Le ragioni del No: possiamo permetterci di vivere
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Transcript Le ragioni del No: possiamo permetterci di vivere
20 LUGLIO 2016
Le ragioni del No: possiamo
permetterci di vivere “senza
Costituzione”?
di Mario Dogliani
Professore emerito di Diritto costituzionale
Università degli Studi di Torino
Le ragioni del No: possiamo permetterci
di vivere “senza Costituzione”?*
di Mario Dogliani
Professore emerito di Diritto costituzionale
Università degli Studi di Torino
Per impadronirsi del cuore delle ragioni del No al referendum costituzionale - e mettere fuori
gioco le ragioni del Sì - occorre praticare la strategia cavouriana "del carciofo": staccare una foglia
per volta. Il cuore cui arrivare è questo: la Costituzione non può essere la Costituzione "di
qualcuno". Se è "di qualcuno" non è più una Costituzione.
1. Il testo della revisione approvato dal Parlamento è mal scritto, contradditorio e lacunoso. Può
fondarsi su questo un movimento referendario che voglia respingerlo?
Può fondarsi sul fatto che dà uno schiaffo alla richiesta della "Camera delle Regioni", perché nega
a questa Camera la sua ragion d'essere, che avrebbe dovuto consistere nel far partecipare le
Regioni alla determinazione delle competenze regionali stesse?
Può fondarsi sul fatto che complica il procedimento legislativo generando ulteriori conflitti che
coinvolgeranno sempre più la Corte costituzionale nella vita politica?
Queste, e altre, domande relative alla fattura del testo non conducono ad una risposta univoca,
perché è sempre possibile rispondere che sarà la prassi, la qualità della classe politica, le
convenzioni interpretative che si stabiliranno e la giurisprudenza che le accompagnerà ... che
determineranno il volto finale della riforma.
La risposta è in realtà un po' pelosa, perché non spiega perché mai prassi, convenzioni, qualità
soggettive, giurisprudenze future possano raddrizzare i difetti di una Costituzione che non c'è, se
non sono riuscite a raddrizzare i difetti della Costituzione che c'è.
2. Ma abbandoniamo questo terreno, e domandiamoci: sappiamo davvero (il popolo italiano che
sta per recarsi alle urne sa davvero) che cos'è una Costituzione? Sembrerebbe facile rispondere.
Basta guardare a quei Paesi che ne sono privi: per esempio alla Libia.
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Intervento al Convegno Riformare la Costituzione: un confronto aperto, tenutosi a Napoli il 30 maggio 2016.
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Che cosa manca alla Libia per avere una Costituzione?
Verrebbe da dire: è ovvio; manca un potere forte che sappia imporsi alle parti in lotta e dar vita a
un ordinamento stabile e vitale.
Dunque la Costituzione è un potere forte che sappia imporsi.
Fin qui sembra che andiamo a braccetto con i sostenitori della riforma semplificante e decidente,
cioè antiparlamentare e filogovernativa.
Ma che cosa significa "imporsi"?
È qui che la risposta si fa difficile.
Si potrebbe dire: instaurare un potere che sconfigga, che schiacci, che renda impotenti, che
domini gli avversari.
Oppure: instaurare un potere che sappia unire, metter pace, suscitare fiducia, rendere tangibile la
speranza in un futuro e in un benessere comune.
È chiaro che la linea che divide le due risposte è sottile, perché la decisione costituente che riesce
a imporsi, provocata dallo stato d'eccezione in cui un Paese può venirsi a trovare,
necessariamente produce la vittoria di qualcuno e la sconfitta di qualcun altro.
Ma la seconda via può essere immediatamente imboccata, come avvenne in Italia e in Francia,
finita l'occupazione. È quella che animò i lavori della Costituente, nel 1946-‘47: l’idea che la
Costituzione sia un patto, un accordo, un contratto, un compromesso, un armistizio tra le parti le une contro le altre armate - di un Paese profondamente diviso, sconfitto, sull'orlo di cadere da
una guerra civile in un’altra, ma che seppe, invece, darsi una casa comune, costruire un'Arca
dell’alleanza, edificare uno Stato di tutto il popolo, realizzando un'impresa quasi miracolosa.
Anche qui si instaura un dominio: ma plurale, collaborativo per quanto riguarda il rispetto della
Costituzione, esercitato da un rappresentante temporaneo e mutevole, ma da tutti riconosciuto, e
per questo dotato non solo di potestas, ma anche, e soprattutto, di auctoritas.
La stessa Assemblea costituente, per la sua composizione, per lo stile dei suoi lavori, era,
prefigurava, rappresentava la Costituzione che sarebbe venuta.
L’attuale riforma costituzionale – per il metodo con cui è stata approvata da una esigua
maggioranza parlamentare rispecchiante una netta minoranza del corpo elettorale – a quale dei
due modi si ispira? Quale futuro prefigura?
È impossibile affermare che sia stata sostenuta da uno scatto morale e politico di un popolo
tendenzialmente unanime. Ma è altrettanto impossibile affermare che si tratta di una revisione
solo organizzativa, semplificatrice, essenzialmente "tecnica" e impropriamente caricata di
significata ideologici da nemici interessati.
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Il motivo fondamentale per cui molti ritengono che la riforma meriti di essere bocciata è perché
nega l’idea stessa di Costituzione come il Paese l’ha vissuta in questi difficilissimi decenni di storia
repubblicana. C’erano e ci sono, indubbiamente, ottimi e urgenti motivi per intervenire, ma –
come è stato autorevolmente detto (Onida) – il procedimento di revisione avrebbe dovuto
mantenere il carattere del procedimento con cui la Costituzione venne approvata. E questo non è
stato assolutamente fatto. E dunque si opera una cesura.
3. Non è stato fatto non solo nel senso che non si è minimamente cercata quella concordia
construens tra le parti in conflitto che è essenziale per fondare una Costituzione, la quale non può
reggersi su altro che sul "consenso per sovrapposizione" tra le parti stesse (concetto che fino a
qualche tempo fa esprimevamo con l'espressione "Costituzione in senso materiale"), ma non ci si
è nemmeno curati di conoscere la "realtà effettuale" del sistema politico, combinando un modello
di forma di governo e una legge elettorale del tutto avventurosi e forieri di imprevedibili sviluppi.
Su "Il sole 24 ore" del 1° marzo 2015 (è passato un anno e mezzo) Luca Ricolfi scrisse un
articolo intitolato Nella corsa alle urne fare i conti con Pluto, in cui ricordava che
«Nel 1785 il marchese di Condorcet, uno degli enciclopedisti francesi, pubblicava un saggio che
rappresenta uno dei primi tentativi sistematici di applicare la matematica allo studio della società
(Essai sur l'application de l'analyse á la probabilité des décisions rendues à la pluralité des voix).
In quell'opera veniva formulato, per la prima volta, il seguente paradosso. Supponete che una
comunità, anziché essere chiamata a scegliere fra 2 proposte politiche, si trovi a dover scegliere
fra 3 alternative, che giusto per fissare le idee chiameremo A, B e Pluto. In una situazione del
genere, se la scelta avviene votando 2 proposte per volta, può verificarsi una situazione davvero
sorprendente e cioè: A batte B, B batte Pluto, ma Pluto batte A. Noi ci aspetteremmo il
contrario: se A vince su B, e B vince su Pluto, a maggior ragione A dovrebbe vincere su Pluto.
E invece può succedere che sia Pluto a vincere su A, nonostante Pluto sia stato sconfitto da B,
che a sua volta è stato sconfitto da A. In termini tecnici si dice: le preferenze dell'elettorato sono
circolari, o “intransitive”.
Da allora questa situazione viene denominata “paradosso di Condorcet”, o “paradosso del voto”,
e viene spesso evocata per ricordare i limiti della regola principe della democrazia, ovvero la scelta
a maggioranza, quando le alternative in gioco sono tre anziché due.
Ma quand’è che le alternative in gioco sono tre e non due? Nei sistemi politici reali accade di
rado, perché le alternative si strutturano perlopiù intorno a due sole opzioni di fondo, che siamo
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soliti a chiamare la Destra e la Sinistra. I partiti possono essere anche molti, ma le vere alternative
sono solo due: votare per un partito di destra, votare per un partito di sinistra.
Oggi non è più così. Oggi non ci sono solo A e B, ossia Destra e Sinistra. Oggi, un po’ in tutta
Europa, c’è anche Pluto. Specialmente nei paesi che hanno subito le cure della Troika (Spagna,
Portogallo, Grecia, Irlanda), ma anche negli altri due grandi paesi mediterranei, l'Italia e la
Francia, l'elettore si trova di fronte a 3 alternative di fondo: votare per un partito di Destra
tradizionale, votare per un partito di Sinistra tradizionale, votare per Pluto.
Chi è Pluto?
Pluto ha mille volti, a seconda dei Paesi e dei periodi, ma quello che li accomuna tutti è la totale
avversione alle politiche di austerità di questi anni, considerate responsabili della lunga
stagnazione delle economie europee. Pluto può essere anti-euro, o semplicemente anti-Bruxelles.
Può volere l'uscita dall'Europa, o sognare gli Stati Uniti d'Europa. Può essere di destra (come il
Front National in Francia e Alba Dorata in Grecia), o essere di sinistra (come Podemos in Spagna
e Syriza in Grecia). Se poi parliamo dell'Italia, può essere di tutto: di destra (Salvini e Meloni), di
sinistra (Vendola), né di destra né di sinistra (Grillo).
Il punto, però, è che Pluto è incompatibile sia con la destra sia con la sinistra tradizionali, che
dell'Europa sono state le artefici. E Pluto, ci piaccia o meno, è diventata la terza opzione presente
sulla scena politica europea. Un'opzione che, a giudicare dai risultati delle elezioni del maggio
scorso e dagli ultimi sondaggi, attira un numero di elettori comparabile con quello dei due classici
poli della destra e della sinistra. In Grecia Pluto ha preso il 50% dei consensi, in Francia il 37%, in
Italia il 35%, in Irlanda il 20%, in Spagna e Portogallo circa il 10% (ma gli ultimi sondaggi lo
danno in ascesa, specie in Spagna dove Podemos è dato vicino al 25%).
La presenza di Pluto rende improvvisamente attuale la matematica del marchese di Condorcet. Se
le opzioni sono tre e non due, nulla esclude di incappare in situazioni come quella descritta nel
paradosso del voto. Il cui senso non è soltanto di mostrarci i limiti della democrazia come
metodo di scelta collettiva, ma di avvertirci di un'insidia insita nelle procedure democratiche:
quando le preferenze degli elettori sono circolari, aumenta il rischio che l'esito di una
consultazione dipenda in modo cruciale dalle regole del gioco, ad esempio dall'ordine in cui si
mettono in votazione le alternative.
Potrà sembrarvi un ragionamento puramente teorico, ma un esempio concreto relativo all'Italia
basterà a mostrare che non lo è. Supponiamo che fra 2 anni si vada a votare con la legge
elettorale di cui oggi si parla, e che nessuno dei due principali partiti raggiunga il 40% dei
consensi. Il Pd prende il 35%, Forza Italia presenta un listone che raccoglie il 26%, Grillo si
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ferma al 24%, il restante 15% si spalma su una miriade di fricioletti (partitini e partitucci). Si va al
ballottaggio fra Pd e Forza Italia, e vince il Pd (55 a 45), perché grillini e fricioletti si dividono più
o meno equilibratamente fra destra e sinistra. Scenario perfettamente realistico, mi pare.
Ma ora attenzione a quel che potrebbe accadere. Modifichiamo solo in misura minima l'esito del
primo turno. Supponiamo che il Pd prenda sempre il 35%, e che il secondo e il terzo partito
prendano, come prima, il 26% e il 24%, con un'unica piccolissima variante: il secondo posto, con
il 26%, è di Grillo, mentre Forza Italia deve accontentarsi del terzo posto, con il 24%, e quindi
non va al ballottaggio. Che cosa possiamo immaginare che accada, in una situazione del genere?
Secondo me lo scenario più verosimile è una vittoria di Grillo al secondo turno.
È infatti ragionevole supporre che l'elettorato di Forza Italia non si suddivida equamente fra Pd e
Grillo, ma preferisca votare Grillo piuttosto che il Pd. Se i fricioletti si dividono a metà, e 3
elettori di Forza Italia su 4 danno il voto a Grillo (e 1 su 4 al Pd), Grillo vince 52 a 48.
È proprio quello di cui voleva avvertirci Condorcet: in certe situazioni, l'esito di una votazione
dipende dall'ordine in cui vengono fatte votare le alternative in gioco. Se la votazione decisiva (il
ballottaggio finale) è fra sinistra e destra, vince la sinistra, ma se è fra sinistra e Pluto, vince Pluto.
Il problema è che, se le forze fondamentali di un sistema politico sono tre, e la legge elettorale è
quella che stiamo per adottare, una differenza minima fra i risultati del secondo e del terzo
arrivato può determinare l'esito della votazione decisiva.
È questo che vogliamo?»1.
Se la risposta è sì, nulla quaestio.
Se la risposta è no (come certamente era nel pensiero degli autori della riforma costituzionale ed
elettorale) viene da chiedersi: ma dove avevano la testa? non sapevano che cosa stavano facendo?
pazienza non sapere chi era e che cosa aveva scritto Condorcet, ma "Il Sole" non lo leggevano?
4. Dunque: la revisione costituzionale su cui si terrà il prossimo referendum (unita alla nuova
legge elettorale) è fatta male. È malfatta nel senso che, dati (presi per buoni) i suoi fini proclamati,
essa è intimamente contraddittoria e, dunque, incapace di raggiungerli, per due motivi: a) perché
aumenterà la sudditanza del Parlamento verso il Governo e dunque l'assenza di vero dibattito
politico genererà ulteriori malfunzionamenti nello svolgimento dell'attività legislativa e nel
rapporto tra Stato e Regioni; e b) soprattutto perché, a causa della non comprensione dei rapporti
Vedi sull’argomento le recenti riflessioni di M. Darmon, L’effet Condorcet, in «La Revue Lacanienne», n. 17
“La politique après Freud et Lacan”, maggio 2016.
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di forza nella “realtà effettuale”, genererà una determinazione della politica nazionale avventurosa
(più simile a un gioco di annunci, rincorse e blandimenti elettorali che al coagularsi di un indirizzo
politico-sociale maggioritario nella società) e, conseguentemente, una frantumazione delle forze
politiche dovuta a motivi sempre più superficiali, perché sempre più determinata da mosse di
corto respiro (di reazione a sondaggi, campagne giornalistiche, motivazioni individuali egoistiche
...), e dunque una loro sempre maggiore subalternità alle pulsioni irrazionali dell'elettorato e dei
mass-media (lasciati a se stessi, dal momento che continuerà a mancare quell'essenziale elemento
di coagulo che è l’ “offerta politica” propriamente intesa, come visione dei problemi di lungo
periodo, come “paradigma” alla cui luce valutare la situazione storica), accompagnata, di
converso, da una sempre maggiore cecità politico-intellettuale di fronte alle dinamiche profonde
del Paese e del contesto internazionale.
5. Il giudizio sulla coerenza e sulla efficacia della revisione rispetto ai fini da essa stessa prefissati
non può essere disgiunto dal giudizio su quegli stessi fini, perché ogni Costituzione è, checché se
ne dica, un programma di altissima politica sui profili fondamentali che la società deve
raggiungere. Un programma aperto al conflitto, e dunque (al di là del suo nucleo) realizzabile in
modi diversi attraverso il succedersi delle maggioranze avversarie (un programma/cornice, o, se si
preferisce, per evidenziare la duplicità dei piani su cui operano la Costituzione e la politica delle
maggioranze, “l'asse della morale politica di un popolo”).
Certi fini (ad esempio perseguire la discriminazione razziale o religiosa, o l'onnipotenza
nell'esercizio dei diritti di proprietà) sono vietati; altri (ad esempio impedire che sul suolo della
Repubblica si possa morire di una malattia curabile) sono obbligatori.
La riforma renderà più agevole perseguire i fini obbligatori, e più difficile perseguire i fini vietati:
entrambi, il cuore della Costituzione? Il giudizio sulla revisione dipende dalla risposta a questa
domanda. Non è dunque possibile una discussione che si esaurisca e si concluda solo sul piano
tecnico: la congruità dei mezzi rispetto ai fini richiede che contemporaneamente si definiscano
criticamente i fini (mantenere o sostituire esplicitamente gli obblighi e i divieti che la Costituzione
impone; facilitarne l'attuazione o propiziarne lo scivolamento nell'oblio). Sotto questo profilo
nulla lascia presagire che la nuova forma di governo (norme costituzionali + legge elettorale) sia
"accogliente" per le richieste del mondo del lavoro e del non-lavoro obbligato. Anzi.
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6. Ulteriore motivo per respingere la riforma è che essa non chiarisce assolutamente quali sia la
natura del potere democratico, che è oggi estremamente confusa, e che essa contribuisce a
confondere.
La Costituzione vigente è fondata sull'assioma ottimistico che il volere del popolo sia "cosa in sé
buona". Caduto il fascismo e il nazismo, sperimentata l'unità ciellenista e quella costituente, si
pensava che il popolo, i più, si sarebbe risollevato con tutta la sua forza, e con una sostanziale
unità d'intenti, dovuta alla condivisione degli stessi problemi vitali, al di là delle divisioni politiche,
sostanzialmente esogene. Di qui la scelta del sistema pluripartitico – da conformare attraverso
una legge proporzionale pura – come fondamento dello "Stato di tutto il popolo" e, insieme,
come sua garanzia. In quest'ottica, la legge parlamentare ricapitola in sé il voler del popolo tutto,
reso unito dalla sua rappresentanza; ed è "cosa buona".
Il potere politico è dunque – secondo l'idea di democrazia adottata dalla nostra Costituzione –
"fatto" innanzi tutto di scelte compiute dagli individui intesi come parti del popolo concreto, e
dunque delle "formazioni sociali" che lo compongono (alcune volontarie, altre determinate
dall'economia o dalla tradizione). Il volto simmetrico di questa azione collettiva (dei cittadini
"associati", come dice la Costituzione) è il comportamento degli individui come elettori "liberi", i
cui voti si contano, non si pesano; e infine degli eletti e di tutti coloro che attuano le loro scelte,
che dovrebbero adempiere alle funzioni loro affidate con disciplina ed onore. La materia di cui
dovrebbe essere fatto il potere politico dovrebbe essere solo e soltanto la volontà dei cittadini, in
quanto partecipi delle formazioni sociali, in cui sperimentano razionalmente la rilevanza delle
decisioni politiche; e la "disciplina e onore" (che comprende il divieto di vendere, e comperare, i
voti) con cui questa volontà viene politicamente tradotta in atti pubblici ed eseguita. Il potere
politico, insomma, dovrebbe essere fatto della stessa pasta della democrazia organizzata e delle
istituzioni sociali che essa presuppone. Non è l'esito momentaneo di una scelta di gusto e di una
delega assoluta. Invece la democrazia d'investitura (non prevista – ancora – dalla nostra
Costituzione) presuppone il potere istituzionale come un potere pre-politico, e cioè progettato,
finanziato, finalizzato da qualcuno, nell'ombra, e poi "investito", scelto, votato, dalle masse, ma
non "fatto" dalle parti conflittuali del popolo attraverso l'esercizio stesso del conflitto (strutturato
dalle interpretazioni e dai progetti offerti dalle diverse élites). Il potere è concepito come il potere
(economico, mediatico ...) di qualche gruppo, poi acclamato, con un delega assoluta, da
maggioranze irrazionali.
La revisione in corso cerca di mantenere la promessa costituzionale, o no? La risposta è: no. Si
può ragionevolmente dire che essa instauri una democrazia d'investitura.
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6.1. Certo, bisogna ammetterlo: oggi siamo consapevoli del fatto che l'uomo è fatto di un legno
molto più storto di quanto si pensasse ai tempi della Costituente. Che "le masse" siano
connaturate portatrici di bisogni sacrosanti è diventato – guardando, oggi, anche solo all'Europa
(alla Polonia, all'Ungheria, all'Olanda, alla Danimarca, all'Austria ...) – insostenibile, perché
assistiamo ogni giorno a comportamenti di "masse" motivati da istinti perversi (e cioè rapaci e
indifferenti a ogni "Legge"). Che abbiano perso quell'aura di obiettive sedi delle domande di
giustizia (non di egoistico benessere), è certo. Dunque alle "masse" non possiamo più attribuire
alcun naturale "primato morale e civile".
Ma quali rimedi adottare? Con quali mezzi cercare di affrontare il problema posto da Kant: «Il
capo supremo [oggi, per noi: il popolo e gli organi costituzionali] deve essere giusto per se stesso e tuttavia
essere un uomo. Questo problema è quindi il più difficile di tutti e una soluzione perfetta di esso è
impossibile: da un legno storto, come quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di
interamente diritto. Solo l’approssimazione a questa idea ci è imposta dalla natura».
Come approssimarci, dunque, oggi all'idea per cui gli elettori e gli organi costituzionali siano
"giusti per se stessi", pur essendo composti di uomini fatti di un legno storto?
La revisione costituzionale dice – o lascia presagire – qualcosa in proposito?
Diciamolo con franchezza: tornare all'ottimismo antropologico dei costituenti non è più
possibile; ma è altrettanto impossibile rinunciare al principio della positività del termine "popolo"
come depositario dei bisogni di tutti. Non si può non credere – malgrado tutte le repliche della
storia – che le espressioni "bisogni popolari", “aspirazioni popolari”, “senso popolare della
giustizia” "bisogni delle masse popolari", designino effettivamente idee radicate molto diffuse di
"vita buona" (e che, al contrario, "politiche antipopolari", "governo antipopolare", "indirizzi
antipopolari", "culture antipopolari" ... denotino fenomeni autoritari, repressivi e dunque contrari
a fini intuitivi di "vita buona" per la gran massa della popolazione).
Siamo abituati a pensare, dentro una cultura individualistica, che ha tagliato ogni ponte, anche il
più sottile, con il marxismo, che prima del diritto non ci sia altro che "l'opinione" politica: libera,
indeterminata, selvaggia e assolutamente egoistica.
Una riflessione più profonda, sulla quale non possiamo qui intrattenerci, dimostra invece che le
organizzazioni sociali hanno delle persistenze, delle connotazioni profonde, degli stili di pensiero
e di comportamento radicati: dunque – per quel che qui interessa – delle idee di giustizia che non
sono solo mera soggettività transeunte e fragile.
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È questo "fondo morale" che – a ben vedere – costituisce il presupposto e insieme l'oggetto della
decisione (costituente) sul valore (sui fini caratterizzanti) di un particolare Stato, e che, in una
democrazia fondata sulla sovranità popolare, costituisce l'oggetto della rappresentanza politica,
delle sue diverse possibili versioni. Se non si credesse che "il popolo" è portatore di bisogni
politici "buoni", dotati di una loro oggettività sociale profonda, e dunque di un ideale di vita
buona, che significato avrebbe il principio della sovranità popolare? Si ridurrebbe a un vuoto
principio che sostiene la sovranità di un soggetto capriccioso, instabile, volubile, e possibile preda
di ogni perversione (come peraltro storicamente è stato ed è; e la politica deve sempre tenerlo
presente). Ma a fronte di questa realtà effettuale (che sta davanti ai nostri occhi, nelle immagini
delle parate naziste a Norimberga, delle adunanze oceaniche davanti a Palazzo Venezia, dei
linciaggi del Ku Klux Klan e dell'omertà che li proteggeva, e, oggi, dei profughi morti in mare o
abbracciati a reti di filo spinato, sullo sfondo degli algidi volti dei governanti europei e delle masse
di loro elettori), rimane, con altrettanta forza, l'immagine del Reichstag incendiato, e di tutto ciò
che con quell'incendio si voleva cancellare, e che esso "rappresentava".
Quale equilibrio cercare tra queste due impossibilità?
Il ddl di revisione non dice nulla su questo punto, che è il dilemma fondamentale di tutte le
democrazie. Vuole che sia solo il "caso" a generare le maggioranze pigliatutto. Ma i pesi e
contrappesi non avrebbero dovuto servire proprio a ridurre l'onnipotenza di questo "caso"?
6.2. Le vicende – di carattere finanziario e sovranazionale (crisi del debito pubblico italiano con
rischi di contagio a tutta la UE, impennata dello spread, lettera della BCE al Governo) – che
hanno portato alle dimissioni del IV Governo Berlusconi, alla formazione del governo Monti, e
alla confusa e inedita rielezione del Presidente Napolitano, sono state, per il nostro sistema
politico e il nostro assetto costituzionale, unitamente allo zoccolo duro del malaffare e della mala
gestio della cosa pubblica, una "Algeria", che ha messo a nudo la antinomia – che in quei momenti
si appalesava come reale e tragica – tra volontà popolare e capacità di assumere scelte politiche
che salvassero il Paese tutto dal naufragio.
Non è qui possibile discutere il merito di quelle scelte. Solo si deve notare che,
conseguentemente, e contemporaneamente, quella crisi manifestò in tutta la sua drammatica
evidenza e urgenza la necessità di una politica costituzionale che rafforzasse lo Stato – travolto,
per i suoi antichi mali, da una crisi non solo finanziaria che era impotente a combattere (come era
stato impotente a prevenire) – ma che al contempo (secondo il pensiero di molti) salvaguardasse
la Costituzione del '47, mettendola al riparo dagli umori populisti che infuriavano in quei tempi.
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Che cosa voleva dire? Garantire continuità e stabilità ai Governi, ma senza schiacciare il
pluralismo. Solo il pluralismo, e cioè la libertà, rende accettabile il principio (il mito, la finzione ...)
del popolo buono, perché ciò che è veramente buono non è il "popolo" in sé, ma la libertà, e la
saggezza, con cui affronta i suoi conflitti interni senza autodistruggersi (cioè stando dentro le
"forme e i limiti della Costituzione": art. 1 della Cost. italiana).
Ma non tutti hanno creduto in quella drammatica e urgentissima necessità. È vero che c'era stato
il "golpe europeo", è vero che c'era il peso di una lunga storia di "revisionismo" ambiguo (in cui
la razionalizzazione si mescolava con pulsioni autoritarie), è vero che il Parlamento era
delegittimato, ma l'alternativa era solo tra subire e tacere, oppure combattere per aggredire una
buona volta i mali dello Stato? E così molti si sono rifugiati nel "la Costituzione non si tocca" e
non hanno creduto nella opportunità del d.d.l. costituzionale di deroga – e di rafforzamento –
dell'art. 138 della Costituzione, presentato, sulla base di mozioni parlamentari, dal governo Letta.
Per motivi privati, Berlusconi impedì l'approvazione del d.d.l. costituzionale, e, malgrado la
Commissione avesse concluso in anticipo i suoi lavori, presentando un Rapporto di circa mille
pagine complessive, che, tutti sostanzialmente apprezzarono (anche chi aveva più aspramente
criticato la Commissione stessa), esso non venne mai trasmesso al Parlamento, e venne sepolto
dall'avvento del Governo Renzi. Ma non torniamo su quelle vicende. Solo ricordiamo che il
Presidente del Consiglio avviò – e qui sta il punto – un procedimento che è stato il contrario di
quello che avrebbe dovuto essere un procedimento di revisione costituzionale: il più possibile
inclusivo, tale da tendere alla unanimità. L'antico principio, da cui tutti discendiamo: quod omnes
tangit ab omnibus comprobari debet, è stato calpestato, come se bastasse rivendicare che "abbiamo i
voti!" (distorti dal premio di maggioranza e, ciononostante, insufficienti ad evitare aiuti ambigui).
Il disegno si è così caratterizzato fin da subito come un disegno di rottura, sprezzante della
tradizione costituzionale italiana e delle sue nobili e straordinarie – si è detto, a ragione,
"miracolose" (Onida) – origini; chiuso ad ogni dialogo e insultante verso tutte le voci anche solo
dissonanti.
Con questo inizio, il procedimento di approvazione dell'attuale testo è stato – dal punto di vista
della teoria costituzionale – inaccettabile. L'originale maggioranza riformatrice si è dissolta; e una
nuova maggioranza è stata ricucita con metodi non limpidi; il Parlamento, anche grazie alla
stupefacente arrendevolezza dei Presidenti delle due Camere, è stato costantemente tenuto sotto
schiaffo; e – in questo vuoto di politica – si è andato progressivamente cementando un blocco
affaristico-finanziario con contorni inquietanti, che ha imposto la scrittura del testo che ora ci
troviamo a giudicare.
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Il punto essenziale è che la riforma, di per sé, è essenzialmente un pasticcio. Ma collegata con la
legge elettorale crea un meccanismo per cui l'indirizzo politico non sarà più l'effetto di uno
scontro-mediazione-concertazione tra partiti (per quanti difetti questo possa avere), ma sarà la
plebiscitazione delle scelte opache compiute da quel blocco (che ha ritagliato la riforma su se
stesso, come se fosse eterno), e che, farà tutt'uno con i detentori dei mezzi finanziari e
comunicativi (ecco la nuova costituzione materiale) capaci di conformare l'opinione pubblica.
L'indirizzo politico esce dalle istituzioni, esce dal Parlamento – umiliato a un ruolo servente:
votare deleghe vuote e convertire decreti maxi-emendati dal Governo stesso – e, sotto la finzione
dell’ “uomo solo al comando”, si ritrae in un luogo oscuro e nascosto. La lotta contro gli arcana
imperii è, sempre più evidentemente, persa.
6.3. È per questo che chi ha a cuore l'idea di una società che è la casa di tutti, che non deve
abbandonare nessuno, deve contrastare questa riforma; perché: se l'economia non ha nessun
interesse a stipulare un nuovo patto con il mondo del lavoro per praticare politiche redistributive,
universalistiche, proiettate sul futuro per il benessere delle generazioni a venire ...; se, al contrario,
sta indurendo i mezzi di compressione della condizione dei salariati, dei disoccupati e degli
indebitati senza colpa; se sta amplificando, come mai è avvenuto in questo secondo dopoguerra,
le disuguaglianze; ciò significa che le classi popolari non possono sperare in alcun altro mezzo per
difendere il loro cammino verso una "vita libera e dignitosa" se non in uno Stato che,
svincolandosi dalla subalternità all'economia in forza del sostegno che loro stesse gli forniscono, persegua
politiche di benessere generale e di giustizia.
Tutto ciò richiede – e qui sta il nodo – che esista un partito, o uno schieramento di partiti "capaci
di mediazione", che persegua questi obiettivi, e che – oggi – sia capace di atteggiamenti
"churchilliani" per far uscire il nostro Stato dalla condizione di vaso di coccio (tra, seppur
ammaccati, vasi di stagno) in cui si trova. La nostra debolezza deve essere il nostro primo
nemico.
In quest'ottica l'impostazione (molto diffusa) che consiste – e si esaurisce – nel criticare la
riduzione, operata dalla legge di revisione, degli spazi di democrazia e di dissenso che la
Costituzione attuale riconosce, senza però nulla dire dello stato miserando in cui la nostra
democrazia si trova da anni, pur in sé giusta, è parziale, e dunque non sostenibile come asse di
una battaglia politica.
Se ci si limita a questo, senza interrogarci con spietatezza sulle cause dei nostri antichi mali, e sul
perché dell'emergere di "cerchi magici" che privatizzano il potere pubblico, si dà l'impressione
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che stiamo vivendo in un paradiso che qualcuno vorrebbe farci perdere, da cui rischiamo di
essere cacciati. E invece i cittadini sanno bene di non essere vissuti affatto, negli anni recenti, in
un paradiso che rischia di essere perduto.
Le nostre istituzioni – politiche ed economiche – sono collassate; e sono collassate alla radice,
tanto che è scomparsa dall'orizzonte del credibile l'idea che siamo "rappresentati", che dunque
formiamo un "corpo politico" che si prende cura di tutti, e che siamo governati potendo
partecipare alla determinazione della politica nazionale, e dunque avvicinandoci per quanto
imperfettamente all'ideale dell'autogoverno. E noi costituzionalisti sappiamo bene che la
legittimazione delle istituzioni politiche è l'alfa e l'omega della Costituzione.
La conoscenza e l'esperienza di questo collasso è comune; ed è ancora diffusa – pur
nell'imbarbarimento della cultura politica – la consapevolezza dei rischi che la democrazia corre
quando si avvita sui propri conflitti interni (Italia del primo dopoguerra, Weimar ...).
Per questo è urgente uscire da questo avvitamento impantanato.
Occorre però una risposta più articolata alla obbiettiva verticalizzazione e privatizzazione del
potere che il disegno di riforma persegue, e che va giustissimamente criticata per gli squilibri che
porta con sé. Il punto è chiaro: l'epicentro della crisi è il Parlamento. E la causa della crisi è –
direttamente – quella dei partiti. La casa brucia. Ma chi accorre a spegnere l'incendio?
Come ha scritto benissimo di recente Francesco Pallante: «assodato che si è aperto un fossato tra
istituzioni e cittadini, occorre capire come lo si possa superare senza caderci dentro. Due strade,
principalmente, sembrano confrontarsi: (a) riempire il vuoto con apporti di nuova terra fino a
rimettere in piano il terreno o (b) costruire un ponte attraverso cui “saltare” il vuoto
corrispondente al fossato.
La prima è la via di chi vede nel Parlamento il punto debole del sistema costituzionale, e nella
rivitalizzazione della rappresentanza, a tutti i livelli territoriali, la sfida da cogliere. Il rilancio della
sovranità popolare passa, in quest’ottica, per il recupero di forme di cittadinanza attiva, che, se
non possono più essere quelle della mediazione partitica tradizionale, implicano comunque
strutture organizzate dotate di una qualche stabilità, capaci, per un verso, di “leggere” la società –
coglierne gli assetti, interpretarne le istanze profonde – e, per l’altro, di confrontarsi intorno alla
definizione di un’idea di vita collettiva che si proponga la trasformazione della società nel suo
complesso.
La seconda, al contrario, è la via di chi vede nel Governo il punto debole del sistema
costituzionale, e nel rafforzamento della governabilità, a tutti i livelli territoriali, la sfida da
cogliere. In questa diversa ottica, il rilancio della sovranità popolare passa per il consolidamento
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degli strumenti idonei a “mettere in sicurezza” il risultato elettorale, sancendo sempre e
comunque, al di là dell’effettiva quota di consenso raccolta, un “vincitore” di cui si assume la
capacità di agire (non solo come esponente di parte, ma anche) come rappresentante di tutti»2.
Tertium non datur.
Se il fuoco si è diffuso così tanto, per cui la seconda via sembra quella vincente (anzi, quella
obbligata, nella mente dei più) è anche perché molti intellettuali vicini al movimento operaio,
negli anni – o nei decenni – scorsi, e così in quelli attuali, si sono ritirati nello sdegno e
nell'indignazione, lasciando scioccamente che la politica si rattrappisse – secondo l'intimo
desiderio tipico della sua decadenza – nell'autoreferenzialità e dunque nella miserabile rendita che
questa consente, desertificando la società.
La revisione ha come baricentro la neutralizzazione e l'umiliazione del Parlamento. Di un
Parlamento, è vero, che è stato ed è il peggior nemico di se stesso.
In pochi abbiamo cercato di salvare la forma parlamentare. Non ci siamo riusciti. Ne è uscito un
ibrido che assomma il peggio del maggioritarismo (il dominio del Governo su un Parlamento
impotente) con il peggio del parlamentarismo (lo spappolamento particolaristico e voracemente
intrusivo del Parlamento stesso). L'equilibrio dovrebbe invece consistere in una "direzione" del
Governo su un Parlamento forte (e in grado di poterla – in casi gravi, esaurite le possibili
mediazioni – rifiutare).
Il nucleo della riflessione che non è stata pubblicamente condotta avrebbe dovuto consistere nel
chiarire quali giudizi sulla capacità di rinascita dei partiti siano oggi possibili: quali giudizi siano
improntati a cinismo e quali improntati ad una, politicamente ragionevole, scommessa.
Il cinismo – come già sopra si è accennato – porta a concepire il potere politico come un potere
in realtà pre-politico (economico, mass-mediatico, fondato sulle reti degli arcana imperii) che poi
viene "investito" da un voto popolare: un voto che però non modifica quella natura pre-politica,
e non vi aggiunge alcuna risorsa specifica fondata sulla partecipazione dei governati.
La scommessa democratica porta a concepire il potere politico come un potere rappresentativo
"fatto" di visioni del mondo, di interpretazioni di interessi e di forme di vita, di insediamenti
sociali costruiti nel tempo, di organizzazione, di mobilitazione ...
Forse difendere la forma parlamentare non è più possibile. Chissà se "tornando allo Statuto" ci
saremmo evitati i decenni di fango a cavallo di Otto e Novecento, e il conseguente fascismo. Ma
proprio questa incertezza (cioè il dubbio che "forse sì") dovrebbe non impedirci di pensare ad
F. Pallante, Riempire o saltare il fossato? Editoriale, in “Il Piemonte delle Autonomie. Rivista quadrimestrale
di Scienze dell’Amministrazione promossa dal Consiglio regionale del Piemonte”, III, 1/2016.
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una forma di governo più rigidamente ispirata al principio della divisione dei poteri, e dunque più
"accogliente" per il pluralismo politico e per la libertà e dignità parlamentare: una forma di
governo cioè che non trasformi il rapporto di fiducia in una catena di comando del Governo sul
Parlamento.
Purtroppo non è solo la garanzia del dissenso e la rivendicazione dei diritti che possono fondare
una Costituzione. E non sarà una soluzione anarchica – la diffusione e la liquefazione del potere
in un indistinto "noi" – quella che ci metterà al riparo dai pericoli del "legno storto" di cui siamo
fatti. Nel campo della politica e del diritto non esistono verità assolute: esiste la Costituzione
intesa come "l'asse della morale politica di un popolo". Ma la Costituzione, come la democrazia, è
parola vana se non esistono uomini, gruppi di uomini, organizzazioni di uomini che
concepiscono il rispetto della Costituzione e della democrazia come il loro dovere: il dovere nel
cui adempimento consiste la loro libertà.
7. Un quarto ed ultimo punto deve essere affrontato: che fare dopo il referendum?
Certo la Costituzione avrà subito un terremoto.
Quale che sia l'esito, sarà difficile continuare a dire che è la casa di tutti, l'asse condiviso della
nostra cultura politica, il "bene comune" per eccellenza, o addirittura, usando le parole di un
costituente, "l'Arca dell'Alleanza" tra le parti di un popolo, uscito da una guerra, anche civile, e
che è stato capace di non precipitare in un'altra.
La spaccatura, parlamentare e civile, c'è già stata; e il Governo irresponsabilmente soffia sul
fuoco. Il referendum si è già trasformato, e si trasformerà sempre più impudicamente, in un
plebiscito.
Chi ha gridato "al lupo, al lupo..." usando parole "senza ritorno" sulla svolta autocratica dovrà
entrare in clandestinità?
E chi, come molti tra noi, ha avanzato in questi anni proposte e obiezioni (preoccupato, e
angosciato, dallo stato delle cose e dalle pieghe che stava prendendo il discorso sui rimedi), e se le
è viste respingere e disprezzare, che cosa deve fare?
È essenziale fare di tutto – ovviamente – perché i no prevalgano; o, almeno, che la loro sconfitta
sia di strettissima misura.
Se gli Italiani voteranno massicciamente "sì", e gli avversari verranno umiliati e cancellati (con
tutti i loro argomenti) la cultura politica del pluralismo e della democrazia redistributiva, inclusiva
ed emancipante (che si preoccupa, cioè, di tutto il popolo) verrà sepolta, e chissà se risorgerà
(preoccupazione che è in cima ai nostri pensieri).
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Se questo non avverrà, la lotta per la Costituzione potrà continuare. Il Governo ha già ammesso
che su alcuni punti saranno necessari approfondimenti e correzioni. Ammissione straordinaria e
stupefacente se pronunciata dal protagonista di una ampia revisione costituzionale, condotta con
la solitudine di cui si è detto, e a tempi forzati; ma che denuncia la consapevolezza che in ogni
caso i nodi di questo testo confuso e contradditorio verranno al pettine.
Un dato comunque è positivo: la passione politica sembra si stia riaccendendo. Solo ora
l'opinione pubblica si sente coinvolta nella discussione. Solo ora i mass-media sembrano
ammettere – con la seriosità dell'ultimo arrivato – che è necessario informare i cittadini (ma
finora che cosa hanno fatto? che informazione hanno dato sulle discussioni parlamentari e su
quelle che le hanno accompagnate?).
Le parole "arco costituzionale" riprendono un senso (sia pure molto lato, che significa
riconoscersi nella tradizione ciellenista, costituente e repubblicana, pur con i suoi limiti, ma
comunque contro il razzismo, la xenofobia, la difesa del privilegio e degli esiti ingiusti della
lotteria naturale: che merito hai tu di essere nato a Treviso invece che ad Aleppo, o a Scampia
invece che ai Parioli?).
Forse non è del tutto vero che siamo come Bruto alla vigilia della battaglia di Filippi.
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