23/7/2016 - studio ducoli

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Sabato, 23 luglio 2016
IL CASO DEL GIORNO
PROFESSIONI
L’aggravante per
danno grave vale in
tutte le bancarotte
“improprie”
Il commercialista risponde dell’inadempimento
contrattuale
/ Maurizio MEOLI
/ Michela SCHEPIS
Ai sensi dell’art. 223 comma 1, “si applicano le pene stabilite nell’art. 216”
agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali hanno
commesso alcuno dei fatti previsti
nel medesimo art. 216.
Il secondo comma, inoltre, afferma
che alle persone suddette si applica
la pena prevista dal primo comma
dell’art. 216, se: hanno cagionato, o
concorso a cagionare, il dissesto della società, commettendo alcuni reati
societari; hanno cagionato con dolo o
per effetto di operazioni dolose il fallimento della società.
Ai sensi dell’art. 219 comma 1 del RD
267/42, inoltre, “nel caso in cui i fatti
previsti negli artt. 216, 217 e 218 hanno cagionato un danno patrimoniale
di rilevante gravità, le pene da essi
stabilite sono aumentate fino alla
metà”. Si tratta di un’aggravante ad
effetto speciale, ex art. 63 comma 3
secondo periodo c.p., determinando
un aumento della pena di [...]
È tenuto a risarcire il danno causato
alla società, in misura pari a quanto
da questa versato per oneri fiscali, il
commercialista che non adempie
l’obbligo, assunto contrattualmente,
di progettare un’operazione di riorganizzazione aziendale in neutralità fiscale. Tale principio è stato sancito dalla Cassazione con la sentenza n. 15107, depositata ieri.
Nel caso di specie, un professionista concludeva con una società un
contratto di mandato, con il quale gli
veniva affidato il compito di gestire
un’operazione di ristrutturazione del
gruppo societario. In particolare, il
commercialista si impegnava, inserendo un’apposita clausola in contratto, a realizzare la ristrutturazione del gruppo societario in regime di
neutralità fiscale, dato che, a suo dire, i conferimenti sarebbero rientrati nel regime di sospensione d’imposta.
Per effetto dell’operazione, il gruppo
societario si vedeva costretto a versare oltre 1 milione di euro di impo-
Per la Cassazione se non adempie a un’obbligazione assunta contrattualmente
deve risarcire il danno causato dalla sua condotta colposa
ste. Di conseguenza, la società adiva
l’autorità giudiziaria per ottenere il risarcimento del danno subito e cagionato dalla condotta inadempiente del
commercialista.
Il professionista contestava gli addebiti e, inoltre, richiedeva il pagamento della sua prestazione professionale. Mentre il Tribunale di primo grado
si pronunciava (in parte) a favore del
professionista (condannando la società al pagamento della prestazione
da questi svolta), la Corte d’Appello lo
condannò, oltre alla restituzione
dell’acconto ricevuto all’atto del conferimento del mandato, al risarcimento del danno cagionato alla società, in
misura pari al valore delle imposte
versate.
La controversia giunge in Cassazione,
la quale si è pronunciata con la breve
sentenza in commento.
In via preliminare può essere opportuno ricordare che il professionista è
tenuto ad adempiere la propria obbligazione con la “diligenza professionale” richiesta all’ [...]
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IN EVIDENZA
FISCO
Cessione di azienda e non di singoli beni se l’obiettivo è la
Più semplici i rimborsi
IVA per le società di
comodo
produzione
/ Gianpaolo VALENTE
Rimborso erogabile anche con accertamento “saldato” nel biennio
Da prorogare i termini per l’assegnazione agevolata di beni ai soci
ALTRE NOTIZIE
/ DA PAGINA 8
La circolare n. 33 di ieri si occupa, al §
1, delle richieste di rimborso IVA presentate dalle società non operative
e/o in perdita sistematica.
Si ricorda, infatti, che, ai [...]
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ancora
IL CASO DEL GIORNO
STUDIO DUCOLI
L’aggravante per danno grave vale in tutte le
bancarotte “improprie”
È da applicare anche nella bancarotta da reato societario e nella causazione dolosa o con operazioni
dolose del fallimento della società
/ Maurizio MEOLI
Ai sensi dell’art. 223 comma 1, “si applicano le pene
stabilite nell’art. 216” agli amministratori, ai direttori
generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali hanno commesso alcuno dei fatti previsti nel medesimo art. 216.
Il secondo comma, inoltre, afferma che alle persone
suddette si applica la pena prevista dal primo comma
dell’art. 216, se: hanno cagionato, o concorso a cagionare, il dissesto della società, commettendo alcuni reati
societari; hanno cagionato con dolo o per effetto di
operazioni dolose il fallimento della società.
Ai sensi dell’art. 219 comma 1 del RD 267/42, inoltre,
“nel caso in cui i fatti previsti negli artt. 216, 217 e 218
hanno cagionato un danno patrimoniale di rilevante
gravità, le pene da essi stabilite sono aumentate fino
alla metà”. Si tratta di un’aggravante ad effetto speciale, ex art. 63 comma 3 secondo periodo c.p., determinando un aumento della pena di oltre un terzo.
Tale qualifica provoca anche ricadute sui termini di
prescrizione; l’art. 157 comma 2 c.p., infatti, stabilisce
che “per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per il
reato consumato o tentato, senza tener conto della diminuzione per le circostanze attenuanti e dell’aumento per le circostanze aggravanti, salvo che per le aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie
diversa da quella ordinaria e per quelle ad effetto speciale, nel qual caso si tiene conto dell’aumento massimo di pena previsto per l’aggravante”.
A fronte di questo dato normativo, la pronuncia n.
8829/2010 aveva affermato che la differenza strutturale e ontologica tra bancarotta fraudolenta “ordinaria” o
“propria” (ovvero dell’imprenditore individuale ex art.
216 del RD 267/42) e “impropria” (ovvero di amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori ex art.
223 comma 1 del RD 267/42) non consentiva un’applicazione analogica della circostanza aggravante correlata al danno patrimoniale di rilevante gravità; in particolare, l’espresso richiamo agli artt. 216, 217 e 218
nell’art. 219 comma 1 del RD 267/42 e il mancato richiamo a quest’ultimo nell’art. 223 comma 1 del RD 267/42
ne precludeva un’estensione alla bancarotta impropria,
che si sarebbe risolta in un’applicazione analogica “in
malam partem”, vietata in materia penale.
Successivamente, però, la Suprema Corte ha cambiato
opinione, sottolineando come all’applicabilità dell’aggravante alla bancarotta impropria si giunga non già
attraverso un’interpretazione analogica, ma sulla base
di una semplice operazione ermeneutica di tipo siste-
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matico ovvero, al più, con un’interpretazione estensiva. In tal senso si sono espresse, tra le altre, le decisioni nn. 6495/2016, 42384/2015, 7331/2015, 2903/2014,
10791/2012, 46243/2011. Tanto che la Cassazione n.
8829/2010 è stata reputata “isolata”, escludendosi un
contrasto che avrebbe reso necessario l’intervento delle Sezioni Unite (Cass. nn. 15846/2013 e 10180/2013).
Minore attenzione è stata, invece, riservata alla questione relativa all’applicabilità della medesima circostanza aggravante anche alle ricordate ipotesi di bancarotta impropria di cui all’art. 223 comma 2 del RD
267/42, dove sono contemplate condotte che soltanto
in forza di tale previsione normativa assumono rilievo
penale.
In talune pronunce ( cfr. Cass. nn. 15846/2013 e
46243/2011), argomentandosi a sostegno dell’applicabilità dell’aggravante in questione alla bancarotta impropria di cui al primo comma dell’art. 223, si è sottolineata la diversità di quest’ultima rispetto a quella di cui al
comma successivo, per le quali il rinvio all’art. 216 sarebbe solo quoad poenam (ai fini della pena).
Si tratta di argomentazioni che potrebbero anche leggersi come funzionali rispetto ad un’opzione interpretativa nel segno dell’inapplicabilità della circostanza
aggravante nelle ipotesi di bancarotta impropria disegnate dal secondo comma dell’art. 223.
Secondo la pronuncia n. 17690/2010, tuttavia, un raccordo naturale tra la norma incriminatrice e la statuizione dell’art. 219 comma 1 sarebbe costituito dall’inciso che rinvia alle pene stabilite dall’art. 216, inciso che
si coniuga con l’art. 219, che, a sua volta, richiama la
prima. Pertanto, è escluso l’inammissibile ricorso ad
interpretazione analogica e, ragionevolmente, è consentito di equiparare il trattamento sanzionatorio per
la bancarotta impropria di cui all’art. 223 comma 2 del
RD 267/42 alla generale disciplina del reato.
Diversamente si perverrebbe ad un irragionevole esito
sperequato a scapito dell’imprenditore individuale, o
dell’autore del comportamento riconducibile all’art.
223 comma 1, rispetto al trattamento disposto per il
soggetto societario – astrattamente responsabile di
fatti che appaiono ben più gravi (si pensi al caso della
causazione volontaria del fallimento) o parimenti dannosi – il quale risulterebbe destinatario della sola aggravante comune di cui all’art. 61 n. 7 c.p. (con aumento di pena pari ad un terzo del massimo edittale).
Tale soluzione è stata ripresa anche dalla Cassazione
n. 30932/2010 e, più di recente, dalla n. 30333/2016.
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ancora
PROFESSIONI
STUDIO DUCOLI
Il commercialista risponde dell’inadempimento
contrattuale
Per la Cassazione se non adempie a un’obbligazione assunta contrattualmente deve risarcire il danno
causato dalla sua condotta colposa
/ Michela SCHEPIS
È tenuto a risarcire il danno causato alla società, in misura pari a quanto da questa versato per oneri fiscali, il
commercialista che non adempie l’obbligo, assunto
contrattualmente, di progettare un’operazione di riorganizzazione aziendale in neutralità fiscale. Tale principio è stato sancito dalla Cassazione con la sentenza
n. 15107, depositata ieri.
Nel caso di specie, un professionista concludeva con
una società un contratto di mandato, con il quale gli
veniva affidato il compito di gestire un’operazione di
ristrutturazione del gruppo societario. In particolare, il
commercialista si impegnava, inserendo un’apposita
clausola in contratto, a realizzare la ristrutturazione
del gruppo societario in regime di neutralità fiscale,
dato che, a suo dire, i conferimenti sarebbero rientrati
nel regime di sospensione d’imposta.
Per effetto dell’operazione, il gruppo societario si vedeva costretto a versare oltre 1 milione di euro di imposte. Di conseguenza, la società adiva l’autorità giudiziaria per ottenere il risarcimento del danno subito e
cagionato dalla condotta inadempiente del commercialista.
Il professionista contestava gli addebiti e, inoltre, richiedeva il pagamento della sua prestazione professionale. Mentre il Tribunale di primo grado si pronunciava (in parte) a favore del professionista (condannando
la società al pagamento della prestazione da questi
svolta), la Corte d’Appello lo condannò, oltre alla restituzione dell’acconto ricevuto all’atto del conferimento
del mandato, al risarcimento del danno cagionato alla
società, in misura pari al valore delle imposte versate.
La controversia giunge in Cassazione, la quale si è pronunciata con la breve sentenza in commento.
In via preliminare può essere opportuno ricordare che
il professionista è tenuto ad adempiere la propria obbligazione con la “diligenza professionale” richiesta
all’art. 1176 c.c.
Eutekne.Info / Sabato, 23 luglio 2016
In particolare, la norma del codice civile stabilisce che
nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata.
Pertanto, la valutazione della diligenza va fatta tenendo conto della perizia, dell’abilità e delle conoscenze
che un professionista medio deve avere in quello che è
il suo specifico campo di attività.
Inoltre, l’obbligazione assunta dal professionista è normalmente un’obbligazione di mezzi, ossia di comportamento (e non di risultato).
Nella sentenza in commento, la Cassazione, allineandosi con la posizione presa dalla Corte d’Appello, mette, però, in luce come il rapporto concretamente instauratosi tra il professionista e il committente fosse,
nel caso di specie, regolato sulla base di una specifica
individuazione di obiettivi da raggiungere, tra cui, appunto, la riorganizzazione del gruppo societario in regime di neutralità fiscale.
I giudici di legittimità sottolineano che non si tratta di
una riorganizzazione qualunque della struttura societaria, ma di una specifica riorganizzazione volta a consentire “al committente di andare esente da quella tassazione poi, invece, imposta alla società per fatto e colpa del debitore”.
E non rileva – si legge nella sentenza – la mancata dimostrazione, da parte della committente, che la ristrutturazione societaria, se eseguita “secondo modalità alternativa”, avrebbe consentito di evitare il pagamento delle imposte previste dalla legge. Infatti, in
presenza di responsabilità contrattuale, la parte danneggiata deve, al fine di ottenere il risarcimento del
danno subito, limitarsi a produrre il contratto (ove è indicata la specifica obbligazione) e ad allegare l’inadempimento della controparte (circostanza che nel caso di specie era stata dimostrata).
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FISCO
STUDIO DUCOLI
Più semplici i rimborsi IVA per le società di comodo
La circ. n. 33 fornisce precisazioni sull’attività di controllo degli uffici sui rimborsi anche a seguito della
sancita facoltatività dell’interpello probatorio
/ Gianpaolo VALENTE
La circolare n. 33 di ieri si occupa, al § 1, delle richieste
di rimborso IVA presentate dalle società non operative
e/o in perdita sistematica.
Si ricorda, infatti, che, ai sensi dell’art. 30 comma 4 della L. 724/94, la verifica dello status di “società di comodo” comporta l’impossibilità di richiedere il rimborso o
la compensazione dell’eccedenza del credito risultante dalla dichiarazione annuale IVA ovvero la cessione
a terzi del credito stesso.
È, inoltre, preclusa la compensazione del credito con il
debito IVA delle successive liquidazioni periodiche
qualora la società di comodo per tre periodi di imposta
consecutivi non effettui operazioni rilevanti ai fini IVA
per un importo almeno pari ai ricavi minimi presunti.
Ai sensi del successivo comma 4-bis, è possibile presentare istanza di interpello probatorio (ex art. 11 comma 1 lett. b) della L. 212/2000) per ottenere un parere
circa la sussistenza delle “oggettive situazioni” che
hanno reso impossibile il conseguimento dei ricavi,
degli incrementi di rimanenze e dei proventi nonché
del reddito minimo, ovvero non hanno consentito di
effettuare le operazioni rilevanti ai fini IVA di cui sopra.
Relativamente alla disapplicazione della disciplina in
commento, la circolare ribadisce – in via preliminare
– che la presentazione dell’interpello è facoltativa, ma
vengono previsti obblighi di segnalazione “sostitutiva”
in dichiarazione diversamente costruiti a seconda che
l’istanza sia stata o meno presentata e in funzione della risposta ricevuta, con conseguente diverso trattamento sanzionatorio.
In particolare, come già chiarito dalla circ. n. 9 del 1°
aprile 2016 di riforma degli interpelli, le società di comodo che intendono richiedere il rimborso IVA possono attestare la presenza delle “oggettive situazioni”
presentando una dichiarazione sostitutiva di atto di
notorietà mediante compilazione del campo VX4 del
quadro VX della dichiarazione IVA.
La presenza della dichiarazione sostitutiva e l’assenza
di ulteriori cause ostative consentono l’erogazione del
rimborso in procedura semplificata od ordinaria.
Eutekne.Info / Sabato, 23 luglio 2016
In caso, invece, di presentazione di istanza di interpello ai fini della disapplicazione della disciplina delle società non operative e/o delle società in perdita sistematica, l’erogazione del rimborso avviene a seguito
dell’esito, anche tacito, degli interpelli.
La circolare precisa, inoltre, che, in assenza della dichiarazione sostitutiva di cui al quadro VX e delle
istanze preventive di interpello, il rimborso può essere
erogato qualora la società “presenti un’autonoma dichiarazione sostitutiva su richiesta dell’ufficio, effettuata nell’ambito dell’attività istruttoria. Diversamente,
l’operatività e l’assenza di perdita sistematica sono riscontrate nella dichiarazione dei redditi”.
Infine, in caso di autovalutazione della sussistenza
delle situazioni oggettive, l’ufficio procede al rimborso,
restando impregiudicate le ordinarie attività di accertamento.
Focus sulle sanzioni in caso di assenza delle
“oggettive situazioni”
Da ultimo, la richiamata circolare n. 33 (§ 1.1) affronta i
profili sanzionatori.
Nello specifico, qualora sia successivamente accertata
l’assenza di tali condizioni oggettive e, quindi, verificata la non spettanza del rimborso IVA, troveranno applicazione le disposizioni contenute nell’art. 5 comma 4
del DLgs. 471/97, vale a dire la sanzione amministrativa dal 90 al 180% della maggiore imposta dovuta o della differenza di credito rimborsato.
Se l’eccedenza di credito IVA è stata compensata, si
applicherà l’art. 13 comma 4 del DLgs. 471/97, vale a dire la sanzione pari al 30% del credito utilizzato (in
quanto esistente), salva l’applicazione di disposizioni
speciali.
Laddove, invece, si riscontri l’indebito utilizzo dell’eccedenza di credito a scomputo dell’IVA a debito relativa ai periodi di imposta successivi, tornerà applicabile
la sanzione amministrativa dell’art. 6 comma 6 del
DLgs. 471/97, pari al 90% dell’ammontare della detrazione compiuta.
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FISCO
STUDIO DUCOLI
Rimborso erogabile anche con accertamento
“saldato” nel biennio
La sospensione della ragione di controcredito in via giudiziale può ostare alla sospensione del
rimborso
/ Alfio CISSELLO
L’Agenzia delle Entrate, nella circolare n. 33 di ieri, fa il
punto della situazione sia in merito all’ambito applicativo del fermo amministrativo dei rimborsi sia in relazione ai nessi che, alla luce della riforma apportata dal
DLgs. 175/2014, sussistono tra obbligo di prestazione
della garanzia e notifica di un atto di accertamento o
di rettifica nel biennio antecedente alla data di richiesta del rimborso.
Con riferimento a quest’ultima casistica, l’art. 38-bis
del DPR 633/72, così come riformato dal DLgs. 175/2014,
ha individuato alcune casistiche in cui è ancora necessaria la prestazione della garanzia, tra cui figura la notifica, nel biennio antecedente alla domanda di rimborso di importo pari o superiore a 15.000 euro, di un
atto di accertamento o di rettifica che supera determinati requisiti quantitativi.
Nella precedente circolare n. 32/2014, era stato affermato che la sola notifica dell’accertamento rappresentava una causa di per sé ostativa al rimborso, se non
tramite prestazione della garanzia, eccezion fatta per
le ipotesi in cui l’atto fosse venuto meno o mediante
autotutela o per effetto di sentenza passata in giudicato.
Ora, le Entrate, entro certi termini, correggono il tiro,
sostenendo che se il contribuente, anche a seguito di
istituti deflativi del contenzioso, ha onorato in via integrale la pretesa (non sembrerebbe sufficiente, quindi, il
pagamento della prima rata, che perfeziona ad esempio l’adesione), non c’è alcuna necessità di prestare la
garanzia.
Detto diversamente, non si tratta in tal caso di contribuente a rischio, e non vi è quindi ragione di pretendere la garanzia.
Altrettanto interessanti sono i chiarimenti relativi al
fermo amministrativo.
Si prende atto della modifica dell’art. 23 del DLgs.
472/97 ad opera del DLgs. 158/2015, che ha esteso la
possibilità di bloccare il rimborso al caso in cui siano
stati notificati atti di accertamento, e non solo all’ipotesi degli atti irrogativi di sanzioni.
Per le Entrate, ma su questo invero si potrebbe discutere, anche gli avvisi bonari rappresentano una ragione
di credito tale da poter azionare la sospensione del
rimborso, e ciò anche se si tratta di avviso emesso ai
sensi dell’art. 36-ter del DPR 600/73.
Di contro, la sospensione non può essere adottata se
Eutekne.Info / Sabato, 23 luglio 2016
sono pendenti i trenta giorni entro cui il contribuente
può scegliere se definire l’avviso bonario, oppure se è
in corso un piano di dilazione ai sensi dell’art. 3-bis del
DLgs. 462/97.
Inoltre, se il contribuente sta pagando una rata derivante da istituti deflativi del contenzioso (adesione,
acquiescenza, conciliazione giudiziale oppure mediazione), non ha rilevanza, sul versante della sospensione, il mero inadempimento nel versamento di una rata isolatamente considerato, siccome la sospensione
può essere disposta solo se il contribuente è decaduto
dalla dilazione (bisogna quindi avere riguardo all’art.
15-ter del DPR 602/73, ove si prevede che la decadenza
si verifica se il tardivo versamento della rata si protrae
oltre il termine per quella successiva).
Analoghe considerazioni sono fatte per la dilazione dei
ruoli ex art. 19 del DPR 602/73; il solo mancato pagamento di una o più rate non legittima la sospensione
del rimborso, a differenza di ciò che avviene in caso di
decadenza, fatto che, nel sistema attuale, si verifica
con il mancato pagamento di cinque rate.
Anche gli avvisi bonari “sospendono” i rimborsi
È una causa ostativa alla sospensione del rimborso la
riammissione alla dilazione, che, per gli istituti deflativi del DLgs. 218/97, è stata prevista dall’art. 1 commi
134-138 della L. 208/2015.
Molto importante è il chiarimento contenuto nel § 1.3
della circolare: il rimborso può non essere sospeso se
l’atto che costituisce la ragione di credito è stato oggetto di sospensione giudiziale o amministrativa, “considerata la particolare situazione economico-finanziaria
del contribuente o la sopravvenuta incertezza della
pretesa tributaria”, locuzione invero non molto chiara.
Sebbene si parli solo di atti di riscossione, è naturale
che ciò valga in generale per gli atti impositivi, e, a
maggior ragione, se non si è in presenza di una mera
sospensione (ad esempio ex art. 47 del DLgs. 546/92)
ma di una sentenza di annullamento.
Si afferma poi la natura residuale del fermo dell’art. 69
del RD 2440/1923, di cui molte volte abbiamo parlato,
posto che, dopo il DLgs. 158/2015, in materia tributaria
l’istituto è disciplinato, in maniera (quasi) esaustiva
dall’art. 23 del DLgs. 472/97.
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FISCO
STUDIO DUCOLI
Cessione di azienda e non di singoli beni se l’obiettivo
è la produzione
Anche in assenza di riferimento all’avviamento, se vi è la potenzialità produttiva c’è azienda
/ Anita MAURO
Integra una cessione di ramo d’azienda (soggetta ad
imposta di registro proporzionale) e non una cessione
di singoli beni aziendali (soggetta ad IVA), la cessione
di presse e macchinari industriali potenzialmente idonei alla produzione, se collegati ad un contratto di fornitura stipulato tra cedente e cessionaria per la produzione di specifici materiali. Lo ha sottolineato la Cassazione, nella sentenza n. 15175 depositata ieri.
Nel caso di specie, una società vendeva ad un’altra alcune presse ed altri macchinari altamente specializzati, necessari per lo svolgimento di attività di “stampaggio lamiere, grassaggio, impacchettamento sfridi ed
assemblaggio di componenti stampati”. A seguito della cessione, la società cedente stipulava con la cessionaria un contratto di fornitura avente ad oggetto i prodotti realizzati tramite le presse cedute, nel quale contratto veniva richiamato un preesistente contratto di
fornitura, intercorso tra la cedente ed una società terza, avente ad oggetto i medesimi prodotti.
L’Agenzia delle Entrate riteneva che gli atti sopra individuati configurassero non una semplice cessione di
beni strumentali, ma, se valutati nel loro insieme, dovessero essere qualificati come cessione di ramo di
azienda e, quindi, assoggettati ad imposta di registro.
A seguito di ricorso delle parti, le Commissioni tributarie provinciale e regionale confermavano la qualificazione del contratto come atto di cessione di singoli beni aziendali, rilevando come i beni acquistati fossero
stati inseriti dalla cessionaria nella preesistente attività produttiva, previa costruzione di un capannone nuovo e di una nuova linea produttiva.
L’Agenzia delle Entrate, però ricorreva in Cassazione,
sostenendo ancora la tesi della “cessione di azienda”,
affermando che dagli atti realizzati emergesse la volontà delle parti di realizzare un disegno unitario, teso
a permettere alla cessionaria di continuare esattamente la produzione dei beni che la cedente aveva ricevuto in commessa dalla società terza: per questo la cessione non riguardava singoli beni, ma un complesso
organizzato di beni idoneo a permettere la prosecuzione dell’identica attività produttiva svolta dalla cedente.
La Corte di Cassazione condivide le doglianze
dell’Agenzia delle Entrate e rinvia la causa ad un’altra
sezione della Commissione Regionale, perché riesamini la causa. In particolare, secondo la Corte di Cassazione, la Commissione Regionale avrebbe sbagliato attribuendo rilevanza ad elementi secondari ed, invece,
trascurando elementi fondamentali per la qualificazio-
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ne degli atti in questione.
Infatti – ricorda la Cassazione – nell’applicazione
dell’imposta di registro è necessario valorizzare in maniera preminente la causa reale e gli interessi perseguiti dai contraenti, anche a scapito del “titolo e della
forma apparente” degli atti portati alla registrazione:
l’oggetto dell’indagine che l’interprete deve realizzare
sull’atto da registrare non è costituito da “cosa le parti
hanno scritto”, bensì da “cosa le stesse hanno effettivamente realizzato con il regolamento negoziale adottato”.
Prevale la causa reale sul “nome” scelto dalle parti
Pertanto, ove sia necessario valutare se un determinato atto configuri una cessione di singoli beni strumentali o una cessione di azienda, è necessario fare riferimento alla nozione civilistica di azienda, ricordando
come essa sia contraddistinta dall’organizzazione dei
beni finalizzata all’esercizio dell’impresa.
Pertanto, è corretto riqualificare in cessione di azienda l’atto che le parti abbiano, invece, qualificato come
“cessione di singoli beni strumentali”, se il contratto ha
avuto ad oggetto il trasferimento di beni in un contesto produttivo, anche solo potenziale, atteso che non è
richiesto che l’esercizio dell’impresa sia attuale. In tal
caso – aggiunge la Corte – non basta ad escludere la
cessione di azienda il fatto che il trasferimento sia stato realizzato con atti formalmente distinti, né il fatto
che per l’esercizio dell’impresa ad opera del cessionario siano state necessarie integrazioni.
Alla luce di tali principi, quindi, la Corte rileva come,
nel caso di specie, il contratto fosse, sì, finalizzato alla
cessione delle presse e dei macchinari, ma in esso fosse specificata chiaramente l’attività al cui utilizzo esse erano destinate. Inoltre, il fatto che le presse ed i
macchinari ceduti fossero necessari per assolvere un
contratto di fornitura stipulato tra la cedente e la cessionaria (che riproduceva a sua volta un contratto di
fornitura assunto dalla cedente) volto a realizzare specifici prodotti, avvalorava, secondo la Corte, l’impostazione dell’Agenzia delle Entrate, secondo la quale oggetto del contratto era un ramo di azienda, munito di
autonoma potenzialità produttiva, tale da consentire
la prosecuzione dell’attività produttiva già svolta dalla
cessionaria, come dimostrato anche dall’acquisizione,
ad opera della cessionaria, del magazzino materie prime e dei semilavorati della cedente.
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ancora
FISCO
STUDIO DUCOLI
Da prorogare i termini per l’assegnazione agevolata di
beni ai soci
Il CNDCEC sta facendo pressione per spostare la scadenza del 30 settembre. Il Governo ci sta
pensando: sul tavolo l’ipotesi 30 novembre
/ Savino GALLO
Il ritardo con cui sono arrivate le istruzioni operative
in merito all’assegnazione e cessione agevolata di beni ai soci e alla trasformazione agevolata di alcune società, contenute nella circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 26, del 1° giugno scorso, impedirà a tanti soggetti di usufruire dell’agevolazione di cui all’art. 1, comma 115 della L. 208/2015.
A lanciare l’allarme è l’Ordine di Torino che, nella giornata di ieri, ha inviato un’istanza al Consiglio nazionale di categoria con cui segnala che l’attività degli iscritti è stata “sostanzialmente sospesa nell’attesa di ricevere le indicazioni interpretative da parte dell’Agenzia
delle Entrate”. Una circolare, arrivata “nel cuore dell’ingorgo fiscale”, che peraltro ha lasciato “irrisolte non
poche questioni interpretative”.
“Le operazioni in oggetto – scrive Aldo Milanese, Presidente dell’ODCEC torinese – riguardano, nella maggior parte dei casi, beni immobili e la connessa attività
propedeutica alla stipula degli atti notarili è tutt’altro
che semplice”.
Alcune di queste operazioni, se si considerano i tempi
richiesti dalle norme e la sospensione feriale dei termini, sono “già tecnicamente irrealizzabili”. Ecco perché, questa la causa che l’Ordine di Torino chiede di
perorare, è necessaria una proroga della scadenza per
usufruire dell’agevolazione, fissata dalla legge di stabilità al 30 settembre prossimo.
Una richiesta che il Consiglio nazionale ha già avanzato nel corso delle sue interlocuzioni con l’Agenzia delle Entrate e il Ministero dell’Economia, consapevole
che il problema esiste (basti pensare che, ad oggi, man-
Eutekne.Info / Sabato, 23 luglio 2016
cano ancora i codici tributo per il pagamento dell’imposta) ed è sentito da molti professionisti.
Per questo, spiega Luigi Mandolesi, Consigliere del CNDCEC con delega alla fiscalità, oltre ad un allungamento dei termini, su cui “si sta spingendo già da un po’”, il
Consiglio nazionale ha chiesto alle Entrate anche di
provare a fare maggiore chiarezza sulle questioni ancora aperte: “La circolare ufficiale – aggiunge Mandolesi – in parte migliora il quadro rispetto alla prima
versione (su cui i commercialisti avevano sollevato diverse perplessità, ndr), perché prevede che la sostitutiva sulla plusvalenza vale anche per il socio. Non viene,
però, fatta chiarezza sul problema della riserva di rivalutazione. Per questo, abbiamo sollecitato ulteriori precisazioni, ma ci è stato detto che potranno arrivare solo se verrà concessa la proroga dei termini”.
Un’eventualità, quest’ultima, che sembrerebbe tutt’altro che improbabile. D’altronde, ricorda ancora Mandolesi, “il Governo ha delle aspettative in termini di entrate derivanti da questa agevolazione, che potrebbero
essere fortemente ridotte qualora non si riuscisse a
portare a termine tutte le operazioni”.
Per questo, consci di tale eventualità, si starebbe già
pensando alla concessione della proroga, magari spostando il termine dal 30 settembre al 30 novembre. “È
un’ipotesi possibile – conferma Mandolesi –, anche se
bisogna capire quale possa essere il provvedimento legislativo che dovrà contenerla”. Quanto ai tempi, invece, pare difficile, qualora si optasse davvero per uno
slittamento della scadenza, che la decisione possa arrivare prima del mese di settembre.
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ancora
FISCO
STUDIO DUCOLI
Opzione entro il 1° agosto per poter continuare a
trasformare le DTA
L’Agenzia ha pubblicato ieri il provvedimento con le modalità, una circolare esplicativa e la risoluzione
col codice tributo per versare il canone annuo
/ REDAZIONE
Sono pronte le regole per i soggetti che vogliono continuare ad avvalersi della trasformazione in credito
d’imposta delle DTA iscritte in bilancio. Ieri, infatti, con
un provvedimento, la circolare n. 32 e la risoluzione n.
60, l’Agenzia delle Entrate ha, rispettivamente, fissato
le modalità per l’esercizio dell’opzione, fornito chiarimenti e istituito il codice tributo per il versamento,
mediante F24, del canone dovuto in caso di opzione.
Si ricorda che l’art. 11 del DL 59/2016 convertito ha stabilito che, per poter continuare a trasformare le DTA, i
soggetti interessati alla disciplina devono esercitare
apposita opzione, irrevocabile, e pagare un canone annuo dell’1,5% entro il termine per il versamento a saldo
delle imposte sui redditi. Per il periodo d’imposta in
corso al 31 dicembre 2015, invece, il versamento, e con
esso l’esercizio dell’opzione, deve essere effettuato entro il 31 luglio 2016 senza applicazione dell’art. 17 comma 2 del regolamento di cui al DPR 435/2001 (si veda
“Rinviata a fine luglio l’opzione per poter continuare a
trasformare le DTA” del 13 giugno). La scadenza è confermata dall’Agenzia, con la precisazione che, poiché il
31 luglio cade di domenica, essa slitta al 1° agosto.
In particolare, la circ. precisa che la deroga esplicita
operata dall’art. 11 alla norma che consente di effettuare i versamenti entro 30 giorni dai termini previsti, con
la maggiorazione a titolo di interesse corrispettivo,
comporta anche la deroga alla disposizione contenuta
nell’art. 37, comma 11-bis del DL 223/2006, secondo cui
gli adempimenti fiscali e il versamento delle somme di
cui agli artt. 17 e 20, comma 4 del DLgs. 241/97, che
hanno scadenza dal 1° al 20 agosto di ogni anno, possono essere effettuati entro il giorno 20 dello stesso
mese, senza maggiorazione. Secondo l’Agenzia, infatti,
il legislatore, nel derogare alla norma che consente la
proroga dei versamenti con applicazione di una maggiorazione a titolo di interesse corrispettivo, ha voluto
altresì derogare, a fortiori, alle disposizioni che consentono, nel periodo dal 1° al 20 agosto, di prorogare
adempimenti e versamenti senza maggiorazioni.
Resta fermo, invece, quanto disposto dall’art. 7, comma 1, lett. h) del DL 70/2011, in base al quale i versamenti e gli adempimenti, anche se solo telematici, che
scadono il sabato o in un giorno festivo, sono sempre
rinviati al primo giorno lavorativo successivo, trattandosi di una proroga a sistema disposta per consentire
di effettuare versamenti e adempimenti che scadono
di sabato o nei giorni festivi, quando i contribuenti potrebbero incontrare oggettive difficoltà.
L’opzione, come detto, è irrevocabile e comporta l’ob-
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bligo del pagamento di un canone annuo fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2029. Se la base imponibile è negativa o nulla – ossia quando le imposte versate sono superiori o pari alle attività per imposte anticipate – il canone non è dovuto e l’opzione può essere
esercitata, sempre entro lo stesso termine, tramite comunicazione all’indirizzo PEC della DRE competente.
In caso di partecipazione al regime di consolidato nazionale ex artt. 117 e ss. del TUIR, il versamento o la comunicazione da parte della consolidante determina
l’esercizio dell’opzione per le consolidate interessate
dalle disposizioni sulla trasformazione. Una volta che
sia stata operata l’opzione da parte della consolidante
– precisa l’Agenzia nella circ. – le imprese interessate
partecipano sempre, con le proprie imposte e attività
per imposte anticipate, al calcolo della base imponibile del canone annuo relativo al consolidato, anche per
le annualità in cui tali imprese non dovessero presentare attività per imposte anticipate.
Il provvedimento sottolinea poi che, se il termine di
approvazione del bilancio relativo all’esercizio in corso al 31 dicembre 2015 scade dopo il 31 luglio 2016, l’opzione può essere esercitata tramite comunicazione
all’indirizzo PEC della DRE competente, fermo restando l’obbligo di versamento del canone entro il termine
per il versamento a saldo delle imposte sui redditi relative al medesimo esercizio. Ancora, l’importo del canone annuo è ragguagliato alla durata dell’esercizio se
questa è inferiore o superiore a 12 mesi.
Con riferimento ai soggetti aderenti al regime di consolidato nazionale, l’Agenzia chiarisce anche che, se
un’impresa che ha esercitato l’opzione entra in un
nuovo consolidato o subentra in uno preesistente, l’opzione s’intende esercitata anche dalla consolidante del
nuovo consolidato e dalle altre società consolidate interessate o, in mancanza di precedente opzione, dalla
consolidante del preesistente consolidato e dalle altre
società consolidate interessate, a partire dal periodo
d’imposta in cui è efficace il nuovo consolidato o avviene il subentro in quello preesistente.
Come anticipato, per consentire il versamento, tramite F24, del canone, la ris. n. 60 ha quindi istituito il codice tributo “2900”, denominato “Canone per opzione ai
sensi dell’articolo 11 del decreto legge 3 maggio 2016, n.
59”. Esso va esposto nella sezione “Erario”, in corrispondenza esclusivamente della colonna “importi a
debito versati”, indicando nel campo “Anno di riferimento” dell’anno d’imposta cui si riferisce il versamento, nel formato “AAAA”.
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LAVORO & PREVIDENZA
STUDIO DUCOLI
Diritto al trattamento economico per il lavoro
all’estero anche dopo il rientro
La Cassazione ha considerato il trattamento per un dirigente superminimo irriducibile, riconoscendolo
quindi utile anche per il calcolo del TFR
/ Luca NEGRINI
La Cassazione è stata chiamata a decidere della sorte
del trattamento economico goduto da un dirigente di
un istituto di credito nel periodo in cui ha lavorato
all’estero, una volta che il rapporto sia proseguito dopo
il suo rientro in Italia al termine della missione.
Con la sentenza n. 15217 pubblicata ieri, i giudici di legittimità hanno confermato la pronuncia della Corte di
Appello di Torino, secondo cui il lavoratore ha diritto a
conservare, anche dopo il suo rientro in Italia, il trattamento economico percepito nei periodi di lavoro in
Germania, costituito dalle voci “costo della vita” (percentuale di differenziale tra il costo della vita tra i due
Paesi), “indennità per il servizio estero” (correlata al disagio della piazza di destinazione) e trattamento ad
personam estero.
La Corte, con una premessa di carattere generale, correttamente distingue innanzitutto i rimborsi spese,
che hanno natura riparatoria e che costituiscono la
reintegrazione di una diminuzione patrimoniale subita dal lavoratore, dal trattamento estero, cui deve essere riconosciuta natura retributiva, tanto in presenza di
una funzione compensativa della maggior gravosità
del disagio morale e ambientale connesso alla missione, quanto nel caso in cui il riconoscimento economico sia correlato alle qualità e condizioni personali del
lavoratore, che costituiscono elementi della professionalità del dipendente indispensabili per prestare lavoro fuori dai confini nazionali.
I giudici della Corte, richiamandosi ad un loro lontano
precedente (Cass. 26 gennaio 1989 n. 475), proseguono
precisando che, ferma la natura retributiva dell’indennità per il lavoro all’estero, la distinzione tra la funzione compensativa del maggior disagio e quella di compenso della professionalità del lavoratore assume rilievo per decidere se il trattamento retributivo sia soggetto o meno al principio generale di irriducibilità di cui
all’art. 2103 c.c.
Se il trattamento compensa il disagio per il lavoro
all’estero viene meno una volta terminata la missione,
mentre se è un corrispettivo della maggior professionalità del lavoratore questi ha diritto a mantenere
l’emolumento anche dopo essere rientrato in Italia, subendo altrimenti una riduzione della retribuzione in
contrasto con l’art. 2103 c.c..
La ricostruzione delle regole generali sulla sorte
Eutekne.Info / Sabato, 23 luglio 2016
dell’indennità per il lavoro all’estero dopo la fine della
missione è sicuramente corretta, ma la Corte pare non
averne fatto una ragionevole applicazione nel caso
concreto, almeno per quanto è dato comprendere dalla lettura della sentenza. Pare, infatti, che sia stata riconosciuta l’irriducibilità dell’intero trattamento economico percepito nei periodi di lavoro in Germania,
costituito dalle voci “costo della vita” (percentuale di
differenziale tra il costo della vita tra i due Paesi), “indennità per il servizio estero” (correlata al disagio della piazza di destinazione) e trattamento ad personam
estero.
Discutibile il riconoscimento dell’irriducibilità
dell’intero trattamento
Le singole componenti del compenso sembrano, infatti, avere carattere sostanzialmente diverso e solo l’ultima delle tre voci ha sicuramente natura di compenso
per la professionalità del lavoratore, che merita di essere mantenuto anche dopo il rientro in Italia. Le altre
due voci, invece, correlate al maggior costo della vita
in Germania e al disagio legato alla destinazione, in
quanto finalizzate a compensare il disagio collegato
alla prestazione lavorativa all’estero, avrebbero dovuto
venire meno una volta terminata la missione.
La sentenza della Cassazione, una volta attribuito al
trattamento riconosciuto al dirigente natura di superminimo irriducibile, può poi risolvere con facilità l’ulteriore questione sottoposta alla sua attenzione, relativa all’incidenza sul trattamento di fine rapporto. Se
l’importo ha natura di superminimo, non può essere
applicata la disposizione del contratto collettivo che
esclude dalla base di calcolo del TFR gli emolumenti di
carattere eccezionale, i rimborsi spese e i trattamenti
previsti in caso di trasferimenti e missioni.
Il trattamento economico percepito in relazione al lavoro all’estero, una volta qualificato come superminimo, deve quindi essere riconosciuto utile anche ai fini
del calcolo del TFR, in applicazione della regola generale prevista dall’art. 2120 c.c., secondo cui sono incluse nella base di calcolo tutte le somme corrisposte in
dipendenza del rapporto di lavoro a titolo non occasionale, salva diversa disposizione del contratto collettivo.
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LETTERE
STUDIO DUCOLI
L’istituzione deve essere al servizio del cittadino, non
viceversa
Gentile Redazione,
chi ci impedisce di avanzare come proposta che se
l’amministrazione ritiene utile la nostra collaborazione è lecito che corrisponda un compenso per i nostri
servizi, adeguato e commisurato a meriti e complessità degli stessi?
Perché solo ed esclusivamente sul cliente deve gravare l’onere del compenso per adempimenti complessi e
farraginosi che la macchina fiscale ha voluto istituire,
in netto spregio ai principi di semplicità, efficacia e
trasparenza, come base della riforma tributaria avvenuta nel lontano 1972?
Quello che ai commercialisti viene continuamente richiesto è coerenza e correttezza professionale, ma con
quale pretesa se poi gli stessi principi non valgono anche per la Pubblica Amministrazione?
Mi sembra più che lecito chiedere uniformità di comportamento!
Quindi è ora di dire basta ad un atteggiamento che oramai, di fatto, è di sudditanza verso i contribuenti.
Basta adottare due pesi e due misure, ossia da un lato
ci viene chiesto precisione e rigore scientifico, a suon
di pesanti ed onerose sanzioni amministrative (tal volta anche detentive) e dall’altro esiste un’Amministrazione Pubblica che agisce non curante dei continui soprusi ed abusi ai danni dei malcapitati contribuenti.
Si pensi ai tempi di evasione entro i quali vengono portate a compimento determinate pratiche: ad esempio
quella di accertamento che, quasi sempre, viene effettuata in un arco temporale di oltre 40 giorni, lasciando
al contribuente insieme allo sventurato professionista
incaricato, il restante lasso di tempo a compimento dei
termini di scadenza (60 giorni), entro i quali presentare opposizione, barcamenandosi in un complicato e
controverso ricorso.
Questi semplici spunti costituiscono la via maestra da
percorrere se vogliamo che “l’istituzione sia al servizio
del cittadino” e non viceversa.
Vincenzo De Lucia
Membro commissioni Pari Opportunità e Aggiornamento Attualità Professionale ODCEC di Milano
Direttore Editoriale: Michela DAMASCO
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