Petrolio: supply crunch dal 2018?

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Petrolio: supply crunch dal 2018?
Petrolio: supply crunch dal 2018?
Secondo un recente rapporto di HSBC, metà dei giacimenti mondiali ha superato il picco di
produzione. Nel 2017 si supererà l'oversupply per scivolare nella condizione opposta: dal 2018 al
2040 ci sarà una contrazione delle forniture con un eccesso di domanda e conseguente rialzo dei
prezzi. Una situazione che potrebbe permettere un terzo ciclo di investimenti in riserve non
convenzionali.
Luca Re
Aspettiamoci un costante declino dei giacimenti di oro nero nei prossimi anni. Questo è il succo
di un rapporto di HSBC datato settembre 2016, ma reso interamente pubblico in questi giorni, Global
oil supply 2017 (allegato in basso).
Secondo gli esperti energetici del colosso bancario inglese, infatti, il mondo è sull’orlo di una
contrazione delle forniture petrolifere (supply crunch).
Più volte su queste pagine abbiamo approfondito l’argomento (vedi ad esempio Stati Uniti al top
delle riserve petrolifere mondiali, ma c’è il rischio bolla). Quanto è vicino il picco del petrolio?
Da un po’ di tempo a questa parte, le preoccupazioni dei paesi produttori e consumatori di greggio si
sono concentrate sullo squilibrio tra domanda e offerta (oversupply), con il conseguente crollo
dei prezzi del barile e la decisione presa lo scorso novembre dall’OPEC di ridurre l’output.
Gli analisti di HSBC, invece, ribaltano un po’ il quadro, perché sostengono 1) che nel 2017 tornerà
l’equilibrio tra consumi e produzione e 2) che c’è il rischio di un eccesso di domanda dal 2018 in
poi, che a sua volta potrebbe determinare una serie di effetti assai negativi per l’economia mondiale
nel suo complesso.
Vediamo i punti principali dello studio:
Il picco della domanda è ancora lontano (non avverrà prima del 2040) e i consumi
petroliferi stanno aumentando al ritmo di circa un milione di barili giornalieri l’anno.
La capacità effettiva di riserva scenderà all’uno per cento della domanda nel 2017.
Il 64% della produzione petrolifera globale è in fase calante. La stima è “benigna” secondo
HSBC: parliamo di giacimenti che assicurano 59 milioni di barili giornalieri su 91 totali.
Assumendo un tasso di declino del 5-7% annuo su questi giacimenti che hanno superato
il loro picco produttivo (post-peak output), nel 2040 avremo perso 41-48 milioni di barili
quotidiani, equivalenti circa al quadruplo dell’output corrente dell’Arabia Saudita, vedi
grafico sotto.
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Il “buco” produttivo, però, sarà ancora più ampio, si legge nel rapporto del gruppo bancario inglese,
considerando l’incremento di domanda previsto nel periodo 2016-2040: all’appello mancheranno
allora 55-60 milioni di barili giornalieri tra poco più di vent’anni. Per quanto riguarda le quotazioni
Brent del greggio, HSBC prevede una risalita a 60-75 dollari al barile nel 2017-2018.
Vuoto di offerta e cicli del petrolio
Queste previsioni sono attendibili? «Concordo sul fatto che nel 2017 avremo un maggiore
equilibrio ma ritengo che il vuoto di offerta sarà spostato in là negli anni», ci spiega il prof.
Alberto Clò, economista ed esperto di politiche energetiche.
Nel 2014-2015, ricorda Clò, si sono bruciati investimenti nell’upstream per centinaia di
miliardi di dollari, con moltissimi progetti cancellati o dilazionati.
Ci sono due variabili da considerare, prosegue l’economista: «Quanto crescerà la domanda
petrolifera nei paesi non-OCSE e se gli Stati daranno seguito agli accordi di Parigi per
combattere il cambiamento climatico e favorire la transizione energetica».
Per il momento, aggiunge Clò, «mi aspetto un’oscillazione dei prezzi del barile sui 50-60 dollari,
una fascia che accontenta sia i produttori sia i consumatori. Il vuoto di offerta, come effetto del crollo
degli investimenti, si avrà nel medio termine. Gli stessi produttori non sono interessati a spingere i
valori troppo verso l’alto, per non accelerare la sostituzione del petrolio con le fonti
rinnovabili».
«Contare i barili è fuorviante», osserva il prof. Ugo Bardi, esperto di risorse fossili e studioso del
picco del petrolio. «La vera domanda è se a qualcuno conviene estrarre il petrolio che c’è
sottoterra. Le opinioni divergono su come-quanto il sistema economico vorrà andare verso nuove
trivellazioni o verso altre forme di energia».
Allora chi ha ragione: un grande produttore come Exxon, che prevede una continua espansione dei
combustibili fossili, carbone escluso, fino al 2040, o HSBC che prevede un taglio delle estrazioni?
Come evidenzia Bardi, «ci sono stati due cicli del petrolio: il primo del greggio convenzionale, che
è durato un secolo e sta calando, il secondo dello shale oil o petrolio di scisto, che è nato per
compensare la diminuzione del ciclo precedente e sta dando segni di aver raggiunto il livello
massimo».
Il riferimento di Bardi è al boom dei giacimenti cosiddetti “non convenzionali”, iniziato una quindicina
d’anni fa negli Stati Uniti grazie alla tecnica del fracking (fratturazione degli scisti).
«Non è impossibile - termina Bardi - che possa iniziare un terzo ciclo delle sabbie bituminose, se
il sistema politico-finanziario deciderà di investire in quella direzione». L’estrazione di petrolio dalle
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sabbie bituminose (soprattutto in Canada), precisa il nostro esperto, al momento è molto marginale,
ma i costi si sono ridotti grazie ad alcune innovazioni tecnologiche, quindi se il prezzo del barile
risalisse oltre 70 dollari questi giacimenti potrebbero diventare convenienti.
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Report HSBC - Global oil supply. Will mature field declines drive the next supply
crunch?
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Luca Re
URL di origine (Salvata il 23/01/2017 - 13:20):
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