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Sabato, 21 maggio 2016
IL CASO DEL GIORNO
CONTABILITÀ
L’ipoteca a seguito di
sospensione della
sentenza non sconta
imposte
Finanziamenti soci alle prese con
l’attualizzazione
/ Alfio CISSELLO e Anita MAURO
/ Fabrizio BAVA, Donatella BUSSO e Alain DEVALLE
A breve dovranno essere emanati i
decreti attuativi del nuovo art. 69 del
DLgs. 546/92, che individueranno i
termini e le modalità di rilascio delle
garanzie che il contribuente può dover prestare a fronte di una sospensiva giudiziale, a prescindere dal fatto che questa riguardi l’atto impositivo o la sentenza di primo o secondo
grado.
In attesa di ciò, alcune Commissioni
tributarie hanno accolto la domanda
di sospensione della sentenza subordinatamente alla prestazione di idonea garanzia ad opera del contribuente, da prestarsi, a sua scelta, mediante fideiussione bancaria/assicurativa o ipoteca sui beni immobili.
Emergono però problemi relativi al
costo delle garanzie, in special modo
per la tassazione delle ipoteche.
Sussistono valide argomentazioni
per affermare che l’ipoteca di cui
trattasi non sia soggetta a tassazione, in merito sia all’imposta di registro che all’ipotecaria.
La fattispecie, per l’ [...]
Una possibile conseguenza del nuovo OIC 19 relativo ai debiti è che i debiti verso soci per finanziamenti
debbano in futuro essere attualizzati.
Il principio contabile, pubblicato per
la consultazione lo scorso 7 marzo
2016, illustra l’applicazione operativa del nuovo art. 2426 comma 1 n. 8
c.c., il quale prevede che i debiti siano iscritti in bilancio “tenendo conto del fattore temporale”.
L’OIC, nella presentazione al documento in bozza, afferma che “per
quanto riguarda i debiti di natura finanziaria, possono prodursi effetti
(rispetto alle precedenti prassi, ndr)
per quelli di medio-lungo termine […]
con interessi significativamente diversi dai tassi di interesse di mercato”. Il documento in commento pone quindi l’accento sulla presenza di
finanziamenti che hanno un tasso
di interesse “nominale” significativamente diverso rispetto al tasso di
interesse di mercato.
L’esempio 2, riportato nell’Appendi-
La bozza del nuovo OIC 19 prevede l’attualizzazione per i debiti finanziari con
interesse effettivo significativamente diverso dal tasso di mercato
ce B dell’OIC 19, ipotizza l’erogazione
di un finanziamento, con scadenza 5
anni e un tasso nominale dell’1%,
mentre il tasso di mercato è del 5%.
Ci si chiede però quali finanziamenti
vengano concessi ad un tasso nominale significativamente inferiore al
tasso di mercato.
Il pensiero corre immediatamente ai
debiti verso soci infruttiferi: se sul
debito verso soci non maturano interessi, si rientra sicuramente nella fattispecie sopra descritta, dal momento
che in assenza di oneri finanziari non
si configura un’operazione condotta a
tassi di interesse di mercato; in questi casi, occorre quindi individuare le
conseguenze che potrebbero sorgere
a seguito dell’applicazione del nuovo
principio contabile.
Innanzitutto sarà necessario analizzare attentamente le caratteristiche
dei finanziamenti stessi, in modo particolare la scadenza. Si ritiene che,
qualora il finanziamento sia concesso per 12 mesi, alla scadenza dei quali
il finanziamento si [...]
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IN EVIDENZA
PROFESSIONI
Reddito delle società di persone imputato ai soci che sono tali al 31
dicembre
Dal 1° giugno la cartella di Equitalia al professionista arriva solo via
PEC
Dall’Agenzia delle Entrate le regole per gli interpelli sui nuovi
investimenti
ALTRE NOTIZIE
/ DA PAGINA 9
Revisione legale, i
commercialisti scrivono
al MEF
/ Savino GALLO
Nonostante lo schema di decreto legislativo di recepimento della direttiva
2014/56/UE in materia di revisione legale sia oramai vicino alla sua approvazione definitiva (il [...]
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ancora
IL CASO DEL GIORNO
STUDIO DUCOLI
L’ipoteca a seguito di sospensione della sentenza non
sconta imposte
Per la fideiussione il Fisco ha l’obbligo di rimborsare, ma nulla è detto per le ipoteche
/ Alfio CISSELLO e Anita MAURO
A breve dovranno essere emanati i decreti attuativi del
nuovo art. 69 del DLgs. 546/92, che individueranno i
termini e le modalità di rilascio delle garanzie che il
contribuente può dover prestare a fronte di una sospensiva giudiziale, a prescindere dal fatto che questa
riguardi l’atto impositivo o la sentenza di primo o secondo grado.
In attesa di ciò, alcune Commissioni tributarie hanno
accolto la domanda di sospensione della sentenza subordinatamente alla prestazione di idonea garanzia ad
opera del contribuente, da prestarsi, a sua scelta, mediante fideiussione bancaria/assicurativa o ipoteca sui
beni immobili.
Emergono però problemi relativi al costo delle garanzie, in special modo per la tassazione delle ipoteche.
Sussistono valide argomentazioni per affermare che
l’ipoteca di cui trattasi non sia soggetta a tassazione, in
merito sia all’imposta di registro che all’ipotecaria.
La fattispecie, per l’imposta di registro, può agevolmente rientrare nell’art. 5 della Tabella allegata al DPR
131/86, che esclude da imposta gli “atti e i documenti”
concernenti la liquidazione e la riscossione di imposte
e tasse.
In relazione all’imposta ipotecaria, il discorso sembra
ancora più semplice.
Ai sensi dell’art. 1 comma 3 del DLgs. 347/90, “non sono soggette all’imposta le formalità eseguite nell’interesse dello Stato né quelle relative ai trasferimenti di
cui all’art. 3 del testo unico sull’imposta sulle successioni e donazioni ...“.
Si tratta palesemente di una formalità “eseguita
nell’interesse dello Stato“, almeno nella misura in cui
la controparte sia l’Agenzia delle Entrate.
La ratio è intuitiva: il contribuente deve prestare una
garanzia nell’attesa che in via giudiziale si stabilisca
Eutekne.Info / Sabato, 21 maggio 2016
se la pretesa è dovuta o meno. Sarebbe stucchevole
che, sull’ipoteca, occorresse anche corrispondere le
imposte d’atto, che, a seconda naturalmente del valore
della causa e quindi del credito potenziale da garantire, possono essere assai elevate.
Per di più, testualmente il costo relativo all’ipoteca non
rientra nell’obbligo di restituzione di cui all’art. 8 della
L. 212/2000, inerente alle fideiussioni.
L’ipoteca è nell’interesse dello Stato
Quindi, il contribuente, per ottenere la restituzione di
quanto pagato in merito all’ipoteca (costo della perizia
di stima, spese notarili, e, se indebitamente le si ritiene dovute, imposte ipotecarie), dovrebbe, se risultasse
vincitore in sede giudiziale sul merito, chiedere il rimborso applicando analogicamente l’art. 8 della L.
212/2000, cosa a nostro avviso fattibile ma di certo soggetta ad un margine di aleatorietà.
Tornando all’esenzione da imposta ipotecaria, per come è formulata la norma, potrebbe non valere se la garanzia è imposta dal giudice a favore di un Comune,
non essendo questo parte dell’Amministrazione dello
Stato. Saremmo però in presenza di una disparità irragionevole di trattamento.
La tesi dell’esenzione trova puntuale riscontro nella
prassi ufficiale.
Si veda la risoluzione n. 311656 del 1974, che, in merito
al “vecchio” art. 43 del DPR 637/72, ha ritenuto esente
l’ipoteca relativa ad una dilazione di pagamento per
l’imposta di successione.
Ancora più significativa è la circolare del 30 aprile 1991
n. 27, che ha ritenuto esente l’atto di trascrizione del
pignoramento immobiliare adottato a seguito di ingiunzione fiscale ex RD 639/1910.
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ancora
CONTABILITÀ
STUDIO DUCOLI
Finanziamenti soci alle prese con l’attualizzazione
La bozza del nuovo OIC 19 prevede l’attualizzazione per i debiti finanziari con interesse effettivo
significativamente diverso dal tasso di mercato
/ Fabrizio BAVA, Donatella BUSSO e Alain DEVALLE
Una possibile conseguenza del nuovo OIC 19 relativo ai
debiti è che i debiti verso soci per finanziamenti debbano in futuro essere attualizzati.
Il principio contabile, pubblicato per la consultazione
lo scorso 7 marzo 2016, illustra l’applicazione operativa del nuovo art. 2426 comma 1 n. 8 c.c., il quale prevede che i debiti siano iscritti in bilancio “tenendo conto
del fattore temporale”.
L’OIC, nella presentazione al documento in bozza, afferma che “per quanto riguarda i debiti di natura finanziaria, possono prodursi effetti (rispetto alle precedenti prassi, ndr) per quelli di medio-lungo termine […] con
interessi significativamente diversi dai tassi di interesse di mercato”. Il documento in commento pone
quindi l’accento sulla presenza di finanziamenti che
hanno un tasso di interesse “nominale” significativamente diverso rispetto al tasso di interesse di mercato.
L’esempio 2, riportato nell’Appendice B dell’OIC 19, ipotizza l’erogazione di un finanziamento, con scadenza 5
anni e un tasso nominale dell’1%, mentre il tasso di
mercato è del 5%.
Ci si chiede però quali finanziamenti vengano concessi ad un tasso nominale significativamente inferiore al
tasso di mercato.
Il pensiero corre immediatamente ai debiti verso soci
infruttiferi: se sul debito verso soci non maturano interessi, si rientra sicuramente nella fattispecie sopra descritta, dal momento che in assenza di oneri finanziari non si configura un’operazione condotta a tassi di
interesse di mercato; in questi casi, occorre quindi individuare le conseguenze che potrebbero sorgere a seguito dell’applicazione del nuovo principio contabile.
Innanzitutto sarà necessario analizzare attentamente
le caratteristiche dei finanziamenti stessi, in modo
particolare la scadenza. Si ritiene che, qualora il finanziamento sia concesso per 12 mesi, alla scadenza dei
quali il finanziamento si considera automaticamente
rinnovato se non vi è una richiesta specifica di rimborso da parte dei soci, lo stesso dovrebbe ricadere tra i
debiti a breve termine, per i quali l’OIC 19 presume l’irrilevanza dell’applicazione dell’attualizzazione. Lo
stesso dovrebbe valere per le delibere in cui non è stata indicata una scadenza, ma è prevista la possibilità
dei soci di richiedere la restituzione in qualunque momento, compatibilmente con la situazione finanziaria
della società.
Maggiori analisi dovranno essere condotte nel caso di
finanziamenti soci infruttiferi postergati rispetto al pagamento di un altro debito (ad esempio nei confronti
di un istituto di credito) oppure nel caso di finanziamenti per i quali è previsto che il debito sarà rimborsaEutekne.Info / Sabato, 21 maggio 2016
to ad una determinata data, oltre i 12 mesi da quando il
finanziamento è erogato.
In sostanza, se il finanziamento soci è infruttifero ed
ha una scadenza superiore ai 12 mesi, si pone la questione dell’attualizzazione.
La bozza dell’OIC 19 prevede infatti che “qualora il tasso di interesse effettivo sia significativamente diverso
dal tasso di interesse di mercato, il tasso di interesse di
mercato deve essere utilizzato per attualizzare i flussi
finanziari futuri derivanti dal debito al fine di determinare il suo valore iniziale di iscrizione”.
Nel caso dei finanziamenti soci, il tasso di interesse
effettivo coincide molto spesso con il tasso di interesse nominale (nel caso di debiti infruttiferi, il tasso è pari a zero), dal momento che generalmente non vi sono
costi di transazione iniziali (non vengono richieste
commissioni up front all’erogazione del finanziamento soci, così come invece accade nel caso di debiti finanziari verso gli istituti bancari, ad esempio spese di
istruttoria, perizie, ecc.).
Il tasso di interesse di mercato, invece, è il tasso che
sarebbe stato applicato se due parti indipendenti avessero negoziato un’operazione similare di finanziamento con termini e altre condizioni comparabili a quella
oggetto di esame.
La definizione stessa di “tasso di interesse di mercato”
pone l’accento sul fatto che solo in condizioni particolari (ad esempio finanziamenti effettuati dai soci, finanziamenti effettuati da una controllante a favore di
una controllata, ecc.) il tasso di interesse effettivo del
finanziamento si discosta dal tasso di interesse di
mercato, in quanto, se l’operazione avviene tra due
parti indipendenti, in linea di massima viene condotta
a valori di mercato.
Si consideri, ad esempio, un finanziamento soci infruttifero, erogato in data 1° gennaio 2016, di 1.000.000 euro
con durata di 3 anni.
Ai fini della rilevazione iniziale del debito è necessario individuare il tasso di interesse di mercato (ad
esempio il 5%, determinato considerando il livello generale dei tassi di interesse e lo spread della società).
Considerare l’effetto del fattore temporale applicando
quanto previsto dall’OIC 19 comporta la necessità di attualizzare l’unico flusso di cassa previsto (il valore di
rimborso di 1.000.000 euro) per 3 anni al tasso del 5%.
Il valore attuale è pari a 863.837,60 euro
(1.000.000/1,05³).
Il debito deve quindi essere rilevato inizialmente a
863.837,60 euro, a fronte di disponibilità liquide ricevute pari a 1.000.000 euro.
Come deve essere trattata la differenza di 136.162,40
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ancora
STUDIO DUCOLI
euro?
L’OIC 19 prevede che tale differenza sia “rilevata tra i
proventi finanziari del conto economico nella voce
C.16d), salvo che le caratteristiche dell’operazione non
inducano ad attribuire a tale componente una diversa
natura”.
Successivamente alla rilevazione iniziale, il debito deve essere rilevato al costo ammortizzato, utilizzando
quale tasso di interesse effettivo il tasso di mercato determinato al momento iniziale.
Conseguentemente, nell’esempio considerato, nel primo esercizio sono iscritti a Conto economico oneri finanziari pari a 43.191,88 euro (5% di 863.837,60 euro, anche se il debito è infruttifero).
Il debito nei confronti dei soci al termine dell’esercizio
è iscritto a 907.029,48 euro, ovvero il valore iniziale più
gli oneri finanziari “figurativi” maturati nel primo esercizio.
Negli esercizi successivi, si andrà a ripartire e, quindi,
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ammortizzare il provento contabilizzato inizialmente
in funzione del tasso di mercato.
L’OIC 19 specifica, poi, che l’attualizzazione dei debiti
può non essere applicata se gli effetti sono irrilevanti
rispetto al valore non attualizzato. Si può presumere
che l’effetto sia irrilevante non solo quando tasso di interesse effettivo e tasso di mercato non si discostano
significativamente, ma anche quando i debiti sono a
breve termine, ossia con scadenza inferiore ai 12 mesi.
Si ricorda, inoltre, che è possibile limitare l’attualizzazione dei finanziamenti alle operazioni originatesi dal
1° gennaio 2016 in poi (per le società con esercizio
coincidente con l’anno solare), in quanto è prevista la
possibilità di applicazione prospettica (art. 12 comma
2 del DLgs. 139/2015).
Infine, l’attualizzazione dei debiti può non essere applicata dalle società che redigono il bilancio in forma
abbreviata e dalle micro imprese.
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FISCO
STUDIO DUCOLI
Reddito delle società di persone imputato ai soci che
sono tali al 31 dicembre
La Cassazione affronta l’imputabilità del reddito nel caso di variata compagine sociale
/ Alessandro BORGOGLIO
Il reddito conseguito dalla società di persone deve essere attribuito pro quota ai soci risultanti alla chiusura
dell’esercizio, a prescindere dalle eventuali variazioni
infrannuali della compagine sociale e, quindi, non dovendo il reddito societario essere ripartito pro rata
temporis tra i vari soggetti che si sono succeduti nella
partecipazione sociale. È questo l’importante assunto
ribadito dalla Cassazione, con l’ordinanza n. 9731 del 12
maggio 2016.
La norma fiscale di riferimento, ovvero l’art. 5, comma
1 del TUIR, si limita a stabilire che i redditi delle società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice residenti nel territorio dello Stato sono imputati a
ciascun socio, indipendentemente dalla percezione,
proporzionalmente alla sua quota di partecipazione
agli utili. Alcun riferimento ulteriore reca il TUIR circa
il momento da considerare per la rilevazione di tale
quota di partecipazione agli utili.
Sotto il profilo civilistico, l’art. 2262 c.c. dispone che,
salvo patto contrario, ciascun socio ha diritto di percepire la sua parte di utili dopo l’approvazione del rendiconto. La normativa non reca, invece, una chiara disciplina circa le modalità e i termini di redazione ed approvazione del rendiconto delle società di persone,
tanto che, a colmare il vuoto, è dovuta intervenire ancora una volta la giurisprudenza. In particolare, già il
Tribunale di Napoli aveva in passato stabilito che il
rendiconto previsto nell’ambito della società di persone è costituito da un “prospetto ragionato delle operazioni compiute e dei risultati conseguiti” (ordinanza
del 30 marzo 1995). Più recentemente, la Suprema Corte ha stabilito che per rendiconto deve intendersi la situazione contabile che equivale, quanto ai criteri fondamentali di valutazione, a quella di bilancio, e che è la
sintesi contabile della consistenza patrimoniale della
società al termine di un anno di attività (Cassazione n.
28806/2013 e n. 1240/1996).
Tutto ciò, però, non risolve espressamente la questione dell’imputabilità ai soci del reddito della società di
persone, nel caso in cui nel corso dell’anno sia variata
la compagine sociale, così come accaduto, appunto,
nel caso della sentenza in commento, in cui, un socio
aveva ceduto le sue quote al socio subentrante il 19 dicembre.
La Cassazione, riprendendo alcuni suoi datati arresti
(Cass. n. 19238/2003 e n. 8423/1994), ha stabilito che i
redditi della società di persone, in tal caso, devono essere imputati esclusivamente al contribuente che sia
socio al momento dell’approvazione del rendiconto (e,
quindi, al socio subentrante) proporzionalmente alla
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sua quota di partecipazione agli utili, e non già al socio
uscente ed a quello subentrante attraverso una ripartizione in funzione della rispettiva durata del periodo di
partecipazione alla società nel corso dell’esercizio.
Ciò in quanto la semplicistica ripartizione secondo la
durata del periodo di partecipazione non corrisponde
necessariamente alla produzione del reddito da parte
della società relativamente ai vari periodi, poiché tale
produzione non è continua e uniforme nel tempo, sicché non è possibile frazionarla in parti uguali, secondo i periodi presi in considerazione; mentre secondo i
principi civilistici, in tema di ripartizione di utili in una
società di persone, principi cui coerentemente si uniforma la disciplina tributaria, il diritto agli utili matura
solo con l’approvazione del rendiconto.
Come si può facilmente rilevare, in effetti, la Suprema
Corte, anche ai fini dell’imputazione fiscale del reddito
della società di persone al socio, valorizza lo scarno
dato normativo civilistico, imperniando così la decisione sull’elemento fondamentale dell’approvazione
del rendiconto, perché in quel momento si realizza il
diritto alla percezione degli utili da parte del socio.
Nel caso di specie, il socio aveva ceduto le quote a
quello subentrante il 19 dicembre, e quest’ultimo era rimasto socio sino al 27 luglio dell’anno successivo, per
cui la Cassazione ha concluso che a tale soggetto subentrante doveva essere imputato il reddito della società, in quanto socio al momento dell’approvazione
del rendiconto, proporzionalmente alla sua quota di
partecipazione agli utili.
È appena il caso di evidenziare che vi è differenza tra
la data di chiusura dell’esercizio (31 dicembre) e quella
di approvazione del rendiconto a cui si riferisce la Cassazione, necessariamente successiva, e tra l’una e l’altra data ben potrebbero verificarsi variazioni della
compagine sociale. Considerato che l’imputazione ai
soci del reddito delle società di persone avviene sostanzialmente per trasparenza, a prescindere dall’effettiva percezione (a differenza di quanto accade nelle
società di capitali, per cui i dividendi sono deliberati
dall’assemblea dell’anno successivo e tassati per cassa), si deve ritenere che il riferimento della Cassazione alla data di approvazione del rendiconto della società di persone debba più correttamente essere inteso nel senso per cui i soci a cui attribuire il reddito sono quelli che sono tali al 31 dicembre (data di chiusura
dell’esercizio): del resto, anche le istruzioni del modello UNICO SP fanno riferimento ai soci “che risultano alla chiusura dell’esercizio”, neppure menzionando il
rendiconto.
/ 05
ancora
PROFESSIONI
STUDIO DUCOLI
Dal 1° giugno la cartella di Equitalia al professionista
arriva solo via PEC
Equitalia ricorda la data stabilita dal DLgs. 159/2015 per la notificazione via posta elettronica
certificata
/ REDAZIONE
Dal 1° giugno 2016 i professionisti iscritti in albi o elenchi – così come le imprese individuali o costituite in
forma societaria – riceveranno la notifica degli atti di
riscossione di Equitalia attraverso la posta elettronica
certificata (PEC) all’indirizzo risultante dall’Indice nazionale degli indirizzi INI-PEC, in attuazione dell’art. 14
del DLgs. 159/2015.
Sul tema Equitalia ha scritto al Consiglio nazionale dei
commercialisti e degli esperti contabili, il quale a sua
volta ne ha dato notizia con l’informativa n. 64/2016.
L’agente di riscossione, nella comunicazione, ha riepilogato che in caso di indirizzo PEC non valido o inattivo, o nel caso in cui la casella mail risultasse satura
malgrado il secondo tentativo effettuato dopo 15 giorni
dal primo, l’atto sarà inviato telematicamente alla Camera di Commercio competente per territorio e sarà
sempre reperibile on line in un’apposita sezione del
suo sito internet.
Il contribuente verrà informato del deposito “telematico” dell’atto tramite raccomandata con avviso di ricevimento.
Si ricorda che il DLgs. 159/2015 reca misure per la semplificazione e razionalizzazione delle norme in materia di riscossione in attuazione della delega fiscale (si
veda “Il sistema della riscossione cambia volto” del 5
settembre 2015). L’art. 14, al fine di potenziare la diffusione dell’utilizzo della posta elettronica certificata
nell’ambito delle procedure di notifica, nell’ottica del
massimo efficientamento operativo, della riduzione
dei costi amministrativi e della tempestiva conoscibilità degli atti da parte del contribuente, sostituisce l’art.
26 comma 2 del DPR 602/73.
Nella nuova formulazione viene ribadito in primo luogo come la cartella di pagamento possa essere notificata mediante PEC, all’indirizzo risultante dagli elenchi previsti per legge. Nel caso di imprese individuali o
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costituite in forma societaria, nonché di professionisti
iscritti in albi o elenchi, la notifica avviene “esclusivamente” con tali modalità, all’indirizzo risultante
dall’indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata INI-PEC. La norma consente, infatti,
all’agente della riscossione la consultazione telematica e l’estrazione, anche in forma massiva, di tali indirizzi. Non si applica l’art. 149-bis del codice di procedura civile.
Era già previsto che le disposizioni si applicassero dalle notifiche effettuate a decorrere dal 1° giugno 2016
per assicurare alle Camere di Commercio i tempi tecnici necessari per l’adeguamento alle nuove previsioni.
PEC obbligatoria per il professionista
Equitalia, nella comunicazione inviata al CNDCEC, ricorda l’obbligo per i professionisti ad attivare un indirizzo PEC e a comunicarlo all’Ordine cui sono iscritti.
L’Ordine sarà tenuto ad inviare e aggiornare puntualmente l’elenco degli indirizzi all’indice INI-PEC. A tale
proposito, viene ricordata una nota del 29 aprile 2016
del Ministero dello Sviluppo economico.
L’art. 16 del DL 185/2008 infatti introduce tale adempimento da parte delle imprese e dei professionisti. L’art.
6-bis del CAD istituisce invece l’Indice nazionale degli
indirizzi di posta elettronica certificata, a partire dagli
elenchi di indirizzi PEC già registrati presso il Registro delle Imprese e gli Ordini o Collegi professionali di
appartenenza dei singoli professionisti, come previsto
dal citato art. 16 del del DL 185/2008.
Il decreto del MISE del 19 marzo 2013 ha emanato le
norme che regolamentano tempi e modalità sia della
raccolta che dell’aggiornamento degli indirizzi di posta elettronica certificata messi a disposizione nel portale INI-PEC.
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FISCO
STUDIO DUCOLI
Dall’Agenzia delle Entrate le regole per gli interpelli
sui nuovi investimenti
Con un provvedimento sono stati individuati gli Uffici per la presentazione delle istanze e la verifica
dell’applicazione delle risposte rese
/ Gianpaolo VALENTE
L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato ieri il provvedimento n. 77220/2016 che fissa le regole per la presentazione delle istanze di interpello da parte delle imprese che intendono effettuare nuovi investimenti nel
territorio dello Stato:
- di ammontare non inferiore a 30 milioni di euro;
- con ricadute occupazionali significative in relazione
all’attività in cui avviene l’investimento e durature.
Il provvedimento, emanato in attuazione del comma 6
dell’art. 2 del DLgs. 147/2015, fa seguito alla pubblicazione del DM 29 aprile 2016 con il quale sono state definite le modalità applicative del nuovo istituto e la relativa tempistica per l’ottenimento del parere.
L’istanza di interpello riguarda il trattamento fiscale
del piano di investimento e delle eventuali operazioni
straordinarie pianificate per la sua realizzazione, compresa la valutazione dell’esistenza o meno di un’azienda.
L’istanza può riguardare ogni profilo di fiscalità di
competenza dell’Agenzia delle Entrate legato al piano
di investimento e allo svolgimento della conseguente
attività economica prevista e quindi anche:
- la valutazione preventiva dell’eventuale assenza di
abuso del diritto fiscale o di elusione;
- la sussistenza delle condizioni per la disapplicazione
di disposizioni antielusive;
- l’accesso ad eventuali regimi o istituti previsti dall’ordinamento tributario.
Ai fini della determinazione del valore dell’investimento, l’art. 1, comma 2 del DM ha chiarito che occorre
tenere in considerazione “tutte le risorse finanziarie,
anche di terzi, necessarie all’impresa per l’attuazione
del piano di investimento. Nel caso di investimenti
realizzati da gruppi di società o raggruppamenti di imprese occorre tenere in considerazione il valore complessivo dell’investimento unitario, dato dalla somma
del valore dei singoli investimenti di tutti i soggetti
partecipanti all’iniziativa”.
Quanto, invece, alla tempistica per l’ottenimento del
parere, l’art. 2 del DLgs. 147/2015 e l’art. 5 del decreto attuativo impongono il termine di 120 giorni dal ricevimento dell’istanza, prorogabile di ulteriori 90 giorni,
nel caso in cui non sia possibile formulare la risposta
sulla base dei documenti allegati o forniti ovvero degli
elementi informativi appresi nel corso delle interlocuzioni con l’istante o degli eventuali accessi presso le
sedi di svolgimento dell’attività – previa intesa con il
contribuente e in tempi concordati – allo scopo di
prendere diretta cognizione degli elementi informati-
Eutekne.Info / Sabato, 21 maggio 2016
vi utili ai fini istruttori.
Come sopra accennato, il provvedimento prot. n.
77220/2016 individua ora gli uffici competenti alla trattazione delle istanze di interpello e alla verifica della
corretta applicazione delle risposte rese.
Le istanze devono essere presentate alla Direzione
centrale normativa dell’Agenzia delle Entrate, Ufficio
interpelli nuovi investimenti. Lo stesso ufficio è competente ad effettuare eventuali interlocuzioni o accessi presso le sedi di svolgimento dell’attività, anche avvalendosi degli Uffici territorialmente competenti in
ragione della sede di svolgimento dell’impresa o della
stabile organizzazione interessate.
Un discorso a parte va, invece, fatto per i contribuenti
che hanno avuto accesso al regime dell’adempimento
collaborativo di cui agli artt. 3-7 del DLgs. 128/2015. In
tal caso, infatti, le istanze devono essere presentate
all’Ufficio della Direzione Centrale Accertamento competente per la gestione delle attività relative a tale regime e lo stesso ufficio è competente ad effettuare
eventuali accessi e interlocuzioni. Sempreché gli investimenti non siano realizzati da gruppi di società o
raggruppamenti di imprese, nel qual caso l’istanza è
trattata dalla Direzione centrale normativa, Ufficio interpelli nuovi investimenti, anche se uno o più soggetti partecipanti hanno avuto accesso al regime
dell’adempimento collaborativo.
Competente per la verifica della corretta applicazione
delle risposte rese alle istanze di interpello è la Direzione provinciale nella cui circoscrizione è il domicilio fiscale del contribuente ovvero l’Ufficio grandi contribuenti o l’Ufficio controlli fiscali incardinati presso
la Direzione regionale per i contribuenti con volume
d’affari, ricavi o compensi non inferiori a 100 milioni di
euro.
Se l’istanza è presentata da un soggetto non residente
privo di stabile organizzazione in Italia, competente alla verifica delle risposte è la Direzione provinciale ovvero l’Ufficio grandi contribuenti o l’Ufficio controlli fiscali presso la Direzione regionale nella cui circoscrizione è il domicilio fiscale dell’impresa che effettua
l’investimento o il cui patrimonio è oggetto dell’investimento.
Se, infine, l’istanza è presentata da contribuenti che
hanno avuto accesso al regime dell’adempimento collaborativo, competente alla verifica della corretta applicazione del parere reso è la Direzione centrale accertamento, Ufficio cooperative compliance.
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ancora
PROFESSIONI
STUDIO DUCOLI
Revisione legale, i commercialisti scrivono al MEF
Con una lettera firmata dal Presidente Longobardi, il CNDCEC richiede delle modifiche allo schema di
DLgs. che a breve sarà approvato in via definitiva
/ Savino GALLO
Nonostante lo schema di decreto legislativo di recepimento della direttiva 2014/56/UE in materia di revisione legale sia oramai vicino alla sua approvazione definitiva (il via libera finale del Consiglio dei Ministri dovrà arrivare non oltre il 17 giugno), i commercialisti
provano a fare un ultimo tentativo per indurre Parlamento ed Esecutivo a modificare quelle disposizioni
che hanno generato maggiori perplessità. Nella giornata di ieri, infatti, il Consiglio nazionale di categoria
ha inviato un documento di proposte alle Commissioni riunite Giustizia e Finanze della Camera (chiamate
ad esprimere un parere sul provvedimento) e una lettera al Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e al
Viceministro Enrico Zanetti, fresco di delega, tra le altre materie, proprio alla disciplina della revisione legale.
Due documenti che partono dal medesimo presupposto, più volte ribadito dai rappresentanti della categoria: “La revisione legale è una funzione della professione di commercialista”. Un concetto che, se condiviso,
indurrebbe il legislatore a riportare al centro della riforma gli Ordini professionali, ai quali, secondo i commercialisti, dovrebbero essere affidate le deleghe in
materia di formazione e provvedimenti disciplinari.
A questo proposito, nella missiva firmata dal Presidente del CNDCEC, Gerardo Longobardi, si sottolinea che
“la maggior parte dei revisori legali del nostro Paese è
iscritta negli Albi dei dottori commercialisti e degli
esperti contabili, ed è quindi già sottoposta all’obbligo
formativo e alla vigilanza di organismi pubblici costituiti a tal fine”. Di conseguenza, affidare tali funzioni
agli ODCEC “risponderebbe non solo a criteri di economicità”, ma “offrirebbe anche la garanzia di controlli
estesi, realizzabili sul territorio da parte di soggetti indipendenti e a ciò delegati per legge”.
Se, quindi, è da salutare con favore la disposizione che
riconosce come equivalente la formazione svolta dai
commercialisti per il tramite degli Ordini territoriali
(sul tema, il CNDCEC si dice pronto a siglare una convenzione in tempi brevi), desta sicuramente preoccupazione la mancata previsione di una deroga per gli
Ordini di minori dimensioni, che allo stato attuale, non
contando un minimo di 8 dipendenti, sarebbero esclusi dalla convenzione con il MEF per poter erogare formazione.
Un “rischio da scongiurare”, afferma Longobardi, così
Eutekne.Info / Sabato, 21 maggio 2016
come andrebbe ripensato il coinvolgimento di associazioni diverse dagli Ordini, alle quali “è escluso che il legislatore comunitario abbia voluto attribuire un ruolo
specifico” nei Paesi di tradizione latina, dove le professioni sono regolamentate in un sistema di tipo ordinistico.
Per tali associazioni, spiega Longobardi, “sarebbe opportuno introdurre dei criteri di effettiva rappresentatività dei soggetti iscritti nel Registro”, perché “nell’assoluta assenza di elementi normativi idonei a fondare
tale (ipotetica) legittimazione, eventuali associazioni
di natura privatistica avrebbero titolo per rappresentare esclusivamente i propri associati, senza alcun potere di regolamentazione e di vigilanza sui revisori legali”.
Quanto ai procedimenti disciplinari, le deleghe, propongono i commercialisti, “potrebbero essere attribuite ai Consigli di disciplina degli Ordini territoriali, nominati dai Presidenti dei tribunali, con riserva in capo
al MEF dei poteri decisionali e della responsabilità finale della funzione”. Tali soggetti, infatti, “riuscirebbero a realizzare un’azione tempestiva sul territorio in
grado di garantire istruttorie celeri a supporto del provvedimento finale del MEF”.
Altro tema su cui i commercialisti chiedono chiarezza
è quello relativo al percorso d’accesso al Registro. Come noto, con l’entrata in vigore del decreto, per i commercialisti sarà prevista una prova aggiuntiva, da affrontare nel corso dell’esame per l’iscrizione all’Albo.
Una “penalizzazione ingiustificata” a carico dei giovani aspiranti commercialisti, a maggior ragione se si
considera che il provvedimento contempla degli esoneri per i soggetti inseriti negli elenchi del MEF (per la
nomina dei rappresentanti ministeriali nei collegi sindacali e di revisione di società pubbliche) usciti dalla
Scuola nazionale dell’Amministrazione.
Per questo, i commercialisti chiedono di inserire nel
decreto una norma che preveda la modifica agli artt.
46 e 47 del DLgs. 139/2005, in modo da “armonizzare” le
materie oggetto dei due esami e “pervenire ad una loro
formale equiparazione”. Un intervento, conclude Longobardi, che “nulla toglierebbe in termini di effettiva
preparazione di tutti quei giovani che, oltre a voler
esercitare la professione di commercialista, intendano,
in linea con la natura giudica-contabile della professione, esercitare anche la funzione di revisione legale”.
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IMPRESA
STUDIO DUCOLI
Curatore fallimentare fondamentale per determinare
il canone d’affitto d’azienda
Nelle procedure concorsuali il canone deve essere congruo e va valutato secondo le caratteristiche
del conduttore
/ Roberta VITALE
Il CNDCEC, con l’informativa n. 65 pubblicata ieri, ha
reso nota l’approvazione del documento “La determinazione del canone congruo di locazione d’azienda
nelle procedure concorsuali”, nel quale, considerati in
generale i profili civilistici del contratto di affitto
d’azienda di cui all’art. 2562 c.c., si sofferma sull’utilizzo di tale strumento nell’ambito delle procedure concorsuali.
Innanzitutto, il CNDCEC sottolinea che l’affitto d’azienda rientra tra gli strumenti a disposizione degli organi
della procedura per la tutela del patrimonio di un’impresa insolvente.
Rispetto al fallimento, l’affitto d’azienda può venire in
considerazione sotto due profili:
- nella fase prefallimentare (ex art. 79 L. fall.), con riferimento al contratto di affitto d’azienda già posto in essere al momento della dichiarazione di fallimento di
una delle parti contrattuali;
- nella fase endofallimentare (ex art. 104-bis L. fall.),
con riferimento alla possibilità che il contratto di affitto di azienda sia stipulato dal curatore fallimentare durante la procedura concorsuale.
Nella prima fase sono il curatore o l’affittuario a scegliere se continuare o recedere dal contratto di affitto,
non essendo il fallimento causa di scioglimento del
contratto stesso; nella seconda fase, invece, è il curatore a proporlo, sentito il comitato dei creditori e previa
autorizzazione del giudice delegato. Si fa presente ancora che l’affitto d’azienda è disciplinato dall’art. 163bis L. fall., in caso di trasferimento competitivo di tale
contratto nella procedura di concordato preventivo.
In particolare, quanto all’utilizzo di tale tipologia contrattuale anche dopo la dichiarazione di fallimento, il
CNDCEC pone l’attenzione sul curatore, che assume un
ruolo fondamentale ai fini della corretta applicazione
della normativa in materia e, in particolare, per quanto
riguarda la quantificazione del canone di affitto e la
durata del contratto.
Si ricorda che l’art. 104-bis, comma 2 L. fall. fissa i criteri nella scelta dell’affittuario, rimettendo la decisione al curatore sulla base del valore di stima dell’azienda (o di un ramo d’azienda), tramite procedure competitive (art. 107 L. fall.), assicurando con adeguate forme
di pubblicità la massima partecipazione e informazione degli interessati.
Eutekne.Info / Sabato, 21 maggio 2016
La scelta dell’affittuario non deve tener conto solo
dell’ammontare del canone offerto, ma anche delle garanzie prestate e della attendibilità del piano di prosecuzione delle attività imprenditoriali, avuto riguardo ai
livelli occupazionali.
Premesso quanto sopra, il CNDCEC sottolinea come,
nella determinazione del canone e nella scelta di idonei criteri per la sua quantificazione – oltre che nei casi in cui il contratto sia stato già stipulato e il curatore
ne debba valutare la convenienza -, occorre che questo sia “congruo” o comunque “economicamente adeguato”, affinché l’operazione possa realmente costituire uno strumento alternativo alla liquidazione dell’attivo dell’impresa sottoposta ad una procedura concorsuale.
Rispetto alle varie metodologie proposte dalla dottrina,
il CNDCEC evidenzia come in tutte le prospettazioni la
quantificazione del corrispettivo faccia riferimento al
prodotto tra il valore dell’azienda e un “appropriato”
tasso di rendimento.
Tasso di rendimento rapportato al rischio sopportato
dal locatore
Il tasso di rendimento va, in generale, rapportato al rischio sopportato dal locatore rispetto ad una serie di
fattori, come il rischio operativo, il livello di solidità del
conduttore, le garanzie prestate: se, ad esempio, il conduttore ha una notevole solidità patrimoniale, il rischio, quanto alla maturazione dei crediti, per il locatore è molto basso, pertanto “il tasso da utilizzare non
può discostarsi in modo significativo dal saggio privo
di rischio”; diversamente, invece, nel caso di conduttore con difficoltà di solidità patrimoniale, nel qual caso
“il tasso da utilizzare tende ad avvicinarsi al costo del
capitale dell’azienda oggetto d’affitto”.
Secondo il CNDCEC, così, il tasso di rendimento ai fini
della determinazione del canone può oscillare in un
intervallo nel quale l’estremo inferiore è il tasso privo
di rischio, mentre l’estremo superiore è il costo del capitale che, per semplicità, può essere determinato sulla base di dati medi settoriali”.
In conclusione, il canone di locazione non può essere
determinabile in astratto, dovendo considerare le caratteristiche del conduttore.
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LAVORO & PREVIDENZA
STUDIO DUCOLI
Sgravi per nuove assunzioni anche se parzialmente
fruiti da altri datori
Con la risposta a un interpello, il Ministero del Lavoro ha precisato che deve comunque trattarsi di un
diverso datore di lavoro
/ Luca MAMONE
Con una serie di interpelli pubblicati ieri sul proprio sito, il Ministero del lavoro ha fornito chiarimenti su alcuni temi d’interesse, come ad esempio l’esonero contributivo per le nuove assunzioni, il contratto a termine nelle attività stagionali, il ricorso all’apprendistato
per i soggetti con contratto di ricollocazione.
Innanzitutto, con l’interpello n. 17/2016 viene data risposta ad un quesito della ANISA riguardo il riconoscimento dello sgravio contributivo ex art. 1 comma 178
della L. 208/2015 (legge di stabilità 2016), fruibile dai datori di lavoro per un periodo massimo di 24 mesi in caso di nuove assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel 2016. In particolare, si chiede se è possibile
fruirne qualora si assumano lavoratori per i quali è già
stato concesso l’analogo beneficio ex art. 1, comma 118
della L. 190/2014 (legge di stabilità 2015) per una precedente assunzione a tempo indeterminato da parte di
altro datore di lavoro, e tale agevolazione sia stata comunque fruita per un periodo inferiore a 24 mesi a seguito della risoluzione del rapporto di lavoro.
Per il Ministero, le citate misure delle leggi di stabilità
del 2014 e del 2015 sono caratterizzate da una sostanziale identità, pertanto risulta possibile beneficiare
dello sgravio ex L. 208/2015 entro il limite previsto di
24 mesi, nel caso in cui l’assunzione riguardi un lavoratore per il quale l’esonero contributivo sia stato già
usufruito da parte di un diverso datore di lavoro in ragione di un precedente contratto a tempo indeterminato, in seguito risolto. Si precisa, inoltre, che il datore
che assume non deve essere una società controllata
dal precedente datore di lavoro o ad esso collegata ai
sensi dell’art. 2359 c.c. o facente capo, anche per interposta persona, allo stesso soggetto.
Invece, con l’interpello n. 15/2016, il Ministero interviene in materia di contratto a termine dopo il riordino
della relativa disciplina operato in chiave Jobs Act
dall’art. 19 e seguenti del DLgs. 81/2015, con particolare
riferimento al previsto esonero dal rispetto degli intervalli di tempo tra un contratto e la stipula di uno successivo, laddove si tratti di lavoratori impiegati in attività stagionali individuate con apposito DM o dalla
contrattazione collettiva.
Nella risposta ad ASSAEREO, si chiarisce in primis che
l’esonero vale anche per le attività stagionali individuate dai CCNL in vigenza della precedente normativa,
regolata dal DLgs. 368/2001.
In seconda battuta, si evidenzia che i periodi di lavoro
caratterizzati da stagionalità non concorrono alla determinazione del limite di durata massima di 36 mesi
Eutekne.Info / Sabato, 21 maggio 2016
di cui all’art. 19, comma 1 del DLgs. 81/2015 che, per formulazione letterale di tale norma, opera invece per i
contratti a termine stipulati per lo svolgimento di attività non aventi carattere stagionale.
Forniti chiarimenti anche sull’apprendistato
professionalizzante
Ancora, con la risposta n. 19/2016, il Ministero del Lavoro fornisce un chiarimento sulla corretta applicazione del comma 4 dell’art. 47 del DLgs. 81/2015, con cui si
stabilisce che ai fini della loro qualificazione (o riqualificazione) professionale è possibile assumere in apprendistato professionalizzante, senza limiti di età, i
lavoratori beneficiari di indennità di mobilità o di un
trattamento di disoccupazione (ad esempio, NASPI o
ASDI). Per questi lavoratori, inoltre, la citata disposizione prevede l’applicazione di particolari benefici come,
ad esempio, un regime contributivo agevolato.
Sul punto, nella risposta si esclude che in tale novero
possano rientrare anche i soggetti disoccupati che percepiscono l’indennità oraria per la frequenza di azioni
di politica attiva del lavoro o comunque i beneficiari di
un contratto di ricollocazione.
Infatti, precisano i tecnici ministeriali, il contratto di
ricollocazione ha la finalità di fornire un’assistenza
qualificata per l’inserimento o il reinserimento lavorativo correlata all’obbligo, per il beneficiario, di partecipare attivamente alle iniziative proposte, e quindi non
può essere assimilato a misure di sostegno al reddito
come la mobilità o il trattamento di disoccupazione.
Infine, con l’interpello n. 16/2016, il Ministero precisa
che anche gli studi professionali possono beneficiare
dell’incentivo ex art. 2 comma 1 del DPCM 19 novembre 2010, che consiste nell’erogazione di 5.000 euro a
favore dei datori di lavoro che assumono “giovani genitori” con contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Infatti, nella risposta si ritiene che il termine “imprese
private”, utilizzato nel citato DPCM per indicare i beneficiari, includa anche gli studi professionali in virtù
dell’interpretazione della Corte di Giustizia Ue del 16
ottobre 2003 (causa C-32/02) con riferimento alla Direttiva 98/59/CE, secondo la quale la nozione di imprenditore/datore di lavoro va intesa in senso esteso, ovvero
connessa a “qualunque soggetto che svolge attività
economica e che sia attivo in un determinato
mercato”, a prescindere dalla forma giuridica assunta,
ricomprendendo conseguentemente anche gli studi
professionali tra i possibili beneficiari dell’incentivo.
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ECONOMIA & SOCIETÀ
STUDIO DUCOLI
Moderata tendenza al rialzo per i tassi base europei
Significativo rialzo dei tassi Usa, ma il dato sull’inflazione europea evidenzia la debolezza
dell’andamento dei prezzi e contribuisce a tenere bassi i tassi
/ Stefano PIGNATELLI
Secondo quanto suggeriscono le minute dell’ultimo
meeting di politica monetaria, pubblicate in settimana,
i membri della Fed ritengono che l’economia Usa potrebbe essere pronta per un nuovo rialzo dei tassi, in
giugno.
La maggioranza degli esponenti del Fomc, braccio operativo della Fed, ha sottolineato di vedere segnali di
rafforzamento della crescita nel secondo trimestre e di
consolidamento dell’occupazione e dell’inflazione.
Quindi sarebbe probabilmente appropriato per il comitato alzare il target per il tasso sui Fed Fund in giugno
(da 0,25%-0,5% a 0,5%-0,75%).
Le minute Fed erano state in parte anticipate dalle dichiarazioni di un paio di esponenti della banca centrale secondo cui la Fed potrebbe agire sui tassi a giugno
e successivamente con complessivi due-tre rialzi nel
2016.
Le indicazioni di questi giorni rafforzano l’ipotesi che
l’economia americana si stia riprendendo dopo il debole primo trimestre e che l’inflazione si muova verso il
target Fed (2%).
La produzione industriale Usa di aprile a livello congiunturale sale dello 0,7%, ben oltre le attese di 0,3%, e
l’inflazione in aprile si porta allo 0,4% mese (attese
0,3%) e all’1,1% tendenziale con quella “core” allo 0,2% e
2,1% annuo. L’utilizzo della capacità produttiva sale ancora (75,4%), il mercato del lavoro è quasi in piena occupazione e alcune tensioni salariali, specie nei settore dei servizi potrebbero indurre la Fed a muoversi a
giugno o luglio (subito dopo Brexit).
Inoltre, il prezzo del petrolio risulta ancora in salita
sulle affermazioni di Goldman Sachs, secondo cui il
mercato ha concluso quasi due anni di offerta eccessiva.
I tassi Usa si sono adeguati alle novità muovendosi si-
Eutekne.Info / Sabato, 21 maggio 2016
gnificatamene al rialzo (circa 15 centesimi in settimana): il Bond 10 sale all’1,87% e il 2 anni allo 0,9%. Netto il
rialzo delle attese sui tassi a breve americani (forwards Libor Usd 3 mesi) saliti di 10-20 centesimi per i
prossimi tre anni: il Libor Usd, oggi a 0,636%, è atteso
allo 0,94% a fine anno (0,84% venerdì scorso), all’1,22%
per dicembre 2017 (1,05% una settimana fa). Del rialzo
dei tassi Usa beneficia il dollaro (Eurousd a 1,12).
Il rialzo dei tassi a stelle e strisce conduce all’insù anche i rendimenti Bund, che salgono comunque poco e
decisamente meno di quelli americani (Bund 10 +3
centesimi a 0,18%; Irs 10 0,58%).
Il dato sull’inflazione europea di aprile (0% mese; -0,2%
tend.) evidenzia la debolezza dell’andamento dei prezzi e contribuisce a mantenere bassi i tassi (segui tassi
e valute su www.aritma.eu).
La tendenza sui tassi si è invertita nell’ultimo mese e
mezzo: a inizio aprile il Bund 10 era a 0,08% (praticamente raddoppiato il rendimento), il decennale Usa veleggiava sotto l’1,7% e l’Irs 10 allo 0,5%.
La tendenza sui tassi si è invertita nell’ultimo mese e
mezzo
Il cambiamento è avvenuto grazie al dissiparsi dei timori ingiustificati di un rischio di recessione o di brusca frenata, scenario che aveva portato ai pesanti storni delle borse a inizio anno.
Questo contesto porta a previsioni sui tassi moderatamente al rialzo (ritorno del Bund in range 0,20%-0,40%;
Irs 0,6%-0,8%). Tutto ciò al netto di un aumento consistente dell’avversione al rischio che potrebbe avere effetti opposti sui tassi, riproponendo per esempio il
Bund 10 verso lo 0,10% (pavimento comunque solido
anche in caso di mercati pesanti).
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FISCO
STUDIO DUCOLI
Bonus su negoziazione assistita e arbitrato
utilizzabile in compensazione
Con la ris. n. 40 l’Agenzia ha definito il codice tributo, mentre la ris. n. 41 contiene il codice per versare
la sostitutiva sulle attività svolte dalle SIIQ
/ REDAZIONE
Con due apposite risoluzioni, entrambe di ieri, l’Agenzia delle Entrate ha istituito i codici tributo per l’utilizzo in compensazione del credito d’imposta per gli incentivi fiscali alla degiurisdizionalizzazione e per versare le somme dovute a titolo di imposta sostitutiva
delle imposte sui redditi e dell’imposta regionale sulle
attività produttive relativa alle società di investimento
immobiliare quotate (SIIQ).
Nel dettaglio, la risoluzione n. 40 riguarda il credito
d’imposta ex art. 21-bis del DL 83/2015 convertito relativo ai compensi corrisposti ad avvocati e arbitri in caso,
rispettivamente, di successo nel procedimento di negoziazione assistita e di conclusione dell’arbitrato con
lodo.
Il bonus, reso permanente dalla L. 208/2015 (legge di
stabilità 2016, si veda “Credito d’imposta per compensi
ad avvocati ed arbitri «a regime»” del 4 gennaio), è
commisurato al compenso fino a concorrenza di 250
euro, nel limite di spesa di cinque milioni di euro a decorrere dall’anno 2016.
Il DM 23 dicembre 2015 ha poi definito le modalità e le
tempistiche per accedere al credito, stabilendo, tra l’altro, che sia utilizzabile in compensazione ai sensi
dell’art. 17 del DLgs. 241/97, presentando il modello F24
esclusivamente attraverso i servizi telematici messi a
disposizione dall’Agenzia, pena il rifiuto dell’operazione di versamento. L’ammontare del credito d’imposta
utilizzato in compensazione tramite F24 non deve eccedere l’importo riconosciuto dal Ministero della Giustizia, pena lo scarto dell’operazione di versamento.
In alternativa, le persone fisiche non titolari di redditi
di impresa o di lavoro autonomo possono utilizzare il
credito spettante in diminuzione delle imposte dovute
in base alla dichiarazione dei redditi (si veda “Istanze
dall’11 gennaio per il bonus di negoziazione assistita e
arbitrato” del 9 gennaio).
Per consentire l’utilizzo in compensazione del credito
d’imposta tramite il modello F24, presentato esclusivamente attraverso i canali Entratel e Fisconline messi a
disposizione dall’Agenzia delle Entrate, la ris. n. 40 fornisce quindi il codice tributo “6866”, denominato “Credito d’imposta - Incentivi fiscali alla degiurisdizionalizzazione - articolo 21-bis, del decreto-legge 27 giugno
2015, n. 83”.
In sede di compilazione del modello di pagamento F24,
il codice tributo va esposto nella sezione “Erario”, in
corrispondenza delle somme indicate nella colonna
“importi a credito compensati”, ovvero, nei casi in cui il
contribuente debba procedere al riversamento
dell’agevolazione, nella colonna “importi a debito versati”.
Il campo “anno di riferimento” è valorizzato con l’anno
di corresponsione del compenso, nel formato “AAAA”.
Con la ris. n. 41, invece, come anticipato l’Agenzia ha
definito il codice tributo per versare le somme dovute
a titolo d’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e
dell’IRAP sulle attività produttive relative alle SIIQ.
In merito, si ricorda che l’art. 1 commi da 119 a 141-bis
della L. 296/2006, e successive modifiche, disciplina il
regime speciale per le società di investimento immobiliare quotate (SIIQ) e non quotate (SIINQ).
In particolare, il comma 141- bis , inserito dall’art. 12
comma 1 del DL 135/2009, ha eliminato la condizione
di residenza in Italia per le imprese che vogliono aderire al regime SIIQ, estendendo la fruibilità di tale regime anche alle società residenti in Stati membri
dell’Unione europea e in Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo inclusi nella “white list”,
con riferimento alle stabili organizzazioni in Italia che
svolgono in via prevalente l’attività di locazione immobiliare.
In proposito, il comma 141-bis dispone che il reddito
d’impresa derivante dall’attività di locazione immobiliare svolta dalle stabili organizzazioni sia assoggettato a un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e
dell’IRAP sulle attività produttive con aliquota del 20%
da versare entro il termine previsto per il versamento a
saldo delle imposte sui redditi .
Per consentire il versamento della sostitutiva, tramite
il modello F24, la ris. n. 41 ha istituito il codice tributo
“1136”, denominato “Imposta sostitutiva delle imposte
sul redditi e dell’imposta regionale sulle attività produttive relative alle SIIQ - articolo 1, comma 141-bis,
della legge 27 dicembre 2006, n. 296”.
In sede di compilazione del modello F24, il codice tributo è esposto nella sezione “Erario”, nella colonna
“importi a debito versati”, con l’indicazione, quale “anno di riferimento”, dell’anno d’imposta cui si riferisce il
versamento, espresso nel formato “AAAA”.
Direttore Editoriale: Michela DAMASCO
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