Lettera di informazione n. 5-2016
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Transcript Lettera di informazione n. 5-2016
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Roma, 8 giugno 2016
AVV. ANNA CATANEA♦
AVV. VALENTINA VENEROSO♣
LETTERA DI INFORMAZIONE N. 5/2016
Oggetto: Irap dei professionisti: sentenza della Suprema Corte di Cassazione a
Sezioni Unite n. 9451/2016
Con la sentenza n. 9451, depositata il 10 maggio 2016, la Corte di Cassazione (a
Sezioni Unite) ha compiuto un sostanziale revirement del suo orientamento in
materia di rilevanza del “personale” ai fini della verifica del presupposto IRAP
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dell’”autonoma organizzazione” per i professionisti, precisando e sottolineando la
preminenza dell’aspetto “qualitativo” del fattore lavoro come parametro per
l’attribuzione allo stesso della decisività ai fini della configurazione del presupposto
d’imposta.
L’autorevolezza dell’autorità da cui promana (Cassazione a Sezioni Unite), nonché
l’incontestabilità dei principi ivi contenuti, rende la sentenza assai rilevante per la
platea di professionisti che, pur in assenza di una vera e propria organizzazione, si
servono comunque di dipendenti aventi funzioni meramente esecutive e non
professionali.
Gli scenari che si aprono per tali professionisti, pertanto, sono decisamente
interessanti:
a) sia perché a regime (e questo eventualmente già a decorrere dalla
dichiarazione IRAP 2016) potrà essere eliminato l’onere impositivo, fatta
salva, ovviamente, la generale verifica dell’assenza di altri fattori che
possano
comunque
configurare
la
presenza
di
una
autonoma
organizzazione;
b) sia perché potrà valutarsi, ricorrendone le condizioni e rispettando i termini
previsti dalla legge, la presentazione delle istanze di rimborso dell’imposta
già pagata per gli anni precedenti, con eventuale incardinamento dei giudizi
innanzi alle competenti Commissioni Tributarie in caso di risposte negative
da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Peraltro, lo scrivente Studio già da anni segue per numerosi professionisti il
contenzioso incardinato avverso i rifiuti opposti dall’Agenzia delle Entrate alle
legittime richieste di rimborso, contenzioso il cui epilogo, alla luce della chiara
posizione della Suprema Corte di Cassazione che ha sostanzialmente avallato le
argomentazioni addotte a sostegno delle pretese dei professionisti assistiti, non
potrà che essere vittorioso con il riconoscimento del rimborso dell’IRAP
indebitamente pagata nel corso degli anni.
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Di
seguito,
dunque,
si
riportano
brevi
considerazioni
sull’evoluzione
giurisprudenziale in materia e sui principi dettati dalle Sezioni Unite della Suprema
Corte di Cassazione.
IRAP dei professionisti ed evoluzione giurisprudenziale
Com’è noto, l’IRAP (imposta regionale sulle attività produttive), è un tributo
regionale che colpisce imprese e lavoratori autonomi. Il presupposto di tale tributo
è rappresentato dall’esercizio di una attività, di impresa o di lavoro autonomo,
autonomamente organizzata, diretta alla produzione o allo scambio di beni e
servizi. Essa non può essere definita una imposta sul reddito, poiché non colpisce il
guadagno derivante da una determinata attività, bensì il valore della produzione
netta derivante dalla stessa; in poche parole, la capacità contributiva che legittima il
tributo, non è rappresentata da un utile, bensì dalla potenzialità di conseguire un
reddito.
In generale, il requisito della autonoma organizzazione ricorre quando il
contribuente:
a) è responsabile dell’organizzazione; non è inserito in strutture organizzative
riferibili a responsabilità e interessi altrui;
b) impiega beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio
dell’attività in assenza di organizzazione o
c) si avvale in modo non occasionale di lavoro altrui.
L’assoggettabilità dei liberi professionisti ad Irap è da lungo tempo un tema
controverso.
Secondo l’orientamento più radicato, di cui costituisce espressione la sentenza della
Cassazione n. 3676 del 2007, la presenza anche di un solo dipendente, anche se part
time ovvero addetto a mansioni generiche, determinerebbe di per sé l’assoggettamento
all’imposta.
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Tale sentenza, rappresenta il punto di approdo di una prima fase dell’elaborazione
giurisprudenziale della Corte di Cassazione con riguardo al presupposto
dell’imposta, regolato dagli artt. 2 e 1 del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, istitutivo
del tributo.
Avvalersi in modo non occasionale di un dipendente, integra il presupposto del
tributo, ossia la presenza di una autonoma organizzazione e, quindi,
l’assoggettabilità all’imposta.
Non viene dato risalto alla quantità ed alla qualità del lavoro altrui, bensì alla mera
presenza di uno o più lavoratori alle dipendenze professionista (o dell’artista).
Sempre secondo il suddetto orientamento (espresso nella citata sentenza), il D.Lgs
n. 446 del 1997, art. 2 “richiede unicamente la presenza di un'organizzazione autonoma
senza fissare alcun limite quantitativo diverso da quello insito nel concetto stesso evocato
dalle parole usate che, a loro volta, postulano soltanto l'esistenza di uno o più elementi
suscettibili di combinarsi con il lavoro dell'interessato, potenziandone le possibilità. Non
occorre, quindi, che si tratti di una struttura d'importanza prevalente rispetto al lavoro del
titolare o addirittura in grado di generare profitti anche senza di lui, ma è sufficiente che vi
sia un insieme tale da porre il professionista in una condizione più favorevole di quella in
cui si sarebbe trovato senza di esso. La maggiore o minore consistenza di tale insieme non è
dunque importante purchè, ben s'intende, si tratti di fattori che non siano tutto sommato
trascurabili, bensì capaci di fornire un effettivo qualcosa in più al lavoratore autonomo.
L'indagine sull'esistenza di tale qualcosa in più costituisce senza dubbio un accertamento di
fatto che il giudice di merito dovrà compiere caso per caso sulla base di una valutazione di
natura non soltanto logica, ma anche socio- economica perché, l'assenza di un struttura
produttiva non può essere intesa nel senso radicale di totale mancanza di qualsiasi supporto,
ma neppure in quello di particolare rilevanza o, peggio, di prevalenza dei beni e/o del lavoro
altrui su quello del titolare” .
Per far sorgere l'obbligo di pagamento del tributo è necessaria, infatti, l'esistenza di
un apparato che non sia sostanzialmente ininfluente, ovverosia di un quid pluris che
sia in grado di fornire un minimo apporto al professionista.
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Tale contributo, quindi, secondo il suddetto orientamento della Corte, può essere
rappresentato anche dall’apporto di un solo dipendente, poiché ciò configurerebbe
un miglioramento della situazione lavorativa del professionista (o dell’artista),
seppur minimamente. In tal modo, l’attività professionale godrà di “ un qualcosa in
piu’ “ e, di conseguenza, ne beneficerà in termini di produttività.
Cassazione a Sezioni Unite n. 9451/2016: rilevante precisazione della Suprema
Corte sul requisito dell’autonoma organizzazione
Con la sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 9451, viene modificato
sensibilmente questo orientamento giurisprudenziale.
Infatti, con riguardo al requisito dell’autonoma organizzazione, la Corte condivide
i principi e l’impianto ricostruttivo fornito con la sentenza del 2007 della quale si è
dato conto sopra, apportando però fondamentali precisazioni relativamente al
fattore lavoro.
In particolare, per quanto riguarda i “mezzi personali”, perché essi davvero rechino
all’organizzazione un apporto significativo, occorre secondo le Sezioni Unite che le
mansioni svolte dal collaboratore non occasionale concorrano o si combinino con
quel che è il proprium della specifica “attività diretta allo scambio di beni e servizi”,
di cui fa menzione l’art. 2 del d.lgs. n. 446 del 1997, è ciò vale tanto per il
professionista che per l’esercente l’arte, come, più in generale, per il lavoratore
autonomo.
E’, infatti, in tali casi che si può parlare di “valore aggiunto” o, di “quel qualcosa in
più”, secondo l’espressione utilizzata dalla Corte nella sentenza del 2007.
Quando le mansioni svolte dal dipendente si concretizzano nell’espletamento di
mansioni di segreteria o generiche o meramente esecutive, e recano all’attività
svolta dal contribuente un apporto del tutto mediato, o comunque generico, non
sussiste una autonoma organizzazione e quindi, secondo la Suprema Corte, non si
può essere incisi dal tributo.
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Conclusioni
Alla luce della sentenza 9451 della Cassazione, pertanto, il requisito dell’autonoma
organizzazione ricorre quando il lavoratore autonomo:
a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi,
inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse;
b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo
indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si
avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego
di un collaboratore che esplichi mansioni di segreteria ovvero meramente
esecutive.
La presenza di uno o più dipendenti non garantisce di per se valore aggiunto
all’attività del contribuente.
Bisognerà accertarsi che tali apporti non siano meramente esecutivi e che migliorino
significativamente la qualità e la quantità dell’attività produttiva. Verifica che,
dovrà essere eseguita volta per volta, in base al presentarsi delle fattispecie
personali e concrete dei contribuenti.
ANELLO&PARTNERS
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