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18 GIUGNO 2016
NUMERO 25 | SETTIMANALE
€ 2,50
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Brexit spaventa le Borse, Cameron evoca la catastrofe, Berlino non sa che fare.
A pochi giorni dal referendum inglese l’Europa mostra le sue crepe.
Serve una sinistra europea per rilanciare l’Unione
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ONDA PAZZA
di MAURO BIANI
18 giugno 2016
3
SOMMARIO DEL NUMERO 25 - 18 GIUGNO 2016
Ci trovate in edicola alla vigilia del
voto per i ballottaggi nelle città
italiane. Subito dopo, il 23, toccherà
agli inglesi scegliere se restare o
uscire dall’Unione europea. Un voto
dal quale dipende, a quanto pare, il
nostro futuro e la sopravvivenza stessa
dell’Europa e dell’euro. Poi, dopo
pochi giorni, domenica 26 giugno, si
voterà in Spagna, con Unidos Podemos che incalza i Popolari nei sondaggi e spera di poter formare, dopo
le elezioni, un governo di sinistra con
i socialisti di Pedro Sánchez. Politica,
Europa. La storia di copertina non
potevamo che dedicarla al Brexit, con
i nostri reportage dalla Gran Bretagna
e un’intervista a Vincenzo Visco.
Sul futuro della sinistra italiana, due
pareri, di Stefano Fassina e di Alfredo
D’Attorre. Entrambi di Sinistra italiana, dibattono con libertà sui risultati
deludenti della sinistra al primo turno
e, quindi, sul futuro.
Dalla Spagna, un reportage e l’intervista a Moruno, uno dei più stretti
collaboratori del leader di Podemos,
Pablo Iglesias.
Torniamo su Malek, ancora nelle carceri egiziane, e su Regeni con Michela
AG Iaccarino e con De Giovannangeli
sulla questione israeliana, a pagina 30
e 41. Pietro Greco indaga sulle origini
della nostra specie: ci racconta di una
piccola donna che può riscrivere la
storia dell’umanità.
Ilaria Bonaccorsi con Horvat: non ci
può essere rivoluzione senza amore. Il
disamore, l’odio omofobo e il pregiudizio misogino stanno dalla parte
opposta di Left. Come i fatti di cronaca, terribili, degli ultimi giorni stanno
a testimoniare.
03 ONDA PAZZA di Mauro Biani
05 EDITORIALE di Corradino Mineo
06 LETTERE
07 PICCOLE RIVOLUZIONI di Paolo Cacciari
07 IL NUMERO
07 LA DATA
07 UP&DOWN
COPERTINA
12
SOCIETÀ
Dubbi e consigli per i ballotaggi
di Giulio Cavalli, Raffaele Lupoli,
Corradino Mineo e Luca Sappino 24
Come liberare i sindaci
dai ricatti del governo
28
di Andrea Del Monaco
28
32
ESTERI
Pablo e Alberto, dopo il sorpasso
alla sfida del governo
di Mariangela Paone
32
Moruno: ecco l’Europa
vista da Madrid
di Lorenzo Marsili
36
Malek e Giulio figli della speranza
di Michela AG Iaccarino
38
Chiamiamola questione israeliana
di Umberto De Giovannangeli
41
Horvat: non ci può essere
rivoluzione senza amore
di Ilaria Bonaccorsi
44
CULTURA E SCIENZA
52
08 FOTONOTIZIE
10 PARERI di Stefano Fassina
11 PARERI di Alfredo D’Attorre
30 VAURANDOM di Vauro Senesi
56 PARERI di Francesca Fagioli e Daniela Polese
60 LIBRI di Filippo La Porta
4
A Dover, Brexit è di casa
di Nicola Zolin
12
Visco: La City ha già votato
contro Brexit
di Corradino Mineo
15
Rinascerà l’antica Bretannia?
di Massimo Paradiso
19
Cameron apprendista stregone,
Corbyn e i laburisti indecisi
di Dario Castiglione
21
18 giugno 2016
La piccola donna
che riscrive la storia umana
di Pietro Greco
48
Pievani: umani dunque migranti
di Simona Maggiorelli
52
Se Milano avesse un mare
(di cultura)
di Raffaele Lupoli
57
Lello Voce: siamo nati per cantare
58
di Donatella Coccoli
60 CINEMA di Daniela Ceselli
61 ARTE di Simona Maggiorelli
62 BUONVIVERE di Francesco Maria Borrelli
62 TELEDICO di Giorgia Furlan
63 APPUNTAMENTI
64 TRASFORMAZIONE di Massimo Fagioli
66 IN FONDO A SINISTRA di Fabio Magnasciutti
EDITORIALE
di Corradino Mineo
CATASTROFE DEL BREXIT
E FALSA COSCIENZA DELL’EUROPA
Quando, 40 anni fa, fu chiesto ai cittadini britannici se volessero entrare nella Comunità
economica europea - il quesito traduceva Common market - il 70% rispose sì. Poi vennero il
trattato di Maastricht e quello di Amsterdam,
Schengen e l’euro. La Gran Bretagna si andò
trasformando in un ospite pagante, interessato
a sviluppare i rapporti commerciali con l’area
Euro, ma sospettoso e renitente davanti alla
prospettiva che l’Europa si desse una politica
economica e istituzioni comuni.
Il fantasma del Brexit viene dunque da lontano, ma la sua forza dirompente muove dalla
mutazione genetica intervenuta nel capitalismo dopo la crisi del 2007. È da allora che si è
consumato il divorzio tra City e democrazia,
tra Wall street e Main street. Boris Johnson ora
può chiedere il leave sostenendo che l’Europa
tedesca tornerà presto “nazionalsocialista”. Cameron, che ha indetto il referendum, ora dice
che fuori dall’Europa la Gran Bretagna non potrà più pagarsi le pensioni. La prima vittima del
referendum sull’Europa è dunque la destra britannica, divisa tra pulsioni nazional-populiste
e la tradizionale difesa degli interessi finanziari.
La seconda vittima è la Germania, che ha paura
di finire nelle braccia della Francia, supponente e stagnante, e dell’Europa del Sud - Italia e
Spagna - non abbastanza rigorosa.
La copertina di Der Spiegel che si appella agli
elettori di sua Maestà - “Please don’t go!” - e il
tono burbero e minaccioso di Schäuble - «In
is in, out is out» - si spiegano con la paura che
l’Europa continentale possa reagire al Brexit
puntando a una maggiore integrazione politica ed economica.
La terza vittima è la Sinistra, la Sinistra di Tony
Blair e di Matteo Renzi, di Hollande e di Sánchez, che si è rassegnata a non mettere mai in
questione la City né Wall street, che aspetta la
ripresa sperando di poterne distribuire i dividendi, che non ha un’idea dell’Europa e non
osa andare oltre la navigazione dorotea, peraltro già ben garantita da Angela Merkel.
I toni del Brexit diventano esagerati, le previsioni catastrofiche, proprio perché nessuno ha voglia di affrontare la questione vera: quale senso abbia una integrazione economica, politica
e istituzionale della vecchia Europa. Serve un
nuovo soggetto tra Cina e Stati Uniti? Può l’Europa unita garantire il welfare ai suoi cittadni,
preparare una fase di crescita economica? Può
aiutare la pace in Medio Oriente, proporsi come
partner dei Paesi dell’Africa e del Sud America?
Silenzio, si grida. Guai a voi, guai a noi!
Non diverse origini ha la contraddizione (apparente) che si manifesta tra il nostro premier
e il suo ministro per le Riforme. Il voto di Roma,
Milano, Napoli e Torino sarebbe solo una «quesione locale» per Renzi, ma intanto la Boschi
minaccia la Appendino di ritirare 250 milioni
già stanziati dal governo per la Città della Salute di Torino, accusa Parisi di negazionismo perché il Giornale ha pubblicato Mein Kampf, e va
in giro a chiedere voti «di sinistra» paventando
la nascita di un nuovo fascio-grillo-leghismo.
Il punto è sempre là: più si va avanti e appare
chiaro che le disuguaglianze restano, l’occupazione non cresce, la corruzione è intrinseca
al sistema, più le classi dirigenti della destra
o della Terza Via devono esagerare il pericolo del baratro, del Brexit, della frantumazione
dell’Europa, dell’ingovernabilità.
Tuttavia, più si agitano più legano la questione
economica a quella democratica, erodendo il
proprio consenso e generando mostri. Il peggiore esito possibile? Rafforzare Donald Trump.
La possibilità positiva? Che Unidos Podemos
vinca le elezioni del 26 giugno in Spagna e riapra il cantiere di un governo delle sinistre.
18 giugno 2016
5
Lettere
DIRETTORE
Corradino Mineo
[email protected]
VICE DIRETTORE RESPONSABILE
Ilaria Bonaccorsi
[email protected]
[email protected]
REDAZIONE
Tiziana Barillà
[email protected]
Cari dirigenti della sinistra
radicale non capisco perché
non riuscite a staccarvi
dal padre, il Pd
Donatella Coccoli
[email protected]
Ilaria Giupponi
[email protected]
Raffaele Lupoli
[email protected]
Simona Maggiorelli
[email protected]
Luca Sappino
[email protected]
TEAM WEB
Martino Mazzonis
[email protected]
Giorgia Furlan
[email protected]
GRAFICA
Alessio Melandri (Art director)
[email protected]
Antonio Sileo (Illustrazioni)
Monica Di Brigida (Photoeditor)
[email protected]
Progetto grafico: CatoniAssociati
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Amministratore unico:
Matteo Fago
REDAZIONE
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PUBBLICITÀ
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ABBONAMENTI
Dal lunedì al venerdì, ore 9/18
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STAMPA
Le analisi politiche post-elettorali mi annoiano. Non dicono mai nulla di nuovo.
Ma questa volta non riesco a trattenermi: mi salgono alcune parole, per fare
argine a un dire sempre più confuso.
Sento i dirigenti della sinistra radicale
che si dividono tra la scheda bianca e il
soccorso al Pd per i ballottaggi a Roma e
Torino. E non capisco. Giachetti e Fassino, per porre un freno al populismo dei
5 stelle, per difendere un’idea di politica.
Allora capisco che tutti questi micropartiti sono figli che non hanno mai capito
le ragioni profonde per cui staccarsi dal
padre. Restano della stessa pasta. Capisco ma non comprendo.
L’ho frequentato anche io, per qualche tempo, un circolo del Pd. Un anno
ho fatto addirittura la tessera. Poi un
dirigente locale, di fronte al mio timido
dissenso, mi ha detto: “Sì certo, adesso
la pensi così, ma poi imparerai”. Non
ho voluto imparare e sono uscito, come
tutte le altre persone valide che in quel
partito ho incontrato.
Contavano poco, forse nulla, in quel circolo all’estrema periferia romana. Eppure avevano la stessa arroganza, la stessa
cecità, lo stesso tatticismo senza idee di
chi gestisce un potere ben più grande del
loro. Oggi quel dirigente rischia di entra-
Nuovo Istituto Italiano
d’Arti Grafiche S.p.a.
Via Zanica, 92 - Bergamo
Coordinamento Esterno:
Alberto Isaia [email protected]
DISTRIBUZIONE
Press Di
Distribuzione Stampa Multimedia Srl
20090 Segrate (Mi)
Registrazione al Tribunale di Roma
n. 357/1988 del 13/6/1988
Iscrizione al Roc n. 25400 del 12/03/2015
QUESTA TESTATA NON FRUISCE
DI CONTRIBUTI STATALI
CHIUSO IN REDAZIONE
IL 14 GIUGNO 2016 ALLE ORE 23
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18 giugno 2016
re in Consiglio comunale nelle liste del
Pd. Evidentemente è questo il partito che
il commissario Orfini vuole preservare.
Forse al tempo non avevo capito bene
perché uscii. Fu un passaggio che mi
fece molto soffrire, una delusione
profonda. Ma ora di fronte alle parole
gemelle dei dirigenti comprendo meglio.
Ciò che vi manca è l’umano. Parlate, chi
meglio chi peggio, di lavoro, di edilizia sociale, di diritti civili. Ma i vostri
discorsi si fanno grigi e retorici nelle sedi
dove vi riunite, all’ombra di Gramsci e
Berlinguer. Non sapete inventare parole
nuove, con le vostre facce di cera. Di
più, non sapete riconoscere un pensiero
diverso, non riuscite a vedere il volto
di una donna che vi ascolta di fronte al
palco. Per questo non capite perché un
ragazzo spenda più volentieri un po’ di
speranza dietro una faccia pulita come
quella della Raggi o della Appendino.
Avete perso l’umano. Non ci riuscite a far
innamorare.
Non piangerò se la Raggi si rivelerà la
scolaretta ubbidiente di Grillo. Andrò
regalando altrove un po’ della mia
speranza, un po’ di utopia, con la generosità gratuita che chi è di sinistra, ma
di sinistra davvero, ha sempre. Per voi
nessun’altra parola. Solo la certezza che,
finché non avrete il coraggio di ascoltare
delle parole diverse sull’umano, finché
non le farete vostre, non riuscirete a
inventare nulla di nuovo.
Andreas Iacarella
PICCOLE RIVOLUZIONI
di PAOLO CACCIARI
© Ansa - Alessandro Paris/Imagoeconomica
SE A FAR GIRARE LA TESTA
NON SONO LE BOLLICINE
Di Prosecco si potrebbe morire, non per eccessiva
ingestione, ma per involontaria inalazione dei gas tossici
chiamati pesticidi. L’enorme successo commerciale ottenuto specie negli Stati Uniti dal vino con le bollicine ha
scatenato una vera e propria corsa alla piantumazione
delle barbatelle di Glera (un incrocio di vitigni) che nelle
aree Doc, a suo tempo delimitate con un accordo a tavolino tra le regioni del Veneto e del Friuli, produce l’uva da
cui si ricava il fortunato vino chiamato Prosecco. In pochi
anni il valore dei terreni è schizzato alle stelle (oltre 400
mila euro ad ettaro), così come la produzione (oltre 21
tonnellate di uva ad ettaro) e il prezzo (pagato ai coltivatori 2,50 euro al litro). Peccato che sia cresciuto proporzionalmente anche l’uso di prodotti fitosanitari, tra cui l’erbicida a base di Glifosate. Se la media italiana di pesticidi
irrorati sul territorio è di 750 Kg per abitante all’anno (tra
le più alte d’Europa) nel trevigiano si arriva all’impressionante cifra di 1,3 tonnellate. La mobilitazione delle associazioni ambientaliste, le puntuali denunce del Pesticides
Action Network e, infine, la mobilitazione di un folto numero di sindaci dell’area tra Conegliano e Valdobbiadene
hanno portato alla proibizione (salvo deroghe) dell’uso
degli elicotteri nell’irrorazione dei pesticidi e all’adozione
di protocolli più rigorosi da parte dei produttori. Ma non
basta. L’Ispra ha verificato che sono contaminate il 63%
delle acque superficiali e il 30% di quelle sotterranee. Medici per l’ambiente ha reso pubblici centinaia di studi che
documentano la correlazione tra l’esposizione a pesticidi
e patologie gravi, malattie respiratorie e neurodegenerative, disordini riproduttivi ed altro ancora. Gianluigi Salvador, ambientalista e profondo conoscitore del territorio,
racconta di colline spianate dalle ruspe per far posto ai
terrazzamenti e di famiglie barricate in casa o costrette
a trasferirsi nei 5 mesi dei trattamenti della vite. Tanto è
bastato (nella complice assenza della massima istituzione
competente in materia di agricoltura, la Regione Veneto)
a far scattare un inedito intervento della prefetto di Treviso, Laura Lega, che ha convocato i sindaci delle aree del
prosecco, le maggiori associazioni di categoria assieme
a Wwf e Aiab allo scopo di «valorizzare il prodotto prosecco in un quadro di economia sostenibile e durevole
a salvaguardia dei fattori ambientali». Nessun allarme, è
stato anche detto, ma ci sono preoccupazioni sufficienti
per consigliare un rapido piano di trasformazione delle
tecniche agronomiche verso modelli sostenibili e multifunzionali anche dal punto di vista paesaggistico. La soluzione più razionale e vantaggiosa per le aree del Prosecco
trevigiano sarebbe la creazione di un biodistretto, come
quelli sperimentati dall’Associazione dei produttori biologici nel Cilento, in Toscana, nel Trentino e altrove.
LA DATA
IL NUMERO
25 e 26
giugno
900
mila
Il 25 e 26 giugno del 2006 si
tenne il referendum costituzionale voluto dal Governo
Berlusconi, che prevedeva modifiche alla parte II della Costituzione. Il progetto fu respinto
con un’ampia maggioranza:
il 61% dei votanti disse «No»
mentre solo il 38% si espressea
favore. La bozza prevedeva l’
aumento dei poteri del Primo
ministro (il «premierato»), la
fine del bicameralismo perfetto con la creazione del Senato
federale e la devolution alle
regioni della potestà su alcune
materie. All’epoca il centrosinistra invitò a votare «No» al
grido di «Salviamo la Costituzione».
Sono le persone che hanno acquisito la cittadinanza
di un Paese membro Ue nel
2014. L’89% di loro provengono da un Paese extraeuropeo.
Sono perlopiù marocchini
(92mila persone, l’88% delle
quali divise tra Spagna, Italia
e Francia), seguiti da albanesi (41mila), turchi (37mila),
indiani (35mila). Il Paese europeo ad aver assorbito più
richieste di cittadinanza è la
Spagna (205mila), segue l’Italia (129mila), Regno Unito
(125mila), Germania (110mila)
e Francia (105mila). Dal 2009
oltre 5 milioni di persone hanno ottenuto la cittadinanza di
un Paese dell’Unione europea.
UP
DOWN
«Je suis gay», la campagna di Sechi
Taormina e le colpe dei gay
Si chiama web omofobiastop
il movimento per i diritti Lgbt
fondato poco più di un anno
fa da Stefano Sechi, 22 anni,
in seguito ad un’aggressione
omofoba. Dopo gli attentati di
Orlando l’attivista ha lanciato
l’appello «Abbi il coraggio di
dire “Je suis gay“», condiviso
già su oltre 200mila profili.
«Nessuno si è dimenticato degli attentati di Parigi e Bruxelles. Ma per la strage di Orlando l’empatia del popolo è stata
quasi inesistente. Erano tutti
Charlie, ora nessuno è gay. Eppure quella del Pulse è stata la
peggior strage negli Usa mai
compiuta con armi da fuoco»
ha detto Sechi.
«L’attentato è successo perché
due gay si baciavano. Con due
etero non sarebbe successo»
ha detto Carlo Taormina, avvocato ed ex parlamentare di
Fi, riguardo i fatti di Orlando.
Taormina si riferisce alle parole del padre dell’attentatore,
Omar Mateen, per il quale il
figlio ha agito dopo «aver visto due gay che si baciavano».
L’ex parlamentare non è nuovo a queste esternazioni, e ha
ricevuto anche una condanna
per discriminazione («Niente
gay nel mio studio»). Taormina è stato anche difensore
dell’ex capitano delle SS Erich
Priebke e di alcuni imputati di
Tangentopoli, tra cui Craxi.
18 giugno 2016
7
FOTO NOTIZIA
BANGLADESH
LA PIAGA DEL LAVORO
MINORILE
Imran è nato in Bangladesh e
ha 11 anni. Lavora in una fabbrica di Dhaka che fa utensili
in metallo e guadagna meno
di 5 dollari al giorno.
Lo scorso 12 giugno si è celebrata la Giornata mondiale contro il lavoro minorile,
istituita nel 2002 dall’Organizzazione internazionale del
lavoro per evidenziare la difficile situazione dei bambini
sfruttati. Secondo l’Unicef, il
problema è ancora attuale e
coinvolge, nei Paesi in via di
sviluppo, oltre 150 milioni di
bambini di età compresa tra i
5 e i 15 anni. La maggior parte
di loro, circa 1 su 4, fa lavori
rischiosi per lo sviluppo fisico
(nelle miniere cambogiane o
congolesi, nelle piantagioni
di cacao in Costa d’Avorio oppure a contatto con sostanze
nocive per la salute). Alcuni
svolgono mansioni pericolose
e lesive della dignità umana,
come la prostituzione, la tratta, lo spaccio o l’arruolamento come bambino soldato.
La maggioranza di loro, secondo Unicef, si trova in Africa sub-sahariana (il 25%),
mentre in Asia meridionale
il 12% di loro - circa 77mila
bambini - svolge lavori potenzialmente pericolosi.
Tra i Paesi sfruttatori vi sono
Pakistan (l’88% dei bambini
che non studiano, lavorano),
il Bangladesh (48%), l’India
(48%) e lo Sri Lanka (10%).
Anche l’Italia non è esente
dal problema: secondo Save
the children sono 340mila i
bambini costretti a lavorare,
e 28mila di questi sono coinvolti in attività pericolose.
Foto di A.M. Ahad, AP Photo
PARERI
di Stefano Fassina
Fuori dal Pd e nel gorgo
siamo stati dalla parte giusta della faglia
N
ell’analisi del voto del 5 Giugno,
ancora provvisoria in quanto i
risultati del secondo turno sono
di primaria rilevanza esplicativa,
il primo dato, a Roma, Torino, Bologna, Napoli e in parte Milano, è l’allargamento della
faglia tra gli interessi economici e sociali storicamente rappresentati dalla sinistra e dalle
forze progressiste e gli eredi di quelle storie.
Non è una novità. La separazione tra la “sinistra storica” e il suo popolo, il popolo delle
periferie culturali, economiche e sociali, non
soltanto territoriali, va avanti da un quarto di
secolo. Il centrosinistra legato alla storia della famiglia socialista europea, in Italia come
in tutta Europa, interpreta da tempo gli interessi di chi beneficia, più o meno, di un ordine economico e sociale insostenibile per il
popolo delle periferie. Tuttavia, il 5 Giugno
misura larghezza e profondità inedite della
faglia: le domande del popolo delle periferie,
abbandonato, in parte ripiegano nell’astensione (Bologna e Milano), ma in larga misura, si rivolgono al M5s (Roma e Torino) e a De
Magistris (Napoli), mentre la destra tiene o si
riorganizza (Milano).
In tale contesto, le proposte autonome e
unitarie della “sinistra storica” extra Pd non
intercettano il crollo elettorale del Pd (Napoli ha una felice anomalia genetica). Perché?
Perché sono state percepite dall’opinione
pubblica più larga come articolazione del
Pd. Inevitabilmente, dato che per un quarto
di secolo e fino all’ultimo giorno possibile
sono state, in larga parte delle loro componenti, insieme al Pd, “il centrosinistra” in ripetuta o finanche ininterrotta responsabilità
di Governo a livello territoriale e nazionale.
Inevitabilmente, dato che l’autonomia last
minute è stata apertamente contraddetta
da una parte di quanti avrebbero dovuto sostenerla, in un quadro nazionale ambiguo
10
18 giugno 2016
(a Milano con il renziano Sala; a Napoli con
l’anti-renziano De Magistris). Inevitabilmente, dato che, come il Pd, hanno scontato l’assenza cronica di insediamenti tra il popolo
delle periferie e la consolidata disattenzione alla questione sociale in città sempre più
segnate da povertà, enormi disuguaglianze
e impoverimento delle classi medie. Inevitabilmente, dato che non vi è stato tempo
né capacità sufficiente a raccontare un’altra
visione di città attraverso linguaggi e format
comunicativi adeguati.
In più, ha pesato, almeno in alcune città come
Roma e Torino, il richiamo al voto utile sia per
il Pd (Giachetti non va al ballottaggio; Fassino
deve vincere al primo turno, altrimenti perde)
sia per M5s (a Roma
voterei Fassina, ma Rafforzare il profilo autonomo
non vince; idem per sia nelle città che nella
fase costituente di Sinistra
Airaudo a Torino).
Allora, che fare? In- italiana, o riproporre la
nanzitutto,
condi- coalizione con il Pd, come
videre l’analisi della alcuni sostengono? Scegliamo
fase, riconoscere che la rotta. Al più presto
le proposte politiche
autonome sono state dalla parte giusta della faglia (con il popolo delle periferie invece
che con l’establishment) e registrare che chi
ha scelto la continuità con il Pd ha avuto risultati peggiori, anche dove poteva contare
sul traino di figure celebrate come Pisapia.
Quindi, rafforzare il profilo aperto, plurale,
innovativo e autonomo del nostro progetto
sia nelle città, sia nella fase costituente di Sinistra Italiana.
È in campo una alternativa a tale prospettiva.
Una parte di donne e uomini impegnati nella
costruzione di Sinistra Italiana ha legittimamente un’altra analisi. Conseguentemente,
ripropone la coalizione con il Pd. Dobbiamo
scegliere la rotta. Al più presto. Altrimenti,
nella tempesta, affondiamo tutti.
di Alfredo D’Attorre
La sinistra è rimasta marginale
Ora costruiamo Sinistra italiana
I
l primo turno delle amministrative sembra
consegnare un messaggio semplice: il Pd
arretra pesantemente, ma la sinistra resta
marginale e non riesce a raccogliere il voto
in uscita, che si dirige verso il M5s o l’astensione. Sono i risultati in due realtà cruciali come
Roma e Torino a determinare una lettura di
questo tipo e purtroppo non basta fare l’elenco
non breve di Comuni anche importanti (Napoli, Bologna, Ravenna, Cagliari, Caserta, Brindisi
fino al caso emblematico di Sesto Fiorentino,
in cui Sinistra Italiana va al ballottaggio con il
Pd) in cui invece inizia a delinearsi uno spazio
interessante per una sinistra autonoma e competitiva.
Fassina e Airaudo si sono messi in gioco con
generosità e coraggio, ma dobbiamo riconoscere che schierare due figure politiche di primo
piano a Roma e Torino ha significato scegliere
una politicizzazione del voto amministrativo
per la quale Sinistra Italiana non era pronta. Le
elezioni ci hanno colto a metà del guado, nel
pieno della fase costituente. Questo spiega, ad
esempio, perché il logo del nuovo partito non
sia stato presentato, perché in ogni Comune si
sia andato al voto con un simbolo diverso, perché il quadro delle alleanze sia stato molto variegato, per usare un eufemismo.
Preso atto di questo errore, che sarebbe meschino scaricare solo sui candidati sindaci, ora
è davvero il momento di accelerare la costruzione di Sinistra Italiana. Nei fatti il cammino
comincia adesso, a partire dalla battaglia cruciale del referendum costituzionale di ottobre.
In questa sfida una nuova sinistra, che punta a
ricostruire un radicamento sociale e popolare,
è chiamata a spiegare il suo NO alla deformazione costituzionale renziana con un modello
alternativo di democrazia e di società. Sarà anche l’ultima chiamata per le forze alternative a
Renzi che sono ancora dentro il Pd e che, se si
accodassero al Sì, si consegnerebbero a una definitiva irrilevanza.
La campagna sul referendum costituzionale deve diventare il vero innesco del processo costituente di Sinistra Italiana. La crisi del
renzismo rende ancora più urgente passare
dalla critica alla costruzione di un orizzonte
di senso alternativo. Il nostro No deve legarsi
all’indicazione dei punti fondamentali di un
progetto di trasformazione della società che
trova ancora nella Costituzione repubblicana
la sua bussola fondamentale. Basta ragionare sugli assi di questo progetto per cogliere la
carica di modernità e di futuro che, oggi più
che mai, c’è in una battaglia per l’attuazione della Costituzione: la riaffermazione della
centralità del lavoro e dei suoi diritti, un nuovo impegno dello Stato per l’uguaglianza dei
cittadini intesa come pari dignità sociale, la
difesa della Sanità,
della previdenza e In questa sfida una nuova
dell’istruzione pub- sinistra, che punta a
blica, la regolazione ricostruire un radicamento
del mercato e la rico- sociale, deve spiegare
struzione di forme di il suo No alla deformazione
intervento pubblico e costituzionale renziana
di economia mista, la con un modello alternativo
tutela dell’ambiente
e la promozione della cultura come chiavi decisive dello sviluppo.
A partire dall’Assemblea programmatica che
abbiamo convocato per il 15 e 16 luglio, non
serve un elenco minuzioso di cose da fare, e
neppure la ricerca di facili semplificazioni
con cui inseguire Renzi o Grillo. Dobbiamo
piuttosto gradualmente ridare corpo a un altro modo di vedere la società, a un altro immaginario collettivo, attraverso alcune scelte
emblematiche che indichino la direzione di
marcia. Solo così possiamo riaprire nel medio periodo uno spazio politico autonomo e
credibile rispetto alle ambiguità di Pd e M5s.
Non ci sono scorciatoie, non ci sono mosse
del cavallo, c’è un lungo lavoro che richiederà
pazienza, tenacia, lungimiranza.
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SULLE BIANCHE SCOGLIERE DI DOVER
BREXIT È DI CASA
Leave o Remain? Nella cittadina sul Canale della Manica
è la questione migratoria a dettare legge a favore dell’uscita dalla Ue.
Qui, del resto, arriva spesso Nigel Farage a tenere i suoi comizi incendiari
testo e foto di Nicola Zolin - da Dover
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tore, accompagnato dal ministro della giustizia Michael Gove, dal partito
euroscettico Ukip di Nigel Farage e dal
Partito per l’Indipendenza del Regno
Unito. Nello schieramento del Remain
c’è invece il premier Cameron, che ha
concesso il referendum prima di essere rieletto nel maggio 2015 e che ora si
gioca il premierato in caso di Brexit.
Sullo stesso fronte i suoi fedelissimi
del partito conservatore, il frammentato partito laburista che opta per un
«rimanere in Eu per riformarla», i Liberal democratici e il Partito nazionale
scozzese.
C
resce la tensione in Regno Unito
per il referendum del 23 giugno,
quando l’elettorato si troverà a
decidere se rimanere o meno all’interno dell’Unione europea. Giornali e tv
non hanno parlato d’altro nelle ultime
due settimane, esasperando la propaganda e gli allarmismi lanciati dai
due opposti schieramenti. I temi più
martellanti, manco a dirlo, sono quelli
dell’economia e dell’immigrazione. In
prima linea sul fronte del Leave c’è l’ex
sindaco di Londra Boris Johnson, che
a detta di molti osservatori sta utilizzando il referendum per candidarsi
alla leadership del partito conserva-
giovani e molti pensionati, che potrebbe diventare una nuova frontiera d’Europa. Se il fronte del Leave afferma che
un controllo efficace della migrazione
può avvenire soltanto con la Brexit, i
promotori del Remain sono convinti
che l’uscita dall’Ue sposterà di fatto i
controlli di confine da Calais a Dover.
La cittadina inglese è da sempre uno
snodo fondamentale per i trasporti di
merci tra il Regno Unito, la Francia e il
resto del continente, nonché la prima
destinazione dei viaggi avventurosi
dei migranti, nascosti sui carichi dei
camion o infilati sotto i semirimorchi,
per cercare fortuna nel Regno Unito.
Shall I stay or should I go? È la que- È in questo modo che Mehdi, 26 anni,
stione che ora si dibatte nei pub, nel- curdo iracheno di Suleymane, è enle strade, nelle scuole e che di fatto trato per la prima volta in Inghilterra
trascende le preferenze politiche. quattro anni fa, dopo aver attraversato
Dentro o fuori questa Ue? «La popo- Iran, Turchia e Grecia ed essere arrilazione non dovrebbe votare per una vato in barca in Italia dal porto di Paquestione importante come questa!», trasso, spendendo una fortuna che ha
borbotta Jackie Bowles, 76 anni e gli arricchito le mafie e i trafficanti di uoocchi brillanti come quelli di una ra- mini. «Ora voglio fare il viaggio inverso
gazza. Da anni gestisce il pub “Louis e tornare in Francia» mi confida menArmstrong” nella cittadina di Dover, tre siede di fronte al porto. «Non ho
contea del Kent, nel Sud dell’Inghil- soldi. Ho perso il lavoro. Voglio provare ad andare in Finlandia
Mehdi, 26 anni, curdo iracheno, entrato in per ottenere dei sussidi e
Gran Bretagna 4 anni fa: «Ho perso ricominciare» racconta.
il lavoro. Non ho soldi. Ora voglio fare Qualche notte fa la poliil viaggio inverso e tornare in Francia. E zia portuale lo ha interpoi andare in Finlandia per ricominciare» cettato mentre cercava
di imbarcarsi in un traterra. «Non conosciamo i fatti. Ogni ghetto verso Calais, mentre dall’altro
giorno cambio idea su cosa votare» lato della Manica sono in centinaia i
racconta perplessa. Andrew, un di- migranti che cercano di viaggiare in
soccupato di 48 anni, è uno dei clienti direzione opposta. «In questi anni ababituali del suo pub. Con mezza pinta biamo assistito ad un’invasione» racin mano esprime schiettamente le sue contano Derrick e Ivone, 72 e 70 anni,
idee: «Dobbiamo lasciare l’Ue e ripri- seduti su sedie da campeggio di fronte
stinare i controlli ai confini per bloc- a quella striscia di mare che separa l’icare il flusso migratorio. Gli stranieri ci sola britannica dal resto dell’Europa.
stanno rubando il lavoro. Non ha sen- «Si stava molto meglio prima dell’inso continuare a far parte di un’Unione gresso nell’Ue», racconta Derrick, «voche ha costruito più fili spinati di quelli teremo per il Leave per riprenderci il
che c’erano durante la Guerra Fredda». Regno Unito e per non trovarci fra 20
La questione migratoria è senza dub- anni come una minoranza nel nostro
bio la più sentita in questa cittadina Paese». Un sondaggio dello studio Ipche rasenta le 30.000 anime, con pochi sos Mori ha fatto emergere come il 63
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Betty Hook, 91 anni
Aaron, 39 anni, pittore, scrittore
Sandra, 43 anni, Dover
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Derrick, 72 e Ivone 70, Ashford nel Kent
«Non ha senso che tutta questa gente
venga nel nostro Paese. Non abbiamo
spazio per ospitarli». Betty ha vissuto
per 37 anni in Francia con il marito e
voterà per rimanere nell’Ue. «Isolarsi
dal resto d’Europa non ha senso» mi
racconta mostrandomi le foto del figlio
ciclista che correva al Tour de France.
Non la pensa allo stesso modo Michael, 81 anni, che è deciso a votare per
l’uscita dall’Ue, convinto che il vero
problema dell’Unione
Michael, 81 anni: «Il problema è che sia stato l’allargamento
gli inglesi non vanno da nessuna parte, ai Paesi dell’Est, che ha
mentre tutti gli stranieri vogliono venire fatto aumentare di dieci
qui». C’è anche chi vuole uscire dall’Ue volte il numero annuale
per legiferare “in casa” sui migranti di arrivi nel Regno Unito. Tre milioni di cittadestra si sono scontrati nei mesi scorsi dini provenienti da Paesi Ue vivono
con gruppi anti-fascisti. Nigel Farage, attualmente in Gran Bretagna, il 5 per
leader dell’Ukip e principale sosteni- cento della popolazione, ma secondo
tore della Brexit in chiave anti-immi- la ricerca dell’Ipsos Mori la popolaziograzione, si è fatto vedere spesso in ne britannica crede che siano almeno
questa contea di cui è originario. «Ha il 15 per cento. «Mi piace l’idea che la
delle idee giuste riguardo agli immi- gente possa muoversi liberamente da
grati» racconta Betty Hook, una signo- un Paese all’altro» racconta Michael,
ra di 91 anni che vive di fronte al porto. «il problema è che gli inglesi non vanper cento degli intervistati britannici è
convinto che la Brexit porterà a un’effettiva riduzione dell’immigrazione,
mentre solo il 25 per cento di loro crede
che l’uscita dall’Ue porterà ad un ridimensionamento degli standard di vita.
Dover è comunque soltanto un simbolo della questione migratoria nell’immaginario collettivo del Regno Unito.
I migranti ci passano soltanto in transito, ma è qui che militanti di estrema
Mehdi, 26 anni
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Michael, 81 anni, pensionato
no da nessuna parte, mentre tutti gli
stranieri vogliono venire qui». Gli fa
eco Amy, due generazioni più giovane, bancaria. «Vogliamo farci la nostra
legislazione sull’immigrazione. Chi
arriva in Regno Unito non dovrebbe
avere benefici economici almeno per
10 anni. Dobbiamo stabilire un siste-
ma simile a quello australiano, dove
gli stranieri al massimo possono fare
richiesta di una working visa», un argomento, quest’ultimo, che ha trovato
ampi consensi nel fronte del Leave.
Secondo Aaron, un pittore di 39 anni,
chi voterà per la Brexit è spinto soprattutto da interessi personali. «Chi vuole
Nella City nessuno vuole il “Leave”
Nella City di Londra sono davvero in pochi ad auspicare
che il Regno Unito abbandoni l’Unione europea. Da oltre
vent’anni il mercato dei servizi finanziari garantisce il 10
per cento del Pil nazionale. Oltre 250 banche straniere
hanno sede nella City, beneficiando di tassazioni agevolate e dell’accesso al mercato unico grazie all’apparenza
del Regno Unito all’Ue. Emmanuel, 50 anni, è sicuro di votare Remain. «È sia una questione di mercato e di interessi economici che di coesione sociale» racconta. «Credo
che l’integrazione stessa porti a sviluppo economico ed
umano. Se il Regno Unito lasciasse l’Ue, il mercato ne risulterebbe limitato e ci saranno delle restrizioni economiche».Come lui la pensa la maggior parte delle persone
impiegate nell’hub finanziario più importante del mondo,
che dà lavoro ad oltre un milione di persone provenienti dai quattro angoli del mondo. Gli ultimi sondaggi che
hanno dato in vantaggio gli euroscettici hanno spaventato
le borse e indebolito il valore della sterlina, che in caso
di Brexit potrebbe scendere ai livelli minimi da trent’anni.
«Se lasciamo l’Ue i prezzi per le importazioni e le esportazioni saliranno alle stelle. Sarà un disastro economico»,
racconta Hussein, 25 anni, ragioniere alla City di origine
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andarsene non teme i rischi economici immediati della Brexit. La pensano
così anche i miei genitori. Hanno una
psiche da isolani, vogliono difendere
la propria terra da qualsiasi minaccia
venga da fuori. Credo sia un fattore
storico. Stavolta la minaccia sono gli
immigrati». I sondaggi di YouGov per
ora dimostrano un trend opposto, e
cioè che più in basso si scende nella
scala sociale e più alta è la probabilità
che la gente voti per la Brexit. «In realtà nessuno s’immagina cosa succederà il 23 giugno. Per ora è un mistero
per tutti», afferma Aaron perplesso. «È
interessante che si sia creato un nuovo dibattito politico in Regno Unito,
ma credo che questo referendum sia
il riflesso di una vera e propria crisi
d’identità. Dobbiamo sentirci inglesi,
britannici o europei? Forse dovremmo
semplicemente sentirci umani».
pachistana. Di fatto, le imprese britanniche esportano il 44
per cento della loro produzione nei paesi dell’Ue. «Nessuno nel mio ufficio voterà per il Leave» racconta Metsa, cittadina inglese di origine iraniana, che lavora alla Deutsch
Bank. William, 22 anni, è una delle rare voci fuori dal
coro: «Credo che potremmo essere più competitivi fuori
dall’Unione. Abbiamo bisogno di un cambio radicale per
far ripartire questo paese, liberi dalle regolamentazioni
dell’Ue». È molto probabile però che anche un Regno Unito post-Brexit dovrà aderire alle stesse regolamentazioni
e supervisioni imposte attualmente dall’Ue, per fare affari
con i paesi membri. Venera, 30 anni, milanese, impiegata all’Europe Arab Bank nella City afferma che «la Brexit
provocherà un buco economico enorme». Per la maggior
parte degli italiani che lavorano nel centro di Londra, l’eventualità di un’uscita britannica dall’Ue non desta particolari preoccupazioni. Stefano Ceccon, giornalista al The
Times, è convinto che in caso di Brexit «ci saranno degli
accordi bilaterali tra Italia e Regno Unito per permetterci
di continuare a lavorare qui». È più preoccupato chi ha dei
lavori occasionali, come Michele, 24 anni di Caserta, che
da qualche mese fa il pizzaiolo a Storeditch e teme che
con la Brexit sarà costretto a lasciare Londra e ad andare a
cercare fortuna altrove.
© Matt Dunham/AP Photo
LA CITY HA GIÀ VOTATO
CONTRO BREXIT
Il rimpianto dell’impero e l’antipatia per la Germania è forte,
per l’ex ministro delle Finanze è la Germania che deve reagire
rilanciando l’Europa con una politica espansiva
intervista a Vincenzo Visco
P
erché i toni della campagna pro leave o pro
remain in Gran Bretagna sono così accesi?
Davvero in caso di Brexit Londra pagherebbe un prezzo forte?
La Gran Bretagna sarebbe colpita seriamente
nella misura in cui è la City l’anima e il motore
di quel Paese. La politica dell’Inghilterra, dall’età imperiale fino ai giorni nostri, è stata caratterizzata dalla volontà di mantenere questo
ruolo centrale e decisivo alla City. Se ora la Gran
Bretagna uscisse dall’Europa, è probabile che i
fondi di investimento, alcuni grandi operatori
finanziari, cercherebbero una diversa collocazione. In questo senso si può dire che le borse
abbiano votato. Contro Brexit, che appare una
scelta incomprensibile in un contesto di forte
globalizzazione. L’area euro e i Paesi dell’Europa continentale sono buoni clienti per la City. E
poi è probabile che la vittoria della Brexit ridia
attualità a una possibile uscita delle Scozia dal
Regno Unito. È dunque un referendum che ne
chiamerebbe un altro, da evitare. Infine i campioni del Leave, come Nigel Farage per esempio,
non sono che dei reazionari imperialisti, vogliono la Grande Inghilterra, come se la Storia possa
pretendere di ritornare indietro nel tempo. Perciò spaventano. Anche se è vero che nel popolo
inglese l’avversione nei confronti di un’Europa
a guida tedesca è molto forte. Dopotutto hanno
combattuto due guerre contro la Germania.
Dunque Boris Johnson quando evoca addirittura il rischio di finire sotto l’ala di un nuovo
“nazional socialismo” tedesco, coglie un sentimento diffuso. Si tratta di una sparata meno
caricaturale di quanto non possa sembrare
sentendola?
Il problema politico è assolutamente chiaro.
Quello che sta succedendo adesso è identico,
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mutatis mutandis, a quello che accadde negli
anni 30. Dopo la prima grande globalizzazione,
quella degli anni 20, il crollo del ’29 di un sistema economico iper-liberista, esattamente come
questo anche quello basato su speculazione e
debiti, portò non solo al nascere di regimi autoritari ma anche all’autarchia, al nazionalismo, e
quindi alla distruzione della ricchezza. Adesso
si propone lo stesso scenario. In forma un po’
grottesca. Non sappiamo quale effetto la Brexit
possa avere sulla zona euro. Ma se dovesse saltare l’Europa, penso che ciascuno dei singoli Paesi non conterà quasi niente, non sarà in grado
di gestire la propria economia, perché intanto è
cambiato il contesto.
Sono giustificati la preoccupazione tedesca,
l’appello di Der Spiegel ai britannici perché
boccino Brexit, la minaccia lanciata da Schauble, “se uscite non rientrerete”, i toni da ultima
spiaggia?
I tedeschi temono di essere messi di nuovo all’indice, dipinti come nazional socialisti, temono di
trovarsi senza l’Europa che era stata per loro un
approdo comodo e conveniente. Si sta riproducendo lo scenario degli anni 30. Solo che questa
volta la frustrazione non è dei tedeschi ma degli
altri europei nei confronti della Germania.
Ammesso che vinca Brexit, il modo giusto
dell’Europa per ridurre le conseguenze negative, quale sarebbe?
In teoria, accelerare il processo di unificazione europea. Perché a quel punto ci sarebbe un
contraccolpo di paura e, con le spalle al muro, si
potrebbe decidere di gettare il cuore oltre l’ostacolo e dire: “facciamo l’unificazione”. Però bisognerebbe fare i conti con le paure del lavoratore
tedesco, del contribuente tedesco. La paura della Germania deriva dal fatto che i suoi cittadini
sono convinti che loro stanno pagando per tutti.
Alla domanda di un sondaggio su quale Paese
abbia beneficiato di più dell’euro, la risposta dei
tedeschi è stata la Grecia. Questi sono pazzi....
Insomma la Merkel paga il suo populismo,
paga il fatto di aver sempre carezzato gli elettori dalla parte del pelo, assecondandone i
pregiudizi invece di mostrare quali vantaggi la
Germania abbia ottenuto dall’euro?
La verità è che se la Germania volesse puntare
sull’Europa dovrebbe fare una politica di bilancio fortemente espansiva, dovrebbe eliminare
i suoi otto punti di surplus della bilancia com18
18 giugno 2016
merciale. Dovrebbe, certo, tenere fermo il punto, continuando a dire che Paesi come il nostro,
come l’Italia, non si possono permettere di scialare. Però da una politica espansiva avremmo,
noi italiani, benefici in ogni caso. E a questo punto potrebbero anche convincere Draghi a modificare la sua politica, che è l’altra bestia nera dei
tedeschi, che si sentono danneggiati, in quanto
risparmiatori, dai tassi zero. D’altra parte bisogna dire che neppure la politica di Draghi, che
ha avuto comunque il merito di tenere insieme
i Paesi europei, è riuscita a centrare l’obiettivo.
Non è riuscito, Draghi,
neppure a svalutare il In Italia non ha funzionato
cambio, euro su dolla- un liberismo di destra,
ro, perché ci sono così figurarsi se funziona un
tanti capitali in fuga liberismo fatto da un partito
dalla Cina, che hai sedicente di sinistra.
voglia a vendere euro La Terza via, che qualche
e a comprare dollari. merito l’ha avuto,
Non basta. Ma il vero ora non funziona più
punto è politico quello
che dicevo: la Germania dovrebbe convincersi a
fare una politica di bilancio espansiva, a pensare
all’Europa.
Non ti pare che la crisi del 2007, e ora anche
Brexit, stiano mettendo in gravissima difficoltà la leadership del socialismo europero, tutti
gruppi dirigenti della cosiddetta Terza Via?
Perché, in realtà, cosa stanno dicendo sull’Europa? Assolutamente nulla.
Questo è vero ed è falso. È vero perché ancora
non c’è l’idea di una Quarta Via. Vedremo se in
Spagna riesciranno a fare un governo Socialisti - Podemos dopo le elezioni; quello potrebbe
essere un segnale. Non sottovaluterei, però, che
nei Paesi anglosassoni, Inghilterra e Stati Uniti, c’è un revival della sinistra tradizionale, con
Corbyn e Sanders. Anche lì le ricette non sono
forse adeguate alle sfide attuali, ma i temi sono
gli stessi, sono quelli giusti, disuguaglianza, povertà. Qualcosa si muove, dunque. Negli anni 30
la risposta, in Europa, la diedero le destre, adesso staremo a vedere. Certo la Terza via, se mai
ha avuto dei meriti in passato - e qualche merito
secondo me lo ha avuto - adesso non funziona
più. E poi in Italia.... Non ha funzionato un liberismo di destra, figurarsi se funziona un liberismo fatto da un partito sedicente di sinistra.
Non mi pare.
Corradino Mineo
© Andy Rain/Epa Ansa
TORNERÀ LA VECCHIA BRITANNIA?
Se in questi ultimi giorni decisivi, prima della chiamata alle urne,
prevarranno i temi sull’immigrazione, la Gran Bretagna è fuori.
Se invece domineranno quelli economici, Londra rimarrà nell’orbita Ue
di Massimo Paradiso - da Londra
C
hris e Duncan si fanno trovare alle 8.30 di
sabato mattina a Muswell Hill, quartiere
residenziale e liberal a nord di Londra. Da
questa collina si può vedere tutto il profilo della
capitale inglese, nonostante le nuvole basse e l’aria carica di pioggia. I due ragazzi inglesi, 24 e 26
anni rispettivamente, hanno già sistemato il loro
banchetto a un angolo della strada, in concomitanza con il mercatino settimanale. Tra uno stand
di cannoli siciliani e l’altro di formaggi francesi, ci
sono loro: discreti, sorridenti, dalle buone maniere british. Il manifesto che campeggia sul tavolo
pieghevole legge “Vote Leave”, vota per uscire, e
hanno sacrificato il loro sabato mattina - forse
ancora un po’ brilli dalla serata precedente - per
volantinare e convincere piú inglesi possibile a
votare al referendum del prossimo 23 giugno per
far uscire la Gran Bretagna dall’Unione Europea.
«Non mi piace la parola Brexit» confida Duncan
mentre fa colazione con una cassatella, comprata
allo stand a fianco «mi piace di piú pensare che
la Gran Bretagna avrà di nuovo la sua libertà e
indipendenza». Da chi? «Dall’Europa» interviene
Chris «da quell’accozzaglia di burocrati che ci dicono cosa fare in ogni momento della giornata.
Noi non li abbiamo votati e loro devono occuparsi degli affari loro». Secondo i due ragazzi, la
partita che si sta giocando può essere incapsulata
in un singolo aneddoto. «Immagina che questo
sia World of Warcraft» dice Chris, citando un popolare videogioco molto in voga tra i teenager di
tutta Europa «noi dobbiamo limitare l’avanzata
dell’orda che sta invadendo il nostro Paese». E
“l’orda”, manco a dirlo, sono gli europei che ogni
giorno sbarcano negli aeroporti inglesi in cerca di
un lavoro. «Siete brave persone» continua Chris
«ma siete troppi e troppo diversi da noi. Guarda
questi italiani» dice Chris puntando il dito verso
lo stand siciliano «gridano troppo». E poi «i francesi» rincara la dose Duncan «fanno del buon formaggio ma, detto tra di noi, puzzano un po’».
Anche se Chris e Duncan non rappresentano di
18 giugno 2016
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certo tutto lo spettro di opinioni dei supporter del
Brexit, è altrettanto vero che il Paese è spaccato
a metà proprio su questo punto: immigrazione
e lavoro. Sia chi campeggia per l’uscita dall’Ue
sia chi propone di restare non è riuscito a dare
un’immagine reale di cosa sia e cosa faccia l’Unione Europea. Anche il più strenuo europeista
inglese, alla domanda “ma alla fine l’Europa che
fa?”, cade nel comune cliché del “ha mantenuto
il piú lungo periodo di pace dalla Seconda guerra
mondiale” anche se questo ideale sta bruciando
nelle banlieue parigine o annegando nelle acque
del Mediterraneo.
«Uscire dall’Europa senza un progetto reale ma
solo per il gusto di farlo è l’idea piú stupida del
mondo» dice Laurie Penny, commentatrice politica e giornalista del New Statesman «ma nessuno delle due parti in gioco, pro o contro Brexit, è
riuscita a proporre un storia positiva sul perché
dell’Europa. Forse - dice laconica la giornalista perché una storia positiva in realtà non c’è».
Quello che c’è è una lunga lista di benefici economici, reali o inventati, per riportare alla luce il
concetto della vecchia “Britannia”, un ideale caro
agli inglesi fatto di un Regno Unito “in bianco
e nero, di thè alle cinque e della comicità innocua della televisione di Stato, quando tutti erano
bianchi e si lavorava in fabbrica”.
Sull’impossibilità di creare una valida narrativa
attorno ai temi europei è d’accordo anche Peter
Kellner, ex presidente di YouGov, uno dei più at-
L’ex sindaco di Londra Johnson sta puntando
tutte le sue carte sull’uscita inglese per riuscire
a defenestrare Cameron e prendere in mano
il partito, insieme al ministro della Giustizia,
Michael Gove, spalleggiati dall’Ukip di Farage
tendibili istituti di sondaggi del Regno Unito. «È
vero, le argomentazioni a favore dell’Unione Europea non fanno una piega ma quelli per il Brexit
toccano la pancia dell’elettorato. Temi come l’immigrazione, la sicurezza nazionale o, addirittura,
il famoso fish and chips sono familiari a chi andrà
a votare e tocca le note nostalgiche del tempo andato. Ogni inglese vorrebbe ritrovarsi in questa
old Britannia in bianco e nero. Il punto è se sia
mai esistita una Gran Bretagna come ce la dipingono i pro Brexit».
Ma in questi giorni, decisivi prima della chiamata
alle urne del 23, si capirà l’impronta che si vuo20
18 giugno 2016
le dare al referendum: se lo si butta sull’immigrazione, la Gran Bretagna «è fuori» continua
Kellner. Se la si mette sui vantaggi economici
«Londra rimarrà nell’orbita Ue». Perché, inutile negarlo, il sistema di libera circolazione «ha
messo molta pressione sul sistema scolastico inglese e sul sistema sanitario» sostiene John Mair,
professore di Diritto europeo all’University of
Westminster «e la working class inglese percepisce che è aumentata la competizione sul lavoro
ma non i salari».
Le intenzioni di voto, a pochi giorni dal referendum, danno le due fazioni testa a testa, una
tensione che si riflette in maniera diretta sulle
dinamiche della politica inglese, ora in affanno
se non nel caos.
Il Partito conservatore al governo è infatti spaccato a metà su chi vorrebbe rimanere in Europa,
come il primo ministro David Cameron e il suo
vice George Osborne, e chi vorrebbe dire bye bye
a Bruxelles come l’ex sindaco di Londra, Boris
Johnson, il quale sta già giocando da leader del
partito nel caso gli inglesi optassero per il Brexit.
Johnson sta infatti puntando tutte le sue carte
sull’uscita inglese dall’orbita europea per riuscire a defenestrare Cameron e prendere in mano
le redini del partito il prossimo autunno insieme all’attuale ministro della Giustizia, Michael
Gove, spalleggiati dal leader del Partito populista Ukip, Nigel Farage.
«Che governino i Conservatori o i Laburisti poco
importa» dice Duncan mentre ripiega il tavolino
portatile sotto la pioggia torrenziale «a me importa che siano fatti i miei interessi come cittadino
inglese. Chi vota per il Brexit fa parte di una maggioranza silenziosa che ha paura di diventare una
nuova minoranza all’interno del proprio Paese».
Chi sia Jean-Claude Junker o da dove arrivino i
migranti che sbarcano in Sicilia, Chris e Duncan
lo ignorano. Cosa dica la Magna Carta o la Dichiarazione europea dei diritti dell’uomo, manco a parlarne. «Questa che fate voi è filosofia»
spiega Chris «noi siamo piú interessati alle cose
pratiche». E quando gli si domanda che cosa
abbia nel sacchetto di plastica che ha in mano,
Chris si arrende, «è formaggio francese. L’ho
comprato per mia madre che ne è ghiotta». E anche lei vota Brexit? «Non credo. È appena andata
in pensione e si sta per trasferire con mio padre
sulla costa spagnola. Dicono che sia bellissima
ma putroppo non ci sono mai stato».
CAMERON APPRENDISTA STREGONE
CORBYN E I LABURISTI INDECISI
Il premier britannico aveva pensato di poter usare il referendum per superare storiche
divisioni nel suo campo. Invece le ha accentuate. E ora Leave o Remain rischiano
di dividere l’Inghilterra dalla Scozia, i giovani dagli anziani, le città dalle campagne
di Dario Castiglione
C
i risiamo? Forse. Come è ben noto, i cittadini hanno bisogno di sapere con
gli eventi si presentano la prima vol- precisione quali sono i fatti, quali sono
ta come tragedia, la seconda come i benefici e gli svantaggi dell’Unione, le
farsa. Ma questa volta potrebbe essere conseguenze della decisione di uscire o
il contrario. Queste ultime due settima- rimanere. Entrambi i campi, ma sopratne del referendum sull’Unione Europea tutto quello per l’uscita (Leave), sono
somigliano molto a quelle di quasi due spesso accusati di “massaggiare” i fatti,
anni fa, quando gli scozzesi votarono se distorcendoli, esagerandoli, o presentanrimanere o no in un’altra Unione, quella doli in maniera parziale e incompleta.
iniziata nel 1707 come United Kingdom. L’esempio più semplice e clamoroso è
Come due anni fa, i sondaggi hanno ini- quello del contributo che il Regno Uniziato a mostrare una maggioranza favo- to versa all’Unione Europea. I fatti, o se
revole all’uscita dall’Unione. Come due vogliamo le cifre, sono abbastanza semanni fa, la campagna a favore dell’Unio- plici. Li trovate spiegati sul sito Full Fact,
ne insiste sulla questione economica, e per l’appunto (https://fullfact.org/europe/
sull’incertezza che seguirebbe a un voto per uscire. Dopo il referendum sull’indipendenza
Come due anni fa, a Ca- scozzese, quello sull’uscita dalla Gran
meron è stato consigliato Bretagna dall’Unione. I partiti tradizionali
di farsi da parte, per paura perdono protagonismo e presa sul Paese
che gli elettori laburisti in
particolare identifichino con lui il voto our-eu-membership-fee-55-million/).
per rimanere nell’Unione e quindi votino Il contributo annuale del Regno Unito
contro o si astengano. Come due anni fa, è più o meno di 18 miliardi di sterline,
è possibile che il terreno cruciale di bat- ma c’è una riduzione automatica di 5
taglia risulti proprio il voto degli elettori miliardi, e altri 4,5 miliardi di contribuo simpatizzanti laburisti. Le similarità fi- ti diretti dell’Unione Europea al Regno
niscono qui, e il risultato potrebbe essere Unito tramite fondi regionali o di sostediverso: una tragedia agli occhi di molti, gno all’agricoltura o altri settori. Al netto,
dentro e fuori la Gran Bretagna.
quindi, il contributo è di circa 8,5 miliardi
di sterline, che però non tiene conto dei
Ma andiamo con ordine. Un ritornello benefici (o costi) economici complessivi
continuo in questa campagna referenda- dell’appartenenza all’Unione, che ovviaria è stato quello dei “fatti”: per decidere, mente sono molto più difficili da calcola18 giugno 2016
re - sempre che questo sia del tutto possibile. Senza contare che stiamo parlando
di cifre assolute e non relative al numero
di abitanti. Nonostante ciò, la campagna
Leave usa lo slogan dei 350 milioni alla
settimana (equivalente ai £18 miliardi
lordi all’anno - ma 350 ha un maggiore impatto psicologico di 18) come suo
cavallo di battaglia. Che questo non
corrisponda ai fatti ha poca importanza. D’altronde tutti sanno che un terzo
della popolazione degli Stati Uniti crede
che Barack Obama sia un musulmano
o che sia nato in Africa, e questo contro
qualunque evidenza fattuale. Anche se
in maniera più raffinata, la campagna
per rimanere (Remain), usa una tecnica
simile, presentando discutibilissime previsioni economiche di medio e lungo periodo come verità certe.
Il feticismo dei fatti sbaglia due volte. Psicologicamente, perché i fatti che i cittadini registrano dipendono da un contesto narrativo di cui i cittadini stessi fanno
parte, e quindi ai cittadini bisognare dare
fatti, ma anche maniere di interpretarli.
La retorica del discorso, nel senso filosofico e non meramente propagandistico,
fa parte integrante del dibattito democratico. Politicamente, perché quel che
manca in questa campagna referendaria
non sono i fatti ma le idee. E qui torniamo al significato di questo referendum e
21
alle sue possibili conseguenze, che vanno ben al di là dei calcoli strettamente
economici.
Questo referendum è nato come una
resa finale dei conti tra due anime
dell’Inghilterra conservatrice. Dico Inghilterra a ben vedere, perché questo è
il vero terreno geografico dello scontro,
anche se è probabile che l’elettorato
gallese sia altrettanto diviso. Non così
in Scozia o nell’Irlanda del Nord. La divisione tra i conservatori ha le sue radici
negli anni della Thatcher; nella maniera complessa in cui neo-liberismo e un
conservatorismo tradizionale, con qualche nostalgia dell’ormai perduto potere imperiale, o forse un certo senso di
eccezionalità istituzionale e culturale,
si combinarono nel periodo dei governi Thatcher. Il problema dell’Europa, e
del ruolo del Regno Unito dentro l’Europa, e nel processo d’integrazione (due cose non Cameron ha pensato, sbagliando, di usare
del tutto identiche), è sin il referendum per riunire le due anime
d’allora il punto focale su conservatrici dell’Inghilterra.
cui i conservatori si sono I conservatori tradizionali e i neoliberisti.
divisi, incerti sia sulla na- Una divisione dei tempi di Thatcher
tura della loro società che
del suo ruolo internazionale. Oggi que- questa divisione, che la sua generazione
sta divisione non è solo interna al partito aveva ereditato dalla Thatcher, che aveva
Conservatore. L’Ukip di Farage può con- contribuito a tenere il partito ai margini
siderarsi la manifestazione faux-popu- del potere durante il periodo del New
laire, dell’anima anti-europea del partito Labour, e che ancora divide l’Inghilterra
conservatore. Inoltre, questa divisione conservatrice. Il problema è che il calpolitica ha radici in una divisione sociale colo politico di Cameron si sta rivelando
tra un’Inghilterra (e il Galles) che tende più rischioso di quanto non avesse pread identificarsi con una società multi- visto. Il primo errore è stato di pensare
culturale e cosmopolita, e un’altra più che si potesse condurre una campagna
nostalgica e tradizionalista, che tollera referendaria a favore della permanenappena i cambiamenti sociali e il cui co- za nell’Unione dopo 10 anni di più o
smopolitanismo ha accenti più coloniali meno esplicita critica del progetto di
e atlantisti. Questa divisione, infine, si ri- integrazione, e di richieste di esclusione
produce in termini geografici, tra grandi da questa o quella politica. L’idea di fare
aree metropolitane e il resto del paese, una campagna (positiva) per rimanere in
e in termini generazionali, tra giovani e un’Europa rinnovata si è rivelata presto
anziani, con la maggioranza dei giovani un’illusione. E ciò ha costretto Cameron
a favore the Remain, e le generazioni più a usare toni sempre più negativi e apocalittici nella campagna di Cameron a
anziane che propendono per Leave.
favore di Remain. Il registro del discorso
Il calcolo politico di Cameron era quel- è rimasto economicistico e utilitarista,
lo di usare il referendum per superare puntando sulla necessità di evitare rischi
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18 giugno 2016
o la convenienza di mantenere lo status
quo. Ma nessuna visione del futuro. Dunque una campagna che non mobilita.
Soprattutto una campagna “for old men”.
La sensazione degli ultimi giorni è che
il calcolo politico possa risolversi in una
vera e propria debacle, con un Paese che
tenta di chiudersi in sé, mettendo anche
in pericolo i suoi tradizionali punti di forza: il potere finanziario della City, e la posizione privilegiata nell’alleanza Atlantica. Senza considerare la possibilità di un
secondo referendum in Scozia, visto che
è del tutto probabile che il voto scozzese
dia una chiara maggioranza a Remain.
Ma ammettiamo che il calcolo di Cameron abbia successo e Remain prevalga.
Anche così sarebbero dolori. Se la maggioranza per restare sarà di 4-6 punti, il
governo si troverà in una situazione in
cui avrà minori margini di mediazione
sia con il suo elettorato (soprattutto quello conservatore) sia con il resto d’Europa,
visto che il potere di ricatto sarà diminuito. Non è detto che Cameron possa restare a lungo leader e la divisione dentro il
partito, anziché essere superata, potrebbe essere esacerbata. Inoltre se nel Regno
© Virginia Mayo/AP Photo
del partito (con i media al seguito) hanno
approfittato per criticare la nuova leadership del partito per il suo scarso impegno.
Ora è forte la sensazione che la partita per
il Leave o il Remain si giochi proprio tra gli
elettori laburisti, con un numero di incerti o propensi all’astensione decisamente
importante. E c’è persino il rischio che un
voto per il Leave conforti la tendenza di
una parte della base laburista nel Galles
e nel nord dell’Inghilterra a votare per le
politiche per Ukip, visto l’importanza che
questo gruppo di elettori dà alla questione immigrazione.
Unito vincesse Remain Potrebbero essere gli elettori labuiristi a
per poco, è probabile che far pendere la bilancia a favore o contro
non vinca in Inghilterra; l’Europa. Anche perché destra e centro del
il che potrebbe provocare Labour, accusano Corbyn e la sua politica
risentimenti e preparare
nuove crisi costituzionali interne. Infine, crazia politica. New Labour aveva cercato,
ogni nuova crisi in Europa verrebbe usa- o almeno promesso, di mettere il Regno
ta come prova che Leave avesse ragione. Unito al centro dell’Europa, ma questo
Una vittoria risicata dividerebbe ancora non è avvenuto e oggi, nonostante la
di più il Paese e scaricherebbe ulteriori maggioranza del fronte laburista e di sitensioni sul problema dell’immigrazione nistra sia a favore di Remain, il partito è
arrivato al referendum con una posizione
Se Atene piange, Sparta non ha motivo non meno incerta e ambigua del partito
di ridere. Un po’ di storia. La sinistra e il Conservatore. La vittoria di Corbyn come
partito Laburista non si trovano in condi- leader del partito ha persino complicato
zioni migliori dei conservatori. Nel 1975 la situazione, visto che la nuova leaderWilson usò la vittoria al referendum a fa- ship si riconosce in parte nella sinistra
vore dell’entrata nella Comunità Europea laburista che 40 anni fa aveva votato conper rimettere in riga la sinistra laburista, tro l’adesione, e che, tutto sommato era
che si era opposta. In seguito la sinistra rimasta scettica sui modi del processo di
operaia e sindacale ha progressivamente integrazione. La reazione dell’Europa alla
fatta propria la causa dell’integrazione crisi finanziaria e l’esplodere del caso Greeuropea, vista non più o non solo come co hanno ulteriormente accentuato quelun progetto che favorisce il capitale a sca- lo scetticismo, tanto che si è temuto in dipito dei diritti dei lavoratori. Rimangono, simpegno del nuovo gruppo dirigente sul
comunque, forti dubbi in casa laburista referendum. Alla fine Corbyn ha scelto il
sulla capacità dell’Europa di difendere o Remain ma forse più per ragioni di unità
promuovere politiche sociali di welfare, di partito che di vera convinzione. Così,
e di mantenere forme di effettiva demo- per parecchio tempo, la destra e il centro
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Ma il vero problema per la sinistra è forse un altro, e non riguarda solo il Regno
Unito. La politica del blocco conservatore è tutto sommato semplice, si basa
sulla semplice alternativa tra uscire o rimanere, anche se, come abbiamo visto,
le conseguenze sono varie e complesse.
Per la sinistra, la politica di questo referendum si fonda (o dovrebbe fondarsi),
sulla più complessa matrice, che Albert
Hirschman in un suo famoso saggio ha
definito di: exit, voice, loyalty. Per la sinistra, almeno quella non più convinta dalle politiche tutto sommato neo-liberiste
della Terza Via, ma forse per tutta la sinistra dopo la crisi finanziaria del 2008, rimanere in Europa significa non solo fare
leva sul meccanismo di uscita/non uscita
(per esempio che livello di integrazione
tra i vari Paesi, quali geometrie variabili,
etc.), ma servirebbe ad articolare una politica assertiva (che dica quali riforme si
possono o si devono fare per una Europa
più democratica e solidale); e a spiegare
in che senso l’Unione Europea meriti una
qualche fedeltà sia dai suoi cittadini che
dagli Stati membri (una fedeltà anche
limitata ma che non sia solo vuoto simbolismo). Il problema del referendum è
che questa politica non la si inventa in
un giorno e neppure in due mesi, e non
la si inventa neppure in un solo Paese. È
un problema non solo del Regno Unito
ma europeo, come il referendum in Grecia aveva già dimostrato. Qualunque sia
il risultato, la strada al momento sembra
senza uscita, in più di un senso.
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Domenica 19 i ballottaggi,
un voto amministrativo che
è anche politico. Mentre Pd
e 5 stelle si fanno la guerra,
ecco quattro brevi scritti
- di giornalisti disorientati per elettori disorientati
D
i Virginia Raggi si dice che sarà
telecomandanda, anzi “blogcomandata”, da Grillo, e anzi, ancora peggio, dalla Casaleggio
Associati. Lo si dice con buone
ragioni, perché Raggi ha effettivamente
firmato un vincolate e salato contratto
con i vertici del Movimento, cui sono
affidate tutte “le scelte amministrative”
e che potranno cacciarla a piacimento. Quello che i dem non dicono mai, fede nel sacro web e dell’antipolitica, io
però, è che per Giachetti potrebbe esser ho intravisto una donna di centro (perallo stesso. Sì è vero - Giachetti potrebbe tro cattolica): non il mio tipo. È poi vero
esser richiamato all’ordine o riceve- quello che dice Stefano Fassina, per arre indicazioni perentorie su nomine o gomentare la sua scelta verso la scheda
provvedimenti da un partito, che è una bianca: «Non ho mai visto Virginia Raggi
cosa più trasparente e democratica di correre con me per evitare lo sgombeuna società privata. Però.
ro del Baobab», il centro
Però questa democrazia Su privatizzazioni
sociale che accoglieva a
non è stata esercitata nel- e servizi (meno su
Roma i migranti transila cacciata, ad esempio, di legalità e sgomberi) tanti. «Noi», dice Fassina,
Ignazio Marino che come Raggi ha usato pure
«abbiamo invece pagaGiachetti si professava (ed parole di sinistra.
to proprio la difficoltà di
era) indipendente dal Pd. E poi c’è il nome
andare nelle periferie a
Dai vertici nazionali e lo- di Paolo Berdini:
spiegare che la colpa disacali del Pd, Marino, è stato che tentazione!
gio è dell’urbanizzazione
cacciato: senza bisogno di
selvaggia, non certo degli
un contratto, senza consultazioni della immigrati che vanno accolti con dignibase, ma con una lunga ed estenuante tà». Non è certo noto per le sue posiziocampagna stampa e con un susseguirsi ni sul sociale, il Movimento 5 stelle, che
di dichiarazioni di autorevoli esponenti anzi raccoglie - e ha alimentato - molti
nazionali, premier compreso, che ricor- dei frutti della lotta tra poveri. Però. Però
dano, per certi versi, quelle che il Movi- nel corso della campagna elettorale
mento sta riservando a Federico Pizza- Raggi ha espresso alcune posizioni che
rotti, sindaco di Parma.
possiamo tranquillamente definire di siDi Virginia Raggi si dice poi che non sia nistra. In particolare si è detta contraria
di sinistra. È vero: ho passato del tempo alla privatizzazione di Atac e favorevole
con lei, e sono convinto che non sia una a una nuova gestione, più pubblica, di
donna di sinistra e neanche progressista. Acea. Su questo c’è un’intervista a il maSotto lo strato del giustizialismo, della nifesto che sta girando molto tra i mili-
ROMA CON MILLE E MILLE DUBBI,
PERÒ VOTARE VIRGINIA RAGGI
NON È DA FASCIO-LEGHISTI
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tanti di sinistra. Raggi aveva sicuramente
ben chiaro del pubblico a cui sarebbero
arrivate quelle parole, che però sono parole imporanti: «Non faccio analisi comparative con gli altri candidati, ma ascoltando le proposte di Fassina ho visto che
ci sono diversi punti in comune, come
l’impegno affinché Atac resti pubblica
o la difesa dell’acqua come bene comune. E ancora: la difesa dei nidi pubblici,
il diritto all’abitare». E poi: «Se qualcuno
tifa per la privatizzazione selvaggia non
voti M5S». Sono parole importanti, soprattutto se lette insieme ai primi nomi
trapelati per la giunta: i lettori di Left conoscono bene Paolo Berdini, urbanista
della scuola Cederna, Insolera, nemico
giurato di Caltagiorne e compagnia. Per
l’urbanistica Giachetti chiamerebbe invece Lorenza Baroncelli, giovane, moderna, elegante sì, ma della scuola Boeri,
con esperienza sul masterplan di Expo.
Anche la posizione sulle Olimpiadi (seppur meno netta: Di Maio qualche mese
fa si diceva favorevole) è interessante: a
Roma non servono grandi opere ma ricuciture. Con mille dubbi, insomma, ma
la tentazione è forte. E per chi cede, noi
non crediamo nei peccati.
Luca Sappino
IN BREVE
Nei Comuni con più
di 15mila abitanti,
se nessun candidato
conquista la maggioranza al primo turno,
al secondo si sfidano i
primi due classificati.
Nonostante il risultato
di Giorgia Meloni («Ho
sostenuto Marchini per
fermare Giorgia», ha
confessato Alessandra
Mussolini, «ho fatto
una kamikazzata!»), a
Roma si sfidano Raggi
e Giachetti (in foto qui
sopra). A Torino ci sono
Fassino e Appendino,
con lo stesso schema
Pd vs 5 stelle.
A Napoli ci sono invece
De Magistris e Lettieri,
con il Pd per la seconda volta fuori dai giochi.
A Bologna è la Lega
che fa faticare il Pd di
Merola. A Milano c’è
invece la sfida Sala-Parisi. Con il candidato di
centrodestra insidiosissimo, che ha incassato
anche il sostegno di
Dario Fo, che pur di
dare una spallata a Renzi.(e al modello Expo)
sorvola sulla vicinanza
di Maroni.
C
omunque vada a Milano ha vinto la tenerezza. La tenerezza di vedere la centrodestrorsità di un candidato come Beppe Sala
(formalmente di centrosinistra), tutto numeri
manageriali e bilanci d’artificio, che si finge improvvisamente sinistro e radicale per racimolare
i voti che servono per sconfiggere il candidato di
centrodestra al ballottaggio milanese. Il «rigore a
porta vuota» (aveva detto così Renzi della candidatura di Sala a Milano, con la solita sicumera che
ultimamente non sembra portare troppa fortuna) in realtà si è stampato sul palo e, nonostante
la simulata euforia, a Milano ora il Pd (e i resti di
Sel che hanno deciso di rimanere nell’impotabile coalizione) hanno paura di perdere. Eccome.
Ecco perché anche a Milano si comincia con la
solita tiritera del «non fare vincere la destra», delle differenze a sinistra che «non sono sostanziali»
e tutto quel solito brodo che ci ha portato fin qui.
Come? Sono anni ormai che per non fare vincere la destra a sinistra si continua ad accettare il
meno peggio, finendo per fare
del Pd un partito di centrodestra: Bisognerebbe avere
tura giunta di Emma Bonino (per
la favoletta del tener conto delle il coraggio
i rapporti con l’estero), Linus (sì,
realtà locali è stata già punita dal di decidere
proprio lui, quello della radio) e
voto quando una settimana fa a se la politica del
Umberto Ambrosoli (capogrupMilano s’è dovuto prendere atto Pd sia davvero così
po dell’opposizione a Maroni in
del fatto che l’esperienza Pisapia differente da quella
Regione Lombardia, con il nodo
(meglio: la speranza che aveva degli orchi sventolati
del doppio ruolo).
acceso l’esperienze Pisapia) non per spaventarci
Ma la domanda è la solita: «E
ha trovato il suo naturale sbocco
quindi che si fa, si vota Parisi con
nella candidatura di Beppe Sala e al di là dei nu- Maroni, Salvini e berlusconiani?». E qui, forse,
meri l’aria che si respira in città è ben lontana dal bisognerebbe avere il coraggio di decidere se
fiume di gente che accompagnò la rivoluzione la politica del Pd sia davvero così differente da
arancione, festeggiando in piazza Duomo sotto quella degli orchi sventolati per spaventarci: sul
un beneaugurante arcobaleno. Il crollo di con- tema della giustizia e del lavoro questo Pd ha
sensi del Partito democratico pesa e, soprattutto coronato i sogni berlusconiani, sul tema della
alla luce di una campagna elettorale che ha potu- scuola e delle privatizzazioni il passo del cento sfruttare l’onda lunga di Expo e della sua nar- trosinistra a governo non sembra così distante
razione epica, preoccupa il comitato elettorale di dalla gestione lombarda di Roberto Maroni; «e
Beppe Sala che, infatti, ha provato a smuovere gli Salvini?» è di solito l’ultima disperata domanda.
ultimi giorni di campagna elettorale con qualche Ma che differenza c’è tra il turpiloquio xenofobo
annuncio a sorpresa: prima il nome di Gherardo di Salvini e l’arroganza costituzionale della BoColombo per presiedere un nuovo Comitato per schi? Un pregiudizio, certo. Ma che sembra non
la Legalità (pur essendo i poteri di un sindaco ben bastare più.
Giulio Cavalli
ristretti sull’argomento) e poi con i nomi nella fu18 giugno 2016
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© Mourad Balti Touati/Ansa
© Giorgio Onorati/Ansa
MILANO CHIUNQUE VINCA AVRÀ
UN MANAGER DI CENTRODESTRA
© Alessandro Di Marco/Ansa
TORINO C’È UN CENTRO STORICO BELLO CHE SI
OFFRE AI TURISTI, MA ANCHE UNA CITTÀ POVERA,
DAL FUTURO INCERTO CHE CHIEDE IL SUO SINDACO
glienza dei turisti, che è stata accompagnata dagli ultimi sindaci, in particolare da Chiamparino.
Oggi Torino si mostra divisa, non una ma due
città. Nell’altra vivono i working poor, persone
che tra fabbrica e cassa integrazione riescono a
stento a sfamare la famiglia, vivono tanti giovani
che hanno il precariato come solo orizzonte, e
poi i disoccupati, i poveri. Basta sentire la Caritas che questo mondo conosce, basta uscire dal
centro, parlare con i ragazzi, non quelli più fortunati che lavorano a Milano e tornano la sera a
Torino perché costa meno ed è più vivibile, ma
gli altri di borgo Dora, borgo Susa. A questa Torino il sindaco dovrebbe parlare. Appendino ha
provato a farlo, Piero Fassino, invece, è rimasto
legato alla narrazione renziana, all’ottimismo
mediatico che spera di cambiare la realtà nascondendone gli aspetti più inquietanti.
Ho visto Torino cambiare più volte. Ricordo
la città fabbrica del dopo Valletta, la città dei
neo operai che venivano dal Sud con la valigia
di cartone e intorno pregiudizi
onosco Piero Fassino da Nel confronto tv
e ostilità. La sinistra, il Partito
tempo, è una persona per- Fassino ha accusato
comunista, la Cgil dell’epoca
bene e credo che sia stato Appendino di essere
vivevano un tempo durissimo.
un buon sindaco. Non mi è pia- No Tav. Ma è la Tav
Eppure seppero, con i Quaderni
ciuto, però, nel confronto con il futuro di Torino o
Rossi, con le intuizioni di sindaAppendino perché ha suonato il il dialogo con l’altra
calisti come Trentin, con la culsolito spartito: noi del Pd gover- città, quella dei
tura dei Pugno, seguire il procesniamo, loro i 5 stelle sanno solo precari e dei poveri?
so di cambiamento. Bentinteso,
dire No. «Quando Torino ha perquando le lotte ripresero, alla
so il rango di Capitale del regno - ha detto - si fine dei 60, la classe operaia era un’altra: ex conè inventata il traforo del Frejus. Ha reagito con tadina con qualche tendenza luddista, più Fim
una proposta, la mia avversaria invece è contro che Fiom, Torino era diversa, ma le due città rela Tav. Sa solo opporsi». Dunque non può fare gli starono unite. Ricordo la prima sindacatura Nointeressi della città.
velli. La Stampa si occupava di cacciare le proRiprendo il suo esempio: nel 1864 arrivava in stitute dal centro, Novelli di integrare nella sua
Italia la rivoluzione industriale. Nascevano i pri- città i nuovi protagonisti venuti dal Sud. Forse
mi birrifici, le fabbriche di dolciumi, ma anche Fassino è arrivato troppo tardi. Forse quando
le Officine Savigliano, la Ceat e, sul finire del se- lui, come Livia Turco, come Cesare Damiano,
colo, la Fiat. Non il traforo ferroviario del Frejus furono cooptati da un Pci che aveva perso i quache richiama la Tav, ma una trasformazione del- dri storici, il passaggio del testimone funzionala composizione di classe. Questo avvenne, caro va meno. Forse la seconda Torino deve passare
Fassino. Oggi, semmai, sembra esaurita la forza per una rottura di continuità se la sinistra non sa
propulsiva della rinascita del centro città, del ri- parlarle che di Tav. Forse darei una chance alla
Corradino Mineo
lancio dei musei, della ristorazione e dell’acco- Appendino.
C
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NAPOLI NON SI INTERROMPE UNA RIVOLUZIONE,
PURE IMPERFETTA E CON LE SUE CONTRADDIZIONI.
PERCIÒ DE MAGISTRIS MERITA LA RICONFERMA
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© Ansa
«Q
uante Napoli conosci tu? Ce ne stanno
cento», diceva un vecchio intellettuale
partenopeo. I napoletani sanno bene
che “le città nella città” non consentono semplificazioni. La Napul ‘e mille culure, come cantava Pino
Daniele, non la leggi con un unico paio di occhiali,
men che meno se quegli occhiali te li dà un partito o
un editore con interessi in città. Servono lenti nuove per giudicare lo «zapatismo in salsa partenopea»
di Luigi de Magistris, che altrimenti può sembrare sì
un arruffapopolo che ha «plebeizzato la città», e per
capire che il suo quinquennio - tutt’altro che privo
di contraddizioni - è un laboratorio di “discontinuità” rispetto a un passato, e in alcuni casi un presente, di clientele e controllo del territorio consolidati
anche con l’appoggio dei clan.
Guardando alla geografia del voto al primo turno,
anzi, si vede che De Magistris non ha avuto soltanto il sostegno della “plebe”: in prevalenza ha preso
voti nei quartieri alti, dal Vomero a Chiaia. Insomma, il sindaco che - parole di Roberto Saviano - ha
strappato l’appoggio «agli ultimi
residuali centri sociali», in realtà Una tale saldatura
sono alcune storie a suggerire che
ha ricevuto il sostegno soprattuto tra movimenti
vale la pena non interrompere
della “Napoli bene”. Ci è riuscito e borghesia non
l’esperienza del sindaco ex aranperché ha rappresentato le istanze si vedeva dal G8
cione. Un’Accademia di Belle Arti
dei movimenti - sull’acqua pub- di Genova. Merito di
tornata fucina di artisti impegnablica e con la gestione comune una politica rispettosa ti a trasformare il tessuto urbano,
dell’ex Asilo Filangieri, ad esempio delle esperienze
le esperienze di gestione dei beni
- senza “spaventare” la borghesia, di autogoverno
confiscati, i percorsi turistici in
della quale peraltro è espressione.
quartieri belli e malfamati, la riPer inciso, le fasce più abbienti non hanno soltan- scoperta del “Lungomare liberato”. Ma il merito di
to apprezzato il sindaco «che non ruba» e rivendi- De Magistris è soprattutto quello di aver saputo rica di aver interrotto la cinghia di trasmissione tra conoscere le energie disinteressate che si mettevapubblica amministrazione e criminalità; hanno no in moto “a prescindere” dalla volontà della sua
valutato positivamente i cambiamenti promossi o, amministrazione. Lo avrà fatto anche per ricavarin altri casi, portati a termini dall’amministrazio- ne consensi elettorali, ma la logica stavolta non è
ne. Una saldatura tra classi sociali e istanze poli- stata quella del voto di scambio. Non ha mortificatiche così diverse, dicono alcuni osservatori, si era to gli esperimenti di autogestione e autogoverno.
vista soltanto ai tempi del G8 di Genova (dove non A differenza di altri sindaci e candidati in giro per
a caso è stata soffocata sul nascere).
l’Italia, Luigi de Magistris ha sostenuto, ad esemRimangono i dubbi sulla gestione del debito e pio, che è legittimo e meritorio prendersi cura di
tanti altri capitoli (mobilità, vivibilità, attenzione spazi abbandonati e restituirli alla collettività. Già
all’infanzia) necessitano di interventi più decisi. questo, almeno per chi legge la realtà con le lenti
Ma più che i dati - e senza addentrarci nell’ana- del nuovo paradigma, vale la riconferma.
Raffaele Lupoli
lisi delle conseguenze di una vittoria di Lettieri -,
COME LIBERARE I SINDACI
DAI RICATTI DI BOSCHI E RENZI
I Fondi europei oggi sono distribuiti dalle Regioni,
ma da Berlino arriva un modello diverso. Che dà più responsabilità
agli amministratori e li libera dalle minacce elettorali del governo
Q
uanti soldi il Governo Renzi darà a
Roma? Saranno gli stessi, nel caso dovesse vincere Virginia Raggi e nel caso
vincesse invece Giachetti? L’opinione
corrente è che, con Roberto Giachetti sindaco, Roma otterrebbe da Renzi più fondi.
Analogamente Giuseppe Sala (rispetto a Parisi)
si immagina potrebbe ottenere dal governo più
fondi per Milano. E non si tratta di fidarsi poco.
È il Ministro Boschi, intervistata da Maria Latella
su SkyTg24, ad aver detto: «Se vince Appendino,
Torino perde 250 milioni stanziati dal governo
per creare il Parco della Salute», spiegando poi
che li perderebbe non per scelta del governo ma
per colpa di Appendino, che però ha smentito di
esser contraria al progetto, ma di volerlo realizzare senza l’ingresso dei privati. Persino a Napoli
potrebbe giocare il Patto del Nazareno e Lettieri
(rispetto a De Magistris) ottenere dal governo più
risorse per la città. Ad esempio su Bagnoli. Ma
non è detto che il destino delle città debba esser
per forza quello di sperare in un buon rapporto
con il governo centrale. La questione delle risorse ai comuni si lega alla gestione dei Fondi Ue. Il
sindaco di Roma, ad esempio, potrebbe ispirarsi
a Berlino: la capitale tedesca gestisce direttamente i fondi europei e programma il suo sviluppo;
questo dovrebbe chiedere il sindaco romano prima di pensare alle Olimpiadi. Stessa ambizione
dovrebbero avere Napoli, Milano e Torino.
Tutti i candidati promettono che useranno bene
i Fondi Ue per rilanciare le economie locali. Purtroppo però molti candidati, non conoscendo
bene la questione, dichiarano: «Chiederemo i
28
Fondi Europei a Bruxelles!». Chi chiede i fondi Ue
a Bruxelles non centra però il bersaglio, perché
Bruxelles ne gestisce la parte minore. Esistono
due tipi di fondi europei: quelli a gestione diretta
della Commissione Europea e quelli a gestione
indiretta, che sono programmati dai ministeri
tramite i Programmi operativi nazionali (i Pon)
e dalle Regioni tramite i Programmi operativi regionali (i Por). L’Italia, per il ciclo 2014-2020, ha
42 miliardi europei da gestire, più la quota di cofinanziamento nazionale. Poiché la maggior parte
dei soldi Ue è programmata da regioni e ministeri, dunque, i quattro sindaci dovrebbero gestirne
direttamente una quota, in proporzione alla popolazione delle loro città. Questa dovrebbe esser
la richiesta.
Per il 2014-2020, la Regione Lazio, ad esempio,
gestisce direttamente due miliardi e 595 milioni
di euro: 902 milioni del programma cofinanziato
dal Fondo sociale europeo, 913 milioni del Fondo europeo di sviluppo regionale, e 780 milioni
dal Fondo europeo agricolo di sviluppo rurale. I
romani sono 2 milioni e 872mila, cioè il 48,7 per
cento dei 5 milioni e 891mila cittadini laziali. Pro
quota abitanti a Roma spetterebbe un miliardo
e 265 milioni. Si potrebbe obiettare che Berlino
fa Land (Regione) a sé. Tuttavia, come previsto
dai regolamenti Ue, il sindaco di Roma potrebbe concordare con la Regione Lazio la nomina
di Roma a “organismo intermedio”: Roma diverrebbe centro autonomo di programmazione
e gestirebbe direttamente i tre fondi. Ciò è peraltro già avvenuto per il solo Fondo sociale: nel
ciclo 2007-2013 la Regione Lazio ha nominato le
18 giugno 2016
© Giuseppe Lami/Ansa
di Andrea Del Monaco*
I NUMERI
La Regione Lazio riceve
dall’Europa 2 miliardi e 595
milioni. Se si applicasse il
principio di una distribuzione
pro capite, a Roma spetterebbe circa 1 miliardo e
265 milioni.
Alla Regione Campania per
il programma 2014-2020
andranno invece quasi 6
miliardi e 787 milioni. Sempre
dividendo la spesa secondo
il numero di abitanti a Napoli
si potrebbe affidare 1 miliardo e 126 milioni.
La più popolosa Lombardia,
sempre per questi sei anni,
ha 3 miliardi e 98 milioni di
euro. A Milano spetterebbero 416 milioni di euro da
investire in autonomia.
A Torino invece andrebbero
589 milioni, dividendo i 2
miliardi e 931 milioni assegnati alla Regione Piemonte.
Berlino, che è un Lande,
ha una sua banca e gestisce
direttamente i fondi
europei. Assegnare
le risorse ai sindaci si può,
lo dice l’Europa. E nel Lazio
è anche già stato fatto
cinque province laziali “organismo
intermedio” e queste hanno gestito autonomamente la loro quota di
soldi. Roma potrebbe così ristrutturare le scuole direttamente e non
aspettare dalla Regione un bando
per la ristrutturazione.
Ma c’è altro che Roma potrebbe imparare da Berlino. Lì è la l’Investition bank Berlin,
banca di proprietà pubblica del Land di Berlino,
che gestisce direttamente i fondi europei: la Ibb
promuove lo sviluppo erogando soldi europei
alle aziende che investono a Berlino. Anche per
gli elettori sarebbe tutto più semplice: nel caso
il sindaco, dotato di questo nuovo potere, spendesse poco e male i Fondi Ue, la responsabilità
sarebbe soltanto sua. E si saprebbe anche con
certezza quante risorse europee arrivano in città,
dato oggi difficile da ricostruire.
Dati simili a quelli di Roma li avremmo nelle altre
grandi città. Vediamo la Campania: per il 20142020 gestisce direttamente sei miliardi e 786 milioni: 837 milioni del programma Fse, quattro miliardi e 113 milioni del programma Fesr, e un miliardo
e 836 milioni del piano Feasr. I napoletani sono
974 mila, il 16,59 per cento dei quasi sei milioni di
cittadini campani. Se i fondi venissero assegnati secondo il numero di abitanti, quindi, a Napoli
spetterebbero un miliardo e 125 milioni di euro.
Qualora Napoli gestisse direttamente questi fondi,
il sindaco non potrebbe più addebitare al Presidente De Luca la lentezza nel trasferire le risorse.
Per Milano il discorso è lo stesso. La Lombardia,
per il 2014-2020, ha tre miliardi e 98 milioni: 970
milioni di programma Fse, 970 milioni di programma Fesr, e un miliardo e 158 milioni di Feasr.
I milanesi sono un milione e 345mila, il 13,44 per
cento dei 10 milioni di cittadini lombardi. A Milano
andrebbero dunque 416 milioni. Se Stefano Parisi
fosse eletto sindaco probabilmente il Presidente
lombardo Maroni concederebbe a Milano la gestione diretta di 416 milioni. Infine il Piemonte: per
il 2014-2020, avrà poco meno di tre miliardi, due
miliardi e 931 milioni: 872,2 milioni di programma
Fse, 965 milioni di programma Fesr, e un miliardo e
93 milioni di Feasr. I torinesi sono 890 mila, il 20,11
per cento rispetto ai quasi quattro milioni e mezzo
di cittadini piemontesi. A Torino spetterebbero 589
milioni. Chiara Appendino vuole destinare 5 milioni per l’assunzione di giovani nelle piccole imprese
torinesi? Potrebbe fare di più.
*Esperto di Fondi europei
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PABLO E ALBERTO,
LA SFIDA DEL SORPASSO E DEL GOVERNO
La Spagna torna al voto il 26 giugno e l’unica novità rispetto
alle elezioni “inconcludenti” dello scorso dicembre è l’alleanza a sinistra
tra Podemos e Izquierda unida. Il confronto tra le forze in campo
di Mariangela Paone - da Madrid
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Madrid, 9 giugno. Il candidato primo
ministro Pablo Iglesias con l’alleato
Alberto Garzòn, leader di Izquierda
unida, all’apertura della campagna
elettorale di Unidos Podemos
© Mariscal/Epa Ansa
ceva Sofia, assistente sociale di 37 anni, mentre
poche settimane fa tornava al chilometro zero di
Madrid per celebrare i cinque anni dal 15M, quel
15 maggio 2011 in cui iniziarono le proteste.
Bisogna tornare lì, nelle ragioni di quella piazza, per capire che cosa è cambiato per dare a
un partito nato solo due anni fa un posto così
centrale. Oggi Podemos fa ombra ai socialisti del
Psoe, la formazione che per più a lungo ha governato dal ritorno della democracia a oggi. Tanto che si parla di nuova Transizione, dopo quella
che segnò la fine della dittatura franchista.
Podemos sarà, secondo i sondaggi, la seconda forza politica nelle elezioni del 26 giugno,
sei mesi dopo l’inconcludente risultato del 20
dicembre, quando il crollo del bipartitismo ha
impedito la formazione del governo in un Paese
abituato a maggioranze assolute e patti di legislatura stabili, dove la necessità di coalizioni si
vive come il rischio di “italianizzazione”. Se Sofia, come molti altri nella piazza, dice che il 15M
non è Podemos e che Podemos non è il 15M, tutti riconoscono che la richiesta di rappresentatività di quel movimento si è cristallizzata a livello
politico nella formazione guidata da Pablo Iglesias, nonostante la resistenza di una sua parte a
passare dalle assemblee alle istituzioni.
Podemos fa ombra ai socialisti,
che hanno governato più a lungo
dal ritorno della democrazia. Tanto
che si parla di nuova Transizione
S
i leggeva sui cartelli, lo gridavano le persone. No nos representan, non ci rappresentano. Era lo slogan con cui in migliaia
riempirono Puerta del Sol, il chilometro
zero di Madrid, dando inizio a una protesta destinata a cambiare le regole del gioco
della politica spagnola. Per settimane si susseguirono manifestazioni e assemblee per ridisegnare, dicevano gli indignados, una democrazia
anchilosata. Ma nessuno aveva previsto che da
quel movimento spontaneo sarebbe arrivato
uno scossone così forte da far saltare il bipartitismo che per 40 anni aveva governato la Spagna.
«È cambiato tutto. Avevamo un sistema politico
totalmente corrotto e nessuno faceva niente. La
gente scese in piazza, iniziò a costruire il potere
popolare che oggi si vede riflesso in partiti come
Podemos. Il sistema bipartitico è esploso», di-
«C’era una parte dell’elettorato che non si sentiva rappresentata dalle forze tradizionali. Credo che Podemos ha commesso molti errori ma
sono stati capaci di dare un’organizzare a tutto
questo», commenta il politologo Pepe Fernández Albertos, che spiega una parte del successo
del partito viola con la prossimità: «L’enfasi sul
fatto che i rappresentanti siano vicini, questo
vincolo tra rappresentante e rappresentati. In
un momento in cui si viveva la distanza totale
tra decisori politici ed economici e quello che
succedeva in strada, Podemos ha saputo interpretare questa esigenza».
Il sogno dell’unità della sinistra
«Quello che è cambiato è che ora abbiamo 69 deputati», diceva Enrique Soriano García, ingegnere
in pensione che insieme al suo amico Paco è tor-
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nato lo scorso 15 maggio alla Puerta del Sol. Non
solo per la ricorrenza ma anche per celebrare l’accordo siglato da Podemos e Izquierda unida (Iu),
la coalizione della sinistra storica. «Quarant’anni
fa eravamo dirigenti della Gioventù comunista e
per 40 anni i comunisti non sono andati oltre il
10%. Era ora che ci fosse questo accordo. Da soli
non potevamo trasformare niente. C’è bisogno di
Podemos e di moltre altre persone, e tra queste
c’è Alberto Garzón». L’immagine del segretario di
Izquierda unida Garzón e di Pablo Iglesias insieme sul palco è la fotografia che marca la grande
differenza tra le elezioni del 26 giugno e quelle di
dicembre. Un’unione che per una parte dell’elettorato è il sogno dell’unità della sinistra e per
un’altra l’escamotage di Podemos per avanzare
nell’obiettivo dichiarato di superare i socialisti. In
Spagna lo chiamano il “sorpasso”, usando la parola italiana, ricordando il tentativo di Berlinguer
nelle elezioni del 1976 quando il Pci prese solo il
4% meno della Dc, e riecheggiando la campagna
che agli inizi degli anni Novanta fece il leader di Iu
Julio Anguita, sognando di strappare al Psoe l’egemonia della sinistra.
Il sorpasso questa volta sembra possibile. L’ultima conferma è arrivata pochi giorni fa dai dati
del macrosondaggio del Centro di investigazione
sociologica, l’istituto pubblico di indagine: il Pp è
il primo partito con il 29,2% dei voti, l’asse Podemos-Iu è al secondo posto con il 25,6 e a seguire
ci sono il Psoe al 21,2 e i centristi di Ciudadanos al
14,6. L’entità del sorpasso consentirebbe a Unidos
Podemos non solo di superare i socialisti in voti
ma anche in seggi. Un risultato che si deve proprio all’allenza con Izquierda unida, che permette
a entrambe le formazioni di dribblare le penalizzazioni della legge elettorale nei confronti dei partiti più piccoli. Ed è questo l’unico “movimento”
che sembra far cambiare il risultato del 20 dicembre, perché per il resto, nonostante le strategie e
i mesi di trattative fallite, la fotografia del voto è
quasi invariata. Sul risultato peseranno il dato di
partecipazione e gli indecisi, che superano il 30%.
«Un’affluenza più bassa penalizzerebbe probabilmente il Psoe e premierebbe Ciudadanos e Pp»,
sostiene l’esperto di sondaggi Kiko Llaneras.
La battaglia delle idee
La lotta all’ultimo voto nella lunghissima campagna elettorale in cui il Paese è immerso dal novembre scorso, si gioca anche con la cosiddetta
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batalla por el relato, la battaglia del racconto, lo
scontro tra le diverse narrazioni di quest’ultima
legislatura. «Il Pp racconta che i casi di corruzione che lo riguardano (compreso uno per finanziamento illecito, ndr) dipendono dal fatto che
hanno governato; che sono il partito dell’ordine e
della stabilità, che sappiamo che potremmo stare
peggio, come la Grecia. Ed è un discorso che ha
moltissima forza, tenuto conto che nonostante
la crisi e l’impopolarità
del premier Mariano Un militante ex comunista: «Era ora
Rajoy, il Pp continua a che ci fosse un accordo. C’è bisogno
essere il primo partito, di Podemos e di molte altre persone,
perché soddisfa la do- e tra queste c’è Alberto Garzón»
manda di stabilità di
una parte dell’elettorato. Dall’altra parte Podemos
cerca di usare un messaggio di rottura, con gente
pulita, giovane e nuova che purifichi le istituzioni.
Per i partiti che stanno nel mezzo è più difficile»,
IN BREVE
spiega Fernández Albertos.
Se per Podemos quella del Pp è stata la legislatura
Dal movimento degli
dell’austerità, dei tagli all’educazione e alla sanità,
indignados (la foto in
della nuova legge di sicurezza - che i critici hanalto a destra ritrae una
no ribattezzato ley mordaza, legge bavaglio, per
manifestazione contro
le restrizioni alla libertà di protesta e di informale privatizzazioni a
zione -, per i conservatori sono stati gli anni del
settembre 2011), nato
“recupero” in economia, dell’uscita dall’incubo
cinque anni fa con le
della crisi che ha risvegliato gli spagnoli dal sogno
manifestazioni davanti
del decennio d’oro (in cui il “sorpasso” era quela Puerta del Sol e in
lo da fare all’economia italiana). Tanto cerca di
tutta la Spagna, è nato
essere convincente il Pp, che nel suo programma
il movimento politico
elettorale non prevede grandi cambi nella gestiodi Podemos. Nel 2014
ne dell’economia, salvo la promessa di una ridula formazione di Pablo
zione delle tasse. L’annuncio però si scontra con
Iglesias ha affrontato
le richieste di Bruxelles che, dopo lo sforamento
la sua prima sfida
delle previsioni di deficit, vuole tagli per 8 miliardi
elettorale eleggendo
e minaccia di multare la Spagna, salvo poi rimancinque eurodeputati.
dare la decisione a dopo le elezioni. E si scontra
Dopo il nulla di fatto
anche con un’altra promessa, quella che lo stesso
seguito alle elezioni
Rajoy ha fatto qualche settimana fa in una lettera
al presidente della Commissione europea in cui dello scorso dicembre,
con il socialista Pedro
diceva di essere disposto, in caso di riconferma,
Sánchez (qui a destra)
ad adottare nuove misure di riduzione del deficit.
che non è riuscito a
«Abbiamo un debito pubblico del 100%, il più
formare un governo, il
alto d’Europa (dopo quello della Grecia) e l’anno
26 giugno si torna al
prossimo va ridotto fino al 2,5%, secondo la Banvoto. L’alleanza Podeca centrale europea. E visto che quest’anno non
mos-Izquierda unida
si ridurrà, tutti i tagli bisognerà farli l’anno prossi(Unidos Podemos)
mo. Chiunque arrivi al governo dovrà aumentare
potrebbe ottenere più
le tasse e tagliare qualcosa», sostiene l’economiseggi dei socialisti.
sta José Carlos Diez, secondo il quale la ripresa è
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arrivata, visto che la Spagna cresce a tassi doppi
rispetto al resto dell’Eurozona. «La ripresa c’è e
aumenta l’occupazione. Ma il problema è che
non è sufficiente», aggiunge Diez, critico con
la gestione di Rajoy ma anche con le proposte
economiche di Podemos, che prevedono un aumento di spesa pubblica di 60 miliardi. «Parlare
di una riduzione delle tasse non sembra molto
ragionevole, e dall’altra parte Podemos dice che
aumenterà la spesa pubblica per svariati miliardi... Ma siamo in epoca elettorale, una fase in cui
si dice qualsiasi cosa», commenta José García
Montalvo, docente di Economia all’Università di
Barcellona Pompeu Fabra.
Oggetto di scontro anche il mercato del lavoro,
in un Paese che, otto anni dopo l’inizio della crisi, continua ad avere un tasso di disoccupazione
superiore al 20% e la percentuale di contrattazione temporanea più bassa dell’Eurozona. Mentre
il Pp difende la riforma approvata nel 2012 - che
tra le altre cose riduce gli indennizzi per licenziamento e pone un limite alla proroga dei contratti temporanei -, Podemos-Iu e il Psoe vogliono abrogarla. «Ma se è per tornare a quello che
avevamo prima questo non aiuta, perché si per-
Se il Psoe arriva terzo, o è irrilevante
perché Pp e Ciudadanos ottengono
la maggioranza, o dovrà scegliere tra
un governo del Pp o uno con Iglesias
© Luca Piergiovanni,Emilio Naranjo, Javier Lizon/Epa Ansa
sero tre milioni di posti di lavoro in meno di due
anni», dice Montalvo, che non trova nessuno dei
programmi economici pienamente convincente.
Socialisti al bivio
In un contesto pieno di incognite, la posizione
più difficile è sicuramente quella dei socialisti.
«Se il Psoe arriva terzo - spiega Llaneras - ci
sono sue scenari: uno è che sia irrilevante perché Pp e Ciudadanos ottengono la maggioranza, l’altro è che debba scegliere tra sostenere un
governo del Pp o uno con Pablo Iglesias come
presidente. È l’opzione che nessuno vuole nel
partito». Sottrarsi all’accordo con Podemos-Iu
significherà subire l’accusa di aver ridato il governo ai conservatori; allearsi con Unidos Podemos significa accettare un ruolo subalterno
che i baroni del partito che ha governato per
oltre la metà dei 40 anni di democrazia difficilmente accetteranno.
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E SE IN SPAGNA VINCESSE PODEMOS?
ECCO L’EUROPA VISTA DA MADRID
A pochi giorni dalle elezioni spagnole del 26 giugno, Lorenzo Marsili di European
Alternatives incontra Jorge Moruno di Podemos. Per parlare di Europa
e della possibilità di costruire una rete transnazionale delle città ribelli
M
CHI È
Jorge Moruno, 33 anni,
madrileno, sociologo,
lavora presso l’Università Aperta della
Catalogna. È il responsabile Documentación,
argumentación, discurso
di Podemos, ovvero
l’uomo che scrive ciò
che siamo abituati ad
ascoltare dalla voce di
Pablo Iglesias. Scrive
su scritto su vari media
come Diagonal, La
Directa, El Confidencial,
El Diario e Público, dove
ha il blog “La rivolta dei
neuroni”. Attualmente
lavora al libro La fabbrica dell’imprenditore.
Servitù e la sovversione
del settore in tutto il
mondo per Akal editore.
oruno, negli ultimi due anni la Spagna
è stata fonte di ispirazione per i movimenti di tutta Europa. Tuttavia, se la
Spagna è molto presente nei dibattiti
europei, l’Europa appare assente nei
dibattiti spagnoli. Sei d’accordo?
In Spagna, di solito, l’Europa è percepita come una
sorta di agente esterno, cristallizzato nelle figure di
Merkel, Troika e politiche di austerità. L’Europa appare come la fonte di titoli quali “Bruxelles chiede
nuovi tagli”, o di notizie come Brexit, incitamento
all’odio, il dramma eterno dei rifugiati e degli immigrati nel Mediterraneo. L’Europa viene percepita
dalla televisione o sotto forma di tagli ma, in assenza di strumenti di cittadinanza, non come spazio
di intervento politico diretto. È vero, con l’arrivo di
Podemos i cittadini hanno potuto conoscere più
da vicino il Parlamento europeo e incontrare altre
forze europee, e questioni come il Tttip sono entrate all’ordine del giorno. E adesso, in questa campagna elettorale, l’Europa è all’ordine del giorno
dopo l’annuncio di Bruxelles alla Spagna: un altro
pacchetto di adeguamenti per 8 miliardi di euro.
Nel corso dell’ultimo anno abbiamo visto nascere
una serie di movimenti. Come DiEM25, fondato
da Yanis Varoufakis, che mira alla democratizzazione dell’Unione Europea. O come il PlanB, che
in un primo momento è apparso più aperto alla
possibilità di riformare l’Europa e sembrava flirtare con un ritorno alle monete nazionali. Qual è
la visione del partito per cambiare l’Unione europea e cosa possono aspettarsi i movimenti europei da un governo Podemos?
L’Europa, in progressivo decadimento, va verso
la bancarotta politica. Abbiamo visto strangolare la Grecia mentre si cedeva al ricatto della City
di Londra, abbiamo visto “esternalizzare” le persone in Turchia in assenza di una politica estera
europea. Questa Europa è stata costruita come
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una “conchiglia giuridica” basata su automatismi
finanziari e confini disciplinari, senza un popolo
europeo. Così è intesa l’Unione delle élite tedesche, come una “comunità di stabilità di bilancio”.
Ma la questione non si può risolvere con un ritorno al passato, perché, soprattutto nel Sud, non c’è
alcuna possibilità di ritorno alla sovranità nazionale intesa come sinonimo di sovranità monetaria. Il problema dell’Ue è strutturale, rivendicare
l’Europa significa farlo su più livelli: vincendo nelle istituzioni dei singoli Paesi e tessendo alleanze
transnazionali intorno alla difesa dei valori europei del benessere e dei diritti umani. In questo
senso Podemos assume un impegno chiaramente
europeista, dove l’Europa è uno spazio di costruzione politica ed economica e dove, come sostiene
anche l’Ocse, c’è bisogno di modificare il patto di
stabilità e andare verso politiche di federalización
che pongano le persone prima della finanza.
Cosa intendi per federalización?
Per parlare di federalización è necessario partire
da un principio: la diversità lungi dall’essere un
ostacolo, rappresenta una forza. Lontano dall’omogeneizzazione dello spazio politico e culturale,
si tratta di ricercare formule capaci di conciliare
le differenze nell’uguaglianza. E, per rendere possibile ciò, è necessaria una struttura politica ed
economica diversa da quella attuale, in cui ogni
Stato membro si fa carico individualmente dei suoi
problemi e delle sue responsabilità nel rispettare
le norme finanziarie. In assenza di programmi comuni fiscali, questo modello si applica come una
regola morale generale, a prescindere dalla realtà
produttiva di ciascun Paese e dal suo posto nella
divisione europea del lavoro. Per avanzare verso
gli “Stati Uniti d’Europa”, abbiamo bisogno di una
banca centrale che, invece di soffocare l’economia
di chi sta male (Grecia) vada loro in soccorso come
fa la Federal Reserve. Bisogna mutualizzare il debi-
to, camminando verso una proprietà e una fiscalità
europea, e riordinando la divisione europea del lavoro. Solo con questi meccanismi si può raggiungere un risultato.
I partiti nazionali, chiaramente, svolgono un
ruolo importante nel tentativo di cambiare l’Europa. Sono in grado di organizzare e mobilitare il
consenso, e l’introduzione di governi insubordinati nel Consiglio europeo appare necessaria per
qualsiasi piano di riforma ambiziosa. Tuttavia, il
coordinamento transnazionale appare ancora
lontano. I partiti europei (Gue/Ngl) sono poco
più della somma dei singoli partiti nazionali,
senza un’identità transnazionale e un programma politico comune. Cosa pensi della possibilità di costruire una vera e propria forza politica
multi-livello in Europa, in grado di lavorare
simultaneamente a livello transnazionale, nazionale e locale? L’esperienza di interazione tra
Podemos e Barcelona en Comù, per esempio, ha
qualcosa da insegnarci?
Il caso che menzioni risponde a un tentativo di
costruzione multinazionale in Spagna. Credo che
questo sia possibile in gran parte perché si condivide lo stesso spazio politico - la stessa sensazione
di “comunità immaginata” direbbe Benedict Anderson - del conflitto. Il problema che dobbiamo
affrontare in Europa è più urgente di quanto non
sia complicato pensare. Partiamo da un divario tra
come vengono vissute le preoccupazioni, i dolori,
le paure e le speranze nei diversi Paesi. Noi viviamo
e pensiamo su scala nazionale quello che deriva
da una scala europea. La gente è scesa in piazza il
15 maggio, per una congiuntura tipica dell’agenda
spagnola, e il ciclo di lotte aperte in Francia risponde ai piani di adeguamento e riforme del lavoro applicati in Francia. Tuttavia, le relative motivazioni e
il dogma imposto sono gli stessi in tutti i Paesi: austerità, tagli, deperimento della società di fronte al
potere assoluto del capitalismo finanziario. Le lotte
prendono forma nel contesto nazionale, le loro ragioni sono di tipo europeo e i repertori di azione
collettiva sono globali. Questa conclusione deriva
da una prognosi negligente nella progettazione del
quadro politico dell’Ue. L’Europa oggi resta tale e
quale a come la definì l’ex presidente della Commissione europea, Jacques Delors, uno O.P.N.I un
oggetto politico non identificato. L’Europa pratica
una politica di ciclotimico (con ciclici e bruschi
cambi d’umore, ndr) perché mentre la Bce applica una politica espansiva per iniettare liquidità,
la Commissione europea impone una politica costrittiva per mezzo dei piani di adeguamento e tagli
infiniti conditi con riforme del lavoro che portano
a una sempre maggiore disuguaglianza. Ora, come
sempre, la domanda è: che fare?
Le città, con una nuova forma di municipalismo
partecipativo, sono tornate di moda. In Spagna,
ovviamente, e altrove. Come a Napoli, dove il
governo insubordinato di Luigi de Magistris ha
restituito il servizio idrico alla proprietà pubblica. Molti - da European Alternatives a DiEM25
- cominciano a sostenere la necessità di costruire una rete europea di città ribelli. Una rete in
grado di esercitare una pressione politica sui
governi nazionali e sulle istituzioni europee,
com’è stato fatto di recente a Barcellona, in occasione della riunione degli Enti Locali contro il
Ttip. Cosa ne pensi?
Le città ribelli hanno fatto un gran lavoro di visibilità per la crisi dei rifugiati e aperto un dibattito.
Sono l’ultimo argine nel tentativo di respingere
il pogrom neoliberista, ma anche se è necessario
non è sufficiente. Probabilmente non esiste una
sola risposta alla domanda che fare? E ciò significa che il cambiamento europeo avverrà per mano
di molteplici esperienze, cicli di lotta e correnti
sotterranee mescolate ai governi delle istituzioni;
lo dico con Guattari: un modo non esclusivo tra
L’antidoto non sta nei manuali di mutuo aiuto,
né nell’industria della motivazione. Il miglior
rimedio contro la povertà, l’ingiustizia, il fanatismo
e la solitudine è l’incontro collettivo, la politica
cambiamenti molari e trasformazioni molecolari. La svolta democratica delle placche tettoniche
europee sarà il risultato di un complesso groviglio
che produrrà una nuova soggettività. L’Europa
rischia una regressione autoritaria come conseguenza del dogma dell’austerità, incitando all’odio e seppellendo i diritti umani. Perciò l’Europa
ha urgente bisogno di reinventarsi sul solido fondamento della democrazia sociale. È necessario
un sentire europeo dei problemi e delle soluzioni,
incubando una proiezione collettiva che, indubbiamente, deve fare i conti con l’agenda europea.
L’antidoto non sta nei manuali di mutuo aiuto,
né nell’industria della motivazione, nel coaching
o nel ritiro di thanatos. Il miglior rimedio contro
la povertà, l’ingiustizia, il fanatismo e la solitudine è l’incontro collettivo, la politica. La politica
irrompe e si espande senza chiedere permesso.
La politica disobbedisce all’ordine costituito per
escludere dalla politica.
(traduzione di Tiziana Barillà)
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MALEK E GIULIO
FIGLI DELLA SPERANZA
L’avvocato dei diritti umani, Malek Adly, è in carcere nell’Egitto
di Regeni. La moglie denuncia: «È in isolamento, è stato picchiato.
La sua vita è in pericolo». Il processo comincerà il 14 giugno
di Michela AG Iaccarino
«I
servizi segreti egiziani hanno più
potere adesso che al tempo di Mubarak, non devono riferire a nessuno del loro operato, sono potentati
con armi e impunità, la Sicurezza
Nazionale è quella che ha più potere sul territorio delle altre agenzie, è fedele ad Al Sisi. Ma per
l’Egitto il peggio deve ancora venire. Ci sono
più anime nei servizi segreti e ognuna risponde
a un commander. C’è un potere temporale, uno
militare, uno indipendentista, un’agenzia lotta
contro l’altra e tutte circondano gli egiziani».
Parlava della morte di Giulio Regeni a Left, era
il 12 febbraio e Malek Adly, avvocato per i diritti
umani, dei sindacati e dei lavoratori, era ancora un uomo libero. Difendeva gli ultimi, Giulio
scriveva di loro. Se anche si sono conosciuti
poco, erano figli della stessa speranza. Per Malek a febbraio nella faida tra correnti e gruppi,
controcorrenti dei sottogruppi dell’esercito
egiziano c’erano le impronte del boia sul corpo
martoriato di Regeni. Quando il primo a essere incaricato delle indagini su Giulio fu Khaled Shalaby, procuratore di Giza, già accusato
di tortura, Malek disse nella stessa intervista:
«Non stupitevi, non c’è qualcuno con una reputazione pulita tra cui scegliere». Quando Giulio
è diventato fratello, non di sangue ma di destino, di tutti i giovani perseguitati d’Egitto, Malek
ha tentato di vedere il corpo dello studente che
lo aveva contattato e che aveva conosciuto per
la sua tesi. Il corpo di Giulio è un pezzo di carta dov’è stata annotata una diatriba letale. Una
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mappa del Cairo perché da un lato all’altro del
Cairo è stato trasferito senza vita, come un sacco carico di segreti e dispetti tra i servizi militari
e quelli civili. Adesso i vivi chiudono gli occhi
davanti all’orrore, ma i morti si aspettano che
almeno qualcuno li riapra.
C’è un secondo anonimo in questa storia e dice
che Giulio è stato seguito dal suo primo giorno
in Egitto. Nel documento dell’anonimo depositato a Berna si legge che il numero del dossier
su Giulio aperto dai servizi segreti egiziani è
333/01/2015: l’accusa è di spionaggio per conto
di Italia e Inghilterra, istigazione al sabotaggio
dello Stato e assassinare il presidente. Come ha
ricostruito Repubblica, c’è una squadra intera
assegnata al caso all’arrivo di Giulio al Cairo. È
accusato di voler «strumentalizzare l’immagine
e l’azione operaia», stava disponendo la «preparazione per creare disordini». Quando Giulio
entra in contatto con un membro dei socialisti
rivoluzionari di Giza, il gruppo Al Ishtirakyan al
Thawryun, un ragazzo di nome Whalid, giovane della piazza del 25 gennaio 2011, li seguono.
Whalid è un parente del generale Salah Hegazy
che si sta occupando di Regeni, viene allontanato e il nuovo investigatore assegnato si chiama Mohamed Shaarawi. Dunque le indagini
passano dai servizi della sicurezza nazionale a
quella militare. Il nuovo numero del caso Regeni è M.1/25,2009/? Sul trasferimento illegale del caso da un servizio all’altro pioveranno
lamentele via lettera al generale al Sisi, la lotta
18 giugno 2016
Roma, 12 giugno. Il murales
realizzato da Antonio Pronostico
al centro Communia durante
il Festival Letteraria. Accanto,
l’avvocato Malek Adly
LA PETIZIONE
«Basta repressione
in Egitto: Malek Adly
libero». Il Cospe ha
lanciato un appello al
ministro degli Esteri
e della Cooperazione
internazionale Paolo
Gentiloni perché intervenga per la scarcerazione immediata
dell’attivista per i diritti
umani. È possibile firmare la petizione sul
sito di Progressi:
www.fare.progressi.
org/p/maleklibero
Il caso Regeni è stato
trasferito illegalmente
dalla sicurezza nazionale
a quella militare. La lotta
tra i due servizi è aperta.
E il nuovo assegnato è al
Dabbagh, che i militari
chiamano “il boia”
tra i due servizi è aperta. Intanto il
nuovo assegnato al caso è al Dabbagh, quello che tra i militari chiamano “il boia”. Il servizio militare
sequestra Giulio il 25 gennaio e circa 48 ore dopo la sua morte dopo
giorni di tortura viene abbandonato lungo la desert road dove le ong
credono che i militari seppelliscano attivisti, oppositori, ribelli: i liberi. O almeno quelli che si sono ribellati, sono stati rapiti
e sono morti dopo il Kilo 10.5 dove Amnesty
crede che si torturino i prigionieri. A migliaia.
Più che repressione di una minoranza, il genocidio dei liberi. Adesso Giulio è il nome che si è
dato a tutti quei dimenticati, vicino e lontano
dal Cairo.
Dopo la sua morte i servizi militari consegnano
ai servizi civili il corpo di Giulio. Un corpo, un
messaggio, un avvertimento. La sicurezza nazionale dà ordine non di seppellirlo ma di far-
lo ritrovare. È Shaarawy che decide di lasciarlo
sopra e non sotto le dune di sabbia, verità color
ocra, lungo la strada corridoio 26. Ognuno sta
lanciando un segnale a qualcuno, lui probabilmente agli avversari nei servizi militari. Lungo
la desert road che va dal Cairo ad Alexandria è
stata ritrovata una coperta in uso dall’esercito,
ma «si può comprare anche al mercato di Giza»
è stata la replica delle autorità e delle camarille sul Nilo. Una traccia, una firma: invece che
insabbiare il corpo, insabbieranno l’indagine.
Soldi, soldati, privilegi e tutto il resto inshallah.
I circuiti del potere volevano prendere tempo
ma il tempo non si è lasciato prendere. In questi mesi hanno detto che l’indagine era finita,
poi proprio finita, poi finita davvero. I tabulati
telefonici e filmati non sono stati forniti. Il 15
febbraio l’Egitto ha negato che Regeni sia mai
arrestato dalle forze di sicurezza. Il 18 febbraio
il media alyoum7 diffonde la notizia che sono
stati i Fratelli Musulmani ad assassinarlo per
18 giugno 2016
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destabilizzare il sistema. Il 24 marzo si trova un
accordo: né militari né civili, è stata la banda
dei sequestratori di stranieri e l’Egitto dice di
aver ucciso i killer di Regeni e di aver trovato i
documenti a casa di uno dei criminali. Quando
la moglie di uno di loro prova a negare, sparisce. Giulio scriveva di ultimi e per tutti gli ultimi di questa storia si dovrebbe chiedere verità.
Tahrir 2011 fu la prima miccia di primavera in
un Medio Oriente che sarebbe presto andato in
fiamme e Malek era già in piazza contro Mubarak nel Movimento 6 aprile tra quei ragazzi poi
picchiati, sbeffeggiati, brutalizzati, torturati e
poi abbandonati della thawra, la rivoluzione.
«L’esercito verserà fino all’ultima goccia del
sangue dei suoi uomini prima che qualcuno
spari anche un solo proiettile contro la gente,
contro il popolo egiziano. Nessuno vi ucciderà,
non accadrà mai, ora però tornate a casa»: vedere l’uomo in divisa verde che parla ai liberali
di Tahrir nel documentario The Square al minuto 15 è amaro adesso più che allora. Forse
nei prossimi mesi, lo diventerà ancora di più.
Le procure, da Berna al Cairo fino a Roma, non
dormono. L’egiziana Maha Abdelrahman, tutor del Phd dello studente italiano, ha preso un
anno sabatico. Alle domande che le sono state
spedite ha deciso di non rispondere. L’università di Cambridge aspetta la rogatoria formale
per rispondere alle sue, dice il Times. Ci sarebbero altri studenti che non stanno collaborando con la magistratura. «Stiamo assistendo
all’intensificazione del numero di persone
che subiscono azioni dirette e intimidazioni di
carcerazione per essersi interessati alle indagini», ha detto la madre di Giulio. Quando le
elenca, il primo nome è quello di Malek Adly,
«che voleva vedere Giulio all’obitorio nella giornata del 4 febbraio». L’avvocato, che si
era anche costituito parte civile in un processo contro Al Sisi per la cessione illegale delle
isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita, è stato
arrestato nel distretto di Maadi, Cairo il 6 maggio, con l’accusa di essere un terrorista, sabotatore e attentatore del Regime. Continuava a
monitorare casi di desaparecidos tra attivisti e
oppositori del generale al Sisi: «Siamo l’Argentina, il Cile del Medio Oriente, questo è uno
Stato criminale».
40
Si combatte insieme, si soffre soli: sua moglie
Asmaa denuncia ora le condizioni a cui è sottoposto in carcere. «Malek è tenuto in isolamento, è stato picchiato, gli è vietato vedere avvocati e parenti. Non ha acqua pulita, ha problemi
respiratori, non muove le gambe, la salute deteriora rapidamente, la sua vita è in pericolo».
Quando tutti i giornali il 27 aprile da New York al
Cairo riportavano già la notizia della sua carcerazione, Malek si è nascosto: «C’è un mandato
d’arresto ma non vuol dire che mi hanno già arrestato!». La chat di whatsapp funzionava senza la
scheda telefonica che aveva buttato per non essere geolocalizzato e pochi giorni di libertà in più
gli sono serviti a vedere sua moglie
e sua figlia di nascosto, prima che La madre di Regeni:
venisse scoperto, lontano da casa. «Le persone che si sono
Era walkietalkie hurreya, libertà. Era interessate alle indagini
anche il nome di un bar poco lonta- stanno subendo azioni
no da dov’era e dove tutti prima o dirette e intimidazioni
poi, di passaggio al Cairo, vanno a di carcerazione». Il primo
bere. «Di sparire, di essere arrestato, nome è quello di Malek Adly
che false prove vengano fabbricate
contro di me: certo che ho paura». Malek sapeva
pronunciare quella parola senza averne, perché il
suo Egitto stava ancora dreaming of freedom. La
banalità è sempre del male, mai del coraggio. Se
la paura arrivava, la prendeva il giro. «I can handle
it, posso farcela, ho tanti amici». Per Malek il regime era soprattutto una cosa: stupidity. Poi è tornato il silenzio, quello complice dell’ingiustizia in
un Paese che per Reporters sans frontières mette
al secondo posto nella classifica per numero di
giornalisti in prigione.
Mentre l’Italia sta zitta e tramonta su se stessa,
non rimane altro che aspettare che l’alba arrivi
da un altro lato. Il processo contro Malek per terrorismo e sabotaggio doveva iniziare il 14 giugno.
Slitta di 15 giorni. Dopo i depistaggi, rimangono le
storie. L’ultimo it’sok di quelli che mandava mattina e sera per dire che ancora un giorno, ancora
un altro era libero, è delle 8 del mattino. Forse sua
o forse di chi ha preso tra le mani il suo cellulare
è l’ultima connessione alla chat delle 19.34 del 5
maggio. Alle parole dei vivi non abbiamo prestato
orecchio in tempo, né alle prime né alle ultime.
Alcune sono state «non è finita, Tahrir tornerà,
certo che non perdo la speranza, noi siamo tutti
sonsofhope, figli della speranza».
18 giugno 2016
© Tsafrir Abayov/AP Photo
CHIAMIAMOLA
QUESTIONE ISRAELIANA
La destra coltiva i semi della violenza e dell’intolleranza nel sogno
della Grande Israele. Che però è mutata geneticamente.
Ed è ormai lontana dal sogno del pionierismo sionista
di Umberto De Giovannangeli
N
on esiste una “Questione palestinese”.
Esiste un’immensa, irrisolta, “Questione israeliana”. Una questione che non
sarà risolta neanche quando, in un giorno che resta indefinito, in un futuro che
non si fa mai presente, sarà data soluzione alla
questione palestinese.
Più che coraggio politico, occorre un esercizio
che non è certo in auge tra quanti, in Italia, si
occupano dell’interminabile conflitto israelo-
palestinese. Questo esercizio si chiama onestà
intellettuale. Significa non chiudere gli occhi di
fronte alla realtà, ma affrontarla con serietà e
rigore, andando anche contro corrente, sfidando la più infamante tra le accuse: quella di liquidare ogni analisi critica nei confronti dello
Stato d’Israele, come un rigurgito di antisemitismo. Niente di più falso. Guardare in faccia la
realtà vuol dire riconoscere che da tempo ormai è in atto una profonda mutazione genetica
18 giugno 2016
41
d’Israele, della sua identità nazionale. A essere
seppelliti sono i fondamenti stessi di quello che
fu il sogno del pionierismo sionista. Riflette in
proposito Zeev Sternhell, il più autorevole storico israeliano: «Il sionismo ha il diritto di esistere solo se riconosce i diritti dei palestinesi.
Chi vuole negare ai palestinesi l’esercizio di
tali diritti non può rivendicarli per se stesso
soltanto. Purtroppo, la realtà dei fatti, ultimo
in ordine di tempo il moltiplicarsi dei piani di
colonizzazione da parte del governo in carica,
confermano quanto da me sostenuto in diversi
saggi e articoli, vale a dire che gli insediamenti
realizzati dopo la guerra del 1967 oltre la Linea
verde rappresentano la più grande catastrofe nella storia del sionismo, e questo perché
hanno creato una situazione coloniale, proprio
quello che il sionismo voleva evitare».
A vincere, culturalmente e ideologicamente prima ancora che sul piano elettorale, è il revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky, l’ideologo della
destra israeliana, colui che ha sempre messo
al primo posto “Eretz Israel” (la Sacra terra d’Israele), rispetto a “Medinat Israel” (lo Stato d’Israele). A trionfare è la visione messianica che
Israele ha di se stesso, quella di un popolo eletto
che ha una missione da compiere e una terra da
conquistare. «L’ebraismo e la democrazia occidentale sono incompatibili», sentenzia il rabbino Yossef Dayan, colui che nel 1995 pronunciò
contro Yitzhak Rabin, pochi mesi prima che il
premier fosse assassinato dallo zelota Ygal Amir,
la “Pulsa Nura”, cioè la “Staffilata di fuoco”.
Nel vocabolario politico-ideologico dell’Israele
trionfante non c’è spazio per la parola “compromesso”, così come viene declinata da uno dei più
grandi scrittori contemporanei d’Israele, Amos
Oz, testimone dell’Israele, minoritaria ma viva,
che si batte ancora per il dialogo e che crede che
pace senza giustizia non abbia senso: «Nel mio
mondo - annota Oz nel suo libro Contro il fanatismo - la parola compromesso è sinonimo di vita.
E dove c’è vita ci sono i compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno
idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo,
morte». Di certo, è la morte della democrazia. Ed
è questo il punto più dolente, che va affrontato
di petto, sapendo di cogliere un nervo scoperto.
Israele non è più una “democrazia”. È diventata
una “etnocrazia”. È un passaggio epocale. È la
morte del sionismo.
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18 giugno 2016
Quante volte, alle denunce internazionali sulle
operazioni di guerra a Gaza o sulla distruzioneappropriazione di terre palestinesi in Cisgiordania, la risposta, anche nel campo dei critici “moderati”, è: «Sì è vero, in effetti c’è un eccesso di
legittima difesa dal terrorismo. Ma tutto questo
non può cancellare il fatto che Israele resta l’unica democrazia in Medio Oriente». Ecco, il punto
è questo. È sottoporre a una rivisitazione critica,
motivata, quello che viene considerato politically correct un assunto incontestabile. Se per
democrazia s’intende l’esercizio del voto. Se democrazia è l’esistenza di una pluralità di partiti,
allora certamente sì, Israele è una democrazia.
Ma se allarghiamo l’orizzonte e introduciamo
altri criteri arriviamo ad un’altra conclusione.
Israele è sempre più una “etnocrazia”, perché è
«La parola compromesso è sinonimo di vita.
Il suo contrario non è integrità, devozione.
Ma fanatismo, morte». Così scrive Amos Oz,
testimone di una Israele minoritaria ma viva
sulla base dell’appartenenza etnico-religiosa
che esercita una divisione tra cittadini di serie A
(gli ebrei) e quelli di “Serie b” (gli arabi israeliani,
oltre 1.100.000 persone, oltre il 20 per cento della popolazione). E non è una democrazia quella
per la quale dei principi e delle leggi valgono a
Gerusalemme e non a 20 chilometri di distanza,
a Betlemme. Ecco, “democrazia” e “apartheid”
sono tra loro inconciliabili.
A lanciare l’allarme non sono gli inveterati pacifisti né gli scrittori, salutare coscienza critica del
Paese e della sua classe dirigente, ma persone
insospettabili di simpatie a sinistra. Il 5 maggio
scorso, mentre Israele ricordava l’Olocausto, il
vice capo di Stato maggiore, il generale Yair Golan, affermava: «Se c’è una cosa che mi spaventa
a proposito della memoria della Shoah è osservare i processi spaventosi intervenuti nell’Europa e, in particolare, in Germania 70, 80 o 90
anni fa, e trovare indizi della loro presenza anche tra noi nel 2016. Non c’è nulla di più facile
che odiare lo straniero, o suscitare paure e intimidire. Non vi è nulla di più facile che comportarsi come un animale, dimenticare i principi e
agire con leggerezza». Proseguiva poi il generale:
«Nella Giornata dell’Olocausto dobbiamo dibattere sulla nostra capacità di estirpare i semi
dell’intolleranza, della violenza, dell’autodistruzione e della decadenza morale. Così come lo
Yom Kippur è un giorno di espiazione personale», ha proseguito Golan, «la commemorazione
dell’Olocausto dovrebbe essere - ed è essenziale
che lo sia - un giorno di espiazione nazionale».
Ma quei semi non solo non vengono estirpati
ma crescono, coltivati giorno dopo giorno dalla destra che governa Israele. Una destra per la
quale non esistono avversari ma solo “nemici”;
una destra che non ha mai dismesso il sogno di
realizzare la “Grande Israele”.
Tra i più accaniti sostenitori di questa “etnocrazia” c’è il neoministro della Difesa, il super
falco Avigdor Lieberman. A fargli posto è un
signore che di “liberal” non ha proprio nulla,
faceva parte dello stesso partito di Netanyahu,
il Likud, e da ministro non aveva certo usato la
mano di velluto nei confronti dei palestinesi. Il
suo nome è Moshe Ya’alon. Ecco alcuni passaggi della dichiarazione con cui annuncia le sue
duplici dimissioni: dal governo e dalla Knesset
(il Parlamento israeliano). «Elementi estremisti
hanno preso il potere nel Paese», avverte Ya’alon. E ancora: «Ho combattuto con tutte le mie
forze contro le manifestazioni di estremismo,
violenza e razzismo nella società israeliana, che
minacciano la sua robustezza, e poco per volta
si infiltrano anche nelle Forze di difesa israeliane, danneggiandole. Ho combattuto con tutte le
mie forze contro i tentativi di delegittimazione
della Corte Suprema e dei giudici di Israele, tentativi che hanno conseguenze nefaste sullo stato
di diritto, il che potrebbe essere disastroso per
il nostro Paese». Per concludere così il suo possente j’accuse: «In generale, la società israeliana
L’ex ministro Ya’alon: «La società israeliana
è sana, in maggioranza aspira a un Paese
ebraico, democratico, liberale. Ma gli
estremisti hanno preso il sopravvento»
è una società sana, e la maggioranza di coloro
che la compongono è sana di mente e aspira a
un Paese ebraico, democratico e liberale», annota Ya’alon, «ma con mio grande dispiacere,
estremisti ed elementi pericolosi hanno preso
il sopravvento in Israele e nel Likud e ne stanno scuotendo le fondamenta minacciando di
danneggiare i suoi abitanti». «Purtroppo, i politici di alto livello nel Paese hanno scelto la via
dell’istigazione alla segregazione di parti della
società israeliana, invece di cercare di unificarla.
Non posso sopportare che saremo divisi a causa
del cinismo e dell’aspirazione al controllo, e ho
espresso il mio parere sulla questione più di una
volta, dato che sono sinceramente preoccupato
per il futuro della società israeliana e il futuro
delle prossime generazioni».
Ed è in questo contesto, che la questione palestinese s’intreccia indissolubilmente con quella che Avishai Margalit, professore di Filosofia
all’Università ebraica di Gerusalemme, tra i più
accreditati politologi israeliani, definisce come
la «tragedia del sionismo». Spiegandola così:
«Secondo me la tragedia del sionismo è il suo
scontro finora inconciliabile con i palestinesi,
che getta un’ombra lunga e scura sulle aspirazioni morali del sionismo. È un conflitto tragico perché è facile per tutte le persone di buona
volontà rendersi conto della forza morale delle
rivendicazioni di entrambe le parti. Tuttavia non
c’è parità morale. L’onere morale della prova è
a carico d’Israele, ovvero dell’incarnazione del
sionismo. La ragione di ciò non è che agli ebrei si
facciano richieste morali più elevate perché essi
stanno su un piano morale più alto, ma al contrario perché esiste un’asimmetria tra il potere
detenuto dagli israeliani e dai palestinesi. L’aver
così tanto potere in più pone a Israele un obbligo
morale aggiuntivo». Margalit rimarcava questo
(nel libro Volti d’Israele), nel 1998. Diciotto anni
dopo, l’asimmetria è cresciuta ulteriormente, e
quell’obbligo morale non è stato minimamente
ottemperato.
E oggi Israele, non solo nella maggioranza che
governa ma in un senso comune che va oltre i
tradizionali confini destra/sinistra, va nella direzione opposta a quella indicata da Abraham Bet
Yehoshua nella definizione di identità nazionale:
«Dato che la patria - osserva lo scrittore israeliano - non è solo territorio ma anche un elemento
primario nell’identità individuale e nazionale,
la divisione della Terra d’Israele in due Stati non
è solo l’unica soluzione politica, ma è anche un
imperativo morale. E chi si impossessa di parti
di territori palestinesi come fa quotidianamente
lo Stato d’Israele al di là della Linea verde deve
sapere che deruba e ferisce la parte più delicata
dell’identità dei suoi abitanti. E nessuno sa meglio di noi ebrei - ce lo insegna la nostra storia
- quanto l’identità nazionale e religiosa sia stata
per noi importante e quanto siamo pronti a sacrificarle». Ma la lezione della storia, evocata da
Yehoshua, non vive più nell’etnocrazia che oggi
si è fatta Stato. Lo Stato d’Israele.
18 giugno 2016
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NON CI PUÒ ESSERE RIVOLUZIONE
SENZA AMORE
Dal conflitto Lenin-Kollontaj fino a Che Guevara e alle illusioni del ’68.
Nel saggio La radicalità dell’amore, il filosofo croato lancia un appello alla politica di oggi:
«Dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere, non c’è “giorno dopo” possibile»
intervista a Srécko Horvat
D
e La radicalità dell’amore di Srécko
Horvat discuterei ogni singola riga,
dalle premesse alle conclusioni a tratti
persino confuse, ma contemporaneamente le intuizioni del filosofo croato
sono talmente tante che è stato impossibile
non chiedergliene conto. «Questo libro cerca di scoprire cosa accadrebbe se potessimo
prendere in mano un microfono e se, senza
timore per le risposte, potessimo andarcene a
spasso per la storia rivoluzionaria del XX secolo, ponendo ai suoi principali protagonisti - da
Lenin a Che Guevara, da Aleksandra Kollontaj
a Ulrike Meinhof, dai fondamentalisti del mercato ai fondamentalismti islamici - domande
apparentemente ingenue sull’amore e la rivoluzione». Così scrive il filosofo e il filo conduttore è uno soltanto, riassunto in una delle
tante citazioni del libro: «...Il desiderio è nella
sua essenza rivoluzionario - il desiderio, non la
festa - e nessuna società può sopportare una
posizione di desiderio vero senza che le sue
strutture di sfruttamento, di asservimento, di
gerarchia vengano compromesse».
Scrivi che la carità è il contrario della solidarietà e che l’amore non può essere ridotto a
solidarietà. Quindi, qual è il vero amore?
Intanto fammi premettere che ogni domanda
sul “vero amore” è di per sé fuorviante. Quello
che invece sostengo è che il concetto di “vero
amore” è già una costruzione, simile a quella di
“amore romantico”, e ha origini storiche molto
concrete. Risale al Simposio di Platone, in cui
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Aristofane presenta il famoso concetto di «anime gemelle» che io ritengo vada contrastato
con tutti i mezzi possibili. Secondo me occorre saper stare soli, anche se magari comporta
una buona dose di ansia esistenziale (ricordate
Camus?), bisogna saper trovare e godere della propria dimensione di solitudine, anche se
può sembrare difficile, e solo dopo si è in grado di amare qualcuno, e non per “assimilarlo”
o renderlo uguale a se stessi, come la maggior
parte delle persone tende a fare,
ma per amare la diversità dell’al- Il paradosso del ’68
tro. Oggi, per colpa di tutta quella è che proprio il capitalismo
narrativa romantica come anche ha usato le sue idee.
di tutta quella filmografia hol- Uguaglianza, più diritti,
lywoodiana, la maggior parte delle emancipazione,
persone crede che “il vero amore” sono diventate un prodotto
sia trovare la propria “metà man- di mercato. È mancato
cante”, l’“anima gemella” in grado qualcosa di più profondo
di “completarti”. Io sono radicalmente contrario a questa costruzione culturale, abbiamo bisogno di diversità, non di metà
mancanti. Dall’altra parte oggi sono popolarissimi i rapporti fluidi, cosiddetti poliamore,
ci sono persino applicazioni social come Grindr o Tinder dove trovare “compagnia” sembra
una richiesta al “libero mercato” degli incontri
- dove se poi il risultato non ti piace, non ti preoccupare! - ce ne sono molti altri.
Uno dei problemi più gravi, scrivi, è la «falsa
reinvenzione dell’amore» operata dal ’68.
Ricorderai bene che gli ideali più preziosi del
’68 erano l’emancipazione, l’uguaglianza,
18 giugno 2016
© Oliver Abraham
CHI È
Srécko Horvat (1983),
filosofo e attivista di
origine croata, è autore
di saggi e articoli pubblicati sul New York Times, il Guardian, il Paìs.
In italiano è disponibile
Cosa vuole l’Europa?
(2013), scritto con a
Slovoj Zizek. Insieme a
Yanis Varoufakis, è tra i
promotori di DiEM25,
il movimento che vuole
democratizzare l’Europa lanciato a Berlino
nel febbraio 2015.
il superamento della famiglia tradizionale,
maggiori diritti per i gay, maggiori diritti per
le donne, che portò all’esperienza delle comuni, in particolare in Germania e in Austria... e
poi? Molto presto queste idee di emancipazione sono diventate semplicemente un altro
prodotto sul mercato. Il paradosso del ’68 sta
nel fatto che è proprio il capitalismo ad aver
usato le sue idee, tanto che viviamo in un’epoca di mercificazione totale del desiderio: si
vuole fare sesso con tre o cinque persone allo
stesso tempo? Assumere droghe mentre lo si
fa? Tutto è diventato la «nuova normalità»...
Quello che ancora ci manca, oggi più che mai,
è qualcosa di molto più radicale e profondo.
Ecco perché penso che il rapporto tra amore e
rivoluzione sia particolarmente interessante,
può mostrarci il nucleo profondo, la radicalità
dell’amore.
Dunque il punto non è amore o rivoluzione,
ma amore e rivoluzione?
Quello che possiamo vedere nel corso della lunga storia rivoluzionaria
del XX secolo, da Lenin a Che Guevara, è una relazione molto tesa tra
amore e rivoluzione. Sia Lenin che
Guevara hanno seriamente discusso
della possibilità di conciliare la sfera
più intima con la causa rivoluzionaria. Lenin è arrivato ad affermare
che l’amore fosse un ostacolo alla rivoluzione, perché l’investimento di
interesse sul partner veniva sottratto alla rivoluzione. L’amore faceva
disperdere energie invece necessarie alla rivoluzione. Questo è il motivo per cui, per esempio, in 1984 di
Orwell si dispone di una cosa chiamata “ministero dell’Amore”, il cui
scopo principale era di prevenirlo,
dal momento che il Partito doveva
disporre di tutta l’energia per costruire il nuovo sistema. Mentre io
penso che sia un falso dilemma, non
è possibile distinguere e neanche
scegliere tra amore o rivoluzione. Le
due cose vanno tenute assieme.
Friedrich Engels ma anche Aleksandra Kollontaj già sostenevano che
la rivoluzione politica dovesse procedere insieme a quella sessuale ed
emotiva. Dobbiamo tornare a loro?
Sì, più che mai. Se guardiamo tutti i recenti
movimenti di protesta, dalle occupazioni in
Italia, Grecia, Spagna e ora Nuit Debout a Parigi, ciò che colpisce è l’enorme entusiasmo
dei giovani, la maggioranza, ed è evidente che
non si può occupare una piazza per mesi, sotto
la pioggia, affrontando la brutalità della polizia senza la dimensione del desiderio. Non
c’è rivoluzione senza desiderio. E oggi sicuramente esiste un desiderio di rivoluzione. Non
ho alcun dubbio. Tuttavia, c’è qualcuno, anche nelle nostre piazze attuali, che discute di
desiderio, di relazioni, di amore? 100 anni fa,
durante la Rivoluzione d’ottobre, soprattutto
con Aleksandra Kollontaj, c’erano discussioni
serie sull’amore, su che tipo di relazioni si volevano... allora dobbiamo iniziare a discuterne
di nuovo, solo così potremmo costruire una
società diversa, solo se consideriamo gli esseri
umani, esseri che sentono e provano emozioni.
18 giugno 2016
45
A fianco, il rivoluzionario
argentino Che Guevara
e la rivoluzionaria russa
Aleksandra Kollontaj
Il comunismo, scrivi, ha sostituito la vecchia
morale con una nuova morale. E un esempio
è proprio Lenin che si scaglia contro Kollontaj. Pensi che questa sia la ragione del fallimento della Rivoluzione d’ottobre?
Ci sono varie ragioni per cui la Rivoluzione
d’ottobre non è riuscita, una è, naturalmente,
che non può esistere il comunismo in un solo
Paese, deve essere internazionale altrimenti è
destinato al fallimento, ancora e ancora. Ma
non direi che non è riuscita: si è trasformata
in stalinismo e non ha raggiunto i suoi obiettivi, ma dire che non è riuscita significherebbe cancellare le cose positive che ha portato.
Sono contrario persino quando le persone dicono così di una relazione. Non sopporto questo tipo di “revisionismo d’amore”, al limite a
volte accade che una relazione possa “essere
pensata per fallire”, ma sia le rivoluzioni che le
relazioni possono in ogni momento prendere
le direzioni più diverse. La Rivoluzione d’ottobre non era destinata a finire nello stalinismo,
come una relazione non deve per forza finire
in una rottura, questo è determinismo. Credo
invece nelle parole di Rilke quando dice al giovane poeta Kappus che «il futuro è dato, ma noi
ci stiamo muovendo in uno spazio indefinito
verso di esso». Che significa? Vuol dire che, sì,
tutti un giorno moriremo, ma anche che durante il percorso verso la fine abbiamo infinite
possibilità.
Se Kollontaj fosse rimasta ministro del Welfare
e avesse realizzato tutte le sue riforme, penso che la Rivoluzione d’ottobre avrebbe preso
tutt’altra direzione. Ma penso anche che sia
ancora possibile: possiamo retrospettivamente dare un senso agli eventi storici e trovare
poi un nuovo significato, recuperando tutte le
possibilità che ci sono in cose solo apparentemente già determinate. E sono convinto che
così riusciremo a costruire uno spazio per un
futuro diverso. Forse migliore.
La rivoluzione iraniana come quella socialista aveva un nemico esterno, il capitalismo
occidentale, scrivi, e uno interno, il desiderio.
Perché, secondo te, la dimensione del desiderio, quello che chiami il «fattore umano» era
tanto temuto?
Beh… perché il “fattore umano” è pericoloso.
La rivoluzione iraniana dimostra che il desiderio delle donne era pericoloso per il regime di
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Khomeini, è per questo che hanno introdotto
il velo, ma anche vietato alla donna di ballare,
cantare, di fare tutto ciò che potesse in qualche modo provocare desiderio. Se si guarda
alla Storia, vedrete che tutti i sistemi totalitari iniziano con la repressione del desiderio.
Ma anche imponendo un nuovo tipo di “desiderio”, basta vedere il fascismo o analizzare il
nazismo, l’esaltazione di un certo “desiderio”
si spinge fino all’architettura, penso alle creazioni di Albert Speer, tutto era destinato ad
alimentare il desiderio del nuovo “uomo” tedesco. O pensa a Donald Trump oggi, se non giocasse con i “desideri” della gente sicuramente
non avrebbe tanto successo. E prima di Trump
- ovviamente - Berlusconi.
Rivoluzione e amore nel tuo libro sono sinonimi. La rivoluzione, scrivi, è «amore per l’umanità». Racconti di Aleida, compagna di Guevara che descrive il Che come una “macchina
amore”, e sostieni che l’amore vero sia «la creazione di un nuovo mondo». Questo sarebbe il
“radicalismo dell’amore”?
In realtà, il Che disse: un vero
rivoluzionario deve essere una Se Kollontaj fosse rimasta
“macchina per uccidere” e, allo ministro del Welfare e avesse
stesso tempo, un vero rivoluzio- realizzato tutte le sue riforme,
nario deve essere guidato dal la Rivoluzione d’ottobre
“sentimento d’amore”. Come avrebbe preso un’altra
interpretare allora questa con- direzione. Lenin invece
traddizione? Guevara era alle pensava che l’amore fosse
prese con la sua vita, molto pro- un ostacolo alla rivoluzione
babilmente non riusciva a spiegare perché dovesse uccidere delle persone per
creare una società migliore nella quale sarebbe
stato impossibile uccidere. Ho incontrato la figlia del Che una volta, mi ha detto che suo padre era un uomo molto affettuoso, registrava le
poesie di Neruda per inviarle alla compagna rimasta a Cuba. Combatteva, cercando di creare
nuovi mondi dall’America Latina fino all’Africa, ma allo stesso tempo cercava di essere un
compagno e un padre. Io penso sia possibile
combinare tutto questo, altrimenti né amore
né rivoluzione hanno molto senso. Solo la rivoluzione o solo l’amore, magari non vedendo
la miseria intorno, che senso hanno?
Guardando ciò che accade in Europa e non
solo, e rubando una delle tue espressioni, si
potrebbe pensare «che ci siamo abituati a
cento colpi di cannone»...
18 giugno 2016
L’APPUNTAMENTO
Il 19 giugno i fondatori
di DiEM25 Yanis Varoufakis e Srécko Horvat
parleranno con Julian
Assange dell’importanza dell’informazione, della trasparenza
e della democrazia.
Assange, rifugiato
politico da quattro anni
presso l’ambasciata
dell’Ecuador a Londra,
sarà in collegamento
web. L’evento globale
“First they came for
Assange” si svolgerà
in contemporanea a
Bruxelles, Berlino, Parigi, Madrid, Belgrado,
Napoli e altre città.
Non è mia, ho preso in prestito una frase da
Kierkegaard quando dice che la cosa peggiore che può accadere nell’amare è l’abitudine. Fa questo parallelo: «Lascia che il tuono
di un centinaio di cannoni ti ricordi tre volte
al giorno di resistere alla forza dell’abitudine
... ma attenzione che anche tutto questo non
diventi un’abitudine! Perché se diventa un’abitudine ascoltare centinaia di colpi di cannoni, lo diventa anche continuare ad ascoltare le
cose più banali, insignificanti». Se guardiamo
l’Europa di oggi, ci troviamo in una situazione
molto simile. Sta crollando tutto, possiamo vederlo dalla crisi dei rifugiati ai nuovi muri, dai
governi di destra in Polonia, Ungheria e Croazia al terrorismo di Parigi e Bruxelles, eppure,
anche se centinaia di cannoni continuano a
sparare tutto il tempo, noi sembriamo averci
fatto l’abitudine.
Un’ultima domanda, possiamo democratizzare l’Europa con l’amore?
Ovviamente non sono così ingenuo, né così hippie, non penso che solo con l’amore saremo in
grado di creare un nuovo mondo. Non ci sono
riusciti in passato - cantavano, ballavano e non
so cos’altro -, figuriamoci adesso. No, il mondo
può essere cambiato solo con un lavoro duro
e quotidiano, ma allo stesso tempo - e qui torniamo all’amore - non può essere realizzato se
non si prendono seriamente in considerazione
le relazioni sociali, le condizioni emotive, dobbiamo fare entrambe le cose insieme. Dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere,
non c’è “giorno dopo” possibile. Non possiamo
più contare sul lusso di pensare che una volta
che realizzeremo i nostri ideali, il giorno verrà
e le relazioni sociali cambieranno - ci sarà più
uguaglianza tra uomini e donne, tutti gli esseri
umani saranno rispettati, ecc - dobbiamo farlo
prima del “giorno dopo”, oggi, ogni giorno, anche ieri. E questo è il motivo per cui sono convinto che tutte le discussioni su amore e rivoluzione del XX secolo oggi siano più rilevanti che
mai. Oggi l’Europa non si ama più, ha abbandonato i propri ideali, è caduta in un abisso che
apre spazio ai mostri. Mostri che non possono
essere sconfitti dal solo amore, il nazismo o il
fascismo non furono sconfitti dall’amore, ma
dalla Resistenza organizzata. Tuttavia, senza la
fiducia tra i combattenti della Resistenza, senza
la solidarietà, probabilmente vivremmo ancora
nel tempo di mostri. E se non cominciamo a reagire, potrebbe accadere a noi.
Ilaria Bonaccorsi
18 giugno 2016
47
o
stic
rono
io P
48
18 giugno 2016
ion
traz
llus
©I
ton
e An
La piccola donna
che riscrive
la storia umana
Alta nemmeno un metro, non era affetta da nanismo, ma apparteneva
a un’altra specie umana, quella dell’Homo floresiensis. Che 11.000
anni fa in Indonesia ha incontrato il sapiens, insegnandogli tante cose
di Pietro Greco
18 giugno 2016
49
ochi, tra gli antropologi, avevano ancora
dei dubbi. Ma ora c’è
la prova provata: i resti
della hobbit - meno di
un metro di altezza, un
cranio grosso come una
mela (380 cm3), ma con i
denti e altre caratteristiche da
donna adulta forse sui trent’anni
- risalenti a 18.000 anni fa e trovati nella
grotta di Liang Bua sull’isola di Flores, in Indonesia, nel settembre 2003 da un gruppo di ricercatori guidati dagli australiani Peter Brown
e Mike Morwoodun non sono quelli una persona affetta da nanismo o microcefalia, come
qualcuno ha cercato testardamente di sostenere, ma quelli di un’altra specie umana, ribattezzata Homo floresiensis.
ominidi giunge in Indonesia un milione di anni
fa. Una tribù raggiunge l’isola di Flores e vi resta. Come succede ai mammiferi nelle piccole
isole, dove sia le risorse a disposizione sia i predatori sono in minor numero, inizia un processo evolutivo che i biologi chiamano nanismo
insulare: in pratica vengono statisticamente
premiate le dimensioni del corpo sempre più
piccole. Come spesso succede nella scienza,
una risposta spalanca a nuove domande. E
nel caso di Homo floresiensis le principali sono
due: chi erano gli esseri giunti in Indonesia? E
come hanno fatto a raggiungere l’arcipelago un
milione di anni fa, se Homo sapiens ha imparato a navigare solo 60.000 anni fa? La risposta
alla seconda domanda può essere semplice.
I progenitori di Homo floresiensis hanno raggiunto l’Indonesia quando il livello dei mari era
così basso da consentire di arrivarci, sostanzialmente, a piedi. La risposta
Dopo la prima hobbit, sono Un gruppo di
alla prima domanda sembrava
stati ritrovati resti di altri otto ominidi raggiunge
scontata. Sappiamo che Homo
Homo floresiensis, tutti con le l’isola di Flores un
erectus è uscito dall’Africa e ha
medesime caratteristiche di milione di anni fa.
raggiunto l’Asia circa 1,8 milioni
uomini in miniatura, vissuti tra Come succede ai
di anni fa. Dunque i progenitori
80.000 e 12.000 anni fa. Difficile mammiferi delle
di Homo floresiensis erano degli
che fossero tutti effetti da mi- piccole isole, si
erectus. Ma proprio i ritrovacroencefalia.
sviluppa quello che
menti di Mata Menge inducono
Ma la prova provata che si trat- i biologi chiamano
a sollevare qualche dubbio. E se
tava di esseri in piena salute nanismo insulare
floresiensis non derivasse dagli
l’hanno fornita nei giorni scorerectus e fosse il ramo di un alsi Gerrit van den Bergh, della University of tro cespuglio di specie del genere Homo? AlcuWollongong, e un gruppo di suoi collaboratori ne caratteristiche sembrano richiamare quelle
con due articoli pubblicati sulla rivista ingle- degli habilis: dunque anche Homo habilis è
se Nature. In breve: i paleontologi australiani stato preda della “frenesia del viaggio”, è uscito
hanno trovato nella medesima isola di Flores, dall’Africa e ha raggiunto le parti più orientali
in località Mata Menge nella Soa Basin, altri dell’Asia? Se la risposta a questa domanda fosse
resti con caratteristiche analoghe a quelle de- sì, allora la pulsione a migrare dovrebbe essere
gli hobbit che frequentavano la grotta di Liang considerata un carattere tipico dell’intero geBua: bassa statura, cranio minuscolo, morfolo- nere Homo e non solo di alcune sue specie.
gie talvolta simili a quelle di Homo sapiens (la
nostra specie) talaltra simili a quelle di Lucy o Di recente in un’altra caverna, la Dinaledi
di altre australopitecine. Questi resti, tuttavia, Chamber, a cinquanta chilometri da Johannesappartengono a esseri vissuti 700.000 anni fa. burg in Sud Africa sono stati ritrovati i resti di 15
Dunque non solo Homo floresiensis è davvero persone, tra adulti e bambini di ambo i sessi, per
esistito, ma è giunto in Indonesia almeno un complessivi 1500 parti ossee. Gli adulti non arrimilione di anni fa, come dimostrano altri ritro- vano a un metro e mezzo di altezza, per un peso
vamenti effettuati nei dintorni di Mata Menge. di 45 chili. Caratteri non molto diversi da quelA questo punto possiamo ricostruire, a grana li di alcune popolazioni, per esempio i pigmei,
grossa, la storia di questa specie. Un gruppo di che hanno un corpo piccolo. Ma i pigmei hanno
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un cervello grande. Gli Homo naledi no: tra gli Secondo Mark Moore le pietre ben
adulti non supera, in media, i 513 centimetri lavorate non possono essere state
cubici. Una dimensione simile a quella delle realizzate tutte dai sapiens. Le più
australopitecine. Ma anche a quella di Homo antiche, almeno, sono state realizzafloresiensis. Non sappiamo, esattamente a che te certamente da Homo floresiensis, perché
epoca risalgono i resti. Probabilmente Homo risalgono a un periodo in cui i sapiens sull’inaledi - così è stata ribattezzata la nuova spe- sola, in tutta l’Indonesia e persino in Asia
cie cui appartenevano gli ominidi trovati nella non erano ancora arrivati. Di qui la prima
Dinaledi Chamber - è vissuto due milioni di certezza: gli hobbit dal fisico e soprattutto
anni fa. Se così fosse, sostengono due antropo- dal cervello così piccolo hanno sviluppato
logi italiani, Olga Rickards e Gianfranco Biondi, una cultura litica molto avanzata. Il loro
non può sfuggirci la somiglianza tra l’africano piccolo cervello conteneva, dunque, una
Homo naledi e l’indonesiano Homo floresiensis: grande mente.
una morfologia molto simile, uno sviluppo encefalico analogo, capacità cognitive sono ben Ma c’è un’altra questione, non
sviluppate. Di qui le domanda: non è che Homo meno intrigante: le pietre più
floresiensis discende dal ramo di naledi? E non recenti e quelle più antiche
è che Homo naledi è stata la prima specie del sembrano essere state lavorate se non dalla
genere Homo a lasciare l’Africa e a diffondersi stessa mano, certo con la medesima tecnica. I
per il mondo? Ma per ora queste
sapiens hanno dunque lavorato
sono nulla più che ipotesi. La- Per le caratteristiche
la pietra usando lo stesso metodo dei floresiensis. Come è possciamole sospese.
fisiche Homo
È invece un fatto che 1,7 milio- floresiensis somiglia
sibile? La spiegazione più semni di anni dopo erectus, anche a Homo naledi, che
plice, sostiene Moore, è che i
un’altra specie del genere Homo potrebbe essere la
sapiens hanno appreso la tecnica direttamente dai floresiensis,
è uscita dall’Africa e ha coloniz- prima specie umana
zato ogni parte del pianeta: la a lasciare l’Africa,
con cui hanno evidentemente
specie Homo sapiens. La nostra ancora prima di
convissuto o, almeno, occupato
specie. Anche i sapiens hanno Homo sapiens.
la medesima area.
raggiunto l’Asia orientale e, cir- Ma sono solo ipotesi
Ecco perché Homo floresiensis ci
ca 45.000 anni fa sono giunti in
obbliga a ripensare la nostra stoIndonesia. Approfittando del basso livello dei ria. Negli ultimi anni abbiamo dovuto abbandomari e di una certa abilità a navigare. Un grup- nare l’idea che, quello dell’uomo, fosse stato un
po è sbarcato anche sull’isola di Flores, almeno percorso evolutivo di tipo lineare: dal “sempli11.000 anni fa e ha incontrato gli hobbit. I due ce” habilis al complesso sapiens, passando per
gruppi hanno convissuto sull’isola. E, probabil- l’intermedio erectus. Oggi sappiamo che grupmente, ciascuno ha imparato qualcosa dall’altro. pi appartenenti al genere Homo hanno vissuto
Sono proprio i ritrovamenti nella grotta Liang insieme negli ultimi 2,5 milioni di anni, non
Bua, frequentata per circa 80.000 anni - da solo occupando, spesso, le medesime aree. Tutti
100.000 fino a 17.000 anni fa - da Homo flore- sono nati in Africa, ma molti sono usciti dall’Asiensis, a suggerirlo. Mark Moore, infatti, vi ha frica diffondendosi per il mondo. I gruppi di
trovato pietre di origine vulcanica lavorate con migranti si sono spesso incrociati e contaminaperizia. Alcune antiche, precedenti l’arrivo di ti. Non solo geneticamente. Ma anche culturalsapiens. Altre lavorate molto più di recente, ma mente. La storia del genere Homo è quella di un
con la medesima tecnica. L’antropologo au- cespuglio, di cui solo poco tempo fa (tra 35.000
straliano le ha studiate tutte, le più antiche e e 12.000 anni prima di oggi) è rimasto un solo
le più recenti: ha prelevato 11.667 reperti liti- ramo. Quel ramo è il nostro. Perché il cespuglio
ci trovati in cinque diversi livelli dello scavo e si sia ridotto a un solo ramo non è chiaro. Certo
li ha sottoposti ad analisi, uno per uno, con le quel ramo non sembrava avere, all’inizio, caratteri speciali.
più moderne tecniche.
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Umani, dunque
migranti
«Fin dalle sue origini la nostra specie, Homo sapiens, si è sempre
spostata, espandendosi a livello globale», dice Telmo Pievani,
che invita a leggere l’emigrazione in chiave evoluzionistica
di Simona Maggiorelli
e proviamo ad uscire dall’ottica emergenzialista
con cui i media trattano l’emigrazione, rifiutando
la percezione delirante di essere presi d’assalto da
torme di sospetti terroristi, potremmo scoprire,
non solo che i migranti sono un enorme valore
per l’Europa, ma anche che continui spostamenti
connotano da sempre la specie Homo. E ne hanno favorito lo sviluppo in un lungo «processo di
espansione globale inarrestabile che non ha precedenti nella storia evolutiva dei primati». Lo sostiene il filosofo della scienza Telmo Pievani nel
libro Libertà di migrare (Einaudi) scritto con Valerio Calzolaio, esperto di migrazioni ambientali,
che avanza la proposta politica di riconoscere lo
stato di rifugiato non solo a chi è costretto a lasciare il proprio Paese a causa di guerre e persecuzioni
politiche, ma anche a chi oggi deve partire a causa
dei cambiamenti climatici.
Professor Pievani come cambia la prospettiva se
guardiamo l’emigrazione dal punto di vista evoluzionistico?
Il nostro libro nasce da un’insoddisfazione riguardo al dibattito pubblico italiano, ma non solo, in
cui vediamo i commentatori trattare l’emigrazione come qualcosa di inaspettato, con stupore,
quasi fosse un fenomeno contingente da affrontare come un’emergenza. Non ha alcun senso. Ed
è sbagliato non solo sul piano politico ma anche
scientifico. L’emigrazione va letta in una prospettiva ampia, sia nel tempo che nello spazio. Nello
spazio perché è un fenomeno globale, planetario,
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che ci ha resi umani. Nel tempo, perché ci riguarda da almeno 2 milioni di anni. Nel frattempo l’umanità ha causato il cambiamento del clima e le
popolazioni, come scrive Calzolaio, tristemente
sono costrette a spostarsi come milioni di anni fa.
Possiamo dire che la migrazione abbia favorito
la nostra evoluzione?
È stata sia la causa che la conseguenza. La migrazione è stata una grande strategia a partire da 2
milioni di anni fa quando il clima diventò instabile. Trovandosi a vivere un ambiente imprevedibile, gli umani compiono una scelta unica che nessun primate fa: migrano, si spostano, continuano
ad andare sempre più in là. Si è assistito così a una
serie di uscite dall’Africa, in successive ondate, dal
Corno d’Africa e dall’area sub sahariana, sempre
arrivando nel Medio Oriente (snodo fondamentale da millenni per l’umanità); da lì le migrazioni
umane si sono indirizzate verso l’Asia e dall’altra verso il Caucaso e l’Europa, quasi propaggine
dell’Eurasia, molto attraente perché ricca di risorse. Tutto ciò ci fa capire che noi europei siamo da
sempre migranti.
Nel libro lei distingue fra migranti per necessità
e per scelta. Questo passaggio cruciale implica
una disposizione mentale di ricerca, di curiosità.
Quando scattò il cambiamento?
Avvenne con la nostra specie, Homo sapiens. Anche se probabilmente non accadde subito. Dopo
le prime grandi migrazioni, ce ne furono altre
800mila anni fa e poi le nostre, 120/100mila anni
© Wayne Lawler/Auscape/Ansa
fa. Lo spostamento delle popolazioni umane, in
particolare dei sapiens, non è avvenuto in splendida solitudine, ma in compagnia di altre specie
umane. Va ricordato che Homo sapiens è l’ultima forma umana in mezzo a tante altre che poi
si sono estinte. Le prime ondate non mostrano
differenze. Ma intorno a 60mila anni fa ci fu un’uscita diversa dalle altre, più veloce, e demograficamente più aggressiva. Ecco il fatto misterioso
che attrae gli studiosi. Quelle che vennero allora
dall’Africa erano genti più creative e al contempo
più invasive. Così rimanemmo da soli espandendoci a livello planetario, essendo capaci di adattarci a qualsiasi eco-sistema. Anche in mezzo ai
ghiacci, come dimostra la scoperta di resti di un
mammuth cacciato nell’Artico 45mila anni fa
pubblicata a gennaio su Science. Già eravamo migranti senza confini.
Che cosa avevano di diverso i sapiens?
Pensiamo che sia qualcosa legato al linguaggio,
alla comunicazione, alla capacità di immaginare
altri mondi, perché a quel punto la curiosità diventò un elemento fondamentale. C’era già una
mente capace di immaginare, questo è tipicamente umano.
A quel punto il migrare non fu più solo dettato
da bisogni materiali, ma anche immateriali, da
esigenze più profonde?
Sì il fenomeno migratorio nasce per una impellenza legata al clima ma poi nell’evoluzione le
cause si mescolano; quel modo di migrare potrebbe anche aver cambiato il nostro modo di vedere
e di pensare. Migrare ci ha reso cognitivamente
più aperti, ci ha fatto incontrare altre fome umane
come i Neanderthal con cui abbiamo convissuto
a lungo. Tutto questo ci ha spinti ad esplorare, a
mappare, a capire il paesaggio, a muoverci nel territorio. Ripeto, nessun primate ha queste caratteristiche. Le altre specie animali nascono in un luogo, in un ecosistema e vi rimangono, si adattano.
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Homo sapiens no. Diventa una specie planetaria.
Diversamente dagli animali, non segue un istinto che lo obbliga a reiterare i comportamenti.
Esatto. Vecchie teorie sostenevano che avevamo
un cervello adattato specificamente alla savana
africana. In realtà noi sappiamo che, se c’è qualcosa tipico dei sapiens, è proprio la plasticità, il
nostro non essere specializzati per un ambiente
unico. E questo ha scatenato l’evoluzione culturale che ci ha permesso di sviluppare anche le tecnologie, le armi, i tessuti ecc.
Queste «fiammate di innovazione culturale e
tecnologica» nel libro sono connesse a cambiamenti nella vita di Homo sapiens come l’allungamento del periodo infantile. Come influì?
È uno dei filoni di ricerca oggi più promettenti.
Alcune caratteristiche non sono solo della nostra
specie Homo: certi strumenti tecnici venivano
prodotti da altre specie prima di noi. E non tutte
le specie Homo hanno il cervello
anni fa pietre ocra incise trovate in
grande. Queste caratteristiche si L’allungamento
Sudafrica. Oggi gli specialisti pensono indebolite molto. Una inve- dell’infanzia e
sano che nacque in Africa questa
ce si è molto rafforzata nel genere dell’adolescenza
particolare capacità simbolica per
Homo ed è proprio l’allungamen- è stata una
cui fare un segno su una superfito dell’infanzia e dell’adolescen- caratteristica
cie, tracciare un simbolo, signifiza; i dati molecolari lo confer- propria della nostra
ca qualcosa nel gruppo e scatena
mano. Questo mutamento ebbe specie. Ebbe un
l’immaginazione. È di 40mila anni
il suo picco massimo in Homo ruolo importante
fa l’arte rupestre di Sulawesi. Una
sapiens. La neotenia è un adatta- nello sviluppo della
bellissima scoperta pubblicata
mento costoso. I piccoli della spe- creatività e poi nella
l’anno scorso su Nature. È accaducie Homo nascono inermi, quindi nascita dell’arte
to in Indonesia dove non ci aspetdipendono dal gruppo per il cibo
e per il sostentamento. Prolungare quel periodo tavamo di trovarla. Nell’arcipelago indo-malese c’è
è dispendioso. Nonostante questo si diffuse. L’ la rappresentazione di un cinghiale tipico di quelle
allungamento dell’infanzia e dell’adolescenza ha zone, dipinto e inciso in modo molto bello con sedato dei vantaggi collaterali notevoli che riguar- gni di movimento nel manto. Anche a Sulawesi ci
dano il gioco, la sperimentazione sociale e lingui- sono mani di uomini, di donne e bimbi impresse in
stica. Molti esperti oggi pensano che quella speri- negativo sulla parete della caverna, analogamente
mentazione sia avvenuta nel rapporto, nel gioco a ciò che si vede a Chauvet, a Lascaux, ad Altamira,
fra i cuccioli fra loro e con le madri. La neotenia solo che quelle indonesiane sono più antiche. Parha aperto uno spazio di inventività, di creatività. liamo appunto di 40mila anni fa mentre l’arte rupeUn’evoluzione che avviene attraverso l’apprendi- stre europea è di qualche millennio dopo.
mento e la trasmissione non genetica, non biolo- Che rapporto c’è fra queste diverse espressioni?
Si pensa che tutto parta dall’Africa poi, migrando
gica, ma culturale appunto.
60mila anni fa, quegli esseri umani si portano dieL’arte rupestre nasce grazie a quel periodo?
Sì, alcuni dati usciti di recente lo confermano. Da lì tro oltre al linguaggio anche l’arte rupestre, capanascono l’arte, la pittura rupestre, le incisioni e più cità immaginative, la fantasia. Probabilmente gli
in generale la creazione di oggetti con un valore sim- artisti che realizzarono quelle bellissime opere a
bolico, con dei segni, con delle geometrie, con dei Sulawesi erano discendenti dello stesso gruppo di
pattern che avevano un senso. I più antichi oggetti migranti usciti 60mila anni fa dall’Africa, che ragsimbolici vengono dall’Africa. Risalgono a 70mila giunsero anche l’Europa.
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L’appuntamento
Telmo Pievani (docente di Filosofia delle
Scienze Biologiche
all’Università di Padova) e Valerio Calzolaio
presentano il loro libro
Libertà di migrare (Einaudi) il 27 giugno, alla
libreria Koob, di Roma.
© Laurie Dieffembacq/Zuma/Ansa
In foto una riproduzione di un particolare delle
pitture rupestri di Lascaux in Francia. In apertura
nelle pagine precedenti arte rupestre aborigena a
Buckland Tableland, Great Dividing Range, Australia
Oltreoceano c’è un movimento, anche di scienziati, purtroppo, che sostengono si possa continuare
ad usare quel termine. Dicono che alcuni farmaci
per l’ipertensione o per l’attacco cardiaco e così
via siano farmaci “razziali” perché vanno particolarmente bene per gli afroamericani o per i nativi americani: operazione ideologica, totalmente
criticabile, perché anche qualora tu scoprissi che
alcuni farmaci hanno una percentuale di successo maggiore su alcuni- sempre ammesso che sia
così - questa non è una ragione scientifica valida
per usare il termine “razziale”. È un’operazione di
marketing, di business farmaceutico, senza base
scientifica. Negli Usa si è aperto un dibattito. In
particolare è uscito un libro di Nicolas Wade sulla
razza, che cita dati di genetisti, i quali gli hanno
scritto una lettera pubblica in cui affermano di non
condividere le considerazioni e i dati che questo
signore pubblica. È un libro veramente sconcertante perché, senza base scientifiNel volume Einaudi curato Negli Stati Uniti si
ca, torna a dire che ci sono alcune
dall’antropologo Marco Aime, è tornati a parlare
differenze addirittura cognitive fra
Contro il razzismo, il genetista di “razza”. Anche
le razze umane, cose insomma che
Barbujani torna utilmente a de- per un libro molto
avevamo sperato di esserci lasciati
costruire l’idea genetica della dibattuto di Nicolas
alle spalle per sempre.
Tornando alla scienza lo studio
“razza.” Volendo usare quel brut- Wade, che non ha
di Homo naledi, scoperto nel
to termine, possiamo dire che di alcun fondamento
2015 sta portando novità?
scientifico e ha
razza umana ce n’è una sola?
Tutta la comunità scientifica è in
Assolutamente sì. Oltre ogni ra- suscitato “la rivolta”
attesa della datazione, molto diffigionevole dubbio. Le altre for- dei genetisti
cile da fare, perché non si riescono
me che abbiamo incontrato appartenevano ad altre specie biologiche. Anche ad usare i soliti sistemi per le datazioni indirette.
quando ci potevamo accoppiare e dare origine In ogni caso si tratta di una scoperta strepitosa. Se
ad ibridazioni. Eravamo specie diverse anche se come dicono alcuni ha 2 milioni di anni, abbiamo
geneticamente molto vicine. Se parliamo inve- trovato forse una di quelle forme di transizione all’oce di Homo sapiens, cioè dei 7 miliardi e passa rigine del genere Homo, se invece risale a 500mila o
di esseri umani che oggi abitano il pianeta, ve- un milione di anni fa sarebbe comunque notevole,
niamo tutti da quei gruppi africani migranti di perché vorrebbe dire che una forma così arcaica ha
60mila anni fa. Siamo tutti africani, con piccole vissuto a lungo in Sudafrica. E poi resta da capire
differenze di adattamento al clima, legate al co- come siano finite quelle migliaia di ossa in una calore della pelle, degli occhi, dei capelli. Tratti che mera così nascosta come quella che è stata scoperpossono sembrare appariscenti ma che sul pia- ta. Non ce l’hanno portate l’acqua, né animali, non
no biologico non sono niente, sono una mancia- sono cadute dall’alto. Gli scopritori ipotizzano che
ta di geni che contano molto poco. Se mettiamo siano state messe lì apposta: sarebbe la prova di un
insieme tutte queste cose: una origine unica, gesto intenzionale, di una sorta di proto sepoltura.
africana, molto recente, da un gruppo piccolo Inoltre nella camera di Naledi ci sono tantissime
che poi diventa mobile e promiscuo, il risulta- altre ossa che non sono ancora state tirate fuori. Il
to è che non possono esistere razze biologiche capo della spedizione Lee Berger ha annunciato
umane. Non c’è più alcun motivo biologico, ge- novità, che per ora solo lui conosce, perché i fossili
non sono ancora stati descritti. Dopo l’estate dobnetico, perché possano esistere.
biamo aspettarci grandi notizie.
Ma negli Usa c’è chi torna a parlare di razza.
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PARERI
IL COMMENTO
di Francesca Fagioli* e Daniela Polese*
Ahimé Freud non ha distinto
la pulsione dall’istinto!
N
egli ultimi mesi la Repubblica ospita
quasi quotidianamente opinioni e
dissertazioni riguardanti gli aspetti più profondi dell’essere umano.
Leggendo siamo rimaste stupite dalla frase di
Massimo Recalcati (in “Perché si è attratti dalla
perversione” del 7 giugno scorso): «Già Freud,
infatti, aveva mostrato che la sessualità umana non obbedendo all’istinto naturale che coniuga il soddisfacimento alla necessità della
riproduzione della specie è, di per sé, perversa
polimorfa. Ma allora, se la perversione non definisce una vita sessuale anormale, qual è la sua
essenza? (…) Il perverso non crede alla Legge».
Il perverso riconosce come unica e vera forma
della legge «la legge della propria pulsione».
Recalcati mette in evidenza una differenza tra
istinto e pulsione, come l’anno scorso aveva già
detto: «Nel mondo umano la sessualità è regolata da un altro movimento che Freud chiama
pulsione» e ancora «questa è la grande scoperta
di Freud, Freud cioè ha distinto l’istinto dalla
pulsione» (il 20 giugno del 2015 a E lasciatemi
divertire, Rai 3). A questo proposito ci sembra
doveroso riprendere i testi citati originali di
Sigmund Freud per tentare di argomentare:
«La pulsione (…) agisce (…) sempre come una
forza costante. E in quanto non preme dall’esterno, ma dall’interno del corpo non c’è fuga
che possa servire contro di essa. Indichiamo
più propriamente lo stimolo pulsionale col termine “bisogno”; ciò che elimina tale bisogno
è il “soddisfacimento”.”; “(…) è tale [lo stimolo
pulsionale] la sensazione provocata dall’inaridimento della membrana faringea o dalla corrosione della mucosa gastrica (Nota: la base
organica dei bisogni della sete e della fame)»,
come scrive in Pulsioni e loro destini del 1915.
Freud non solo non distingue, ma identifica la
pulsione con l’istinto legato al bisogno e alla
sopravvivenza, assimilando così l’essere umano agli animali caratterizzati dall’istinto. Non
ci sarebbe così alcuna differenza tra la nascita
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umana e quella animale. Infatti, in Inibizione
sintomo e angoscia (1925), Freud scrive: «Tra la
vita intrauterina e la prima infanzia vi è molta
più continuità di quel che non ci lasci credere
la impressionante cesura dell’atto della nascita. L’oggetto materno psichico sostituisce per il
bambino la situazione fetale biologica». Come
ripreso poi da Heidegger in Essere e Tempo
(1927) dove non distingue tra specie animale e
quella umana: il parto è in entrambi i casi un
«essere gettato nel mondo» (Geworfenheit).
Nella cultura filosofica e psicoanalitica la nascita umana non esiste. Con la Teoria della nascita
di Massimo Fagioli - su queste pagine da più di
dieci anni è possibile leggere settimanalmente
la rubrica Trasformazione a sua firma -, invece
viene riconosciuta una realtà specie-specifica
che ha la sua base nella fantasia di sparizio- Freud identifica la pulsione
ne che ha inizio come con l’istinto legato al bisogno
pulsione di annulla- e alla sopravvivenza,
mento
(cosiddetto assimilando l’essere
istinto di morte) del umano agli animali.
mondo non umano Non ci sarebbe così alcuna
che crea simultanea- differenza tra la nascita
mente la vitalità nella umana e quella animale
realtà biologica.
Sappiamo poi che, come non viene distinta l’anaffettività dall’indifferenza, non è stato mai
distinto l’istinto dalla pulsione. La pulsione è
solo pulsione di annullamento che non distrugge la realtà del corpo ma rende non esistente la
realtà umana non materiale.
Negli ultimi decenni invece la conoscenza in
psichiatria e psicoterapia ha subìto una svolta
con la Teoria della nascita. La proposizione teorica di una naturalità della nascita umana come
realizzazione nel rapporto con il mondo non
umano ha permesso un salto epistemologico
che restituisce agli uomini e alle donne l’uguaglianza, la dignità e l’identità di esseri umani
differenziandoli dagli animali.
*psichiatra e psicoterapeuta
© Luca Chiaudano
© Luca Chiaudano
tanti del territorio, cuochi stranieri che
lavorano a Milano, detenuti, attivisti del
cibo, chef stellati, musicisti, fotografi, videomaker, performer, illustratori, scenografi: per ogni appuntamento un tema
gastronomico, un incontro tra arti, sei
postazioni di cucina e la musica, sempre, rigorosamente su vinile. Le attività di
Mare culturale urbano a Cascina Torrette di Trenno prendono il via martedì 21
giugno con una festa e un palcoscenico
diffuso dove si alterneranno musica live,
su vinile ed elettronica, piatti preparati
dal vivo, video proiezioni e installazioni.
Apriranno i festeggiamenti alcune associazioni del quartiere, che realizzeranno
“live” ciascuna una specialità culinaria. A
Cascina Torrette, nel quartiere di San Siro, ospita
chiudere la serata di musica, uno speciale
per tre mesi musica, spettacoli e dibattiti.
“cooking dj set”, in cui si esibirà Donpasta
Con le performance di Donpasta come filo conduttore
si esibirà assieme a Richard Dorfmeister,
dj e produttore austriaco, pietra miliare
di Raffaele Lupoli
dell’elettronica internazionale. Lunedì 4
luglio, invece, si rifletterà sul tema della
multiculturalità a partire dal cibo, fael quartiere milanese di San teatro alla gastronomia. A tessere il filo cendo il giro del mondo in sei tappe. La
Siro è da poco terminato il rosso durante i prossimi tre mesi sarà cena è realizzata in collaborazione con
restauro di Cascina Torret- una firma storica di Left, Daniele De Mi- Badeggs e il collettivo Postrivoro, giovani
te, una struttura seicentesca chele alias Donpasta, che sarà animatore chef provenienti da importanti ristoranti
che ospita un coworking, sale prova per di United Food of Milano, sette appunta- europei. Sei cuochi dal mondo residenti
musicisti, una cucina popolare con birre- menti che incrociano cucina popolare e a Milano condurranno il pubblico in un
ria artigianale e altri spazi a disposizione temi di attualità legati al cibo, tra musica, viaggio attraverso i loro piatti e ricordi
della collettività. In questa cornice, dalla video, teatro e fotografia.
gastronomici, mettendoli
prossima settimana e per tutta l’estate, si Il poliedrico dj, econo- Le attività organizzate in connessione tra loro,
alterneranno una serie di appuntamenti mista e “gastofilo” inda- da Mare culturale
perché attraverso la contaminazione e lo scambio
sotto l’insegna “Dopo andiamo al mare? gherà attraverso il cibo le urbano prendono
si arriva a un’identità me2016”. La rassegna è organizzata da Mare connessioni fra tradizio- il via il 21 giugno
ticcia nuova, molto più
culturale urbano, un centro di produzio- ne e innovazione, cen- con una festa e un
ne artistica arrivato nella zona ovest di tro e periferia della città, palcoscenico diffuso
ricca della semplice somMilano per costruire un nuovo modello coinvolgendo gli abitanti
ma delle precedenti. Il 14
di sviluppo territoriale delle periferie, svi- del quartiere e una serie di ospiti specia- luglio ai fornelli sono di turno i detenuti e
luppare scambi internazionali e attivare li. Donpasta porta a “Dopo andiamo al in mostra (anche fotografica) sono i loro
processi di inclusione sociale, rigenera- mare? 2016” la propria ricerca etnografi- piatti e le produzioni gastronomiche di
zione urbana e innovazione culturale. ca e culinaria, basata sulla partecipazio- qualità che nei penitenziari italiani rapEsperti italiani e internazionali sono in- ne attiva del pubblico, sul coinvolgimen- presentano sempre più un’occasione di
vitati a curare la produzione artistica di to dei custodi dei saperi gastronomici e riscatto e reinserimento sociale.
teatro, danza, cinema, arti visive, musica degli artisti, tracciando un viaggio in cui
e cultura digitale. Quest’estate Cascina degustare specialità regionali e mondia- Il programma della rassegna, che Left seTorrette ospita appuntamenti di diversa li realizzate al momento. Nonne e nonni guirà come media partner, è disponibile
natura, dal cinema in cuffia al jazz, dal di ogni parte d’Italia, associazioni e abi- su maremilano.org
A Milano arriva il mare
(di gusto e cultura)
N
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Siamo nati
per parlare e cantare
La forza della poesia orale e la fusione di musica e parole.
«Un modo di guardare e pensare il mondo e di rovesciarlo in versi».
Lello Voce parla della “rivoluzione fragile” e del libro-cd Il fiore inverso
di Donatella Coccoli
n fiore capovolto con le radici in alto che si intrecciano tra di loro e che altro non sono che
parole. Parole dell’antica lingua dei trovatori.
Ar resplan la flor inversa, Qui risplende il fiore
inverso, recita il verso di Raimbaut d’Aurenga,
conte d’Orange, vissuto nel 1100. Il fiore inverso, dice Lello Voce, può essere solo la poesia, «un
modo di guardare e pensare il mondo, di “rovesciarlo in versi”». Comincia, così, il nuovo librocd (edito da Squilibri) dell’inventore del Poetry
Slam in Italia. Il canto serrato e denso dell’oggi
- a ritmo di rap o elettronica - parte dai poeti del
XII secolo, quelli «capaci di adattare il ritmo dei
versi al trotto dei loro cavalli», coloro che «amano l’amore per l’amore, il canto e la solitudine».
Come se amore, canto e solitudine fossero le parole universali, senza tempo, della poesia. «Scrivimi quel verso che è/ lo schianto e il rompersi
del canto», si interroga Voce ed in effetti è come
se dialogasse con tanti altri venuti prima di lui.
Dopo Piccola cucina cannibale del 2011 e cinque anni di silenzio, Voce è tornato con Il fiore
inverso alla poesia fusa con la musica di Frank
Nemola, il suo “gemello”, colui, dice, che gli permette di essere «un artista plurale». Alle musiche
del cd hanno collaborato anche Paolo Fresu, il
rapper Kento e musicisti di diversa provenienza,
barocca, classica e jazz. «La tradizione si rispetta innovando», sottolinea Voce che spiega come
la struttura melodica della prima poesia, “Il fiore
inverso”, sia creata sulla struttura melodica della chanson di Rimbaut. C’è un lavoro certosino
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dietro ogni poesia. La musica non è accompagnamento o inserto casuale, come scrive lo
stesso Voce nel testo teorico, Per una poesia ben
temperata, che fa parte del libro-cd. «La musica
è accordata con le parole, come era il madrigale
fino a Monteverdi, prima della musica tonale». E
tecnicamente come avviene? Il metodo è sempre lo stesso, spiega. «Leggo per la prima volta
a Frank la poesia con un metronomo sotto: tac,
tac… Con questa prima traccia cominciamo a
lavorare sui pattern del ritmo, con l’elettronica,
il basso, i rumori. A questo punto abbiamo un
tessuto musicale sul quale io vado a reincidere,
anche spostando, se è il caso, qualche accento
per adeguarmi alla forma musicale». Il risultato
sono canti notturni, frenetici e nervosi, un viaggio metropolitano scandito ora dalla tromba sinuosa di Fresu, ora dalle tastiere di Nemola, con
incursioni di viola, fisarmonica e violoncello.
Parole e musica sono un tutt’uno e accade poi
che le stesse parole - lette, dopo averle ascoltate
- assumano un altro senso. Più ricche.
A livello teorico, scrive Voce, citando il musicologo Stefano La Via, la spoken word è costituita da:
parola (logos), musica (armonia) e ritmo (rhythmos). A questi tre elementi il poeta aggiunge il
senso. «Le parole mi interessano perché hanno
un significato e mi piace lavorare più sulla sintassi che sulle singole parole», dice. Alla fine, la
poesia è «memoria e comunicazione, significato
e suono, senso ed espressione». È un vero manifesto teorico sull’oralità, sulla spoken word,
quello di Lello Voce. Da oltre trent’anni il poeta
- originario di Napoli che vive a Treviso - “lancia” le sue parole contro la poesia “muta”, quella
letteraria, chiusa tra le pagine di un libro. «Noi
siamo nati per parlare e cantare. E siamo l’unica
specie che canta con significato», racconta. «La
poesia è nata per le orecchie ma poi è diventata per gli occhi. È l’unica arte che nel corso del
tempo ha perso il suo medium e tutti fanno finta
di nulla». Lui no, non si rassegna, anche se non
c’è nessuna polemica nei confronti di chi si limita a scrivere. Voce, che si definisce “espressionista”, appassionato di poeti come Piero Jahier,
Dino Campana, Elio Pagliarani, che ama Saramago («una meraviglia di essere umano») e che
è tornato a leggere Leopardi, Pirandello e Svevo,
ammette che «l’oralità di oggi non sarebbe nulla
senza Celan o Montale». Ci sono tanti poeti che
rifiutano l’oralità e che sono preziosi, continua,
solo che c’è un po’ troppa paura del futuro, del
fatto «che la poesia diventi politica, nel senso
che possa tornare nella polis». Ma cosa possono fare oggi i poeti? «La situazione è così piatta dice abbassando il tono della voce - che persino
noi poeti possiamo suscitare qualche interesse
come fonte di riflessione, se non sui valori, almeno sui significati delle parole. Abbiamo vissuto tante delusioni, la sinistra, certi tradimenti…
ci incontriamo alle manifestazioni, sappiamo
cosa vogliamo ma non abbiamo più le parole
per dirlo». C’è bisogno di una rivoluzione fragile
aveva scritto nel 2011. E oggi così scrive in “La-
voro cieco”: «comprendere come ormai l’unica
soluzione / non sia un pranzo di gala ma piuttosto / tutt’un’altra rivoluzione. “Lavoro cieco”,
la poesia forse più politica, è un’amara «fiaba
triste», dice lo stesso Voce.
«Il cuore è questo vuoto al centro del sentire/ il
fiore che nasce già appassito muto zittito /questo vecchio bambino e i suoi occhi grandi», scrive. Ma forse è perché «hanno accecato il lavoro
tagliato la lingua / ad ogni ribellione frantumato
i timpani / della memoria».
«Sussurrando, dico cose abbastanza terribili», ammette. «È insieme la presa d’atto di una
sconfitta, ma anche del fatto che
continuiamo a raccontare fiabe, Un’opera creata
prima o poi torniamo, come la Gi- dal poeta insieme
nestra di Leopardi». Sarà possibile con Frank Nemola,
una leopardiana “social catena”? La il “gemello”, ma anche
rivoluzione fragile per Lello Voce, con Paolo Fresu e il rapper
intanto, è «partire dalle debolezze Kento. «La musica
per costruire quello che ci manca e è accordata con le parole,
che sarà migliore di quello che ab- non è accompagnamento»
biamo adesso». Ma la parola deve
trovare terreni nuovi. Forse anche in questo caso
possono essere d’aiuto i versi di un altro trovatoIn alto, le illustrazioni di
re. Lo ferm voler qu’el cor m’intra, il fermo volere
Claudio Calia contenute
nel libro-cd Il fiore inverso
che nel cuore mi penetra, cantava Arnaut, anche
(Squilibri) di Lello Voce e
lui vissuto nel XII secolo. Una frase che Lello
Frank Nemola (Squilibri).
I musicisti che hanno
Voce interpreta come «l’energia e la dinamica
collaborato sono: Paolo Fresu,
impressa al senso e alle parole». Sarebbe questa
Kento, Simone Zanchini,
«la forma poetica più importante», scrive il poeLuca Sanzò, Eva Sola, Dario
Comuzzi e Adele Pardi
ta de Il fiore inverso.
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CINEMA
Un Vincent
Minnelli d’annata
che non invecchia
Torna in sala, in
versione restaurata,
un classico come
Un americano a Parigi
di Daniela Ceselli
V
incitore di sei premi
Oscar nel 1951, considerato dall’American
Film Institute uno tra i cento
film americani più importanti
della storia del cinema, noto
per le canzoni: “Our love is
here to stay” “S’wonderful”,
“I got rythm” e per le straordinarie musiche di George
Gershwin, è nelle nostre sale
la versione restaurata del film
Un americano a Parigi di
Vincente Minnelli, grazie alla
meritoria attività di De Paolis
e della sua società di distribuzione “Cinema”. Un pittore
americano squattrinato (Kelly), nella Parigi del dopoguerra, vive tutta la fascinazione
della città e del suo stile di vita
bohemienne, ma non riesce
a vendere le sue tele. Si innamora di una fanciulla (Leslie
Caron), contesa dal suo amico, e incontra una ricca gentildonna, che può lanciarlo
nell’esclusivo mondo dei galleristi. Si potrebbe aprire la
porta del successo e del prestigio, ma quale prezzo però?
Omnia vincit amor ovviamente, ma soprattutto trionfo della danza, dei colori in
movimento, della scenografia
esaltata dal technicolor - con
evidente rimando alla pittura impressionista da Renoir a
Toulose-Lautrec, da Rousseau
a Utrillo. Il virtuosismo coreografico dei numeri inchioda lo
spettatore, basti pensare ai 17
minuti finali, uno dei numeri
più costosi ed eleganti di Hollywood, curati, come tutto il
resto, da Kelly, complici il produttore Arthur Freed e la fotografia di John Alton. Si tratta di un’opera-concerto (per
usare un’indicazione di Jullier) di forte impatto emozio-
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nale e alta gradazione immersiva, giocata su performance
indimenticabili e leggendarie
personalità divistiche, che, se
da una parte propone la fuga
dal mondo reale e la leggerezza
dell’intrattenimento,
dall’altra racconta il livello
di professionalità, lo stile visivo delle Majors - in questo
caso della Metro-Goldwyn
Mayer- e la magia del musical
nell’ambito dello studio system. È tra gli indimenticabili,
insieme a Cappello a cilindro
di Mark Sandrich con Fred
Astaire e Ginger Rogers, Cantando sotto la pioggia di Stanley Donen, West Side Story e
Mary Poppins- per fermarci
agli anni Sessanta - e, sebbene viva della formula della
standardizzazione/differenziazione del sistema di produzione hollywoodiano e sia
ascrivibile a narrazioni in cui
la sospensione dell’incredulità è difficile, ancora oggi offre
un’idea di cinema e un accesso privilegiato a quella fabbrica dei sogni, che hanno reso il
linguaggio delle immagini, in
altre stagioni e momenti storici, superbamente unico.
LIBRI
La poesia
è come un
organismo vivente
Giorgio Manacorda
distilla in un libro
una vita di studi e di
componimenti lirici
di Filippo La Porta
R
icordate quel titolo, Va’
dove ti porta il cuore,
a sua volta mutuato
da un manuale giapponese
del samurai? È del tutto fuorviante, dal momento che
cuore e mente non si possono separare: il pensiero è
sempre fisico, emotivo, mai
disincarnato, e il concetto di
una “intelligenza razionale” è
una invenzione della nostra
cultura.
Questo è il Leit Motiv di un
prezioso libro di Giorgio Manacorda, poeta e studioso,
intitolato La poesia (Castelvecchi), che raccoglie testi
e saggi sparsi. Della poesia
troviamo qui una definizione al tempo stesso precisa e
poetica.
La poesia è come l’aria: inconsistente e consistente, e
sostiene chi vive. E ancora:
una poesia non è un oggetto ma un organismo - non
ci sono negozi che vendono
aria, né poesia - ed è respiro, cioè qualcosa di primario,
tra la vita e la morte. Inoltre
è simultaneità: «in una poesia c’è tutto, tutto insieme
e subito». Quella di Giorgio
Manacorda è una riflessione
appassionata e minuziosamente argomentata, equilibrata e animata da una verve
ARTE
Il Giappone
inedito
di Domon Ken
All’Ara Pacis una
ampia retrospettiva
del grande maestro
della fotografia
di Simona Maggiorelli
polemica oggi rarissima: oltre
alla critica frontale alle avanguardie, che censurano le
emozioni, c’è una pagina che
demolisce la teoria di Barthes
sul piacere del testo - dietro
la sua ammaliante retorica
sulla voluttà delle vocali e la
stereofonia della carne si scopre un discorso cerebrale vagamente sadomaso - , mentre all’«essere-per-la-morte»
di Heidegger (cui pure si riconosce qualche merito), che
è condanna all’angoscia di
vivere e riduzione dell’esserci
a cosa, si contrappone un essere-per-la-nascita, fondato
sugli affetti.
La poesia è insomma per
l’autore la forma stessa del
pensare (un ipertesto, o perfino un ipermedia, è analogo
alla poesia), è ciò che distingue dagli animali (i cui comportamenti sono solo funzionali) l’essere umano, capace
appunto di produrre senso.
In ciò ha a che fare non con
l’estetica ma con l’etica. Il
germanista, critico , poeta e
narratore Giorgio Manacorda
combatte soprattutto il nichilismo contemporaneo, in
nome dell’io emotivo e creativo. Dunque, non pensate
che la poesia sia qualcosa di
anacronistico!
A
ra Pacis, a Roma. La
teca di vetro progettata
da Meyer, che protegge
l’altare augusteo della pace,
custodisce ora anche un altro
tesoro: uno spicchio di Giappone antico e moderno. In poetico bianco e nero. Fino al 18
settembre qui sono esposte le
straordinarie fotografie di Domon Ken, che nel secolo scorso
ha raccontato per immagini il
volto discreto e gentile del suo
Paese, “narrando” la vita dei
villaggi, delle pescatrici di perle, ma anche gli anni durissimi
della guerra, il volto algido e
militare del Giappone e poi e la
rapida modernizzazione delle
grandi città. Come in un film
scorrono sulle pareti, rosse o
scure, sequenze di stampe che
testimoniano tutte le trasformazioni della nazione dal 1935
al 1979. Per questo maestro
dallo stile morbido e raffinato
furono più di cinquant’anni di
intenso lavoro. All’insegna di
un realismo che non si ferma
alla documentazione. Il suo
sguardo si posa con pudore e
con un profondo dolore su Hiroshima. Non si nasconde dietro l’obiettivo. Le sue opere seducenti, evocative, rivelano la
sua intima partecipazione a ciò
che ritrae. Specialmente quando i soggetti sono dei bambini. Che nelle sue fotografie
appaiono straordinariamente
vivi e vitali. Anche in mezzo
alle macerie del dopo guerra,
quando escono in strada al
tramonto inventandosi sempre nuovi giochi. Nel catalogo
Skira che accompagna la mostra, Kamekura Yusaku ricorda
il rapporto immediato, d’intesa e di simpatia, che Domon
Ken stabiliva con loro. Erano
anni di povertà e di fame, di
vita nelle baracche e di vestiti
laceri, ma bastava poco perché
nei più piccoli si accendesse
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la scintilla dell’immaginazione. E Domon Ken sa cogliere
questi momenti “magici”. Raccontando i bimbi per strada
la sua ricerca tocca i momenti
più liberi, alti e spontanei. Ma
affascinanti sono anche i suoi
lavori più ufficiali: ritratti di
vigili issati su fragili strapuntini in mezzo alle prime strade
trafficate del dopoguerra e abbaglianti parate militari, in cui
Domon Ken insinua una vena
sottilmente ironica, una critica
felpata al militarismo evitando
le provocazioni, ma al contempo lasciando intendere il suo
pensiero. Bellissimi poi i ritratti
di fanciulle in fiore e di giovani
donne, sensibili, eleganti, sui
tacchi alti e con i vestiti della
festa, sognando amori nei giorni della ripresa e di pace. Alcune immagini anni Cinquanta
hanno l’appeal tutto francese
del cinema alla Resnais. Altre
evocano la tradizione antica
in abiti di seta richiamando i
rituali di una geisha, ma perlopiù sono rare le tracce del
passato. Quelle più seducenti
vengono dalle maschere del
Teatro No e dai templi buddisti
in una imprevista esplosione
di rosso, di nero e di oro.
BUON VIVERE
TELEDICO
Risotto alla Verdi
un piatto
da vero Maestro
Le vie del
“neoluzionismo”
sono infinite
Abile cuoco,
è celebrato anche
a tavola nella città
natale Roncole
Debutta anche
in Italia la season 4
di Orphan Black.
E promette sorprese
di Francesco Maria Borrelli
di Giorgia Furlan
G
iuseppe Verdi. Figlio di
Carlo Verdi, proprietario di una taverna
alle Roncole, il Maestro era
un bravo cuoco attento alla
scelta degli ingredienti. «Era
sovente nella sua cucina riccamente dotata a cucinarsi
il suo famoso risotto. Dosava
con esattezza ciò che poteva
servire alla sua salute. Però ai
suoi ospiti offriva una tavola
generosa e sapiente», scrive
Mirella Abriani in La voce di
Casa Verdi (N. 15, luglio 2015).
Nato a Roncole di Busseto
(Parma), lì il Maestro è celebrato anche in cucina, come
spiega Carduccio Pedretti del
ristorante Alle Roncole: «Qui
tutto è un omaggio a Verdi:
in cucina il Risotto alla Verdi
- dedicato al Maestro nell’800
dallo chef Pellaprat, ndr - e
le tagliatelle alla Strepponi,
omaggio alla seconda moglie
Giuseppina. Serviamo anche i
vini toscani perché piacevano
al compositore e come connubio musica-sapore, nella
sala Falstaff - ultima opera di
Verdi, ndr - si mangia ascoltando musica classica e operistica». Ringraziando Pedretti
per la ricetta rivisitata, ecco il
piatto amato dal Maestro.
Ingredienti per 4-5: riso Carnaroli 350gr; punte di asparagi 200 gr; culatello 80gr; 1
cipolla; brodo vegetale 1l; olio
Evo; burro 1 noce; Parmigiano
reggiano grattugiato.
Pulite gli asparagi e conservate la parte più tenera (5-6
cm) tenendo da parte qualche
punta più corta. Rosolate la
cipolla tritata in padella con
un filo d’olio e quando appassirà unite asparagi e culatello
a listarelle. Cuocete dieci minuti circa mescolando bene.
Unite il riso, fatelo tostare
qualche minuto girando spesso perché non si attacchi e
versate poco alla volta, e via
via che si asciuga, il brodo caldo mescolando. A fine cottura
mantecate con burro e Parmigiano. Impiattate decorando
con punte d’asparagi e listarelle di culatello.
Vino consigliato: Il Sasso,
Carmignano Docg, azienda
Piaggia. «A base Sangiovese,
come da disciplinare per il
Carmignano Docg, c’è il 20%
di Cabernet (Franc e Sauvignon) e 10% di Merlot. Si
ritrova l’eleganza e la finezza del Sangiovese unite alla
complessità dei vitigni più
internazionali. Vinifica in acciaio, poi affina un anno e più
in barrique francesi e quindi
prosegue in bottiglia. Piacevole con sentori interessanti,
non è troppo complesso e si
accompagna a tutti i piatti»,
racconta la titolare, Silvia Vannucci.
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È
arrivata anche la quarta
serie di Orphan Black,
la serie tv fra fantascienza e thriller che racconta
di clonazioni e colossi farmaceutici impegnati in complicati esperimenti sugli esseri
umani. In Italia sarà messa
in onda a partire da martedì
5 luglio su Netflix, dove verrà
reso disponibile ogni settimana uno dei dieci episodi. Negli
Usa invece siamo già arrivati
al finale di stagione. Quindi, in attesa di vederlo anche
nel Belpaese, ecco qualche
succosa anticipazione. Attenzione, potreste incappare in
qualche spoiler!
Iniziamo dalla bravissima Tatiana Maslany, attrice protagonista della serie candidata
anche al Golden Globe come
miglior attrice durante la
scorsa stagione. Maslany infatti si sdoppia ulteriormente
e si cimenta nell’interpretazione di un altro clone: la
svedese MK, un’hacker che,
oltre a fornire importanti rivelazioni sui neoluzionisti, ci
permette di ripercorrere meglio gli ultimi mesi di vita della
detective Beth Childs, il clone
che abbiamo visto suicidarsi sotto un treno nella prima
serie e di cui Sarah Menning
aveva assunto l’identità. Finalmente, dopo tre stagioni
in cui il personaggio di Beth
era rimasto sempre solo sullo
sfondo, viene tratteggiato un
ritratto più deciso della detective. Di lei scopriamo punti
di forza e debolezza, passioni
e sentimenti, ma soprattutto:
perché ha deciso di uccidersi.
E per la categoria “personaggi che fanno una brutta fine”,
questa quarta serie finalmente ci svela se la dottoressa
Delphine Cormier. è davvero
morta o no. Scendono inoltre
in campo anche nuovi antagonisti. È il caso per esempio
della scienziata Evie Cho, ambiziosa e malvagia forse più
del vecchio Aldous Leekie,
guru del neoluzionismo. Ma
per le ragazze del “clone club”
è tempo, non solo di affrontare difficili sfide, ma anche di
tessere nuove alleanze, quindi
aspettatevi presto di vedere
combattere fianco a fianco
contro i cattivi le due ex nemiche Sarah e Rachel. E se arrivati alla fine vi sembrerà che
sia stata messa troppa carne
sul fuoco, non vi preoccupate John Fawcett, co-creatore
della serie, ha già promesso di
dare delle risposte a tutto nella quinta stagione.
APPUNTAMENTI
Roma - Dopo i 75 milioni di
visitatori passati per il Distretto artistico 798 di Pechino, il 18 eil 19 luglio a Villa
Celimontana si può vedere
la collettiva di 32 artisti cinesi
contemporanei per scoprire
le nuove tendenze artistica
dell’Oriente, che stanno portando la Cina ai vertici delle
tendenze mondiali.
Lignano Sabbiadoro - Il premio Hemingway 2016 va a
Luis Sepùlveda per la narrativa e a George Tatge, autore di
Italia metafisica (Contrasto)
per la fotografia. Dal 22 al 26
giugno saranno a Lignano
per la premiazione insieme
a Aharon Appelfeld, premio
speciale per “la vita e l’opera”.
www.premiohemingway.it
Genova- Fino al 26 giugno
al Porto Antico, almeno 100
eventi che uniscono lingue
e culture proprio come fosse
un Suq. Tra gli ospiti più attesi
il poeta siriano Adonis: sarà
al Suq con Hagar la schiava
(adattamento e regia di Giuseppe Conte) e poi il cunto di
Mimmo Cuticchio e molto altro. www.suqgenova.it
Pat Metheny apre
l’estate del GruVillage
Torino - Il grande Pat Metheny
(in foto) con Antonio Sanchez,
Gwilym Simcock e Linda Oh
apre il 19 giugno l’estate del
GruVillage. Preceduto il 18 da
Jack Savoretti. E seguito da
altri concerti da non perdere, fino al 31 luglio nell’Arena
verde di Le Gru a Grugliasco.
Qui il programma completo:
www.gruvillage.com
© Pietro Carrieri
Sepùlveda vince
il premio Hemingway
Arnaldo Pomodoro
e la passione di Cleopatra
Bologna - La passione di Cleopatra. Visioni e maschere di
Arnaldo Pomodoro al Museo
della musica dal 24 giugno al
18 settembre. Con i materiali
progettuali (disegni, maschere, ornamenti, modellini di
scena) realizzati da Pomodoro per la messinscena de La
passione di Cleopatra del poeta egiziano Ahmad Shawqi.
Giornalismo
d’inchiesta e Blixa live
La lunga attesa
di Mimmo Jodice
Riccione - Il festival del giornalismo d’inchiesta, oganizzato
dall’Associazione
Documentari Inchieste Giornalismi, si tiene dal 23 al 26
giugno, con incontri, dibattiti, workshop e i Dig Awards.
Spazio anche alla musica con
il concerto del mitico Blixa
Bargeld con Teho Teardo (in
foto). www.dig-awards.org/it
Napoli - S’intitola Attesa.
1960-2016, la più ampia retrospettiva mai dedicata alla
ricerca artistica di Mimmo
Jodice (nato a Napoli, nel
1934), grande maestro della
fotografia contemporanea.
Organizzata da Electa l’antologica si tiene fino al 24 ottobre al museo Madre.
www.madrenapoli.it
© Mourad Balti Touati/Ansa
La poesia e il teatro
di Adonis e Conte nel Suq
L’avanguardia cinese
del Distretto 798
Trame, per riflettere
e indagare le mafie
Lamezia Terme (Ct) - Fino al
19 giugno il più importante
festival dedicato allo studio
del fenomeno “mafia”. Fra gli
ospiti di quest’anno Pif (in
foto), gli scrittori Emanuele
Trevi e Maurizio Torchio (autore di Cattivi, Einaudi) e poi
Fittipaldi, Cavalli, Travaglio,
Ayala, Calabrò e molti altri.
www.tramefestival.it
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TRASFORMAZIONE
Conobbi me stesso creando la linea intorno al volto.
Creando la parola diverso sparì il primo anno di vita.
Venne il volto di donna sconosciuto e perturbante
Il
volto
diverso è la mia immagine interiore
L
e parole scritte tornano e non sono ricordi. Invisibili
dentro il corpo, spingono la mano a scriverle di nuovo. Sembrano uguali a quelle scritte prima, ma non è
vero. È soltanto la mente cosciente che ricorda. Riesco a vedere me seduto sulla poltroncina di via Roma libera
che parla e sostiene calmo il tempo dell’assenza nella mente
cosciente, del nome del giorno segnato sul calendario. Pochi
minuti e ricompare chiaro. Giovedì 19 maggio.
Lo scrissi due settimane fa ed ora le parole sono tornate
ma, sono certo, che non sono più quelle di prima. Tento di
ricordarle e vengono i termini verbali dimenticanza, oblio,
rimozione... e le labbra fanno una piega che sembra un sorriso. La terza parola, che indicherebbe una dimenticanza, ha
l’orrore di un pensiero che si muove soltanto per il rapporto
con la realtà materiale del mondo. È senza senso, insignificante.
La voce che viene da lontano dice che è perduto ogni amore per il linguaggio articolato udito e visto. Ormai, forse, neppure dire: grazie, addio, è ripetizione. Neanche il 19 maggio
scritto sulla carta appesa al muro, è ricordo cosciente. I segni sono travolti da una nebbia in movimento...non riesco a
trovare le parole per descriverla. Assenza di tipo epilettico?
Nessuna assenza.
Cosciente, avevo un preciso rapporto con le molte persone che avevo davanti. Vedevo le mie braccia allungate verso
di loro, oblique come se invitassero ad un abbraccio le voci
che, sonore, avevano il linguaggio silenzioso della realtà non
materiale umana. Parlando, proponevano le immagini silenziose della notte senza coscienza: chiedevano l’impossibile.
Trasformare le loro parole che erano coscienza, in linguaggio
verbale che dava la sapienza del pensiero senza coscienza del
sonno, che è senza parola.
Forse fu un gettarsi in un abisso senza fondo, sprofondare
nell’aria diventata densa come il latte, precipitare nel vuoto
senza confini. Le braccia distese si fusero nelle due ali del salone e volai tornando al passato nel piccolo paese delle Marche che la memoria mi ricorda con la luce di una lampadina
appesa al soffitto. Disegno, immaginando me stesso piccolo
bambino che disteso nel lettino guarda, svegliandosi, in alto.
So che, accanto al vago ricordo della nebbiosa percezione,
c’è il pensiero che “vede” l’invisibile legato al termine risveglio. Ma oltre, il pensiero che ha perduto ogni rapporto con
la realtà, dice separazione, realizzare l’impossibile, rendersi
autonomi dalla madre che ha accettato il “corpo estraneo”
dell’embrione e feto e mi ha scaldato e nutrito.
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Vengono parole che so essere un modo di pensare nuovo,
necessario per comprendere e dare nomi alla realtà non
materiale umana. Il ricordo cosciente della lampadina nel
soffitto che dava luce è, in verità, la memoria di un movimento del corpo che non può camminare ma si rende autonomo dal rapporto con la madre, indispensabile per salvare
la vita nata nella separazione dal suo corpo. Vita che è incapace di sostenere e sviluppare se stessa nel rapporto con la
realtà dell’aria e del mondo.
È iniziato il tempo finito della vita che esiste insieme al
movimento, che, per i primi secondi dall’entrata del corpo
nello spazio dell’aria, non c’è. Ma è noto che nel silenzio dei
primi secondi di vita esiste il battito cardiaco. Esso inizia,
in modo spontaneo nella realtà biologica che si è formata
per scissione nelle prime quattro-sei settimane dall’anfimixi. Viene la certezza che dice: è movimento della realtà
biologica senza realtà non materiale che scompare quando
la luce giunge sulla rètina. La nascita è silenziosa nel corpo
ma non nella mente.
Penso che debba scrivere che il battito cardiaco dell’embrione è rapporto con lo spazio senza rapporto con il tempo.
Le cellule che fanno le prime formazioni: morula, blastula,
gastrula, blastocisti, si fanno per scissione che è moltiplicazione ma non è evoluzione perché non c’è modificazione delle cellule sempre uguali. Si dice infatti che sono totipotenti
potendo diventare tessuti diversi. Inizierà quando si formeranno i tre foglietti: endoderma, mesoderma, ectoderma.
Giunge nella mente il termine movimento che, anche se è
manifestamente identico all’altro, non è più uguale a quello
che indicava, nell’embrione, l’inizio del battito che si chiamerà cardiaco. Nella realtà biologica umana senza realtà
mentale che non è materia percepibile, non c’è il termine
movimento che ha in sé la parola trasformazione. La differenziazione della massa di cellule indifferenziate nei tre
foglietti non è trasformazione perché è sempre soltanto biologia che può creare realtà diverse ma non veramente nuove
perché sono senza realtà non materiale.
Dissero sempre che era degenerazione, disfacimento,
perdita della forma della mente sveglia e deformazione dei
lineamenti del corpo, malattia mentale. Non so quando ma
certamente accadde che comparve diversa, il contrario del
“non più riconoscibile”, quando pensai l’idea naturale che,
nel sonno, esisteva il pensiero. Trasformazione del linguaggio verbale cosciente in pensiero per immagini silenziose
senza parola.
Massimo Fagioli psichiatra
Due settimane fa comparve, nelle parole che hanno portato la
luce della conoscenza nella “zona oscura” dell’essere umano, un
altro termine verbale. Era stata sempre la parola base per pensare
all’idea della nascita come reazione all’arrivo della luce sulla rètina. Un giorno ripensando le prime 10 poi 12 poi 14 parole nuove
vidi, esterefatto, che non avevo scritto il termine verbale reazione.
Dando nomi a realtà invisibili ai sensi della coscienza, pensate
soltanto da Leopardi nell’Infinito senza le parole che offrono ai
propri simili la conoscenza, avevo scritto la parola creazione. Fu,
penso il momento in cui avevo lasciato il mondo che annullai la
parola “regressione” e inventai la parola ricreazione che non era
mai esistita.
Era stata sempre qualità dell’ente supremo...intelligenza creatrice come dice la cultura americana cui, in verità, non avevo
mai pensato quando, ferito al volto, sembrava avessi perduto
l’identità selvaggia che correva nei campi nei boschi e tra gli
animali ed era libera perché indifferente alle parole del fascismo e della religione. Dopo due settennali di vita la certezza
senza pensiero verbale che natura umana non era animale fu
gettata nell’abisso della ragione dove regnava l’inconoscibilità
della natura umana.
19 maggio. 85 anni di vita. 71 anni dall’inizio della vita
nuova. Nei tre...dieci minuti dell’assenza del ricordo cosciente
del numero del giorno e della parola del mese comparve, nella
inalterata presenza del corpo e dell’abitare nel mondo con i
propri simili, la realtà detta dal solo pensiero: “ venti secondi”.
Il silenzio e la scomparsa della forza del corpo non furono
più l’Inconoscibile. Cinque o 7 parole hanno gettato luce su
un tempo inesistente della vita che la coscienza non ha mai
potuto o voluto vedere.
Pensai, rifiutando la stupidità delle favole: peccato originale,
animalità, nulla e male radicale, alla parola creazione nascosta nel termine ricreazione nato dal rifiuto radicale del termine
regressione. Pensarlo non è ripetere la nascita che è creazione
perché diventa esistente ciò che prima non è mai esistito.
Il
tuo
volto
è la mia
Non c’è il termine ricreazione neppure nelle ultime 19 parole
immagine
nuove. So perché. Lo vidi il 6 novembre quando, insieme al respiro, uscirono
dalla bocca i termini: disegnare la linea intorno al proprio volto visto allo specinteriore. Avevo
chio. Subito vidi, scrissi e compresi che alla nascita fisiologica, insieme alla capacità
davanti cento e
di immaginare, la linea non c’è.
mille volti ed io penso
È necessario che il neonato, oltre a ricreare la forza che, per la pulsione di analle parole che vennero a
nullamento nei “venti secondi” è scomparsa deve, per poter pensare e vedere la
linea intorno al volto, svilupparla. Il corpo si sviluppa con il calore ed il nuRAI 3 Linea notte: psichiatra
trimento che dà l’altro essere umano. La forza del pensiero aumenta con la
dell’Analisi collettiva, filosofo.
dialettica tra realtà non materiale della “madre” e la vitalità del neonato.
Ma io abbandono l’identità della
Tornano le parole che hanno un senso che prima non avevano.
Fare la linea è una caratteristica esclusivamente umana che
ragione cosciente ogni volta che
diventerà disegnare e scrivere. È necessaria una forza che non è
si chiudono le tre grandi porte che
soltanto energia muscolare che fa stare in piedi e camminare.
mettono la realtà esterna “tra parenteLa mano scrive: vitalità.
Oltre il movimento del corpo vidi la forza della resistensi”, ovvero nell’indifferenza. Quel giorno,
za e del rifiuto dell’anaffettività, dell’annullamento e
cosciente, persi il rapporto con il ricordo. Le
negazione verso gli altri esseri umani necessari per
parole “avevo dimenticato” uscirono dal mio
la sua sopravvivenza. L’esistenza simultanea del
corpo e della mente si ha alla nascita. Poi lo svicorpo e, sparendo, invasero l’aria. Fantasia di
luppo della mente ha una velocità ed una forza
sparizione verso la propria nascita ed il rapporto di
maggiore dello spostamento del corpo nello
sopravvivenza con l’essere umano che scalda e nutre,
spazio. Pensare e “vedere” la linea intorno
creazione di un’identità nuova disegnando, per “venti
al proprio volto in braccio alla “madre”.
Poi dopo cinque-sei anni di vita la
secondi”, la linea intorno al volto di chi chiamo senza dire il
mano segna la linea e scrive.
nome..
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IN FONDO A SINISTRA
di FABIO MAGNASCIUTTI
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