RASSEGNA STAMPA CGIL FVG – giovedì 3 novembre 2016
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Transcript RASSEGNA STAMPA CGIL FVG – giovedì 3 novembre 2016
RASSEGNA STAMPA CGIL FVG – giovedì 3 novembre 2016
(Gli articoli di questa rassegna, dedicata prevalentemente ad argomenti locali di carattere economico e sindacale, sono
scaricati dal sito internet dei quotidiani indicati. La Cgil Fvg declina ogni responsabilità per i loro contenuti)
ATTUALITÀ, ECONOMIA, REGIONE (pag. 2)
Sbloccati 100 milioni, ma i cantieri non aprono (M. Veneto, 2 articoli)
Addio alle Province, Fontanini non ci sta (Piccolo)
Negozi chiusi, battaglia legale (Gazzettino)
I saldi partono il 5 gennaio in Friuli come in Veneto (M. Veneto)
Il tramonto di Stefanel (Gazzettino)
CRONACHE LOCALI (pag. 7)
Stretta sui permessi, «donne penalizzate» (M. Veneto Pordenone)
Sciopero a Poste Italiane, prevista un'alta adesione (M. Veneto Pordenone)
Commesse al lavoro forzato, rischio multe (M. Veneto Pordenone)
Dentista gratis in ospedale, in "coda" 15mila persone (Gazzettino Pordenone)
Docenti di sostegno, allarme nelle scuole (Gazzettino Pordenone)
Municipio, rivoluzione al vertice. Arrivano dieci nuovi dirigenti (Piccolo Trieste)
«I commercianti credano in Trieste città turistica» (Piccolo Trieste)
Il dentista gratuito arriva al traguardo (Piccolo Trieste)
Supermercati ribelli, multe fino a 36mila euro (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
«Giustizia dopo latitanza e solitudine» (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
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ATTUALITÀ, ECONOMIA, REGIONE
Sbloccati 100 milioni, ma i cantieri non aprono (M. Veneto)
di Michela Zanutto - Il Fondo Volano ha sbloccato tra il 2015 e il 2016 ben 100 milioni di
investimenti, per 170 opere in oltre 100 Comuni. Un sistema messo a punto dalla Regione per
armonizzare i conti degli enti locali con il Patto di stabilità interno, prima, e con il Pareggio di
bilancio poi. Una vera e propria boccata d’ossigeno per il mondo dell’edilizia, messo in ginocchio
dalla crisi. «È uno strumento fondamentale, ma bisogna fare partire le gare», invoca il presidente
regionale dei costruttori dell’Ance, Andrea Comar.
Cento milioni in due anni Con i 14 milioni inseriti nell’assestamento di Bilancio autunnale, sale a
100 milioni il valore degli investimenti regionali destinati a opere pubbliche degli enti locali. Tutti
lavori sbloccati grazie al meccanismo finanziario del Fondo Volano. Complessivamente sono 170 le
opere che potranno essere realizzate perché svincolate negli ultimi due anni dai lacci del Patto di
stabilità e del pareggio di Bilancio. L’ultimo capitolo del Fondo Volano (il problema riguardava i
finanziamenti dal 2013 in poi, negli ultimi anni il meccanismo è stato corretto) è stato illustrato ieri
dagli assessori alle Autonomie locali, Paolo Panontin, e alle Infrastrutture, Mariagrazia Santoro, che
hanno ricordato «l’impegno della Regione a raggiungere l’obiettivo primario di sbloccare il
maggior numero di investimenti nel più breve tempo possibile, onorando il principio della piena
autonomia dei Comuni nella scelta delle opere, senza imporre alcun dirigismo, ma assecondando
tutte le richieste pervenute dagli enti locali».
La collaborazione fra assessori Lo strumento finanziario è frutto del lavoro congiunto fra tre
Direzioni centrali: oltre a quelle di Panontin e Santoro, la Direzione centrale Finanze e Patrimonio
che fa capo all’assessore Francesco Peroni. Il Fondo Volano sostiene un Programma triennale di
conversione degli incentivi, per opere e investimenti, concessi agli enti locali in conto capitale e
liquidabili in base agli stati di avanzamento lavori. «Abbiamo trasformato i flussi finanziari
pluriennali in finanziamenti cash aprendo di fatto degli spazi di spesa impensabili per i Comuni
dopo il 2013, anno in cui si sono registrati gli effetti più pesanti del Patto di stabilità nella nostra
regione – ha sottolineato Panontin –, confidando nella previsione che a partire dal 2017 questa
capacità di spesa per quasi 100 milioni si riverserà sull’economia reale del territorio, portando una
boccata di ossigeno alle nostre imprese del settore edile, quello più condizionato dalla crisi».
Le opere e le priorità Il Programma triennale, approvato dalla giunta il 30 settembre, ha portato a
una graduatoria delle opere che tiene conto di alcuni criteri di priorità per garantire il
completamento del maggior numero di opere pubbliche ferme. Così si sono privilegiate le opere in
fase più avanzata di realizzazione e quelle che sono un secondo lotto o il completamento di
un’opera esistente, per favorire quelle più vicine alla conclusione dei lavori, così come le opere con
un più basso valore dell’investimento. Infine, una priorità è riconosciuta ai Comuni che hanno
deliberato l’ingresso in un’Unione territoriale intercomunale (Uti) entro l’8 ottobre. Sono 88 le
opere in graduatoria di 48 Comuni per un totale da finanziare di 22,3 milioni e un valore
complessivo di investimenti di 31,7. Di queste, nel 2016, le opere finanziate con le risorse già a
disposizione (8,5 milioni) sono 43 in 23 Comuni, per un valore di 9,8 milioni. Nel 2015 erano già
state finanziate 79 opere di 53 Comuni e una della Provincia, con risorse per 49,2 milioni e un
valore degli investimenti di 66,5 milioni. «La Regione ha accompagnato gli enti locali nel
raggiungimento degli obiettivi – secondo Santoro – intervenendo anche sulla semplificazione delle
procedure per dare modo ai Comuni di programmare la spesa armonizzandola alle proprie capacità
di bilancio».
Edilizia in ginocchio «Ormai l’edilizia ha raggiunto limiti impensabili nella sua capacità di riuscire
a reggere il colpo – osserva Comar –. La crisi ha fatto una grande selezione, mandando alle ortiche
professionalità cesellate negli anni. E le difficoltà non sono ancora finite. Nel momento in cui
dovesse ripartire il lavoro, potenzialmente potremmo trovarci una migrazione di aziende da altri
territori perché il nostro esce da questa crisi impoverito. È un rischio che è dietro l’angolo anche
perché non so se il nostro territorio riuscirà a esprimere nuovi soggetti. Le imprese sopravvissute
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sono consapevoli e finalmente hanno maturato la coscienza che il lavoro di squadra aiuta, le famose
reti di impresa. Ma oggi per esempio le gare sono ferme all’80% perché mancano i regolamenti
attuativi della riforma del codice dei contratti. Quindi la burocrazia continua a strangolarci».
L’allarme dei sindacati: rischio mafia sugli appalti
di Michela Zanutto - «Come può lo Stato mettere in difficoltà imprese che vantano crediti nei suoi
confronti e fare proliferare scatole vuote?». La domanda è del segretario generale della Feneal Uil,
Mauro Franzolini, ma dopo il fallimento della Vidoni rimbalza un po’ ovunque nel mondo
dell’edilizia. Perché «ora il rischio che la mafia metta le mani sui nostri appalti esiste», sentenzia
Franzolini. La crisi dell’edilizia si affaccia sul nostro territorio nel 2011, con la Clocchiatti spa. Le
difficoltà economiche avevano costretto l’azienda a fine giugno a portare i libri contabili in
tribunale e a mandare in cassa integrazione straordinaria i 77 dipendenti. Nonostante il parere
negativo della Procura, il tribunale ha dato il via libera al concordato preventivo perché a fronte di
una situazione debitoria che ammontava a 11 milioni, l’azienda, poteva contare su un patrimonio
immobiliare di 16 milioni. Fortunatamente il tribunale ha saputo dare il giusto peso a una decina di
decreti ingiuntivi – per un valore complessivo di oltre 2 milioni e mezzo – arrivati in concomitanza
con il periodo di difficoltà e in buona parte relativi a somme pretese dalle banche. Perché questo ha
dato modo da un lato a Clocchiatti di rimettersi in sesto e dall’altro di citare per anatocismo
(tecnicamente gli interessi bancari sugli interessi) i medesimi istituti di credito. E vincere. Nel 2012
arriva la crisi della De Sabbata costruzioni di Majano. Anche in questo caso il concordato
preventivo ottiene l’omologa del tribunale. «Comincia tutto con loro – ricorda Franzolini –, chi ha
saputo gestire la fase iniziale della crisi è uscito con le ossa un po’ meno rotte degli altri». Perché i
fallimenti arrivano poi. Nel 2013 è la volta della Friulana Bitumi, nel 2016 la Tomat, soltanto per
citarne due. Dopo 50 anni di onorato servizio la Friulana Bitumi di Martignacco si affaccia al
tribunale di Udine nel 2012. Ma l’esito della richiesta di concordato è diversa da quanto si sperava.
Il fallimento per mancanza dei presupposti di legge arriva l’anno successivo: la Friulana Bitumi
aveva accordato il pagamento degli stipendi in fase di concordato. La norma prevede invece che
l’impresa non effettui, dopo la richiesta di ammissione a concordato, alcun pagamento riguardante il
pregresso per tutelare la par conditio dei creditori. Fra loro ovviamente c’erano anche i dipendenti
che sono creditori privilegiati. Le difficoltà non risparmiano nessuno. Edilcoop di Gemona (90
dipendenti), Bidoli di Prato Carnico (29), Ideaedile di Venzone (30), Spav di Martignacco (70),
Stratex di Sutrio (80), D’Andrea Costruzioni di Rigolato, Due Emme Asfalti di Mortegliano (16),
Sostero di Lignano (30), la Friulana Bitumi di Martignacco appunto (80) e De Sabbata di Majano
(25). Uno stillicidio continuo. Fino alla Tomat. Fallimento, in questo caso, dopo 60 anni di attività.
«Ormai l’ediliza ha assunto dimensioni quasi risibili per la provincia di Udine e per il territorio
regionale nel suo insieme – osserva Franzolini –. Abbiamo circa 7 mila edili iscritti nelle casse edili
della regione. Ai tempi d’oro, cioè nel 2008, erano 15 mila. E quello che è forse peggio, è che
buona parte di questi lavoratori che hanno perso l’occupazione non l’hanno ritrovata nel settore di
competenza, con un’incredibile perdita di professionalità». Negli ultimi quattro-cinque anni
«abbiamo assistito a un impoverimento delle aree montane pazzesco – continua il segretario
generale della Feneal Uil –. In particolare la Carnia ha sofferto e sta soffrendo moltissimo perché in
quell’area l’edilizia era uno dei settori trainanti. Segagione del bosco ed edilizia erano i settori
preminenti e sono praticamente crollati come settori di riferimento». Franzolini non vede grosse
speranze all’orizzonte. «Temo non ci siano neanche molti presupporti di ripresa. Al di là delle
grandi opere, come la terza corsia, dove a breve ci incontreremo con Autovie Venete e il
commissario per un protocollo sulla manodopera, il vero problema e che manca l’edilizia
residenziale. Le opere di piccole e medie dimensioni – rileva Franzolini –, erano quelle uno dei
settori trainanti dell’economia regionale. Ma proprio quello è un settore destinato a soffrire ancora a
lungo». Davanti poi al crollo di un’azienda strutturata come era la Vidoni, Franzolini allarga le
braccia: «È incredibile che un’azienda possa fallire con crediti di un certo importo nei confronti
dell’amministrazione pubblica. Al di là degli errori, è pazzesco che lo stato non onori i suoi debiti.
Un dato che credo sia solamente italiano». In questa situazione dunque «il rischio mafia esiste –
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chiude Franzolini –. Perché se perdi la struttura di impresa, il rischio è che arrivino le scatole
vuote».
Addio alle Province, Fontanini non ci sta (Piccolo)
di Marco Ballico - Il cronoprogamma per il funerale delle Province è definito e il Cal lo approva
con 13 voti a favore, un solo contrario e 2 astenuti. Ma Pietro Fontanini, suo l'unico altolà, non si
arrende, non ancora. Non solo rivendica il ruolo della Province, non solo conferma l'intenzione di
non dimettersi fino a scadenza del mandato (2018) pur in un ente con competenze ridotte, ma insiste
per mantenere la gestione dell'edilizia scolastica. «Inaccettabile che il sindaco Honsell e l'Uti
udinese - attacca il presidente di Palazzo Belgrado - comandino sulle scuole superiori del Friuli da
Tarvisio a Lignano». L'ennesimo scontro nasce nel giorno in cui Paolo Panontin presenta alle
Autonomie il ddl di giunta "Soppressione delle Province", il provvedimento che chiude il percorso
della riforma ordinamentale attuando con una legge regionale ordinaria ciò che è stato stabilito dallo
statuto di autonomia dopo le modifiche apportate con la legge costituzionale 1/2016. Si prevede tra
l'altro la nomina di un unico commissario liquidatore (che si potrà avvalere di vicecommissari) per
gli ultimi adempimenti inerenti la chiusura delle Provincie di Gorizia, Pordenone e Trieste, mentre a
Udine la procedura di liquidazione si potrà avviare solo a partire dal 2018. L'agenda è definita e il
Cal a maggioranza centrosinistra dà il via libera con rare eccezioni. Il presidente Ettore Romoli
motiva la sua astensione con le perplessità su una riforma «che non è emersa da un opportuno
dialogo con i territori» e che «con un minimo di accorgimenti, come quelli che hanno prodotto
l'intesa nella Uti giuliana, avrebbe potuto raggiungere risultati migliori di quelli ottenuti con il
dirigismo». A votare contro è invece appunto Fontanini. Deciso a fare appello alla Regione perché
consenta alla Provincia di Udine di mantenere una competenza «delicata» come quella su 100
scuole e oltre 22mila allievi, tanto più «alla luce dei recenti eventi sismici». Ma anche pronto alla
battaglia giuridica: «Il ddl, in maniera del tutto illegittima, trasferisce alla Regione funzioni svolte
dalle Province in forza di norme di legge statale». E ancora, sul personale: «È indispensabile
provvedere con una norma che tuteli il nostro ente e i dipendenti definendo già ora la loro
destinazione finale una volta chiusa la Provincia per evitare riduzioni alla dotazione organica per
effetto della mobilità verso altre istituzioni». A votare sì, invece, Maria Teresa Bassa Poropat.
«Siamo alla conclusione di un percorso necessario e doveroso - commenta la presidente della
Provincia di Trieste -, anche se è auspicabile che la riforma trovi nel tempo gli opportuni
aggiustamenti. La resistenza di Fontanini? Io, al suo posto, avrei rassegnato le dimissioni. Non a
caso i nostri assessori hanno fatto un passo indietro una volte cedute le funzioni. Che senso ha
mantenere un organigramma che costa senza avere nulla o quasi più da gestire?».
Negozi chiusi, battaglia legale (Gazzettino)
testo non disponibile
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I saldi partono il 5 gennaio in Friuli come in Veneto (M. Veneto)
di Michela Zanutto - I saldi partono il 5 gennaio, in Friuli come in Veneto, nonostante
Confcommercio non abbia trovato un accordo al suo interno. La decisione della data, dunque, resta
in capo alla Regione, che ha stabilito il giorno di partenza, che per una fortunata “congiunzione
astrale” coincide con quello stabilito dal Veneto. Confcommercio, invece, avrebbe voluto che gli
avvii nelle due regioni fossero coincidenti per legge. Occasione sfumata. E se quest’anno le date
sono identiche, l’anno prossimo se ne riparlerà. La possibilità di ritoccare la normativa era offerta
dal ddl sul commercio presentato ieri a Udine dal vicepresidente Sergio Bolzonello alla II
commissione. Occasione in cui l’assessore alle Attività produttive ha sottolineato di «considerare
dal lato politico un punto a favore per l’intero consiglio l’avvio della legge sulle chiusure festive».
Il mancato accordo sui saldi «Abbiamo fatto una riunione - spiega Mario Ulian, presidente
provinciale e regionale del gruppo moda di Confcommercio e consigliere nazionale di Federmoda -,
ma sul tema saldi e date c’è ancora discussione e non è stato definito». L’esordio della legge
Rispetto alla norma sulle chiusure festive «dal punto di vista politico abbiamo creato un caso
nazionale - sottolinea Bolzonello -. In Aula ho detto fin dall’inizio che per noi era un dato politico,
infatti non abbiamo toccato le domeniche ma solo le festività perché lo consideriamo un problema
sociale. Abbiamo fatto la nostra battaglia e la Grande distribuzione organizzata la sua. Ma prendo
atto che si è spaccata in due, con le mancate adesioni di Unicomm, Coop Alleanza 3.0, Bingo e
Sorelle Ramonda. Sono segnali. Qui non ha vinto nessuno e non ha perso nessuno, volevamo aprire
un dibattito. E ora attendiamo le sentenze, prima il Tar e poi la Consulta. Nel frattempo se la Gdo
deciderà di aprire un confronto, siamo qui». Bolzonello ha anche fatto sapere che due assessori di
altrettante Regioni gli hanno chiesto copia della legge per importarla anche nelle proprie
amministrazioni. Il plauso di Confcommercio «Confcommercio provinciale di Udine sta dalla parte
dei sindaci, sono intervenuti con coraggio - commenta il presidente Giovanni Da Pozzo -.
Confcommercio è l’associazione di categoria che da anni si batte per un certo numero di giornate di
chiusura obbligatoria, un dovuto riconoscimento al diritto delle famiglie di rispettare i giorni di
festa e dei collaboratori al riposo. Come ha sottolineato anche Confcommercio Fvg, non esistono
direttive europee che impongano la liberalizzazione degli orari e dunque la legge regionale
correttamente interviene a dare un minimo di tutela alle imprese più piccole e ai lavoratori».
L’attacco «Le motivazioni portate da Federdistribuzione a favore delle aperture indiscriminate della
Gdo sono totalmente in contrasto con la realtà sia dal punto di vista giuridico che economico»,
aggiunge Da Pozzo. Confcommercio nazionale ricorda che il Contratto del terziario, rinnovato il 30
marzo 2015, trova applicazione oltre che per gli addetti del commercio e dei servizi, anche per
quelli impiegati nella grande distribuzione e nella distribuzione organizzata. «Le sole aziende
iscritte a Federdistribuzione dichiarano di applicare il precedente contratto nazionale sottoscritto da
Confcommercio, scaduto nel dicembre 2013. Di conseguenza queste aziende non stanno applicando
alcun contratto nazionale vigente». Il ddl in commissione Una trentina di articoli per riformulare attraverso la pianificazione urbanistica territoriale - i limiti che possono essere posti
all’insediamento di centri di vendita di media struttura (da 400 a mille metri quadri), la promozione
del recupero delle attività commerciali nei centri storici, lo snellimento delle regole e delle
procedure in tema di contributi. Novità per le edicole che possono aumentare il raggio merceologico
e addio all’Osservatorio regionale del commercio, le cui funzioni sono svolte dalla Direzione
centrale competente in materia. Critiche dalla minoranza. «Il ddl sul commercio si limita a un
restyling della normativa esistente, mettendo in ordine diverse disposizioni ma che non affronta il
vero nervo scoperto del settore, cioè quello delle chiusure festive obbligatorie - osserva la leghista
Barbara Zilli -. Avevamo già bollato la legge 4 del 2016 come un provvedimento troppo timido e
infatti in questi giorni si è visto quali sono stati i risultati».
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Il tramonto di Stefanel (Gazzettino)
Maurizio Crema - La mossa potrebbe essere quella del cavallo: congelo banche e fornitori per avere
il tempo di chiudere la trattativa col potenziale investitore. Solo che la Borsa non ha preso bene la
richiesta di concordato preventivo in bianco e il titolo ha perso oltre il 39% arrivando a quota 10
centesimi, soglia già tristemente famosa per il Nordest perché è quella dove sono atterrati i titoli
non scambiabili di Popolare Vicenza e Veneto Banca. Ma qui si tratta di moda, di oltre mille posti
di lavoro e 550 negozi, di un'azienda storica nata a Ponte di Piave (Treviso) nel 1959 e retta da oltre
quarant'anni da Giuseppe Bepi Stefanel, 64 anni, presidente, maggior azionista del gruppo col
56,55% diviso tra tre società, due in liquidazione (Elca e CoGei) e una, la FinPiave, che ha chiesto
anch'essa il concordato preventivo per tenere a bada i debitori. Insomma, il patron trevigiano
sembra aver imboccato il viale del tramonto ed è pronto a scendere dal piedistallo della
maggioranza delle sua creatura (dal 1970 è presidente della società). L'imprenditore trevigiano che
in passato è stato azionista di salotti buoni (Mediobanca) e meno buoni (Veneto Banca) non
parteciperà a questo ennesimo salvataggio dopo aver prosciugato dal 2008 a oggi qualcosa come 50
milioni. E quindi potrebbe anche lasciare cariche e cda. Ma questo è il futuro. Il presente invece è
segnato da un profondo rosso che non scolora: l'indebitamento è di 87,4 milioni e il passivo è di
13,3 milioni nei primi 6 mesi dell'anno, (da confrontare con un utile di 1 milione nel 2015), il
patrimonio netto è negativo per 11,5 milioni. I ricavi sono scesi lo scorso semestre del 7% a 67,5
milioni. La richiesta al tribunale di concordato preventivo è stata annunciata ieri mattina, con la
Borsa allertata, e il titolo sospeso dagli scambi. Immediato il crollo al rientro (-20%), che ha
comportato un lungo congelamento fino al pomeriggio, quando è stato riammesso e ha ceduto fino
al 40%.
Con la procedura concorsuale Stefanel ha 120 giorni, prorogabili di altri 60, per mettere a punto una
nuova strategia, senza la spada di Damocle della scadenza di fine anno fissata con le banche
creditrici: Intesa, Unicredit, Mps, Banco Popolare, Popolare Vicenza, Veneto Banca, Bnl e
Mediocredito del Friuli Venezia Giulia. Sembra poi inevitabile l'arrivo di un nuovo socio che si
affianchi a Giuseppe Stefanel che ha recentemente negato di avere trattative in corso per cedere
l'azienda. Tradotto: lui non vende e non incasserà un euro dal potenziale aumento di capitale che
potrebbe far entrare il cavaliere bianco.
Il primo accordo con le banche risale al 2008 e l'ultima revisione a due anni fa. A fine 2015 i
parametri sono saltati, costringendo Stefanel a chiedere alle banche una moratoria fino a fine anno e
la disponibilità concedere nuova finanza. Una richiesta partita lo scorso marzo, quando Stefanel ha
rinviato l'approvazione del bilancio 2015 per avviare la predisposizione di un nuovo piano
industriale 2016-2019 (poi esteso al 2022) incaricando Rothschild come advisor. Il processo di
negoziazione col potenziale partner è «tutt'ora in corso», mentre «proseguono scambi di
informazioni e approfondimenti con altri soggetti potenzialmente interessati per il gruppo o per
singoli asset facenti parte dello stesso». Ma è uno solo il potenziale salvatore.
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CRONACHE LOCALI
Stretta sui permessi, «donne penalizzate» (M. Veneto Pordenone)
di Giulia Sacchi Sono le circa 700 donne che lavorano all’Electrolux di Porcia a pagare lo scotto
maggiore della stretta su ferie e permessi che la multinazionale ha deciso di mettere in campo come
misura per risolvere il problema dell’assenteismo dei dipendenti, che raggiunge picchi giornalieri
anche del 23 per cento. Le più penalizzate sono le mamme, che, dinanzi alla linea dura dell’azienda,
sono costrette a fare i salti mortali quando i figli si ammalano o hanno bisogno di effettuare visite.
Se la multinazionale non concede permessi, e nemmeno sul congedo parentale si può più contare a
causa del giro di vite, le madri devono trovare soluzioni alternative, non senza difficoltà. I problemi
non mancano per le donne che accudiscono genitori anziani. «La situazione è diventata complicata
da gestire per la componente femminile dell’organico di Electrolux, che rappresenta il 67 per cento
della forza lavoro – fa sapere Annarita Licci (Rsu Uilm) –. Ci sono addetti con situazioni familiari
gravi, che non riescono a gestire al meglio perché l’azienda non accorda permessi. Le mamme sono
tra le più penalizzate: oggi è difficile portare i figli a fare visite prese su appuntamento, per esempio
dal pediatra. Gli appuntamenti non dipendono dalla volontà del singolo, ma dalla disponibilità delle
strutture sanitarie: l’azienda deve tenere conto di questo aspetto». In poche parole, Licci mette in
evidenza che «non si riescono più a gestire emergenze e urgenze a livello familiare». Ma il
problema, secondo i sindacati, non è l’assenteismo, quanto piuttosto il fatto che l’organico non è
sufficiente per soddisfare i volumi richiesti. Eppure ci sono, a detta della multinazionale, 356
esuberi da gestire. «Mancano operai che possano sostituire gli assenti – osserva Licci –. Intanto
l’azienda dichiara esuberi: se non è questo un paradosso». La percentuale di assenteismo, tra l’altro,
negli ultimi anni non è aumentata: il dato è emerso anche nell’incontro della scorsa settimana al
ministero dello Sviluppo economico. «L’assenteismo attuale per malattie e infortuni non è diverso
da quello degli ultimi anni: oscilla, in un giorno, dal 4 al 5,5 per cento, per toccare un massimo di 6
– dichiara Gabriele Santarossa (Rsu Uilm) –. Un trend, peraltro, al di sotto della media nazionale».
Le rappresentanze sindacali hanno qualcosa da dire anche sulle modalità con cui ferie e permessi
vengono gestiti. «Si sta puntando all’automatizzazione totale – aggiunge Santarossa –. Non c’è una
pianificazione che si basa su confronto e dialogo: le istanze dei dipendenti non vengono accolte o
respinte in seguito a una valutazione approfondita. Le maestranze non si rapportano più coi capi, ma
con un team leader, che di fatto è un collega di lavoro e non può avere una visione complessiva
delle necessità dello stabilimento, il quale trasmette le richieste di ferie e permessi in ufficio». Un
aspetto che aumenta le difficoltà di gestione: il timore delle forze sociali è che la situazione possa
peggiorare quando ferie e permessi saranno gestiti direttamente con una app, che azzererà il
confronto tra le persone che operano nel sito.
Sciopero a Poste Italiane, prevista un'alta adesione (M. Veneto Pordenone)
Domani sciopero per fermare la privatizzazione di Poste italiane: l'iniziativa di Slp Cisl, Slc Cgil,
Failp Cisal, Confasalcom e Ugl Com interesserà anche alcune centinaia di addetti della provincia. I
lavoratori postali del Friuli si riuniranno in presidio davanti alla sede regionale di Poste a Trieste.
«Poste è consapevole dell’impatto che avrà questo sciopero sull’opinione pubblica, vista la forte
adesione prevista – hanno fatto sapere i sindacati –. In questi giorni, la società ha cercato di
scoraggiare i lavoratori, con procedure e adempimenti superflui. La nostra è una protesta per fare
capire a tutti che esiste un problema all’interno di Poste italiane. Non è uno sciopero contro Poste,
ma per le poste». Le forze sociali ricordano che la decisione del Consiglio dei ministri di quotare in
borsa un altro 29,7 per cento e del conferimento a Cassa depositi e prestiti del rimanente 35 del
capitale, con l’uscita definitiva del ministero dell’Economia dall’azionariato di Poste, muta gli
assetti societari e il controllo pubblico dell’ente.(g.s)
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Commesse al lavoro forzato, rischio multe (M. Veneto Pordenone)
Non c’è sospensiva che tenga. Il Comune di Pordenone ha dato comunque mandato alla polizia
municipale di “censire” i negozi che hanno tenuto aperto – non rispettando così la normativa
regionale – il primo novembre e nelle prossime settimane valuterà se procedere con la sanzione. I
casi registrati sono cinque o sei – per un negozio, annesso ad attività di ristorazione, sono in corso
approfondimenti – e l’amministrazione comunale non ha intenzione di lasciare cadere l’attenzione
sul caso. «L’amministrazione comunale – ricorda l’assessore alla sicurezza e al commercio,
Emanuele Loperfido – ha risposto alle richieste di autorizzazione con una lettera che motivava il
diniego facendo riferimento alla legge regionale. Non ha emesso dei provvedimenti. La decisione
del Tar ci ha lasciato perplessi e vedremo come si pronuncerà il tribunale nel merito. Nel frattempo
andiamo avanti con la procedura di verifica». Sanzioni? «Non lo escluderei affatto, abbiamo 90
giorni per procedere» precisa Loperfido. La linea del sindaco Ciriani, per altro è stata chiara: il
Comune di Pordenone è contrario alle aperture nelle festività religiose e civili. Il lavoro “forzato” il
primo novembre – i lavoratori di fatto non possono rifiutarsi diversamente, pena il mantenimento
del loro posto – è stato alimentato anche in provincia da tutte quelle persone, tante, che hanno scelto
la festività per fare la spesa (Pam, Interspar, Lidl aperti regolarmente) o comprare altri articoli (in
città per esempio era aperto anche il negozio di abbigliamento Oviesse). Da anni, da quando le
liberalizzazioni hanno messo fine a ogni filtro in materia di apertura dei negozi, le organizzazioni
sindacali provano a far leva sulla coscienza delle persone, chiedendo che almeno le festività
religiose e civili venga no rispettate. Un appello caduto sempre nel vuoto, anche martedì: i
parcheggi di certi supermercati hanno registrato più auto in sosta dei posteggi di alcuni cimiteri. La
Regione sta cercando di portare avanti una battaglia per fare in modo che almeno nelle festività
comandate – per quanto riguarda le domeniche “ordinarie” resta la libera scelta – i negozi, grandi o
piccoli che siano restino chiuse. I sindaci finora, indipendente dall’appartenenza politica, stanno
seguendo la stessa linea. (m.mi.)
Dentista gratis in ospedale, in "coda" 15mila persone (Gazzettino Pordenone)
testo non disponibile
Docenti di sostegno, allarme nelle scuole (Gazzettino Pordenone)
Sara Carnelos - attenzione agli allievi con bisogni educativi speciali che comprendono sia chi ha
qualsivoglia disabilità fisica o psichica chi ha problematiche di inserimento culturale e linguistico.
Ma proprio in questi giorni stanno arrivando mail di richieste di ore di sostegno a docenti iscritti
nelle classi di concorso più disparate da lettere a matematica o quant'altro, supplenze con durata
fino alla conclusione dell'anno scolastico. Di certo si tratta di un'opportunità da non perdere per gli
insegnanti precari, ma se ci poniamo dalla parte di un giovane con handicap, siamo certi che la
scuola stia fornendo un ottimo servizio? Per affrontare con un ragazzo che ha problemi cognitivi lo
studio di una disciplina, è necessario conoscere appieno quali sono le reali capacità in base al
disturbo, ma anche avere nozioni della materia grazie agli scambi con i colleghi. E' vero che le
scuole si sono attivate per fare dei percorsi sui Bes, ma altra cosa è una vera e propria
specializzazione sul sostegno, alla quale avrebbero diritto bambini e ragazzi. Invece, le scuole del
territorio continuano a chiedere supplenze a chi non è stato preparato con una formazione ad hoc,
specialistica, come insegnante dedito al sostegno. Naturalmente, questo è ciò che il sistema prevede,
ovvero l'ingranaggio della macchina scuola che sta facendo buchi da più parti. Gli allievi disabili,
più di altri, hanno la necessità di avere insegnanti preparati al loro fianco, perché altrimenti non
riuscendo a stare al passo, rischiano di perdere la continuità didattica. Gli allievi certificati con
legge 104, hanno necessità di abituarsi all'insegnante di sostegno e, l'intera classe, deve
gradualmente accettarli al pari di tutti gli altri insegnanti, poiché collabora alla buona riuscita delle
lezioni ed è un vero e proprio punto di riferimento per tutti. Ci si chiede se dopo due mesi
abbondanti dall'inizio dell'anno scolastico, i nuovi insegnanti potranno recuperare il monte ore
annuale dedicato ai disabili.
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Municipio, rivoluzione al vertice. Arrivano dieci nuovi dirigenti (Piccolo Trieste)
di Massimo Greco - Arrivano 84 rinforzi: dieci dirigenti e 74 tra funzionari di categoria D e
istruttori tecnico-amministrativi di categoria C. «Intervento strutturale e simultaneo» è l’icastica
definizione di Michele Lobianco, assessore comunale al Personale, che preannuncia, una volta
colmati i vuoti, anche una «rivisitazione» delle aree e dei servizi nei quali si articola il
funzionamento della grande macchina. Basta con le mestizie del “turn over” bloccato, con il
conseguente e inesorabile invecchiamento dei 2500 dipendenti municipali. Lobianco scorre i numeri
della delibera 512 intitolata “Dotazione organica 2016-2018” e approvata dalla giunta il 24 ottobre,
li integra preannunciando i programmi dell’amministrazione in tema di dirigenza. Li ripassa con
attenzione perchè sono numeri importanti, finalizzati - dice ancora l’assessore - «al rafforzamento
qualitativo della macchina comunale, per troppo tempo rimandato». Importanti anche per
l’investimento finanziario che la “rivoluzione” comporta, stimato dallo stesso Lobianco attorno ai 3
milioni (due milioni 400 mila per quadri&impiegati, 800 mila euro per i dirigenti) . L’operazione di
“arruolamento” parte subito, perchè la gran parte degli inserimenti sono pianificati già nell’ormai
prossimo 2017. Cominciamo dal capitolo più delicato, quello relativo a una dirigenza sensibilmente
assottigliatasi in seguito alle numerose quiescenze maturate negli ultimi 5-6 anni: il pensionamento
di Giampiero Tevini, Carlo Tosolini, Edgardo Bussani, Corina Sferco, oltre che di parecchi
responsabili di servizio, ha finito con l’impoverire la riserva di esperienza e competenza del
management municipale. Non solo: l’età media dei dirigenti in attività è superiore ai 55 anni e
anche per loro si approssima il momento del disimpegno. Insomma, è tempo di intervenire e di
investire. Ma anche di accelerare prima che i legislatori nazionale e regionale s’inventino qualche
marchingegno tale da frenare il programma impostata da Lobianco, dal segretario generale Santi
Terranova, dalla responsabile del Personale Romana Meula. Così, una volta informate in via
ufficiale le organizzazioni sindacali, saranno emessi dieci bandi che dovranno guarnire altrettanti
posti nell’esangue vertice della struttura burocratica municipale: entro la fine di marzo entrerà in
linea un terzo di manager “freschi”. «Saremo in grado di coprire 10 profili sui 12 vacanti», spiega
ancora Lobianco, che ricorda come l’organico dirigenziale del Comune ammonti a 33 unità (24
responsabili di servizio, 9 a capo di aree). In un paio di casi dovrebbe scattare la mobilità. Adesso,
al netto delle nomine temporanee legate alla durata del mandato del sindaco e con riferimento a
quanto riportato nel civico portale, risultano in carica 19 dirigenti. L’assessore non entra nel
dettaglio delle dieci future posizioni ma precisa che «quasi tutte le aree saranno interessate ai nuovi
inserimenti», dai Lavori pubblici alla Cultura. I bandi riguarderanno sia curricula tecnici che
amministrativi. Se le informazioni riguardanti il futuro assetto dirigente del Comune sono ancora
ufficiose, le indicazioni sulla dotazione organica e sul fabbisogno del personale per il triennio 201618 sono state invece deliberate: un lavoro di revisione della struttura e di riformulazione delle
assunzioni «in funzione della realizzazione degli obiettivi indicati dall’amministrazione ... e in
un’ottica di ottimizzazione delle risorse», compatibilmente con le disponibilità del bilancio e con le
norme di contenimento della spesa pubblica. Argomento quello dei vincoli di finanza pubblica
ulteriormente richiamati nel testo della delibera con duplice riferimento al bilancio regionale e al
patto di stabilità. Se si sommano le categorie C e quelle D, si otterranno - come abbiamo anticipato
in principio - 74 nuovi inserimenti. Sono interessate le aree Educazione-Cultura, servizi e politiche
sociali, servizi di amministrazione, Comunicazione e servizi al cittadino, Territorio e ambiente,
Lavori pubblici. C’è un primo, parzialissimo rinforzo alla Polizia locale (7 unità).
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«I commercianti credano in Trieste città turistica» (Piccolo Trieste)
di Gianpaolo Sarti - Per Trieste il cappello di “città turistica” è una «possibilità straordinaria». Se il
piccolo commercio locale non la coglie fino in fondo, «perde un treno». La scossa ai commercianti
del capoluogo, che non hanno risposto con particolare calore all’opportunità di tenere alzate le
serrande per Ognissanti, parte direttamente dalla Regione per voce dell’assessore competente, il
vicepresidente della giunta Sergio Bolzonello. «Altrimenti i turisti non arrivano». Bolzonello,
nonostante il riconoscimento di “città turistica”, che consente una deroga alle chiusure previste dalla
legge regionale, a Trieste non si è verificata un’apertura massiccia di negozi nel giorno di
Ognissanti. Se l’aspettava? La giunta regionale è convinta dell’utilità della legge che determina
l’obbligo delle dieci chiusure nelle festività indicate, tra cui Ognissanti. Perché è una norma che va
al di là del dato meramente economico e che ha dei fondamenti su tutto ciò che riguarda il modello
di società. Una società che si sta slabbrando e che dobbiamo saper leggere. Detto questo, per Trieste
è arrivata la richiesta di diventare un Comune turistico sulla base dei dati e dei rilevamenti. C’erano
tutti i requisiti per cui è stata concessa questa possibilità, a prescindere da cosa ne pensi io. Anche
se, per inciso, è nota la mia posizione sulla città: Trieste è il vero hub turistico della regione. Quindi
il riconoscimento, come dire, è dovuto. E non solo sulla base delle performance. Dunque, sulla base
anche di cos’altro? Nella considerazione che il salto culturale nel settore avviene quando si ha la
consapevolezza che il turismo è un vero fattore di sviluppo e benessere. Il capoluogo deve avere
questa consapevolezza sempre di più. Ciò avviene, ripeto, attraverso una grande operazione
culturale e collettiva, non attraverso il fatto di tenere alzate le serrande di un supermercato o meno.
La partita per Trieste è completamente aperta. Il provvedimento, su Trieste, sembra favorire nel
frattempo solo le grandi catene e i centri commerciali, mentre i piccoli negozi reagiscono
timidamente. Come mai? Il riconoscimento di “città turistica” non è pensato solo per i supermercati,
ma è una opportunità generale per creare nuovi posti di lavoro, nuovo benessere e la capacità di
essere trainanti per tutta la regione. Questo è un lavoro che va fatto in profondità e assieme a tutti i
portatori di interesse, che vanno dagli enti pubblici a quelli economici e ai singoli imprenditori. L'ho
detto l’altro giorno all’assemblea di Promotrieste: essendo il capoluogo un hub del turismo del Fvg,
ha bisogno di un’unità di intenti e di una visione comune. Il settore non può muoversi in ordine
sparso. Serve un ragionamento molto più ampio. Cosa suggerisce? Il dibattito è tutto interno a
Trieste: da un lato la grande distribuzione deve capire che non ha senso tenere aperto sempre;
dall’altro i piccoli negozi, proprio perché parliamo di una città turistica, devono invece rendersi
conto che è utile lavorare nelle festività perché ci sono le condizioni che il business si sviluppi.
Tutto è lasciato alla libertà di impresa. Ma se riteniamo che Trieste è un hub turistico, gli operatori
facciano la loro parte. I commercianti non possono pensare che il turismo arrivi e poi ritorni se non
ci sono servizi e capacità di accoglienza. Ma la città ha possibilità straordinarie e vale la pena
insistere. C’è poi la battaglia dei ricorsi al Tar: cosa si aspetta? Non voglio commentarli perché non
è mia intenzione entrare in merito al fatto che sia stata data una sospensiva su degli atti che sono
delle comunicazioni dei Comuni e non delle delibere. Prendo atto e attendo il 23 novembre per
capire cosa deciderà il Tar nel merito. Nel contempo aspettiamo l’11 aprile quando la Corte
costituzionale si pronuncerà definitivamente sulla norma. Ripeto però che l’iniziativa che abbiamo
messo in campo, con la nostra legge, era politica. E infatti la grande distribuzione si è spaccata,
visto che una parte rilevante è d’accordo con il nostro provvedimento. Vedremo le sentenze.
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Il dentista gratuito arriva al traguardo (Piccolo Trieste)
di Diego D’Amelio - Le Aziende sanitarie del Friuli Venezia Giulia hanno attivato da ieri in via
definitiva il servizio di Odontoiatria sociale, che a Trieste sarà effettuato per gli adulti nei laboratori
della Clinica odontoiatrica e stomatologica degli ospedali Maggiore e di Cattinara, mentre il Burlo
fornirà assistenza nel corso dell’età evolutiva. Il capoluogo giuliano rappresenta da tempo
un’avanguardia rispetto al resto della regione, dove la riforma sanitaria prevede appunto
l’estensione del metodo di lavoro applicato a Trieste, al fine di garantire uniformità in un sistema
che presentava disomogeneità territoriali su tipologia e quantità delle prestazioni coperte e modalità
di partecipazione alla spesa. Rispetto a quanto già previsto a livello nazionale, la Regione ha
rafforzato le cure ortodontiche per i pazienti più giovani e incluso il trattamento e la preparazione di
protesi rimovibili per gli ultrasessantacinquenni. Ciò in considerazione del fatto che le patologie del
cavo orale influiscono molto sulla qualità della vita e che la quota di offerta pubblica odontoiatrica è
oggi limitata al solo 7,8% delle prestazioni complessivamente erogate nel settore: un valore basso,
tanto più che circa metà degli italiani non può permettersi il costo del dentista. Come stabilito dai
Livelli essenziali di assistenza, l’accesso alle visite nell’ambito del Ssr sarà garantito ai soli
residenti in Fvg, a patto che si tratti di pazienti in età evolutiva o persone in condizione di
vulnerabilità sociale o sanitaria. In questo secondo frangente l’utente deve cioè avere un Isee
inferiore ai 15mila euro o dimostrare di essere interessato da patologie croniche, disabilità, malattie
oncologiche ed ematologiche, cardiopatie, immunodeficienza, trapianti d’organo, gravi traumi
cranio-facciali. In simili casi sono applicate le regole valevoli per il ticket, con esenzione fino a
6mila euro di Isee e spesa a carico del paziente crescente in base al reddito: il 25% dei costi con Isee
da 6-10mila euro, il 50% per Isee da 15-25mila, il 100% per chi supera tale soglia. Naturalmente
non entreranno nel pacchetto sbiancamenti o altri interventi estetici. Nel caso dei più giovani,
invece, qualora si tratti di bambini fino a 6 anni non è richiesta alcuna compartecipazione alla spesa,
mentre dai 7 ai 14 anni si applica lo stesso ticket degli adulti. Per i pazienti in età evolutiva, la
Regione stabilisce che la visita sia ad accesso diretto, previa prenotazione al Cup, sulla base della
richiesta firmata dagli specialisti odontoiatri del Ssr o dal pediatra di libera scelta: le prestazioni
prevedono monitoraggio e trattamento delle carie, estrazioni, chirurgia parodontale, ablazione del
tartaro, trattamenti ortodontici. Fra questi la Regione ha aggiunto anche l’installazione di apparecchi
in caso di disgnazie di grado elevato e molto elevato, oltre a interventi chirurgici correttivi, anche
qualora il soggetto abbia superato i 14 anni. Per quanto riguarda invece il trattamento e l’inserzione
di dentiere a pazienti over 65, via all’ottenimento di una protesi per arcata, al massimo ogni cinque
anni, e di una ribasatura della protesi all’anno, a patto che il paziente abbia un Isee inferiore ai
15mila euro. Per chi non raggiunge i 6mila euro di Isee il trattamento è gratuito, mentre è previsto
un contributo del 50% del costo della protesi e ribasatura a 60 euro per Isee tra 6mila e 10mila euro.
Spesa per la protesi infine al 100% a carico del contribuente, con ribasatura a 120 euro, per Isee da
10 a 15mila euro. La riforma stabilisce infine l’attivazione entro il 1° gennaio 2017 di cinque pronto
soccorso odontoiatrici in regione, dove rivolgersi per le urgenze. A Trieste la struttura esiste già al
Maggiore, aperta da lunedì a venerdì dalle 8 alle 17.30, il sabato e i prefestivi dalle 8 alle 13. Al
Burlo è possibile rivolgersi dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 14. Il pronto soccorso prevede accesso
diretto e aperto a tutti, con pagamento del ticket se dovuto o dell’intera prestazione qualora
l’accesso non sia giudicato congruo.
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Supermercati ribelli, multe fino a 36mila euro (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
di Stefano Bizzi Tutti disorientati. Le sospensive del Tar alle nuove norme regionali sulle aperture
degli esercizi commerciali nei giorni festivi hanno creato il caos. Lo hanno fatto in un contesto che
era già di per sé complicato. Chi ha tenuto aperto ha ricevuto la visita della polizia locale, mentre
chi ha tenuto chiuso lo ha fatto più per prudenza che per reale convinzione. Come evidenziato già
ieri, a Gorizia i vigili urbani hanno notificato cinque verbali ispettivi, ma non hanno comminato
alcuna sanzione. Per il momento il comando di Corte Sant’Ilario si è limitato a fotografare la realtà.
Per notificare gli atti gli uffici hanno ora 90 giorni di tempo. Nel caso in cui l’eventualità della
multa dovesse prendere corpo è poi probabile che i destinatari impugnino il provvedimento con un
ricorso e la situazione si ingarbuglierebbe. Per ora tutti restano quindi al loro posto. Nessuno prende
l’iniziativa. La conferma viene dal comandante della Polizia locale di Gorizia: «È un problema
regionale, avremo novità fra qualche giorno. Per il momento è tutto congelato», dice Marco
Muzzatti. Dal momento che le sanzioni previste sono pesanti, la prudenza è d’obbligo. Le somme
sono tutte a “tre zeri”. In seguito alle modifiche entrate in vigore dal primo novembre, la legge
regionale numero 29 del 2005 ora recita: «L'esercizio del commercio al dettaglio in sede fissa è
svolto senza limiti relativamente alle giornate di apertura e chiusura, a eccezione dell'obbligo di
chiusura nelle seguenti giornate festive: 1 gennaio, Pasqua, lunedì dell'Angelo, 25 aprile, 1 maggio,
2 giugno, 15 agosto, 1 novembre, 25 e 26 dicembre». Le sanzioni sono indicate al comma 5 bis
dell’articolo 80 nel quale viene precisato: «La violazione delle disposizioni in materia di giornate di
chiusura degli esercizi di commercio al dettaglio in sede fissa (…) è punita con una sanzione
amministrativa da 6.000 euro a 15.000 euro, qualora la violazione sia imputabile a esercizi con
superficie di vendita fino a metri quadrati 1.500; con una sanzione amministrativa da 10.000 euro a
24.000 euro per esercizi con superficie di vendita superiore a metri quadrati 1.500 e fino a metri
quadrati 5.000; con una sanzione amministrativa da 15.000 euro a 36.000 euro per esercizi con
superficie di vendita superiore a metri quadrati 5.000». In sostanza, in base alla metratura del
negozio, la forbice della sanzione oscilla tra un minimo di 6mila e un massimo di 36mila euro. Tra
quanti nell’Isontino hanno aperto mercoledì, solo l’Ipermercato Bennet di Ronchi dei Legionari era
autorizzato ad alzare le serrande. Ad autorizzare l’apertura è stata la sospensiva del Tar. Ieri Ottavio
Romano, segretario provinciale del Partito comunista italiano, ha dato voce ai dipendenti attraverso
una nota dal chiaro sapore ironico: «I lavoratori del Bennet ringraziano il Tar del Friuli Venezia
Giulia per averli costretti a lavorare il primo novembre, impedendo loro di andare a trovare i propri
morti nei cimiteri o di passare una festività con la propria famiglia». Nella lista di quanti a Gorizia
hanno tenuto aperto e hanno ricevuto la visita della polizia locale c’è la Conad di via Manzoni. «Ce
l’aspettavamo», ammette il direttore Andrea Pallavicini: «Era nostra intenzione chiudere, ma i
nostri concorrenti hanno aperto e la catena ha invitato tutti i soci ad aprire. La speranza è che le
multe alla fine non arrivino. Speriamo inoltre di diventare anche noi città turistica, così risolviamo il
problema alla radice». Mentre dall’Eurospar di via Aquileia spiegano cortesemente di non poter
rilasciare dichiarazioni, in via Trieste il titolare di H&S racconta di aver chiuso subito dopo la visita
degli agenti, ma il comandante della polizia locale Muzzatti precisa: «La legge non dispone la
chiusura accessoria del negozio. Se il titolare decide di farlo, è una scelta sua. Si può parlare di
ravvedimento operoso, ma questo tipo di comportamento può solo affievolire la pena, non la fa
venire meno».
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«Giustizia dopo latitanza e solitudine» (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
di Laura Blasich Come ogni anno, l’Associazione esposti amianto ieri mattina si è ritrovata a
Panzano, davanti al monumento alle vittime del minerale killer, per ricordare i “caduti sul lavoro”.
Questa volta, però, l’Aea, le vedove e i familiari dei morti d’amianto, che al collo si sono appesi le
foto dei polmoni di morti di mesotelioma, non erano soli. A pochissimi giorni dal voto decisivo per
eleggere il sindaco di Monfalcone, nella piazzetta Colombo si sono schierati il primo cittadino
uscente Silvia Altran assieme al fratello Enrico e la candidata del centrodestra Anna Cisint assieme
a un gruppo di candidati nelle liste che l’hanno sostenuta al primo turno. Un po’ più in là l’ex
sindaco e vicesindaco designato di un eventuale Altran bis, Adriano Persi, assieme ad alcuni
candidati del centrosinistra e a all’ex consigliere Arturo Bertoli. Alla commemorazione era presente
anche l’ex assessore all’Ambiente, in rappresentanza del Movimento 5 stelle, Gualtiero Pin, oltre al
presidente provinciale dell’Auser ed ex cantierino Franco Buttignon e al rappresentante del
sindacato Fnp Cisl ed ex segretario provinciale della Fim Gianfranco Valenta. L’unico esterno
all’Aea presente a Panzano il 2 novembre del 2015, assieme al consigliere regionale del Pd Diego
Moretti e al presidente del Cisi Silvano Buttignon. Nel prendere le distanze da qualsiasi
strumentalizzazione elettorale, l’Aea non ha taciuto la solitudine sopportata negli anni. «L’Aea
rivendica giustizia dal 1998 - ha detto Chiara Paternoster, responsabile legale dell’associazione -,
ma a lungo per noi è stata una storia di latitanza e solitudine». Che non ha, comunque, fermato
l’azione dell’associazione e non la fermerà. «La vicenda dei processi non è finita - ha sottolineato
Paternoster -, perché siamo appena in Cassazione e perché siamo noi le persone offese e quindi
decideremo noi quando non parlare più di processi». Senza l’avvio di azioni legali, «volute per
avere giustizia, ma anche ricostruire una verità storica indispensabile per pensare al futuro», per
l’Aea l’azienda «non avrebbe messo mano al portafoglio per risarcire le vittime e non ci sarebbe
stato il Centro regionale unico amianto». «Sta poi in questa giornata a ciascuno fare i conti con la
propria coscienza individuale se c’era e quando - ha aggiunto Paternoster -. Non sta a noi
giudicare». Il fatto che il tema dell’amianto sia diventato centrale nella campagna elettorale non è
comunque di per sé negativo. «Bisogna guardare al futuro - ha concluso l’esponente
dell’associazione -, perché ci sono ancora da chiudere le vicende processuali, promuovere la ricerca
medica e anche sui materiali alternativi all’amianto. Non vorremmo essere qui tra 30 anni a
piangere i morti provocati da altre fibre minerali. Il Crua non deve essere una scatola vuota, ma
deve fornire le risposte attese da esposti, malati e familiari». Senza dimenticare la questione della
bonifica dell’Eternit ancora presente nel rione, come ha sottolineato una residente di Panzano,
chiedendo un aiuto maggiore su questo fronte. «Qua c’è ancora tanto amianto», ha detto. In passato
il quartiere operaio potrebbe essersi trovato a che fare con l’amianto sotto altre forme, come ha
affermato il presidente dell’Aea monfalconese Carmelo Cuscunà. «L’ex magistrato Raffaele
Guariniello, qualche giorno fa a Monfalcone, ha centrato la questione - ha detto Cuscunà -, perché,
quando lavoravamo, ci accorgevamo che le fibre volavano ovunque in caso di vento. Sarebbe giusto
guardare anche fuori dal cantiere». Al collo di Cuscunà, 93 anni, una foto dei polmoni di una
vittima di mesotelioma. «È quanto è toccato a tanti colleghi, a tanti amici: persone che hanno creato
ricchezza senza trovare poi giustizia», ha sottolineato Cuscunà.
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