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venerdì 11 novembre 2016, 17:00
USA 2016
Le sfide di Trump: tra economia e divisione sociale
Intervista all'analista americano Andrew Spannaus, autore del libro 'Perché vince Trump'
di Daniele Petroselli
Nel mare dei media e degli analisti politici sordi alle sofferenze di una buona fetta della popolazione degli Stati Uniti che
aveva scelto da tempo, non solo l'8 novembre, Donald Trump, lui era una delle poche voci fuori dal coro. Parliamo
di Andrew Spannaus, analista americano, che nel suo libro 'Perché vince Trump - La rivolta degli elettori e il futuro
dell'America', edito in Italia da Mimesis, aveva previsto tutto. Perché Trump è il segno di un'America che è cambiata da
tempo ormai e il magnate non ha fatto altro che "dare voce, nella sua campagna elettorale, al crescente disagio della classe
medio-bassa e questo è uno dei motivi principali della sua vittoria". All'ANSA ha dichiarato: «La superficialità con cui veniva
trattato Trump e il successo invece della sua candidatura mi hanno fatto pensare che sarebbe potuto andare avanti. Ho
scritto questo libro per spiegare proprio questa rivolta elettorale. Si è creduto che l'economia globalizzata andasse bene per
tutti, ma non è così. C'e' un establishment, un'élite degli Stati Uniti che non ha preso in considerazione i problemi di una
grossa fetta del Paese. Trump ha saputo parlare a questa parte della popolazione». E proprio di questo, della frattura nella
società americana e non solo che parliamo proprio con Spannaus. Lei nel suo libro ha detto che il voto per Trump è la
rivolta dell’elettorato e delle classi lavoratrici e medie. Lo conferma? Si, si tratta di un processo che va avanti da
decenni, non riguarda solo gli ultimi anni di Obama. E’ un processo di stagnazione e difficoltà per la classe media e
lavoratrice. Coincide con lo spostamento verso l’economia finanziaria. La globalizzazione ha messo al centro la parte
finanziaria e speculativa, meno l’economia reale e questo ha significato una perdita di stabilità: più precarietà e più lavori
Estratto ad uso rassegna stampa dalla pubblicazione online integrale e ufficiale, reperibile su http://www.lindro.it/le-sfide-di-trump-tra-economia-e-divisione-sociale/
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meno pagati. Perché i media non hanno compreso che l’America stava cambiando, anzi, era già cambiata? Perché
la narrazione ufficiale delle istituzioni è che l’economia va bene negli USA. Ma è parziale, perché serve a giustificare la
politica fatta. Se si ammette questo problema, allora si è costretti a cambiare. Ma l’establishment non vuole cambiare
perché è un sistema che garantisce la continuità di questo stesso establishment, che crede non solo in termini di casta ma
anche di potere e grandi interessi che il mondo vada gestito in un certo modo. E dunque la Clinton ha perso proprio per
i motivi da lei detti poc’anzi? Sì, è molto vicina al mondo della finanza, delle multinazionali e delle banche. E fare
campagna elettorale come paladina del popolo e della gente normale non le riesce bene. La Clinton su certi temi sociali si è
sempre impegnata, vedi sanità e alcuni diritti dei lavoratori, ma quando arriva a Wall Street è molto accondiscendente. Alla
luce di questo discorso, è da rivalutare anche la presidenza Obama? Rischia di passare alla storia solo come il
primo presidente nero USA o si può salvare qualcosa? Perché il voto a Trump è anche il segno di un suo
fallimento… Fallito completamente no. Sulla politica economica non è stato efficace, non ha preso misure abbastanza forti
per cambiare i meccanismi della finanza che sovrastano l’economia reale, così anche il miglioramento economico non è
stato sufficiente per cambiare in modo qualitativo le condizioni per una grossa fetta della popolazione: la parte alta sta bene,
ma la maggior parte no. In politica estera Obama ha cominciato tardi a fare un cambiamento, ma quando ha cominciato ha
dato il via ad una svolta diplomatica molto importante che, a ben vedere, è molto più in linea con ciò che dice Trump
piuttosto che la Clinton. Questa svolta però è già in grossa difficoltà, perché istituzioni militari e intelligence hanno già
mostrato il loro dissenso su questo tipo di politica, ossia verso la collaborazione con la Russia per sconfiggere i terroristi.
Vedremo se Trump riuscirà a fare davvero ciò che ha promesso, ossia stop alle guerre e costruire gli Stati Uniti, ma anche
non ritirarsi dal mondo, ma cercare rapporti positivi anche con Paesi cosiddetti ‘competitors’. Tornando a Trump, è la
vittoria delle periferie e delle campagne, se andiamo a vedere la cartina del voto. Ma stanno cambiando anche
le altre piazze, vedi quelle finanziarie o più terziarie, come New York? Dove si vede il grosso cambiamento sono i
sobborghi, anche in città, piccoli paesi. Di solito la borghesia è democratica, è tra la città e la parte rurale che si vede il
cambiamento. E’ lì che troviamo una reazione all’establishment. Lì si percepisce il rigetto forte verso una visione di società
globalizzata dove certi valori tradizionali non ci sono più. Questo aspetto diventa tanto più importante quando si vedono le
difficoltà economiche e diventa più facile sfruttare il disagio delle persone. Trump ha promesso molto in campagna
elettorale, a partire da una maggiore crescita economica. Punta molto sulle infrastrutture ma viste le casse
americane c’è ben poco da sperare. Condivide questo pensiero? Questa è la grande sfida, ossia mettere in pratica
questa visione di ricostruire le infrastrutture degli USA. Su questo si è soffermato Trump in campagna elettorale ma anche
nel primo discorso da ‘eletto’. I meccanismi ci sono se c’è la volontà politica e qui va a toccare un tema fondamentale, cioè
come funziona la politica economica: i soldi sono limitati? Ci sono le regole di bilancio, come nella UE? Ci sono spazi di
manovra? O si possono inventare o riprendere dalla storia dei meccanismi pubblici di finanziamenti in conto capitale, che
non sono considerati un disastro ma un investimento? Questa sarà una grossissima sfida e decreterà il successo o il
fallimento di questa nuova proposta. Riuscirà davvero Trump a portare a termine i suoi propositi elettorali, molti
dei quali hanno allarmato americani e non solo, o l’essere presidente riesce a mitigare sempre certe posizioni
‘estreme’? Sicuramente non potrà fare tutto, magari è un bene per le cose più preoccupanti. Ma Trump ha un vantaggio: ha
vinto primarie ed elezioni contro il suo partito, quindi non è costretto a ripagare i favori dei potenti che lo avrebbero
appoggiato, perché in gran parte non se ne è preoccupato e molti li ha battuti. C’è una speranza, se così si può dire in
maniera ardita, che Trump riesca a scardinare certi meccanismi di Washington perché arriva da outsider. Certo però che non
sarà facile e poi si dovranno vedere i contenuti, magari evitando le cose peggiori sentite in questa lunga campagna
elettorale. I democratici da dove dovranno ripartire? Anche dal punto di vista sociale, visto che ispanici e neri
alla fine hanno voltato le spalle alla Clinton Il dato è chiaro: la Clinton non gode della fiducia della popolazione,
neanche dei democratici. Gli ispanici hanno votato solo per il 65% per lei, ma si sperava in percentuali molto più alte. I neri
hanno votato meno per lei che per Obama. Gli iscritti ai sindacati ha votato in massa Trump. Certo è chiaro che la
piattaforma programmatica di Bernie Sanders, dell’ala progressista, si dimostra quella che interessa di più alla base e ai
partiti. Bisogna prendere impegni precisi, essere chiari, senza ambiguità, senza avere troppa vicinanza al potere e ai
meccanismi della finanza, altrimenti il Partito Democratico non riuscirà a creare fiducia neanche tra la propria base. La
Clinton nel suo discorso finale ha affermato che l’America è più divisa di quanto si sia compreso e le
manifestazioni di queste ore lo dimostrano. C’è il timore che questa divisione possa sfociare in qualcosa di più
grande? Il pericolo c’è, è il momento però di abbassare i toni, non per rivendicare quello che è giusto o si crede, ma per
farlo in modo ragionevole, non per contraddizione. Negli Stati Uniti abbiamo una tradizione democratica delle Istituzioni forti
che ha quasi 230 anni: possiamo gestire l’evento Trump, sia gli aspetti positivi che quelli negativi. Trump stesso ha una
grande responsabilità, ossia di non reagire alle provocazioni. E’ ora di mettersi a lavoro e di dimostrare di poter fare
qualcosa di positivo. Se farà così guadagnerà il rispetto di una maggioranza significativa della popolazione e questi pericoli
di scontri saranno marginalizzati. Ha accennato alla politica estera di Trump. In Europa i primi messaggi non sono
stati confortanti, in molti nutrono dei dubbi, dalla Francia, fino ad arrivare alle istituzioni comunitarie (vedi
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Schultz). Nei propositi di Trump in campagna elettorale ha visto segni di distacco dall’Europa, sia in senso
economico che politico (vedi TTIP e NATO)? Non sottoscrivo l’idea che gli USA diventeranno più isolazionisti. E solo una
semplificazione, bisognerà invece capire cosa vogliamo. Diverse parti possono volere cose diverse, ma abbandonare politica
che non ha funzionato non significa ritirarsi in sé, non curarsi del mondo. Prendo ad esempio il Medio Oriente, quando
amministrazione Bush e Obama nei primi anni facevano guerre e in Europa in molti si sono lamentati degli esiti. Ad un certo
punto Obama ha cambiato registro e si sono lamentati che Obama si stava ritirando dal mondo. Sull’Europa la stessa cosa.
Gli Stati Uniti negli ultimi hanno sostenuto l’UE, la politica della Troika nel nome della stabilità. La verità è che questa
stabilità è fittizia, perché la politica dell’austerità, che vieta l’intervento pubblico produttivo utile nell’economia a medio e
lungo termine crea instabilità. Forse mettere in discussione questo potrà avere dei benefici.
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