Rassegna stampa 18 maggio 2016
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Transcript Rassegna stampa 18 maggio 2016
RASSEGNA STAMPA di mercoledì 18 maggio 2016
SOMMARIO
“Dall’inizio della crisi - scrive Massimo Calvi nell’editoriale in prima pagina su
Avvenire di oggi - l’occupazione è caduta del 4,8%, i giovani in cerca di lavoro sono
saliti al 40%, la povertà assoluta è arrivata a riguardare il 6,8% della popolazione. Per
affrontare i problemi indicati da queste cifre, chiede il cardinale Angelo Bagnasco
rivolgendosi ai vescovi italiani riuniti in Assemblea, «che cosa stanno facendo, che
non sia episodico ma strutturale, i responsabili della cosa pubblica, i diversi attori del
mondo del lavoro?». Le crescenti difficoltà delle famiglie e il calo della natalità
condannano l’Italia a vivere una lunga stagione di inverno demografico: nel 2015 sono
state registrate solo 488.000 nascite a fronte di 653.000 decessi, e 100.000 italiani
hanno lasciato il Paese. «Che cosa sta facendo lo Stato perché si possa invertire la
tendenza?», si chiede ancora il presidente dei vescovi italiani. E poi c’è un 'terzo
fantasma' che sta crescendo in Italia, il gioco d’azzardo, una piaga capace di far
aumentare le slot machine mentre la legge prevede che debbano scendere, e il cui
giro d’affari è salito in sei anni del 350% fino a a quota 84 miliardi di euro. «A fronte
di così cospicui interessi a diversi livelli – si chiede ancora il presidente della Cei – chi
sarà in grado di resistere alle pressioni delle lobby e intervenire in modo radicale?».
Lavoro, famiglia, demografia, piaga del gioco d’azzardo. È un elenco di priorità
semplice, dettato dalla frequentazione della gente e dal contatto quotidiano con i suoi
problemi, dalla vicinanza di una Chiesa al suo popolo, quello che emerge dalla
relazione del presidente all’assemblea permanente della Cei. È una lista che, per
quanto indiscutibile in termini di emergenza, non sembra tuttavia essere saldamente
fissata in cima all’agenda del dibattito politico. Eppure «è su questi problemi che la
gente vuole vedere il Parlamento impegnato senza distrazioni di energie e di tempo,
perché sono questi i problemi veri del Paese, cioè del popolo », dice ancora Bagnasco,
chiedendosi come mai invece nel caso della legge sulle Unioni civili «così vasta enfasi
ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze ma a
schemi ideologici». C’è un allarme nell’allarme che emerge dalla contrapposizione, o
dall’inversione, delle priorità: la deriva quasi inevitabile, il «colpo finale» lo definisce
il presidente della Cei, che – tra sentenze spiazzanti e manovre sulle regole delle
adozioni – condurrà anche a riconoscere «la pratica dell’utero in affitto». C’è chi
assicura che non sarà così. Ma come potrebbe non esserlo se nella prassi, che resti
proibito o meno, con questa pratica che si vuole rendere socialmente sempre più
accettabile, coppie italiane (eterosessuali e omosessuali) continuano a comprare
grembi di donna e a 'produrre' bambini all’estero? E se poi lo stato della nuova
famiglia viene ratificato in Italia? L’ambiguità dell’utero in affitto che si proibisce con
le norme, ma in realtà si accetta e si sdogana, ad esempio con la formula della
stepchild adoption, è un tratto comune alle altre emergenze. Tutto si tiene. La
Costituzione fonda la Repubblica sul lavoro e riconosce i diritti della famiglia fondata
sul matrimonio, eppure è così facile vedere la politica parlare d’altro, distorcere la
lista dei bisogni e fare della Carta lettera morta. La critica non è estranea al
riconoscimento dei meriti e degli impegni. Ci sono, e si vedono, dice Bagnasco,
«segnali positivi di sostegno e promozione della famiglia», il punto è che «hanno
bisogno di essere incentivati e diventare strutturali» con una manovra che dia equità
alle famiglie con figli a carico. Allo stesso modo sull’azzardo è noto il lavoro di tanti
cittadini impegnati ad esempio negli slot mob per contrastare la diffusione del
fenomeno. Così il cantiere sul lavoro, un processo in corso: si sa che le riforme (come
il Jobs Act) hanno bisogno di tempo per mostrare i loro effetti. Il punto è non
fermarsi, mantenere alta l’attenzione e nel giusto ordine le urgenze. A cominciare
dalla cura per l’esercito dei poveri e degli impoveriti. «Senza distrazioni ed energie di
tempo», è l’invito rivolto alla politica. Una tensione necessaria, insomma, cui la
Chiesa continua a non sottrarsi: con le parrocchie, i sacerdoti, i tantissimi volontari,
assicura il cardinale Bagnasco, «continuerà a fare tutto quanto le è possibile per stare
accanto alla gente, e mettendo in campo ogni risorsa»” (a.p.)
3 – VITA DELLA CHIESA
L’OSSERVATORE ROMANO
Pag 5 Quale cristianesimo per l’Europa di Guillaume Goubert e Sebastien Maillard
Papa Francesco intervistato dalla “Croix”
Pag 8 Quella voglia di arrampicarsi
Messa a Santa Marta
AVVENIRE
Pag 3 Poveri come Cristo: è Vangelo e Concilio di Stefania Falasca
Magistero di Francesco e un antichissimo modello
Pag 6 Famiglia, fisco più equo e coraggioso. Migranti, continuare ad accogliere
L’invito di Bagnasco: con il papa nuovo slancio all’Europa
Pag 22 Algeria, la conversione di una Chiesa di Andrea Riccardi
IL GAZZETTINO
Pag 1 Il Papa, la Cei e la Chiesa a due velocità di Franco Cardini
5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA E LAVORO
CORRIERE DELLA SERA
Pag 1 Il rompicapo dell’export di Dario Di Vico
E’ in calo: come rilanciarlo?
Pag 2 Ruini: “Dalle unioni civili rischio derive. Quelle norme vanno cambiate”.
Bassetti: “Non facciamo battaglie contro. Ora un impegno per le famiglie” di
Gian Guido Vecchi
Pag 3 La Cei boccia la legge Cirinnà di Alessandra Arachi
Pag 5 Lo scontro aperto dentro la Chiesa. I timori sulla “base” del mondo
cattolico di Massimo Franco
Il rischio di essere scavalcati sul referendum
Pag 6 Obiettori? La nuova legge non li prevede. “Il sindaco può solo delegare”
di Elena Tebano
Pag 25 L’Italia dell’e-commerce è piccola. Gli altri Paesi corrono più di noi di
Gian Antonio Stella
LA REPUBBLICA
Pagg 6 – 7 Bagnasco attacca: “Le unioni civili varco per l’utero in affitto” di
Giovanna Casadio e Carmelo Lopapa
Ora rispuntano i teocon, pronti al referendum e a trasformarsi in partito
Pagg 14 – 15 Bazoli: “Io, Cuccia, il Corriere e la lunga stagione della finanza
cattolica” di Ezio Mauro
AVVENIRE
Pag 1 Le priorità della gente di Massimo Calvi
L’attenzione della Chiesa italiana
IL GAZZETTINO
Pag 1 Veneto Banca e Pop Vicenza, due pesi e due misure di Roberto Papetti
Pag 4 Unioni gay, condanna dei vescovi: “Utero in affitto il colpo finale” di
Franca Giansoldati e Mario Ajello
Bagnasco: “Sancita di fatto l’equiparazione al matrimonio. Le differenze sono solo
nominali, artifici facilmente aggirabili”. Alfano in difesa: non è il lasciapassare a tutto
LA NUOVA
Pag 9 Tesoretto da usare con cura di Roberta Carlini
7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA
LA NUOVA
Pag 25 Nuove sale slot: “Noi non le vogliamo” di Mitia Chiarin e Francesco Furlan
Dal Terraglio a Marghera si moltiplicano le proteste dei cittadini contro l’apertura di
attività: “E’ una piaga sociale”. L’Asl 12 lancia da tempo l’allarme sulla ludopatia. Pronte
le regole della Prefettura
Pag 29 Don Fazzini contro i led: “Rovinano la piazza storica” di m.a.
8 – VENETO / NORDEST
IL GAZZETTINO
Pag 8 Sagre e sobrietà: le regole del vescovo di Pier Paolo Simonato
I consigli a 188 parrocchie: prodotti bio, niente sprechi, acqua di rubinetto e meno vino
CORRIERE DEL VENETO
Pag 7 Il sindaco agli studenti: 7 giorni senza smarthphone e vi premio di Marco
de’ Francesco
Vigonza, aderiscono in 62. Il primo cittadino: “Chi ce la fa va a Gardaland”
… ed inoltre oggi segnaliamo…
CORRIERE DELLA SERA
Pag 1 Un motore (inceppato) di sviluppo di Ferruccio de Bortoli
Città metropolitane
Pag 1 Non smettiamo di ribellarci alla violenza sulle donne di Paolo Di Stefano
I femminicidi
LA REPUBBLICA
Pag 9 Investimenti crac e milioni di debiti, il cardinale sotto accusa di Marco
Preve
L’ex vescovo di Savona Calcagno, noto per la sua passione per le armi, indagato per
malversazione
Pag 41 Istanbul. In pellegrinaggio a San Giorgio, la festa che unisce tutte le fedi
di Siegmund Ginzberg
LA STAMPA
Il Gentilissimo di Massimo Gramellini
AVVENIRE
Pag 2 Uomini che sposano le bambine di Ferdinando Camon
Un film yemenita di denuncia, che interpella pure l’Italia
Pag 3 L’Africa tenuta in ostaggio dai “dinosauri” del potere di Giulio Albanese
Leader che perpetuano se stessi e affamano i loro Paesi
LA NUOVA
Pag 1 Migranti. Perché accoglierli in Europa di Gigi Riva
Torna al sommario
3 – VITA DELLA CHIESA
L’OSSERVATORE ROMANO
Pag 5 Quale cristianesimo per l’Europa di Guillaume Goubert e Sebastien Maillard
Papa Francesco intervistato dalla “Croix”
Migranti, islam, laicità, la Francia, l’impegno dei cattolici, la missione della Chiesa, gli
abusi, i lefebvriani, la famiglia sono i principali temi trattati nell’intervista rilasciata il 9
maggio dal Papa al quotidiano francese «la Croix», che pubblichiamo integralmente.
Nei suoi discorsi sull’Europa, lei ricorda le “radici” cristiane del continente, senza però
mai qualificarle come cristiane. Definisce piuttosto “l’identità europea” come “dinamica e
multiculturale”. Secondo lei, l’espressione “radici cristiane” è inappropriata per l’Europa?
Bisogna parlare di radici al plurale perché ce ne sono tante. In tal senso, quando sento
parlare delle radici cristiane dell’Europa, a volte temo il tono, che può essere trionfalista
o vendicativo. Allora diventa colonialismo. Giovanni Paolo II ne parlava con un tono
tranquillo. L’Europa, sì, ha radici cristiane. Il cristianesimo ha il dovere di annaffiarle, ma
in uno spirito di servizio come per la lavanda dei piedi. Il dovere del cristianesimo per
l’Europa è il servizio. Erich Przywara, grande maestro di Romano Guardini e di Hans Urs
von Balthasar, ce lo insegna: l’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo
con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita. Non deve essere un apporto
colonialista.
Lei il 16 aprile ha compiuto un gesto forte portando con sé da Lesbo a Roma alcuni
rifugiati. Ma l’Europa può accogliere tanti migranti?
È una domanda giusta e responsabile perché non si possono spalancare le porte in modo
irrazionale. Ma la domanda di fondo che bisogna porsi è perché ci sono tanti migranti
oggi. Quando sono andato a Lampedusa, tre anni fa, questo fenomeno cominciava già. Il
problema iniziale sono le guerre in Medio Oriente e in Africa e il sottosviluppo del
continente africano, che provoca la fame. Se ci sono guerre è perché ci sono fabbricanti
d’armi - il che si può giustificare per la difesa - e soprattutto trafficanti di armi. Se c’è
tanta disoccupazione è per la mancanza d’investimenti che possono creare del lavoro, di
cui l’Africa ha tanto bisogno. Ciò solleva in senso più ampio la domanda su un sistema
economico mondiale caduto nell’idolatria del denaro. Più dell’80 per cento delle ricchezze
dell’umanità sono in mano a circa il 16 per cento della popolazione. Un mercato
completamente libero non funziona. Il mercato di per sé è una cosa buona ma gli
occorre, come punto di appoggio, una parte terza, lo Stato, per controllarlo ed
equilibrarlo. È ciò che chiamiamo economia sociale di mercato. Ritorniamo ai migranti.
L’accoglienza peggiore è di ghettizzarli quando al contrario occorre integrarli. A Bruxelles
i terroristi erano belgi, figli di migranti, ma venivano da un ghetto. A Londra, il nuovo
sindaco ha prestato giuramento in una cattedrale e senza dubbio sarà ricevuto dalla
regina. Ciò mostra all’Europa l’importanza di ritrovare la sua capacità d’integrare. Penso
a Gregorio Magno che ha negoziato con quanti venivano chiamati barbari, che si sono
poi integrati. Questa integrazione è oggi tanto più necessaria in quanto l’Europa sta
vivendo un grave problema di denatalità, a causa di una ricerca egoistica del benessere.
Si crea un vuoto demografico. In Francia tuttavia, grazie alle politiche familiari, questa
tendenza è attenuata.
Il timore di accogliere migranti è alimentato in parte dal timore dell’islam. Secondo lei,
la paura che questa religione suscita in Europa è giustificata?
Non credo che oggi ci sia una paura dell’islam in quanto tale, ma di Daesh e della sua
guerra di conquista, tratta in parte dall’islam. L’idea di conquista è inerente all’anima
dell’islam, è vero. Ma si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista, la fine del
vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni. Dinanzi all’attuale
terrorismo islamico, converrebbe interrogarsi sul modo in cui è stato esportato un
modello di democrazia troppo occidentale in Paesi in cui c’era un potere forte, come in
Iraq. O in Libia, dalla struttura tribale. Non si può avanzare senza tener conto di quella
cultura. Come ha detto un libico un po’ di tempo fa: «Un tempo avevamo Gheddafi, ora
ne abbiamo cinquanta!». In linea di principio, la convivenza tra cristiani e musulmani è
possibile. Io vengo da un Paese in cui convivono in buona familiarità. I musulmani vi
venerano la Vergine Maria e san Giorgio. Mi è stato detto che in un Paese dell’Africa per
il giubileo della Misericordia, i musulmani fanno a lungo la fila davanti alla cattedrale per
varcare la porta santa e pregare la Vergine Maria. Nella Repubblica Centrafricana, prima
della guerra, cristiani e musulmani vivevano insieme e oggi devono reimparare a farlo.
Anche il Libano mostra che ciò è possibile.
L’importanza dell’islam oggi in Francia, come l’ancoraggio storico cristiano del Paese,
sollevano domande ricorrenti sul posto delle religioni nello spazio pubblico. Qual è,
secondo lei, una buona laicità?
Uno Stato deve essere laico. Gli Stati confessionali finiscono male. Ciò va contro la
storia. Credo che una laicità accompagnata da una solida legge che garantisca la libertà
religiosa offra un quadro per andare avanti. Noi siamo tutti uguali, come figli di Dio o
con la nostra dignità di persone. Ma ognuno deve avere la libertà di esteriorizzare la
propria fede. Se una donna musulmana vuole portare il velo, deve poterlo fare. Lo
stesso se un cattolico vuole portare una croce. Si deve poter professare la propria fede
non accanto, ma in seno alla cultura. La piccola critica che rivolgerei alla Francia a tale
riguardo è di esagerare la laicità. Ciò deriva da un modo di considerare le religioni come
una sottocultura e non come un cultura a pieno titolo. Temo che questo approccio, che si
comprende come eredità dell’illuminismo, persista ancora. La Francia dovrebbe fare un
passo avanti a tale proposito per accettare che l’apertura alla trascendenza è un diritto
per tutti.
In questo contesto laico, i cattolici come dovrebbero difendere le loro preoccupazioni su
temi sociali quali l’eutanasia o il matrimonio tra persone dello stesso sesso?
È in Parlamento che bisogna discutere, argomentare, spiegare, ragionare. Così cresce
una società. Una volta che la legge viene votata, lo Stato deve rispettare le coscienze. In
ogni struttura giuridica deve essere presente l’obiezione di coscienza, perché è un diritto
umano. Incluso per un funzionario del governo, che è una persona umana. Lo Stato
deve anche rispettare le critiche. Questa è una vera laicità. Non si possono spazzar via
gli argomenti dei cattolici dicendo loro: «Parlate come un prete». No, essi si fondano sul
pensiero cristiano, che la Francia ha così notevolmente sviluppato.
Che cosa rappresenta la Francia per lei?
La figlia maggiore della Chiesa... ma non la più fedele [ride]. Negli anni Cinquanta si
diceva anche: “Francia, Paese di missione”. In tal senso, è una periferia da
evangelizzare. Ma bisogna essere giusti con la Francia. La Chiesa possiede lì una
capacità creatrice. La Francia è anche una terra di grandi santi, di grandi pensatori: Jean
Guitton, Maurice Blondel, Emmanuel Lévinas (che non era cattolico), Jacques Maritain.
Penso anche alla profondità della letteratura. Apprezzo pure il modo in cui la cultura
francese ha impregnato la spiritualità gesuita rispetto alla corrente spagnola, più
ascetica. La corrente francese, iniziata con Pierre Favre, pur insistendo sempre sul
discernimento dello spirito, dà un altro sapore. Con i grandi padri spirituali francesi:
Louis Lallemant, Jean-Pierre de Caussade. E con i grandi teologi francesi, che hanno
aiutato tanto la Compagnia di Gesù: Henri de Lubac e Michel de Certeau. Questi ultimi
due mi piacciono molto; due gesuiti che sono creativi. Insomma, ecco ciò che mi
affascina della Francia. Da un lato questa laicità esagerata, eredità della Rivoluzione
francese, e dall’altro tanti grandi santi.
Qual è quello o quella che preferisce?
Santa Teresa di Lisieux.
Lei ha promesso di venire in Francia. Quando sarà possibile un tale viaggio?
Ho ricevuto da poco una lettera d’invito del presidente François Hollande. Anche la
conferenza episcopale mi ha invitato. Non so quando avrà luogo questo viaggio, perché
il prossimo sarà un anno elettorale in Francia e, in generale, la prassi della Santa Sede è
di non compiere visite in quel periodo. Lo scorso anno si è cominciato a formulare ipotesi
su un simile viaggio, con una sosta a Parigi e nella sua periferia, a Lourdes e in una città
in cui nessun Papa si è ancora recato, Marsiglia per esempio, che rappresenta una porta
aperta sul mondo.
La Chiesa in Francia vive una grave crisi di vocazioni sacerdotali. Come fare oggi con
così pochi preti?
La Corea offre un esempio storico. Questo Paese è stato evangelizzato da missionari
venuti dalla Cina che poi sono andati via. Quindi, per due secoli, la Corea è stata
evangelizzata da laici. È una terra di santi e di martiri con una Chiesa forte oggi. Per
evangelizzare non c’è necessariamente bisogno di preti. Il battesimo dà la forza per
evangelizzare. E lo Spirito Santo, ricevuto nel battesimo, spinge a uscire, a portare il
messaggio cristiano, con coraggio e pazienza. È lo Spirito santo il protagonista di ciò che
la Chiesa fa, il suo motore. Troppi cristiani l’ignorano. Al contrario, un pericolo per la
Chiesa è il clericalismo. È un peccato che si commette in due, come il tango! I sacerdoti
vogliono clericalizzare i laici e i laici chiedono di essere clericalizzati, per comodità. A
Buenos Aires, ho conosciuto molti bravi preti che, vedendo un laico capace, esclamavano
subito: “Facciamone un diacono!”. No, bisogna lasciarlo laico. Il clericalismo è
importante soprattutto in America latina. Se la pietà popolare è forte lì è proprio perché
è l’unica iniziativa dei laici a non essere clericale. Ed è incompresa dal clero.
La Chiesa in Francia, in particolare a Lione, è attualmente colpita da scandali di pedofilia
che riguardano il passato. Che cosa deve fare davanti a questa situazione?
È vero che non è facile giudicare i fatti dopo decenni, in un altro contesto. La realtà non
è sempre chiara. Ma per la Chiesa, in questo ambito, non ci può essere prescrizione.
Attraverso questi abusi, un prete che ha il compito di guidare un bambino verso Dio lo
distrugge. Dissemina il male, il risentimento, il dolore. Come ha detto Benedetto XVI, ci
deve essere tolleranza zero. In base agli elementi di cui dispongo, credo che a Lione, il
cardinale Barbarin abbia adottato le misure necessarie, abbia preso bene in mano la
situazione. È un coraggioso, un creativo, un missionario. Ora noi dobbiamo attendere il
prosieguo del procedimento davanti alla giustizia civile.
Il cardinale Barbarin non deve dunque dimettersi?
No, sarebbe un controsenso, un’imprudenza. Si vedrà dopo la conclusione del processo.
Ma ora sarebbe dichiararsi colpevole.
Lei ha ricevuto, lo scorso 1° aprile, monsignor Bernard Fellay, superiore generale della
Fraternità sacerdotale San Pio X. È di nuovo ipotizzabile la reintegrazione dei lefebvriani
nella Chiesa?
A Buenos Aires ho sempre parlato con loro. Mi salutavano, mi chiedevano una
benedizione in ginocchio. Si dicono cattolici. Amano la Chiesa. Monsignor Fellay è un
uomo con cui si può dialogare. Non è così per altri elementi un po’ strani, come
monsignor Williamson, o altri che si sono radicalizzati. Penso, come avevo detto in
Argentina, che siano cattolici in cammino verso la piena comunione. In questo anno
della Misericordia mi è parso di dover autorizzare i loro confessori a perdonare il peccato
di aborto. Mi hanno ringraziato per questo gesto. Prima, Benedetto XVI, che rispettano
molto, aveva liberalizzato la messa secondo il rito tridentino. Si dialoga bene, si sta
facendo un buon lavoro.
Sarebbe pronto a concedere loro lo statuto di prelatura personale?
Sarebbe una soluzione possibile, ma prima bisogna stabilire un accordo fondamentale
con loro. Il concilio Vaticano II ha la sua importanza. Si avanza lentamente, con
pazienza.
Lei ha convocato due sinodi sulla famiglia. Questo lungo processo ha, a suo parere,
cambiato la Chiesa?
È un processo iniziato al concistoro, introdotto dal cardinale Kasper, seguito da un
sinodo straordinario nell’ottobre dello stesso anno, poi da un anno di riflessione e da un
sinodo ordinario. Credo che tutti siamo usciti da questo processo diversi da come ci
siamo entrati. Anch’io. Nell’esortazione post-sinodale ho cercato di rispettare al massimo
il sinodo. Non vi troverete precisazioni canoniche su ciò che si può o si deve fare o
meno. È una riflessione serena, pacifica, sulla bellezza dell’amore, su come educare i
figli, prepararsi al matrimonio... Valorizza responsabilità che potrebbero essere
accompagnate dal Pontificio Consiglio per i laici, sotto forma di linee guida. Al di là di
questo processo, dobbiamo pensare alla vera sinodalità, quanto meno a ciò che significa
sinodalità cattolica. I vescovi sono cum Petro sub Petro. Ciò differisce dalla sinodalità
ortodossa e da quella delle Chiese greco-cattoliche dove il patriarca conta solo per uno.
Il concilio Vaticano II offre un ideale di comunione sinodale ed episcopale. Lo si deve
ancora far crescere, anche a livello parrocchiale rispetto a quanto viene prescritto. Ci
sono parrocchie che non sono dotate né di un consiglio pastorale né di un consiglio per
gli affari economici quando il Codice di diritto canonico le obbliga ad averli. La sinodalità
si gioca anche lì.
Pag 8 Quella voglia di arrampicarsi
Messa a Santa Marta
C’è una «tentazione» che «divide e distrugge la Chiesa»: è la «voglia mondana di avere
il potere», l’invidia e il desiderio «di andare più in alto». Lo ha detto Papa Francesco
durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 17 maggio, spiegando che questa
tentazione risponde al «pensiero del mondo», mentre Gesù parla «di servizio, di
umiliazione». Confrontandosi con il brano evangelico del giorno, tratto dal Vangelo di
Marco (9, 30-37), l’intera meditazione del Pontefice si è sviluppata sulla
contrapposizione fra questi «due modi di parlare». La Scrittura, infatti, presenta Gesù
che «insegna ai suoi discepoli» e dicendo loro «la verità sulla propria vita» - sulla sua,
ha spiegato Francesco, ma «anche sulla vita dei cristiani, la “vera” verità» - rivela: «Il
Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una
volta ucciso, dopo tre giorni, risorgerà». Di fronte a tale verità - «Io sono venuto per
questo compito, per compiere questa missione: dare la mia vita per la salvezza di tutti»
- i discepoli non capiscono. Anzi, «non volevano capire» e, per «timore di interrogarlo»,
avevano deciso di lasciar perdere, come a dire: «le cose si arrangeranno da sole». Ha
spiegato il Papa: «Il timore chiudeva il loro cuore, chiudeva il loro cuore alla verità che
Gesù gli stava insegnando». Il racconto evangelico prosegue e si legge che essi
«continuarono la strada, ma non in silenzio»: i discepoli «continuavano a parlare».
Arrivati a Cafarnao, Gesù chiede: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?».
Nessuna risposta. Essi, infatti, «avevano vergogna di dire a Gesù di che cosa
discutevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro su chi fosse il più grande».
Ecco, quindi, la contrapposizione: «Gesù parla un linguaggio di umiliazione, di morte, di
redenzione, e loro parlano un linguaggio da arrampicatori: chi andrà più in alto nel
potere?». Questa, ha detto Francesco, è una tentazione che avevano loro - «erano
tentati dal modo di pensare del mondo mondano» - ma «non solo loro». Anche la
mamma di Giacomo e Giovanni, ha ricordato il Pontefice, andò da Gesù - l’episodio si
può leggere nelle pagine di Matteo (20, 20-21) - per «chiedere che i suoi figli fossero
uno alla destra e un altro alla sinistra, quando lui fosse arrivato al Regno». Come se oggi
si chiedesse: «Uno faccia il primo ministro e l’altro il ministro dell’economia» per
dividersi «tutto il potere». Proprio questo, infatti, «è il pensiero del mondo: chi è il più
grande?». Perciò Gesù si premura di chiamare i dodici e di dire loro: «Se uno vuole
essere il primo, sia l’ultimo e il servitore di tutti». Quello di Gesù ai discepoli è un
insegnamento che vale per tutti: «Nella strada che Gesù ci indica per andare avanti - ha
detto Francesco - il servizio è la regola. Il più grande è quello che più serve, quello che
più è al servizio degli altri, non quello che si vanta, che cerca il potere, i soldi, la vanità,
l’orgoglio». Insegnamento necessario perché, ha fatto notare il Papa, questa «è una
storia che accade ogni giorno nella Chiesa, in ogni comunità» dove spesso ci si chiede:
«Ma da noi, chi è il più grande? Chi comanda?». Emergono le «ambizioni», la «voglia di
arrampicarsi, di avere il potere». L’argomento viene affrontato anche nella prima lettura,
tratta dalla lettera di san Giacomo (4, 1-10), nella quale l’apostolo scrive: «Ma fratelli
miei, da dove vengono le guerre, le liti che sono in mezzo a voi?». E continua: «Non
vengono forse dalle vostre passioni?», ovvero «dalla passione del potere, di comandare,
di dominare»? Giacomo accusa: «Siete pieni di desideri», alludendo alle loro invidie e
gelosie. E aggiunge: «Non avete, perché non chiedete. Chiedete e non ottenete, perché
chiedete male». A questo punto il Pontefice ha invitato a valutare con attenzione il passo
successivo, «per pensare a come preghiamo male». L’apostolo infatti spiega ai suoi
interlocutori: «chiedete male per soddisfare cioè le vostre passioni». E incalza: «Non
sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio?». Proprio qui, ha spiegato il Papa, si
trova «il nocciolo di questo brano» e del messaggio rivolto oggi alla Chiesa. La sintesi è
nella contrapposizione già accennata: «Gesù parla un linguaggio di servizio, di
umiliazione, anzi lui dice: “Io non sono venuto per farmi servire, per essere servito, ma
per servire”». Invece «il linguaggio del mondo è: “chi ha più potere per comandare?”. E
questo linguaggio mondano è nemico di Dio». Quando infatti, ha continuato Francesco,
c’è la «vanità», la «voglia mondana di avere il potere, non di servire, ma di essere
servito», si usano tutti i mezzi. Così, ad esempio, ci sono le «chiacchiere», lo «sporcare
gli altri». Lo «sappiamo tutti», ha aggiunto, che «l’invidia e le gelosie fanno questa
strada e distruggono». Tutto questo, ha fatto amaramente notare il Pontefice, «accade
oggi in ogni istituzione della Chiesa: parrocchie, collegi, altre istituzioni, anche nei
vescovati... tutti». Ecco i «due modi di parlare»: da una parte lo «spirito del mondo, che
è spirito di ricchezza, vanità e orgoglio»; dall’altra Gesù che dice: «il Figlio dell’uomo
viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno». Egli «è venuto per servire e
ci ha insegnato la strada nella vita cristiana: il servizio, l’umiltà». Del resto, ha spiegato
Francesco, «quando i grandi santi dicevano di sentirsi tanto peccatori, è perché avevano
capito questo spirito del mondo che era dentro di loro e avevano tante tentazioni
mondane». Infatti «nessuno di noi può dire: “No, io no, no io... io sono una persona
santa, pulita.” Tutti noi siamo tentati da queste cose, siamo tentati di distruggere l’altro
per salire in alto». È una «tentazione mondana» che «divide e distrugge la Chiesa», e
non è certo «lo Spirito di Gesù». Concludendo la sua riflessione, il Papa ha detto che,
avendo negli occhi la scena evangelica appena riletta, «ci farà bene pensare alle tante
volte che noi abbiamo visto questo nella Chiesa e alle tante volte che noi abbiamo fatto
questo, e chiedere al Signore che ci illumini, per capire che l’amore per il mondo, cioè
per questo spirito mondano, è nemico di Dio».
AVVENIRE
Pag 3 Poveri come Cristo: è Vangelo e Concilio di Stefania Falasca
Magistero di Francesco e un antichissimo modello
«La vanità, il potere, i soldi... Chi comanda? Le ambizioni e sempre nelle istituzioni, nelle
comunità ecclesiali, sempre questa voglia di arrampicarsi, di salire più in alto, di avere il
potere...». Così è quando si dice papale-papale. Così di nuovo, ieri, Francesco senza giri
di parole è andato dritto a stigmatizzare quella nefasta e diffusa 'tentazione mondana'
che divide, lacera, distrugge la Chiesa perché «non è lo Spirito di Gesù». E anzi perciò
«fa bene pensare alle tante volte che noi abbiamo visto questo nella Chiesa e alle tante
volte che noi abbiamo fatto questo, e chiedere al Signore che ci illumini, per capire che
l’amore per questo spirito mondano è nemico di Dio». Cosa vuol dire per un cristiano
non essere nemici di Dio e del prossimo e come non esserlo lo ha descritto l’altro ieri
all’apertura dell’assemblea della Cei profilando l’identikit dell’autentico sacerdote in un
discorso-testimonianza che rimanda per filo e per segno al decreto conciliare
Presbyterorum ordinis. E dunque alle istanze che connotano e costituiscono da sempre il
Dna del battezzato e che principalmente caratterizzano i preti sul modello di Cristo: il
servizio e la povertà. Inscindibili proprio perché insieme disegnano le fattezze del Figlio
di Dio. Del servizio Francesco ha detto anche ieri a Santa Marta: «Il mondo parla di chi
ha più potere per comandare, Gesù afferma di essere venuto al mondo 'per servire', non
'per essere servito'». Questo quindi è anche il messaggio di oggi per la Chiesa, perché
«nella strada che Gesù ci indica per andare avanti, il servizio è la regola». Quanto alla
povertà, che mai in termini di virtù si separa dall’umiltà, è virtù regale perché sbaraglia
la cupidigia dei beni terreni, di qualunque specie siano: denaro, onori, prestigio, fama. E
per quanto attiene ai beni materiali, nel discorso alla Cei ha ricordato che il prete non
deve cercare nulla che vada «oltre il reale bisogno» e dunque anche nella «gestione
delle strutture e dei beni economici». Perché in una visione evangelica appesantirsi in
«una pastorale di conservazione, ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito»,
pertanto ha invitato a mantenere «soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e
di carità del popolo di Dio». È quanto in altri termini è espresso nel decreto
Presbyterorum ordinis, che nel capitolo sulla povertà invita i sacerdoti nella vita
pastorale in mezzo al mondo a «non affezionarsi in alcun modo alle ricchezze», evitando
«ogni bramosia e astenendosi da ogni tipo di commercio»; «vedano di eliminare nelle
proprie cose ogni ombra di vanità» e «più ancora degli altri discepoli del Signore, tutto
ciò che possa indurre i poveri ad allontanarsi». In vista dell’ascesi sacerdotale il decreto
richiama anche qualche norma che rappresenta il minimum di una povertà sacerdotale.
Si tratta di beni ecclesiastici? Impiegarli «per la sistemazione del culto divino, il dignitoso
mantenimento del clero, il sostentamento delle opere di apostolato e di carità,
specialmente per i poveri». Si tratta di beni procurati «in occasione di qualche ufficio
ecclesiastico»? Messi a posto il proprio «onesto sostentamento» e i doveri del proprio
stato «il rimanente sarà bene destinarlo per le opere di carità». Questo il minimum. Ma il
Concilio invita alla «povertà volontaria con la quale i presbiteri possono configurarsi a
Cristo in modo più evidente». Povertà non solo ascetica, ma anche pastorale.
Richiamava il decreto conciliare sul ministero e la vita dei sacerdoti anche il futuro
Giovanni Paolo I quando ancora negli anni Sessanta si esprimeva riguardo alla povertà
ecclesiale: «La povertà ecclesiale l’ha inalberata Cristo con tutti i veri riformatori da san
Francesco». E chiedeva se essere sociologicamente povero avesse valore o no. «Non in
se stesso – scriveva – ma in quanto dispone naturalmente alla povertà evangelicaspirituale: chi è povero è più disposto a confidare in Dio, chi è ricco è portato a
dimenticare Dio: per questo Cristo è duro con la ricchezza (non è che fosse risentito
contro i ricchi per motivi populistici, ma per motivo religioso: la ricchezza vi impedisce di
aprire il cuore al desiderio del Regno di Dio)». E concludeva riguardo alla povertà
ecclesiale: «Dovere della povertà evangelica per tutti i cristiani... Più per i vescovi, preti,
religiosi. La ragione: rappresentano – agli occhi del mondo – la Chiesa di più». Nel 1966,
scrivendo Il sacerdote diocesano alla luce del Vaticano II, affermava: «Qualcuno aveva
detto: 'Se il Concilio di Trento di Trento è stato il Concilio della castità del clero, il
Vaticano II sarà il Concilio della povertà del clero'. È forse un’esagerazione, ma è vero
che su questo punto siamo sorvegliati: qui la gente ci aspetta oggi». Una affermazione
che Luciani prese in prestito dal vescovo Enrico Bartoletti, segretario generale della Cei
nel 1972, che si prodigò affinché le indicazioni del Vaticano II venissero recepite ed
attuate dalle diocesi dalle parrocchie, e il cui orientamento pastorale centrato
sull’annuncio diede l’impronta al primo piano pastorale della Cei. Leggere dunque i
discorsi del Papa in un ambito ideologico pauperista rappresenta solo una vecchia
forzatura in malafede. Poco infatti si capirebbe anche dello spirito di governo di
Francesco senza affondare nel mai dimenticato fondamento di una Chiesa antichissima,
senza trionfi mondani, vicina agli insegnamenti dei Padri sul modello del Vangelo di
Cristo e della sua predilezione per i poveri.
Pag 6 Famiglia, fisco più equo e coraggioso. Migranti, continuare ad accogliere
L’invito di Bagnasco: con il papa nuovo slancio all’Europa
Pubblichiamo la relazione pronunciata dal cardinale Angelo Bagnasco arcivescovo di
Genova e presidente della Cei in apertura della seconda giornata della 69ª Assemblea
generale della Conferenza episcopale italiana.
Cari confratelli, nel clima della Pentecoste, abbiamo avuto la gioia della visita e delle
parole del Santo Padre: quello che ci ha detto ieri sera costituisce l’orientamento più
prezioso per i lavori di questa sessantanovesima Assemblea generale, che ha al centro il
rinnovamento del clero. Nel tornare a salutare ciascuno di voi, ringrazio della sua
presenza e disponibilità il nunzio apostolico in Italia monsignor Adriano Bernardini.
Insieme diamo il benvenuto ai confratelli vescovi, che qui rappresentano le Conferenze
episcopali di numerosi Paesi, insieme al segretario generale del Ccee ringraziandoli per
aver accolto l’invito a condividere la nostra riunione plenaria. Con loro salutiamo
fraternamente anche gli invitati - presbiteri, consacrati, laici - che partecipano ai nostri
lavori.
Siamo lieti di accogliere quanti nell’ultimo periodo sono stati chiamati all’episcopato e
partecipano per la prima volta alla nostra Assemblea generale. Si tratta di: Sergio
Melillo, vescovo di Ariano Irpino-Lacedonia; Erio Catellucci, arcivescovo abate di
Modena-Nonantola; Claudio Cipolla, vescovo di Padova; Corrado Melis, vescovo di
Ozieri; Angelo De Donatis, vescovo ausiliare di Roma; Luigi Renna, vescovo di CerignolaAscoli Satriano; Giovanni Roncari, vescovo di Pitigliano-Sovana- Orbetello; Andrea
Migliavacca, vescovo di San Miniato; Piero Delbosco, vescovo di Cuneo e Fossano;
Francesco Manenti, vescovo di Senigallia; Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo;
Antonio Napolioni, vescovo di Cremona; Corrado Sanguineti, vescovo di Pavia; Roberto
Filippini, vescovo di Pescia; Pierantonio Pavanello, vescovo di Adria-Rovigo; Marco
Brunetti, vescovo di Alba; Luigi Mansi, vescovo di Andria; Giuseppe Favale, vescovo di
Conversano- Monopoli; Roberto Carboni, vescovo di Ales- Terralba; Renato Marangoni,
vescovo di Belluno- Feltre; Lauro Tisi, arcivescovo di Trento; Antonio Giuseppe Caiazzo,
arcivescovo di Matera-Irsina; Felice Accrocca, arcivescovo eletto di Benevento; Stefano
Russo, vescovo eletto di Fabriano- Matelica; Gianrico Ruzza, vescovo ausiliare eletto di
Roma; Luigi Vari, arcivescovo eletto di Gaeta.
Sentiamo vicini e partecipi i confratelli vescovi che, pur avendo lasciato la guida
pastorale delle loro diocesi, continuano a condividere con noi la sollecitudine per il bene
della Chiesa: Giuseppe Andrich, vescovo emerito di Belluno-Feltre; Luigi Bressan,
arcivescovo emerito di Trento; cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna;
Raffaele Calabro, vescovo emerito di Andria; Giuseppe Cavallotto, vescovo emerito di
Cuneo e Fossano; Fabio Bernardo D’onofrio, arcivescovo emerito e amministratore
apostolico di Gaeta; Giovanni Dettori, vescovo emerito di Ales-Terralba; Felice Di
Molfetta, vescovo emerito di Cerignola-Ascoli Satriano; Guido Fiandino, vescovo già
ausiliare di Torino; Giovanni Giudici, vescovo emerito di Pavia; Calogero La Piana,
arcivescovo emerito di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela; Dante Lafranconi, vescovo
emerito di Cremona; Giacomo Lanzetti, vescovo emerito di Alba;. Delio Lucarelli,
vescovo emerito di Rieti; Antonio Mattiazzo, arcivescovo-vescovo emerito di Padova;
Andrea Mughione, arcivescovo emerito e amministratore apostolico di Benevento;
Salvatore Nunnari, arcivescovo-vescovo emerito di Cosenza- Bisignano; Giuseppe
Orlandoni, vescovo emerito di Senigallia; Domenico Padovano, vescovo emerito di
Conversano-Monopoli; cardinale Paolo Romeo, arcivescovo emerito di Palermo; Lucio
Soravito de Franceschi, vescovo emerito di Adria-Rovigo; Agostino Superbo, arcivescovo
emerito di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo; Paolo D’Urso, vescovo emerito di
Ragusa; Giancarlo Vecerrica, vescovo emerito e amministratore apostolico di FabrianoMatelica.
Infine, non può mancare il nostro grato e affettuoso ricordo dei confratelli che in questi
ultimi mesi hanno concluso la loro esistenza terrena. Ecco i loro nomi: Luigi Martella,
vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi; cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo
emerito di Bologna; Salvatore Cassisa, arcivescovo emerito di Monreale; Bruno
Tommasi, arcivescovo emerito di Lucca; Giovanni De Vivo, vescovo di Pescia; Claudio
Baggini, vescovo emerito di Vigevano; Ignazio Cannavò, arcivescovo emerito di MessinaLipari-Santa Lucia del Mela; Alessandro Plotti, arcivescovo emerito di Pisa; Vincenzo
Franco, arcivescovo emerito di Otranto; Odo Fusi Pecci, vescovo emerito di Senigallia;
Benito Cocchi, arcivescovo abate emerito di Modena- Nonantola.
1. UN MAGISTERO DIFFUSO
Il Magistero di papa Francesco, insieme al suo instancabile ministero, è per noi e per il
'santo popolo fedele di Dio' (Lettera del Santo Padre al presidente della Pontificia
Commissione per l’America Latina, 19.3.2016) un continuo stimolo alla conversione della
vita personale e pastorale. Di questo patrimonio fa parte la recente Esortazione
apostolica Amoris laetitia, che dell’intenso lavoro del Sinodo è il frutto. Essa è
orientamento per un deciso rilancio della pastorale familiare, e 'nuovo incoraggiamento'
per quel discernimento e accompagnamento che ogni pastore è da sempre chiamato a
fare con saggezza 'secondo gli insegnamenti della Chiesa e gli orientamenti del vescovo'
(Amoris laetitia, n. 300).
Il Giubileo straordinario della misericordia si sta sempre più rivelando una fonte di grazia
per tutti. Non c’è età che non ne sia toccata, basta pensare al grande raduno dei ragazzi
- settantamila - che hanno affollato gioiosamente piazza San Pietro domenica 24 aprile.
È stato uno spaccato di ciò che abita veramente il cuore dei giovani; la loro presenza
mostrava l’intuizione che la risposta più vera è Gesù nella Chiesa: 'Tu hai parole di vita
eterna'.
2. UN’EUROPA RICONCILIATA CON LA GENTE
Fa parte del Magistero diffuso del Papa anche la sua storica visita a Lesbo: incisiva e
commovente, vissuta in un abbraccio ecumenico. Ci impegna a non retrocedere dal
fronte dell’accoglienza; ricorda a tutti che le vie di comunicazione sono sì per le merci,
ma innanzitutto per le persone; incoraggia a non rinunciare al sogno europeo nel quale i
Padri hanno creduto, così come papa Francesco ha sottolineato nel ricevere il prestigioso
'Premio Carlo Magno': «Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre
come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e
chiede riparo. (…) Sogno un’Europa in cui essere migrante non sia de- bensì un maggior
impegno con la dignità di tutto l’essere umano» ( Discorso del Santo Padre in occasione
del conferimento del Premio Carlo Magno, 6.5.2016).
Dobbiamo qui riconoscere il permanente sforzo dell’Italia, sempre in prima linea per
accogliere e salvare tante vite da ignobili mercanti di disperati. La Chiesa italiana
continua ad offrire il suo contributo accogliendo, ad oggi, circa 23.000 migranti, con un
aumento di 4.500 persone in questi primi mesi dell’anno. Alle comunità parrocchiali e
religiose, sostenute dalle Caritas diocesane e dagli Uffici 'Migrantes', va dunque il nostro
riconoscente incoraggiamento.
Del resto, il Sud del mondo si è messo in marcia sotto la spinta di circostanze difficili o
tragiche: è un inarrestabile esodo. È doveroso chiederci se non sia questo un banco di
prova perché l’Europa del diritto, della democrazia e della libertà, culla e sorgente
dell’umanesimo, irrorata dalla sorgente perenne del Vangelo, possa riscoprire se stessa:
Aldo Moro, visitando Aquisgrana, disse che era «il centro di un mondo unito che si regge
su due pilastri fondamentali: l’ordinamento giuridico romano e la forza spirituale del
cristianesimo ». Possa l’Europa ritrovare la sua anima e così l’amore di 'popoli e nazioni'.
Possa incontrarsi finalmente con le persone, che non sono pedine sulle cui teste qualche
'illuminato' pretende di decidere o esperimentare; né sono apolidi, poiché ognuno
appartiene ad una storia, ha una visione della vita e valori di fondo. Capisca che essere
europeo non significa entrare nel limbo del pensiero unico: le leggi e gli accordi sono
necessari, ma non fanno lo spirito di un continente: lo presuppongono. I vescovi italiani
rinnovano la passione per l’Europa e, insieme al Santo Padre, auspicano con ferma
convinzione «uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente ». ( Id.).
3. IL SANGUE DI ABELE
In occasione dello storico incontro di Papa Francesco con il patriarca Kirill a Cuba, si è
levata congiunta la voce di Abele, che grida fino al cielo: «In molti Paesi del Medio
Oriente e del Nord Africa i nostri fratelli e sorelle in Cristo vengono sterminati per
famiglie, villaggi e città intere (…). In Siria, in Iraq e in altri Paesi del Medio Oriente,
constatiamo con dolore l’esodo massiccio dei cristiani dalla terra dalla quale cominciò a
diffondersi la nostra fede, e dove essi hanno vissuto, fin dai tempi degli Apostoli, insieme
ad altre comunità religiose» (Dichiarazione congiunta del Santo Padre Francesco e di sua
santità Kirill, Cuba, 12.2.2016). Nel mondo sembra che cresca l’indifferenza verso tanta
violenza, come se i veri problemi fossero altri che il diritto di professare la propria fede
senza subire persecuzione e morte, o essere costretti a vivere da fuggiaschi in preda alla
paura. Si contano ormai 200 milioni di cristiani perseguitati sul pianeta sotto gli occhi
distratti e indifferenti del mondo: ad Aleppo, storico centro della cristianità in Siria, oggi
sono rimasti appena 40.000 fedeli, un quarto rispetto a solo 5 anni fa! Come Chiesa,
denunciamo ancora una volta la violenza barbara di ogni persecuzione, assicuriamo la
nostra vicinanza di solidarietà e preghiera a quanti la subiscono, e incoraggiamo le
nostre comunità ad alimentare la fede e la testimonianza sull’esempio di tanto coraggio.
Accanto alle vittime della persecuzione religiosa, ci sono quelle causate dal terrorismo,
che continua a seminare morte, angoscia e rapimenti. Esiste qualcuno che possa
fermare tanto oscurantismo politico, sociale, religioso, su cui prospera il commercio delle
armi? Nel campo della sicurezza sembra che tra gli Stati europei cresca la capacità di
scambio e collaborazione; a tale proposito, ringraziamo i Servizi italiani che stanno
mostrando capacità e determinazione.
Infine, torna in campo l’Europa, anzi l’Occidente: quale offerta culturale fa alle
generazioni di immigrati ormai naturalizzati nel Continente? Quale visione spirituale
offre? Il benessere materiale è ricercato e spesso raggiunto; ma i beni di consumo da
soli non sono sufficienti: è necessaria una visione di valori e di ideali - favorita da un’alta
istruzione e da un contesto di buone relazioni - per cui ognuno senta che vale la pena
sacrificarsi. Diversamente, l’anima resta vuota ed esposta ad ogni suggestione, anche la
più assurda e turpe: «Quando la cultura si corrompe e non si riconosce più alcuna verità
oggettiva o principi universalmente validi – avverte il Santo Padre – le leggi verranno
intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare» (Laudato si’, 123).
4. UNA CHIESA CHE CAMMINA
Come vescovi italiani abbiamo rimesso a tema il rinnovamento del clero. Sollecitati dalle
indicazioni del Santo Padre, e alla luce del cambiamento d’epoca in corso, nell’Assemblea
straordinaria di Assisi (10 -13 novembre 2014) abbiamo aperto il cuore: ne sono emersi
l’amore, la stima e la gratitudine verso i nostri preti. Non solo ci è chiara la
consapevolezza di poter far poco senza di loro, che presiedono le comunità cristiane e
non di rado presidiano i territori, ma - innanzitutto e prima di tutto - sappiamo e
sentiamo che Cristo ha fatto di noi, Vescovi e presbiteri, una cosa sola. Ben prima di
affinità, sensibilità comuni, idee convergenti… è quanto lo Spirito ha fatto in noi e di noi
che ci rende un solo corpo segnato dal sacramento dell’Ordine, inviato al popolo di Dio
per evangelizzare 'fino ai confini della terra'. Sono innumerevoli le pagine del Magistero
che parlano in modo commovente della vita e della missione del Sacerdote (a partire da
quella che ci ha affidato ieri sera il Santo Padre).
Cari sacerdoti, voi siete per noi 'fratelli e amici' come ricorda il Concilio: mentre diamo
testimonianza della vostra quotidiana vicinanza alla gente, vi ringraziamo per quello che
fate uniti a noi, vostri vescovi e padri. Il Signore ci ha messi insieme, perché vivessimo
la comunione nel Presbiterio diocesano con tensione ideale e con fiducioso realismo. La
nostra unità - insieme alla nostra preghiera - è la prima forma di quel prenderci cura di
noi stessi e del nostro popolo che tanto raccomanda papa Francesco. A nostra volta, non
dimentichiamo quanto afferma il Concilio: «È ai vescovi che incombe in primo luogo la
grave responsabilità della santità dei loro sacerdoti; devono pertanto prendersi cura con
la massima serietà della continua formazione del proprio presbiterio» (Presbyterorum
ordinis).
Responsabilità ben più grande delle nostre forze, che portiamo con fede nella grazia
dello Spirito.
La Chiesa in Italia cammina verso la Giornata mondiale della gioventù che, nel prossimo
luglio, si terrà a Cracovia, la città di san Giovanni Paolo II, che quelle Giornate ha voluto
come un’idea dello Spirito. Un altro appuntamento rilevante è quello del Congresso
eucaristico nazionale, che si celebrerà a Genova dal 15 al 18 settembre prossimo. I
preparativi fervono grazie al Comitato nazionale che ringrazio a nome di tutti. Siamo
chiamati ad animare le nostre comunità, indicare il delegato diocesano, comporre la
delegazione diocesana che sarà presente al Congresso e che deve essere iscritta per
ovvi motivi di organizzazione. Intensificare l’adorazione nelle parrocchie, diffondere il
sussidio per la preghiera quotidiana in famiglia, utilizzare il Documento teologicopastorale, distribuire a largo raggio il Messaggio a firma del Consiglio episcopale
permanente…: sono passaggi decisivi per la migliore preparazione all’appuntamento, se
vogliamo che sia davvero un evento di grazia per noi e le nostre Comunità. Le catechesi,
che si terranno nelle diverse chiese di Genova, saranno sull’Eucaristia alla luce dei
cinque verbi di Firenze, così da segnare una continuità sostanziale con il mistero che sta
al centro della Chiesa e della sua missione.
5. UN AIUTO CONCRETO PER LE SITUAZIONI CONIUGALI FERITE
Una novità di grande rilievo è stato il Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, con cui il
Papa ha riformato i processi di nullità matrimoniale accogliendo l’auspicio dei Padri
sinodali al Sinodo straordinario. Come vescovi siamo impegnati affinché le finalità della
riforma possano trovare efficace e piena risposta nella prassi giudiziaria, coniugando la
vicinanza accogliente alle persone con le esigenze di assicurare sempre un rigoroso
accertamento della verità del vincolo, per sua natura indissolubile ove validamente
formato. Nell’esercizio di questa responsabilità, sappiamo di poter contare sull’aiuto degli
operatori dei Tribunali, la cui solida formazione ed esperienza rappresentano un bene
prezioso da valorizzare per conseguire la realizzazione dei principi ispiratori della
riforma. In questa prospettiva, nella quale un oculato discernimento pastorale consentirà
il giusto equilibrio anche nella scelta delle soluzioni strutturali più adeguate nelle diverse
Chiese particolari, la Cei non mancherà di offrire il proprio sostegno, a tutti i livelli di
propria competenza e in comunione con le Conferenze episcopali regionali.
6. UN PAESE CHE SI MUOVE
La nostra attenzione va, infine, al popolo al quale apparteniamo con affetto di pastori e
di cittadini. Vorremmo poterlo vedere più sereno, occupato nel lavoro, proiettato con
fiducia verso il futuro, incoraggiato dalle prospettive dei giovani, lieto nell’intreccio di
generazioni che si guardano con simpatia, fiducia, solidarietà. Gli indicatori che si
leggono, purtroppo, non sembrano andare in questa direzione. Dall’inizio della crisi
l’occupazione è caduta del 4,8%, una delle contrazioni più rilevanti in Europa: i dati
ricorrenti dicono che la fascia tra i 15 e i 24 anni in cerca di lavoro è prossima al 40%
contro il 22% della media europea: in termini percentuali siamo i peggiori, subito prima
della Bulgaria. Forte preoccupazione la esprimiamo anche per gli adulti che, una volta
perso il lavoro, si trovano nella difficoltà a rientrarvi con grave dan- no per le proprie
famiglie oltre che per la propria dignità. Il peso della vita quotidiana, alla ricerca dei beni
essenziali, diventa sempre più insostenibile, compreso il bene primario della casa. La
povertà assoluta investe 1,5 milioni di famiglie, per un totale di 4 milioni di persone, il
6,8 della popolazione italiana! Mentre la platea dei poveri si allarga inglobando il ceto
medio di ieri, la porzione della ricchezza cresce e si concentra sempre più nelle mani di
pochi, purtroppo a volte anche attraverso la via della corruzione personale o di gruppo.
Le nostre parrocchie vedono le file di coloro che cercano un pasto alle nostre mense:
sono stati ben 12 i milioni di pasti distribuiti nel 2015. I responsabili della cosa pubblica,
i diversi attori del mondo del lavoro, che cosa stanno facendo che non sia episodico ma
strutturale? La Chiesa continuerà a fare tutto quanto le è possibile per stare accanto alla
gente, mettendo in campo ogni risorsa: dalle forze di tantissimi volontari alle risorse
dell’8 per mille che, oltre a permettere un Clero totalmente disponibile, consente di
venire incontro alle enormi richieste della carità e del mantenimento delle opere
pastorali.
Un altro fronte che ci interroga è quello della natalità. Finalmente, dopo anni che lo
richiamiamo, oggi perlomeno si parla di inverno demografico: l’immagine - seppur
efficace - non suscita però ancora la necessaria coscienza della gravità. Ad oggi, si
vedono segnali positivi di sostegno e promozione della famiglia che, oltre ad essere il
grembo naturale della vita, è palestra di umanesimo, di virtù civili, di socialità e di
educazione nell’intreccio di generazioni e di generi, primo ammortizzatore sociale. Tali
segnali hanno, però, bisogno di essere incentivati e, soprattutto, di diventare strutturali.
I dati Istat rimangono impietosi: quelli del 2015 sono i dati peggiori dall’unità d’Italia. Lo
scorso anno, a fronte di 653.000 decessi, le nascite sono state 488.000, mentre 100.000
italiani hanno lasciato il Paese. La demografia è un indicatore decisivo dello stato di
salute di un Paese, specialmente occidentale, dove lo sviluppo economico e lavorativo,
insieme ad una cultura densa di ideali e valori, suscitano speranza nel domani e coraggio
nel generare nuove vite, assumendo con fiducia la missione educativa dei figli. Che cosa
sta facendo lo Stato perché si possa invertire la tendenza? Si avverte l’urgenza di una
manovra fiscale coraggiosa, che dia finalmente equità alle famiglie con figli a carico. Gli
esperti dicono che la messa in atto del cosiddetto 'fattore famiglia' sarebbe già un passo
concreto e significativo.
Un terzo fantasma sta crescendo nel Paese: il gioco d’azzardo. La recente legge intima
che il numero delle slot machine si riduca del 30% in quattro anni; in realtà è cresciuto
del 10,6% in quattro mesi, salendo a 418.210. Negli ultimi sei anni, mentre fra la
popolazione è salita la soglia della povertà, l’affare-azzardo ha raggiunto il 350%, fino a
84 miliardi. A fronte di così cospicui interessi a diversi livelli, chi sarà in grado di
resistere alle pressioni delle lobby e intervenire in modo radicale? La ricaduta sociale
della ludopatia è devastante per i singoli, che perdono il lavoro, rompono i rapporti
familiari, diventano facile preda di altre dipendenze fino al suicidio, come ha affermato il
Ministro della salute. I cittadini in che modo possono far sentire la propria volontà a
fronte di problemi così gravi che perdurano da troppo tempo, corrompendo modi di
pensare e stili di vita? Possono, i problemi, essere scaricati solo sull’Europa e sul mondo
globale? La democrazia avanzata deve cercare, non solo tollerare, il dialogo. Esso deve
essere praticato nella onestà degli atteggiamenti, nel rispetto di persone e istituzioni,
alla ricerca di una sintesi alta e realistica.
È su questi problemi che la gente vuole vedere il Parlamento impegnato senza
distrazioni di energie e di tempo, perché questi sono i problemi veri del Paese, cioè del
popolo. Per questo non si comprende come così vasta enfasi ed energia sia stata profusa
per cause che rispondono non tanto a esigenze - già per altro previste dall’ordinamento
giuridico - ma a schemi ideologici. La recente approvazione della legge sulle Unioni civili,
ad esempio, sancisce di fatto una equiparazione al matrimonio e alla famiglia, anche se
si afferma che sono cose diverse: in realtà, le differenze sono solo dei piccoli espedienti
nominalisti, o degli artifici giuridici facilmente aggirabili, in attesa del colpo finale - così
già si dice pubblicamente - compresa anche la pratica dell’utero in affitto, che sfrutta il
corpo femminile profittando di condizioni di povertà. «La famiglia si fonda sul
matrimonio hanno dichiarato papa Francesco e il patriarca Kirill - atto libero e fedele di
amore di un uomo e una donna. (…) Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza
siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di
maternità, come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio (…) viene
estromesso dalla coscienza pubblica» (Dichiarazione congiunta, cit). «La famiglia –
aveva già ribadito il Santo Padre – (è) fondamento della convivenza e rimedio contro lo
sfaldamento sociale» (Papa Francesco, Discorso 19.7.2013). E ancora: «Il matrimonio
tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi
in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno» ( Discorso ai vescovi
del Messico, 19.5.2014). In altra occasione aveva ribadito che la «complementarietà sta
alla base del matrimonio e della famiglia» (Papa Francesco, Discorso alla Congregazione
per la dottrina della fede, 17.11.2015), per cui «occorre ribadire il diritto dei bambini a
crescere in una famiglia, con papà e una mamma, capaci di creare insieme un ambiente
idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva (…). Con i bambini e i giovani non
si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio» (Papa Francesco, Discorso alla
Delegazione dell’Ufficio internazionale cattolico dell’infanzia, 11.4.2014). E, a proposito
della teoria del gender che è sempre alle porte in modo strisciante, il Pontefice ha più
volte ripetuto che «è uno sbaglio della mente umana », esprimendo anche il dubbio «se
non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione che mira a
cancellare la differenza sessuale perché non sa confrontarsi con essa» (Papa Francesco,
Udienza generale, 15.4.2015).
Non si comprende come queste affermazioni, tanto chiare di papa Francesco - e ribadite
a più riprese dai vescovi - passino costantemente sotto silenzio, come se mai fossero
state pronunciate o scritte. Le facciamo nostre una volta di più, perché - insieme con
quelle che andremo ad approfondire in queste giornate di confronto fraterno - possano
tradursi in impegno fattivo.
Grazie, cari confratelli per la vostra benevola attenzione, mentre invochiamo la luce dello
Spirito e affidiamo i nostri lavori alla Santa Vergine e a San Giuseppe.
Pag 22 Algeria, la conversione di una Chiesa di Andrea Riccardi
Lo storico Andrea Riccardi firma la prefazione (ne riportiamo qui sopra uno stralcio) a
«L’Altro, l’atteso. Le omelie del martire di Tibhirine» (pp. 176, euro 14), volume ora in
uscita da San Paolo nel quale sono raccolte le meditazioni inedite di padre Christian de
Chergé, priore del monastero di Notre-Dame de l’Atlas in Algeria. Le omelie abbracciano
un lungo periodo che va dall’aprile 1980 fino a pochi mesi dal martirio dell’autore e dei
suoi 6 confratelli trappisti, di cui il 21 maggio ricorre il 20° anniversario. Sono i testi
spirituali di un uomo che sceglie di restare in una situazione sempre più minacciosa. De
Chergé era in Algeria dal 1971 ed ha assistito dunque all’islamizzazione della società e
poi alla crescente violenza della guerra civile scoppiata nel 1991.
Le omelie di padre Christian de Chergé sono preziose. Abbracciano un lungo periodo che
va dall’aprile 1980 a pochi mesi dalla sua morte, nel maggio 1996. Anzi, si dovrebbe dire
del suo martirio. Infatti le omelie sono i testi spirituali di un uomo che, in qualche modo,
sceglie di restare in una situazione sempre più minacciosa. De Chergé era in Algeria dal
1971, nel monastero di Notre-Dame de l’Atlas a Tibhirine, dove era arrivato quando non
erano ancora trascorsi dieci anni dall’indipendenza del Paese dopo una dolorosissima
guerra di liberazione e l’esodo di gran parte della comunità cattolica algerina. La grande
domanda che, dopo il 1962, anno dell’indipendenza, i religiosi e i cristiani algerini si
erano posti era se restare o no. Avrebbero condiviso la nuova storia del Paese, come
una piccola minoranza. La comunità di Notre-Dame de l’Atlas aveva scelto di
partecipare, in una prospettiva monastica, alla ricostruzione della Chiesa cattolica
d’Algeria in un mondo divenuto tutto islamico. Lo aveva fatto in una vicinanza
particolare all’arcivescovo di Algeri, il cardinale Léon Etienne Duval, il quale era
profondamente affezionato ai monaci (infatti la notizia del loro rapimento fu un colpo
gravissimo per il cardinale, arrivato alla fine dei suoi giorni). Duval, arcivescovo di Algeri
nei tempi dell’Algeria francese, con un profilo che gli valse ingiustamente l’ostilità di tanti
suoi diocesani che lo chiamavano Mohammed Duval, aveva desolidarizzato la Chiesa
cattolica dal regime francese e dalla volontà degli stessi cattolici di mantenere il governo
della Francia nel Paese nordafricano. Aveva da sempre creduto nell’autodeterminazione
dei popoli e rispettò la volontà della maggioranza degli algerini per l’indipendenza. Duval
aveva sognato, insieme ad altri cattolici, che l’Algeria potesse essere una terra di
coabitazione tra la maggioranza musulmana, gli ebrei e i cristiani. Negli ultimi anni della
sua vita sentiva l’amarezza del fallimento, ma continuava a credere che si dovesse
provare a vivere insieme. Il cardinal Duval rilanciò, nell’Algeria indipendente, una Chiesa
povera e umile, tanto diminuita come strutture e funzioni, ma che sentiva d’avere una
missione di fede, di amore e di preghiera nella società musulmana. Il monastero di
Tibhirine è parte integrante e importante di questo nuovo profilo della Chiesa cattolica in
terra islamica. Il cardinale appoggia i monaci e tiene molto alla loro presenza, come –
del resto – teneva tanto alle clarisse di Bologhine, vicino a Notre-Dame d’Afrique, ad
Algeri, dove risiede lui stesso. Christian de Chergé è partecipe della scelta dei cristiani
algerini, pochi e quasi tutti di origine straniera: restare nel Paese, vivere con i
musulmani e non andare via, nonostante l’Algeria degli anni Settanta, Paese islamico e
socialista, non sia più quella che la Chiesa ha conosciuto nei lunghi decenni dell’Algeria
francese. La retorica delle memorie cristiane dell’antico Nord Africa è spesso servita per
giustificare la dominazione francese. Ma la Chiesa, dopo il 1962, è povera di ogni
protezione. Resta il grande prestigio del cardinal Duval presso gli algerini, che protegge
la Chiesa dall’accusa d’essere stata parte integrante del sistema coloniale. I monaci di
Tibhirine sentono di avere una loro vocazione particolare all’interno della Chiesa cattolica
algerina: quella della preghiera nella terra dell’islam e del dialogo con i musulmani. Sono
gli unici monaci in tutto il Paese e portano la responsabilità di una collocazione così
particolare, consapevoli che il mondo musulmano tradizionalmente ha un rapporto di
rispetto verso i monaci. A Tibhirine s’investe molto nei rapporti umani e nell’ospitalità.
Non è qui il caso di ricordare i legami spirituali e amicali che il monastero intesse con i
musulmani di Medea e dei dintorni all’insegna del dialogo. Per i monaci, di stagione in
stagione, si rinnova la scelta di restare. Sono tutti non algerini, quindi stranieri (non
hanno la cittadinanza algerina come il cardinal Duval), ma sentono sempre più che
l’Algeria è la loro patria. Nell’omelia dell’8 agosto 1983 De Chergé cita il monaco di Taizé
Max Thurian: «Silenzio, preghiera, condivisione. Condivisione: forse è questo il senso
della missione in Algeria? Riconciliazione e misericordia». La «condivisione» è un grande
tema della spiritualità di Charles de Foucauld, che ha trovato origine proprio nel deserto
algerino e qui è rinata con petit soeur Magdeleine e padre Voillaume. Ma
significativamente alla condivisione, già nel 1983, De Chergé aggiunge la misericordia e
la riconciliazione in una società, come quella algerina, traumatizzata da una lunga
guerra civile, però anche segnata da una forte crescita demografica. L’Algeria ha ferite
storiche, ma pure una grande fame di futuro, quella dei suoi tanti giovani. Christian,
proprio un giorno dopo la citata omelia, seguendo il filo che probabilmente animava le
riflessioni della comunità, continua a meditare sul senso della presenza cristiana e
monastica in Algeria. Qui il suo discorso si fa molto chiaro: «Creare ponti e distruggere
barriere; preparare qualcosa di nuovo e crederlo possibile... acconsentire al fatto che la
nostra sola presenza abbia senso e valore di riconciliazione; percepire la via della
riconciliazione verso l’islam». Niente di forzato o imperialistico, ma un umile servizio
monastico che vuole «preparare qualcosa di nuovo» all’insegna della riconciliazione con
tutti, ma segnatamente con il mondo musulmano.
IL GAZZETTINO
Pag 1 Il Papa, la Cei e la Chiesa a due velocità di Franco Cardini
Sono in molti a chiedersi che cosa stia accadendo sotto il cielo di Santa Romana Chiesa:
una Chiesa «a due velocità»? Che cosa significa che da una parte il Papa ci stupisca con
la sua iperattività promettendo un diaconato femminile, redarguendo preti e vescovi per
la loro mondanità e gli agi che alcuni di loro si permettono, visitando solo capitali
extraeuropee, mentre dall’altra la Conferenza episcopale italiana sembra talvolta
rispolverare i toni d’altri tempi, interviene nelle faccende politiche italiane, stigmatizza il
Parlamento per le scelte fatte in materia di unioni civili ma al tempo stesso - tramite il
suo quotidiano - prende le distanze da ipotesi di referendum con ciò implicitamente
ammettendo di temerne un risultato opposto alle sue speranze e alla sua linea e di
essere quindi consapevole della sua debolezza? Forse le cose parrebbero più chiare se
non ci fermassimo all’attivismo pontificio e a quello dei vescovi, che sono solo dei
sintomi, e cercassimo invece di cogliere la sostanza del problema. Che è quella del
paradossale contrasto tra la straordinaria presenza mediatica e carismatica di un Papa
che aspira a una profonda riforma spirituale e anche strutturale della Chiesa da una
parte e la realtà invece profonda di una comunità dei fedeli profondamente indebolita e
impoverita. Una comunità che non si sente più in grado di sostenere il ruolo di
coprotagonista della storia. «Quante divisioni ha il Papa?» chiedeva Stalin. E, da buon ex
studente del collegio sacerdotale della sua Tbilisi, sapeva bene che le divisioni del Papa
non erano certo “corazzate” come le sue; eppure, non ne ignorava il formidabile potere.
Bene, quel potere oggi è infinitamente indebolito. La società dei consumi e dei profitti, il
“mondo dell’Avere” (anziché dell’Essere) come lo definiva Eric Fromm, ha avuto la
meglio nella civiltà occidentale: che è - non dimentichiamolo - quella alla quale
appartengono tutti i ceti dirigenti e prominenti del mondo, anche nei Paesi non
“occidentali”. Oggi la massima parte degli stessi cattolici è costituita da “cattolici
sociologici”, cioè da gente che magari - e sempre meno spesso - è anche battezzata o
magari si sposa in Chiesa, ma nella quale la vita religiosa non ha più alcun peso pratico.
Quando ero ragazzo, nel rossissimo quartiere di San Frediano della rossa Firenze degli
anni Quaranta-Cinquanta, la benedizione quaresimale delle case e della famiglie da parte
dei parroci era un evento fondamentale dell’anno, al quale ci si preparava con cura e
devozione; oggi questo mondo è ormai irrimediabilmente finito, la Chiesa parla e i
cattolici non l’ascoltano. Lo aveva già detto con chiarezza mezzo secolo fa Giovanni
XXIII: non siamo più padroni della società, bisogna accettare di divenirne minoranza
qualificata che ne sia coscienza, sale della terra… D’altronde, quella della Cei non è
propriamente «ingerenza della Chiesa nelle questioni italiane»: le diocesi italiane sono
fatte, dal vescovo all’ultimo credente, di cittadini appunto italiani, che hanno pur il diritto
di dire la loro come ce l’hanno i componenti delle comunità cristiane riformate, ebraiche,
musulmane, buddhiste, i membri delle logge massoniche e gli atei. I vescovi italiani
hanno ben il diritto di dire la loro: e chiamare tutto ciò «ingerenza» è roba da Ottocento.
Ma che la ripetitività di questi appelli sia un sintomo di debolezza è un fatto. Tantopiù
che il capo della Chiesa cattolica sembra non curarsene. Quando Francesco dice che la
Chiesa cattolica non desidera entrare nelle questioni politiche italiane non afferma che i
cattolici italiani farebbero bene a non occuparsi di politica: vuole soltanto avvertire che
la vera battaglia si svolge altrove, e che non è affatto importante se la società civile
italiana accetterà o no le coppie omosessuali (un tema sul quale il magistero cattolico è
comunque inequivocabile). Il nucleo della questione di oggi è un altro: ed è la ragione
per la quale Papa Francesco visita le capitali extraeuropee e si astiene, per ora, dal
misurarsi con quelle “occidentali”. Questo Papa parla in termini apocalittici e planetari.
Per lui, il grande e principale problema dell’umanità è l’ingiustizia sociale che regna nel
mondo e la nostra “cultura dell’indifferenza” che è incapace di scorgerla. Per questo egli
va ripetendo che è necessario partire dalle periferie. Noi, abitanti dei “centri” occidentali,
in crisi quanto volete ma ancora relativamente ricchi e in qualche caso opulenti, siamo
vittime di una pluridecennale illusione prospettica: in fondo, pensiamo che più o meno
sia così dappertutto. Fino a qualche anno fa ci andavamo perfino ripetendo che tutto il
mondo procedeva verso la pace: c’erano guerre dappertutto, ma nella nostra isola felice
l’eco delle esplosioni non arrivava. Oggi sappiamo che non è così: eppure, non abbiamo
ancora capito come vive la stragrande maggioranza della popolazione del pianeta e in
fondo non ce ne importa, e secondo il Papa la vera crisi della Chiesa cattolica sta in ciò,
non nel fatto che la gente non vada più a messa o non ubbidisca alla Cei. Il Cristo sta
ancora in croce ma nessuno gli fa più caso: e questo, il vecchio prete che viene dalle
Villas Miseria non lo accetta, come non digerisce gli attici dei cardinali. Per questo
continua a visitare le periferie: quando sarà il momento, e solo allora, aggredirà le
capitali della «cultura dell’indifferenza». Se non si capisce questo, è inutile chiedersi
dove stia andando la Chiesa.
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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA E LAVORO
CORRIERE DELLA SERA
Pag 1 Il rompicapo dell’export di Dario Di Vico
E’ in calo: come rilanciarlo?
Dobbiamo già riporre nel cassetto tutti i sogni e le lodi sulle magnifiche sorti del nostro
export? Tra i tanti dati sfornati ieri dall’Istat ce n’è uno che equivale a una doccia fredda
per il Pil: a marzo ‘16 le vendite all’estero sono calate di 1,5% rispetto al mese
precedente e dell’1,1% rispetto al marzo 2015. La causa prima del dietrofront sta nella
contrazione del commercio internazionale e infatti, nel primo scorcio del nuovo anno
mentre teniamo le posizioni in Europa, arretriamo nettamente (-5,2%) nei Paesi extra
Ue. È evidente che nel mondo il vento non tira più in direzione dell’intensificazione degli
scambi: c’è aria di sospetto/antagonismo attorno al negoziato Ttip tra Stati Uniti e Ue,
Pechino ha subito il cartellino rosso del Parlamento europeo di Strasburgo che non
ritiene quella cinese «un’economia di mercato» e sono ancora in vigore le sanzioni
contro Putin. Il resto lo fa il prezzo del petrolio che sta riducendo drasticamente le
entrate dei Paesi Opec e diminuisce la propensione dei consumatori a spendere. Il guaio
ulteriore però è che a parità di trend (preoccupante) del commercio globale, l’Italia nel
marzo ‘16 è calata mentre la Germania ha fatto segnare +1,6% e la Francia +0,2%. Che
fare dunque? Il rallentamento della crescita cinese e la lotta contro la corruzione lanciata
da Xi Jinping hanno sicuramente colpito l’export di beni di lusso made in Italy e non si
tratta certo di due tendenze effimere. Anzi è facile pensare che siano traiettorie di medio
termine con le quali bisogna fare i conti senza coltivare illusioni. Il mercato statunitense
resta sempre interessante per i prodotti italiani anche se il dollaro si è leggermente
rivalutato (6-7 cent) sull’euro e di conseguenza quest’anno non avremo un replay
identico del boom fatto registrare nel 2015. Per alcuni prodotti comunque gli States
restano il nostro paradiso se è vero che l’industriale farmaceutico Alberto Chiesi, grande
esportatore, richiesto di un giudizio sui mercati migliori ha dichiarato: «Per i farmaci al
primo posto ci sono gli Stati Uniti. Al secondo gli Usa. E al terzo idem. Poi viene la Cina».
Le speranze dell’export a questo punto si rivolgono a breve in direzione della Russia. La
notizia che fa sperare bene è che il premier Matteo Renzi a metà giugno sarà al Forum di
San Pietroburgo, una sorta di Davos russa. L’Italia è il Paese ospite e Renzi sarà l’unico
leader straniero a parlare insieme a Vladimir Putin in sessione plenaria. Un trattamento
di tutto rilievo. Ciò vuol dire che le sanzioni contro Mosca nate sulla scia della crisi
ucraina sono ormai a fine corsa? L’opinione degli addetti ai lavori è che per tutto il 2016
non cambierà niente, ma dal giorno dopo è probabile un’inversione di marcia, una nuova
decisione. A pagare l’impossibilità di vendere in Russia è stata soprattutto la nostra
industria alimentare di prodotti freschi, che ha perso circa 250 milioni l’anno, ma non è
l’unico settore a lamentarsi. Complessivamente il mancato introito è forse inferiore a un
miliardo e le quote di mercato lasciate libere dalle merci italiane sono state prese
d’assalto da brasiliani, argentini e israeliani. Prima c’erano anche i turchi che poi hanno
dovuto battere in ritirata. Non sarà facile riprenderle anche perché nel frattempo questi
Paesi hanno pensato bene di investire in reti logistiche e quindi di gettare il seme per
una presenza stabile. Del resto da sempre il nostro export soffre proprio della mancanza
di reti, non abbiamo la grande distribuzione generalista francese tipo Carrefour/Auchan
o leader di settore come Ikea o Leroy Merlin che possano fare da portaerei per i nostri
prodotti e così si va avanti a strappi. E lo stesso Renzi proprio per cercare strade nuove
con l’ecommerce e bypassare le reti di distribuzione fisiche ha incontrato a VeronaVinitaly il numero uno del colosso cinese online Alibaba, Jack Ma. Ma il recupero in
Russia è solo legato all’embargo? Purtroppo no, il prezzo del petrolio ha portato con sé
una rovinosa svalutazione del rublo che ha quasi raddoppiato il costo delle nostre scarpe
e del nostro design e ha visto frenare la crescita di quel ceto medio abbiente che per
marcare il suo status sarebbe portato, a Mosca come nelle altre metropoli dei Paesi
emergenti, a comprare i prodotti belli e ben fatti del made in Italy.
Pag 2 Ruini: “Dalle unioni civili rischio derive. Quelle norme vanno cambiate”.
Bassetti: “Non facciamo battaglie contro. Ora un impegno per le famiglie” di
Gian Guido Vecchi
Città del Vaticano. Eminenza, le unioni civili sono legge. Che giudizio ne dà?
«Il mio giudizio è decisamente negativo. Equiparare al matrimonio le unioni tra persone
dello stesso sesso significa stravolgere dei parametri fondamentali, a livello biologico,
psicologico, etico, parametri che fino a pochi anni fa tutti i popoli e tutte le culture hanno
rispettato. È quindi un problema gravissimo, per l’umanità e oggi per l’Italia. È anche un
problema per la Chiesa, per il semplice motivo che la Chiesa non può disinteressarsi del
bene della gente». Il cardinale Camillo Ruini, 85 anni, per diciassette Vicario di Roma e
sedici alla guida della Cei, com’è suo costume non gira intorno all’argomento.
Il cardinale Bagnasco ha detto che il «colpo finale» sarà l’utero in affitto...
«Il cardinale Bagnasco ha detto una parola di verità, che fa luce su varie illusioni e
anche mistificazioni. Già adesso si stanno moltiplicando le sentenze giudiziarie che
legittimano le adozioni e purtroppo non ci sarà bisogno di attendere molto per qualche
pronunciamento europeo che, a parte il nome, parifichi del tutto le unioni civili al
matrimonio».
I vescovi potevano farsi sentire di più?
«Per la verità i vescovi non hanno taciuto: anch’io mi sono espresso ripetutamente e
come me molti altri, a cominciare da Bagnasco. In parlamento e nelle piazze l’iniziativa è
stata giustamente presa dai laici, ma il nostro appoggio era indubbio».
Bagnasco ha parlato delle difficoltà delle famiglie. Perché l’Italia, con la sua storia, le ha
sempre sostenute poco rispetto al resto d’Europa?
«Questo è un vero paradosso e soprattutto è una grande disgrazia per l’Italia, che ormai
da quarant’anni è in preda a una crisi demografica, con sempre meno giovani e sempre
più anziani. È questa la principale ragione del nostro declino anche economico. È urgente
perciò cambiare strutturalmente la politica fiscale, che adesso in Italia penalizza le
famiglie e dovrebbe invece avvantaggiarle, in base al numero dei figli. I figli sono il
futuro non solo dei loro genitori ma di tutto il Paese. Su questo tema vi sarebbero
tantissime altre cose da dire, riguardo al lavoro, alla casa, ai servizi per i bambini, alla
cultura, ai mass media: rimando a uno studio molto accurato che, come Cei, abbiamo
pubblicato cinque anni fa con Laterza, “Il cambiamento demografico”».
Tornando alla legge, come rimedierebbe?
«Bisognerebbe cambiare alcuni punti, o almeno integrarla con altre norme che
impediscano le derive peggiori. Giuristi di grande competenza hanno formulato varie
proposte, ma serviranno a poco se non c’è la volontà politica di approvarle».
Il Papa ha esortato a uno «stile di vita semplice» e chiesto di mantenere solo strutture e
beni «per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio». La Chiesa italiana lo seguirà?
«Penso che vi sia nella Chiesa italiana una volontà diffusa di seguire le indicazioni di
Papa Francesco. Di più, per vari aspetti si è già proceduto in questa linea. Bisogna
evitare però quell’equivoco che il Papa chiama pauperismo: ad esempio, le risorse che la
Chiesa gestisce e destina alle famiglie in difficoltà, alla cura e all’educazione dei bambini
e dei ragazzi, all’assistenza ai malati e agli anziani, non sono certo un tradimento della
sua missione. E lo stesso discorso vale per le strutture richieste per la pastorale, come
gli edifici di culto, gli oratori, i seminari. Abusi ci sono stati e sono sempre possibili, ma
non dobbiamo fare di ogni erba un fascio».
Città del Vaticano. «È chiaro che le famiglie cattoliche aspettavano dalla Chiesa un
conforto, un sostegno...». Il cardinale Gualtiero Bassetti, nato a Marradi come Dino
Campana, si è formato nella Firenze di Dalla Costa e La Pira, Turoldo e Don Milani.
Francesco gli diede a sorpresa la porpora all’inizio del 2014 - l’ultimo arcivescovo di
Perugia creato cardinale era stato nel 1853 Vincenzo Gioacchino Pecci, poi Papa Leone
XIII -, quest’anno gli ha affidato i testi della Via Crucis al Colosseo.
Eminenza, l’intervento del cardinale Bagnasco è stato assai duro, no?
«A me è parso un discorso pacato, apprezzato da tutti noi, nel quale molto è stato detto
in positivo a sostegno della famiglia. L’ho condiviso anche dal punto di vista
metodologico: il cardinale presidente ha fatto bene a parlare delle unioni civili solo alla
fine di un discorso nel quale ha denunciato la povertà crescente, la disoccupazione
giovanile, la denatalità, la situazione difficile delle famiglie. Le sue considerazioni vanno
inquadrate all’interno di una situazione così complessa. Che si sia tentato di assimilare
queste unioni alla famiglia formata da uomo e donna, su questo non c’è dubbio...».
Che cosa c’è che non va?
«Sono diritti che potevano essere riconosciuti in modo diverso, senza omologazioni alla
famiglia definita anche dalla Costituzione. Ci si è spinti molto più in là. Ed è facile
immaginare che si arriverà lo stesso a ciò che la legge non prevede, magari attraverso
sentenze della magistratura».
I vescovi daranno battaglia?
«I vescovi non danno battaglia, portano avanti i principi evangelici. E questo lo faremo
con tutta l’energia possibile: semmai faremo una “buona battaglia”, alla San Paolo, in
favore delle famiglie».
Che si può fare?
«Si deve chiedere che alla famiglia, anche in Italia, siano riconosciuti i diritti che hanno
nelle altre nazioni europee, come in Francia. Da noi non si sono mai fatte vere politiche
per la famiglia. La denatalità è a livelli impressionanti, il cardinale Bagnasco ha citato
dati molto importanti: se in un anno muoiono 653 mila persone e ne nascono 488 mila,
la situazione è drammatica, tanto più in un tempo di crisi economica e di lavoro che non
aiuta gli sposi a fare figli».
C’è chi accusa la Chiesa di non aver detto abbastanza...
«A me pare ci siano stati diversi interventi. Toccava a noi vescovi dire certe cose: il Papa
fa il Papa della Chiesa universale e dà i principi generali, le situazioni particolari nel
Paese riguardano i pastori. Il nostro è un impegno positivo per la famiglia che abbiamo
trattato con motivazioni che possano far riflettere tutta la società civile, perché la
famiglia sia messa al centro come merita».
Sobrietà, povertà...La Chiesa segue Francesco?
«Non sta a me giudicare nessuno, però questa è la linea. Francesco i poveri li ha
conosciuti sul serio, il suo non è un discorso sociologico ma evangelico».
Anche lei parlò della «povertà estrema» vissuta nel dopoguerra...
«Se in quella frazione di Marradi non avessimo condiviso quel poco che avevamo,
sarebbe stato impossibile sopravvivere. Chi portava un po’ di latte, chi un po’ di pane…Lì
ho capito che il miracolo della moltiplicazione è dividere».
Ci sono resistenze?
«Il discorso del Papa non è facile per nessuno, soprattutto in un tempo logorato dall’idea
del benessere. Ma il Vangelo cozza sempre contro la mentalità del mondo. Se non fosse
provocatorio, se fosse solo un discorso sociologico, non sarebbe luce né sale della
terra».
Pag 3 La Cei boccia la legge Cirinnà di Alessandra Arachi
Roma. Le parole del cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Cei, sono dure, dirette,
una condanna senza appello contro la legge sulle unioni civili, approvata l’11 maggio
scorso. Talmente dure che persino il ministro dell’Interno e leader dell’Ncd Angelino
Alfano ne prende le distanze. Ha detto infatti il cardinal Bagnasco nella giornata
mondiale contro l’omofobia: «La legge sulle unioni civili sancisce di fatto una
equiparazione al matrimonio e alla famiglia anche se si afferma che sono cose diverse:
in realtà le differenze sono solo dei piccoli espedienti nominalisti, o degli artifici giuridici
facilmente aggirabili, in attesa del colpo finale, l’utero in affitto». Era la relazione
nell’assemblea generale dei vescovi, quella con la quale ieri mattina il cardinal Bagnasco
ha fatto scatenare una ridda di polemiche. E persino il ministro Alfano ha trovato il modo
di dissentire dal presidente della Cei: «Lo dico con il rispetto che ho sempre avuto e
continuerò ad aver per il cardinale Bagnasco, ma la sua interpretazione della legge sulle
unioni civili con il lasciapassare per l’utero in affitto non corrisponde a quanto nella legge
c’è scritto». La legge approvata la settimana scorsa in via definitiva dalla Camera ha
avuto l’appoggio di Ncd, dopo lo stralcio della stepchild adoption, ed ecco che ieri
Angelino Alfano ha voluto fare chiarezza, anche ad uso dei vescovi. Ha detto infatti:
«Nella legge che abbiamo votato le unioni civili sono un nuovo istituto nettamente e non
nominalisticamente diverso dal matrimonio, non sono previste le adozioni per le coppie
omosessuali né nella forma diretta né nella forma indiretta della stepchild adoption». Ma
non solo. Il ministro Alfano è deciso nella sua replica al cardinale Bagnasco: «Meno che
mai nella legge si accenna all’utero in affitto che non potrà certo essere introdotto in
futuro nella nostra legislazione in base a questa norma. Di questo i tribunali dovranno
necessariamente tenere conto: c’è un nuovo istituto, le unioni civili, che ha diritti e
doveri, e tra i diritti non è contemplato quello dell’adozione». E con questa parte sulle
adozioni il responsabile dell’ Interno ha riaperto la questione che già lunedì scorso si era
accesa tra il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd) e quello della Famiglia Enrico
Costa (Ncd), sulle possibili o non possibili aperture alle adozioni della legge sulle unioni
civili. Tuttavia la ridda di polemiche nella giornata di ieri si è concentrata tutta sulle
parole del cardinale Bagnasco. E a seguire il monito di Alfano ci hanno pensato le parole
di Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato: « L’utero in affitto è vietato dalla legge
italiana e resterà vietato. Non c’è alcuna possibilità che il divieto cambi». Opposta la
posizione di Gaetano Quagliariello (Idea): «Il cardinale Bagnasco su questa legge ha
stracciato il velo dell’ipocrisia». Con Quagliariello anche il leader della lega Matteo
Salvini: «Questa legge è l’anticamera delle adozioni gay. E io finché campo sarò
contrario alle adozioni gay. Ma non solo: non sposerei mai una coppia gay». Critiche al
presidente della Cei sono arrivate anche dal segretario dei radicali italiani, Riccardo
Magi: «Il cardinale Bagnasco è ormai un disco rotto. Le sue critiche alle unioni civili
servono soltanto a segnare l’abisso che lo separa dalla realtà italiana».
Per vedere riconosciuta la stepchild adoption gay basterà che si rivolgano all’anagrafe: lo
ha deciso il Tribunale dei minori di Bologna sul caso di Eleonora Beck e Liz Joffe, la
coppia lesbica italo-americana la cui vicenda era arrivata fino alla Corte Costituzionale.
La decisione si basa proprio sulla sentenza della Consulta di aprile scorso e le adozioni
gay estere vengono così riconosciute in automatico anche in Italia. «Finora però i
pubblici ufficiali in prevalenza avevano negato la trascrizione e costretto le coppie a
rivolgersi ai giudici - commenta il legale della coppia, Claudio Pezzi -. È importante che
si sia fatta chiarezza nonostante una interpretazione non pienamente condivisibile della
Consulta ». Che avevano trattato le due donne come cittadine straniere, anche se
Eleonora, che ha pure la cittadinanza italiana aveva chiesto di trascrivere in Italia
l’adozione co-genitoriale della figlia non biologica (partorita dalla moglie Liz) proprio
perché potesse diventare italiana. Un fatto a cui fa riferimento anche la decisione del
Tribunale di Bologna: «La Consulta ha disatteso, invero, il rilievo fatto proprio da questo
tribunale, in merito alla cittadinanza italiana della ricorrente al momento della
introduzione della domanda: elemento però su cui non si intende fondare ulteriori punti
motivazionali», scrive il presidente Giuseppe Spadaro, che quindi ha considerato l’atto
un comune «provvedimento straniero in materia di adozione sottoposto a
riconoscimento automatico mediante trascrizione a cura dell’ufficiale di stato civile negli
appositi registri».
Pag 5 Lo scontro aperto dentro la Chiesa. I timori sulla “base” del mondo
cattolico di Massimo Franco
Il rischio di essere scavalcati sul referendum
È una Chiesa italiana indebolita, quella che deve affrontare la sfida delle unioni civili.
Indebolita dai contrasti interni; da qualche incomprensione con il papato argentino; e
dalla realtà di interlocutori volatili nel mondo politico, al di là della correttezza dei
rapporti istituzionali. La distanza dal governo di Matteo Renzi sta diventando quasi
siderale: lo testimonia la durezza di un esponente cattolico moderato come il ministro
dell’Interno, Angelino Alfano, irritato per le parole del cardinale Angelo Bagnasco su una
legge che porterebbe di fatto all’«utero in affitto» per le coppie omosessuali. «Il pensiero
di Bagnasco», ha reagito, «non corrisponde alla legge». Questo sfondo di incertezza
espone la Cei non solo agli attacchi esterni. È vero che il Pd e la sinistra tendono a
ritrovare la propria compattezza quasi soltanto su temi cari un tempo soprattutto ai
radicali. Ma l’esposizione è duplice: le critiche arrivano, più o meno esplicitamente,
anche dall’interno del mondo cattolico; e forse sono le più imbarazzanti e corrosive, per
l’episcopato. Vicende come le norme sulle unioni civili mostrano quanto la fedeltà di
partito dei «cattolici del Pd» faccia premio sull’appartenenza religiosa, a conferma di una
laicizzazione irreversibile della politica. Ma in parallelo testimonia come le componenti
più tradizionaliste del cattolicesimo tendano a spingere la Chiesa verso lo scontro con
governi e filiere culturali ritenute ostili e «minoritarie»: per quanto l’assunto sia tutto da
dimostrare. Il risultato è di presentare un Vaticano sfidato a sinistra da un premier che
dice di aver giurato «sulla Costituzione e non sul Vangelo», nelle parole sorprendenti di
Renzi; e a destra da componenti xenofobe che cercano di ridurre le distanze dal Vaticano
sul piano dei «valori», non potendolo fare in materia di immigrazione. Le vere spine,
tuttavia, sono extraparlamentari e extrapolitiche: fioriscono in una indistinta «base
cattolica». Fanno emergere una nebulosa che si sente poco rappresentata dalle stesse
gerarchie. Ma che è pronta comunque alla resa dei conti con un mondo accusato di
legiferare senza legittimazione popolare; di essere ostile all’etica religiosa e al «diritto
naturale»; e dunque di distruggere le basi della famiglia tradizionale. In buona parte, è
lo stesso mondo che ha organizzato il Family Day nonostante la freddezza di gran parte
della Cei e il silenzio di papa Francesco, intenzionato a tenersi a distanza dalle polemiche
italiane tra politica e vescovi. Ed è un mondo che non disdegna nemmeno il ricorso allo
strumento del referendum, scavalcando timori e cautele comprensibili del Vaticano. I
referendum del passato, sul divorzio nel 1974 e sull’aborto nel 1981, non hanno portato
fortuna alla Chiesa. Ne hanno sancito anzi la condizione di minoranza in Italia,
scoraggiandola a ingaggiare nuove prove di forza con una società che non controllano
più come negli Anni Cinquanta del Novecento. Tra l’altro, i casi di pedofilia, per quanto
rari, di alcuni sacerdoti potrebbero diventare ingombranti in una campagna nella quale
per la sua dinamica interna prevalgono le spinte più estremiste e divisive. Dunque,
quando il presidente della Cei attacca la legge della senatrice pd, Monica Cirinnà, cerca
di tenere conto di quanto è successo col Family Day. Ufficializza la spaccatura col
governo, a costo di spiazzare un ministro come Alfano, criticato qualche mese fa dal
Vaticano perché aveva pensato a un referendum contro le unioni civili. E supera le
posizioni del segretario generale, monsignor Nunzio Galantino, che fino all’ultimo aveva
confidato in una mediazione con Palazzo Chigi: per trovarsi alla fine con la richiesta di
fiducia sul provvedimento. In filigrana si intravedono le tensioni persistenti nella Cei tra
presidente e segretario dei vescovi: il primo più assertivo nei confronti del governo, il
secondo più dialogante, forte anche dell’atteggiamento di Jorge Mario Bergoglio. In
effetti, anche ora il pontefice rimane sullo sfondo. Si mostra attento e insieme distante
dalle vicende italiane. La sua pastorale europea, già controversa, rispetto all’Italia risulta
ancora più tormentata. Le parole al quotidiano cattolico francese La Croix sul diritto
all’obiezione di coscienza in tema di unioni civili non possono essere riferite
automaticamente all’Italia, come consenso papale alle posizioni più oltranziste. Per
questo il fantasma di un referendum appare una questione che non riguarda solo i
rapporti Chiesa-politica, ma il modello di Chiesa italiana in incubazione. Non è da
escludersi che alla fine sia Francesco, sia la Cei possano subire la strategia dello scontro:
una strategia che non hanno potuto, prima ancora che voluto, frenare. E si può essere
certi che qualcuno ne approfitterà, usando strumentalmente la bandiera nobile della
religione.
Pag 6 Obiettori? La nuova legge non li prevede. “Il sindaco può solo delegare” di
Elena Tebano
Cosa succederà se e quando un sindaco italiano rifiuterà di celebrare un’unione gay? La
questione si porrà non appena la norma approvata in via definitiva la scorsa settimana
diventerà esecutiva. Almeno 220 primi cittadini leghisti, infatti, si sono già impegnati
firmando una lettera in cui annunciavano l’«obiezione di coscienza» contro le unioni
civili. «Tutti i sindaci leghisti della Lombardia non faranno celebrare matrimoni fra
persone dello stesso sesso nei loro comuni: come prima i sindaci favorevoli si
inventavano dei riti per le nozze gay, noi che siamo contrari adesso ci opporremo»,
sintetizza il segretario lombardo del Carroccio Paolo Grimoldi. «Per me c’è l’obiezione di
coscienza come con l’aborto» ha dichiarato tra gli altri il sindaco di Padova Massimo
Bitonci. Lunedì si era levata anche la voce di papa Francesco: «Una volta che la legge è
approvata, lo Stato deve rispettare le coscienze - ha detto in un’intervista al quotidiano
francese La Croix , senza richiamare direttamente la norma italiana sulle unioni gay -. In
ogni struttura giuridica, l’obiezione di coscienza deve essere presente perché è un diritto
umano. E questo vale anche per un funzionario del governo, che è una persona umana.
Lo Stato deve anche rispettare le critiche».
Il testo della legge - Nella Cirinnà, però, non si fa esplicita menzione del diritto
all’obiezione di coscienza. «Il testo non lo prevede - spiega Marco Gattuso, magistrato
del Tribunale di Bologna e fondatore del sito di studi giuridici sulle questioni lgbt
Articolo29 -. Quello che il sindaco può fare, però, è delegare qualcun altro, proprio come
accade anche per i matrimoni eterosessuali», aggiunge Gattuso. «Ma quando il sindaco
celebra le unioni gay lo fa come ufficiale di stato civile, è la longa manus del governo. E
in quanto pubblico ufficiale non ha la possibilità di non applicare una legge per ragioni di
coscienza. Vale pure per me che sono un giudice: anche se non condivido una norma
non posso non applicarla. Rifiutarsi significherebbe compiere un reato: l’omissione di atti
di ufficio». La possibilità di delegare, inoltre, non risolve del tutto la questione. «Se c’è
un sindaco che ha dei problemi personali, potrà non celebrare personalmente le unioni.
Ma gli sconsiglierei di dichiarare che è per motivi di contrarietà - suggerisce Gattuso -:
sarebbe una scelta di natura discriminatoria e gli atti discriminatori sono vietati ai
dipendenti pubblici».
I decreti attuativi - Tra le ipotesi circolate in questi giorni c’era quella che l’obiezione di
coscienza venisse introdotta nei decreti attuativi. Micaela Campana, responsabile diritti
della segreteria nazionale del Pd, lo esclude tassativamente. «È impossibile. Come
hanno confermato i giuristi auditi in commissione durante l’esame del progetto di legge,
non è prevista obiezione per chi esercita funzione pubblica: si trasformerebbe in
omissione di atti d’ufficio secondo l’articolo 328 del codice penale», ribadisce.
«Prevedere l’obiezione di coscienza in fase attuativa significherebbe inoltre introdurre un
contenuto nuovo e non previsto della legge - conferma Angelo Schillaci, costituzionalista
e ricercatore all’Università La Sapienza di Roma -. Sarebbe quello che in termini tecnici
si chiama “eccesso di delega” e i decreti attuativi diventerebbero così incostituzionali.
Anche se si decidesse di inserire l’obiezione di coscienza in quella sede, di fronte al
primo sindaco che si rifiutasse di celebrare le unioni civili, i cittadini potrebbero rivolgersi
a un giudice perché sollevi la questione di costituzionalità di fronte alla Consulta».
L’obiezione di coscienza, infatti, può essere regolata soltanto da una apposita legge.
L’esempio della 194 - In Italia è successo solo in due casi: per il servizio militare quando
ancora esisteva la leva obbligatoria e per i ginecologi che non vogliano praticare aborti.
Nel 1978, con l’approvazione della legge 194 che regolava le interruzioni volontarie di
gravidanza, l’obiezione di coscienza fu prevista anche per tutelare i medici che avevano
intrapreso la professione quando ancora gli aborti erano vietati. Inoltre, il diritto dei
medici a rifiutare gli interventi ha comunque dei limiti: «L’articolo 9 della legge 194
stabilisce la possibilità di obiettare solo quando ci sono motivi di coscienza - spiega
Marilisa D’Amico, professore di Diritto costituzionale all’Università Statale di Milano - e
vieta di farlo quando la donna sia in pericolo di vita». Anche così non mancano le
polemiche: di fatto in molte regioni italiane la presenza sistematica di ginecologi
obiettori (sono il 70% a livello nazionale, superano l’80% in Campania, Puglia e Sicilia e
il 90 in Basilicata e Molise) rende difficile la tutela della salute delle donne. «La legge
obbliga le regioni e gli ospedali a garantire il servizio anche ricorrendo alla mobilità. Ma
in realtà questo non accade - aggiunge D’Amico - e l’Italia è stata condannata dal
Comitato europeo per i diritti sociali con ben due pronunce perché applica male l’articolo
9 della 194. L’ultima è di un mese fa».
Pag 25 L’Italia dell’e-commerce è piccola. Gli altri Paesi corrono più di noi di
Gian Antonio Stella
Evviva! La quota di fatturato delle imprese italiane che viene dal web, negli ultimi anni, è
raddoppiata: dal 4 al 9%. Aiuto! Siamo a metà della media europea (17%) e
abissalmente lontani dall’Irlanda, che svetta al 37%. I dati Eurostat sull’ecommerce
mostrano il solito bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Chi vuole può consolarsi. Ma se
non acceleriamo… Il confronto tra l’ultimo report dell’Osservatorio del Politecnico di
Milano e l’ultima analisi di Frost & Sullivan, un’azienda Usa di consulenze e ricerche di
mercato, dice tutto. Di qua la soddisfazione: «Ormai è innegabile: l’ecommerce piace
agli italiani» tanto da aver segnato nel 2015 «una crescita del fenomeno pari al 16%»
con un giro d’affari «passato dai 14,4 miliardi di euro ai 16,6 miliardi». Di là il contesto:
«La vendita al dettaglio online business-to-business (B2B)» vive un boom mai visto, al
punto che si prevede che questo mercato «raggiungerà il doppio delle dimensioni delle
vendite online B2C (business-to-consumer), producendo entrate per 6.700 miliardi di
dollari entro il 2020». Cioè entro quattro anni. Siamo piccoli. Troppo piccoli. Tanto più
per chi si vanta di essere, come siamo, il secondo Paese manifatturiero europeo. Le
tabelle del centro studi di «Mm-One Group» su dati Eurostat non fanno sconti: l’Italia è
«fanalino di coda. Fanno peggio soltanto Cipro, Grecia, Bulgaria e Romania». Che hanno
sicuramente molti meno prodotti da vendere e molti meno soldi per comprare online. Un
esempio? Spiega l’agenzia di servizi ebusiness per le aziende autrice del rapporto che
«attribuendo un punteggio convenzionale pari a 100 alla Danimarca, il Paese che sfrutta
al meglio le potenzialità della rete, l’Italia totalizza 18 punti, a fronte dei 37 della
Spagna, dei 64 della Francia e dei 74 della Germania». I nostri concorrenti. «Una
performance insufficiente per un Paese che vuole competere sul mercato internazionale
per superare la difficoltà economica in atto». Certo, dal precipitare della crisi economica
nel 2009 a oggi, come dicevamo, abbiamo fatto passi avanti. E il fatturato derivato
dall’ecommerce è salito dal 4 al 9% con una impennata del 125%. Sarà pure inferiore
alla accelerazione della Romania o di Cipro (rispettivamente +300% e +500%!) ma una
svolta c’è. Detto questo, gli altri che già erano avanti hanno continuato a crescere e oggi
siamo staccati di 8 punti dalla Germania e dalla Francia, 12 dalla Gran Bretagna, 22
dalla Repubblica Ceca, 26 dall’Irlanda. E se la quota di cittadini italiani che nell’ultimo
anno ha fatto almeno un acquisto on-line è salita al 26% (dall’umiliante 11% del 2008)
gli altri hanno data una tale sgommata (la stessa Grecia: +256%) che in questo ranking
caliamo dal 21° al 26° posto. Cioè 27 punti sotto la media europea, 39 sotto la Francia,
45 sotto la Svezia o l’Olanda, 47 sotto la Germania, 55 sotto la Gran Bretagna. Quanto
alle aziende che «ricevono ordini tramite reti informatiche» siamo passati negli ultimi
cinque anni (2010-2015) dal 5 al 10%. Alleluia. Ma la rimonta deve assolutamente
accelerare: restiamo 9 punti sotto la media Ue, 11 sotto la Francia, 13 sotto il Regno
Unito, 17 sotto la Germania, i nostri avversari diretti, ben 22 sotto l’Irlanda che più di
tutti punta sul web. Va meglio nel turismo. La quota di «aziende che prevedono la
possibilità di prenotare direttamente dal proprio sito» è salita al 79%: finalmente 5 punti
sopra la media europea. Rimaniamo comunque al 10° posto. E gli hotel che si affidano a
siti internazionali sono talmente tanti che una buona fetta dei ricavi se ne va oltre
frontiera. Sprecando un pezzetto non trascurabile delle nostre potenzialità. La
percentuale di fatturato online nel settore turistico è salita tra il 2009 e il 2015 dall’8%
al 21%: più 163%. Bene. Ma se guardiamo ai nostri concorrenti, ahi ahi… Restiamo
sotto la Germania (22%), la Francia (30%), la Spagna (34%) e la Gran Bretagna, che
domina a 35, seconda solo alla Lituania che però sui grandi numeri è staccatissima. Non
bastasse, spiega il dossier MM-One, l’Italia, «si distanzia molto rispetto alla media
europea circa la propensione degli individui ad acquistare online viaggi e a prenotare le
proprie vacanze online. In particolare la percentuale di persone che acquistano tali
servizi su Internet è dell’11%, contro una media europea del 27%». Ancora più marcato
il distacco dai Paesi più attivi: Finlandia e Svezia sono al 49%, la Gran Bretagna al 51%,
la Danimarca al 57%. La conclusione del dossier è un atto di accusa: «L’arretratezza
dell’Italia si può ascrivere a un ritardo culturale, oltre che imprenditoriale e istituzionale.
In questo senso sono ancora insufficienti le strategie nazionali messe in atto per
potenziare e valorizzare il commercio elettronico, fra tutte la riduzione del digital divide ancora presente in molte aree del Paese - e la diffusione della banda ultra larga.
Ecommerce vuol dire risparmio di tempo, di costi e di energia. Non cogliere questa
opportunità potrebbe penalizzare l’intera crescita e sviluppo». Parole d’oro.
LA REPUBBLICA
Pagg 6 – 7 Bagnasco attacca: “Le unioni civili varco per l’utero in affitto” di
Giovanna Casadio e Carmelo Lopapa
Ora rispuntano i teocon, pronti al referendum e a trasformarsi in partito
Roma. «Le unioni civili sono di fatto equiparate al matrimonio, al di là degli espedienti
nominalistici». Per il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi, la Chiesa non
può che condannare. Inoltre la legge appena approvata in Italia - con un ritardo di
decenni sulle legislazioni del resto d'Europa, compresa la cattolica Irlanda che ha
introdotto i matrimoni gay - porta dritto dritto al «colpo finale», ovvero alla «pratica
dell'utero in affitto che sfrutta il corpo femminile approfittando di condizioni di povertà
delle donne». Parole che sono uno schiaffo al governo, a Renzi, al Pd e alla maggioranza
tutta, inclusi i centristi di Alfano che hanno voluto il voto su una mozione di condanna
universale dell'utero in affitto.
I VESCOVI E IL PAPA - Papa Francesco si era tenuto fuori dalla querelle politica,
accennando solo nel comunicato congiunto con il patriarca di Mosca Kirill incontrato a
Cuba, alla famiglia fondata sul matrimonio come atto d'amore libero «tra un uomo e una
donna».
Ma non aveva offerto neppure sponda alla piazza del Family day anti-unioni civili. Ora
arriva la bordata della Chiesa, della parte più tradizionalista. Bagnasco attacca le unioni
omosessuali nella giornata mondiale contro l'omofobia. Nelle stesse ore il presidente
della Repubblica, Sergio Mattarella ammonisce: «Bisogna combattere l'intolleranza. È
inaccettabile che l'orientamento sessuale sia pretesto per offese e discriminazioni». Lo
rimarcano nel Pd, rivendicando la laicità dello Stato come fece Prodi premier all'epoca
dei Dico, la legge sui diritti e doveri dei conviventi, uno dei tanti tentativi falliti. Monica
Cirinnà, che della legge è stata madrina, contrattacca: «Io faccio parte di un Parlamento
laico e democratico, per me esiste la Costituzione e l'articolo 7 del Concordato. Lo Stato
fa lo Stato e la Chiesa fa la Chiesa».
UTERO IN AFFITTO VIETATO - I Dem rivendicano la legge sui diritti civili che finalmente
c'è. «Non li toglie alla famiglia ma ne dà a chi non li aveva», risponde subito Matteo
Orfini, il presidente del Pd. Tocca al capogruppo dem in Senato, Luigi Zanda ribadire:
«L'utero in affitto è vietato dalla legge italiana e resterà vietato, non c'è alcuna
possibilità che il divieto cambi. E non c'è alcuna equiparazione con il matrimonio».
CENTRODESTRA DIVISO - Il ministro Alfano, leader dei cattolici Ncd, difende il
compromesso della legge, con lo stralcio della stepchild adoption, l'adozione del figlio del
partner in una coppia gay e l'esclusione dell'utero in affitto. Prendono invece le distanze i
cattolici di Idea, Quagliariello, Roccella, Giovanardi: «Bagnasco squarcia il velo
dell'ipocrisia».
ADOZIONI - Tutto aperto il capitolo adozioni. Pierluigi Bersani, l'ex segretario dem, torna
sulla stepchild: «Sono favorevolissimo ma attenti all'utero in affitto che dobbiamo
disincentivare per il rischio mercificazione».
Roma. Era il segnale che attendevano. I teocon della destra italiana - tornata unita
almeno sotto il cartello della guerra alle unioni civili e già in trincea per il referendum
abrogativo - avevano segnato in rosso la data di ieri. E i segnali filtrati da Oltretevere
erano fondati: la relazione del presidente della Conferenza episcopale Angelo Bagnasco
in occasione dell'assemblea generale si trasforma nel secondo pesante affondo, dopo
quello di una settimana fa del segretario della stessa Cei, Nunzio Galatino. Un input non
da poco per la mobilitazione che Eugenia Roccella, Gaetano Quagliariello, Maurizio
Sacconi, Carlo Giovanardi e poi Maurizio Gasparri e Alessandro Pagano e tanti altri
hanno già avviato. E a questo punto si parte subito. «In occasione del primo Family day
contro la procreazione assistita la Cei (di Ruini, ndr) si era schierata con noi
apertamente - racconta la portavoce di allora, la deputata Roccella ex Ncd ora Idea con
Quagliariello -Con Papa Francesco questo non potrà avvenire, ma certo dopo Bagnasco
sentiamo un certo sostegno spirituale, questo sì». Il comitato referendario era stato
annunciato, una manifestazione è invece già bella e organizzata. Niente piazze per ora.
Sponda nel mondo delle associazioni cattoliche è entrata in azione. Massimo Gandolfini,
promotore dell'ultimo Family day al Circo Massimo con il suo Comitato "Famiglie per il
No al referendum" ha dato appuntamento per sabato 28 maggio all'Auditorium
Antonianum di Roma per una prima kermesse di lancio del comitato. Alla quale, inutile
dirlo, i parlamentari saranno presenti e schierati in prima fila. Trapela un diffuso
entusiasmo e una rinata intraprendenza, nel sentire i loro propositi nelle ore
immediatamente successive all'uscita di Bagnasco. Pronti a trasformare il Comitato
parlamentare per il no al ddl sulle unioni civili in qualcosa di molto più permanente e
trasversale. Insomma, quel che Salvini e Berlusconi sono riusciti a mandare in frantumi,
si sta ricompattando e ampliando (anche a frange dell'Ncd) in pochi giorni grazie alla
Cirinnà. Il Nuovo centrodestra di Alfano è la sigla che su questo scoglio rischia di
infrangersi. Soprattutto dopo che ieri il ministro dell' Interno ha dovuto prendere le
distanze dal presidente della Cei sul tema caldo dell'utero in affitto. Il senatore Sacconi è
autosospeso di fatto dal partito e ha anche votato contro la fiducia al governo. Ed è già
con un piede fuori anche il deputato Alessandro Pagano, corteggiato da Fdi, Fitto e Lega.
«Mi attendevo un chiarimento da Alfano e quanto successo ora accresce le distanze, io
sto con Bagnasco. Colpa della lobby gay che condiziona il Pd e che non ha voluto una
legge che tutelasse i diritti dei bambini». La presidente del comitato, Roccella: «Un
primo quesito è pronto, il secondo lo stiamo formulando, ma per la raccolta firme
aspettiamo che passi l' estate e forse anche il referendum costituzionale per evitare
confusioni» dice lei. Al comitato, racconta Quagliariello «hanno aderito in blocco Forza
Italia, Lega, Fratelli d' Italia, il mio movimento Idea, quello di Fitto Cor e pezzi di Ncd.
Pronti a depositare in Cassazione un primo quesito abrogativo del titolo primo della
legge». Ma prima, la legge Cirinnà andrà promulgata, poi si parte.
Pagg 14 – 15 Bazoli: “Io, Cuccia, il Corriere e la lunga stagione della finanza
cattolica” di Ezio Mauro
«Io sconfitto per l'Opa sul Corriere? Guardi che ho lasciato i miei incarichi. E poi, le
consiglierei di aspettare un momento. Oggi non so proprio come andrà a finire».
Giovanni Bazoli, 83 anni, lascia la guida di Banca Intesa dopo averla costruita pezzo per
pezzo dalle macerie del Banco Ambrosiano, finito impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a
Londra con Roberto Calvi. Questa è la sua prima intervista dopo aver lasciato la
presidenza della più importante banca italiana, proprio mentre scoppia la terza guerra
tra Intesa e Mediobanca, questa volta attorno al Corriere.
Professore, lei è cattolico, di rito bresciano, montiniano e democratico. Si è sentito
banchiere di Dio in questi anni?
«Non mi sono mai sentito neppure banchiere.
Uno è ciò che ha studiato, e io sono un giurista.
Prima che cominciasse tutto, nel 1982, è questa l'obiezione che ho fatto a Ciampi e
Andreatta che volevano convincermi a diventare presidente del Nuovo Ambrosiano.
Camminammo a lungo a braccetto nei corridoi di Bankitalia, che quel giorno mi
sembrarono lunghissimi, prima di entrare nell'incontro decisivo. Nella riunione le sette
banche dissero che come presidente indicavano il professor Bazoli. Non mi conosceva
nessuno. Mi alzai: "Bazoli sarei io. Ma non penso di essere adatto, chiedo 24 ore per
decidere"».
Chi la convinse?
«Nessuno, tanto che alla fine andai da Andreatta e gli dissi di pensare ad un altro nome.
Mi disarmò: "A tutti costa assumere una grande responsabilità in condizioni di
emergenza. Devo prendere atto che tu non te la senti". Se è così, risposi, io accetto».
Che Italia era quella del 1982? La P2 dilagante, Bankitalia violata dall' attacco della
Procura di Roma a Baffi e Sarcinelli, Sindona che poco prima fa assassinare Ambrosoli, il
"suicidio" di Calvi. Il crimine che si muoveva dietro quel Banco lo ha mai incontrato?
«No. A Ferragosto io e Gallo, il direttore generale, entriamo in banca. La prima
telefonata è del questore di Milano, Pirella, che ci convoca nel suo ufficio. Sentite, dice,
dietro la morte di Calvi c'è la peggior organizzazione criminale del mondo. Io non ho i
mezzi per proteggervi, ci deve pensare la banca. Uscimmo dalla questura in una Milano
deserta, guardandoci attorno. Ecco il Paese com'era. Ma c'era anche un'Italia di
galantuomini: senza Ciampi e Andreatta non avrei mai accettato».
Le due Italie si scontrarono sull'Ambrosiano?
«L'opinione pubblica era divisa e forze importanti, diciamolo, avevano cercato di
impedire la liquidazione coatta dell'Ambrosiano di Calvi».
Faccia dei nomi: chi era contro?
«Andreatta dovette fronteggiare Andreotti. E altri».
Ma nell'89, sette anni dopo, lei fa la prima fusione con la Banca Cattolica del Veneto e
nasce l'Ambroveneto. Aveva già in mente la grande banca?
«No davvero. Ho sempre fatto un passo alla volta. Ma dopo la prima operazione,
cominciammo a suscitare appetiti. Tanto che nacque il primo scontro con Mediobanca,
che cercò di convincere Schlesinger, presidente della Popolare di Milano, a non rivolgersi
a noi, come lo obbligava il patto di sindacato, ma a Generali. Avevo solo un mese di
tempo per trovare qualcuno in grado di fare una controfferta. Per di più, dovevo partire
per il Fondo Monetario: non sapevo a che santo votarmi».
Come trovò un santo francese?
«Fu un caso. In una riunione al Fondo avanzai la proposta a un funzionario del Crédit
Agricole, che la trasmise ai suoi. Per convincerli andai a Parigi, in incognito. L'offerta
scritta, firmata dal direttore generale Jaffré, giunse il penultimo giorno utile, ma per una
svista portava la data del giorno dopo e quell' errore venne impugnato. Avevamo poche
ore per rimediare e tutti i poteri forti schierati contro di noi, Generali, Fiat, Mediobanca.
Per fortuna Jaffré era al carnevale di Venezia, lo trovai e gli chiesi di correre a Milano.
Era in vacanza, venne in pullover, sembrava un intruso: dovette mostrare la carta
d'identità. Passammo. Dopo qualche giorno scoprii che Gianni Agnelli aveva detto a un
amico, col suo linguaggio sportivo: io tengo per Bazoli».
Lo conosceva?
«Lo avevo incontrato a un seminario Ambrosetti. Era curioso di conoscermi. A bruciapelo
mi chiese di spiegargli il significato della finanza cattolica».
Cosa gli rispose?
«Che gli statuti delle banche cattoliche prevedono la rinuncia a una parte degli utili a
favore di opere benefiche. Oggi parlare di finanza cattolica non ha più senso. Ma mio
nonno avrebbe saputo spiegare bene cosa significava andare in giro per le campagne a
creare le cooperative bianche».
Nel 1997 Ambroveneto acquista Cariplo, la più grande Cassa di Risparmio del mondo,
con un'offerta che prevale su quella avanzata dalla Comit. E' lo scontro tra finanza laica
e finanza cattolica, nella seconda guerra con Mediobanca?
«Lo abbiamo evitato grazie a una svolta nei miei rapporti con Cuccia, in circostanze
eccezionali. Era appena scomparso in un incidente stradale il mio unico fratello, che
lasciava quattro figli, già orfani della madre, vittima della strage di Piazza della Loggia a
Brescia. In quel momento ero così disperato che pensavo di lasciare tutto. Ad ottobre,
prima che partisse la gara, andai da Cuccia e gli confidai il mio stato d'animo: lei non
capirà ma io non sono in condizione di fare una guerra, se vi opponete io lascio. "Tre
giorni fa è morta mia moglie - rispose -, dopo 60 anni di matrimonio. Non è il caso che
le dica che capisco tutto. Vada avanti". Si è alzato e ci siamo abbracciati».
L'integrazione con la Comit, la banca laica che era stata di Raffaele Mattioli, fu il frutto di
quell'incontro con Cuccia?
«Sì. Era nato un rapporto confidenziale. Quando fu lanciata un' Opa ostile di Unicredit
contro la Comit, Cuccia puntò su di noi. Imparai che esisteva un passaggio nascosto
sotto via Filodrammatici, ci trovavamo segretamente in quattro, Cuccia, Maranghi, il
notaio Marchetti ed io. Vede che le relazioni contano, negli affari come nella vita?»
Lei è stato accusato di aver inventato una "banca di relazione", "banca di sistema". Lo
sta rivendicando?
«No, dico che le relazioni possono essere buone o cattive. E vanno giudicate per questo.
Io non ho mai teorizzato la banca di sistema».
Lo ha fatto Corrado Passera quando era amministratore delegato di Intesa, mettendo in
piedi il cosiddetto "salvataggio" di Alitalia. Lei c'era, no?
«Sono noti a tutti i dubbi che avevo al riguardo».
Insieme a Passera avete fatto la fusione con il San Paolo di Torino, nel '99. Un'
operazione bancaria o di potere?
«Direi un' operazione di importanza vitale per il sistema bancario italiano. Io avevo un
buon rapporto con Enrico Salza. Avevamo un grande amico comune, Alfonso Desiata,
malato da tempo.
Decidemmo di andarlo a trovare insieme: passammo un giorno in viaggio, ci
confidammo l'idea, la discutemmo tornando a casa. Tutto è nato in auto. Poi incontri
riservati, questa volta nello studio Pedersoli di Milano, e con Franzo Grande Stevens,
presidente della Compagnia di San Paolo».
Tutto sempre d'estate, perché?
«Coincidenze. Però è vero che quando la gente è in vacanza e le città sono vuote, è più
facile appartarsi e negoziare riservatamente».
Sembra che non parli di affari, ma di colpi di mano. Qualche volta avrà pure preso delle
sberle, no?
«Vuole sapere se ho rischiato di finire con le ossa rotte? Non una sola volta. Nel '94 ad
esempio la Comit lanciò su di noi un'Opa diabolica e zoppa, perché era rivolta soltanto ai
primi due soci che avrebbero risposto, non a tutti. Il valore dei titoli era salito al doppio
del prezzo di Borsa, il killeraggio mio e di Agricole era praticamente scritto».
Cosa vi salvò?
«La percezione di qualcosa nell'aria. Una settimana prima dell'Opa vidi a Verona i
presidenti delle Banche Popolari Venete, che si erano già dichiarate venditrici, e proposi:
datemi un'esclusiva per un mese, al prezzo che concordiamo qui, oggi. Raggiunto
l'accordo, chiesi di metterlo per iscritto. Mi risposero: "Mica si fa così, per queste cose ci
vogliono gli avvocati". Ma io sono avvocato, insistetti, chiamiamo una segretaria,
dettiamo, scriviamo e firmiamo. Abbiamo firmato».
Veneto, Popolari, Bazoli: la finanza cattolica non avrà più senso, come dice lei, però
qualche volta aiuta, non le pare?
«Non come pensa lei. Sa per cosa è di aiuto essere cattolici? Per avvertire la
responsabilità sociale di una banca. Per sentirsi cioè responsabili dei risparmi delle
famiglie, dello sviluppo delle imprese e della crescita del Paese. E soprattutto per aver
piena consapevolezza che il problema fondamentale oggi è la riduzione delle
disuguaglianze. Vale per tutti, naturalmente: ma un cattolico come fa a dimenticarlo?».
Bisognava chiederlo a monsignor Marcinkus. La massoneria spadroneggia nelle banche?
«Mai trovato un banchiere che si confessi massone. Ho avuto molte dichiarazioni (da me
non richieste) di estraneità alle Logge, nessuna ammissione, tanti sospetti».
Non pensa che ci sia anche una massoneria di piccolo traffico provinciale d'influenza,
come nel caso di Banca Etruria?
«Non conosco il dossier, né i protagonisti. Vedo però che quattro banche con appena l'1
per cento di quote di mercato hanno generato nel sistema contraccolpi impensabili».
La P2 però l'ha incontrata, nei suoi primi anni a Milano. O almeno era dietro la sua porta.
Ha avuto avvertimenti?
«No. Ma sapevo che erano i padroni occulti dell' Ambrosiano e del Corriere. E che
potevano affondare l'Italia».
Ha citato la sua grande ossessione, il Corriere della Sera. Era il giornale lombardo che
entrava in casa sua da bambino?
«Per la verità no. Mio padre leggeva la Stampa. Ha presente la laicità repubblicana e
costituzionale di un cattolico come Arturo Carlo Jemolo?»
Ma quando prende in mano l' Ambrosiano lei trova nel Banco il 40 per cento della Rizzoli,
e la posizione di primo creditore. Che fa?
«La Rizzoli chiese e ottenne quasi subito l' amministrazione controllata, da cui si poteva
uscire solo in due modi: o con un ritorno "in bonis", o col fallimento diretto. Lo sa che
metà dei nostri azionisti era per il fallimento?»
Ci provarono?
«Certo. Nel 1983 dovevamo approvare le condizioni poste dal giudice per concedere il
secondo anno di amministrazione controllata. Bene, l'ultimo giorno utile per deliberare
non si presentarono metà dei consiglieri per far mancare il numero legale. Ma non si era
tenuto conto di un consigliere di Bnl che, in rotta col presidente Nesi, da sei mesi
disertava le riunioni. Appena percepito il pericolo, telefonai a Nesi che rintracciò in
extremis l'interessato e lo mandò a prendere a casa d'urgenza. Passammo, con quel
voto».
Come convinse Agnelli a rientrare in Rizzoli?
«Con fatica. Vedeva il rischio di quel mondo oscuro. Feci leva su quel senso di orgoglio
nazionale, o forse di establishment, la metta come vuole, che era nel suo Dna. Alla fine
si convinse».
Una volta lei mi disse che il suo principale merito non era quello di aver scelto dei bravi
direttori (come certo ci sono stati) per il Corriere, ma di essere riuscito ad evitarne
alcuni pessimi. Oggi conferma?
«Assolutamente sì'».
E chi erano quelli sbagliati, e perché?
«Il criterio da seguire è quello di scegliere un bravo giornalista che sappia garantire
l'indipendenza del giornale. Questo è sempre stato il punto, per me. Ma un giorno mi
trovai i due principali azionisti di Rcs che mi proponevano un nome legato strettamente
al potere politico dominante. Dissi che non avrei mai dato il mio consenso e che avrei
spiegato pubblicamente perché. Rinunciarono e scegliemmo un buon direttore».
Era il periodo berlusconiano?
«Veda un po' lei. Diciamo che quel ventennio non fu facile, anche perché bisognava
scegliere uomini indipendenti, ma sapendo che l'anima dei lettori del Corriere era
prevalentemente moderata. Mi pare che l'indipendenza del giornale sia stata salvata,
anche a costo di qualche compromesso».
Come il patto col diavolo tra lei e Geronzi, due cattolici opposti?
«A parte il fatto che non riesco a vedere in Geronzi aspetti diabolici, certo ho fatto
accordi con lui, nell'interesse del giornale, con il risultato di riuscire a nominare un
bravissimo direttore come Ferruccio De Bortoli».
Ma quand'è che un direttore è cattivo per lei?
«Quando è cinico».
Ha mai avuto pressioni da Berlusconi per il Corriere?
«No, mai».
E dal suo amico Prodi?
«Nemmeno».
E' vero che prima di morire l'Avvocato le passò il testimone del Corriere?
«E' vero che volle vedermi quando stava già molto male, e la Fiat forse stava peggio.
Andai a trovarlo a casa. "Noi insieme a Milano abbiamo fatto finora una storia positiva disse -: adesso facciamo un accordo a due per il futuro di Rcs". C'è un patto di
sindacato, risposi, non si può. Allora aggiunse: "Dirò comunque a Grande Stevens di
decidere sempre d'accordo con lei"».
Ma oggi la Fiat è uscita dalla Rcs firmando un'intesa con il nostro editore, il Gruppo
Espresso. Si aspettava questa decisione?
«Devo dire di no, mi ha stupito, anche se sapevo che la Fiat si era disamorata di Rcs,
anche a causa dei dissidi tra i soci».
Lei è stato attaccato da Della Valle con Geronzi, "due arzilli vecchietti" invitati ad
andarsene. Come se lo spiega?
«Non me lo spiego, anche perché con Della Valle non sono mancati dei momenti di
intesa. Ricordo che una volta mi fece recapitare una torta ad Ischia, dove ero in vacanza
con mia moglie. Probabilmente tutto dipende dalla sua delusione per gli investimenti
fatti in Rcs».
In queste ore è ripartita la guerra tra Intesa e Mediobanca per il Corriere: come vede lei
la contrapposizione tra Bonomi e Cairo?
«Guardi, mi limito a dire che Intesa Sanpaolo, essendo il principale creditore di Rcs, è
interessata a una soluzione proprietaria che assicuri la migliore gestione dell'azienda. Se
non si fosse ammalato, sa chi avrei appoggiato? Rotelli, che aveva per l'editoria una
vera passione, più forte persino di quella per la sanità».
Ma avete appoggiato Cairo, che oggi sembra perdente. Dunque si sente sconfitto?
«Aspettiamo, le ho detto. In ogni caso, io non ho più ruoli attivi, ho conosciuto Cairo
solo recentemente. Ma mi è sembrato serio, umile, libero politicamente. Ed è uno che
quando esce da una stanza spegne la luce».
Dica la verità, dopo tre decenni passati nel salotto di comando la spaventa l'idea di
avere col Corriere un rapporto da semplice lettore, comprandolo in edicola?
«E perché mai dovrebbe spaventarmi? A patto, naturalmente, che sia diretto bene».
Senta, lei parla di indipendenza dei giornali, ma qualche anno fa stava per diventare
leader dell'Ulivo, su spinta di Andreatta. Quanto ci andò vicino?
«Per me poco, secondo Andreatta molto. Gli dissi di no, fino in fondo. Ma dopo il mio no,
in un'assemblea al Senato tracciò un identikit in cui tutti mi riconobbero. Pochi giorni
dopo Andreatta entrò in coma e non si sarebbe più ripreso. Senza di lui quello che già
era del tutto improbabile diventò impossibile. Feci un' intervista al Corriere per ribadire
che i miei impegni erano in banca. Mi telefonò persino D'Alema per rammaricarsi, ma a
cose fatte».
Decise da solo?
«Avevo una consuetudine, gli incontri a tu per tu col cardinal Martini. Quando mi confidai
con lui su quella proposta, mi rispose: interroghi la sua coscienza. Capisce? La
coscienza. Così posso dirle che decisi da solo».
Fosse toccato a lei avrebbe detto la frase di Renzi dopo il voto sulle unioni civili e la
protesta cattolica: ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo?
«Una frase giusta, corretta».
Cosa voterà al referendum istituzionale?
«Io non ho preso posizioni politiche da quando sono impegnato in banca, ma sono anche
docente di diritto pubblico. È una brutta riforma, scritta male, ma è meglio che nessuna
riforma. E temo che se saltasse, diventerebbe impossibile riformare alcunché».
Professore, dopo 34 anni di banca, da credente si assolve?
«Vede, essere credenti significa sentirsi sempre inadeguati rispetto ai compiti che la
nostra coscienza ci indica, cioè peccatori. Ma, nello stesso tempo - e non è un paradosso
- la fede ci aiuta ad avere fiducia in noi stessi e negli uomini. Tutti. Perché credenti o
non credenti, per tutti la vita è un mistero».
AVVENIRE
Pag 1 Le priorità della gente di Massimo Calvi
L’attenzione della Chiesa italiana
Dall’inizio della crisi l’occupazione è caduta del 4,8%, i giovani in cerca di lavoro sono
saliti al 40%, la povertà assoluta è arrivata a riguardare il 6,8% della popolazione. Per
affrontare i problemi indicati da queste cifre, chiede il cardinale Angelo Bagnasco
rivolgendosi ai vescovi italiani riuniti in Assemblea, «che cosa stanno facendo, che non
sia episodico ma strutturale, i responsabili della cosa pubblica, i diversi attori del mondo
del lavoro?». Le crescenti difficoltà delle famiglie e il calo della natalità condannano
l’Italia a vivere una lunga stagione di inverno demografico: nel 2015 sono state
registrate solo 488.000 nascite a fronte di 653.000 decessi, e 100.000 italiani hanno
lasciato il Paese. «Che cosa sta facendo lo Stato perché si possa invertire la tendenza?»,
si chiede ancora il presidente dei vescovi italiani. E poi c’è un 'terzo fantasma' che sta
crescendo in Italia, il gioco d’azzardo, una piaga capace di far aumentare le slot machine
mentre la legge prevede che debbano scendere, e il cui giro d’affari è salito in sei anni
del 350% fino a a quota 84 miliardi di euro. «A fronte di così cospicui interessi a diversi
livelli – si chiede ancora il presidente della Cei – chi sarà in grado di resistere alle
pressioni delle lobby e intervenire in modo radicale?». Lavoro, famiglia, demografia,
piaga del gioco d’azzardo. È un elenco di priorità semplice, dettato dalla frequentazione
della gente e dal contatto quotidiano con i suoi problemi, dalla vicinanza di una Chiesa al
suo popolo, quello che emerge dalla relazione del presidente all’assemblea permanente
della Cei. È una lista che, per quanto indiscutibile in termini di emergenza, non sembra
tuttavia essere saldamente fissata in cima all’agenda del dibattito politico. Eppure «è su
questi problemi che la gente vuole vedere il Parlamento impegnato senza distrazioni di
energie e di tempo, perché sono questi i problemi veri del Paese, cioè del popolo », dice
ancora Bagnasco, chiedendosi come mai invece nel caso della legge sulle Unioni civili
«così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a
esigenze ma a schemi ideologici». C’è un allarme nell’allarme che emerge dalla
contrapposizione, o dall’inversione, delle priorità: la deriva quasi inevitabile, il «colpo
finale» lo definisce il presidente della Cei, che – tra sentenze spiazzanti e manovre sulle
regole delle adozioni – condurrà anche a riconoscere «la pratica dell’utero in affitto». C’è
chi assicura che non sarà così. Ma come potrebbe non esserlo se nella prassi, che resti
proibito o meno, con questa pratica che si vuole rendere socialmente sempre più
accettabile, coppie italiane (eterosessuali e omosessuali) continuano a comprare grembi
di donna e a 'produrre' bambini all’estero? E se poi lo stato della nuova famiglia viene
ratificato in Italia? L’ambiguità dell’utero in affitto che si proibisce con le norme, ma in
realtà si accetta e si sdogana, ad esempio con la formula della stepchild adoption, è un
tratto comune alle altre emergenze. Tutto si tiene. La Costituzione fonda la Repubblica
sul lavoro e riconosce i diritti della famiglia fondata sul matrimonio, eppure è così facile
vedere la politica parlare d’altro, distorcere la lista dei bisogni e fare della Carta lettera
morta. La critica non è estranea al riconoscimento dei meriti e degli impegni. Ci sono, e
si vedono, dice Bagnasco, «segnali positivi di sostegno e promozione della famiglia», il
punto è che «hanno bisogno di essere incentivati e diventare strutturali» con una
manovra che dia equità alle famiglie con figli a carico. Allo stesso modo sull’azzardo è
noto il lavoro di tanti cittadini impegnati ad esempio negli slot mob per contrastare la
diffusione del fenomeno. Così il cantiere sul lavoro, un processo in corso: si sa che le
riforme (come il Jobs Act) hanno bisogno di tempo per mostrare i loro effetti. Il punto è
non fermarsi, mantenere alta l’attenzione e nel giusto ordine le urgenze. A cominciare
dalla cura per l’esercito dei poveri e degli impoveriti. «Senza distrazioni ed energie di
tempo», è l’invito rivolto alla politica. Una tensione necessaria, insomma, cui la Chiesa
continua a non sottrarsi: con le parrocchie, i sacerdoti, i tantissimi volontari, assicura il
cardinale Bagnasco, «continuerà a fare tutto quanto le è possibile per stare accanto alla
gente, e mettendo in campo ogni risorsa».
IL GAZZETTINO
Pag 1 Veneto Banca e Pop Vicenza, due pesi e due misure di Roberto Papetti
La decisione, abile sul piano dell'immagine, del nuovo consiglio d'amministrazione di
Veneto Banca di convocare un'assemblea a metà luglio per avviare il percorso di azione
di responsabilità nei confronti degli ex vertici, rende ancora più paradossale e
difficilmente comprensibile, all'opinione pubblica e ai mercati, l'atteggiamento esitante in gergo calcistico si parlerebbe di "melina" - assunto su questo tema dalla Popolare di
Vicenza. La banca berica, infatti, non ha ancora preso alcuna decisione sull'eventuale
azione di responsabilità verso la gestione precedente e non è un mistero che all'interno
del consiglio della Vicenza si contrappongano posizioni diverse: tra chi vorrebbe avviare
quanto prima i procedimenti e chi invece privilegia una tattica dilatoria e attendista. La
scelta di Montebelluna rischia però di togliere molte frecce nell'arco al partito vicentino
della "melina". Pop Vicenza e Veneto Banca, benché accomunate da analogo e disastroso
destino, non sono vicende esattamente sovrapponibili. I soci di entrambe le aziende di
credito hanno subito salassi enormi e il valore delle azioni dei due istituti è precipitato.
Ma sul piano economico-finanziario, come probabilmente emergerà anche dal diverso
esito dell'aumento di capitale, Veneto Banca sembra aver conservato maggiori capacità
di tenuta e di recupero. Non solo. In base a quanto finora è dato sapere, diversi
appaiono anche i possibili profili di responsabilità emersi finora a carico degli ex
amministratori. Non bisogna essere esperti finanziari o giuridici per comprendere, solo
scorrendo i rapporti della Banca centrale europea, che per Popolare di Vicenza si
ipotizzano comportamenti di maggiore gravità. Così come diverso è il ruolo giocato nelle
due vicende dagli istituti di vigilanza. Naturalmente, a Vicenza come a Montebelluna,
ogni responsabilità andrà provata e andrà dimostrata l'effettiva colpevolezza di ciascuno.
Ma per farlo occorre avviare appunto le azioni di responsabilità. E Pop Vicenza, a
differenza di Veneto Banca, non l'ha ancora fatto. Un comportamento non facilmente
comprensibile anche alla luce del fatto che nel consiglio della popolare berica siedono
illustri rappresentanti del mondo delle professioni, dell'università e dell'associazionismo
imprenditoriale. Esponenti di quella società civile che, spesso giustamente, si erge ad
esempio di correttezza e di rispetto delle regole. Un'occasione per dimostrarlo con i fatti.
Pag 4 Unioni gay, condanna dei vescovi: “Utero in affitto il colpo finale” di Franca
Giansoldati e Mario Ajello
Bagnasco: “Sancita di fatto l’equiparazione al matrimonio. Le differenze sono solo
nominali, artifici facilmente aggirabili”. Alfano in difesa: non è il lasciapassare a tutto
La pagella dei vescovi sul governo Renzi si presenta sostanzialmente negativa. Se da
una parte la Chiesa riconosce all'esecutivo un atteggiamento coraggioso e costruttivo
sull'immigrazione («l'Italia è sempre in prima linea ad accogliere e salvare tante vite da
ignobili mercanti di disperati») su altri fronti, invece, resta lacunoso e carente. Il Paese,
dati alla mano, sta andando «male» sul fronte dell'occupazione, le famiglie non ce la
fanno più ad arrivare alla fine del mese e le file di coloro che hanno fame si allungano
davanti alle mense parrocchiali (12 milioni i pasti distribuiti nel 2015). Se due giorni fa il
Papa aveva deciso di sorvolare sulla questione esplosiva delle unioni civili, ieri mattina,
all'assemblea dei vescovi, il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, ha rotto ogni
indugio per manifestare il disappunto del mondo cattolico che teme «il colpo finale» con
la pratica dell'utero in affitto.
COPPIE GAY - La valutazione sull'operato del premier di accelerare la legge sui
matrimoni omosessuali è negativa. «Non si capisce come mai abbia profuso tanta
energia per una causa, che non risponde non tanto a esigenze (per altro previste
dall'ordinamento giuridico), ma a schemi ideologici». Il cardinale di Genova è andato giù
duro, tra gli applausi dei presenti. «È su questi problemi che la gente vuole vedere il
Parlamento impegnato senza distrazioni di energie e di tempo, perché questi sono i
problemi veri del popolo». Va da sé che la recente approvazione in Parlamento della
legge sulle unioni civili scava un solco profondo perché «sancisce di fatto una
equiparazione al matrimonio e alla famiglia, anche se si afferma che sono cose diverse:
in realtà - dice Bagnasco - le differenze sono solo dei piccoli espedienti nominalisti, o
degli artifici giuridici facilmente aggirabili, in attesa del colpo finale - così già si dice
pubblicamente - compresa anche la pratica dell'utero in affitto, che sfrutta il corpo
femminile profittando di condizioni di povertà». La visione della Chiesa dista anni luce da
quella portata avanti dai sostenitori della legge. «I bambini hanno diritto a crescere con
un padre e una madre». «E a proposito della teoria del gender che è sempre alle porte
in modo strisciante», ha proseguito Bagnasco citando Papa Bergoglio che più volte ha
ripetuto che «è uno sbaglio della mente umana». Bagnasco si chiede come mai Renzi
non abbia investito le energie per fare migliorare la natalità, l'occupazione, per favorire
la pace sociale. «Dall'inizio della crisi l'occupazione è caduta del 4,8%, una delle
contrazioni più rilevanti in Europa: i dati ricorrenti dicono che la fascia tra i 15 e i 24
anni in cerca di lavoro è prossima al 40% contro il 22% della media europea: in termini
percentuali siamo i peggiori, subito prima della Bulgaria».
ARRIVISTI - Rampogne atto secondo. Proprio come due giorni fa quando Papa Bergoglio
aveva strigliato vescovi e cardinali per il rapporto con il denaro e il potere, anche ieri
mattina è andato in quella direzione. Alla messa mattutina di Santa Marta ha
condannato i vescovi arrampicatori, i preti arrivisti, i cristiani spregiudicati che per salire
in alto calpestano il prossimo. «Gesù parla un linguaggio di umiliazione, di morte, di
redenzione, e loro parlano un linguaggio da arrampicatori: chi andrà più in alto nel
potere?».
Già nell'ultimo Family Day, Angelino Alfano non era un eroe della folla. Tutt'altro. Veniva
considerato troppo laico e troppo renziano - o forse, semplicemente, un «cattolico
adulto» e da quelle parti quest'espressione non è un complimento - il leader dei
moderati di Area Popolare e la frattura tra quel mondo molto teo e la politica mediatrice
di Alfano era evidentissimo. Adesso, lo strappo è ancora più evidente. E ciò che
impressiona, e risulta come un inedito assoluto, è che stavolta è Alfano a riaprire la
contesa con la Chiesa, dopo le parole di Bagnasco alle quali il leader cattolico risponde in
maniera assai polemica. C'è il timore, presso i centristi, di perdere i voti cattolici dopo
aver sostenuto la battaglia renziana sulle unioni vicili e dunque bisogna ribadire, da
parte alfaniana, che quella legge è ortodossa rispetto alla dottrina e non sovverte affatto
la famiglia tradizionale. Alfano si esprime così, rivolto al presidente della Cei: «Lo dico
con il rispetto che ho sempre avuto e continuerò ad avere del cardinale Bagnasco. Ma la
sua interpretazione della legge sulle unioni civili, come lasciapassare per l'utero in
affitto, non corrisponde a quanto in quella legge c'è scritto».
RAGION DI STATO - Ed entra nel merito della norma il leader dei centristi, diviso tra la
fedeltà da buon cattolico alla Chiesa e la Ragion di Stato che consiste nello stare affianco
di Renzi anche in questa battaglia cercando di migliorare quella legge come in parte è
riuscito a fare. Una affermazione come quella del premier - «Ho giurato sulla
Costituzione non sul Vangelo» - è di una ruvidità che non è nello stile di Alfano. Ma egli
si sente comunque di difendere l'operato del governo e del Parlamento in questa
maniera e lo fa con puntiglio: «Nella legge che abbiamo votato le unioni civili sono un
nuovo istituto nettamente e non nominalisticamente diverso dal matrimonio. Non sono
previste le adozioni per le coppie omosessuali né nella forma diretta né nella forma
indiretta della stepchild adoption. Meno che mai si accenna all'utero in affitto che non
potrà certo essere in futuro introdotto nella nostra legislazione in base a questa norma.
Di questo i tribunali dovranno tenere necessariamente conto: c'è un nuovo istituto, le
unioni civili, che ha diritti e doveri, tra i diritti non è contemplato quello dell'adozione».
È diventato laicista Alfano? Ma figuriamoci. Il paradosso è che mentre Area Popolare
litiga con la Chiesa, quel che resta di Forza Italia - che sempre è stata attraversata da
forti venti libertari e anche libertini - anche ieri si è schierata su questa materia in favore
della Cei. «Ha ragione Bagnasco», annuncia Maurizio Gasparri: «Questa legge apre la
strada all'utero in affitto». Altro paradosso, ma neanche tanto, è che i fuoriusciti da Ncd,
ossia Gaetano Quagliariello con la sua Idea, non fanno che schierarsi con i vescovi
contro Alfano.
NO BACIO - Anche il ministro della Famiglia, Enrico Costa, alfaneo, non bacia la
pantofola: «Non ci sarà nessuna conseguenza catastrofica». E rilancia, naturalmente,
sugli investimenti in favore delle famiglie. Alfano non sembra spaventato dallo scontro in
corso. Rivendica il lavoro di mediazione politica che ha fatto e il risultato di aver evitato
nel testo il similmatrimonio e la stepchild adoption.
LA NUOVA
Pag 9 Tesoretto da usare con cura di Roberta Carlini
Caro Valdis, caro Pierre... Inizia così la lettera che il ministro dell’Economia Padoan ha
mandato a Dombrovskis e Moscovici, rispettivamente vicepresidente e responsabile degli
Affari economici della Commissione Ue, in risposta alla missiva appena ricevuta (“caro
Piercarlo...”), nella quale si dava sostanzialmente il via libera alla flessibilità chiesta
dall’Italia sui conti pubblici per quest’anno, chiedendo un ritorno in carreggiata per il
2017. Nello scambio di lettere, c’è tutto un fiorire di “prendiamo atto”, che è la cifra del
compromesso raggiunto tra Italia e Commissione europea: loro prendono atto della
nostra richiesta, dello stato dei conti non brillante e delle promesse sulle cose da fare;
noi prendiamo atto del fatto che loro hanno preso atto, e ci impegniamo a fare meglio in
futuro. Intanto, incassiamo i 13 miliardi e mezzo di flessibilità sui conti pubblici: se non
ce li avesse concessi, la Ue avrebbe dovuto aprire una procedura di infrazione contro
l’Italia. Sotto i “prendiamo atto”, ci sono tanti non detti. Il Commissario agli Affari
economici (francese) non può dire che sarebbe molto difficile infierire sul deficit pubblico
italiano - che rimane comunque ben sotto il 3% del Pil - mentre quello francese veleggia
sopra quella soglia, fissata nelle sacre tavole di Maastricht in un’epoca storica ed
economica incomparabile con quella attuale. Il falco lettone Dombrovskis, dal canto suo,
non può nascondere le pecche degli amici dell’asse tedesco, che a loro volta non
rispettano i parametri europei per eccesso di avanzo - commerciale, in questo caso.
Insomma, ragion politica ed economica portano la Commissione ad attenuare la sua
ortodossia sull’austerità, senza però rimetterla in discussione apertamente. Tutto a
vantaggio (politico) del governo italiano, che incassa nello stesso giorno l’ok di Bruxelles
e un dato non entusiasmante, ma comunque positivo, sul Pil, che secondo l’Istat
crescerà quest’anno dell’1,1% (nei documenti ufficiali del governo è stimato all’1,2%).
Ma più che Renzi ha vinto Padoan, che sin dall’inizio - forte del suo curriculum
internazionale e della sua provenienza “tecnica” - ha avuto nel governo il ruolo di
mantenere aperto il dialogo con la tecnostruttura europea, pur rappresentando un
governo che ne ha messo timidamente in discussione alcuni diktat. Così il governo
italiano ha un piccolo tesoretto da usare nelle sue manovre, che si unisce all’altro
margine di manovra, liberato dalla discesa degli spread grazie alle politiche di Draghi.
Oggi come ieri, il problema è nell’economia reale, che pare rispondere pochissimo alle
manovre espansive del governo. È vero che queste sono limitate nell’entità, e
condizionate dall’ipoteca del futuro: il rigore a cui torneremo, secondo gli impegni presi.
Ma è anche vero che se il Pil cresce, nei primi mesi dell’anno, meno di quello degli altri
Paesi dell’euro; se gli investimenti - questa la parte più dolente delle previsioni Istat non accennano a risalire, soprattutto nella loro componente più rilevante per il futuro,
ossia quella della ricerca e sviluppo; se, per usare le parole dello stesso premier, “la
gente non si accorge” delle manovre espansive fatte con la riduzione del carico fiscale;
se tutto questo è vero, qualche motivo ci sarà. Nella sua newsletter il premier ha
esagerato, nel dire di aver fatto “il taglio delle tasse più sostanziale della storia”. Ma
certo ha dato i famosi 80 euro ai lavoratori dipendenti (tranne quelli più poveri), ha
eliminato la tassa sulla prima casa, ha fatto un consistente sconto contributivo per le
assunzioni. Forse se “la gente non se n’è accorta” non è colpa dell’informazione o dei
gufi di opposizione, ma della stessa natura delle misure: a pioggia, non mirate laddove
potevano essere più efficaci, nell’attutire un bisogno o nel rilanciare l’economia. A questo
bisognerebbe stare ancora più attenti ora, con il progressivo esaurirsi dei margini di
manovra e nell’avvicinarsi di una congiuntura internazionale che - avverte sempre l’Istat
- potrebbe cambiare il quadro in senso peggiorativo. E dunque usare in modo più
incisivo, mirato e selettivo le poche risorse che ci sono. Senonché, le promesse che già
imperversano in vista delle amministrative vanno in tutt’altra direzione.
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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA
LA NUOVA
Pag 25 Nuove sale slot: “Noi non le vogliamo” di Mitia Chiarin e Francesco Furlan
Dal Terraglio a Marghera si moltiplicano le proteste dei cittadini contro l’apertura di
attività: “E’ una piaga sociale”. L’Asl 12 lancia da tempo l’allarme sulla ludopatia. Pronte
le regole della Prefettura
Monta in città il malcontento contro l’apertura di nuove sale slot, per il gioco d’azzardo.
Dal Terraglio a Marghera (dopo le lamentele per la nascita di punti gioco in appena un
chilometro in pieno a Mestre) arrivano le ultime segnalazioni. Sul Terraglio in via Gatta
un bar tabaccheria da meno di un mese si è dotato di una sala slot, con vetri oscurati e
pubblicità di giochi. Lo segnala Marinella Pasquali, presidente di “Terraglio e dintorni”,
associazione del quartiere, con una lettera alla nostra redazione: «Segnaliamo a voi
giornalisti il problema affinché la questione arrivi direttamente all’attenzione dei nostri
politici. Da tempo sia il Comune che la città metropolitana e anche la Prefettura lavorano
a regolamenti per normare la presenza di queste attività nel territorio. Un bar
tabaccheria ci va benissimo, ci mancherebbe. Preoccupa invece che ospiti una sala slot a
poche decine di metri dal parco pubblico di via Gatta, tipico luogo di aggregazione
giovanile, considerata anche la presenza degli impianti sportivi per la pallacanestro e la
pallavolo, e che l’adeguato “distanziamento” delle slot machine dai luoghi cosiddetti
“sensibili”, è uno dei criteri fondamentali che le Regioni tutte, compreso il Veneto,
stanno introducendo. Nel parco di via Gatta sono presenti anche un’area giochi per
l’infanzia e una bocciofila destinata ad adulti e anziani». L’associazione Terraglio e
dintorni si fa quindi interprete «delle preoccupazioni diffuse tra gli abitanti. Riteniamo
quindi che vada evitata l’operatività della sala slot, che si porrebbe inspiegabilmente in
controtendenza rispetto alle politiche di contrasto di questa vera e propria piaga sociale
che è un costo notevole per la comunità», conclude l’associazione Terraglio e Dintorni
che ricorda anche che nel regolamento edilizio del Comune di Venezia dell’aprile 2015,
adottato dal commissario straordinario, all’articolo 30 si «vieta l’apertura di sale
pubbliche da gioco e la nuova collocazione di apparecchi per il gioco d’azzardo a una
distanza inferiore a 500 metri da luoghi “sensibili”, tra i quali proprio quelli di
aggregazione giovanile». Ma il regolamento non è ancora in vigore perché non è stato
ancora recepito dal consiglio comunale. Un “vuoto” normativo che oggi pesa. Altre
segnalazioni di malcontento arrivano da Marghera dove abitanti e politici protestano per
la presenza sempre più massiccia di sale giochi e punti slot e per le notizie sempre più
pressanti dell'apertura di una nuova sala in via Longhena alla Cita, una delle aree del
quartiere con la massima densità abitativa e la maggior presenza di comunità straniere.
Il passaparola tra gli abitanti ha portato ad una protesta compatta contro una apertura
per ora senza date (non sono neanche cominciati i lavori di ristrutturazione del locale).
Portavoce della protesta è Gianmaria Bellan, rappresentante in Municipalità della lista
Brugnaro e che vive alla Cita. «Desidero esprimere», spiega Bellan, «il forte disappunto.
Aprire un simile esercizio in un condominio con più di 100 famiglie avrebbe delle
implicazioni sociali molto gravi e che non devono essere sottovalutate: basti pensare alla
rapina di due anni fa al centro scommesse di Piazzale Foscari. Oltre a questo bisogna
considerare i problemi di parcheggio che ne conseguirebbero, essendo i posti auto alla
Cita già risicati per gli stessi abitanti. Mi rivolgo al Questore e al Prefetto affinché
esprimano la loro decisione in conformità al regolamento edilizio vigente, tenendo però
conto che l'apertura della attività aumenterebbe i conflitti sociali all'interno del quartiere
e costituirebbe una seria minaccia per la sicurezza dei residenti». Non è solo un
problema condominiale, dicono i residenti: «A pochi metri di distanza dal locale
individuato per l'apertura della sala scommesse sono presenti un asilo nido, un parco
giochi, una farmacia, un laboratorio di analisi mediche, una Parrocchia ed un luogo di
culto islamico».
Ogni anno il SerD dell'Asl 12 si trova ad affrontare 50 nuovi casi di ludopatia. Un tempo
la dipendenza da gioco era un problema quasi esclusivo di chi giocava a carte o si recava
nei casinò. Oggi sono le slot machine nei bar e i giochi d’azzardo online, scommesse
comprese, ad impensierire anche i medici che si occupano di ludopatia. I dati nazionali
parlano del 54 per cento degli italiani che nel 2015 ha giocato d'azzardo almeno una
volta. Ma quelli con dipendenza patologica sono circa il 3,8 per cento della popolazione,
quindi due milioni e 300 mila italiani. Di questi circa un milione e 300 mila sono quelli
più incalliti e che finiscono magari per rovinarsi la vita. Tra i circa 150 casi seguiti ora
dall'Asl 12, il rapporto maschio-femmina è di 6-1 e l'età media si avvicina ai 50 anni, ma
chi gioca ha dai 19 agli 80 anni. Quasi la metà sono persone sposate. Il Servizio
Informagioco del SerD veneziano è attivo dal 2001 e in 15 anni ha accolto oltre 450
giocatori problematici o patologici. E negli ultimi 5 anni il numero è sempre aumentato.
Un problema serio in Italia dove lo Stato ottiene grossi introiti dai gratta e vinci e
scommesse.
Limiti di distanza dai luoghi sensibili come le scuole o le parrocchie, fasce orarie ben
precise per l'apertura e l'accensione dello slot, incassi delle contravvenzioni destinati alle
Asl per combattere la dipendenza dal gioco. Sono i tre punti sui quali si incardina il
protocollo per la sicurezza del gioco e la tutela delle fasce deboli che la prefettura
presenterà venerdì a Ca’ Corner. Un testo al quale la prefettura è arrivata dopo mesi di
lavoro di un gruppo di lavoro con la partecipazione di amministrazioni comunale, Asl e
associazioni. Il testo della prefettura sarà messo a disposizione dei 44 comuni del
Veneziano che decideranno di aderirvi. Alcune amministrazioni - da Mirano a Jesolo
passando per San Donà o Portogruaro - lo hanno già fatto, soprattutto quelle che hanno
partecipato agli incontri di questi mesi. Ha partecipato agli incontri anche il Comune di
Venezia, che però dovrà recepire il regolamento all’interno del regolamento edilizio la cui
discussione è ora in consiglio comunale. Il protocollo, se sarà confermata la bozza
circolata nelle ultime settimane, è composto di venticinque articoli, spalmati in sedici
pagine. Prevede che le sale di nuova apertura o i bar che decidono di installare le
newslot debbano essere ad almeno trecento metri di distanza dai luoghi ritenuti
sensibili: scuole, luoghi di culto, impianti sportivi e centri giovanili, strutture residenziali
per anziani, giardini e parchi attrezzati con i giochi, musei. Inoltre le sale potranno
essere solo al piano terra di edifici «purché non all'interno o adiacenti a unità immobiliari
residenziali». Sul fronte degli orari il regolamento, che in questo caso verrà applicato
anche alle sale già esistenti e ai bar già autorizzati con le slot, prevede che le sale giochi
possano essere aperte dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20, tutti i giorni compresi i festivi.
Gli apparecchi invece possono essere accesi soli tra le 12 e le 19.30. Il regolamento
prevede anche che le somme incassate dalle eventuali contravvenzioni - comprese tra i
25 e i 500 euro - per il mancato rispetto delle distanze dai luoghi sensibili e delle fasce
orarie d'apertura siano destinate ai servizi che si occupano delle dipendenze da gioco.
Pag 29 Don Fazzini contro i led: “Rovinano la piazza storica” di m.a.
Altino. «Le nuove luci rovinano l’armonia di un luogo unico». La protesta proviene dal
parroco della piccola frazione su cui si allunga l’ombra del Museo Archeologico Nazionale,
don Gianni Fazzini (nella foto), responsabile per la pastorale degli Stili di vita della
Diocesi. «La Piazza di Altino è un luogo ricco di un fascino unico», spiega il sacerdote,
«piena di energia e armonia di giorno e con la possibilità di gustare il cielo stellato di
notte, almeno fino a un paio di giorni fa. Da alcuni giorni l’amministrazione comunale ha
stabilito di convertire l’illuminazione della piazza con i led. Aveva fatto una prova su un
lampione e avevo segnalato come il risultato fosse sgradevole perché acceca e non è
funzionale perché illumina parzialmente, lasciando vaste zone d'ombra». Secondo il
parroco, infatti, la luce a led, sicuramente più fredda e potente solo nel punto che
illumina, impedisce da un lato di vedere il cielo stellato, di contro lascia buio il resto della
piazza. «La sindaca è venuta in sopralluogo, ma egualmente i led hanno sostituito le
armoniose campane di vetro». Domanda don Fazzini: «Invito chi ha gustato finora la
bellezza notturna di questo luogo, a constatare lo scempio che è stato attuato. Così
un’amministrazione si prende cura dei nostri luoghi più pregiati del nostro territorio?». Il
Comune sta cambiando l’illuminazione, inadeguata in molti punti del territorio, e la sta
sostituendo con nuove lampade a tecnologia led, che consente di risparmiare e
adeguarsi alle attuali normative europee in materia.
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8 – VENETO / NORDEST
IL GAZZETTINO
Pag 8 Sagre e sobrietà: le regole del vescovo di Pier Paolo Simonato
I consigli a 188 parrocchie: prodotti bio, niente sprechi, acqua di rubinetto e meno vino
Svolta ecologica in Diocesi. Il pianeta va protetto, evitando l’incuria e i bagordi anche
nelle sagre parrocchiali e patronali. La Commissione per la pastorale sociale della Chiesa
di Concordia-Pordenone, guidata dal vescovo Giuseppe Pellegrini, detta regole precise: sì
ai prodotti bio, ai contenuti spirituali, all’acqua di rubinetto (e magari di fonte, se
possibile); no all’alcol senza misura, al chiasso, agli "sfregi" causati a un pianeta che è
patrimonio di tutti. Viene così indicato un nuovo modo di fare festa, "suggerendo"
l’adozione di comportamenti virtuosi, nel solco tracciato da Papa Francesco con
l’enciclica "Laudato si’": «Ascoltiamo il grido della terra e dei poveri». Naturalmente
l’invito è allargato pure ai comitati organizzatori delle feste di paese che non ricadano
direttamente sotto "l’ombrello" del prete. L’obiettivo è quello di sviluppare nuovi stili di
vita, meno orientati al consumo e allo spreco, maggiormente rivolti alle relazioni, alla
riduzione dell’impatto, alla sobrietà della proposta e all’arricchimento culturale. Del resto
già monsignor Ovidio Poletto (il predecessore di Pellegrini) aveva spinto in questa
direzione con tre Piani pastorali in sequenza, ben prima che Bergoglio arrivasse al soglio
pontificio. E lo stesso presule, un solo mese dopo l’insediamento in via Revedole (marzo
2011), aveva tracciato la linea: «Vorrei che le sagre patronali avessero contenuti
spirituali, non soltanto vino, costa, salsiccia e musica». Da qui i suggerimenti alle 188
parrocchie: utilizzare stoviglie lavabili o biodegradabili, formare squadre per assicurare
la raccolta differenziata dei rifiuti, privilegiare gli alimenti provenienti dall’ambito locale
(a chilometri zero), da agricoltori affidabili e conosciuti. Non solo: scegliere prodotti
stagionali e biologici, ridurre gli sprechi di cibo, preferire l’acqua di rubinetto, limitare
l’alcol, elaborare un "piano di sostenibilità" della festa. Poi le note culturali: far
conoscere le forze che operano a favore della salvaguardia dell’ambiente, della pace e
della giustizia; sostenere il commercio equo-solidale, la finanza etica, le banche del
tempo, le cooperative sociali.
CORRIERE DEL VENETO
Pag 7 Il sindaco agli studenti: 7 giorni senza smarthphone e vi premio di Marco
de’ Francesco
Vigonza, aderiscono in 62. Il primo cittadino: “Chi ce la fa va a Gardaland”
Vigonza (Padova) È un mondo opaco, un’oscurità impenetrabile, quella che offusca la
vita: si chatta sempre di più e si comunica sempre di meno. O forse no, è solo il retaggio
della modernità. O magari è colpa dei genitori, che predicano bene ma razzolano
malissimo. Sta di fatto che il sindaco di Vigonza, Nunzio Tacchetto, 60 anni ben portati,
quattro figli, ha deciso di porre un freno a tutto ciò. «I ragazzi sono prigionieri degli
smartphone e dei social network, e spesso i genitori non lo capiscono». Basta. Si tratta
di reagire. Non si può vivere con il cellulare in mano. In questi casi, però, bisogna
sempre trovare una contropartita adeguata alla privazione: «Lunedì della scorsa
settimana – continua Tacchetto – mi sono presentato alle scuole medie. Ne abbiamo
due: una in centro e una nella frazione di Codiverno. Per l’esattezza, 382 ragazzini da
una parte, 141 dall’altra, per un totale di 523. La posta era chiara: una gita a Gardaland
contro la consegna del cellulare per una settimana. Con la scheda dentro, per non
imbrogliare. C’era entusiasmo». Com’è andata? «Hanno aderito in 39 a Vigonza, e in 19
a Codiverno, dove si è registrato un fatto inatteso. Ben quattro ragazzini il cellulare non
l’hanno mai avuto, e pertanto sono stati ammessi di diritto nella lista di coloro che vi
hanno rinunciato». C’è di mezzo il branco. «Alcuni che avevano detto di sì, sono poi
tornati indietro e viceversa. È l’insicurezza tipica dell’età: si tende a fare quello che
fanno tutti. Comunque sia, pensavamo che aderissero in 30, e quindi avevamo offerto
Gardaland ai primi 50. Ora sono in 62, ma non c’è problema: affitteremo un pullman più
grande». La gita si fa. Secondo la docente Sara Acomoli (lettere) «hanno aderito in tanti
in prima e seconda, ma quasi nessuno in terza media. Il dirigente scolastico era
comunque d’accordo con l’iniziativa. Bisogna anche ammettere che se da una parte
l’amministrazione e la scuola puntano sull’educazione ad un uso responsabile dei social,
in molte famiglie l’utilizzo è fuori controllo». La situazione è sfuggita di mano. Il signor
Sandro, tra i genitori, la mette così: «Ho dovuto proibire ai miei figli l’uso a tavola degli
smartphone. Se li portate a cena – ho detto loro – li getto fuori dalla finestra. Fate voi».
A Sandro «spiace vedere persone che chattano senza vedersi. D’altra parte, anche
genitori e figli spesso si scrivono ma non si parlano». Anche dei genitori è la colpa,
pensano Selene a Martina, due ragazze tra i venti e i trenta sedute di fronte a un caffè
locale. «Si regalano cellulari per controllare gli spostamenti dei figli». Un monitoraggio
che assume tratti patologici. «È anche vero – fa Martina – che non è più come una volta,
tipo ci si trovava alle quattro di pomeriggio al campetto. Sempre lo stesso luogo, e i
genitori sapevano dove venirti a pescare». La pensa così anche Selene: «Oggi i ragazzini
organizzano la propria vita sociale con il cellulare, e si trovano in posti sempre diversi».
In sintesi, i ragazzini dispongono di una più vasto raggio d’azione, ma sono meno liberi,
in quanto soggetti a una certa sorveglianza militare ed elettronica. «Eh, sono finiti i
tempi del gettone!» - fa Martina. «In effetti è accaduto – spiega la signora Isabella,
stesso bar – che il gruppo parrocchiale, al centro estivo, imponesse il ritiro dei cellulari.
Tutte le sere i genitori tempestavano gli organizzatori: mio figlio come sta? Ma siamo
sicuri?». Insomma, forse sono i genitori ad essere prigionieri delle proprie paure. «Ma sì,
è anche colpa dei genitori – continua Isabella – che regalano l’Iphone alla comunione. E i
figli poi, senza si sentono dei disadattati». Alcuni genitori – la minoranza – non l’hanno
presa bene. Secondo il sindaco c’è di mezzo l’opposizione politica: «Dicono che quei soldi
potevano essere spesi in progetti socialmente utili. E questo non lo è?». Ma funzionerà
veramente? I ragazzi si asterranno o troveranno altri mezzi? Per Tacchetto «la cosa
importante era proporre una alternativa, e consentire ai ragazzi di mettersi alla prova».
Scettica la Martina del bar: «Si saranno già scaricati Telegram». E che diavolo è? «Tipo
Whatsapp, ma lo usi sul pc anche se il telefono non è connesso».
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… ed inoltre oggi segnaliamo…
CORRIERE DELLA SERA
Pag 1 Un motore (inceppato) di sviluppo di Ferruccio de Bortoli
Città metropolitane
Al referendum di ottobre si voterà anche per loro. La riforma Boschi elimina
(giustamente) le Province e riconosce, tra le autonomie locali, le Città metropolitane.
Anche alle prossime elezioni amministrative si voterà di fatto per loro. Sei sindaci eletti
saranno a capo delle Città metropolitane. La legge Delrio (56 del 2014) ne ha istituite 10
(Milano, Torino, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Reggio Calabria)
cui si aggiungono quelle delle Regioni a Statuto speciale (Palermo, Catania, Messina e
Cagliari). Tutte hanno assorbito le relative Province. La loro vita è precaria, per usare un
eufemismo. Sono fantasmi istituzionali. I sindaci le vivono come un ulteriore fardello che
pesa sulle loro gracili spalle finanziarie. Ed è forse questa una delle ragioni del perché,
nelle campagne elettorali, se ne parla così poco. In soli due casi (Bologna e Reggio
Calabria) si è rispettato il patto di stabilità. Negli altri, il rosso è profondo. La Città
metropolitana di Milano, la più importante, dovrebbe chiudere il bilancio con un passivo
di 90 milioni. I Comuni capoluogo non sembrano disposti a ulteriori sacrifici per ripianare
i conti. Il governo deve decidere se sono o no uno strumento utile. Le Regioni mal
sopportano questi enti ibridi che gonfiano il peso specifico dei Comuni capoluogo, specie
quando questi hanno un colore politico diverso (accade, per esempio, in Lombardia). G
ran parte dei dipendenti delle vecchie Province è stata assorbita, come prevedeva la
legge, in altri uffici pubblici. Rimane una forza lavoro non sempre motivata, certo
invecchiata. Le competenze sono, sulla carta, di estrema importanza (trasporti,
sicurezza, acqua, rifiuti) ma non vi è chiarezza sulla divisione dei compiti e delle
responsabilità con gli altri enti locali. La legge Delrio lascia agli statuti delle Città
metropolitane la possibilità di eleggere direttamente il vertice (Milano). Curioso perché si
potrebbe avere un sindaco metropolitano (Cinisello ad esempio) diverso da quello della
città capoluogo. Il tema più controverso è quello del finanziamento. Si era pensato a
un’addizionale sulle tasse aeroportuali. L’idea è stata accantonata. Ma senza risorse
proprie non c’è autonomia. Un fondo perequativo è già di difficile gestione con le vecchie
Province, figuriamoci con i Comuni. Il governo non sembra orientato ad aggravare le
tasse locali. I Comuni hanno già i loro problemi. La gente, forse non capirebbe. Le città
metropolitane non sono «né conosciute né riconosciute», dice Piero Fassino, sindaco di
Torino e presidente dell’Anci (l’associazione nazionale dei Comuni). Ma commetteremmo
un grave errore se le considerassimo il residuo delle vecchie Province. Un ente inutile fin
dalla nascita. Lo sviluppo in tutto il mondo passa dalle grandi città. La Greater London
Authority, tanto per fare un esempio, ha speso in conto capitale, nel bilancio 2014-15,
circa 1,7 miliardi di sterline. Un modello di grandi investimenti su poche funzioni-chiave:
mobilità, edilizia, riqualificazione urbana. Altre capitali coinvolgono i privati, muovono
grandi finanziamenti. Trascinano lo sviluppo dei loro Paesi. Le Città metropolitane
italiane sono forse troppe. E per competere con i modelli stranieri non basterebbe
nemmeno mettere insieme Milano e Torino (Mito, vecchia suggestione, del tutto attuale)
né lavorare sulle aree vaste, previste dalla legge Delrio, come si sta facendo in Emilia e
Romagna (Parma, Modena, Reggio). Una recente ricerca dell’Anci, di The European
House-Ambrosetti e di Intesa Sanpaolo ha mostrato le enormi potenzialità legate a una
visione moderna delle aree metropolitane, definite la «spina dorsale» del Paese. Vero
hub di risorse, competenze, flussi di persone, merci, capitali, idee. Autentico motore
dello sviluppo. Coinvolgono il 36 per cento della popolazione, il 40 del valore aggiunto.
Riuniscono il 35 per cento delle imprese e il 56 delle multinazionali. Vi hanno sede 55
atenei, metà delle start up innovative. I piani strategici delle Città metropolitane
potrebbero essere uno straordinario volano di investimenti, garantire tempi di
approvazione normali dei progetti, stimolare attività innovative. Un laboratorio pubblico
e privato della modernità. Purtroppo si sta andando nella direzione opposta, scivolando
nell’anonimato istituzionale. Prevale un modesto bricolage amministrativo, con troppe
norme oscure e poche risorse chiare. Con molti spettatori interessati al fallimento. Un
vulnus inaccettabile per un Paese che stenta a crescere. Forse un ripensamento è
necessario. Com’è indispensabile uscire dall’ambiguità. L’architettura istituzionale è
ridondante, andrebbe sfoltita. Oltre al consiglio (sindaco più 14-24 membri, non pagati)
- che per i Comuni al voto in giugno verrà rinnovato nei mesi successivi - c’è una
conferenza metropolitana con i sindaci del territorio. Le competenze potrebbero essere
alleggerite, assegnandone alcune direttamente ai Comuni (e le strade all’Anas). Le Città
metropolitane potrebbero così concentrarsi sul loro ruolo di incubatori dello sviluppo e di
fondi per la promozione degli investimenti. Qualche posto da occupare in meno, qualche
idea per il futuro in più.
Pag 1 Non smettiamo di ribellarci alla violenza sulle donne di Paolo Di Stefano
I femminicidi
È il senso di ripetitività che provoca la nausea. Sono passati due giorni
dall’accoltellamento di Firenze, ed eccoci a raccontarne un altro, a Magnago, nel
Milanese. Domenica: un trentenne uccide l’ex moglie (la coppia nella foto) e poi si
suicida. Martedì: un altro trentenne uccide la fidanzata e tenta di uccidersi, infilandosi un
coltello nel cuore. Il desiderio di proprietà, la separazione, la presunta gelosia che
diventa persecuzione, i litigi. Sempre, più o meno, lo stesso copione, con le stesse
parole chiave. Cambiano i protagonisti e gli scenari - la città o la provincia, il Nord il Sud
il Centro - ma la cronaca si ripete. E la nausea cresce. La nausea da eccesso. Cresce
l’idea che il cosiddetto delitto d’onore, pur essendo stato cancellato dal Codice penale da
tempo, non è per nulla scomparso, nei fatti, dalle teste: perché comunque ci sono
ancora uomini che si ritengono autorizzati, per vergogna o per frustrazione, a eliminare
una donna che si sottrae al loro controllo. Pensando che l’ex moglie, l’ex fidanzata, l’ex
compagna non debba avere altra ragione di vita se non il legame con lui. La stessa
ossessione che abita l’uomo deve appartenere alla donna, pena la morte. Passano gli
anni, progrediamo in (quasi) tutto, la famiglia si frantuma, si moltiplica, si rinnova,
eppure resistono numerosi antri (mentali) primitivi: e sono spesso uomini della
borghesia attiva, della società civile, mediamente acculturata, mediamente inserita,
mediamente tecnologica, mediamente benestante, mediamente tutto. E abbiamo un bel
dire che l’islam maschilista maltratta la donna: la sottomette, la schiavizza. Certo,
l’aggravante è che si tratta di una mentalità spesso diffusa e codificata. Ma la nostra
libertà e liberalità non è sgombra dai cliché, altrettanto (e specularmente) codificati,
della donna oggetto del godimento estetico dell’uomo (la donna necessariamente bella,
provocatoria, succinta): basti osservare le immagini della pubblicità, soffermarsi su un
varietà televisivo di prima serata. Ogni giorno accogliamo pigramente l’immagine
ammiccante e degradata della donna (ovvio, con il suo consenso). Quanta audience in
più non appena mostriamo un vertiginoso decolleté? L’ipocrisia (diffusamente
maschilista) rimuove gli stereotipi da voyeur che finiamo per tramandare ai nostri figli,
maschi e femmine, in silenzio (e chi poi alza la mano timidamente è un insopportabile
moralista, buonista, politicamente corretto...). Ma se non bisogna arrendersi alla nausea
e allo scandalo dopo le tragedie del femminicidio, non dovremmo, ancor prima,
accettare quella pericolosa, pervasiva ambivalenza che ci abita nella quotidianità.
LA REPUBBLICA
Pag 9 Investimenti crac e milioni di debiti, il cardinale sotto accusa di Marco
Preve
L’ex vescovo di Savona Calcagno, noto per la sua passione per le armi, indagato per
malversazione
Genova. Se non esistessero fotografie e video che costringono ad associare il nome al
viso rotondo e all'incedere lento del curato di campagna, la biografia del cardinal
Domenico Calcagno, presidente di Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede
apostolica), meriterebbe di comparire sicuramente tra quelle delle "vite vissute
pericolosamente". Quello che è uno degli uomini più potenti della chiesa, tra gli ultimi
baluardi di un passato recente che Papa Francesco sta sgretolando, arriva
all'appuntamento con un'iscrizione nel registro degli indagati, per l'ipotesi di
malversazione da parte della procura di Savona, dopo un serie di episodi non meno
sorprendenti nel curriculum di un religioso. Lo scandalo del suo arsenale personale con
tanto di pistole da ispettore Callaghan e fucili d'assalto a pompa (che gli valse
l'appellativo di monsignore Rambo), le pesanti considerazioni espresse dai giudici sulle
sue responsabilità gerarchiche nella mancata denuncia dei molteplici casi di pedofilia che
hanno segnato la diocesi di Savona, il suo allontanamento, deciso da Papa Francesco nel
2014, dalla commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior. Liquidato in coppia con l'ex
segretario di Stato del Vaticano Tarcisio Bertone. Calcagno fu vescovo di Savona tra il
2002 e il 2007. A Genova negli stessi anni fu nominato arcivescovo Bertone che nel
2006 fu promosso alla segreteria vaticana. Tra i due i rapporti rimasero ottimi e un anno
dopo Calcagno lo raggiunse a Roma, chiamato da Papa Benedetto XVI alla guida
dell'Apsa. Ma il passato è tornato a fargli visita. Il pm Cristiana Buttiglione indaga
sull'Istituto di sostentamento del clero (Isdc), l'ente che ha in gestione i beni della
diocesi. L'inchiesta parte quasi in parallelo ad una causa civile. Quella che viene
promossa dal nuovo board dell'Isdc insediato nel 2014 dal nuovo vescovo savonese
Vittorio Lupi. Cosa ha scoperto il successore di Calcagno? Che negli anni d'oro del
mattone l'Istituto presieduto da don Pietro Tartarotti ha dato vita ad una lunga serie di
operazioni immobiliari. A parte le considerazioni sul core business dell'Isdc, qualcuna di
queste ha mandato in sofferenza le casse dell'istituto. Così ecco la causa civile contro la
Carige-Carisa per circa 9 milioni di fideiussioni relative alla trasformazione residenziale
del complesso affacciato sul mare delle ex Colonie Bergamasche di Celle Ligure. Un maxi
progetto che parte in pompa magna ma che non decollerà mai. E tra i soci cominciano i
dissapori. Secondo i legali della Curia «Tartarotti ha agito in assenza dei controlli
canonici previsti in danno del patrimonio dell'Istituto». La causa per la cancellazione
delle fideiussioni è ancora in corso ma si apre il filone penale e la magistratura scorre le
vecchie operazioni immobiliari giungendo alla conclusione che le scelte di Tartarotti
avallate dal vescovo Calcagno hanno prodotto un danno di diversi milioni di euro all'Isdc.
Finiscono indagati anche Gianmichele Baldi, ex vicepresidente dell'Isdc, e suo figlio
Gianmarco, in merito all'acquisto di un alloggio di proprietà dell'Istituto. Gli inquirenti li
hanno già interrogati e sono state sentite anche diverse persone in qualità di persone
informate sui fatti. La procura si muove anche sulla base del dossier degli ispettori
romani dell'Idsc. Sono stati loro, su segnalazione del vescovo Lupi, ad analizzare i conti
dell'Istituto scoprendo che una serie di business immobiliari avrebbero generato una
pesante situazione debitoria. I bilanci che non tornano sono quelli che vanno dal 2009 al
2013, anno del ricambio. Operazioni maturate nel periodo d'oro del mattone. In quegli
stessi anni a Genova, attorno al cardinale Bertone si raccoglieva un iperattivo gruppo di
imprenditori del ramo costruzioni. Tra di loro anche quel Gianantonio Bandera artefice
della ristrutturazione dell'ormai celebre appartamento di Bertone. Per quanto riguarda
Calcagno e le vicende savonesi i progetti finiti nel mirino sono, oltre a Punta dell'Olmo
(società citata tra i fidi facili nel dossier di Bankitalia che portò all'arresto dell'ex
presidente di Carige Giovani Berneschi) la riconversione dell'ex cantiere navale Caviglia
in un insediamento di villette, la contestata trasformazione di un asilo, lascito di un
benefattore, in palazzina di alloggi con ludoteca, e un maxi park sotto il parco dell' ex
seminario realizzato da una società che aveva al suo interno un ex assessore di Forza
Italia condannato e una famiglia di costruttori calabresi indagati dall' antimafia.
Monsignor Calcagno non pare preoccupato: «Sono sereno per il lavoro svolto. Confido
nell' operato della magistratura. Attendo fiducioso l' evolversi della vicenda».
Pag 41 Istanbul. In pellegrinaggio a San Giorgio, la festa che unisce tutte le fedi
di Siegmund Ginzberg
Istanbul. Un serpente di folla si arrampica fino in cima all'isola di Prinkipo,
all'imboccatura del Bosforo dal mar di Marmara, a un tiro di schioppo da Istanbul. In
migliaia vanno a chiedere grazia a San Giorgio, che non discrimina nessuno. Sono
soprattutto donne. Cristiane greche ortodosse ovviamente. Anche copte, armene, ebree.
Ma pure molte musulmane: si notano per il foulard sul capo, ma anche per il modo in cui
pregano, con le mani aperte col palmo all'insù. Il Santo non fa distinzioni tra chi ricorre
alla sua protezione. Non chiede certificati di appartenenza etnica o religiosa per
concedere grazie. Ma per la sua Istanbul e la sua Anatolia le cose si stanno mettendo di
nuovo male. C'è una guerra al confine con la Siria, un'altra all'interno. Ci vorrebbe a
questo punto davvero un miracolo per salvare tranquilla convivenza, laicità e democrazia
in Turchia. Quel che vi sto raccontando richiama invece una favola d'altri tempi. Di
quando c'era ancora l'impero ottomano e convivevano pacificamente, gli uni accanto agli
altri, cristiani e musulmani, sunniti e sciiti, alawiti e curdi, armeni ed ebrei, cattolici,
ortodossi e protestanti. Succedeva non solo a Istanbul, ma anche a Salonicco e Smirne,
nel resto della Turchia, in Bosnia e a Sarajevo, alle foci del Danubio, in Iraq, in Siria, in
Palestina. Insomma, una volta convivevano in pace proprio dove ora si odiano e si
scannano. Ancora un secolo fa, prima della fine della Grande guerra e della spartizione
degli Imperi, che avrebbe dovuto mettere fine a tutte le guerre, e invece produsse
l'esatto contrario. Ma qualcosa del vecchio incanto continua a sopravvivere, in ostinata
controtendenza. Anche quest'anno c'è il tradizionale pellegrinaggio di massa al santuario
di Aya Yorgi (San Giorgio), in cima a Büyükada, la più grande delle isole dei Principi. Sin
dall' alba le navi provenienti da Istanbul, e dalle nuove immense foreste di edifici sulle
sponde asiatiche del Mar di Marmara, cominciano a scaricare ondate su ondate di
passeggeri. Per lo più turisti giornalieri, come ogni giorno di festa. Molti venuti apposta
per la salita al santuario, anche se quest'anno corre voce che volessero cancellarla, per
motivi di sicurezza. Certo una bomba in mezzo a questa folla compatta provocherebbe
una strage. Ma non c'è - ci spiegano - minaccia di bomba o altro che possa convincere
una mamma ebrea o musulmana a rinunciare a una gita in calesse fino al punto di
partenza del sentiero che scala il monte, per chiedere al Santo una grazia, che i figli
facciano un buon matrimonio, che tornino sani e salvi dal servizio militare, che la
famiglia resti immune dal malocchio. Frotte compatte scorrono tra due file di bancarelle
che vendono candele, rotoli di filo colorato, coccarde specializzate da appendere ai rami
degli alberi (per una guarigione, per un figlio soldato, per proteggere la casa, per
liberarsi dai debiti, per una gravidanza, per trovare un lavoro, per la pace). Sul sentiero
di terra battuta e brecciolino qualcuna si inerpica a piedi nudi. Ma non si vedono gli
eccessi di devozione di alcune delle nostre feste patronali. Semmai ricorda il cammino a
Compostela. È una festa, non un rito di espiazione. C'è allegria, non mestizia. Ci sono
anche uomini. Un tempo partecipavano alla scampagnata anche le famiglie ebree che
avevano casa per le vacanze sull'isola. Ne sono rimaste poche. La piccola Sinagoga, un
gioiellino, è ormai ridotta a un bunker, completamente imprigionata da un alto muro di
cemento. Molte donne sono a testa scoperta. Molte altre hanno la veste lunga e il capo
coperto da foulard alla maniera islamica. Ormai è diventato, nel giro di pochissimi anni,
onnipresente anche a Istanbul, da invisibile o addirittura proibito qual era prima. Ci sono
anche bambini. Molti tra i più piccoli agitano bandierine turche: il pellegrinaggio coincide
con le festa nazionale dell' infanzia, introdotta da Atatürk. Il santo evidentemente è
anche un buon patriota. C'è chi offre al vicino zollette di zucchero o di lokum. Solo in
cima, in prossimità del santuario, la lunga processione si infittisce, perché la folla viene
filtrata da un cordone di polizia che controlla zaini e borsette. Dentro la chiesetta i sedili
in legno del coro sono occupati da donne che pregano alla maniera islamica, con le mani
a palme sollevate in alto. Qualcuna scrive messaggi da lasciare accanto alle immagini del
santo. Accendono ceri. Una volta riusciti nel chiostro, per lasciar posto alle ondate
successive, ogni palmo di cortile viene utilizzato per comporre disegni o costruzioni con
le zollette, soprattutto immagini di case e cuori, ogni crepa negli antichi muri viene usata
per infilarvi candele accese o monete; altri si accaniscono ad aggiungere scritte nuove
agli strati di graffiti delle stagioni precedenti, a caricare gli alberi di fiocchi e coccarde. Il
profumato bosco di pini che circonda il santuario offre una vista impareggiabile sul mare
azzurro intenso, le altre isole e fino ai minareti di Istanbul. La specialità di San Giorgio è
di accogliere non solo i fedeli della propria religione ma anche quelli delle altre. Ha
ancora oggi santuari "condivisi" in tutta la regione. In Anatolia, a Sarajevo e nella Bosnia
delle tristi pulizie etniche, persino nella Siria degli orrori. Non è interessato a
recriminazioni, anche giustificate, per i torti subiti nel passato o quelli del presente. Lui
accoglie tutti. Non chiede «di che religione sei?» o «di che nazione sei?». Non rifiuta né i
fedeli, né gli infedeli, non incita al rifiuto o all'odio verso i diversi, qualunque sia la loro
diversità, non nega a nessuno la speranza di un suo intervento salvifico. È un santo cui
piace comporre e negoziare. Non lo turbano le trattative, i compromessi, i do ut des che
accontentino tutti e non offendano nessuno. Si tratta del San Giorgio armato che
conosciamo, quello che ammazza il dragone per liberare la donzella. Ma qui in Oriente è
anche il santo della tolleranza, dell'integrazione, dell'amicizia, il protettore dei matrimoni
misti. La condivisione di luoghi di culto tra fedeli di diverse religioni avviene anche in
altre chiese di Istanbul, capitale della convivenza, melting pot per eccellenza da secoli,
prima ancora che lo diventassero New York, Parigi o Londra. Ogni martedì nella basilica
cattolica dedicata a Sant'Antonio che si affaccia sulla centralissima Istiklal fedeli di ogni
fede, musulmani compresi, pregano, compilano un registro in cui dialogano col Santo,
fanno la fila in un apposito angolo della chiesa per confidarsi col locale sacerdote. Ogni
primo del mese a una simile scena interconfessionale si può assistere nella chiesetta
greco-ortodossa della Madre di Dio a Vefa, il popolare quartiere a ridosso del Gran
Bazar. Musulmane e cristiane accendono ceri, strisciano amorevolmente chiavi sulle
vetrine che proteggono le icone, riempiono bottiglie con l'acqua della sorgente su cui
poggia l'edificio. «Accolgo tutti, non chiedo se sono cristiani, armeni, musulmani», mi
dice il giovane papaz. Piccole storie, eventi controtendenza. Isolotti di tolleranza e quieto
convivere, che però si stanno rimpicciolendo sempre di più, rischiano di venire spazzati
dal mare in tempesta, in una Turchia che pare procedere in direzione opposta.
LA STAMPA
Il Gentilissimo di Massimo Gramellini
Se una notizia è qualcosa di imprevedibile ed eccezionale, i fatti accaduti domenica
scorsa a Venezia nel sottopasso di Carpenedo sono abbastanza eccezionali e
imprevedibili da meritare una consacrazione pubblica. C'è un ragazzo, Matteo Bragato,
che perde il controllo della moto da cross e si spalma sull' asfalto. E c'è un uomo che sta
viaggiando nel senso opposto di marcia e accosta la vettura per prestare al disarcionato i
primi soccorsi. Chiama l' ambulanza e si fa dare dal ragazzo il numero di telefono dei
genitori. Ma non si limita a informarli. Li rassicura. Compie ancora due gesti, uno
abbastanza irrituale e l'altro talmente fuorimoda da risultare clamoroso. Il gesto irrituale
è che, partita l'ambulanza, raccoglie da terra la motocicletta acciaccata e la guida fin
sotto la casa di Matteo, consegnando le chiavi al padre. Quello clamoroso è che sparisce
nel nulla, senza pretendere neppure un grazie. La retorica ne ha già fatto un eroe, un
cavaliere senza macchia, un angelo della strada che si volatilizza dopo avere aiutato, da
contrapporre ai pirati che si volatilizzano dopo avere abbattuto. La madre del ragazzo,
ebbra di riconoscenza, ha lanciato un appello per ritrovarlo al quale ci auguriamo non
aderisca mai. Non per cinismo, ma per paura di scoprirlo diverso da come ci piace
immaginarlo: una persona costruita bene che compie con estrema naturalezza una serie
ininterrotta di atti di civiltà. Le ricerche del salvatore si basano sui pochi elementi forniti
dal padre di Matteo: «Una persona gentilissima, sulla quarantina, con barba e capelli
lunghi». Non fosse che per l'età, si direbbe l'identikit di Gesù.
AVVENIRE
Pag 2 Uomini che sposano le bambine di Ferdinando Camon
Un film yemenita di denuncia, che interpella pure l’Italia
La storia della bambina yemenita di 10 anni, data in sposa a un uomo che ha trent’anni
di più, è ovviamente una storia di violenza. Allora la domanda è: chi fa violenza sulla
piccola? Chi la costringe a seguire un uomo adulto, a subire tutto quello che lui vuole,
come una schiava? È stata vinta in guerra? La sua famiglia, il suo popolo sono stati
distrutti, e lei è alla mercé del nemico vittorioso? Il padre è sconfitto? La madre capisce
tutto e piange perché non può farci niente? Nient’affatto, la spiegazione è molto più
amara di così. Ce la offre un film che gira nei nostri cinema in questi giorni, La sposa
bambina. Partiamo dall’ultima domanda: la madre. La madre non difende la figlia, la
madre sa tutto e collabora perché tutto avvenga. È lei che consegna la piccola all’adulto
che se la porta via, è lei che riconduce la figlia all’obbedienza quando la figlia si ribella e
scappa. Il marito a sua volta ha una madre, e anche questa madre spinge la piccola a
obbedire e subire, che la piccola moglie si ribelli al marito è al di là dell’immaginabile.
Dunque: la schiavitù sessuale delle bambine non vede le donne-madri come ostili e
ribelli, ma come collaborazioniste. È la comunità delle donne adulte che perpetua la
schiavitù delle donne bambine. Questa è la prima, traumatica rivelazione del film girato
in Yemen da una regista yemenita, su una storia realmente accaduta, che ha per
protagonista una bambina di 10 anni, ma nella quale la regista racconta anche la sua
personale infanzia, perché anche lei fu data in sposa all’età di 11 anni, e subì quel che
nel film racconta. Il film dà molteplici garanzie di autenticità. Nella parte finale c’è
un’arringa in tribunale, pronunciata dall’avvocata che difende la bambina e che ricorda al
giudice e a quelli che ascoltano che le Nazioni Unite parlano di 70mila bambine vittime
ogni anno di questi 'matrimoni infantili'. Sono vittime del potere maschile, che in questi
casi porta alle estreme conseguenze un principio-cardine dell’islam: l’uomo vale più della
donna. L’autorità maschile è tutto, la volontà femminile si deve adeguare. Il potere
maschile ha il vertice nel piacere sessuale, l’adeguamento della donna all’autorità
maschile raggiunge il massimo quando si mette al servizio di quel piacere. La donna ha
un senso in quanto serve al piacere maschile. La donna che non serve a questo, non
serve a niente. La vita della donna deve correre verso questo senso fin da prima della
pubertà. C’è qualcuno, nel film, che a un certo punto canta una strofa del peggior
maschilismo, che dice così: «Se a otto anni la sposerai, / grande piacere le darai». Noi ci
sdegniamo, tra il pubblico sentivo serpeggiare incredulità e condanna, ma anche noi
dobbiamo domandarci un paio di cosette. La piccola Chicca, buttata giù dall’ottavo piano
da un orco violentatore, aveva 6 anni, e la storiaccia non era all’inizio, era cronicizzata,
come dice la perizia, e le madri del palazzone non erano all’oscuro, c’erano nonne che
sapevano tutto e tacevano, e madri che addirittura collaboravano. E poi: tra le bambine
musulmane che frequentano le scuole in Italia, ci sono ogni anno circa 2mila
quattordicenni che non s’iscrivono all’anno successivo, come mai? Che fine fanno?
Vengono rispedite in patria a sposare uomini adulti scelti dai loro padri. Queste bambine
appartengono a famiglie con cittadinanza italiana, e dunque sono mie sorelle. Per
trascuratezza, per incuria, per inefficienza, noi forniamo ogni anno circa 2mila di quelle
70mila bambine-spose di cui parla l’Onu. Certo, non siamo responsabili di quella usanza.
Però, non siamo innocenti di quella pratica. Il film si chiude con la piccola che sorride,
sui banchi di una scuola: ecco qual è la soluzione, l’istruzione. Il marito violentatore
della sposa bambina è analfabeta. Il violentatore assassino della piccola Chicca non
sappiamo quante scuole abbia frequentato. Ma se diciamo nessuna, con ogni probabilità
indoviniamo.
Pag 3 L’Africa tenuta in ostaggio dai “dinosauri” del potere di Giulio Albanese
Leader che perpetuano se stessi e affamano i loro Paesi
La cerimonia d’investitura, giovedì scorso, di Yoweni Museveni nel suo quinto mandato
da presidente dell’Uganda ha offerto un’immagine chiarissima di come lo scenario
politico africano sia ancora fortemente condizionato dai 'Cesari africani', che
mantengono il potere a vita, grazie al controllo di ingenti risorse finanziarie che si
traducono quasi esclusivamente in spesa per il controllo delle Forze armate. Musuveni,
che nelle elezioni dello scorso 18 febbraio ha di fatto silenziato l’opposizione proprio
grazie al controllo militare, non è certamente l’unico esempio di queste
pseudodemocrazie. Alla cerimonia a Kampala erano presenti altri dinosauri della politica
panafricana del calibro di Robert Mugabe (Zimbabwe) o Omar Hassan el-Bashir (Sudan).
Il delirio di onnipotenza espresso da tali leader è una costante nel panorama geopolitico
dell’Africa subsahariana. Esso perpetua e incrementa i vizi storici delle élite postcoloniali:
l’oligopolio economico, il familismo politico su base etnica e la disomogeneità nella
redistribuzione delle risorse nazionali su base clientelare. In questo modo, le differenze
tra i centri di potere e le masse impoverite sono progressivamente aumentate,
suscitando radicali rivendicazioni sociali, etniche, ma anche a sfondo religioso. Sebbene
la prima generazione dei 'presidentipadroni', quella che imperversava negli anni
Sessanta e Settanta, sia uscita progressivamente di scena – basti pensare al
filooccidentale zairese Mobutu Sese Seko o al 'negus rosso' etiope Mènghistu Hailè
Mariàm , per non parlare dell’ex imperatore centrafricano Jean-Bedel Bokassa –, nuove
leadership legate alla cleptocrazia hanno preso il sopravvento. L’elenco è lungo: dal
camerunese Paul Biya al ciadiano Idriss Déby, dal gabonese Ali Bongo al congolese
Denis Sassou Nguesso, peraltro affiliati a logge massoniche, alcune autoctone, altre di
obbedienza straniera. L’avvento di questa seconda generazione di presidenti, o
'monarchi' che dir si voglia, pronti a lasciare la propria carica a figli o parenti stretti, è
coinciso con la fine della Guerra fredda, determinando una vera parcellizzazione del
continente in aree d’influenza, a macchia di leopardo. Ecco che allora, oltre alle ex
potenze coloniali europee e agli Stati Uniti, sono scesi in campo Paesi come la Cina,
l’India, il Giappone, la Corea del Sud, la Malaysia, il Canada... Il flusso di denaro
proveniente dall’estero ha certamente rappresentato la colonna portante di una crescita
economica significativa di non pochi Paesi africani, una crescita però fragile, poiché
ancora troppo legata all’esportazione (in particolare delle materie prime, monocolture
agricole e fonti energetiche) e non al consumo interno. Inoltre, la mancanza di politiche
all’insegna della legalità e del welfare ha emarginato i ceti meno abbienti,
demograficamente maggioritari. I processi elettorali, dal punto di vista dell’etica politica,
continuano spesso a privilegiare gruppi di potere con agganci internazionali, e l’esito
delle consultazioni rispecchia dinamiche regionali o etniche invece di essere espressione
di un’alternanza programmatica. Col risultato che i cambiamenti al vertice – se
avvengono – si registrano a seguito di guerre civili e colpi di Stato (Repubblica
Centrafricana, Costa d’Avorio, Mali, Madagascar, Repubblica Democratica del Congo...).
Le leadership longeve, sia con relativi progressi economici (come nel caso di Angola,
Uganda, Ruanda...) sia più spesso con stagnazione sociale e l’implosione economica
(Eritrea, Togo, Ciad, Camerun, Zimbabwe...) – restano tali, come detto, per l’appoggio
incondizionato dei militari. E proprio l’uso della forza (più o meno camuffato dalla
propaganda) rappresenta l’elemento discriminante per affrontare i problemi nazionali
che via via si presentano. Anche dove sono stati avviati processi di pacificazione, dopo
conflitti spesso ultraventennali, come nel caso del Sud Sudan, gli antagonismi personali
sono tali per cui, prima o poi, si torna a combattere. Evidentemente, la persistenza del
settarismo oligarchico, come anche la crescita esponenziale degli interessi economici
internazionali, hanno rafforzato i 'Cesari' e le loro dinastie, spingendo i gruppi e le etnie
subalterne, soprattutto quelle più povere, tra le braccia di organizzazioni e dottrine che
canalizzano la spinta antigovernativa. In molti casi, il marxismo è stato sostituito dal
radicalismo islamico di matrice salafita e il sostegno sovietico è stato rimpiazzato
dall’ingresso nel network di al-Qaeda o del Daesh. Si tratta di vere operazioni di
franchising, a livello regionale, non solo per garantire traffici illeciti, ma anche per
sopperire alle lacune sociali, educative ed amministrative dei governi centrali. In sintesi,
anche quei Paesi che sembrano avviati verso processi di graduale stabilizzazione, come
la ricca Nigeria, sono in realtà esposti a rischi di improvvisa implosione, poiché il sistema
istituzionale è ostaggio del potere centrale. In questo Paese, afflitto dal terrorismo
spietato di Boko Haram, si sono succeduti negli ultimi decenni governi militari e civili, i
quali hanno gestito le risorse nazionali secondo logiche clientelari. Sebbene da circa 15
anni il regime parlamentare, come anche l’alternanza al governo, si siano consolidati, la
struttura centralistica del potere è tale per cui i presidenti di turno, nonostante il
maquillage democratico, fanno carte false pur di accaparrare denaro. L’ex presidente
nigeriano Goodluck Jonathan, secondo la rivista People with Money, ha raggranellato un
'fatturato' annuo di 58 milioni di dollari, senza contare proprietà immobiliari e
investimenti anche al di fuori del Paese. Rimane il fatto che nell’Africa subsahariana la
tentazione, tranne alcune eccezioni, è sempre quella di mantenere il potere a ogni costo.
A parte il regime di Museveni e quelli già citati, vi sono personaggi come Teodoro Obiang
Nguema, presidente della Guinea Equatoriale, al vertice dal 1979, o Joseph Kabila, capo
di Stato della Repubblica Democratica del Congo già da 15 anni, che si ritengono 'eterni'.
Questi 'dinosauri' della politica africana rappresentano un problema non solo quando
sono in sella, ma anche qualora escano di scena volontariamente o dopo una
destituzione. Il rischio è che si aprano voragini politico-istituzionali con l’implosione del
sistema statuale, come avvenuto nel caso di Muammar Gheddafi, rovesciato con
l’intervento di Londra e Parigi. È vero che la società civile africana, se fosse debitamente
valorizzata, potrebbe rappresentare il vivaio di nuove classi dirigenti in grado di servire
con maggiore dedizione la res publica. Ma è altrettanto vero il problema trasversale
africano dello 'Stato-Nazione', così come venne descritto dallo storico inglese Basil
Davidson, secondo il quale una forma istituzionale di imitazione occidentale si traduce,
nel contesto africano, in governi personali e autocratici, fondati sul nepotismo e la
corruzione, esercitati a favore di alcune componenti etniche contro le altre. A questo
riguardo, Davidson stigmatizzava le pesanti responsabilità delle ex potenze coloniali
nella cooptazione di élite autoctone che si prestano, ancora oggi, al mantenimento di
rapporti economici ineguali seppure informali. Il tutto attraverso milizie private e
compagnie multinazionali, finalizzate allo sfruttamento delle risorse naturali e del tutto
indipendenti da qualsiasi forma di consenso o legittimazione popolare. Seguire, allora, il
filo rosso dei mali africani porta anche alle responsabilità di quei governi europei (e non
solo) che oggi fanno orecchie da mercante rispetto all’emergenza dei flussi migratori.
LA NUOVA
Pag 1 Migranti. Perché accoglierli in Europa di Gigi Riva
Si può tirare il fiato e «guardare dalla riva l’altrui rovina» (Lucrezio). È comprensibile,
non è edificante. Perché bisogna essere pronti a voltare il cannocchiale: per essere
preparati quando il cannocchiale si volterà da solo e ci saremo noi in mezzo al mare.
Trieste e tutto il Nordest respirano perché scende il numero dei profughi, chiudono
alcuni campi di raccolta provvisoria, e spicciamente si dichiara finita l’emergenza. Non è
finita, si è spostata. I migranti sono come l’acqua nei vasi comunicanti, sfociano altrove,
nel nostro Sud già invaso. Ieri la Libia (se c’è ancora una Libia) ne ha censiti all’ingrosso
800 mila in attesa di partire. Solo da lì. E sono milioni che vogliono arrivare. Mura di
pietra non fanno una prigione né sbarre di ferro una gabbia (John Donne). La massima
adattata alla circostanza ci dovrebbe far diffidare dei muri che si sono eretti sulla dorsale
balcanica, su su fino a Vienna. Una cura da pronto soccorso per il virus della paura. La
causa remota della malattia non viene aggredita. Nessun muro è stato alzato per non
essere prima o poi abbattuto. Nel frattempo non è degno dei tanto reclamizzati valori
europei alzare le spalle e pensare: che si arrangi la Sicilia, o la Puglia. Ci siamo detti
Stato moderno anche per quell’idea che in nome della solidarietà ci obbliga a dividere i
fardelli. Ce ne dimentichiamo spesso, nell’egoismo ottuso che mai fa riflettere sulla
domanda: chi è il mio prossimo? È il magrebino, è il siriano. Anche il siciliano o il
francese di Calais. Così come ieri era il veneto, il friulano, il triestino, che supplicavano il
resto del Continente: aiutateci, non ce la facciamo. Gli stessi veneti, friulani, triestini,
che hanno, devono avere, nei retaggi della memoria i profughi “nostri” dell’esodo da
Istria e Dalmazia. Diversi perché nostri? Basta tenere lo sguardo oltre confine per capire
i guasti provocati dall’etnocentrismo. E fuggirne spaventati. L’emigrazione non è un
pranzo di gala (parafrasi di Mao Zedong). Fa male anzitutto a chi vi è costretto. E
provoca disagi anche enormi per chi la subisce. Però. Però intanto è un’illusione
populista pretendere di fermarla. Mai successo, e i nostri nonni furono fra i più bravi a
scavalcare muri. Però può essere una fortuna quando non si guarda l’orizzonte stretto
delle elezioni di dopodomani ma un futuro lungo, cioè con una “visione” del Paese a
vent'anni (anche meno). Per scoprire che saremo costretti, pena la riduzione della
popolazione al lumicino, a implorare che vengano le braccia mancanti a sostenere una
demografia e dunque un’economia anemica, sepolta sotto il peso dei piccoli numeri.
Servirebbe una politica che accetta il rischio dell’impopolarità, che dice cose scomode
ma necessarie, che si spende nella spiegazione complessa e rinuncia allo slogan efficace
e vuoto, alla battuta da tweet. Che guida invece di essere vassalla di una pancia troppo
rumorosa e incosciente per essere anche riflessiva e saggia. Una pancia comunque sazia
se l’Europa resta l’area del mondo col reddito medio più alto, nonostante la lunga crisi.
Per questo continua a essere sogno e meta, oggetto del desiderio. Si è costruita, questa
nostra Europa, quando ha saputo immaginarsi un destino comune che ha preservato per
70 anni dalle guerre. Distribuendo prosperità e risorse. Proprio quanto i disperati della
terra ci chiedono oggi di condividere, almeno in minima parte. Per poi essere immersi in
quel flusso di mercato che ne ha assoluta necessità, nelle regole di una società liberale
che, in quanto tale, se ne infischia della carta d’identità e guarda al profitto. Oltre che,
naturalmente, alle regole. Tanto più saremo sicuri di una nostra identità costruita in
positivo e non per opposizione quanto più saremo in grado di far rispettare quelle regole
ai nuovi venuti, trasformarli in benvenuti in quella mescolanza che è da sempre la cifra
di un Continente cresciuto, anche nelle sue fortune del passato, nel rispetto del
forestiero se non nemico, se capace di accettare il modo di vivere che una società ha
liberamente scelto, che è la spina dorsale della sua stessa essenza. I migranti, quasi
scomparsi momentaneamente dal nostro orizzonte visivo, torneranno. A noi la scelta.
Approfittare dell’intervallo concesso per prepararci al meglio ad accoglierli. O mettere la
testa sotto la sabbia. E ripiombare nella sempiterna emergenza.
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