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Giovedì, 21 luglio 2016
IL CASO DEL GIORNO
FISCO
Dai PIV indicazioni
sulle diverse
configurazioni di
valore
Integrative a catena per recuperare i costi non
dedotti
/ Nicola AGNOLI e Martino ZAMBONI
/ Alessandro BORGOGLIO
In ogni incarico di valutazione bisogna chiedersi quale tipologia di valore misurare. Il Conceptual Framework risponde a questa domanda
in 12 principi molto articolati, che
spiegano le diverse configurazioni di
valore e le loro caratteristiche.
I Principi italiani di valutazione
(“PIV”) richiedono all’esperto di “precisare la configurazione di valore
prescelta” (principio I.6.1). Tale attività deve essere fatta considerando le
finalità della stima e le differenze
esistenti fra prezzo (grandezza empirica influenzata da domanda ed offerta che può discostarsi dal valore
attribuito all’attività oggetto di
stima), costo (grandezza empirica
espressione delle risorse utilizzate
per acquisire o realizzare l’attività) e
valore (grandezza risultato di una
stima).
I PIV identificano cinque configurazioni di valore comuni a tutte le attività: valore di mercato, valore d’investimento, valore negoziale equitativo, valore convenzional [...]
L’omessa deduzione di un costo, per
prudenziale interpretazione di norme agevolative, essendo del tutto
assimilabile ad una impropria o errata applicazione di un principio
contabile, può essere “sanata” dal
contribuente, a seguito dell’emissione di documenti di prassi che attestino la spettanza dell’agevolazione
e, quindi, la deduzione del costo,
mediante “recupero” di quest’ultimo
con la procedura delle dichiarazioni
integrative “a catena”. È questo l’importante principio sancito dalla C.T.
Prov. di Como, con la sentenza n.
10/2016.
Occorre ricordare che, con la circolare n. 31/2013, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che il contribuente, il
quale non abbia imputato un componente negativo nell’esercizio di
competenza, potrà – laddove l’annualità sia emendabile ai sensi
dell’art. 2, comma 8- bis del DPR
322/98 – presentare l’integrativa per
correggere l’annualità in cui v’è stata l’omessa imputazione.
La circolare n. 31/2013 è estesa a fattispecie diverse dagli errori contabili sia
dalla prima giurisprudenza che dalla norma n. 196 dell’AIDC
Qualora l’annualità oggetto di errore
non sia più emendabile con l’integrativa a favore e sempreché si tratti di
periodi d’imposta ancora suscettibili
di attività accertativa, il contribuente
potrà “ricostruire” tutte le annualità
d’imposta interessate dall’errore risalendo fino all’ultima annualità d’imposta dichiarata.
In quest’ultimo caso, quindi, il contribuente provvederà a riliquidare la dichiarazione relativa all’annualità
dell’omessa imputazione e, nell’ordine, le annualità successive, fino
all’annualità emendabile ai sensi del
citato art. 2, comma 8-bis e, per tale
ultima annualità, presenterà apposita
dichiarazione integrativa in cui confluiranno le risultanze delle precedenti riliquidazioni dallo stesso effettuate, sicché tale dichiarazione integrativa rappresenterà il momento in
cui gli esiti di tale attività di autoliquidazione da parte del contribuente verranno resi noti all’Amministrazione
finanziaria.
A seguito dei [...]
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IN EVIDENZA
FISCO
Orlandi: “Dal 1° luglio generate più di 2.700 fatture elettroniche”
Beni dell’amministratore sequestrabili solo in via sussidiaria
Delibera di aumento di capitale da impugnare sempre entro 180
giorni
ALTRE NOTIZIE
/ DA PAGINA 8
In caso di detassazione
ambientale omessa, via
libera al rimborso
/ Alfio CISSELLO
L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 58 pubblicata ieri, fornisce alcuni interessanti chiarimenti relativi
al cumulo tra l’agevolazione c.d. “Tremonti ambientale” ( [...]
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ancora
IL CASO DEL GIORNO
STUDIO DUCOLI
Dai PIV indicazioni sulle diverse configurazioni di
valore
Essi identificano cinque configurazioni di valore comuni a tutte le attività
/ Nicola AGNOLI e Martino ZAMBONI
In ogni incarico di valutazione bisogna chiedersi quale tipologia di valore misurare. Il Conceptual Framework risponde a questa domanda in 12 principi
molto articolati, che spiegano le diverse configurazioni di valore e le loro caratteristiche.
I Principi italiani di valutazione (“PIV”) richiedono
all’esperto di “precisare la configurazione di valore prescelta” (principio I.6.1). Tale attività deve essere fatta
considerando le finalità della stima e le differenze esistenti fra prezzo (grandezza empirica influenzata da
domanda ed offerta che può discostarsi dal valore attribuito all’attività oggetto di stima), costo (grandezza
empirica espressione delle risorse utilizzate per acquisire o realizzare l’attività) e valore (grandezza risultato
di una stima).
I PIV identificano cinque configurazioni di valore comuni a tutte le attività: valore di mercato, valore d’investimento, valore negoziale equitativo, valore convenzionale e valore di smobilizzo (principio I.6.2).
L’adozione di tali configurazioni può condurre a stime
anche molto diverse, seppure in linea teorica sempre
riconciliabili.
Nel caso di valutazione di aziende, partecipazioni,
strumenti finanziari e beni immateriali esiste una sesta configurazione: il valore intrinseco, spesso chiamato anche valore economico del capitale (principio
I.6.8). Nella valutazione di passività le configurazioni di
valore si riducono invece a quattro: valore di mercato,
valore negoziale equitativo, valore convenzionale e valore di adempimento (principio I.6.9).
Analizziamo ora la configurazione del valore di mercato. Per il Conceptual Framework dei PIV il valore di
mercato è “il prezzo al quale verosimilmente [un’attività o un’entità aziendale] potrebbe essere negoziata, alla data di riferimento dopo un appropriato periodo di
commercializzazione, fra soggetti indipendenti e motivati che operano in modo informato, prudente, senza
essere esposti a particolari pressioni (obblighi a comprare o a vendere)”.
Il valore di mercato, che coincide con il market value
degli IVS (“International Valuation Standards”), è una
stima “point in time”, legata alla specifiche condizioni
di mercato alla data di valutazione. Rappresenta il
prezzo più probabile sul mercato negoziabile tra soggetti informati, prudenti e razionali e che quindi utilizzano in modo consapevole tutta l’informazione disponibile per ottenere il prezzo loro più favorevole.
Il mercato di riferimento da considerare è quello in cui
l’attività è normalmente scambiata e cui hanno accesso l’attuale suo proprietario e la maggior parte dei par-
Eutekne.Info / Giovedì, 21 luglio 2016
tecipanti. Il valore di mercato è un valore oggettivo in
quanto esprime un valore rilevante per generici partecipanti al mercato e non per uno specifico soggetto
(principio I.6.10). I partecipanti al mercato sono i potenziali acquirenti e venditori di un’attività in grado di garantirne il massimo e miglior uso possibile. Non sono
individuabili nominativamente ma sono soggetti identificabili nei loro profili tipici essenziali, ad esempio
acquirenti strategici o finanziari e concorrenti diretti o
società di settori correlati.
Per una corretta identificazione dei partecipanti al
mercato l’esperto deve chiedersi: quali sono i mercati
potenziali di vendita dell’attività da valutare e tra questi quale è il principale; quale è il miglior uso possibile
dell’attività, chi sono i potenziali partecipanti al mercato e come si caratterizzano; quali sono le peculiarità
dei partecipanti al mercato rispetto allo specifico soggetto che detiene il controllo dell’attività. In genere i
partecipanti al mercato tendono a non riconoscere nel
prezzo di acquisto tutti i benefici attesi dal massimo e
miglior utilizzo dell’attività oggetto di compravendita
perché il loro obiettivo è realizzare investimenti con
un rendimento superiore al costo del capitale.
Il valore di mercato deve riflettere il massimo e migliore utilizzo dell’attività (highest and best use - HBU), ovvero quello che ne “massimizza il potenziale operativamente e fisicamente possibile, finanziariamente fattibile e legalmente consentito” (principio I.10.1). L’HBU
potrà essere d’uso corrente o di un uso alternativo rispetto a quello fatto da chi ne detiene il controllo. In tale secondo caso l’esperto dovrà tener conto delle
aspettative realistiche dei partecipanti al mercato alla
data di valutazione, e non di quelle ipotetiche, nonché
dei costi di conversione d’uso che necessariamente si
rifletterebbero sul prezzo.
Per l’individuazione del massimo e migliore utilizzo
occorre: comprendere se un uso è possibile e ragionevole nella prospettiva dei partecipanti al mercato; considerare gli eventuali requisiti e restrizioni legali; valutare se il rendimento ottenibile dall’HBU è superiore a
quello attuale in misura tale da giustificarne i costi di
conversione. Si tratta di un’analisi fondamentale, in
quanto l’esperto dovrà precisare puntualmente i criteri
utilizzati nell’individuazione del massimo e miglior
utilizzo dell’attività oggetto di stima.
Ultima caratteristica del valore di mercato è di presupporre un adeguato periodo di commercializzazione
dell’attività, tale da consentire una formazione del
prezzo in grado di esprimere l’interesse del maggior
numero possibile di partecipanti al mercato.
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FISCO
STUDIO DUCOLI
Integrative a catena per recuperare i costi non dedotti
La circolare n. 31/2013 è estesa a fattispecie diverse dagli errori contabili sia dalla prima
giurisprudenza che dalla norma n. 196 dell’AIDC
/ Alessandro BORGOGLIO
L’omessa deduzione di un costo, per prudenziale interpretazione di norme agevolative, essendo del tutto assimilabile ad una impropria o errata applicazione di un
principio contabile, può essere “sanata” dal contribuente, a seguito dell’emissione di documenti di prassi che
attestino la spettanza dell’agevolazione e, quindi, la deduzione del costo, mediante “recupero” di quest’ultimo
con la procedura delle dichiarazioni integrative “a catena”. È questo l’importante principio sancito dalla C.T.
Prov. di Como, con la sentenza n. 10/2016.
Occorre ricordare che, con la circolare n. 31/2013,
l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che il contribuente,
il quale non abbia imputato un componente negativo
nell’esercizio di competenza, potrà – laddove l’annualità sia emendabile ai sensi dell’art. 2, comma 8-bis del
DPR 322/98 – presentare l’integrativa per correggere
l’annualità in cui v’è stata l’omessa imputazione.
Qualora l’annualità oggetto di errore non sia più emendabile con l’integrativa a favore e sempreché si tratti di
periodi d’imposta ancora suscettibili di attività accertativa, il contribuente potrà “ricostruire” tutte le annualità d’imposta interessate dall’errore risalendo fino
all’ultima annualità d’imposta dichiarata.
In quest’ultimo caso, quindi, il contribuente provvederà a riliquidare la dichiarazione relativa all’annualità
dell’omessa imputazione e, nell’ordine, le annualità
successive, fino all’annualità emendabile ai sensi del
citato art. 2, comma 8-bis e, per tale ultima annualità,
presenterà apposita dichiarazione integrativa in cui
confluiranno le risultanze delle precedenti riliquidazioni dallo stesso effettuate, sicché tale dichiarazione
integrativa rappresenterà il momento in cui gli esiti di
tale attività di autoliquidazione da parte del contribuente verranno resi noti all’Amministrazione finanziaria.
A seguito dei controlli automatizzati di tale ultima dichiarazione integrativa, emergendo degli importi non
coerenti con la dichiarazione del periodo d’imposta
precedente, sarà generata una comunicazione di irregolarità il cui esito sarà comunicato al contribuente.
Quest’ultimo, in tale sede, dovrà esibire la documentazione idonea ad evidenziare le modalità di rideterminazione delle risultanze che emergono dalla dichiarazione integrativa.
Nel caso vagliato dai giudici comaschi, una snc, nel
2009, nel dubbio circa la cumulabilità tra la tariffa incentivante del cosiddetto “Conto energia” e la “detassazione ambientale” ex art. 6 della L. 388/2000, pur avendo posto in essere tutti gli adempimenti previsti e
avendo inserito in bilancio i costi di un impianto foto-
Eutekne.Info / Giovedì, 21 luglio 2016
voltaico relativo alla predetta agevolazione ambientale, aveva poi prudenzialmente omesso la deduzione fiscale di tali costi.
Una volta chiarita nel 2012, da parte del Ministero, la
cumulabilità delle predette agevolazioni, la snc aveva
presentato una dichiarazione integrativa per il 2009,
rideterminando il minor reddito imputato per trasparenza ai soci e, pertanto, aveva altresì presentato delle
dichiarazioni integrative dal periodo d’imposta 2009
sino al 2012, per “recuperare” quanto tassato in eccesso dai soci, così come indicato dalla sopra ricordata
circolare n. 31/2013.
L’Agenzia delle Entrate emetteva avvisi bonari con i
quali contestava l’utilizzo di tale procedura, disconoscendo le rettifiche delle dichiarazioni integrative.
Poi, essa sosteneva in giudizio che la predetta procedura sarebbe stata utilizzabile soltanto in caso di errata applicazione di principi contabili, come indicato
nella relativa circolare, mentre nel caso di specie si
trattava di un’erronea valutazione della società circa la
spettanza dell’agevolazione in oggetto.
I giudici provinciali, però, non hanno condiviso le argomentazioni del Fisco, ritenendo invece legittimo il ricorso a tale procedura anche in relazione al caso di
specie: sia in ipotesi di omessa deduzione di un costo
per errata applicazione di un principio contabile, sia
nel caso di mancata deduzione per prudenziale interpretazione di disposizioni di legge, infatti, si tratta di
costi erroneamente non dedotti e, quindi, deve comunque poter essere applicata la procedura delle dichiarazioni integrative “a catena” prevista dalla circolare n.
31/2013.
È interessante rilevare come, sulla problematica in oggetto, siano nella giornata di ieri giunte sia conferme
che smentite.
L’Agenzia delle Entrate, guarda a caso in merito alla
mancata indicazione in dichiarazione della detassazione ambientale, ha, con la risoluzione n. 58, negato
implicitamente l’utilizzo della procedura indicata, affermando in sostanza che, se sono spirati i termini per
l’integrativa a favore, rimane la via dell’ordinaria domanda di rimborso (si veda “In caso di omessa indicazione della detassazione ambientale, via libera al rimborso” di oggi).
Di contro, l’AIDC, con la norma di comportamento n.
196, ha ritenuto che la procedura della circ. n. 31/2013
debba essere estesa alla generalità delle ipotesi, quindi,
ad esempio, anche in conseguenza della violazione del
principio di cassa ad opera dei possessori di reddito di
lavoro autonomo.
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ancora
FISCO
STUDIO DUCOLI
In caso di detassazione ambientale omessa, via libera
al rimborso
Dunque, la domanda di rimborso è svincolata dagli elementi presenti nella dichiarazione originaria
/ Alfio CISSELLO
L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 58 pubblicata ieri, fornisce alcuni interessanti chiarimenti relativi al cumulo tra l’agevolazione c.d. “Tremonti ambientale” (art. 6 della L. 388/2000, abrogata dal DL
83/2012, valevole ancora per gli investimenti eseguiti
entro il 25 giugno 2012) e il c.d. Conto energia”.
Per prima cosa, si fa presente che l’Agenzia delle Entrate non è competente a pronunciarsi sulla cumulabilità tra agevolazioni fiscali e non, come è quella relativa al “Conto energia”.
Quindi, ove il contribuente intendesse fruire delle due
agevolazioni, potrebbe subire la revoca della tariffa incentivante da parte del Gestore dei servizi energetici,
in base alle valutazioni eseguite dal Ministero dello
Sviluppo economico.
Si fa comunque presente che, in merito ai limiti di cumulo di cui al decreto ministeriale 19 febbraio 2007 (secondo Conto energia), l’art. 19 del decreto ministeriale
5 luglio 2012 (quinto Conto energia) ha chiarito la cumulabilità dei due benefici, in merito al secondo Conto
energia, entro il limite del 20% del costo dell’investimento.
Un problema che sovente è emerso negli ultimi anni
riguarda la condotta da tenere per i contribuenti che, a
titolo prudenziale, non hanno indicato in dichiarazione la suddetta detassazione.
Proprio per questa ragione, alcuna giurisprudenza (si
veda “Integrative a catena per recuperare i costi non
dedotti” di oggi), con specifico riferimento al cumulo
delle due agevolazioni, ha ammesso che il contribuente possa presentare le c.d. “dichiarazioni integrative a
catena” per poter, in sostanza, compensare il credito
che ne emerge sorpassando gli stretti limiti temporali
dell’art. 2 comma 8-bis del DPR 322/98.
In pratica, è stata estesa la procedura della circolare n.
Eutekne.Info / Giovedì, 21 luglio 2016
31 del 2013 (a seguito della quale è stato anche modificato il quadro RS del modello UNICO) a situazioni diverse dalla correzione degli errori contabili.
Circostanza, tra l’altro, confermata anche dalla Norma
di comportamento AIDC n. 196, in termini generali.
L’Agenzia delle Entrate, sia pure implicitamente, sembra prendere le distanze da questa interpretazione (come peraltro era stato fatto in risposta ad un’interrogazione parlamentare, si veda “Detassazione ambientale
tardiva solo con rimborso” del 17 ottobre 2015), in quanto si afferma che il contribuente ben può “recuperare”
la detassazione, o con l’integrativa a favore oppure, ove
questa non sia più possibile, tramite ordinaria istanza
di rimborso ai sensi dell’art. 38 del DPR 602/73, quindi
entro i 48 mesi dal pagamento.
Decide il MISE sul cumulo tra la Tremonti ambientale
e il Conto energia
Pertanto, la stessa Agenzia delle Entrate conferma che
è legittima la domanda di rimborso se l’oggetto della
stessa riguarda circostanze non indicate nella dichiarazione dei redditi, che quindi non pone nessun limite
all’istanza di restituzione del tributo (la questione assume rilievo posto che, secondo un’opinione da noi
non condivisa, dalla recente sentenza delle Sezioni
Unite n. 13378 del 2016 emergerebbe un principio diverso, si veda “L’integrativa a favore non pone nessun
limite alla domanda di rimborso” dell’11 luglio 2016).
Relativamente al bilancio, l’Agenzia specifica che rientra nella discrezionalità del contribuente procedere alla riapprovazione del medesimo, in merito agli esercizi in cui sono stati effettuati gli investimenti ambientali.
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ancora
FISCO
STUDIO DUCOLI
Orlandi: “Dal 1° luglio generate più di 2.700 fatture
elettroniche”
Già inviate direttamente 1,9 milioni di dichiarazioni precompilate; lo scorso anno si sono fermate a 1,4
milioni
/ Savino GALLO
Le dichiarazioni precompilate inviate dai contribuenti
direttamente all’Agenzia delle Entrate, quindi senza
passare dagli intermediari, sono già 1,9 milioni, di cui
1,8 milioni di 730 e 100 mila modelli UNICO. A fornire i
dati, aggiornati al 18 luglio 2016, è la Direttrice
dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, che ieri,
nel corso di un’aduzione in Commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria, ha sottolineato
l’incremento del numero di soggetti che si affidano al
“fai da te”, grazie alla “maggiore completezza della dichiarazione e alla sempre maggiore facilità d’uso
dell’applicazione”.
In tutto il 2015, infatti, le dichiarazioni precompilate direttamente trasmesse dai contribuenti si erano fermate a 1,4 milioni. Al 18 luglio scorso, invece, tra 730 e
UNICO si è già quasi arrivati a 2 milioni, a cui si aggiungono “400 mila modelli modificati e salvati ma
non ancora trasmessi all’Agenzia”.
Nello stesso periodo, ha aggiunto Orlandi, “sono stati
resi disponibili ai Caf e ai professionisti modelli 730 relativi a 14,8 milioni di contribuenti”. Mentre le dichiarazioni inviate in forma congiunta dai contribuenti, che
quest’anno hanno potuto sfruttare per la prima volta
l’applicazione web dedicata (l’anno scorso era possibile presentare la dichiarazione congiunta solo tramite
intermediario o sostituto d’imposta), sono circa 93 mila.
Nel corso dell’audizione, la Direttrice delle Entrate ha
fatto un primo resoconto anche in merito alla fatturazione elettronica tra privati, partita lo scorso 1° luglio
grazie alla messa a disposizione dei contribuenti del
servizio gratuito di generazione, trasmissione e conservazione delle fatture.
In 18 giorni, il servizio, accessibile tramite web broswer (a breve arriverà anche una specifica app) collegandosi direttamente al sito dell’Agenzia e autenticandosi con le credenziali dell’Agenzia, SPID o con Carta
nazionale dei servizi, è stato utilizzato da 13.700 utenti.
Sono state generate più di 2.700 fatture e portate in
conservazione più di 1.000 fatture elettroniche. A fronte di questi numeri, il contact center reso disponibile
per le richieste di assistenza ha ricevuto solo 253 chiamate, per un’incidenza pari all’1,84% degli utenti totali.
“Questo dato – ha sottolineato Orlandi –, riferito ad un
servizio nuovo, ci rende fiduciosi che gli sforzi operati
per rendere intuitivo l’utilizzo del servizio e per definire un help on line efficace siano stati utili ai contri-
Eutekne.Info / Giovedì, 21 luglio 2016
buenti”.
L’auspicio dell’Agenzia è che siano sempre di più i
contribuenti IVA che si affidano esclusivamente a metodi di fatturazione e pagamento tracciabili, perché si
tratta di uno “strumento determinante per l’incremento spontaneo della tax compliance”.
Tuttavia, fatturazione elettronica e pagamenti tracciabili “non escluderebbero a priori i casi di cessioni di beni e prestazione di servizi in nero”. Per questo, Orlandi
si è detta contraria alla possibilità di escludere da
eventuali accertamenti analitico induttivi i contribuenti che adottano tali tipologie di fatturazione e pagamento, perché “limiterebbe fortemente i poteri
dell’Amministrazione finanziaria”, esponendo anche al
“rischio di una diminuzione del gettito”.
Stesso discorso per ciò che riguarda la possibilità di disapplicazione del meccanismo del reverse charge. Per
quanto, infatti, la fatturazione elettronica crei i presupposti per una “più rapida ed efficace politica di controllo”, non sembra “affatto scontato che una riforma così
radicale garantisca la soluzione del problema delle frodi IVA”.
“Molto più efficace – ha sottolineato Orlandi – è l’applicazione selettiva del sistema dell’inversione contabile,
volta a colpire, con un intervento ex ante, esclusivamente quei determinati settori dove si annidano i fenomeni evasivi”. Nell’ottica di contrastare l’evasione,
quindi, la fatturazione elettronica “appare complementare piuttosto che alternativa al reverse charge”.
Auspicabile una dichiarazione IVA con cadenza più
breve
Sul tema delle frodi IVA, la Direttrice Orlandi ha commentato anche le raccomandazioni di OCSE e FMI, che
chiedono di ridurre la cadenza delle dichiarazioni (si
veda “Evasione IVA, da OCSE e FMI «l’invito» a introdurre la dichiarazione mensile” di ieri). Un suggerimento accolto con favore dalla numero uno delle Entrate, secondo cui “la tempestività sarebbe un elemento fondamentale”, perché il “nero” prodotto dalle frodi,
una volta incassato, “si volatilizza”, incidendo così anche sugli “enormi crediti fiscali inesigibili” che fa registrare l’Italia. Per questo, sarebbe auspicabile una dichiarazione con cadenza più breve (mensile o trimestrale), che potrebbe “impedire la monetizzazione
dell’IVA” e contribuire ad arginare le frodi.
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ancora
IMPRESA
STUDIO DUCOLI
Beni dell’amministratore sequestrabili solo in via
sussidiaria
La Suprema Corte si sofferma ancora sulla confisca del profitto di reati tributari nei confronti delle
persone giuridiche
/ Maria Francesca ARTUSI
La Cassazione, con la sentenza n. 30995 depositata ieri,
accoglie il ricorso dell’amministratore unico di una srl
avverso un sequestro preventivo per equivalente di
beni a lui intestati (alcune quote di comproprietà immobiliari), a fronte della contestazione del reato di
omesso versamento IVA commesso proprio nella sua
qualità di amministratore e, dunque, ottenendo un risparmio di imposta a favore della persona giuridica
(art. 10-ter del DLgs. 74/2000).
Il punto centrale del ricorso riguarda l’affermazione secondo cui il sequestro avrebbe dovuto essere eseguito
prima sui beni della società – dove era confluito il risparmio di imposta – e solo successivamente, in caso
di incapienza, sui beni personali del legale rappresentante.
Al riguardo, le Sezioni Unite – nella nota sentenza n.
10561/2014 (c.d. sentenza Gubert) – hanno affermato
alcuni principi chiave: “è consentito nei confronti di
una persona giuridica il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di
beni direttamente riconducibili al profitto di reato tributario commesso dagli organi della persona giuridica
stessa, quando tale profitto (o beni direttamente riconducibili al profitto) sia nella disponibilità di tale persona giuridica”.
Al contrario, non è consentito il sequestro per equivalente “qualora non sia stato reperito il profitto di reato
tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa, salvo che la persona giuridica sia uno schermo fittizio”. Né è consentito il sequestro per equivalente nei confronti degli organi della persona giuridica per
reati tributari da costoro commessi, quando sia possibile procedere al sequestro “diretto” di denaro o di altri
beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al
profitto di reato tributario in capo a costoro o a persona (compresa quella giuridica) non estranea al reato
(Cass. SS.UU. n. 10561/2014).
Sul punto è stato, altresì, affermato che, in tema di reati tributari, il pubblico ministero è legittimato, sulla base del compendio indiziario emergente dagli atti processuali, a chiedere al giudice il sequestro preventivo
nella forma “per equivalente”, invece che in quella “diretta”, all’esito di una valutazione allo stato degli atti in
ordine alle risultanze relative al patrimonio dell’ente
che ha tratto vantaggio dalla commissione del reato,
non essendo invece necessario il compimento di specifici ed ulteriori accertamenti preliminari per rinveni-
Eutekne.Info / Giovedì, 21 luglio 2016
re il prezzo o il profitto nelle casse della società o per
ricercare in forma generalizzata i beni che ne costituiscono la trasformazione (cfr. Cass. n. 1738/2015). In altre parole, una verifica quantomeno “sommaria” appare necessaria.
Necessaria la verifica, quantomento “sommaria”
Nel caso in esame, l’aspetto problematico dell’ordinanza del tribunale deriva dal fatto che il sequestro “per
equivalente” risulta fondato sull’impossibilità di procedere al sequestro del profitto “diretto” del reato (il risparmio di spesa) in quanto la difesa dell’indagato, amministratore della società, non avrebbe allegato “specifici elementi probatori da cui poter ragionevolmente
desumere l’esistenza di disponibilità finanziarie e/o di
beni derivanti dall’eventuale utilizzo delle somme non
versate all’erario”.
Si tratta, in pratica, di un’inversione dell’onere della
prova poiché l’impossibilità di procedere al sequestro
del profitto “diretto” del reato risulta desunta da una
pretesa carenza difensiva, anziché, all’esito di una valutazione allo stato degli atti in ordine alle risultanze
relative al patrimonio dell’ente che ha tratto vantaggio
dalla commissione del reato.
Inoltre, la Cassazione ricorda come nel caso in cui il
profitto di un reato sia rappresentato da denaro o altre
cose fungibili, la confisca delle somme rinvenute nella
disponibilità del soggetto (persona fisica o giuridica)
che lo ha percepito – anche sotto forma di un risparmio di spesa attraverso l’evasione dei tributi – avviene,
proprio in ragione di tale fungibilità, sempre in forma
specifica sul profitto diretto e mai per equivalente.
Tale ultimo principio è stato recentemente ribadito anche dalle Sezioni Unite secondo cui, qualora il prezzo o
il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro,
la confisca delle somme depositate su conto corrente
bancario, di cui il soggetto abbia la disponibilità, deve
essere qualificata come confisca diretta e, in considerazione della natura del bene, non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della ablazione e il reato (Cass.
SS.UU. n. 31617/2015).
Alla luce di tali osservazioni, la sentenza in commento accoglie i motivi di ricorso dell’amministratore, annullando, per conseguenza, l’ordinanza di sequestro
sui beni di costui.
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ancora
IMPRESA
STUDIO DUCOLI
Delibera di aumento di capitale da impugnare sempre
entro 180 giorni
È irrilevante la nullità derivata da vizi della sottostante delibera di riduzione del capitale per perdite
/ Maurizio MEOLI
L’azione volta a far dichiarare la nullità della delibera
di aumento del capitale, per la nullità della delibera di
riduzione del capitale per perdite, nella specie dichiarata con statuizione coperta da giudicato interno, resta soggetta alla decadenza di cui all’art. 2379-ter comma 1 c.c., non incidendo sul regime di proponibilità
della domanda la natura derivata della nullità. È questo l’importante principio di diritto enunciato dalla
Cassazione nella sentenza n. 14932, depositata ieri.
Ai sensi dell’art. 2379 comma 1 c.c., nei casi di mancata convocazione dell’assemblea, di mancanza del verbale e di impossibilità o illiceità dell’oggetto la deliberazione può essere impugnata da chiunque vi abbia interesse entro tre anni dalla sua iscrizione o deposito
nel Registro delle imprese, se la deliberazione vi è soggetta, o dalla trascrizione nel libro delle adunanze
dell’assemblea, se la deliberazione non è soggetta né a
iscrizione né a deposito. Regole peculiari valgono,
però, nel caso di invalidità delle deliberazioni di aumento o di riduzione del capitale e della emissione di
obbligazioni.
L’art. 2379-ter comma 1 c.c., infatti, stabilisce che, nei
casi previsti dall’art. 2379 c.c., l’impugnativa dell’aumento di capitale, della riduzione del capitale ai sensi
dell’art. 2445 c.c. o della emissione di obbligazioni non
può essere proposta dopo che siano trascorsi 180 giorni dall’iscrizione della deliberazione nel Registro delle
imprese o, nel caso di mancata convocazione, novanta giorni dall’approvazione del bilancio dell’esercizio
nel corso del quale la deliberazione è stata anche parzialmente eseguita. Il terzo comma, inoltre, precisa che
resta salvo il diritto al risarcimento del danno eventualmente spettante ai soci e ai terzi.
Tra i due articoli del codice civile, quindi, sussiste un
rapporto di genere/specie ovvero di regola/eccezione
che vale anche nel caso, qual era quello di specie, di
deliberazione di aumento del capitale sociale. La previsione speciale o eccezionale risponde all’esigenza di
fissare i limiti temporali dell’impugnazione di specifiche delibere per stabilizzare gli effetti di atti societari
la cui attuazione è in grado di interferire anche su
aspettative e diritti nel frattempo maturati in capo a
terzi. La Suprema Corte, in particolare, evidenzia come
la dottrina abbia parlato al riguardo di esigenza di stabilità portata al “massimo livello” a protezione del mercato, per l’affidamento creatosi sulla consistenza del
capitale.
Nel caso di specie, peraltro, la delibera di aumento era
Eutekne.Info / Giovedì, 21 luglio 2016
impugnata per nullità derivata dalla nullità della precedente delibera di azzeramento del capitale sociale
per perdite, in ragione della falsità di alcune poste (la
voce “debiti verso altri finanziatori” era priva di riscontri dai quali desumere i nominativi dei finanziatori, il
titolo, il periodo in cui sarebbe sorto il debito e la causale). Nullità, quest’ultima, accertata con efficacia di
giudicato, non essendo stato proposto ricorso verso la
statuizione sul punto. La delibera di aumento, quindi,
presenta oggetto illecito e ad essa si applica la disciplina impugnatoria sopra ricordata.
In pratica ci si trova in presenza di una “nullità derivata” rispetto alla quale, però, i giudici d’appello avevano
adottato una differente soluzione. A loro giudizio, infatti, quando la nullità della delibera di aumento deriva dalla nullità della delibera di riduzione, le azioni
volte alla declaratoria di nullità delle due delibere non
sono autonome, e la nullità della delibera di azzeramento comporta necessariamente la nullità della delibera di aumento. Tale argomentare era tratto dalla pronuncia della Cassazione n. 12347/1999, che, in relazione alla previgente disciplina, aveva stabilito che “la dichiarazione di nullità (o la pronuncia di annullamento)
della delibera di riduzione del capitale riverbera necessariamente i suoi effetti su quella di ricostituzione del
capitale medesimo e la travolge comportandone la
nullità” (principio successivamente ripreso da Cass. n.
5740/2004).
Ma questo ragionamento, precisa la decisione in commento, non può essere condiviso. Il principio della nullità derivata, infatti, attiene al collegamento tra le deliberazioni, ovvero riguarda il contenuto delle stesse,
mentre una cosa diversa è il regime impugnatorio, disciplinato dai ricordati artt. 2379 e 2379-ter c.c. Rispetto a tale soluzione interpretativa neppure vale invocare la mancanza di ragionevolezza della situazione che
si potrebbe creare: nullità della delibera di riduzione
del capitale per falsità di talune poste, da un lato, ed
eventuale sopravvivenza della delibera di aumento,
che presuppone la prima.
Tali rilievi, seppure ritenuti “suggestivi”, non possono
condurre, a parere della Suprema Corte, alla disapplicazione del regime impugnatorio di cui all’art. 2379-ter
c.c. Occorrerà invece rimediare alle incongruenze generatesi al più tardi in occasione della redazione del
bilancio successivo (ovvero del bilancio rielaborato in
sostituzione di quello dichiarato nullo), con il ricalcolo
dell’ammontare del capitale sociale.
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PROFESSIONI
STUDIO DUCOLI
Elezioni, rinviata al 5 ottobre l’udienza cautelare sui
ricorsi di Rossano e Melfi
I due Ordini depositeranno ulteriori memorie difensive, ma i termini per la presentazione delle liste
elettorali scadono prima
/ Savino GALLO
Ancora una volta un nulla di fatto dalle aule giudiziarie del TAR del Lazio. Nella mattinata di ieri, infatti, nel
corso dell’udienza cautelare in cui si sarebbe dovuto
decidere in merito alla richiesta di sospensiva della
nota ministeriale del 31 marzo scorso, avanzata dagli
Ordini di Rossano e Melfi, i giudici della prima sezione
del tribunale amministrativo hanno disposto il rinvio
della discussione al prossimo 5 ottobre.
Una decisione assunta quale conseguenza della richiesta dei ricorrenti di presentare ulteriori memorie difensive, riguardanti i “recentissimi atti che il CNDCEC,
seppur costituitosi in giudizio, ha posto in essere nella
settimana precedente all’udienza”.
Tanto si legge nel comunicato diffuso nella serata di
ieri da Carlo Plastina, (ex) Presidente dell’Ordine di
Rossano calabro, nel quale si fa esplicito riferimento
alla decisione, imposta dal Consiglio nazionale, di portare a compimento tutti i trasferimenti degli iscritti dagli Ordini sopprimendi a quelli accorpanti entro la metà del mese di luglio (si veda “Elezioni, domani al TAR
l’udienza sui ricorsi di Rossano e Melfi” del 19 luglio).
“Il CNDCEC – si legge nella nota –, precettando direttamente gli stessi ODCEC sedicenti accorpanti e imponendo agli stessi di porre in essere, senza ulteriore indugio, a mezzo proprie delibere, il trasferimento d’ufficio degli iscritti, ha realizzato, a parere dei ricorrenti,
un’ulteriore forzatura in limine litis, costringendo i ricorrenti a porre in essere nuove iniziative difensive,
motivo del predetto rinvio”.
Appreso della volontà dei ricorrenti di depositare motivi aggiuntivi, infatti, “il Presidente della I sezione del
TAR Lazio ha sospeso la discussione”, rinviandola al 5
ottobre (prima data utile), in modo da consentire anche il completamento delle notifiche e il deposito delle ulteriori memorie difensive.
Bisognerà, dunque, aspettare almeno altri due mesi e
mezzo per avere una decisione sulle istanze cautelari
collegate ai ricorsi presentati dagli Ordini di Rossano e
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Melfi, a cui negli ultimi giorni hanno aderito anche gli
ODCEC di Vigevano e Vasto, portando a sei (con Avellino e Sala Consilina) il numero degli Ordini che hanno
deciso di adire le vie giudiziarie.
Non sfuggirà, però, che il 5 ottobre, data della nuova
udienza cautelare, è successivo ai termini ultimi per la
presentazione delle liste elettorali, sia per gli Ordini locali (3 ottobre) che per il CNDCEC (1 ottobre). Non si potrà, quindi, che andare avanti con il procedimento elettorale, lasciando sullo sfondo una richiesta di sospensiva che, in quanto solitamente basata anche su motivi di urgenza, ad ottobre potrebbe essere più difficile
da accogliere.
In ogni caso, il rinvio della decisione del TAR a dopo la
presentazione delle liste porta con sé ulteriori interrogativi. Posto che, infatti, gli iscritti agli Ordini sopprimendi sono stati già trasferiti agli ODCEC accorpanti,
dovranno essere inclusi nelle liste elettorali del nuovo
Ordine, seppur in pendenza di giudizio?
La questione è legata alla rappresentatività del nuovo
organo consiliare ma anche alla sua composizione.
Perché con l’aumento degli iscritti cresce anche il numero dei possibili candidati e dei Consiglieri all’interno dell’Ordine. Gli iscritti agli Ordini soppressi, non riconoscendo l’annessione coatta, potrebbero però anche decidere di non partecipare al voto, né come candidati né tantomeno come elettori. Una possibilità che,
evidentemente, potrebbe portare quantomeno ad un
vulnus in termini di rappresentatività del Consiglio,
ancorché voluto e prodotto dagli stessi iscritti dissenzienti.
Insomma, schivati i due ostacoli delle udienze cautelari (l’Ordine di Avellino ha ritirato la propria richiesta di
sospensiva proprio in sede di udienza), rimangono comunque degli elementi di incertezza sulle due tornate
elettorali. Dubbi che, probabilmente, il CNDCEC sarà
chiamato a risolvere nelle prossime settimane.
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LAVORO & PREVIDENZA
STUDIO DUCOLI
Possibile recuperare contributi indebiti per
apprendisti ai fondi di solidarietà
L’INPS ha chiarito che, per beneficiare della prestazione, i lavoratori devono essere assunti con
contratto di apprendistato professionalizzante
/ Luca MAMONE
Con il DLgs. 148/2015 è stata ampiamente ridefinita –
in attuazione del Jobs Act (L. 183/2014) – la geografia
degli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di
lavoro, con una serie di interventi che non riguardano
solo i trattamenti di integrazione salariale ordinari e
straordinari (CIGO e CIGS), bensì anche il sistema dei
Fondi di solidarietà (artt. 26 e ss.) previsti per i settori
non coperti dalla CIG al fine di assicurare ai lavoratori
una tutela nei casi di riduzione o sospensione dell’attività lavorativa.
Con riferimento a quest’ultimo tema, va ricordato un
primo intervento dell’INPS che. con la circolare n. 30
dello scorso 12 febbraio, ha fornito un quadro riepilogativo della disciplina dei fondi, evidenziando innanzitutto come il citato decreto attuativo del Jobs Act abbia in parte consolidato quanto già disciplinato dall’art.
3 commi 4 e ss. della L. 92/2012, e in parte introdotto
nuove disposizioni, volte principalmente a disciplinare l’ampliamento dell’ambito di operatività dei fondi.
I tipi di fondi in questione, lo ricordiamo, sono quelli di
solidarietà bilaterali, di solidarietà bilaterali alternativi,
nonché i fondi di solidarietà residuale (previsti per i
settori privi dei precedenti Fondi di solidarietà), i quali,
a partire dal 1° gennaio 2016, hanno assunto la denominazione di Fondo di integrazione salariale, con la previsione di ulteriori disposizioni in merito.
Tra le tematiche di maggior interesse, si segnala quella che riguarda la contribuzione di finanziamento ai
fondi, le cui aliquote ordinarie vengono fissate mediante appositi decreti ministeriali.
Sull’argomento è peraltro recentemente intervenuto
l’INPS con il messaggio n. 3112/2016, precisando che la
contribuzione ordinaria di finanziamento ai Fondi di
solidarietà di cui all’art. 26 e ss. del DLgs. 148/2015 è applicata anche alla categoria dei lavoratori assunti con
contratto di apprendistato professionalizzante, ai sensi dell’art. 39 del citato decreto attuativo del Jobs Act.
Occorre precisare che tutti gli apprendisti (quindi, non
solo quelli con contratto professionalizzante) rientrano nel computo della base di calcolo per le soglie dimensionali delle imprese aderenti, mentre possono essere beneficiari delle prestazioni dei fondi di solidarietà solo quelli assunti con contratto di apprendistato
professionalizzante.
Con l’occasione, l’Istituto di previdenza ha fornito alcu-
Eutekne.Info / Giovedì, 21 luglio 2016
ne istruzioni operative chiarendo che a decorrere dal
mese di agosto 2016, per tutti i fondi di solidarietà istituiti presso l’INPS, ai fini della compilazione del flusso
UniEmens, la contribuzione ordinaria sarà calcolata
nell’aliquota complessiva applicata sulle retribuzioni
imponibili degli apprendisti denunciati, con il codice
relativo all’apprendistato professionalizzante “PB”,
nell’ambito dell’elemento “TipoLavoratore”.
Istruzioni per il calcolo della contribuzione e il
recupero
Inoltre, nel messaggio n. 3112/2016 si precisa che le imprese che hanno versato indebitamente, per il periodo
compreso tra settembre 2015 e luglio 2016, il predetto
contributo ordinario anche per lavoratori apprendisti
assunti con tipologie di apprendistato diverse da quello professionalizzante, possono recuperarlo entro il
prossimo 16 ottobre.
Ai fini del recupero, le imprese dovranno indicare l’importo indebitamente versato con uno dei codici di conguaglio indicati nel messaggio, da valorizzare all’interno della sezione “AltrePartiteACredito” di “DenunciaAziendale”.
Al di là di quest’ultimo intervento di prassi dell’INPS,
va comunque ricordato, in termini generali, che i contributi ordinari di finanziamento ai fondi sono ripartiti
tra datore di lavoro e lavoratore nella misura, rispettivamente, di due terzi e di un terzo.
Si ricorda, inoltre, che il DLgs. 148/2015 ha operato una
revisione dei valori delle aliquote prevedendo, a decorrere dal 1° gennaio 2016, una misura non inferiore: allo
0,45% della retribuzione imponibile previdenziale, con
riferimento ai fondi di solidarietà bilaterale alternativi;
allo 0,65% per i datori di lavoro che occupano mediamente più di 15 dipendenti e allo 0,45% per i datori di
lavoro che occupano mediamente da più di 5 sino a 15
dipendenti, con riferimento ai fondi di integrazione salariale.
Invece, a decorrere dal 1° gennaio 2017, si prevede l’applicazione di un’aliquota non inferiore allo 0,30% delle
retribuzioni imponibili ai fini previdenziali per quanto
riguarda i fondi di solidarietà bilaterali costituiti facoltativamente nei settori che già rientrano nel campo di
applicazione della normativa in materia di CIG.
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ECONOMIA & SOCIETÀ
STUDIO DUCOLI
Oggi la riunione della Bce per attenuare gli effetti di
Brexit
Gli strumenti di politica monetaria espansiva a disposizione della Banca centrale hanno pro e contro
/ Stefano PIGNATELLI
In attesa della riunione Bce di oggi le ultime sedute
hanno registrato pochi e insignificanti movimenti dei
tassi europei. Sui tassi Usa invece si assiste ad un lieve rialzo con il decennale che sfiora l’1,6% grazie soprattutto ai dati degli ultimi giorni che confermano come la ripresa sia tornata a marciare a passo sostenuto.
Segnaliamo il nuovo minimo storico sull’Euribor 3 mesi a -0,297%: tuttavia le previsioni (scaletta dei tassi
forward) non si trovano sui minimi (le scorse settimane l’Euribor era stato visto scendere fino a -0,43%). Ora
il parametro trimestrale è atteso a -0,38% a ottobre
2018 e da quel minimo dovrebbe iniziare una lenta risalita verso lo zero (previsto ad aprile 2021). L’Euribor
resterà sotto l’1% fino a tutto il 2024. Attualmente per i
prossimi 20 anni non è mai visto salire sopra l’1,4%,
massimo a 1,38% nel lontano 2029!. (Segui tassi attesi
su www.aritma.eu).
Vedremo oggi cosa e se deciderà qualcosa la Bce. È
probabile che ribadisca l’intenzione a mettere in campo nuove misure mentre è meno probabile che prenda
decisioni operative soprattutto perché i mercati finanziari stanno reagendo bene dopo lo shock Brexit (praticamente riassorbite le perdite dei principali indici
azionari).
È probabile che Draghi voglia attendere settembre
quando verrà presentato il nuovo scenario macro (nuove previsioni trimestrali dello staff Bce) e quando il
quadro sui tempi e le modalità di avvio dei negoziati
Brexit sarà più chiaro.
Il taglio del depo (tasso sui depositi) a -0,5% dall’attuale
-0,4% è già scontato nei tassi. Tale intervento avrebbe
il vantaggio di rendere più attraente la richiesta di fondi tramite le nuove operazioni Tltro II (dopo quella di
giugno – su cui si tornerà in conclusione – la prossima sarà a settembre) ma finirebbe per erodere i già
bassi tassi di profitto delle banche, settore che in questa fase desta preoccupazioni per la stabilità dell’intero sistema europeo. Per questo motivo la Bce potrebbe
astenersi su questa misura.
È invece più probabile che indirizzi le proprie attenzioni su altri interventi soprattutto nell’ambito del pro-
Eutekne.Info / Giovedì, 21 luglio 2016
gramma di acquisto di titoli (quantitative easing). Tra
le opzioni percorribili c’è quella di modificare l’attuale
regola degli acquisti in base alle quote di partecipazione possedute da ciascuna Banca nazionale al capitale
della Bce stessa. In pochi credono ad una modifica al
criterio degli acquisti nonostante da una recente rilevazione emerga che circa un terzo dei titoli di Stato
della zona euro non può fare parte del paniere acquistabile dalla Banca centrale europea nell’ambito del
programma di quantitative easing perchè offre un rendimento inferiore a -0,4% (depo), limite inferiore di tasso per gli acquisti attraverso il QE.
Un’ipotesi per alleviare il peso sul settore potrebbe essere quella di inserire nell’elenco dei titoli obbligazionari acquistabili, quelli bancari; questa opzione è controversa dal momento che con le Tltro II la Bce presta
alle banche dietro garanzia mentre si troverebbe ad
acquistare titoli degli stessi istituti di credito (non garantiti) a titolo definitivo.
Infine più semplicemente potrebbe decidere di aumentare l’importo mensile di acquisti (attualmente 80 mld).
La Banca centrale europea ha sempre dato prova di
agire con tempestività e con la fantasia che il mandato e le regole comunitarie gli permettono. Non è detto
che a settembre possa ancora sorprendere specie se i
mercati finanziari tornassero ad essere molto deboli.
Tornando, come preannunciato, a quanto accaduto a
fine giugno scorso, la Bce ha condotto la sua prima
operazione del nuovo schema di finanziamento a lungo termine Tltro II (48 mesi a tasso zero, con bonus a 0,4%, tasso depo, in caso di incremento degli impieghi
di almeno il 2,5% rispetto al 31 gennaio 2016).
Le richieste delle Banche europee sono ammontate a
poco meno di 400 mld a fronte dei 368 di fondi Tltro I
che le stesse banche restituiranno anticipatamente.
Ogni banca può finanziare fino al 30% del proprio portafoglio prestiti al netto di quelli al settore privato per
acquisto abitazioni: la liquidità netta generata dalla
prima operazione Tltro II di fine giugno è stata di circa
31 mld, di cui più della metà richiesta dalle banche italiane.
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FISCO
STUDIO DUCOLI
Arriva la causale contributo per l’Ente bilaterale
autonomo settore privato
Istituita dall’Agenzia delle Entrate, servirà per versare i contributi mediante modello F24
/ REDAZIONE
Con la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate di ieri, 20
luglio 2016, n. 57 è stata istituita la causale contributo
“EBAP”, per la riscossione, con modello F24, dei contributi da destinare al finanziamento dell’Ente bilaterale
autonomo settore privato “E.BI.A.S.P.“.
L’Amministrazione finanziaria innanzitutto ricorda
che, con la convenzione del 9 gennaio 2008 e successivi rinnovi, stipulata tra l’Agenzia delle Entrate e l’Istituto nazionale di previdenza sociale è stato regolato il
servizio di riscossione, mediante il modello F24, per il
versamento dei contributi di spettanza dell’INPS, nonché di quelli previsti dalla legge 4 giugno 1973 n. 311.
Quest’ultima norma, infatti, ha previsto che l’Istituto
nazionale della previdenza sociale, l’Istituto nazionale
per l’assicurazione contro le malattie e l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro
possano essere autorizzati dal Ministro per il Lavoro e
la previdenza sociale, su richiesta delle associazioni
sindacali a carattere nazionale, ad assumere il servizio di esazione dei contributi associativi dovuti dagli
iscritti, nonché dei contributi per assistenza contrattuale che siano stabiliti dai contratti di lavoro.
Con la convenzione del 5 luglio 2016 sottoscritta tra
l’INPS e l’Ente bilaterale citato, invece, quest’ultimo ha
Eutekne.Info / Giovedì, 21 luglio 2016
affidato all’Istituto di previdenza il servizio di riscossione, tramite il modello F24, dei contributi per il finanziamento dell’Ente bilaterale.
Infine, per consentire il versamento di tali contributi
mediante modello F24, la citata risoluzione n. 57/2016
ha istituito la causale contributo “EBAP” denominata
“Ente Bilaterale Autonomo Settore Privato E.BI.A.S.P.“.
Alla voce “periodo di riferimento” si indica mese e
anno di riscossione
In sede di compilazione del modello di pagamento F24,
la suddetta causale è esposta nella sezione “INPS”, nel
campo “causale contributo”, in corrispondenza, esclusivamente, della colonna “importi a debito versati”.
Vanno indicati:
- nel campo “codice sede”, il codice della sede INPS
competente;
- nel campo “matricola INPS/codice INPS/filiale azienda”, la matricola INPS dell’azienda;
- nel campo “periodo di riferimento”, nella colonna “da
mm/aaaa”, il mese e l’anno di riscossione del contributo, nel formato MM/AAAA. La colonna “a mm/aaaa”
non deve essere valorizzata.
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LETTERE
STUDIO DUCOLI
La “famigerata” semplificazione sembra un aiuto
all’industria cartaria
Caro Direttore,
probabilmente in momenti di economia stagnante servono incentivi ai consumi e quindi l’Agenzia delle Entrate ha pensato di aggiungere un suo contributo all’industria cartaria!
Non mi ero reso conto, assorbito da altre scadenze, di
quanto sia cresciuto il consumo di carta nei nostri studi, consumo indotto dalla “famigerata” semplificazione che si è limitata, alla fine, a trasferire ai professionisti tutti gli oneri di rendere analogici i processi digitali
generati dalla P.A.
Quindi dobbiamo stampare copie e copie di modelli,
dichiarazioni e prospetti, per raccogliere le firme del
cliente, per conservare per almeno dieci anni i documenti e gli elaborati, per rendere leggibili i bilanci che,
nascendo in XBRL, necessitano di traduzione (!).
Ora siamo in attesa del processo tributario digitale,
che temo porrà sulle spalle dei difensori altri obblighi
cartacei.
Ricordiamo che una norma sulla conservazione digitale dei documenti obbliga il depositario a stamparli a richiesta della P.A., con necessità, quindi, di stampanti e
programmi magari non più in uso, ma a disposizione e
comunque con necessità di fogli cartacei!
Anche la trasmissione di fogli scannerizzati presuppone un supporto fisico! E l’industria cartaria ringrazia.
Alberto Arrigoni
Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano
Direttore Editoriale: Michela DAMASCO
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