Piazza del miracolo - Festival Generazione Cultura

Download Report

Transcript Piazza del miracolo - Festival Generazione Cultura

Piazza del Miracolo
di Dario Pezzotti – Premio Provincia
«Cosa vorranno mai fare?» Lucia si affacciò dalla finestra del terzo piano, con la calma e la
pazienza che si addicono a chi ha passato i settanta da quasi una decade. Le braccia secche, avvolte
in un velo trasparente di rughe e piaghe, si allungarono fino a quasi strapparsi dal busto, prima di far
scattare i due ferma imposte a forma di generale. «Non lo so mamma» rispose la figlia Carla. «Ieri
non ci stavano.» Lucia guardò di nuovo la “piazza del Miracolo”. Una volta, molto tempo addietro,
le avevano detto che quelle stesse pietre erano diventate rosse come papaveri, e che ciò aveva
messo in allarme gli abitanti, salvandoli da morte certa. La guerra finì solamente per sfiorarli. Non
credeva a quella storia ed era troppo piccola per ricordarsi di come era fuggita, ma in fondo aveva il
suo fascino e si sa ogni piccolo paese cerca il suo momento di gloria. Anche ora buona parte della
piazza era tinta di rosso, ma non certo per un miracolo: la principale causa era un telo che copriva
quasi per intero la metà rivolta verso la chiesa. Non mi piace.
«Io vado!» Disse infine l’anziana signora, dopo essersi preparata per il solito giro mattutino.
Un’abitudine ormai, da quando era rimasta vedova cinque anni prima. Scese le scale ottocentesche
del vecchio palazzo in cui abitava, una alla volta, con cautela, aggrappandosi alla ringhiera e al
bastone, fino a raggiungere il portone istoriato con sei formelle tarlate e due maniglie in ferro
battuto. Tirò il catenaccio, i battenti tintinnarono, poi un leone d’ottone rivolse lo sguardo al cortile
e la piazza si aprì dinnanzi a lei: Le pietre grigie come la cenere riflettevano con riluttanza la luce
del sole, che rimaneva quasi intrappolata tra le molteplici scanalature e tra le cavità erose dal tempo.
Il piccolo marciapiede che costeggiava la corte era spezzato in due come una cornice di legno,
mentre la fontana stessa, una volta situata al centro, si trovava ora confinata da una rete di plastica
arancione. Speriamo non facciano danni. Pensò. Da quella fontana zampillava la migliore acqua
della zona e tutti i pomeriggi si recava lì per riempire la sua bottiglia di vetro, mentre chiacchierava
con le sue amiche di lunga data. «Buondì nonna Lucia.» Esordì Marco, il panettiere, vedendola
attraversare il portone. L’annoso bastone di lei risuonava ritmicamente avanzando sul selciato. «Sta
andando ad una festa?» proseguì quando le fu a pochi passi.
Nonna Lucia, come la chiamavano tutti in paese, rise. Tutte le volte che lei indossava quel vestito di
lana rossa faceva quella battuta e il panettiere aveva davvero una buona memoria. «Volevo essere in
tinta con la mia piazza.» Rispose con voce flebile, ma carica di emozioni, mostrando sia il dente
dorato che quello ancora mancante. «In proposito, giovanotto, non sa a cosa serve quell’enorme
telo?» «Purtroppo no,» replicò seriamente dispiaciuto «ma ho comunque una buona notizia per lei.»
Prese quindi due sacchetti di carta e glieli consegnò: «Oggi ho fatto il pane di segale che le piace
tanto.» Quel tipo di pane a forma di rosetta lo preparava solo per lei, da dieci anni ormai. «Poi le do
un consiglio.» Aggiunse. «Chieda ad Alfredo, se non sa lui cosa sta accadendo alla piazza non lo sa
nessuno, glielo assicuro, ha le orecchie di un pipistrello quello. Ah! Ah!» È davvero un caro
ragazzo. Considerò. Poi con un gesto fece per salutarlo, aveva molto altro da fare quella mattina:
«La ringrazio molto per entrambe le cose, a domani.» «A domani, e buona giornata.» Speriamo.
Lucia fece giusto ventiquattro passi, inciampò una volta e fece scivolare il bastone altre due, ma alla
fine arrivò davanti alla bottega del barbiere. «Salve nonna Lucia! Pronta per un nuovo taglio di
capelli?» Esclamò il gioviale signore sulla sessantina vedendola arrivare. I capelli bianchi di lei
ciondolavano dalla fronte come i fili di una tendina arruffata. Terminavano poco sopra agli occhiali,
in piccoli ciuffi, lasciando intravedere qua e là chiazze di pelle cerulea. «Non oggi, grazie. Sono
solo passata a salutarla e a consegnarle la colazione.» Consegnò al barbiere uno dei due sacchetti,
come spesso faceva, contenente una brioche all’albicocca e qualche grissino. «Anche oggi Marco è
così indaffarato da non riuscire a fare quattro passi? Inizio a pensare di non piacergli. Eh! Eh!»
«Queste sono maldicenze. Mi dice spesso che la considera come uno di famiglia.» Rispose
sorridendo, immaginando quale brutta combinazione sarebbe stata per le sue rosette avere un
barbiere nella casa di un panettiere. «Ha ragione, ha ragione. Come sempre.» «Sa per caso cosa
stanno facendo alla piazza?» Cambiò argomento. L’uomo le si avvicinò ancora armato di pettine e
forbici, accantonando per un attimo il
distinto signore che stava servendo. «Ho sentito dal geometra» le sussurrò in direzione dell’orecchio
buono «che hanno intenzione di trasformare metà della piazza in un parcheggio.» Per un attimo
Lucia ebbe un mancamento. Non uno dettato dal fisico, che per quanto asciutto e fragile reggeva
con orgoglio all’avanzare del tempo, ma un mancamento interiore: fu come se avesse bevuto in un
solo sorso due dita di quel liquore alle more che le aveva regalato la farmacista qualche giorno
addietro. Alfredo parve non accorgersi di quel momentaneo malore. «I lavori dovrebbero iniziare
già da domani.» «Posso sapere per quale motivo? In fondo di parcheggi per auto ne abbiamo tanti.»
«Un uomo del concilio pastorale mi ha detto giusto stamattina che è stato il parroco ad insistere…
problemi con i fedeli o qualcosa di simile, non ne sapeva molto nemmeno lui. A dire il vero anche a
me sembra una cazzata bella e buona!» «Mi scusi per il tono!» Aggiunse subito dopo, rammentando
quanto nonna Lucia odiasse sentire un linguaggio del genere: “Le parolacce provengono dalla bocca
del demonio” proclamava sempre con tono scherzoso, per ricordare che non stava bene farlo. E lo
disse anche quella volta. «Comunque andrò di persona dal prelato.» Terminò il discorso, salutando
sia il barbiere che l’uomo sulla seggiola, ovvero Gianni il barista, che visto il poco lavoro aveva
deciso di farsi dare una sistemata ai baffi. Passando davanti al bar Lucia capì subito il perché: I
numerosi tavolini erano stati spostati per fare spazio al telo. Lo spazio interno al locale era poco, e
così molti dei suoi clienti fissi avevano preferito rimanere alle loro attività, saltando il consueto
caffè delle dieci. Di Luca (il postino), Marco (un altro Marco, padrone della gastronomia), Giorgio
(il tuttofare), Sara (padrona del negozio dei beni generici) e di molti altri non c’era alcuna traccia.
Li conosceva tutti Lucia, che si fermava ogni mattina tra quei tavolini a fare quattro chiacchere.
Sarà per un'altra volta. Pensò, sperando fosse davvero così.
Lucia trovò il parroco nella sagrestia, indaffarato a sistemare le candele per la processione prevista
per venerdì. «Buongiorno don Salvo, posso scambiare due chiacchere con lei?» «Oh! Buondì anche
a lei nonna Lucia. Certamente! Di solito non confesso a quest’ora, ma per lei farò un’eccezione.»
«No no!» Disse con la voce resa roca da una risata soffocata «per quello sono a posto. Ho
preso la benedizione giusto sabato scorso. Volevo invece chiederle per quale motivo vuole
distruggere la piazza.» Quelle parole lo presero alla sprovvista. «Ma mia cara signora, nessuno
distruggerà la piazza, non tema. Ne useremo solo una parte per fare un parcheggio più vicino per i
fedeli.» «Non deve distruggere la piazza.» Riprese lei, con tono ancor più affranto. Per un attimo
don Salvo pensò nonna Lucia stesse iniziando a perdere qualche colpo, ma continuò comunque la
sua filippica: «Il parcheggio sarà una buona cosa, vedrà.» Disse con la bontà che solo un prete può
inserire nelle parole. «Molti fedeli si sono lamentati riguardo alle brutte condizioni della piazza
davanti alla chiesa, e del fatto che il parcheggio è troppo lontano. Alcuni di loro hanno persino
smesso di venire alle funzioni.» «Se la fede fosse una cosa facile saremmo tutti uomini di chiesa.»
Replicò con ostinazione, senza trovare una risposta più adeguata. Agli occhi del parroco quella
conversazione non parve altro che il dolce capriccio di una vecchia amica, timorosa di fronte al
cambiamento. Lucia lo capì e decise così di congedarsi. «Sa…» disse varcando la porta «questa non
è una piazza qualsiasi, è la mia piazza. Ho camminato su ciascuna di queste pietre, dalla prima
all’ultima. Conosco le loro imperfezioni come conosco le mie rughe. Eppure, non mi importerebbe
se venissero sostituite domani stesso, perché questa piazza non è fatta solo da vecchi ciottoli e terra,
ma dalle persone che abitano questo piccolo paese.» La voce tremava, ma i suoi pensieri erano più
lucidi che mai. «Portarne via una parte per fare un parcheggio, sottrarre alla gente ciò che questo
luogo rappresenta, sarebbe un po’ come portar via una parte della loro anima, non crede?» Poi
lasciò il prelato alle sue spalle, tornando a casa rammaricata per la prima volta da molti anni. Un
altro pezzo della sua vita se ne stava andando per sempre.
I due vecchi generali sussultarono ancora una volta, quando l’indomani Lucia si affacciò alla
finestra. Non era stato un terribile sogno. La piazza continuava ad essere per metà vermiglia, con
alcuni mucchi di ciottoli già ammassati, e ciò la riempì di tristezza: Quanto avrebbero retto il
fornaio, il barbiere, il bar, la gastronomia e tutti quei luoghi a lei cari senza un’anima? Quanto ci
avrebbero messo Gianni, Marco, Alfredo e tutti i suoi amici
ad abbandonare il paese di fronte alla mancanza di clienti, e tutto per uno stupido parcheggio? Non
molto credeva. Ma in fondo che diritto ho di lamentarmi? Sono vecchia, testarda e affezionata ai
inutili ricordi. Forse è davvero necessario un piccolo sacrificio per un po’ di comodità. Forse sì.
Provò a convincersi, ma non pensava affatto che perdere quei legami avrebbe aiutato lei o chiunque
altro. Forse già quella mattina avrebbe girato a vuoto, eppure decise ugualmente di scendere: «Io
vado!» Disse alla figlia. Scese le scale, con più calma del solito, controllò la posta, spostò il
catenaccio ed infine tirò la maniglia del portone. Fece per guardare in direzione della fontana, ma
non la vide. Ciò che vide invece fu un corteo di persone, praticamente metà del paese, asserragliati
sotto casa sua. Sopra le loro teste uno striscione copriva la visuale: “Grazie nonna Lucia!” Una
vicenda davvero singolare, come ebbe modo di apprendere da Alfredo: A quanto pare don Salvo era
rimasto toccato da sue ultime parole, così ne aveva parlato prima ai fedeli nella funzione
pomeridiana e poi al sindaco, riportando l’accorato appello dell’anziana signora. La voce si era
quindi diffusa con la forza dirompente di un fiume in piena e alla fine non un solo uomo o donna
del paese aveva intenzione di trasformare la piazza in un parcheggio. I lavori erano sì iniziati, ma
solo per ricollocare ogni pietra al posto che gli spettava. «Grazie!» Fu tutto ciò che riuscì a dire una
volta che le ebbero raccontato la storia. Forse questa è davvero la piazza del miracolo. Pensò Lucia,
sollevando gli occhi lucidi al cielo.