizzazione la cui responsabilità
ricade interamente sul revisionismo antico e moderno. Ma
esso offre anche una visione
strategica di ampio respiro alle
prospettive rivoluzionarie della classe operaia e delle masse popolari. Insomma il compagno guarda lontano con quel
potente telescopio che è il marxismo-leninismo-pensiero
di
Mao.
Per quanto riguarda l’Organizzazione di Vicchio del PMLI,
questa si impegna a riportare
tra il proletariato mugellano la
coscienza di essere una classe
per sé. Lavoro non facile dato
che ci troviamo a operare in
una roccaforte storica del revisionismo.
Il compagno Scuderi inquadra, come un valore, il contributo dato dal PMLI allo sviluppo
del marxismo-leninismo-pensiero di Mao. Purtroppo manca
una grande esperienza internazionale. Però pensiamo che
un domani quando gli daremo
un corpo da Gigante Rosso potrebbe realizzarla il PMLI.
Il discorso del Segretario
generale del PMLI dà anche indicazioni pratiche, come quando indica come realizzare un
intervento, di cui sarà necessario farne tesoro. Fondamentale
è l’indicazione di frequentare le
piazze per stringerci alle masse per legarci alle masse. Per
diffondere la linea del Partito
e raccoglierne le rivendicazioni secondo il principio enunciato da Mao “dalle masse alle
masse”.
Questo importante discorso
non deve rimanere in un cassetto ma va oltre che studiato, diffuso e applicato da parte
delle nostre istanze sfruttandone tutte le sue numerose sfaccettature, da quelle strategiche
Richiedete
o
“Il Bol
e
c
a
t
scevico” car
sulla Commemorazione
di Mao
a quelle pratiche. Attraverso
questo il proletariato in generale, compreso quello mugellano, può con un grande lavoro
tornare ad avere coscienza di
essere una classe per sé. Insieme al marxismo- leninismopensiero di Mao è il patrimonio
che noi compagni dobbiamo
far fruttare a cui dobbiamo dare
gambe nelle nostre realtà.
Studiamo, capiamo, applichiamo e propagandiamo il discorso del compagno Giovanni Scuderi, Segretario generale
del PMLI!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!
Organizzazione di Vicchio
del Mugello (Firenze)
del PMLI
Risoluzione dell’Organizzazione di
biella del PMLI
Facciamo nostra
l’esortazione
di Scuderi a
“Dare al PMLI un corpo
da Gigante Rosso”
Militanti e simpatizzanti dell’Organizzazione di Biella del PMLI ringraziano sentitamente il compagno Scuderi
e tutto il Comitato centrale del
Partito per l’enorme lavoro politico ed organizzativo che ha
permesso la realizzazione di
un importantissimo evento
come quello che abbiamo potuto vivere l’11 settembre a Firenze.
Il discorso del compagno
Scuderi ci ha consentito di ricordarci chi siamo, da dove veniamo e quali sono gli obiettivi
immediati e a medio-lungo termine che dobbiamo prefiggerci
per conquistare un’Italia unita,
rossa e socialista. Inevitabilmente il compagno Scuderi ci
ha ricordato che per seguire
tale fondamentale obiettivo storico dobbiamo “Dare al PMLI
un corpo da Gigante Rosso”.
Le analisi del compagno Scuderi hanno ripercorso, in modo
semplice e accessibile a tutte le lavoratrici e i lavoratori,
a tutte le studentesse e a tutti gli studenti, le fondamentali
tappe della nascita del marxismo, e dunque del socialismo
scientifico, che ha fornito al
proletariato una sicura bussola per giungere e ottenere con
certezza i propri obiettivi storici tra cui quello di trasformare
il proletariato, definitivamente,
da classe in sé a classe per sé
e ricomprendendo così la fondamentale necessità di distruggere il capitalismo per conquistare il socialismo che significa
infinite libertà formali e sostanziali per le masse.
Il capitolo sul leninismo ci ha
ricordato che per fare ciò il proletariato necessita di un Partito
granitico, formato da rivoluzionari di professione, uniti indissolubilmente gli uni agli altri
e coordinati dal potentissimo
strumento del centralismo democratico che rende il Partito
marxista-leninista unico ed invincibile.
Il capitolo sul pensiero di
Mao ci ha fatto riflettere sul
fatto che è stato solo grazie a
Mao se il marxismo-leninismo
è arrivato “sano e salvo” ai nostri giorni; integrato e sviluppato, appunto, dal pensiero di
Mao che ha manifestato tutta
la propria potenza ideologica,
politica e organizzativa sull’immensa Repubblica Popolare
Cinese e nel resto del mondo
tant’è vero che il PMLI nasce
dall’impulso rivoluzionario della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria cinese che, come
dice Mao, “Tocca l’uomo in
ciò che ha di più profondo”.
Per questo riteniamo che sia
stato fondamentale l’apporto di
Mao nella lotta contro il revisionismo moderno, incarnato in
Russia dalla cricca di Krusciov
e in Italia dalla banda di Togliatti, che giorno dopo giorno,
anno dopo anno, inganno dopo
inganno hanno indotto il proletariato nell’attuale situazione
pre-marxista in cui la borghesia italiana e internazionale riesce a fare e ottenere tutto ciò
che desidera e gli va a genio
trovandosi di fronte una classe
operaia addormentata politicamente dal riformismo, dal parlamentarismo, dal pacifismo e
dal costituzionalismo e che non
mette in discussione il capitalismo. Sta al PMLI intervenire
sul proletariato per risvegliarlo
e ricordargli di essere la classe che dovrà condurre, sotto la
direzione del suo Partito, il nostro Paese alla rivoluzione e
poi alla nascita della Repubblica socialista italiana in cui non
vi saranno più assurde disparità economiche e politiche, tanto meno sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
L’ultimo capitolo del discorso del compagno Scuderi è certamente quello che ha
maggiormente colpito l’interesse dei marxisti-leninisti biellesi in quanto ci ha tranquillizzati e rassicurati sul fatto che
non dobbiamo essere ansiosi
e demotivarci se non vediamo
risultati immediati al nostro lavoro politico perché, come ci
ricorda Mao, “il risveglio politico del popolo non è una
cosa facile. Per eliminare le
idee errate diffuse fra il popolo, dobbiamo fare seri e
considerevoli sforzi”. Infatti noi compagni biellesi anche
se ci prodighiamo annualmente nelle affissioni dei manifesti
di proselitismo del PMLI e al-
lestiamo rossi gazebo di propaganda non siamo ancora
riusciti a ottenere i risultati desiderati come l’aumento del numero di simpatizzanti che vorremmo, ma ciò non ci demotiva
affatto perché sappiamo che
attualmente le masse popolari
sono diffidenti in quanto sono
state illuse e prese in giro per
decenni da tutta una scia di falsi comunisti e falsi sindacalisti che, a parole, affermavano
di battersi nella difesa dei loro
interessi mentre, nel concreto,
lavoravano per il mantenimento dello status quo, per il mantenimento del libero mercato,
per il mantenimento del capitalismo. Ciononostante, è doveroso ricordarlo, le operaie e
gli operai biellesi ci ringraziano sentitamente e ci ammirano
quando noi compagni dell’Organizzazione di Biella del PMLI
scendiamo a loro fianco nelle dure battaglie in difesa del
posto di lavoro o per il mantenimento dei diritti sindacali;
come nel caso della solidarietà
militante che il PMLI.Biella ha
portato alle operaie e agli operai della fabbrica “F.lli Cerruti”
di Biella, destinati nei prossimi
mesi a perdere oltre sessanta
posti di lavoro. In quell’occasione chiunque prendeva il vo-
lantino di solidarietà del PMLI
sottolineava che le cose in Italia “Cambieranno solo con voi”.
Operare con spirito pioneristico non è facile, ma è certamente ricco di soddisfazioni
rivoluzionarie perché permette di battersi per aprire nuove
strade, di non ripetere e perdersi nello stato di cose attuali
della marcescente società capitalistica dove tutto è sempre
e solo “merce e mercato”.
Dunque accogliamo in pieno l’invito del compagno Scuderi quando dice: “La piazza è
il nostro ambiente ideale e naturale di lotta, assieme a quello delle fabbriche, dei campi,
delle scuole e delle università. Frequentiamola il più possibile per diffondere i messaggi
del Partito, per raccogliere le rivendicazioni, le idee, le proposte e le informazioni delle masse e per stringerci sempre più
ad esse”.
Prendiamo esempio da
Marx, Engels, Lenin, Stalin e
Mao per trasformare l’Italia e
noi stessi!
Tutto per il PMLI, il proletariato e il socialismo!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!
Organizzazione di Biella
del PMLI
Risoluzione dell’Organizzazione di
TRENTO del PMLI
Facciamo conoscere
il discorso di Scuderi,
approfondiamone
lo studio e
applichiamolo
Dopo una rilettura attenta,
riteniamo il discorso “Da Marx
a Mao” tenuto dal compagno
Giovanni Scuderi a nome del
CC del PMLI in occasione del
40° anniversario della scomparsa del Presidente Mao, un
documento di importante spessore storico e politico, fondamentale non solo per il Partito
ed i suoi militanti e simpatizzanti, ma anche per tutti i sinceri comunisti che con lealtà e
convinzione credono nel socialismo e lottano per esso, per gli
operai, i lavoratori agricoli, gli
studenti, i giovani e le donne,
i precari e i disoccupati di questo nostro Paese. Per questo
dovremo impegnarci al meglio
per diffondere, far conoscere e
discutere questo discorso.
È un discorso che convince
e che condividiamo appieno.
Fondamentale non solo per-
ché ripercorre “la vita teorico/
pratica” del socialismo scientifico e delle sue realizzazioni,
ma anche e soprattutto perché
senza alcuna forzatura, e anzi
in modo quanto mai semplice
e efficace, sa trasporre in essa
e in continuità con essa la situazione reale dell’oggi, l’attualità piena di tutte le contraddizioni e le difficoltà che stiamo
vivendo. Per questo riteniamo
che questo discorso non possa essere “archiviato” sia pure
dopo una analisi approfondita,
ma debba invece essere sempre tenuto “a portata di mano”,
oggetto di uno studio continuo
e duraturo nel tempo, pronto a
essere riconsultato e riesaminato per esserci di aiuto non
appena siamo attraversati da
SEGUE IN 12ª
ë
La piazza è il nostro ambiente ideale e naturale di lotta e di propaganda,
assieme a quello delle fabbriche,
dei campi, delle scuole e
delle università.
STARE
IN PIAZZA
Frequentiamola
il più possibile per diffondere i messaggi del
Partito, per raccogliere le rivendicazioni, le idee, le proposte
e le informazioni delle masse e per stringerci sempre più a esse.
12 il bolscevico / Commemorazione di Mao
ë DALLA 11ª
dubbi, incertezze e problematicità inerenti il nostro studio, il
nostro lavoro, la nostra attività
pratica.
Ci hanno colpito e fatto riflettere in particolare alcuni punti
del discorso del nostro Segretario generale. Egli, in maniera
efficace e argomentata, ha rimarcato come: “Da Marx a Mao
c’è un filo rosso ininterrotto sui
temi teorici, politici, economici
e organizzativi che riguardano
l’emancipazione del proletariato, la trasformazione della società capitalista, il socialismo,
l’imperialismo, le guerre di liberazione nazionali”.
Questo filo rosso si è dispiegato nella storia sia sul piano
teorico che su quello pratico
analizzando dialetticamente a
fondo il sistema capitalistico,
le sue contraddizioni e il suo
sviluppo sia nella sua struttura economica che nella sua sovrastruttura politica, sociale e
istituzionale; ma ha anche disegnato la mirabile architettura della sua alternativa, il sistema socialista, che ha trovato
espressione e forma attraverso
le sue due più importanti esperienze: la Rivoluzione d’Ottobre russa e la Rivoluzione cinese.
Il pensiero e l’azione di
Marx, Engels, Lenin, Stalin e
Mao sono un tutt’uno. Insie-
me formano una catena di acciaio indistruttibile. Ma se ne si
allargano le maglie per sfilare
uno solo di questi cinque anelli la catena perde la sua forza
e si rompe. Strumento di questa nefanda azione è stato il
revisionismo. Revisionisti vecchi e nuovi in ogni tempo, luogo e situazione hanno sempre
operato per impedire che nella
classe operaia e nelle masse
oppresse e sfruttate si formasse una coscienza rivoluzionaria, tenendole imbrigliate nelle pastoie del riformismo e del
parlamentarismo. E là dove la
rivoluzione ha vinto si sono annidati all’interno del nuovo ordinamento socialista agendo
come le metastasi di un cancro
in un corpo sano.
“Il marximo-leninismo-pensiero di Mao – sottolinea il compagno Scuderi – non è combattuto solo dalla borghesia, dagli
imperialisti, dai reazionari e dai
fascisti, ma anche dai revisionisti, ossia dai suoi revisori travestiti da comunisti e finanche
da marxisti-leninisti…. Sia gli
antichi sia i moderni revisionisti in particolare non tolleravano la concezione del Partito del
proletariato, la dittatura del proletariato, la rivoluzione proletaria, il materialismo dialettico e
il materialismo storico, la lotta
di classe. Muoversi all’interno
delle libertà, della democrazia
e del parlamentarismo borghesi era la loro politica…. Mao ha
Concludiamo la rubrica a disposizione dei simpatizzanti, degli amici e degli alleati del PMLI, nonché delle lettrici e dei lettori de “Il Bolscevico” anticapitalisti e antifascisti, che si sono
espressi sul discorso di Scuderi “Da Marx a Mao”.
Grazie a tutti.
Affascinato dal
discorso di Scuderi
di Dario - Napoli
La commemorazione di
Mao, da “Marx a Mao”, organizzata dal PMLI è stata molto
bella perché molto istruttiva. Il
film documentario sulla vita di
Mao mi ha aperto gli occhi e ha
aumentato la mia ammirazione per il leader comunista cinese. Nato nel 1893 Mao vive in
un’epoca in cui la Cina era uno
Stato semifeudale, sottomes-
sa e sfruttata dalle potenze capitaliste occidentali. Famose
sono le rivolte antimperialiste
cinesi di Taiping del 1850-1864
e dei Boxer del 1899-1901.
Nel 1919 a 27 anni Mao legge
il “Manifesto del Partito comunista” di Karl Marx e nel 1921
tra mille difficoltà riesce con un
gruppo di amici, su una barca,
a fondare sui principi del marxismo-leninismo il PCC, Partito
N. 43 - 24 novembre 2016
avuto un ruolo fondamentale
nello smascherare i revisionisti moderni fin da quando hanno preso il potere in URSS nel
1956 con un colpo di Stato….
Mao da allora non ha dato tregua ai revisionisti kruscioviani
che si annidavano anche nel
Partito comunista cinese. E
quando quest’ultimi hanno cominciato a brigare per restaurare il capitalismo in Cina gli
ha scatenato contro la Grande
Rivoluzione Culturale Proletaria mettendo a nudo le ‘raffinate’ teorizzazioni pseudo marxiste-leniniste di Liu e Deng da
una parte e di Lin Biao dall’altra
parte. Quello che è stato prodotto da Mao nell’arco di tempo
che va dal 1956 alla sua morte
è di fondamentale importanza
per farsi un’idea approfondita
del revisionismo, per acquisire
una autentica concezione proletaria del mondo e per capire
quello che è veramente successo nel movimento comunista internazionale”.
Dobbiamo capire bene e far
conoscere quanto affermato
dal compagno Scuderi. La sua
analisi del revisionismo ne mostra appieno l’essenza e le peculiarità e permette a tutti nel
Partito e fuori di esso, di distinguere i veri dai falsi comunisti, di capire chi nel socialismo
crede davvero e lotta per realizzarlo e chi, opportunisticamente lo riduce a mero slogan
da agitare a proprio tornaconto
personale o di partito. Venendo al nostro Paese il compagno Scuderi evidenzia le varie forme di revisionismo che si
sono via via succedute in Italia e che hanno comportato la
decomunistizzazione, la deideologizzazione e la derivoluzionarizzazione delle masse e da
cui è scaturito l’attuale principale partito borghese di governo il PD del nuovo duce Renzi. Questo governo in assoluta
continuità con i governi precedenti, siano essi stati “tecnici”
o della “destra borghese”, sta
continuando a far gravare sulle sole spalle delle masse popolari l’intero peso della ormai
quasi decennale gravissima
crisi economica, impoverendo
sempre più la classe operaia e
i lavoratori, privandoli dei diritti
via via conquistati in decenni di
lotte, lasciandoli in balia della
precarizzazione e della disoccupazione e finendo di smantellare tassello dopo tassello il
sistema di welfare.
Inoltre Renzi, dice il compagno Scuderi, “ha accentrato il
potere sul governo e su di sé
esautorando il parlamento, ed
ora con la controriforma del senato tenta di completare il regime neofascista perseguito
dalla P2, dai fascisti e da Berlusconi. Va fermato votando
NO al referendum. Questa è
una battaglia storica antifascista che riguarda tutto il popolo,
compreso gli astensionisti, che
in questo caso hanno il dovere
e l’interesse a recarsi alle urne
e votare NO. Perché come ha
detto il Comitato centrale del
PMLI nel documento su referendum, esso rappresenta un
punto di svolta cruciale, perché sono in ballo l’affossamento definitivo della Costituzione
del 1948 e delle residue libertà democratico-borghesi e la
difesa dei diritti e delle conquiste dei lavoratori e delle masse
popolari”.
Come non essere d’accordo! Dobbiamo quindi impegnarci al massimo delle nostre
possibilità e capacità nella battaglia referendaria per spiegare e chiarire le ragioni del NO e
far vincere il NO!
Noi crediamo nel socialismo. Siamo convinti, oggi più
che mai, che il socialismo è
l’unica vera alternativa a questo putrido sistema capitalistico. Ma sappiamo anche, come
ci insegnano i nostri Maestri,
che condizione essenziale per
raggiungere questo obiettivo è
un forte e radicato Partito saldamente ispirato e guidato dai
principi del marxismo-leninismo-pensiero di Mao, reale
avanguardia cosciente e organizzata della classe operaia.
Dobbiamo quindi riflettere,
capire e realizzare quanto il
compagno Scuderi ci insegna
e ci esorta a fare, in primo luogo attraverso il suo esempio e
la sua totale dedizione alla cau-
sa del socialismo e del PMLI:
“Oggi più che preoccuparci di
quando arriverà il socialismo,
di quando avverrà la svolta rivoluzionaria della lotta di classe, di quando il proletariato si
schiererà con noi, dobbiamo
preoccuparci di dare al PMLI
un corpo da Gigante Rosso
radicandolo ed estendendolo
nelle città e regioni dove siamo presenti, in modo da ricavarne le forze per espanderlo
in tutta Italia. Questo deve essere il nostro obiettivo strategico a medio termine. Questo è
quello che ci è richiesto dall’attuale lotta di classe e dall’attuale situazione del nostro Paese.
Se non ce la facciamo a raggiungere tale obiettivo a medio termine, non ci resta che rilanciarlo una o più volte fino a
conquistarlo. Non tutto dipende
da noi, cioè dalle nostre capacità e dal nostro impegno. Noi
abbiamo in mano solo metà
della chiave del problema, l’altra metà l’hanno la lotta di classe, il proletariato e le nuove generazioni”.
Impegno dunque per far conoscere il discorso del compagno Scuderi “Da Marx a Mao”
approfondirne lo studio e la
messa in pratica.
Impegno per vincere la battaglia del NO al referendum.
Impegno per dare al PMLI
un corpo da Gigante Rosso.
Organizzazione di Trento del
PMLI
Comunista Cinese perché ama
il suo popolo e perché è molto
entusiasta della rivoluzione sovietica del 1917 guidata da Lenin e Stalin.
A me è piaciuto molto l’umiltà di Mao che lo faceva stare tra le masse perché aveva
fiducia in loro. L’esercito comunista cinese sotto la guida
di Mao impiegò 370 giorni dal
16 ottobre 1934 al 22 ottobre
1935 per passare dal Jiangxi
allo Shaanxi e per percorrere circa 12.000 km tra altopiani aridi, montagne prive di
strade, cime innevate e fiumi
imponenti come il Chang Jiang
per combattere la borghesia
cinese e il suo esponente, il
Guomindang nazionalista di
Chiang Kai-Shek. Mao da vero
marxista-leninista combatte i
vari imperialismi capitalisti europei, americano e quello fascista giapponese nella seconda guerra sino-giapponese
del 1937-1945 e dal 1945 con
l’aiuto dell’Urss di Stalin combatte di nuovo contro il Guomindang, rischiando più volte
la vita.
Il 1° Ottobre del 1949 la
Cina libera dallo sfruttamento
imperialista diventa una repubblica socialista con economia
pianificata e con una dittatura del proletariato su modello
di quello sovietico con il nome
di RPC, Repubblica Popolare Cinese. Mao Zedong divenne presidente del Consiglio del
governo centrale del popolo,
primo organismo della RPC e
inoltre scrive molte opere poli-
tiche dando un grande contributo al marxismo-leninismo.
Il presidente Mao intraprende
l’industrializzazione socialista
della Cina che è un successo.
Dal 1956 avvia il Grande Balzo in Avanti grazie al quale l’agricoltura e l’industria hanno un
rapido sviluppo socialista e nascono nelle campagne cinesi le
comuni popolari. Mao, per liberare la Cina dal revisionismo e
dagli agenti della borghesia cinese e straniera rappresentati dalla banda fascista di Deng
Xiaoping, guida la Rivoluzione
Culturale Proletaria che coinvolge e entusiasma le guardie
rosse e il popolo cinese, soprattutto i giovani.
Il documentario del PMLI su
Mao è uno dei pochi filmati che
racconta la storia del socialismo cinese con onestà e con
obiettività che sono valori tipici
dei comunisti marxisti-leninisti
rivoluzionari. Nel documentario
si mette in evidenza l’amicizia
tra Stalin e Mao, quest’ultimo
ha denunciato le menzogne del
rapporto di Krusciov, restauratore del capitalismo in Urss,
contro il leader Stalin.
Il PMLI nel suo sito internet
spiega come nel film espone
con onestà e obiettività la storia della Cina maoista. L’omaggio del PMLI a Mao, nel suo
paese natale di Shaosan, è un
evento storico che mi ha affascinato molto.
Sono rimasto affascinato da
come Giovanni Scuderi spiega il marxismo con obiettività e
con genuinità e priva di influen-
ze borghesi. Sono pienamente d’accordo con il Segretario
generale del PMLI quando egli
dice il socialismo è la distruzione del capitalismo perché uno
Stato socialista con economia
capitalista ha gli stessi difetti di
uno Stato liberaldemocratico
capitalista o nel peggiore dei
casi di uno Stato fascista, che
sono le “morti bianche”, la delinquenza, la povertà e lo sfruttamento, per cui non è un vero
Stato socialista.
Dice Mao: “Per quel che
concerne la concezione del
mondo, nel mondo attuale ci sono fondamentalmente solo due ‘scuole’, quella della borghesia e quella
del proletariato. O si accetta la concezione proletaria
del mondo o si accetta quella della borghesia. La concezione comunista del mondo
è la concezione del mon-
do del proletariato e non la
concezione del mondo di altre classi”. Trovo queste frasi molto realistiche perché la
storia è lotta di classe. Uno
dei tanti esempi è la rivolta di
Spartaco contro la Repubblica
romana nel 73-71 a.C. Sono rimasto molto felice nel vedere il
film.
È necessario cacciare il
premier Renzi perché fa solo
chiacchiere e promette di fare
cose che non farà portando in
avanti la politica dei suoi predecessori borghesi, quella
del chiacchiericcio e del non
fare. Oggigiorno il PMLI è l’unico partito comunista marxista-leninista che può liberare
l’Italia dallo sfruttamento capitalista, prendendo a modello Marx, Engels, Lenin, Stalin
e Mao che sono i cinque Maestri del proletariato internazionale.
Il PMLI può essere
lo specchio dove si
possono riflettere i
giovani in cerca del
Partito che lotta per il
socialismo
di Filiberto - Napoli
Il discorso pronunciato dal
compagno Giovanni Scuderi è molto chiaro, oltre al fatto
che parla delle problematiche
mai risolte da nessun politico
italiano, mette in rilievo concetti di base per una rivoluzione. Per primo, dobbiamo imparare e essere vicino al Partito
come dei figli, bere latte materno. Dobbiamo impegnarsi
nel diffondere le idee socialiste, cominciando dal far capire
alle masse che al referendum
costituzionale bisogna votare
NO.
Dobbiamo ingrandire il par-
tito PMLI facendolo diventare un Gigante Rosso radicandolo e estendendolo nelle città
e regioni dove siamo presenti.
Chiaro che non tutti i membri
del Partito PMLI possono essere i primi, ma stare tra i primi rafforza la lotta, l’orgoglio di
appartenere al Partito la voglia
di cambiare attraverso il partito comunista come dice Mao.
Dobbiamo essere lo specchio
dove si possano riflettere i giovani che non appartengono al
PMLI, dobbiamo essere l’esempio dei giovani e delle donne che hanno perso l’entusiasmo giovanile.
cronache locali / il bolscevico 13
N. 43 - 24 novembre 2016
Indetta dai lavoratori della storica fabbrica e appoggiata da gran parte della
popolazione
Manifestazione a Sesto Fiorentino
a sostegno della Richard Ginori
‡‡Da una compagna sestese
del PMLI
“Il futuro della Ginori è Sesto
Fiorentino” con questo striscione si è aperto il lungo corteo che
ha attraversato le vie di Sesto
Fiorentino martedì 8 novembre. Una manifestazione indetta
dalle lavoratrici e dai lavoratori
della Richard Ginori a cui si è
unita una gran parte della popolazione di Sesto per appoggiare
la storica fabbrica di ceramiche
toscana, che dopo un periodo
di profonda crisi dove si sono
rischiati posti di lavoro ora si
trova a dover affrontare un possibile sfratto dal terreno dove è
ubicata.
Nella conferenza stampa prima della manifestazione svoltasi
il 28 ottobre le 4 sigle sindacali
Cgil, Cisl, Uil e Cobas di categoria hanno elencato le tre richie-
ste dei lavoratori:
1. No a speculazioni su
quell’area: l’azienda acquisisca
al più presto il terreno su cui sor-
Sesto Fiorentino (Firenze), 28 novembre 2016. La manifestazione dei
lavoratori della Richard-Ginori
L’accusa per il governatore campano
amico di Renzi è falso in atto pubblico
Il plurinquisito
De Luca rinviato
a giudizio
‡‡Redazione di Napoli
Il 27 ottobre scorso il Giudice dell’udienza preliminare (Gip)
del Tribunale di Salerno, Pietro
Indimineo, ha rinviato a giudizio il plurinquisito governatore
PD della Campania Vincenzo
De Luca per una vicenda riguardante il passato incarico di
sindaco della città salernitana.
L’accusa è di falso in atto pubblico nell’ambito dell’inchiesta
sui lavori di piazza della Libertà,
accusa estesa a altre persone
tra cui i componenti della giunta
comunale di Salerno nel 2010,
imprenditori e tecnici comunali
che dovranno affrontare il processo penale.
I fatti penalmente rilevanti riguardano dei lavori relativi
alla centrale piazza Libertà con
opere di presunta riqualificazione urbanistica della zona di
Santa Teresa del valore di 8 milioni di euro, considerata il fiore
all’occhiello della giunta antipopolare di De Luca. Secondo la
Procura di Salerno, che indagò
nel 2011 De Luca, la variante finita nel mirino fu approvata per
un imprevisto geologico emerso in corso d’opera – ossia una
falda acquifera risultata più alta
del previsto – che rappresentava un ostacolo alla prosecuzione dell’opera nella zona della
ge la fabbrica. È indispensabile
che il gruppo Kering e la liquidazione che possiede il terreno si
accordino per l’acquisto.
spiaggia di Santa Teresa. In realtà la variante si sarebbe resa
necessaria per mettere riparo a
un errore commesso in fase di
progettazione e, secondo i pubblici ministeri, questo errore sarebbe poi gravato sulle tasche
delle masse popolari salernitane
che dovevano pagare dazio per
questo falso in atto pubblico.
L’inchiesta era partita da
diverse denunce dei Comitati
territoriali di Salerno, recentemente impegnati nella lotta per
la chiusura dello stabilimento
Pisani che ha inquinato Salerno al 90% con polveri sottili:
secondo i portavoce dei Comitati di lotta, i rischi idrogeologici
connessi all’opera erano ormai
evidenti e questa segnalazione
destò la preoccupazione e l’allarme della Procura che cominciò le indagini sulla giunta. Fase
delle indagini che si è conclusa
con la decisione del giudice salernitano di rinviare a processo
De Luca e molti dei componenti della sua giunta comunale.
Ma sia il governatore che gli
altri futuri imputati si sono ben
guardati da rilasciare dichiarazioni sull’ennesimo fatto grave
che contraddice la fantomatica
“buona amministrazione” di cui
si vanta l’attuale governatore
campano.
Numero di telefono
e fax della Sede centrale
del PMLI
e de “Il Bolscevico”
Il numero di telefono e del fax della Sede
centrale del PMLI e de “Il Bolscevico” è il seguente 055 5123164. Usatelo liberamente,
saremo ben lieti di comunicare con chiunque è interessato al PMLI e al suo Organo.
2.
Progetto
Industriale:
l’azienda, che ha mostrato fino
ad oggi di credere nel progetto Ginori, una volta acquisito
il terreno, attui gli investimenti
necessari per la riqualificazione
dell’attuale stabilimento.
3. Museo Ginori: si lancia un
appello perché, una volta assicuratisi che la fabbrica rimanga
accanto al Museo, il maggior
numero di soggetti pubblici e
privati del territorio concorrano alla riapertura del Museo di
Doccia che è un patrimonio inestimabile della storia della città
e del lavoro.
Tre punti che trovano il sostegno della popolazione di Sesto
Fiorentino per
salvaguardare
la fabbrica che è di importanza
vitale per il territorio della piana
e per tutta l’area metropolitana
fiorentina.
Impiegati oltre 300 uomini tra carabinieri, poliziotti e vigili urbani, blindati, idranti e una ruspa
Sgomberato manu militari
il centro sociale “Corto Circuito”
Ma la sindaca Raggi se ne lava le mani, in continuità con i suoi
predecessori Marino e Alemanno
All’alba del 13 ottobre su ordine della magistratura oltre 200
agenti di polizia e carabinieri in
assetto antisommossa, 50 vigili urbani e 3 squadre di vigili del
fuoco a bordo di blindati, idranti
e perfino una ruspa, hanno dato il
via a Roma allo sgombero forzato
del centro sociale CSOA Corto
Circuito, in via Filippo Serafini 57,
punto di riferimento dal 21 aprile
del 1990 per generazioni di attivisti e sede di numerose attività
culturali e sportive nel popolare quartiere Tuscolano periferia
Sud-Est.
L’intera zona è stata blindata e
chiusa al traffico e ai pedoni per
dare seguito manu militari a una
delibera approvata dall’amministrazione Marino, eseguita con
solerzia mussoliniana dal commissario poliziotto Tronca e di fatto coperta dalla sindaca 5 stelle
Raggi che non ha mosso un dito
per fermare lo sgombero.
Per dare seguito alla delibera
che considera il patrimonio comunale una merce da offrire sul
mercato Tronca ha schierato un
intero plotone di “forze dell’ordine” che alla popolazione più
anziana ha fatto tornare in mente
i rastrellamenti nazi fascisti del
1943 del maggiore Kappler.
La Questura parla di una
“operazione di polizia giudiziaria
in attuazione di tre distinti decreti
di sequestro preventivo emanati
dalla magistratura romana a fronte di gravi abusi compiuti in zona
Don Bosco all’interno di un terreno di proprietà comunale su cui
sorgeva una scuola e uno spazio
all’esterno dell’area”.
Quattro anni fa la storica sede
dei movimenti romani prese fuoco a causa di un guasto all’impianto elettrico. Gli attivisti che
lo frequentano con l’aiuto della
popolazione si rimboccarono le
maniche e ricostruirono con tecniche di bioedilizia l’intera area
del padiglione andata distrutta.
Un lavoro eccellente, eseguito
senza autorizzazioni che il comune si è sempre guardato bene dal
concedere, ma che in breve tempo ha restituito al quartiere uno
spazio di aggregazione sociale
fruibile dalle masse popolari per
svolgere attività di studio, culturali, sportive e ricreative e di aggregazione sociale.
Non così per le amministrazioni dell’epoca, Alemanno e Marino, secondo cui al Corto Circuito è stato commesso un “abuso
edilizio” che andava sanato al più
presto militarmente così come da
apposita delibera comunale. E
sulla scia di quella delibere a centinaia di altre realtà associative è
stato ordinato di sloggiare dalle
loro sedi con diffide, ingiunzioni,
minacce, oltre a sfratti e sgomberi. Uno di questi ha colpito il 10
ottobre addirittura anche il Circolo Anpi di Centocelle.
Il “sequestro e lo sgombero
dell’area” chiariscono infatti gli
attivisti del Corto Circuito si inscrive in un attacco più generale
agli spazi sociali della Capitale
che, secondo una linea decisa
dall’amministrazione Marino vorrebbe che tutti gli spazi comunali, proprio quelli che avevano
strappato un riconoscimento,
vengano rimessi a bando, pagare
un canone e rispettare logiche ‘di
mercato’”.
“La nuova amministrazione
della sindaca 5 Stelle Raggi dispone degli strumenti per fermare questa oscenità – spiegano
ancora al Corto Circuito – Innanzitutto far sentire il suo ruolo
di proprietario dell’area e degli
stabili. E poi superare definitivamente il contenzioso con la Corte
dei conti che riguarda centinaia di
realtà di Roma e che solo atti politici dovuti da parte della nuova
giunta possono risolvere”.
Dal Campidoglio il consigliere pentastellato Pietro Calabrese veste i panni di Ponzio Pilato
e ribadisce che: “Si tratta di un
intervento per cui c’è un’ordinanza da tempo. Abbiamo ricevuto
soltanto stanotte l’ordinanza e
ci avevano assicurato che non
c’era sgombero e che eliminato
il pericolo di sicurezza si sarebbe permesso agli occupanti di
rientrare”. Gli fa eco il presidente
del municipio di Cinecittà: “Né il
Municipio né il Comune sono stati messi al corrente di tale operazione, perché non di competenza
di questa amministrazione”.
Ma i centri sociali romani non
ci stanno e ribadiscono che ormai
Roma è: “una città in cui il commissariamento sembra non esaurirsi mai” e chiedono alla sindaca
Raggi “di prendere posizione netta a difesa del Corto Circuito e di
tutti gli spazi di partecipazione e
autogestione a rischio sgombero”.
In serata, un partecipato corteo cittadino ha attraversato le
strade del quartiere ed è arrivato
fin dentro il recinto del centro sociale, nel giardino intitolato a Stefano Cucchi. Qui i manifestanti
hanno chiamato direttamente in
causa la Raggi in quanto “il Comune è stato nominato custode
giudiziario di questo posto” e
pertanto spetta al Campidoglio
decidere entro due settimane se
restituire l’area a chi l’ha prima
strappata all’abbandono e poi
fatta vivere, oppure lasciare che
l’autorità giudiziaria proceda alla
demolizione: “Adesso è il Campidoglio che deve esprimersi
– avverte un attivista del Centro
sociale – Non si sfugge a questa
situazione”.
Nell’esprimere tutta la propria
solidarietà militante e di classe
agli attivisti del CSOA Corto Circuito, gridiamo insieme a loro, rivolti alla Raggi e a Tronca, “Giù le
mani dai centri sociali”!
Conto corrente postale 85842383 intestato a:
PMLI - Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 Firenze
14 il bolscevico / cronache locali
N. 43 - 24 novembre 2016
Corteo antifascista
Manganellati i giovani e i disoccupati
e
antirazzista
che volevano entrare al Palacongressi
contro Salvini
dove
c’era
Renzi
Annunciata una manifestazione nazionale per il NO il 18 novembre a Napoli
a Firenze
A Napoli durante l’Assemblea nazionale sul Mezzogiorno
‡‡Redazione di Napoli
Sabato 12 e domenica 13
novembre, si è tenuta a Napoli
l’Assemblea Nazionale sul Mezzogiorno “Economia, politica e
sviluppo per il Sud”, promossa
da governo, Regione Campania e
Unioncamere, una due giornate di
incontri che ha visto protagonisti
in negativo il nuovo duce Renzi
e il governatore della Campania
Vincenzo De Luca. Nella sala del
Palacongressi della Mostra d’Oltremare a Fuorigrotta, le giornate
hanno visto l’alternarsi di siparietti
sulla situazione del Mezzogiorno
da parte dei due boss del PD, ma
anche passaggi sul sostegno al
Sì al referendum. Il tutto mentre
veniva vietato l’ingresso alle masse popolari, bloccata quasi interamente la zona Ovest di Napoli
con presìdii delle “forze dell’ordine” in assetto antisommossa
nelle vie di raccordo del traffico,
viale Kennedy, viale Terracina e
via Diocleziano, a ridosso dello
stadio San Paolo.
Due cortei dei giovani dei
Centri sociali e dei disoccupati
napoletani hanno organizzato la
protesta contro questa ennesima buffonata che non ha prodotto nulla sulla questione del
Mezzogiorno. Da una parte De
Luca che parlava dell’assunzione
di 200mila nuovi amministrativi
meridionali nella pubblica amministrazione; dall’altro Renzi che,
invece, diceva che per il Sud si è
fatto poco, si è solo all’inizio e, in
sintonia con le dichiarazioni del
ministro Alfano, i soldi destinati
allo sviluppo del Sud serviranno
per la lotta alla criminalità organizzata (quindi assunzioni sì nella
pubblica amministrazione ma che
servano a rinfoltire gli organi di
polizia), per le infrastrutture e per
Cantata “Bella Ciao”
‡‡Redazione di Firenze
Firenze antifascista e antirazzista ha dato una decisa risposta di
piazza alla presenza del caporione fascioleghista Matteo Salvini e
dei suoi alleati neofascisti. Sabato
12 novembre, in contemporanea
con il loro comizio in piazza S.
Croce gli antifascisti hanno dato
vita a una manifestazione indetta
da collettivi, studenti medi e universitari, centri sociali e “sindacati di base”. L’appuntamento nella
Napoli, 13 novembre 2016. La manifestazione contro Renzi e De Luca duramente repressa dalla polizia
lo sviluppo del turismo.
Nessun piano serio per il lavoro, dunque, scaturiva da questa
fantomatica assise e niente si diceva contro la desertificazione industriale che avanza in Campania
e nel resto del Sud, con la conseguente emorragia di posti di lavoro – come ha dovuto ammettere
anche l’ex sindaco di Salerno – e
l’emigrazione di migliaia di giovani oltre confine.
Verso tarda mattinata si verificavano durissimi scontri tra i manifestanti dei due cortei e le “forze
dell’ordine” che, in assetto antisommossa respingevano giovani
e disoccupati con il manganello.
Per piegare la resistenza opposta dai partecipanti al corteo, gli
agenti hanno usato anche lacrimogeni e idranti per allontanare
i contestatori che annunciavano,
tra l’altro, oltre alla loro ferma opposizione alle politiche sociali del
governo Renzi anche l’importante
manifestazione nazionale del 18
novembre per il NO al referendum
costituzionale. Nonostante la forte repressione, alcuni disoccupati
riuscivano a raggiungere il Palacongressi della Mostra d’Oltremare contestando subito De Luca
il quale, chiamando ancora una
volta le “forze dell’ordine”, portava con forza i disoccupati fuori, bollandoli come gente che fa
“ammuina” senza risolvere nulla.
Piena e totale la solidarietà
di noi marxisti-leninisti ai manifestanti, soprattutto giovani dei
Centri sociali e disoccupati appartenenti al movimento in lotta
per il lavoro, nuovamente picchiati dal governo del nuovo duce.
Una giornata nera per il Mezzogiorno perché alla fine l’assemblea si è conclusa con un nulla
di fatto da parte dei compari e
amici Renzi e De Luca, mentre la
platea si aspettava maggiori risposte sui temi caldi della Sanità,
dell’Università, delle infrastrutture, dei trasporti e degli asili nido:
tutti settori, assieme a quello del
lavoro, dove la Campania è ormai fanalino di coda in Italia per
fondi stanziati dal governo. Nella
regione l’aspettativa di vita è più
bassa; gli iscritti fuori corso sono
Trump e la Clinton sono due facce
diverse dello stesso capitalismo
di Eugen Galasso - Firenze
Qualche premessa va fatta: negli States (Usa) non c’è l’elezione
diretta del presidente ma i cittadini
di ogni Stato, previa registrazione
(e registrarsi non è per nulla “automatico”) votano i delegati, i “Great
Electors” che a loro volta concorrono a far eleggere il presidente.
Meccanismo borghese e rigidamente escludente, anche senza
considerare la vera “bomba mediatica” (il potenziale elettore sceglie l’immagine che ha visto di più,
che lo ha maggiormente colpito),
per cui chi vota rappresenta meno
di metà del potenziale corpo elettorale. Stavolta ha votato il 55,6%
degli iscritti alle liste.
In alcuni strati sociali (gran parte del proletariato e in tutto il sottoproletariato) non si vota affatto,
sapendo che una votazione presidenziale non cambierà l’“attuale
stato di cose”, ossia la struttura
della società capitalistica, che
l’elettore/elettrice sia conscio di
vivere in tale società puramente
capitalistica, o che invece la cosa
indistintamente, come se il suo
sguardo fosse velato.
L’unica novità dell’attuale anno
elettorale, a parte i soliti candidati, senza alcuna chance, “libertarians” (libertari), ossia anarcoidi
di estrema destra che criticano
lo Stato senza in alcun modo volerne mettere in discussione la
struttura
borghese-capitalista,
vicina piazza dei Ciompi, da dove
è partito il corteo che ha percorso
vari strade del centro storico per
poi ritornare nella stessa piazza.
Oltre 500 manifestanti hanno
fatto sentire il loro “no al fascismo
leghista” scandendo incessantemente slogan come “fuori la Lega
da Firenze, quella è la piazza del
razzismo”. Cantata “Bella Ciao”.
I manifestanti si sono fatti sentire
dai leghisti arrivando fino all’angolo tra via dell’Agnolo e via Verdi, vicinissimi a piazza S. Croce.
anzi volendo tornare a un passato nel quale dominava la triade
Dio-Patria-Famiglia, solo radicato
in un contesto locale, nel quale il
controllo sociale sui singoli è più
forte, mentre nello Stato esso
si disperderebbe. Altri outsiders
sono sostenitori dei diritti inalienabili di certi alberi e di certe
piante-ecologismo, anzi “deep
ecology” (ecologia profonda, anche nel senso che ci si perde nel
fitto della foresta, perdendosi a
guardare gli alberi, senza vedere
la foresta, che è la struttura capitalistica della società).
Del resto negli States, la stessa
espressione “socialist” - anche se
virata in senso socialdemocratico
fa ancora sobbalzare/tremare viene usata come insulto, come
parola denigratoria, triste retaggio
dell’epoca del senatore Joseph
Mc Carthy, fanatico anticomunista, manovrato però, quasi “teleguidato” da Cia e Fbi. Quando,
fino all’inizio dell’estate scorsa era
sceso in campo Bernie Sanders,
candidato del Partito Democratico
ma definitosi “socialista” (in altre
occasioni “socialdemocratico”),
aveva suscitato interesse in qualcuno (proletario o studente) ma
da varie persone era stato redarguito come “antiamericano”. Poi,
invece, i veri leader, sempre ovviamente espressione del capitale
e del capitalismo: in tempi abbastanza recenti lo erano i Kennedy,
“grande famiglia” dalle forti con-
nessioni con la mafia irlandese, i
Bush, altra “dinastia” capitalista,
ma neppure Jimmy Carter e Ronald Reagan erano poveri in canna. Chi ascende alla candidatura
del Democratic Party e del Grand
Old Party (repubblicani) ha dietro
di sé i finanziamenti del partito ma
anche quelli personali (finanziamenti quasi sempre “sporchi”).
Del capitalismo Hillary Clinton
e Donald Trump sono solamente
due facce diverse: la prima appoggiata dal capitalismo finanziario di Wall Street, il secondo
immobiliarista anche spregiudicato, dove carattere e immagine
contano ipertroficamente solo in
un mondo dominato dai media,
altra funzione necessaria del capitalismo. Del resto, nonostante le
grandi differenze caratteriali, hanno percorsi politici simili, anche se
la Clinton ha iniziato a fare politica
fin da giovanissima: dapprima seguace di Barry Goldwater, candidato repubblicano di estrema destra (voleva usare le armi atomiche
contro l’eroico popolo del Vietnam
del Nord) alle elezioni del 1964,
contro Lyndon B. Johnson, poi
sempre “democratica” di establishment, mentendo, ingannando,
corrompendo.
Il miliardario Trump, non meno
truffaldino e ingannatore, ha fatto
un vero slalom tra i due partiti: repubblicano, democratico, poi di
nuovo repubblicano, fino alla presidenza.
in numero consistente e c’è un
calo forte dei nuovi iscritti all’università; i servizi sociali che si dovrebbero affiancare all’istruzione
e migliorarla, latitano completamente, soprattutto nel capoluogo
partenopeo; i finanziamenti per le
infrastrutture e, soprattutto, per
le strade nuove e da manutenere
è più basso che al Nord; gli asili nido stanno all’anno zero, con
un fabbisogno nettamente al di
sotto della richiesta delle masse
popolari. Un disastro totale le cui
responsabilità politiche oltre a ricadere su Vincenzo De Luca, non
possono che riguardare anche il
premier Renzi.
Firenze 12 novembre 2016. La manifestazione di protesta contro Salvini a Firenze
Prima di morire mi autocritico,
“il PMLI è il vero e unico partito
del proletariato”
Ferdinando Puglia, già militante del PMLI, in data 8 novembre, ha inviato al Centro
del PMLI la seguente mail.
Cari compagni,
volevo salutarvi un’ultima
volta prima che la malattia da
cui sono affetto da circa un
anno mi porti via. Ma prima
di salutarvi voglio porvi le mie
sincere e profonde scuse per
gli errori gravi e inammissibili
che ho commesso nei confronti del Partito e in primis
dell’Istanza di cui facevo parte
e di cui sono stato onorato di
esserne il Segretario, la Cellula “Vesuvio Rosso” di Napoli
del PMLI.
Faccio questa autocritica
non con l’intenzione di essere
riabilitato e essere riammesso
nel Partito. Non merito nemmeno di essere riammesso
come simpatizzante. Scrivo
queste parole soltanto per ribadire che per me siete il vero
e unico partito del proletariato.
Vi porgo di nuovo le mie
scuse sincere per le scorrettezze che ho commesso verso di voi.
Viva il PMLI! Coi Maestri
vinceremo!
Ferdinando Puglia
Napoli, 8 novembre 2016
Siamo di nuovo compagni,
e da compagni ti salutiamo
Di seguito la risposta del
Centro del PMLI.
Caro compagno Ferdinando,
siamo rimasti sorpresi e
commossi per la tua importante dichiarazione, che non
ha precedenti nella storia del
nostro Partito.
Non sapevamo nulla della tua malattia e che non hai
più speranza di vita. Ne siamo
profondamente
dispiaciuti,
ora che ti sei ricongiunto col
nostro amato Partito.
Accettiamo la tua sincera
autocritica. Aver riconosciuto
i tuoi “gravi e inammissibili er-
rori” e aver chiesto scusa è un
esempio e un incoraggiamento per i compagni che hanno
avuto, hanno o avranno simili
contraddizioni col Partito.
È molto importante che tu
abbia ammesso che il PMLI
“è il vero e unico partito del
proletariato”, dopo averlo
messo in dubbio nel passato.
Con questa tua dichiarazione, che renderemo pubblica,
hai reso un grande servizio al
PMLI e alla causa.
Ricorderemo di te i momenti belli della tua lunga
militanza marxista-leninista, i
successi che la Cellula “Vesuvio Rosso” ha ottenuto quan-
do ne eri Segretario e i tanti
sacrifici che hai sostenuto
per il Partito, il proletariato e
la causa.
Finché sei stato nel Partito
eri una bandiera rossa e un
esempio per i compagni napoletani e per tutto il Partito.
Ora che la contraddizione
tra te e il Partito è stata risolta,
ti rendiamo l’onore e l’appellativo di compagno. Siamo di
nuovo assieme e affratellati
dalla comune missione politica rivoluzionaria. Siamo di
nuovo compagni, e da compagni ti salutiamo con affetto
e riconoscenza. Un fraterno
abbraccio.
esteri / il bolscevico 15
N. 43 - 24 novembre 2016
L’imperialismo americano utilizza i curdi
“siriani” per strappare Raqqa all’IS e
darla alla Turchia fascista
A tre settimane dall’inizio
dell’offensiva guidata dal governo iracheno contro Mosul,
la principale città controllata dallo Stato islamico (IS) in
Iraq, è partita quella contro la
capitale dell’IS, la città siriana di Raqqa, condotta dalle
Forze Democratiche Siriane
(SDF nell’acronimo in inglese), l’alleanza arabo-curda.
In entrambi i casi determinante è l’appoggio aereo degli Usa e di tutto lo schieramento imperialista guidato
da Washington, Turchia compresa. L’altro schieramento
imperialista impegnato in Siria, quello guidato dalla Russia di Putin in appoggio al
regime di Assad, resta impegnato nella regione di Aleppo. Le due aree di intervento
prefigurano una futura spartizione del controllo del paese
in almeno due parti tra Usa e
Russia, con un grosso punto
interrogativo riguardo il Kurdistan occidentale (Rojava)
autoproclamatosi nel marzo
scorso regione autonoma;
sono i curdi “siriani” che forniscono il grosso delle forze
di terra per la conquista di
Raqqa ma rischiano di restare schiacciati dall’intesa tra
l’imperialismo americano e
la Turchia del fascista Recep
Tayyp Erdogan, che considera “organizzazioni terroristiche” tutte quelle curde fuorché i fidati peshmerga del
Kurdistan del sud (Bashur),
della regione autonoma del
Kurdistan in Iraq che sono
uno degli assi portanti dell’attacco a Mosul.
“È cominciata la grande
battaglia per la liberazione di
Raqqa e della sua provincia”,
annunciava dalla città siriana di Ain Issa, situata 50 chilometri a nord di Raqqa, la
portavoce dell’offensiva delle forze arabo-curde, Jihan
Cheikh Ahmad, spiegando
che erano iniziate la sera del
5 novembre le prime operazioni dell’offensiva, battezzata Ira dell’Eufrate, cui patecipano 30 mila soldati.
L’offensiva punta a liberare Raqqa dalle “forze del terrorismo mondiale e oscurantista rappresentate dall’Isis”
e “Raqqa sarà liberata grazie
ai suoi figli e alle forze arabe,
curde e turcomanne, eroi che
combattono sotto la bandiera
delle Forze Democratiche Siriane”, affermava la portavoce, con “la partecipazione attiva delle Unità di Protezione
del Popolo (YPG), in coordinamento con la coalizione internazionale”, quella imperialista a guida americana.
L’operazione su Raqqa si
svolgerà “in due tappe”, la
conquista della provincia per
isolarla e successivamente la presa del controllo della città, spiegava un portavoce delle SDF, Talal Sello.
Che avvertiva: “la battaglia
non sarà facile e ha bisogno
di operazioni precise e prudenti. L’Isis difenderà il suo
bastione perché sa che la
perdita di Raqqa significa la
sua fine in Siria” a poco più
di due anni dalla proclamazione dell’IS. L’11 novembre
il comando delle SDF annunciava il completamento della
prima fase dell’attacco.
Alla battaglia parteciperanno solo forze locali, spiegava Sello, la coalizione internazionale ha fornito armi e
equipaggiamenti fra cui armi
anti-carro e fornirà solo il necessario sostegno aereo.
Ma diverse fonti locali hanno
confermato la partecipazione
all’offensiva di una cinquantina di soldati Usa, tra consiglieri militari e unità speciali. Sello sottolineava inoltre
l’accordo raggiunto con Washington per lasciare fuori
ze prevalentemente arabe
e sunnite”. Comprese quelle dell’Esercito libero siriano,
supportate dalla Turchia che
combattono contro l’IS e il regime di Assad in particolare
nella regione di Aleppo.
Il 7 novembre le SDF rispondevano con un comunicato nel quale elencavano
i nove gruppi che partecipano all’attacco, formati da arabi, turcomanni e assiri per
la maggior parte provenienti dalla provincia di Raqqa. Il
nucleo centrale e più importante resta quello delle YPG
che affermavano di volersi ritirare dalla città dopo la conquista e lasciarne il control-
internazionale e un rafforzamento del loro potere contrattuale con il governo di
Damasco per poter realizzare il progetto, lanciato il 17
marzo scorso, di una amministrazione autonoma curda
all’interno di un futuro Stato
federale in Siria. A breve termine l’operazione dovrebbe
servire quantomeno per allontanare le forze dell’IS dalla valle dell’Eufrate, ridurre
la possibilità di attacchi da
sud contro Rojava e avere
l’opportunità di rafforzare le
zone già liberate; in altre parole potrebbero chiudere un
fronte e tenere gli occhi solo
sulle iniziative della Turchia.
più numerose e meglio organizzate dell’alleanza curdosiriana, grazie anche al loro
contrbuto, la Casa Bianca
sceglieva di puntare sull’alleanza delle SDF, previa intesa
con Ankara. Nessun coinvolgimento era previsto da parte delle forze del governo di
Damasco, o dei suoi alleati,
seppur Raqqa sia pure formalmente è in territorio siriano.
L’intesa tra Washington e
Ankara era già un dato di fatto ai primi di settembre quando era stato il presidente turco Erdogan a dichiarare che,
durante il G20 in Cina, il presidente americano Barack
anche se le forze locali alleate di Ankara non sembrano
ancora in grado di prenderne
il controllo. Al governo di Damasco e alla rivale imperialista Russia restavano le regioni occidentali che le loro
forze controllano.
Questo era il progetto che
veniva fuori dalle ultime iniziative
dell’amministrazione Obama e che potrebbero
non cambiare sotto la nuova
presidenza di Donald Trump.
Il nuovo presidente americano non ha spiegato quale
sarà la su strategia in Medio
Oriente, ha manifestato però
un apprezzamento sia per
Vladimir Putin che per Erdo-
dall’offensiva le truppe turche: “Abbiamo convenuto in
maniera definitiva con la coalizione internazionale (a guida americana, ndr) che non
ci sarà alcun ruolo per la Turchia o le sue forze alleate”.
Che già in diverse occasioni nella guerra in Siria hanno
attaccato direttamente le postazioni tenute dalle YPG.
Forse non ci sarà alcun
ruolo militare, e anche questo sarà tutto da vedere, ma
riguardo al futuro del controllo della regione di Raqqa,
una volta sconfitto l’IS, varrà l’intesa tra Washington e
Ankara aggiornata il 6 novembre dall’incontro nella
capitale turca tra il generale
Joseph Dunford, capo dello stato maggiore congiunto
degli Stati Uniti, e l’omologo
turco, generale Hulusi Akar.
I vertici militari dei due paesi hanno sottolineato che “la
coalizione e la Turchia – affermava l’americano Dunford - lavoreranno insieme
su un piano a lungo termine
per conquistare, mantenere
e governare Raqqa”. Gli Stati Uniti, precisava il generale
Usa, hanno “sempre saputo
che le SDF non sono la soluzione per prendere e governare Raqqa. Quello a cui
stiamo lavorando è la ricerca
del giusto mix di forze per l’operazione”, che richiede “for-
lo agli abitanti, sul modello
delle cittadine di al-Hawl, alShaddadi e Tal-Abyad “liberate” e governate da rappresentanti locali. Uno dei nove
gruppi alleati riteneva che le
forze curde non dovevano
entrare in città ma fermarsi
fuori e minacciava di ritirarsi
dall’offensiva. Una contraddizione minore ma significativa della precarietà dell’eterogenea alleanza messa in
piedi dagli Usa per sconfiggere l’IS.
“Abbiamo invitato tutte le
parti in questa battaglia, che
si tratti delle Unità di Protezione del Popolo, che si tratti di altre forze siriane, arabi
o curdi e anche la Turchia.
Il nemico principale è l’IS.
Quello che stiamo cercando
di fare qui è liberare il territorio che l’IS tiene in Siria”,
chiariva il 9 novembre, se ce
ne fosse stato bisogno, il portavoce del Dipartimento di
Stato americano Mark Toner.
L’imperialismo americano ricordava che l’IS è il nemico
principale, il resto sarebbero
questioni secondarie. Mentre non lo sono affatto per i
suoi due principali alleati nella battaglia, la Turchia del fascista Erdogan e la Rojava.
I dirigenti curdi della Rojava ritengono che l’operazione Ira dell’Eufrate rappresenti una legittimazione
Al momento però il progetto dell’amministrazione autonoma curda non è piaciuto al governo di Damasco,
come ai suoi padrini a Mosca
e a Teheran che otto mesi fa
non potevano sponsorizzare
una frammentazione seppur
parziale della Siria. Da allora Assad ha sparato qualche
colpo di cannone sulle postazioni delle YPG e Putin
che ad aprile sosteneva ancora che la pace in Siria doveva passare dal colloquio
con i curdi siriani, li mollava
in nome della nuova alleanza con Erdogan. Una volta
apparsi chiari anche i nuovi
legami della Rojava con gli
Usa. Intrecci e cambi di alleanze che rendono la crisi
siriana ancora più complessa di quella irachena e una
spartizione del paese ancora
più probabile.
L’offensiva contro Raqqa
era di fatto annunciata il 26
ottobre, durante una conferenza stampa a margine di
un incontro avuto a Parigi
con altri 12 ministri della Difesa di Paesi europei, dal Segretario alla Difesa Usa, Ash
Carter, che dichiarava che
l’assalto alla città era da tempo “nei piani” del Pentagono e che la campagna militare sarebbe iniziata a breve.
Fra le più deboli forze dell’Esercito libero siriano e quelle
Obama gli aveva parlato di
un’azione congiunta contro
l’IS a Raqqa e lui gli aveva dichiarato pronto a parteciparvi. Il segretario della Difesa
americano Ash Carter e l’omologo turco Fikri Isik si erano incontrati già l’8 settembre per definire gli accordi
politici cui sono seguiti quelli
militari.
Nello stesso periodo i soldati turchi entravano in Siria
e strappavano all’IS la città di
confine di Jarablus che permetteva a Ankara di cominciare a creare la desiderata
“zona cuscinetto” soprattutto contro i curdi che così non
avrebbero potuto unire i territori della Rojava.
“La Turchia non permetterà che le forze dell’Ypg
estendano il proprio territorio
e potere usando l’operazione
contro Daesh (l’IS, ndr) come
scusa”, dichiarava il ministro turco Isik il 7 novembre
e chiedeva di nuovo ai combattenti curdi di ritirarsi a est
del fiume Eufrate come avevano promesso di fare dopo
aver sottratto all’IS il controllo della città di Manbij.
La regione siriana lungo
l’Eufrate, da Raqqa al confine iracheno, rientra nelle
mire dell’imperialismo americano che utilizza i curdi “siriani” per strapparla all’IS e
darla alla Turchia fascista,
gan. Staremo a vedere quali saranno gli sviluppi, con la
Turchia del fascista Erdogan
che ha mostrato di voler giocare un ruolo egemone locale per conto proprio nella regione e potrebbe avere
più spazio dal disimpegno
dell’imperialismo
americano da alcuni scenari di crisi
come prospettato da Trump.
Il concorrente imperialismo russo invece non aspettava le novità dalla Casa
Bianca e il 15 novembre
dava il via a una imponente
offensiva nella Siria nord occidentale con l’obiettivo dichiarato di “infliggere danni
enormi alle posizioni dell’IS
e di al Nusra nelle due province di Idlib e Homs”, come
affermava il ministro della Difesa russo Sergej Shoigu.
Il ministro confermava che
nell’operazione era coinvolta anche la portaerei Admiral
Kuznetsov, posizionata di recente da Mosca davanti alle
coste siriane nel Mediterraneo, assieme a una ventina
di navi da guerra di “tutta la
Flotta settentrionale e parte della Flotta baltica”, notavano alla Nato. L’offensiva russa arrivava poche ore
dopo una telefonata tra Putin
e Tramp che concordavano
su “uno sforzo congiunto per
sconfiggere estremismi e terrorismo”.
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