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igienisti on-line
02/2016
11 gennaio 2016
La parola ai nostri soci
Gabriella Aggazzotti
Alcune riflessioni su inquinamento e salute
L’occasione dei fenomeni di inquinamento ambientale (PM10 nell’aria) è uno spunto di
riflessione per chi, come me, non ha responsabilità istituzionali nel proporre misure di
controllo, (soprattutto in Emilia Romagna dove l’Università, in tutte le sedi, viene
accuratamente esclusa anche dalle consultazioni), ma da anni si occupa di
metodologia epidemiologica da utilizzare nello studio della associazione tra fattori di
rischio e salute. L’approccio corretto alla ricerca è fatto di fasi successive prima di
tutto deve essere effettuata la misura del fattore di rischio (in questo caso il PM10,
anche se in realtà questo è solo l’indicatore di una miscela molto più varia e
complessa) e la quantificazione dei problemi di salute nel territorio (mortalità e
ricoveri ospedalieri).
Subito dopo entrano in campo i disegni (studio ecologico, cross-sectional ecc) che
studiano la associazione tra queste componenti (fattori di rischio ed esiti sanitari)
sotto il profilo statistico. Si tratta di modelli complessi, nei quali confluiscono molte
variabili: le possibilità di errori sono numerose. Tuttavia molta ricerca è stata condotta
in questo settore: le Agenzie Regionali per l’Ambiente (ARPA) hanno messo a punto
linee-guida per la Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario (VIIAS) da
utilizzare nelle procedure di autorizzazione ambientale (VAS, VIA, AIA).
La associazione statistica tra inquinamento atmosferico e salute è ormai provata, ma
non equivale alla dimostrazione di un sicuro rapporto causa-effetto, dato che si tratta
sempre di studi osservazionali: per affermare l’esistenza di tale rapporto, e sempre in
termini di probabilità, (anche se questa può essere molto elevata), occorre condurre
un processo di tipo deduttivo (inferenza causale), sostanzialmente condiviso dalla
moderna filosofia della scienza. Questo è stato fatto, tanto che le autorevoli voci della
OMS e dell’Agenzia Europea per l’Ambiente hanno affermato ufficialmente che
particolato (soprattutto PM 2,5), ozono e biossido di azoto sono i principali fattori di
rischio ambientale per la salute in Europa: ne prendiamo atto. Da qui deriva l’obbligo
di ridurre questi fattori per la tutela della salute del singolo e della collettività.
A questo punto, però, il compito dell’epidemiologo (e intendo chi non solo osserva la
realtà, ma si fa promotore attivo di interventi utili) non è terminato: alla diagnosi
occorre far seguire la terapia, e, soprattutto, questa deve essere efficace. Entra qui in
gioco la metodologia epidemiologica sperimentale: occorre individuare interventi che
si presumano utili, ed attuarli, prima in piccole comunità in condizioni controllate, poi,
se si dimostrano efficaci, dovranno essere offerti alla popolazione generale. E da qui
partono le ultime fasi dell’approccio epidemiologico: il monitoraggio in continuo dei
risultati in termini di efficacia sul campo (quantificabile su scala numerica) e la misura
dei costi, diretti e indiretti.
Il 29 dicembre è venuta la conferma dell’incertezza su quali siano le modalità più
efficaci per la riduzione del PM10: il blocco del traffico e le targhe alterne non hanno
prodotto alcun risultato. Da persona che si occupa di ricerca mi sembra sia chiaro che
sono questi ultimi aspetti – individuazione degli interventi a maggiore probabilità di
successo (sia da attuarsi da parte dei singoli, che da parte delle autorità responsabili),
seguiti dalla misura e dal monitoraggio dell’efficacia e, su questi dati, la valutazione
dei costi – quelli sui quali la ricerca scientifica non ha ancora offerto risultati di
provata efficacia e indicazioni univoche sul da farsi.
Proprio per questa carenza di sviluppo delle fasi finali delle indagini epidemiologiche le
istituzioni dovrebbero impegnarsi a fare chiarezza, favorendo tutta la attività
scientifica possibile mirata alla misura della efficacia in condizioni controllate e poi sul
campo, sia delle raccomandazioni dirette ai singoli, sia degli interventi verso la
comunità: sappiamo bene che abbiamo ricercatori in grado di condurre
adeguatamente questi studi, e in tempi utili. Speriamo che questa emergenza stimoli
sempre più studi ad hoc, in particolare sulla efficacia di interventi di prevenzione che
definirei “primordiale”, e cioè ad un livello che precede la prevenzione primaria, che di
solito è diretta a specifici problemi di salute: mi sembra però, da quanto leggo sulla
stampa e dalle comunicazioni dei media, che sia condivisibile una frase del nostro
Presidente SItI che definisce ….lo studio del rapporto tra ambiente e salute un campo
"minato" dove continua ad essere difficile far prevalere il dato scientifico sulle
ideologie….