Rassegna stampa 16 maggio 2016
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Transcript Rassegna stampa 16 maggio 2016
RASSEGNA STAMPA di lunedì 16 maggio 2016
SOMMARIO
“Una recente ricerca condotta dall’Institute of Politics della Università di Harvard scriveva sabato scorso Mauro Magatti sul Corriere della Sera - ha fatto discutere i
media americani. Dai dati, risulta infatti che, nei giovani tra i 19 e i 25 anni, solo il
42% degli intervistati sostiene il capitalismo, mentre la maggioranza (51%) ne ha
un’opinione negativa. Il Washington Post è arrivato a chiedersi se la crisi non stia
cambiando gli orientamenti culturali delle nostre società: forse di fronte a un cambio
generazionale destinato a trasformare gli equilibri economici e sociali? Difficile dire
come andranno le cose. Certo è che i dati della prestigiosa università sembrano
confermare ciò che, da qualche tempo, segnalano anche altri istituti di ricerca: nella
testa e nel cuore dei giovani americani (ed europei) sta cambiando qualcosa.
Lontanissimi gli anni della contestazione, ma anche i tempi in cui a spopolare era
l’affermazione soggettivistica del proprio Io, i giovani cresciuti nella crisi - specie
quelli dotati di un buon livello di istruzione - esprimono sensibilità nuove verso la
costruzione di un equilibrio più avanzato tra l’Io e il Noi, tra il sé e l’ambiente
circostante. Le ricerche dicono, ad esempio, che i millennials hanno maturato un
orientamento critico tanto verso il liberismo sfrenato quanto verso lo statalismo
aggressivo. Convinti della bontà dell’economia di mercato, pensano tuttavia che essa
vada regolata e difesa dei suoi stessi eccessi e che sia importante il ruolo attivo che lo
Stato può svolgere per garantire le condizioni della crescita. Molto sensibili nei
confronti della questione ambientale, i ragazzi sono convinti che il tema debba essere
preso sul serio: non c’è più tempo per rinviare decisioni necessarie per la
sopravvivenza del pianeta. Semplicemente perché sanno che sarà la loro generazione
a dover sopportare i costi di una colpevole inazione. Inoltre, i millennials fanno della
tolleranza un valore fondamentale e ritengono che la convivenza delle diversità debba
diventare un modo ordinario di convivere. Un atteggiamento che li rende anche aperti
nei confronti dei migranti, visti più come risorsa che come minaccia. Chi arriva è
titolare del diritto a costruirsi una vita migliore. Un diritto che gli stessi giovani vivono
sulla loro pelle poiché sanno, per scelta o per necessità, che le loro possibilità di vita
non sono legate al posto in cui sono nati. Infine, l’affermazione personale non è
contrapposta ai rapporti sociali. Per la propria vita i giovani aspirano a svolgere
un’attività che riconosca le loro capacità, ma che al tempo stesso possa recare un
vantaggio alla comunità nella quale vivono, al di là del puro reddito economico o della
pura strumentalità. E considerano la qualità delle relazioni un ingrediente
fondamentale per il proprio benessere. Una sensibilità che nasce da un’esperienza
fondamentalmente positiva dei legami familiari, punto di riferimento sicuro e solido in
un mondo incerto. Si tratta, come si può vedere, di un pacchetto di orientamenti
dotato di una chiara logica interna. Una logica relazionale. È come se la nuova
generazione, di fronte ai guasti lasciati dal modello di sviluppo iperindividualistico
degli ultimi decenni, stesse cercando di trovare un nuovo modo di pensare il legame
con l’altro, visto come costitutivo e non minaccia della propria libertà. Riconoscendo,
in buona sostanza, che non esiste l’Io se non in relazione. Ovviamente le ricerche non
dicono che tutti giovani la pensano in questo modo. E tuttavia esse riconoscono un
orientamento prevalente, benché ancora frammentato e soprattutto privo di un
discorso pubblico capace di renderlo riconoscibile e riproducibile. Ma, come già
accaduto altre volte nella storia (l’ultima volta nel ‘68), anche oggi è probabilmente
negli orientamenti di questi giovani che si può intravvedere una via per il nostro
futuro. A condizione che, anche politicamente, le generazioni degli adulti e degli
anziani siano disposte ad ascoltare le proposte e le istanze di chi ha vissuto la propria
adolescenza lontano dei miti della crescita infinita; di chi cioè ha conosciuto sulla
propria pelle i guasti e le contraddizioni di un modello in liquidazione. Così, con
forme, parole e modalità nuove siamo forse alla vigilia di un nuovo cambio di
generazione. Che, possiamo tutti augurarci, potrebbe trasformarsi presto anche in un
cambio di paradigma sociale” (a.p.)
3 – VITA DELLA CHIESA
L’OSSERVATORE ROMANO di domenica 15 maggio 2016
Pag 7 Scossa all’indifferenza
All’udienza giubilare il Papa parla della pietà
AVVENIRE di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 Dignità nella parola di Pierangelo Sequeri
La Pentecoste e il nostro tempo
Pag 3 Accade a Lourdes e questo importa di Marina Corradi
Forse un miracolo, certo una storia vera e bella
Pag 20 “Amoris laetitia, attenzione all’esperienza dell’amore” di Luciano Moia
Don Marengo: accettare i cammini incompiuti
CORRIERE DELLA SERA di domenica 15 maggio 2016
Pag 18 Il richiamo di Bergoglio su cani e gatti: “C’è chi ama più loro del
prossimo” di Gian Guido Vecchi e Margherita De Bac
Il teologo degli animali: vi spiego il paradosso del Papa
CORRIERE DEL VENETO di domenica 15 maggio 2016
Pag 6 La pastora alle donne-diacono: “Cattolici pronti ad accettarvi” di Andrea
Priante
La valdese predica a Venezia: “Non c’è discriminazione”
IL GAZZETTINO di domenica 15 maggio 2016
Pag 8 “C’è chi ama i gatti ma ignora i vicini” di Franca Giansoldati
Il richiamo del Pontefice fa infuriare gli animalisti: “Si occupi dei problemi della Chiesa”
LA NUOVA di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 Bergoglio non si farà intimidire di Orazio La Rocca
L’OSSERVATORE ROMANO di sabato 14 maggio 2016
Pagg 4 – 5 Le donne nella vita della Chiesa
Nel colloquio di Papa Francesco con le superiore generali
AVVENIRE di sabato 14 maggio 2016
Pag 5 Diaconato femminile, il Papa “sorpreso” di Gianni Cardinale, Filippo Rizzi e
Laura Badaracchi
Becciu: non affrettiamo le conclusioni. Lombardi: non ha parlato di ordinazioni. Noceti:
lavoro lungo ma i tempi sono maturi per affrontare la questione. Prinzivalli: “Nella
Chiesa delle origini c’erano”
LA REPUBBLICA di sabato 14 maggio 2016
Pag 22 “Non vogliamo fare i preti, solamente contare di più” di Paolo Rodari
Parla suor Carmen Sammut, paladina della richiesta di diaconato femminile. “Dal Papa
una scossa alla Chiesa maschilista”
IL SOLE 24 ORE di sabato 14 maggio 2016
Il diaconato femminile tra rottura e tradizione di Marco Roncalli
IL FOGLIO di sabato 14 maggio 2016
Pag 3 Donne diacono, sono più le chiusure che le aperture del Papa di Matteo
Matzuzzi
WWW.VATICANINSIDER.LASTAMPA.IT di sabato 14 maggio 2016
Il Vaticano invita alla cautela sul «caso diaconesse» di Andrea Tornielli
Il Sostituto della Segreteria di Stato Becciu racconta la reazione di Francesco a ciò che i
media mondiali hanno scritto: «Mi ha telefonato sorpreso». Padre Lombardi: «Bisogna
essere onesti: il Papa non ha detto che abbia intenzione di introdurre un’ordinazione
diaconale delle donne». Il grande pericolo del clericalismo
5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA E LAVORO
CORRIERE DELLA SERA
Pag 19 Pagare le tasse? E’ giusto e civile, ma in Italia non è bello di Susanna
Tamaro
Noi e il fisco
LA REPUBBLICA
Pag 1 Un figlio costa anche da grande di Chiara Saraceno
IL GAZZETTINO
Pag 15 Adozioni e gay, sempre e comunque dalla parte del bimbo di Alessandra
Graziottin
CORRIERE DELLA SERA di domenica 15 maggio 2016
Pag 21 Noi e le riunioni, usi e malcostumi di Elvira Serra
CORRIERE DEL VENETO di domenica 15 maggio 2016
Pagg 2 – 3 Banche fragili di Angela Pederiva
Sofferenze a 18 miliardi, il triplo del 2009. Ecco perché ogni 10 euro prestati 1 si perde
AVVENIRE di domenica 15 maggio 2016
Pag 12 Affido condiviso, quei padri senza diritti di Luciano Moia
In Italia 5 milioni coinvolti da separazioni. Inapplicata la parità genitoriale. Le storie di
Giorgio e Marco
IL GAZZETTINO di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 Più coraggio per spingere la ripresa di Romano Prodi
Pag 17 L’Italia cresce meno degli altri ma c’è chi finge di non vedere di Enrico
Cisnetto
CORRIERE DELLA SERA di sabato 14 maggio 2016
Pag 1 La ripresa troppo blanda di Dario Di Vico
Il Pil, i dubbi
Pag 20 I giovani dell’era della crisi che non amano il capitalismo di Mauro Magatti
AVVENIRE di sabato 14 maggio 2016
Pag 1 Equità contro paura di Leonardo Becchetti
Che cosa serve per fermare i populismi
Pag 7 Aiuti ai bambini, l’Italia ha un gap da colmare di Massimo Calvi, Arturo
Celletti e Angelo Picariello
De Palo: “Famiglia ignorata. Vogliamo risposte”. Costa: “Più figli meno tasse, è strada
obbligata”
7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA
IL GAZZETTINO DI VENEZIA
Pag IV L’eredità di Alvise Zorzi: le sue memorie veneziane e il libro sulle Scuole
grandi di Vettor Maria Corsetti
Funerali domani a Roma, ma si pensa ad una cerimonia pubblica a Venezia
Pag XII Quindicimila euro per tre parrocchie di Riccardo Coppo
Caorle, con i fondi del Comune
CORRIERE DEL VENETO di domenica 15 maggio 2016
Pag 17 Addio ad Alvise Zorzi. Una storia d’amore con Venezia di Lorenzo Tomasin
LA NUOVA di domenica 15 maggio 2016
Pag 19 La processione dei filippini con 40 regine di Nadia De Lazzari
Da San Marco a Sant’Elena
Pag 32 Il sindaco apre la spiaggia per le unioni civili a Jesolo di Giovanni Cagnassi
8 – VENETO / NORDEST
IL GAZZETTINO
Pag 9 “Io, obiettore pentito. Ora pratico aborti per aiutare le donne” di Egle Luca
Cocco
Intervista a Gianluca Paccagnella, responsabile del day hospital della Clinica
ginecologica e ostetrica di Padova: “Situazioni drammatiche”
CORRIERE DEL VENETO di sabato 14 maggio 2016
Pag 5 Unioni civili, decine di coppie gay in attesa di Michela Nicolussi Moro e Davide
Tamiello
… ed inoltre oggi segnaliamo…
CORRIERE DELLA SERA
Pag 1 Scacciare l’Isis non basta di Paolo Mieli
Come evitare il caos
Pagg 2 – 3 Troppi rischi, niente soldati in Libia di Fiorenza Sarzanini e Francesco
Battistini
Un Paese diviso, quattro governi
Pag 4 Marc Augé: “Il multiculturalismo è un inganno, lascia spazio a ideologie
totalitarie di Luca Mastrantonio
LA REPUBBLICA
Pag 1 Il M5S e la retorica della purezza di Nadia Urbinati
IL GAZZETTINO
Pag 1 Caso profughi, non sottovalutare il nodo-risorse di Oscar Giannino
LA NUOVA
Pag 1 Unioni civili e neo crociati una tantum di Francesco Jori
CORRIERE DELLA SERA di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 Il Paese dalle mani legate di Sabino Cassese
Vincoli, veti, norme
Pag 1 Il racconto di 50 donne fermerà Trump? di Beppe Severgnini
Pag 23 Le incertezze che restano nel caso Latorre e Girone di Antonio Armellini
Pag 23 Distinguere i ruoli di una “poliarchia” d poteri distribuiti di Giuseppe De
Rita
LA REPUBBLICA di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 A Renzi ricordiamo: l’Italia ha costruito l’Europa di Eugenio Scalfari
AVVENIRE di domenica 15 maggio 2016
Pag 2 S’avanza un nuovo centralismo democratico di Gianfranco Marcelli
Pag 5 Ma di chi sono quei sei embrioni? di Assuntina Morresi
Furti e padri veri o presunti
Pagg 24 – 25 Il corpo delle donne. Femminismi a confronto di Lucia Bellaspiga
LA NUOVA di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 M5S, i nodi arrivano al pettine di Fabio Bordignon
CORRIERE DELLA SERA di sabato 14 maggio 2016
Pag 1 Per il referendum Renzi cerca anche pezzi di opposizione di Francesco
Verderami
Pag 2 Il blog elastico. Così la fedeltà pesa di più della legalità di Pierluigi Battista
Pag 15 Niente muro al Brennero di Fiorenza Sarzanini
Vienna fa un passo indietro. Ma l’allerta sui flussi migratori resta alta: in aprile più arrivi
in Italia che in Grecia
Pag 21 Con l’elezione di Sadiq Khan perde l’islam intollerante di Bernard-Henri
Lévy
Pag 40 Storie rosa e il Papa, il libro risale di Cristina Taglietti
Il fatturato cresce dello 0,1%, copie ancora giù
LA REPUBBLICA di sabato 14 maggio 2016
Pag 29 Cattolici e laici per un nuovo patto di Agostino Giovagnoli
IL FOGLIO di sabato 14 maggio 2016
Pag I La Santa Europa di Giulio Meotti
Nel cuore del Vecchio continente Papa Francesco non ha mai messo piede. E ora lo vuole
persino “multiculturale”. Molte le chiese che chiudono o sono trasformate in bar e
moschee
IL GAZZETTINO di sabato 14 maggio 2016
Pag 1 Il doppio binario della moralità pentastellata di Mario Ajello
Pag 1 Cattolici e gay, gli equilibrismi politici di Renzi di Bruno Vespa
LA NUOVA di sabato 14 maggio 2016
Pag 1 L’etica è un’esigenza molto seria di Bruno Manfellotto
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3 – VITA DELLA CHIESA
L’OSSERVATORE ROMANO di domenica 15 maggio 2016
Pag 7 Scossa all’indifferenza
All’udienza giubilare il Papa parla della pietà
La vera pietà non va confusa con il pietismo e con la semplice compassione: lo ha
ricordato Papa Francesco all’udienza giubilare di sabato 14 maggio, invitando i fedeli a
scuotersi «di dosso l’indifferenza che impedisce di riconoscere le esigenze dei fratelli».
Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Non sembra tanto buona, la giornata [piove], ma voi
siete coraggiosi e siete venuti con la pioggia. Grazie! Questa udienza si fa in due posti:
gli ammalati sono nell’Aula Paolo VI, per la pioggia: sono più comodi lì e ci seguono con
il maxischermo; e noi, qui. Siamo uniti, noi e loro, e vi faccio la proposta di salutarli con
un applauso. Non è facile fare l’applauso con l’ombrello in mano! Tra i tanti aspetti della
misericordia, ve ne è uno che consiste nel provare pietà o impietosirsi nei confronti di
quanti hanno bisogno di amore. La pietas - la pietà - è un concetto presente nel mondo
greco-romano, dove però indicava un atto di sottomissione ai superiori: anzitutto la
devozione dovuta agli dei, poi il rispetto dei figli verso i genitori, soprattutto anziani.
Oggi, invece, dobbiamo stare attenti a non identificare la pietà con quel pietismo,
piuttosto diffuso, che è solo un’emozione superficiale e offende la dignità dell’altro. Allo
stesso modo, la pietà non va confusa neppure con la compassione che proviamo per gli
animali che vivono con noi; accade, infatti, che a volte si provi questo sentimento verso
gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli. Quante volte
vediamo gente tanto attaccata ai gatti, ai cani, e poi lasciano senza aiutare il vicino, la
vicina che ha bisogno... Così non va. La pietà di cui vogliamo parlare è una
manifestazione della misericordia di Dio. È uno dei sette doni dello Spirito Santo che il
Signore offre ai suoi discepoli per renderli «docili ad obbedire alle ispirazioni divine»
(Catechismo della Chiesa Cattolica, 1830). Tante volte nei Vangeli è riportato il grido
spontaneo che persone malate, indemoniate, povere o afflitte rivolgevano a Gesù: “Abbi
pietà” (cfr. Mc 10, 47-48; Mt 15, 22; 17, 15). A tutti Gesù rispondeva con lo sguardo
della misericordia e il conforto della sua presenza. In tali invocazioni di aiuto o richieste
di pietà, ognuno esprimeva anche la sua fede in Gesù, chiamandolo “Maestro”, “Figlio di
Davide” e “Signore”. Intuivano che in Lui c’era qualcosa di straordinario, che li poteva
aiutare ad uscire dalla condizione di tristezza in cui si trovavano. Percepivano in Lui
l’amore di Dio stesso. E anche se la folla si accalcava, Gesù si accorgeva di quelle
invocazioni di pietà e si impietosiva, soprattutto quando vedeva persone sofferenti e
ferite nella loro dignità, come nel caso dell’emorroissa (cfr. Mc 5, 32). Egli le chiamava
ad avere fiducia in Lui e nella sua Parola (cfr. Gv 6, 48-55). Per Gesù provare pietà
equivale a condividere la tristezza di chi incontra, ma nello stesso tempo a operare in
prima persona per trasformarla in gioia. Anche noi siamo chiamati a coltivare in noi
atteggiamenti di pietà davanti a tante situazioni della vita, scuotendoci di dosso
l’indifferenza che impedisce di riconoscere le esigenze dei fratelli che ci circondano e
liberandoci dalla schiavitù del benessere materiale (cfr. 1 Tm 6, 3-8). Guardiamo
l’esempio della Vergine Maria, che si prende cura di ciascuno dei suoi figli ed è per noi
credenti l’icona della pietà. Dante Alighieri lo esprime nella preghiera alla Madonna posta
al culmine del Paradiso: «In te misericordia, in te pietate, [...] in te s’aduna quantunque
in creatura è di bontate» (XXXIII, 19-21). Grazie.
AVVENIRE di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 Dignità nella parola di Pierangelo Sequeri
La Pentecoste e il nostro tempo
Il problema odierno dello Spirito non è la ricchezza delle lingue, è proprio la miseria del
linguaggio. Hai voglia a decifrare e a tradurre. Un grugnito è un grugnito. Quando il
linguaggio raggiunge la soglia inferiore della civiltà della parola, la Santa Colomba non
sa più dove posarsi, per ispirare parole decenti e intelligenti. Il degrado del linguaggio,
mi pare, in questo momento è il punto più basso della nostra civiltà. Questo degrado è
veicolo di epidemie: porta rozzezza, insensibilità, aggressività, presunzione, prepotenza,
violenza. La cosiddetta sfera della comunicazione ne è intasata. Ma il livello
dell’interazione sociale si va rapidamente omologando. La chiamano franchezza, ma è
prepotenza:
violazione
dell’intimità
(propria,
ma
anche
altrui),
esibizione
dell’inguardabile (coi bambini che ci guardano). Il coraggio di dire quello che si pensa
sarebbe certamente una virtù: ma c’è modo di farlo, bisogna pur avere uno straccio di
pensiero, per semplice che sia. (D’ora in avanti, rispettate i carrettieri: è l’epoca della
maleducazione degli insospettabili, il momento della grevità dei colletti bianchi). Nella
politica, poi (la democrazia, del resto, è partecipazione), dichiarazioni che vorrebbero
essere solenni come giuramenti assomigliano sempre più alle grida che incitavano i
gladiatori al tempo di san Paolo. E non ci soffermiamo sulla scuola, dove un manipolo di
generosi e appassionati è circondato più del generale Custer. Nel libro biblico del
Siracide, scritto originariamente in ebraico (e ben conosciuto dalla tradizione rabbinica,
benché non accolto nel canone giudaico), si trova un passo straordinario: «Nel discorso
del pio c’è sempre saggezza, lo stolto muta come la luna. Tra gli insensati bada al
tempo, tra i saggi fermati a lungo. Il discorso degli stolti è un orrore, il loro riso fra i
bagordi del peccato. Il linguaggio di chi giura spesso fa rizzare i capelli, e le loro
questioni fan turare gli orecchi. Uno spargimento di sangue è la rissa dei superbi, le loro
invettive sono un ascolto penoso» (Siracide 27, 12-16). Ce n’è per tutti, come si vede.
Persino nella Chiesa non mancano segni eccessivi di nervosismo, e serpeggiano le
incontenibili pulsioni degli apocalittici e degli svagati. Certo, la Chiesa ha molti più
anticorpi. I beni del pensiero, la qualità del discorso, la franchezza del Vangelo, la
passione per la riflessività e la meditazione, hanno plasmato una grande tradizione, che
merita riabilitazione. È il momento di ricordarsi della sua bellezza e di chiedere con
passione i doni speciali dello Spirito che la rianima, anzitutto nella Chiesa. Non solo per
sé, ma anche per farne circolare l’amabilità e la grazia nella sgangherata sintassi di
questo nostro postumanesimo mercantile. Lo Spirito di Dio non ha soltanto il dono delle
lingue, per farsi intendere da tutti. Ha il dono del linguaggio, per trasformare anche i
gemiti della creatura oppressa, incerta sui suoi stessi desideri più profondi, in autentica
poesia dell’invocazione di una speranza migliore. Lo Spirito, come dice san Paolo, «viene
in aiuto della nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente
domandare » (Lettera ai Romani 8,26). I doni dello Spirito sono come una sinfonia di
questo tratto di stile, che ricompone la lingua degli uomini e restituisce la convivenza
alla sua bellezza: sapienza e intelligenza, consiglio e fortezza, conoscenza, pietà e timor
di Dio (Isaia 11, 2). L’Inviato di Dio, che deve irradiare la forza di questo Spirito, «non
giudica secondo le apparenze e non prende decisioni per sentito dire». Giudica «con
giustizia i miseri» e «prende decisioni eque per gli oppressi del paese» e porta la pace
persino fra il lupo e l’agnello (cfr. Isaia 11, 3-9). La pietà e il timore di Dio non parlano
di fremiti velleitari della compassione e di trucide intimidazioni del sacro: parlano di
ritrovato rispetto per il Mistero della benedizione che ci tiene insieme. La Pentecoste
dello Spirito, che parla tutte le lingue, in questo Giubileo della Misericordia, porta una
parola necessaria per tutti. Le pulsioni che distruggono il linguaggio creano inimicizia e
insensibilità. Ci distruggono. Lo Spirito lascia intatta la bella varietà delle lingue, ma ci
restituisce alla dignità del linguaggio comune: nel quale ci parliamo, ci ascoltiamo, ci
affezioniamo alla vita. Il più bello di tutti i nostri legami.
Pag 3 Accade a Lourdes e questo importa di Marina Corradi
Forse un miracolo, certo una storia vera e bella
Una bambina di sei anni è a Lourdes con la madre. Vive con gli apparecchi acustici, è
sorda dalla nascita, dopo un parto gravemente prematuro. Gioca, poi corre dalla madre,
e si toglie gli apparecchi. 'Non mi servono più, ci sento bene', annuncia festosa. La storia
raccontata venerdì da 'Avvenire' e accaduta l’11 maggio è di quelle che lasciano divisi tra
commozione e cautela. L’episodio ha avuto numerosi testimoni, e una ventata di gioia e
gratitudine si è diffusa fra i pellegrini milanesi dell’Unitalsi cui la famiglia della bambina,
ligure, si era unita. La documentazione medica andrà in mano al Bureau Medical di
Lourdes, che accerterà quali siano le condizioni della piccola ora, e quali fossero prima.
Chi c’era, prudentemente non parla di miracolo, che è evento improvviso e
scientificamente inspiegabile, ma di guarigione: e di guarigioni, e soprattutto spirituali,
ne avvengono non poche a Lourdes, testimoniano i sacerdoti che accompagnano i
pellegrini. Nell’attesa che il Bureau Medical faccia la sua indagine, colpiscono però le
parole della madre della bambina: «Una mattina mi sono detta: devo portare mia figlia a
Lourdes. Per ringraziare la Madonna che l’ha protetta: rischiava la vita, ce l’ha fatta ed è
una bambina serena e felice. Ma anche per chiedere sostegno, per trovare la forza di
affrontare, lei, io, tutti noi, questo cammino di vita così esigente». Dunque, la donna
aveva deciso di andare a Lourdes prima di tutto per ringraziare di quella figlia, nata a
appena sei mesi di gestazione il giorno di Natale del 2009. Pesava 800 grammi. I medici
del Gaslini di Genova erano riusciti a salvarla, ma i farmaci che si usano in questi casi
possono comportare la sordità. E così è accaduto, la bambina parla e gioca come i suoi
coetanei, ma le è stata diagnosticata una sordità profonda. Un handicap grave quindi:
eppure quella madre era andata a Lourdes a dire 'grazie'. Forse solo chi ha avuto un
figlio malato può capire fino in fondo come quella che agli altri appare un’odissea, per
una madre possa essere già una grazia. Perché quella figlia, di cui ha temuto che non
sarebbe vissuta, lentamente ce l’ha fatta, un giorno dopo l’altro acquistando, lei nata
piccola come una bambola, forze e peso. L’attaccamento a un figlio che si è creduto
perso e che nasce come una seconda volta può essere straordinario. Prima che a
chiedere una guarigione, che forse le pare pretesa troppo grande, la donna va a dire
grazie - grazie, di avermela lasciata. E chiede aiuto per crescerla. Non c’è, in nessuna
sua parola, traccia di recriminazione, e invece c’è la contentezza per ciò che ha avuto. La
storia di oggi ci fa venire in mente un pellegrinaggio a Lourdes di alcuni anni fa. Sul volo
da Roma c’era un anziano prete di un paesino del Sud, che da quasi trent’anni tornava a
Lourdes. Gli domandai di cosa avesse visto, e cosa domandasse la gente alla Madonna, e
perché molti tornino anno dopo anno, fedeli. «Vede, la maggior parte di quelli che ho
accompagnato io – rispose –, sono andati, e negli anni tornati, a ringraziare. È questo il
segreto: la gratitudine di chi, anche malato o povero, guarda la sua vita e ne riconosce il
bene». Il bene di un matrimonio che nelle difficoltà della vita va avanti, di una malattia
che si sopporta, di un figlio ferito in un incidente, e però vivo. In questo sentimento,
diceva il sacerdote con i capelli bianchi, il cuore si allarga e si è lieti già di quello che la
vita ci dà. E si torna a casa ricostituiti, e come abbracciati. O, a volte, su questo humus
di contentezza qualcosa dei mali che ci affliggono allenta i suoi nodi, riappacificati. Ci
sono guarigioni interiori che non possono essere chiamate miracoli, ma che sono una
benedizione per chi le sperimenta. Poi, un giorno a Lourdes, c’è una bambina sorda, che
butta via gli apparecchi acustici. Miracolo, forse, lo stabiliranno altri. Nel leggere di
questa guarigione ci resta addosso il pensiero di una madre andata, prima di tutto, a
rendere grazie di quella figlia, così come le è stata data, e la coscienza della grandezza
di questa semplicità. In cui, come in una terra fertile, la grazia di Dio può operare. E,
infine, bisogna avere l’umiltà di rimanere in silenzio: grati di ciò che può accadere,
davanti alla Madonna, senza che noi sappiamo dargli un nome.
Pag 20 “Amoris laetitia, attenzione all’esperienza dell’amore” di Luciano Moia
Don Marengo: accettare i cammini incompiuti
Il costante richiamo alla misericordia nell’Amoris laetitia non impoverisce la verità e nel
racconto dell’amore umano non impedisce di indicare il male quando è male. Ma, fa
notare don Gilfredo Marengo, docente di antropologia teologica all’Istituto Giovanni
Paolo II, permette soprattutto di capire che il cammino di ogni uomo e di ogni donna va
accettato così com’è, fragile e incompiuto.
Dopo una sessantina di pagine in cui ha affrontato il tema famiglia nella Bibbia, ha
messo in luce le situazioni di crisi e poi ha ripercorso il magistero della Chiesa sullo
stesso tema, il Papa apre il quarto capitolo di Amoris laetitia spiegando che comunque
tutto quanto detto non è sufficiente a capire il vangelo del matrimonio 'se non ci
soffermiamo in modo specifico a parlare d’amore'. Un cambio di prospettive?
Il testo, proprio nel titolo, sancisce la scelta dell’amore come parola chiave e come
elemento di novità che intende offrire. Non è inutile ricordare che scommettere
sull’amore umano è stato per la Chiesa cattolica una conquista recente: un percorso
iniziato intorno alla seconda metà del secolo scorso e che ha prodotto una riflessione in
merito assolutamente originale, oggi autorevolmente confermata. Sono ormai lontani i
tempi in cui era ampiamente condivisa la tesi che vedeva nell’istituto del matrimonio
l’indispensabile correttivo ai disordini dell’amore romantico.
Ma non si era già parlato abbastanza d’amore nel Vaticano II e poi nel magistero di
Giovanni Paolo II?
Negli ultimi decenni è progressivamente maturata nella Chiesa la consapevolezza che
l’esperienza dell’amore umano dovesse essere riconosciuta come luogo massimamente
espressivo della questione antropologica contemporanea. Tale convincimento si è
manifestato secondo due passaggi. In un primo tempo ci si è confrontati con la
provocazione libertaria (la rivoluzione sessuale) che progressivamente si è imposta a
partire dalla prima metà degli anni Sessanta. Essa ha avuto conseguenze drammatiche
prima di tutto nel tessuto ecclesiale: basterà ricordare la 'crisi' di Humanae vitae e
quanto quella mentalità sia stata pervasiva tra i cristiani.
Che ferite ha lasciato nelle comunità questa crisi?
Ci si rese ben presto contro che occorreva andare oltre la proposta di norme morali,
spesso trasmesse in modo schemativo, senza che - soprattutto alle giovani generazioni
fossero chiarite le ragioni e la pertinenza alla totalità dell’esperienza della fede. L’enfasi
moralistica sulle norme faceva emergere i limiti di un’adesione al cristianesimo che
spesso, a partire dal secondo dopoguerra, sembrava formale e demotivata in un
Occidente in cammino verso la secolarizzazione »
Non è proprio quelle che Francesco condanna nell’Amoris laetitia (n.36) l’'ideale
teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla
situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono'?
Qualcosa di simile è accaduto anche in certi ambienti ecclesiali: un singolare
ressourcement romantico che ha preteso di procedere senza soluzione di continuità dagli
echi della comunione trinitaria nella vita sponsale... fino alla proposta obbligante dei
metodi naturali di regolazione delle nascite, con una disinvoltura tanto culturalmente
improvvida quanto pastoralmente sterile. Le cose si sono complicate quando, a partire
dagli anni Novanta, le problematiche in gioco si sono acuite e aggrovigliate: ideologia
gender, riconoscimento delle unioni omosessuali, gravi questioni bioetiche.
Come ha reagito la pastorale della famiglia a questa crescente complessità?
Il combinato disposto di questi fatti ha realizzato un esito sconcertante: ricacciare
progressivamente sullo sfondo il vissuto quotidiano degli uomini e delle donne che si
sposano e mettono su famiglia, chiamati a mettere in gioco la loro libertà in un progetto
tanto affascinante quanto complesso, vario, fatto di tappe, successi, fragilità, limiti e
difficoltà; il tutto vissuto in una temperie sociale che obiettivamente cospira a instillare
dubbi e paure sulla bontà di quel progetto.
Che alternative offre l’Esortazione a questa deriva?
Privilegia due registri: l’attenzione al vissuto concreto della famiglie (colto nel qui e ora
del tempo presente) e il primato da assegnare alla dimensione storica dell’esperienza
dell’amore umano. In altri termini: il 'per sempre' che appartiene in origine all’amore
umano si rivela, innanzitutto a coloro che si amano, in un cammino, in tappe e percorsi
che non possono essere determinati a priori, ma chiedono di essere guardati e
accompagnati, consapevoli che 'bisogna mettere da parte le illusioni e accettarlo così
com’è: incompiuto, chiamato a crescere, in cammino' (Al 218), fino a sottolineare, con
acuta originalità, che l’amore tra l’uomo e la donna è artigianale (Al 221).
Qualcuno ha fatto notare che il richiamo alla misericordia rischia di introdurre una sorta
di relativismo etico che indebolirebbe la verità.
No, il Papa si rivolge alle differenti storie dell’amore senza mettere mai tra parentesi la
fatica, la crisi, la contraddizione e il peccato. L’appello alla centralità pastorale della
Misericordia non ha nulla a che fare con una superficiale condiscendenza, né tanto meno
impedisce la consapevolezza drammatica di quanto – anche in una storia d’amore – il
male faccia male, anzi ne rende possibile una piena consapevolezza. Proprio per questi
motivi il richiamo insistente alla misericordia, individua uno spazio nel quale, per grazia,
l’amore incondizionato del Padre raggiunge e trasfigura ogni concreta storia d’amore.
CORRIERE DELLA SERA di domenica 15 maggio 2016
Pag 18 Il richiamo di Bergoglio su cani e gatti: “C’è chi ama più loro del
prossimo” di Gian Guido Vecchi e Margherita De Bac
Il teologo degli animali: vi spiego il paradosso del Papa
Città del Vaticano. Il sabato la catechesi giubilare del Papa ruota attorno ai vari aspetti
della misericordia, stavolta Francesco si sofferma sulla pietà «che non va confusa con
quel pietismo, piuttosto diffuso, che è solo un’emozione superficiale e offende la dignità
dell’altro» e neppure «con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con
noi: accade, infatti, che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga
indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli». Ed è qui che Francesco alza lo sguardo
dal discorso scritto e considera a braccio: «Quante volte vediamo gente tanto attaccata
ai gatti, ai cani, e poi lasciano senza aiuto il vicino, la vicina che ha bisogno... No, eh?
D’accordo?». Non è la prima volta che Francesco si sofferma su questo paradosso. Due
anni fa deplorava quei matrimoni «che non vogliono avere figli, che vogliono rimanere
senza fecondità» fino ad esclamare: «Ma forse è meglio, è più comodo avere un
cagnolino, due gatti, e l’amore va ai due gatti e al cagnolino!». Il problema è
l’atteggiamento verso il prossimo umano e non gli animali domestici. La pietà in Gesù è
«condividere la tristezza di chi incontra e operare per trasformarla in gioia». Sul suo
esempio, ha spiegato Bergoglio, «siamo chiamati a scuoterci di dosso l’indifferenza che
impedisce di riconoscere le esigenze dei fratelli che ci circondano e liberandoci dalla
schiavitù del benessere materiale». Francesco, del resto, è il Papa che ha scelto il nome
del santo di Assisi e alla custodia del creato, animali compresi, ha dedicato l’enciclica
Laudato si’ , fino a chiedere una «conversione ecologica» e scrivere: «Noi non siamo
Dio. La terra ci precede e ci è stata data... Lo scopo finale delle altre creature non siamo
noi». Il rapporto tra fede cristiana e mondo animale è complesso e per certi versi
irrisolto. In un’altra catechesi, il 26 novembre 2014, Francesco aveva parlato del
Paradiso: «È bello pensare al Cielo. Tutti noi ci troveremo lassù, tutti. La Sacra Scrittura
ci insegna che il compimento di questo disegno meraviglioso non può non interessare
anche tutto ciò che ci circonda e che è uscito dal pensiero e dal cuore di Dio». In che
modo, è materia di discussione tra i teologi. Si dice - ma il racconto non ha mai trovato
conferma - che Paolo VI avesse consolato un bambino in lacrime per la morte del suo
cane dicendogli: «Un giorno rivedremo i nostri animali nell’eternità di Cristo». Anche
Giovanni Paolo II disse in un’udienza del 1990: «Alcuni testi sacri ammettono che anche
gli animali hanno un alito o soffio vitale e che l’hanno ricevuto da Dio». Una prospettiva
che Benedetto XVI - del quale peraltro è noto il grande amore, in particolare, per i gatti
- sembrò sbarrare durante un’omelia di sei anni fa: «Nelle altre creature, che non sono
chiamate all’eternità, la morte significa soltanto la fine dell’esistenza sulla Terra...».
Città del Vaticano. Che ne dice, professore? «Sono pienamente d’accordo con Francesco,
è chiaro. Il paradosso, in questo caso, si vede nel rifiuto che la coscienza oppone alla
chiamata di comunione, di affetto e di sensibilità tra tutto ciò che ha la vita, uomo,
animale o albero». Il grande teologo e biblista Paolo De Benedetti, classe 1927,
pensatore della «teologia degli animali» («Lo stesso Messia sofferente appare negli occhi
di un cane che muore»), risponde dalla sua casa di Asti. Padre ebreo, madre cattolica, si
è definito ironicamente «marrano» e ha insegnato Giudaismo nella Facoltà teologica di
Milano. Un libro omaggio dedicato al suo pensiero conteneva, tra gli altri, saggi degli
amici Carlo Maria Martini e Umberto Eco. Gli acciacchi dell’età non hanno appannato il
suo spirito: «Non vorrei scandalizzarla, ma io penso che Dio abbia voluto l’uomo e
l’intero creato perché altrimenti soffrirebbe, nella sua solitudine».
Non si tratta di scegliere tra uomini e animali, quindi?
«Si tratta di vedere, nel rapporto tra uomini e animali, una scelta che risale a Dio. Non si
può annullare uno dei due. Sempre Dio desidera, sente il bisogno di diffondere la sua
vita su tutto il creato, a qualsiasi grado. Se uno legge attentamente i racconti della
creazione, si rende conto che Dio ha bisogno del creato. Non nel senso che altrimenti
sparirebbe, niente di questo, ma nel senso che Dio ha bisogno di un “tu” che siamo noi».
Noi uomini o noi creature in generale?
«Dipende dai punti di vista. Secondo me ha bisogno dell’intero creato».
Eppure l’insegnamento biblico e della Chiesa pone l’uomo in una posizione di superiorità,
no?
«Il credente deve avere la consapevolezza che sia la vita dell’uomo sia la vita
dell’animale sia la vita dell’albero sono tutte forme che dimostrano come Dio, nei
rapporti con il creato, abbia come strumento fondamentale - direi addirittura come
scettro di governo - la responsabilità dell’uomo verso il creato».
Essere responsabili e non padroni?
«Sì. In un certo senso la storia dell’uomo e del creato ha un doppio insegnamento: ci
educa a rispettare la vita dei viventi, dovunque e comunque sia; e a non porre mai la
nostra identità a livello di quella divina. Direi che il pensiero cristiano nei confronti degli
animali è mediato dalla vitalità che Dio ha seminato in tutto ciò che ha o ha avuto
respiro».
Ma in che senso l’uomo è superiore?
«Nel senso che lo ha deciso Dio. Il credente, deve ricordarsi che Dio gli ha dato un
rapporto con Lui che nessun’altra creatura ha. Ma è proprio questo rapporto a renderlo
responsabile e non onnipotente nei confronti del creato. Spetta alle religioni farlo
capire.»
Lei scrisse un «lamento» in morte della sua gatta, «spero che nei sogni mi verrà ancora
sulle ginocchia» . Pensa che anche gli animali, come gli uomini, abbiano un destino
eterno?
«In un certo senso sì, anche se per adesso noi non sappiamo che cosa sia, questo senso.
Ma c’è».
Roma. Essere legati a cani e gatti e poi ignorare il vicino non va bene, afferma il Papa. È
un comportamento diffuso?
«Avere attenzioni per un animale più che per un inquilino o un altro essere umano può
essere anche una difesa. È meno impegnativo, è un legame che allontana dalla relazione
col prossimo e sul piano emotivo restituisce sensazioni importanti, riempie, non delude»,
commenta senza esprimere giudizi sulle parole del Santo Padre, Vittorio Cigoli
professore emerito e docente di psicologia clinica dei legami familiari presso l’università
Cattolica del Sacro Cuore.
Lei ha sempre avuto al centro delle sue ricerche le dinamiche familiari. Cosa succede
quando arriva un cucciolo in casa?
«Uno dei casi pubblicati nel mio ultimo libro riguarda un cagnolino talmente empatico
con i padroni da riuscire a comprendere il loro rapporto. Quando la coppia andava in crisi
anziché dormire nella solita cuccia trascorreva la notte sotto il letto matrimoniale e
sospirava come per dire, sono qui non abbandonatemi, faccio parte di voi».
D’accordo, però vivere in simbiosi con un animale non impedisce di curarsi degli umani,
o no?
«Da un certo punto di vista invece è un ostacolo. Il rapporto con cani e gatti è più
semplice e ugualmente intenso sul piano emozionale. Quando vengono da me una
coppia o una famiglia la prima domanda che rivolgo è se possiedono un animale».
Come mai attribuisce tanto peso a questo elemento?
«Perché in ogni caso all’interno di un nucleo familiare la presenza di un pet è importante
anche se il rapporto non funziona».
CORRIERE DEL VENETO di domenica 15 maggio 2016
Pag 6 La pastora alle donne-diacono: “Cattolici pronti ad accettarvi” di Andrea
Priante
La valdese predica a Venezia: “Non c’è discriminazione”
Venezia. Nel Veneto «bianco» e cattolico, la Chiesa è sempre più femminile. Mentre papa
Francesco apre alla possibilità di un nuovo ruolo delle donne, con l’istituzione di una
commissione chiamata a studiare la possibilità di istituire le «diaconesse» - che
potrebbero quindi amministrare alcuni sacramenti, come il matrimonio e il battesimo - le
nostre diocesi già da tempo possono contare sul contributo che arriva, è il caso di dirlo,
dall’altra metà del cielo. Un esempio sono le Collaboratrici apostoliche diocesane di
Padova. «Siamo donne e diamo un servizio alla chiesa locale», spiega Virginia Kaladich.
A 58 anni, è dirigente scolastica e presidente nazionale della Federazione degli istituti di
attività educative. Ma già da molti anni, guida questo gruppo di donne attive nella vita
pastorale: dall’annuncio della Parola alla distribuzione dell’eucarestia, fino al catechismo.
Nessuna possibilità di amministrare i sacramenti e quindi non delle vere e proprie
diaconesse. Eppure un primo germe di ciò che indica Bergoglio: una decina di donne
«normali», con il proprio lavoro, ma che hanno deciso di consacrare l’esistenza
promettendo castità e obbedienza. «Sentivo l’esigenza di donarmi alla Chiesa - raccontò
Virginia alcuni anni fa, raccontando al Corriere del Veneto i motivi della sua
consacrazione - e ne ho parlato con il vescovo Mattiazzo. Il mio era un anelito alla chiesa
locale, diventare suora non mi avrebbe dato quello che cercavo, l’esigenza era di un
carisma diverso, l’ho trovato in questa nuova forma di consacrazione, una diaconia al
femminile. Sì, mi sento una diacona, nel senso del servizio. Servo la chiesa di Padova».
Ora la speranza di molti, è che il progetto di papa Francesco porti a un ruolo molto più
ampio, per le donne della Chiesa cattolica. Pur con tutti i distinguo del caso,
un’esperienza importante è quella che racconta la vicentina Caterina Griffante, che da un
paio d’anni è la pastora della piccola comunità della Chiesa Evangelica Valdese e
Metodista a Venezia. «Celebro il culto della santa cena (l’equivalente dell’eucarestia,
ndr) e i battesimi, benedico i matrimoni, guido la preghiera e coordino le attività - spiega
Caterina - ma ci sono molte differenze tra un pastore Valdese e un sacerdote. Per i
cattolici il prete è un mediatore tra Dio e la comunità, mentre per noi il rapporto è
diretto, visto che riconosciamo il sacerdozio universale dei fedeli. Le decisioni vengono
prese in modo democratico dall’assemblea e quindi il mio è più che altro un ruolo
“tecnico”: predico la Parola di Dio, visto che ho studiato teologia». La Chiesa Valdese ha
aperto ai pastori-donna da ormai mezzo secolo. E ora che sembra avvicinarsi una svolta
anche nel mondo cattolico, Caterina Griffante è felice: «Mi fa piacere l’apertura del Papa
- spiega - anche se le sue parole in realtà sono state più caute di quanto sono state fatte
apparire da alcuni giornali. Vedremo quanto tempo ci vorrà, eppure mi auguro con tutto
il cuore di poter conoscere le prime diaconesse, un giorno. I cattolici mi sembrano
pronti: come spesso accade, le persone sono più progressiste di quanto lo siano le
istituzioni. Anche per questo, intorno a me e al ruolo che ricopro a Venezia ho sempre
avvertito tanta curiosità ma non mi sono mai sentita discriminata». La disponibilità,
assicura la pastora di Venezia, non mancherà: «Ho parlato con molte suore e alcune di
loro si sentono pronte a gestire nuove responsabilità, altre lo sono meno. In ogni caso,
la ritengo una rivoluzione necessaria: sono convinta che le donne, con le loro qualità,
possano arricchire la Chiesa cattolica, esattamente come è capitato per quella Valdese».
IL GAZZETTINO di domenica 15 maggio 2016
Pag 8 “C’è chi ama i gatti ma ignora i vicini” di Franca Giansoldati
Il richiamo del Pontefice fa infuriare gli animalisti: “Si occupi dei problemi della Chiesa”
Città del Vaticano. Chissà cosa avrebbe detto San Francesco osservando gli eccessi degli
animalisti, lui che tanto amava gli animali, e parlava con i lupi e gli uccelli del bosco.
Collari firmati, gabbiette da trasporto super accessoriate, guinzagli gioiello, per non
parlare dei profumi e dei balsami per il pelo. L'affetto verso cani o gatti può far perdere
di vista il valore della vita umana? La domanda provocatoria (che ha subito mandato su
tutte le furie gli animalisti) è stata posta da Papa Bergoglio all'udienza giubilare del
sabato. «Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti ai cani, e poi lascia senza
aiuto il vicino o la vicina, rimanendo indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli. No
no, non va bene, siete d'accordo eh?». Sotto una pioggia sferzante è iniziata così una
lezione teologica sulla differenza tra pietà, misericordia e buonismo. Troppa confusione.
«La pietà di cui vogliamo parlare è una manifestazione della misericordia di Dio» e «non
va confusa con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi». Né con
il buonismo. «Per Gesù provare pietà equivale a condividere la tristezza di chi incontra,
ma nello stesso tempo a operare in prima persona per trasformarla in gioia. Anche noi
siamo chiamati a coltivare atteggiamenti di pietà davanti a tante situazioni della vita,
scuotendoci di dosso l'indifferenza che impedisce di riconoscere le esigenze dei fratelli
che ci circondano e liberandoci dalla schiavitù del benessere materiale». Non è la prima
volta che davanti a certi eccessi “del benessere materiale” come le spese per i pet-food,
chiede ai cristiani una presa di coscienza. «La pietà è uno dei sette doni dello Spirito
santo che il Signore offre ai discepoli per renderli docili alle ispirazioni divine». Il Papa ha
anche citato una terzina della Divina Commedia, la preghiera di san Bernardo alla
Vergine: «In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s'aduna Quantunque
in creatura è di bontate!». In piazza, per tutto il tempo, è piovuto a dirotto ma Bergoglio
era di buon umore e ha scherzato: «Non è mica facile fare l'applauso con l'ombrello in
mano». La lavata di testa agli animalisti insensibili ha sollevato un putiferio. Lorenzo
Croce, presidente di Aida, Associazione Italiana Difesa Animali, ha invitato il Papa a
pensare ai preti pedofili o ai cardinali che vivono negli attici lussuosi. «Le sue parole
sono irresponsabili e fuorvianti; nella mia esperienza ho sempre visto situazioni
esattamente inverse, e cioè persone che dicevano di amare il prossimo e in realtà
odiavano uomini e animali. Amare gli animali non è alternativo a voler bene al prossimo
ma solo complementare. Meglio che il Papa si occupi dei problemi della Chiesa». La
denuncia di Francesco trova però riscontri concreti nei Tribunali. Gli eccessi finiscono
persino per fare giurisprudenza. «L'attaccamento nei confronti degli animali è diventato
morboso. In Italia si registrano quattromila separazioni all'anno che hanno al centro
l'affidamento del cane o del gatto».
LA NUOVA di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 Bergoglio non si farà intimidire di Orazio La Rocca
Instancabile papa Francesco. Dopo essersi speso nel corso dei suoi primi tre anni di
pontificato a favore di tematiche scomode come l’accoglienza “incondizionata” a profughi
e migranti, e l’apertura a famiglie “ferite” (divorziati risposati, unioni civili e, persino,
unioni gay), ora è la volta delle donne che, secondo quanto ha detto giovedì scorso alle
suore dell’Uisg - l'organismo che raggruppa tutte le congregazioni religiose femminili “nella Chiesa devono contare di più negli organismi decisionali”. E, per essere ancora più
chiaro, ha toccato uno dei tasti più controversi e dibattuti nella chiesa cattolica, l’accesso
delle donne al diaconato, il primo livello di consacrazione propedeutico al sacerdozio. Un
ruolo di servizio nato nelle prime comunità cristiane, ma che nei secoli successivi è stato
accantonato a causa di scelte eccessivamente maschiliste che hanno di fatto posto la
presenza delle donne ai margini della stessa Chiesa. Papa Francesco, evidentemente,
non intende voltarsi dall’altra parte di fronte a un problema avvertito nella cattolicità da
milioni e milioni di donne, pur essendo perfettamente consapevole che i primi duri no gli
arriveranno proprio all’interno della Chiesa da parte delle correnti ecclesiali più
tradizionaliste e conservatrici, presenti sia in Curia che nel Collegio Cardinalizio. I primi
concreti segnali in tal senso sono già emersi subito dopo l’audace discorso in cui
Bergoglio ha annunciato l’intenzione di voler istituire una commissione di studio ad hoc
per verificare una eventuale fattibilità della reintroduzione del diaconato femminile nella
Chiesa cattolica. Un annuncio apparentemente semplice, forse anche scontato, in linea
con quanto ha già fatto su altre tematiche scomode come il varo di commissioni di studio
per le finanze vaticane, per le comunicazioni sociali e per la lotta alla pedofilia. Ma luogo
- l’austerità dell’aula Paolo VI in Vaticano -, l’uditorio - le 800 delegate religiose
impegnate a Roma al loro congresso internazionale - e la principale destinataria, la
presidente dell’Uisg, suor Carmen Sammut, hanno fatto da detonatore alle parole del
Papa, che in pochi attimi hanno fatto il giro del mondo e messo in fibrillazione favorevoli
e contrari al diaconato femminile. Dentro e fuori il Vaticano non pochi ecclesiastici,
tradizionali punte di icerberg delle componenti più conservatrici della Chiesa - hanno
immediatamente espresso il loro disappunto, prefigurando scenari in un prossimo futuro
nei quali papa Francesco avrebbe aperto d’autorità anche al sacerdozio femminile.
Scenari in gran parte esclusi dalle dirette interessate che, con la presidente Usig, suor
Sammut - a scanso di equivoci - ha già prudentemente dichiarato a Repubblica che loro
- le suore cattoliche - contrariamente a religiose di altre confessioni cristiane come le
Chiese Luterane e Anglicane -, non puntano al sacerdozio e, tantomeno, al vescovado,
ma “vogliamo semplicemente contare di più nella nostra Chiesa e il diaconato è
certamente un primo passo importante”. Le parole della leader Uisg sono state
precedute da non casuali “precisazioni” del portavoce papale, il gesuita padre Federico
Lombardi, che - all’indomani dell'intervento di Bergoglio sul diaconato femminile - ha
puntualizzato che il papa “non si è espresso a favore del sacerdozio femminile e,
nemmeno, sul ripristino del diaconato per le donne”. Il papa - ha ricordato il portavoce
pontificio - ha solo auspicato la istituzione di una commissione di studio sulla delicata
materia, ma niente di più. Tutto il resto - la ferma conclusione di padre Lombardi - sono
solo supposizioni arbitrarie. Sulla stessa lunghezza d’onda anche cardinali vicini allo
stesso Bergoglio, come il tedesco Walter Kasper, e vescovi sensibili alla vicinanza a
poveri ed immigrati voluta dal papa argentino come il vescovo di Campobasso, Giancarlo
Maria Bregantini, ex prete operaio e presidente della Commissione lavoro e problemi
sociali della Cei. Ecclesiastici notoriamente in perfetta sintonia con papa Francesco, ma
ben consapevoli che sul diaconato femminile sarà dura, perché gli oppositori all’iniziativa
dentro e fuori la Chiesa stanno già affilando le armi per far morire prima ancora di
nascere la pianta da cui potrebbe rispuntare l’accesso delle donne al diaconato, con
possibilità di battezzare, celebrare matrimoni e tenere omelie. Ma papa Francesco si farà
intimidire?
L’OSSERVATORE ROMANO di sabato 14 maggio 2016
Pagg 4 – 5 Le donne nella vita della Chiesa
Nel colloquio di Papa Francesco con le superiore generali
Pubblichiamo la trascrizione del colloquio di Papa Francesco con le partecipanti alla
plenaria dell’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg), ricevute la mattina del
12 maggio nell’aula Paolo VI. Un lungo e cordiale incontro, che ha offerto al Pontefice
l’occasione per approfondire alcune questioni di grande attualità. Vasta, com’era
prevedibile, l’eco suscitata in tutto il mondo dalle parole del Papa, la cui intenzione è
rafforzare il ruolo delle donne nella Chiesa. Alcune affermazioni sono state, in non pochi
casi, enfatizzate da interpretazioni infondate, soprattutto sul diaconato femminile. A
questo proposito il Pontefice ha affermato l’utilità di proseguire gli studi attraverso
l’istituzione di un’apposita commissione. Come appare con evidenza dalla trascrizione del
colloquio, e come ha sottolineato in un tweet l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della
Segreteria di Stato: il Papa «pensa a una commissione. Non affrettiamo le conclusioni!».
[La prima domanda è relativa a un migliore inserimento delle donne nella vita della
Chiesa] Papa Francesco, lei ha detto che «il genio femminile è necessario in tutte le
espressioni della vita della Chiesa e della società», e tuttavia le donne sono escluse dai
processi decisionali nella Chiesa, soprattutto ai più alti livelli, e dalla predicazione
nell’Eucaristia. Un importante impedimento all’abbraccio pieno della Chiesa del «genio
femminile» è il legame che sia i processi decisionali che la predicazione hanno con
l’ordinazione sacerdotale. Lei vede un modo per separare dall’ordinazione sia i ruoli di
leadership che la predicazione all’Eucaristia, in modo che la nostra Chiesa possa essere
più aperta a ricevere il genio delle donne, in un futuro molto prossimo?
Sono varie cose qui che dobbiamo distinguere. La domanda è legata alla funzionalità, è
legata molto alla funzionalità, mentre il ruolo della donna va oltre. Ma io adesso rispondo
alla domanda, poi parliamo... Ho visto che ci sono altre domande che vanno oltre.
È vero che le donne sono escluse dai processi decisionali nella Chiesa: escluse no, ma è
molto debole l’inserimento delle donne lì, nei processi decisionali. Dobbiamo andare
avanti. Per esempio - davvero io non vedo difficoltà - credo che nel Pontificio Consiglio
Giustizia e Pace chi porta avanti la segreteria sia una donna, una religiosa. È stata
proposta un’altra e io l’ho nominata, ma lei ha preferito di no, perché doveva andare da
un’altra parte a fare altri lavori della sua Congregazione. Si deve andare oltre, perché
per tanti aspetti dei processi decisionali non è necessaria l’ordinazione. Non è
necessaria. Nella riforma della Cost. ap. Pastor Bonus, a proposito dei Dicasteri, quando
non c’è la giurisdizione che viene dall’ordinazione - cioè la giurisdizionale pastorale - non
si vede scritto che può essere una donna, non so se capo dicastero, ma... Per esempio
per i migranti: al dicastero per i migranti una donna potrebbe andare. E quando c’è
necessità - adesso che i migranti entrano in un dicastero - della giurisdizione, sarà il
Prefetto a dare questo permesso. Ma nell’ordinario può andare, nell’esecuzione del
processo decisionale. Per me è molto importante l’elaborazione delle decisioni: non
soltanto l’esecuzione, ma anche l’elaborazione, e cioè che le donne, sia consacrate sia
laiche, entrino nella riflessione del processo e nella discussione. Perché la donna guarda
la vita con occhi propri e noi uomini non possiamo guardarla così. È il modo di vedere un
problema, di vedere qualsiasi cosa, in una donna è diverso rispetto a quello che è per
l’uomo. Devono essere complementari, e nelle consultazioni è importante che ci siano le
donne.
Io ho avuto l’esperienza a Buenos Aires di un problema: vedendolo con il Consiglio
presbiterale - quindi tutti uomini - era ben trattato; poi, il vederlo con un gruppo di
donne religiose e laiche ha arricchito tanto, tanto, e favorito la decisione con una visione
complementare. È necessario, è necessario questo! E penso che dobbiamo andare
avanti, su questo poi il processo decisionale vedrà.
C’è poi il problema della predicazione nella Celebrazione Eucaristica. Non c’è alcun
problema che una donna - una religiosa o una laica - faccia la predica in una Liturgia
della Parola. Non c’è problema. Ma nella Celebrazione Eucaristica c’è un problema
liturgico-dogmatico, perché la celebrazione è una - la Liturgia della Parola e la Liturgia
Eucaristica, è un’unità - e Colui che la presiede è Gesù Cristo. Il sacerdote o il vescovo
che presiede lo fa nella persona di Gesù Cristo. È una realtà teologico-liturgica. In quella
situazione, non essendoci l’ordinazione delle donne, non possono presiedere. Ma si può
studiare di più e spiegare di più questo che molto velocemente e un po’ semplicemente
ho detto adesso.
Invece nella leadership non c’è problema: in quello dobbiamo andare avanti, con
prudenza, ma cercando le soluzioni...
Ci sono due tentazioni qui, dalle quali dobbiamo guardarci.
La prima è il femminismo: il ruolo della donna nella Chiesa non è femminismo, è diritto!
È un diritto di battezzata con i carismi e i doni che lo Spirito ha dato. Non bisogna cadere
nel femminismo, perché questo ridurrebbe l’importanza di una donna. Io non vedo, in
questo momento, un grande pericolo riguardo a questo tra le religiose. Non lo vedo.
Forse una volta, ma non in genere non c’è.
L’altro pericolo, che è una tentazione molto forte e ne ho parlato parecchie volte, è il
clericalismo. E questo è molto forte. Pensiamo che oggi più del 60 per cento delle
parrocchie - delle diocesi non so, ma solo un po’ meno - non hanno il consiglio per gli
affari economici e il consiglio pastorale. Questo cosa vuol dire? Che quella parrocchia e
quella diocesi è guidata con uno spirito clericale, soltanto dal prete, che non attua quella
sinodalità parrocchiale, quella sinodalità diocesana, che non è una novità di questo Papa.
No! È nel Diritto Canonico, è un obbligo che ha il parroco di avere il consiglio dei laici,
per e con laici, laiche e religiose per la pastorale e per gli affari economici. E questo non
lo fanno. E questo è il pericolo del clericalismo oggi nella Chiesa. Dobbiamo andare
avanti e togliere questo pericolo, perché il sacerdote è un servitore della comunità, il
vescovo è un servitore della comunità, ma non è il capo di una ditta. No! Questo è
importante. In America Latina, per esempio, il clericalismo è molto forte, molto marcato.
I laici non sanno che cosa fare, se non domandano al prete... È molto forte. E per questo
la consapevolezza del ruolo dei laici in America Latina è molto in ritardo. Si è salvato un
po’ di questo solo nella pietà popolare: perché il protagonista è il popolo e il popolo ha
fatto le cose come venivano; e ai preti quell’aspetto non interessava tanto, e qualcuno
non vedeva di buon occhio questo fenomeno della pietà popolare. Ma il clericalismo è un
atteggiamento negativo. Ed è complice, perché si fa in due, come il Tango che si balla in
due... Cioè: il sacerdote che vuole clericalizzare il laico, la laica, il religioso e la religiosa,
il laico che chiede per favore di essere clericalizzato, perché è più comodo. È curioso
questo. Io, a Buenos Aires, ho avuto questa esperienza tre o quattro volte: un parroco
bravo, che viene e mi dice “Sa, io ho un laico bravissimo in parrocchia: fa questo, fa
questo, sa organizzare, si dà da fare, è davvero un uomo di valore... Lo facciamo
diacono?”. Cioè: lo “clericalizziamo?”. “No! Lascia che rimanga laico. Non farlo diacono”.
Questo è importante. A voi succede questo, che il clericalismo tante volte vi frena nello
sviluppo lecito della cosa.
Io chiederò - e forse alla Presidente lo farò arrivare - alla Congregazione per il Culto che
spieghi bene, in modo approfondito, quello che ho detto un po’ leggermente sulla
predicazione nella Celebrazione Eucaristica. Perché non ho la teologia e la chiarezza
sufficiente per spiegarlo adesso. Ma bisogna distinguere bene: una cosa è la
predicazione in una Liturgia della Parola, e questo si può fare; altra cosa è la
Celebrazione eucaristica, qui c’è un altro mistero. È il Mistero di Cristo presente e il
sacerdote o il vescovo che celebrano in persona Christi.
Per la leadership è chiaro... Sì credo che questa possa essere la mia risposta in generale
alla prima domanda. Vediamo la seconda.
[La seconda domanda è sul ruolo delle donne consacrate nella Chiesa] Le donne
consacrate lavorano già tanto con i poveri e con gli emarginati, insegnano la catechesi,
accompagnano i malati e i moribondi, distribuiscono la comunione, in molti Paesi
guidano le preghiere comuni in assenza di sacerdoti e in quelle circostanze pronunciano
l’omelia. Nella Chiesa c’è l’ufficio del diaconato permanente, ma è aperto solo agli
uomini, sposati e non. Cosa impedisce alla Chiesa di includere le donne tra i diaconi
permanenti, proprio come è successo nella Chiesa primitiva? Perché non costituire una
commissione ufficiale che possa studiare la questione? Ci può fare qualche esempio di
dove lei vede la possibilità di un migliore inserimento delle donne e delle donne
consacrate nella vita della Chiesa?
Questa domanda va nel senso del “fare”: le donne consacrate lavorano già tanto con i
poveri, fanno tante cose... nel “fare”. E tocca il problema del diaconato permanente.
Qualcuno potrà dire che le “diaconesse permanenti” nella vita della Chiesa sono le
suocere [ride, ridono]. In effetti questo c’è nell’antichità: c’era un inizio... Io ricordo che
era un tema che mi interessava abbastanza quando venivo a Roma per le riunioni, e
alloggiavo alla Domus Paolo VI; lì c’era un teologo siriano, bravo, che ha fatto l’edizione
critica e la traduzione degli Inni di Efrem il Siro. E un giorno gli ho domandato su questo,
e lui mi ha spiegato che nei primi tempi della Chiesa c’erano alcune “diaconesse”. Ma
che cosa sono queste diaconesse? Avevano l’ordinazione o no? Ne parla il Concilio di
Calcedonia (451), ma è un po’ oscuro. Qual era il ruolo delle diaconesse in quei tempi?
Sembra - mi diceva quell’uomo, che è morto, era un bravo professore, saggio, erudito sembra che il ruolo delle diaconesse fosse per aiutare nel battesimo delle donne,
l’immersione, le battezzavano loro, per il decoro, anche per fare le unzioni sul corpo
delle donne, nel battesimo. E anche una cosa curiosa: quando c’era un giudizio
matrimoniale perché il marito picchiava la moglie e questa andava dal vescovo a
lamentarsi, le diaconesse erano le incaricate di vedere i lividi lasciati sul corpo della
donna dalle percosse del marito e informare il vescovo. Questo, ricordo. Ci sono alcune
pubblicazioni sul diaconato nella Chiesa, ma non è chiaro come fosse stato. Credo che
chiederò alla Congregazione per la Dottrina della Fede che mi riferiscano circa gli studi
su questo tema, perché io vi ho risposto soltanto in base a quello che avevo sentito da
questo sacerdote che era un ricercatore erudito e valido, sul diaconato permanente. E
inoltre vorrei costituire una commissione ufficiale che possa studiare la questione: credo
che farà bene alla Chiesa chiarire questo punto; sono d’accordo, e parlerò per fare una
cosa di questo genere.
Poi dite: “Siamo d’accordo con lei, Santo Padre, che ha più volte riportato la necessità di
un ruolo più incisivo delle donne nelle posizioni decisionali nella Chiesa”. Questo è
chiaro. “Ci può fare qualche esempio di dove Lei vede la possibilità di un migliore
inserimento delle donne e delle donne consacrate nella vita della Chiesa?”. Dirò una cosa
che viene dopo, perché ho visto che c’è una domanda generale. Nelle consultazioni della
Congregazione per i religiosi, nelle assemblee, le consacrate devono andare: questo è
sicuro. Nelle consultazioni sui tanti problemi che vengono presentati, le consacrate
devono andare. Un’altra cosa: un migliore inserimento. Al momento non mi vengono in
mente cose concrete, ma sempre quello che ho detto prima: cercare il giudizio della
donna consacrata, perché la donna vede le cose con una originalità diversa da quella
degli uomini, e questo arricchisce: sia nella consultazione, sia nella decisione, sia nella
concretezza.
Questi lavori che voi fate con i poveri, gli emarginati, insegnare la catechesi,
accompagnare i malati e i moribondi, sono lavori molti “materni”, dove la maternità della
Chiesa si può esprimere di più. Ma ci sono uomini che fanno lo stesso, e bene:
consacrati, ordini ospedalieri... E questo è importante.
Dunque, sul diaconato, sì, accetto e mi sembra utile una commissione che chiarisca bene
questo, soprattutto riguardo ai primi tempi della Chiesa.
Riguardo a un migliore inserimento, ripeto quello che ho detto prima.
Se c’è qualcosa da concretizzare, domandatelo adesso: su questo che ho detto, c’è
qualche domanda in più, che mi aiuti a pensare? Avanti...
[La terza domanda è sul ruolo dell’Unione internazionale delle superiore generali] Che
ruolo potrebbe avere l’Uisg, in modo che possa avere una parola nel pensiero della
Chiesa, una parola che sia ascoltata, dal momento che porta con sé la voce di duemila
istituti di religiose? Come è possibile che molto spesso veniamo dimenticate e non rese
partecipi, per esempio dell’assemblea generale della Congregazione per gli istituti di vita
consacrata e le società di vita apostolica, lì dove si parla della vita consacrata? Può la
Chiesa permettersi di continuare a parlare di noi, invece di parlare con noi?
Suor Teresina abbia un po’ di pazienza, perché mi è venuto in mente quello che era
sfuggito dell’altra domanda, su “che cosa può fare la vita consacrata femminile?”. È un
criterio che voi dovete rivedere, che anche la Chiesa deve rivedere. Il vostro lavoro, il
mio e quello di tutti noi, è di servizio. Ma io, tante volte, trovo donne consacrate che
fanno un lavoro di servitù e non di servizio. È un po’ difficile da spiegare, perché non
vorrei che si pensasse a casi concreti, che forse sarebbe un cattivo pensiero, perché
nessuno conosce bene le circostanze. Ma pensiamo a un parroco, un parroco che per
sicurezza immaginiamo: “No, no, la mia canonica è in mano a due suore” - “E sono loro
che gestiscono?” - “Sì, sì!” - “E cosa fanno di apostolato, catechesi?” - “No, no, soltanto
quello!”. No! Questo è servitù! Mi dica, signor parroco, se nella sua città non ci sono
donne brave, che hanno bisogno di lavoro. Ne prenda una, due, che facciano quel
servizio. Queste due suore, che vadano nelle scuole, nei quartieri, con gli ammalati, con
i poveri. Questo è il criterio: lavoro di servizio e non di servitù! E quando, a voi
Superiore, chiedono una cosa che è più di servitù che di servizio, siate coraggiose nel
dire “no”. Questo è un criterio che aiuta parecchio, perché quando si vuole che una
consacrata faccia un lavoro di servitù, si svaluta la vita e la dignità di quella donna. La
sua vocazione è il servizio: servizio alla Chiesa, ovunque sia. Ma non servitù!
Ecco, adesso [rispondo a] Teresina: “Qual è, secondo lei, il posto della vita religiosa
apostolica femminile all’interno della Chiesa? Che cosa mancherebbe alla Chiesa se non
ci fossero più le religiose?”. Mancherebbe Maria il giorno di Pentecoste! Non c’è Chiesa
senza Maria! Non c’è Pentecoste senza Maria! Ma Maria era lì, non parlava forse...
Questo l’ho detto, ma mi piace ripeterlo. La donna consacrata è una icona della Chiesa,
è un’icona di Maria. Il prete, il sacerdote, non è icona della Chiesa; non è icona di Maria:
è icona degli apostoli, dei discepoli che sono inviati a predicare. Ma non della Chiesa e di
Maria. Quando dico questo voglio farvi riflettere sul fatto che “la” Chiesa è femminile; la
Chiesa è donna: non è “il” Chiesa, è “la” Chiesa. Ma è una donna sposata con Gesù
Cristo, ha il suo Sposo, che è Gesù Cristo. E quando un vescovo è scelto per una diocesi,
il vescovo - in nome di Cristo - sposa quella Chiesa particolare. La Chiesa è donna! E la
consacrazione di una donna la fa icona proprio della Chiesa e icona della Madonna. E
questo noi uomini non possiamo farlo. Questo vi aiuterà ad approfondire, da questa
radice teologica, un ruolo grande nella Chiesa. E questo vorrei che non sfuggisse.
Mi trovo totalmente d’accordo [sulla conclusione della terza domanda]. La Chiesa: la
Chiesa siete voi, siamo tutti. La gerarchia - diciamo - della Chiesa deve parlare di voi,
ma prima e nel momento deve parlare con voi! Questo è sicuro. Nell’Assemblea della
Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica voi dovete
essere presenti. Sì, sì! Io questo lo dirò al Prefetto: nell’Assemblea voi dovete essere
presenti! È chiaro, perché parlare di un assente non è neanche evangelico: deve poter
sentire, ascoltare che cosa si pensa, e poi facciamo insieme. Sono d’accordo. Io non
immaginavo tanto distacco, davvero. E grazie di averlo detto così coraggiosamente e
con quel sorriso.
Mi permetto una battuta. Lei lo ha fatto con quel sorriso, che in Piemonte si dice il
sorriso della mugna quacia [con una faccia ingenua]. Brava! Sì, voi avete ragione in
questo. Credo che sia facile riformare, io ne parlerò con il Prefetto. “Ma questa
Assemblea generale non parlerà delle suore, parlerà di un’altra cosa...” – “È necessario
sentire le suore perché hanno un’altra visione della cosa”. È quello che avevo detto
prima: è importante che siate sempre inserite... Vi ringrazio della domanda.
Qualche chiarimento riguardo a questo? Qualcosa di più? È chiaro?
Ricordate bene questo: cosa mancherebbe alla Chiesa se le religiose non esistessero?
Mancherebbe Maria nel giorno di Pentecoste. La religiosa è icona della Chiesa e di Maria;
e la Chiesa è femminile, sposata da Gesù Cristo.
[La quarta domanda riguarda gli ostacoli che si incontrano come donne consacrate
all’interno della Chiesa] Carissimo Santo Padre, molti istituti stanno affrontando la sfida
di portare novità nella forma di vita e nelle strutture rivedendo le costituzioni. Questo si
sta rivelando difficile, perché ci ritroviamo bloccate dal diritto canonico. Lei prevede
cambiamenti nel diritto canonico, in modo da facilitare questa novità? Inoltre i giovani
oggi hanno difficoltà a pensare ad un impegno permanente, sia nel matrimonio che nella
vita religiosa. Potremmo essere aperte a impegni temporanei? E un altro aspetto:
svolgendo il nostro ministero in solidarietà con i poveri e gli emarginati, veniamo spesso
erroneamente considerate come attiviste sociali o come se prendessimo posizioni
politiche. Alcune autorità ecclesiali vorrebbero che fossimo più mistiche e meno
apostoliche. Quale valore viene dato alla vita consacrata apostolica e in particolare alle
donne, da alcune parti della Chiesa gerarchica?
Primo: i cambiamenti che si devono fare per assumere le nuove sfide. Lei ha parlato di
novità, novità nel senso positivo, se ho capito bene, cose nuove che vengono... E la
Chiesa è maestra in questo, perché ha dovuto cambiare tanto, tanto, tanto nella storia.
Ma in ogni cambiamento ci vuole il discernimento, e non si può fare discernimento senza
preghiera. Come si fa il discernimento? La preghiera, il dialogo, poi il discernimento in
comune. Bisogna chiedere il dono del discernimento, di saper discernere. Per esempio,
un imprenditore deve fare cambiamenti nella sua ditta: lui valuta con concretezza, e
quello che la sua coscienza gli dice, lo fa. Nella nostra vita, c’entra un altro personaggio:
lo Spirito Santo. E per fare un cambiamento, dobbiamo valutare tutte le circostanze
concrete, questo è vero, ma per entrare in un processo di discernimento con lo Spirito
Santo ci vogliono preghiera, dialogo e discernimento comune. Credo che su questo
punto noi non siamo ben formati - quando dico “noi” parlo anche dei sacerdoti - nel
discernimento delle situazioni, e dobbiamo cercare di avere esperienze e anche cercare
qualche persona che ci spieghi bene come si fa il discernimento: un buon padre
spirituale che conosca bene queste cose e ci spieghi, che non è un semplice “pro e
contro”, fare la somma, e avanti. No, è qualcosa di più. Ogni cambiamento che si deve
fare, richiede di entrare in questo processo di discernimento. E questo vi darà più
libertà, più libertà! Il Diritto Canonico: ma non c’è nessun problema. Il Diritto Canonico
nel secolo scorso è stato cambiato - se non sbaglio - due volte: nel 1917 e poi sotto san
Giovanni Paolo II. Piccoli cambiamenti si possono fare, si fanno. Questi invece sono stati
due cambiamenti di tutto il Codice. Il Codice è un aiuto disciplinare, un aiuto per la
salvezza delle anime, per tutto questo: è l’aiuto giuridico della Chiesa per i processi,
tante cose, ma che nel secolo scorso due volte, è stato totalmente cambiato, rifatto. E
così si possono cambiare delle parti. Due mesi fa è arrivata una richiesta di cambiare un
canone, non ricordo bene... Ho fatto fare lo studio e il Segretario di Stato ha fatto le
consultazioni e tutti erano d’accordo che sì, questo si doveva cambiare per il maggior
bene, ed è cambiato. Il Codice è uno strumento, questo è molto importante. Ma insisto:
mai fare un cambiamento senza fare un processo di discernimento, personale e
comunitario. E questo vi darà libertà, perché mettete lì, nel cambiamento, lo Spirito
Santo. È questo che ha fatto san Paolo, san Pietro stesso, quando ha sentito che il
Signore lo spingeva a battezzare i pagani. Quando noi leggiamo il libro degli Atti degli
Apostoli, ci meravigliamo di tanto cambiamento, tanto cambiamento... È lo Spirito!
Interessante, questo: nel libro degli Atti degli Apostoli, i protagonisti non sono gli
apostoli, è lo Spirito. “Lo Spirito costrinse a fare quello”; “lo Spirito disse a Filippo: vai là
e là, trova il ministro dell’economia e battezzalo”; “Lo Spirito fa”, “lo Spirito dice: no, qui
non venite”... È lo Spirito. È lo Spirito che ha dato il coraggio agli apostoli per fare
questo cambiamento rivoluzionario di battezzare i pagani senza fare la strada della
catechesi ebraica o delle prassi ebraiche. È interessante: nei primi capitoli c’è la Lettera
che gli apostoli, dopo il Concilio di Gerusalemme, inviano ai pagani convertiti.
Raccontano tutto quello che hanno fatto: “Lo Spirito Santo e noi abbiamo deciso
questo”. Questo è un esempio di discernimento che hanno fatto. Ogni cambiamento,
fatelo così, con lo Spirito Santo. Cioè: discernimento, preghiera e anche valutazione
concreta delle situazioni.
E per il Codice non c’è problema, questo è uno strumento.
Riguardo all’impegno permanente dei giovani. Noi viviamo in una “cultura del
provvisorio”. Mi raccontava un vescovo, tempo fa che era andato da lui un giovane
universitario, che aveva finito l’università, 23/24 anni, e gli aveva detto: “Io vorrei
diventare sacerdote, ma solo per dieci anni”. È la cultura del provvisorio. Nei casi
matrimoniali è così. “Io ti sposo finché dura l’amore e poi ciao”. Ma l’amore inteso in
senso edonistico, nel senso di questa cultura di oggi. Ovviamente questi matrimoni sono
nulli, non sono validi. Non hanno coscienza della perpetuità di un impegno. Nei
matrimoni è così. Nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia leggete la problematica, è
nei primi capitoli, e leggete come preparare il matrimonio. Mi diceva una persona: “Io
questo non lo capisco: per diventare prete dovete studiare, prepararvi per otto anni, più
o meno. E poi, se la cosa non va, o se ti innamori di una bella ragazza, la Chiesa ti
permette: vai, sposati, incomincia un’altra vita. Per sposarsi — che è per tutta la vita,
che è “per” la vita — la preparazione in tante diocesi sono tre, quattro conferenze... Ma
questo non va! Come può un parroco firmare che questi sono preparati al matrimonio,
con questa cultura del provvisorio, con quattro spiegazioni soltanto? È un problema
molto serio. Nella vita consacrata, a me sempre ha colpito — positivamente —
l’intuizione di san Vincenzo de Paoli: lui ha visto che le Suore della Carità dovevano fare
un lavoro così forte, così “pericoloso”, proprio in frontiera, che ogni anno devono
rinnovare i voti. Soltanto per un anno. Ma lo aveva fatto come carisma, non come
cultura del provvisorio: per dare libertà. Io credo che nella vita consacrata i voti
temporanei facilitino questo. E, non so, voi vedete, ma io sarei piuttosto favorevole forse
di prolungare un po’ i voti temporanei, per questa cultura del provvisorio che hanno i
giovani oggi: e... prolungare il fidanzamento prima di fare il matrimonio! Questo è
importante.
[Ora il Papa risponde a una parte della domanda che non è stata letta ma era scritta]
Le richieste di soldi nelle nostre Chiese locali. Il problema dei soldi è un problema molto
importante, sia nella vita consacrata, sia nella Chiesa diocesana. Non dobbiamo mai
dimenticare che il diavolo entra “per le tasche”: sia per le tasche del vescovo, sia per le
tasche della Congregazione. Questo tocca il problema della povertà, ne parlerò dopo. Ma
l’avidità di denaro è il primo scalino per la corruzione di una parrocchia, di una diocesi, di
una Congregazione di vita consacrata, è il primo scalino. Credo che fosse a questo
proposito: il pagamento per i sacramenti. Guardate, se qualcuno vi chiede questo,
denunciate il fatto. La salvezza è gratuita. Dio ci ha inviato gratuitamente; la salvezza è
come uno “spreco di gratuità”. Non c’è salvezza a pagamento, non ci sono sacramenti a
pagamento. È chiaro questo? Io conosco, ho visto nella mia vita corruzione in questo.
Ricordo un caso, appena nominato vescovo, avevo la zona più povera di Buenos Aires: è
divisa in quattro vicariati. Lì c’erano tanti migranti dei Paesi americani, e succedeva che
quando venivano a sposarsi i parroci dicevano: “Questa gente non ha il certificato di
battesimo”. E quando lo richiedevano nel loro paese dicevano loro: “Sì, ma manda prima
100 dollari - ricordo un caso - e poi te lo invio”. Ho parlato con il cardinale, il cardinale
ha parlato con il vescovo del posto... Ma nel frattempo la gente poteva sposarsi senza il
certificato di battesimo, con il giuramento dei genitori o dei padrini. E questo è il
pagamento, non solo del sacramento ma dei certificati. Ricordo una volta a Buenos Aires
che è andato un giovane, che doveva sposarsi, alla parrocchia per chiedere il nulla osta
per sposarsi in un’altra: è un mezzo semplice. Gli ha detto la segretaria: “Sì, passi
domani, venga domani che ci sarà, e questo costa tanto”: una bella somma. Ma è un
servizio: è soltanto constatare i dati e riempire. E lui - questo è un avvocato, giovane,
bravo, molto fervente, molto buon cattolico - è venuto da me: “Adesso cosa faccio?” “Vai domani e dille che hai inviato l’assegno all’arcivescovo, e che l’arcivescovo le darà
l’assegno”. Il commercio dei soldi.
Ma qui tocchiamo un problema serio, che è il problema della povertà. Io vi dico una
cosa: quando un istituto religioso - e questo vale anche per altre situazioni -, ma quando
un istituto religioso si sente morire, sente che non ha capacità di attirare nuovi elementi,
sente che forse è passato il tempo per il quale il Signore aveva scelto quella
Congregazione, la tentazione è l’avidità. Perché? Perché pensano: “Almeno abbiamo i
soldi per la nostra vecchiaia”. Questo è grave. E qual è la soluzione che dà la Chiesa?
L’unione di vari istituti con carismi che si assomigliano, e andare avanti. Ma mai, mai il
denaro è una soluzione per i problemi spirituali. È un aiuto necessario, ma tanto quanto.
Sant’Ignazio diceva, sulla povertà, che è “madre” e “muro” della vita religiosa. Ci fa
crescere nella vita religiosa come madre, e la custodisce. E si incomincia la decadenza
quando manca la povertà. Ricordo, nell’altra diocesi, quando un collegio di suore molto
importante doveva rifare la casa delle suore perché era vecchia, si doveva rifare; e
hanno fatto un bel lavoro. Hanno fatto un bel lavoro. Ma in quei tempi - sto parlando
dell’anno 1993, 1994 più o meno - dicevano: “Facciamo tutte le comodità, la stanza con
il bagno privato, e tutto, e anche il televisore...”. In quel collegio, che era tanto
importante, dalle 2 alle 4 del pomeriggio tu non trovavi una suora in collegio: erano
tutte in stanza a guardare la telenovela! Perché è mancanza di povertà, e questo ti porta
alla vita comoda, alle fantasie... È un esempio, forse è l’unico nel mondo, ma per capire
il pericolo della troppa comodità, della mancanza di povertà o di una certa austerità.
[Altra parte della domanda non letta ma scritta]: Le religiose non ricevono uno stipendio
per i servizi che svolgono, come lo ricevono i preti. Come possiamo dimostrare un volto
attraente della nostra sussistenza? Come possiamo trovare le risorse finanziare
necessarie per compiere la nostra missione?.
Vi dirò due cose. Prima: vedere come è il carisma, l’interno del vostro carisma - ognuno
ha il proprio - e qual è il posto della povertà, perché ci sono congregazioni che esigono
una vita di povertà molto, molto forte; altre, non tanto, e tutte e due approvate dalla
Chiesa. Cercare la povertà secondo il carisma. Poi: i risparmi. È prudenza avere un
risparmio; è prudenza avere una buona amministrazione, forse con qualche
investimento, quello è prudente: per le case di formazione, per portare avanti le opere
povere, portare avanti scuole per i poveri, portare avanti i lavori apostolici... Una
fondazione della propria congregazione: questo lo si deve fare. E come la ricchezza può
far male e corrompere la vocazione, la miseria pure. Se la povertà diventa miseria,
anche questo fa male. Lì si vede la prudenza spirituale della comunità nel discernimento
comune: l’economa informa, tutti parlano, sì è troppo, non è troppo... Quella prudenza
materna. Ma per favore, non lasciatevi ingannare dagli amici della congregazione, che
poi vi “spenneranno” e vi toglieranno tutto. Ho visto tante case, o mi hanno raccontato
altri, di suore che hanno perduto tutto perché si sono fidati di quel tale... “molto amico
della congregazione”! Ci sono tanti furbi, tanti furbi. La prudenza è non consultare mai
una sola persona: quando avete bisogno, consultare varie persone, diverse.
L’amministrazione dei beni è una responsabilità molto grande, molto grande, nella vita
consacrata. Se non avete il necessario per vivere, ditelo al vescovo. Dire a Dio: “Dacci
oggi il nostro pane”, quello vero. Ma parlare col vescovo, con la Superiora generale, con
la Congregazione per i religiosi. Per il necessario, perché la vita religiosa è un cammino
di povertà, ma non è un suicidio! E questa è la sana prudenza. È chiaro questo?
E poi, dove ci sono conflitti per quello che le Chiese locali vi chiedono, bisogna pregare,
discernere e avere il coraggio, quando si deve, di dire “no”; e avere la generosità,
quando si deve, di dire “sì”. Ma voi vedete quanto è necessario il discernimento in ogni
caso!
Mentre svolgiamo il nostro ministero, rimaniamo solidali con i poveri e gli emarginati,
veniamo spesso erroneamente considerate come attiviste sociali o come se prendessimo
posizioni politiche. Alcune autorità ecclesiali guardano negativamente al nostro
ministero, sottolineando che dovremmo essere più concentrate su una forma di vita
mistica. In queste circostanze, come possiamo vivere la nostra vocazione profetica?
Sì. Tutte le religiose, tutte le consacrate devono vivere misticamente, perché il vostro è
uno sposalizio; la vostra è una vocazione di maternità, è una vocazione di essere al
posto della Madre Chiesa e della Madre Maria. Ma quelli che vi dicono questo, pensano
che essere mistico è essere una mummia, sempre così pregando... No, no. Si deve
pregare e lavorare secondo il proprio carisma; e quando il carisma ti porta ad andare
avanti con i rifugiati, con i poveri tu devi farlo, e ti diranno “comunista”: è il meno che ti
diranno. Ma devi farlo. Perché il carisma ti porta a questo. In Argentina, ricordo una
suora: è stata provinciale della sua congregazione. Una brava donna, e lavora ancora...
ha quasi la mia età, sì. E lavora contro i trafficanti di giovani, di persone. Io ricordo, nel
governo militare in Argentina, volevano mandarla in carcere, facevano pressione
sull’arcivescovo, facevano pressione sulla superiora provinciale, prima che lei stessa
diventasse provinciale, “perché questa donna è comunista”. E questa donna ha salvato
tante ragazze, tante ragazze! E sì, è la croce. Di Gesù che cosa hanno detto? Che era
Belzebù, che aveva il potere di Belzebù. La calunnia, siate preparate. Se fate il bene, con
preghiera, davanti a Dio, assumendo tutte le conseguenze del vostro carisma e andate
avanti, preparatevi per la diffamazione e la calunnia, perché il Signore ha scelto questa
via per Sé! E noi, vescovi, dobbiamo custodire queste donne che sono icona della
Chiesa, quando fanno cose difficili e sono calunniate, e sono perseguitate. Essere
perseguitati è l’ultima delle Beatitudini. Il Signore ci ha detto: “Beati voi quando sarete
perseguitati, insultati” e tutte queste cose. Ma qui il pericolo può essere: “Io faccio la
mia” - no, no: tu senti questo, ti perseguitano: parla. Con la tua comunità, con la tua
superiora, parla con tutti, cerca consiglio, discerni: un’altra volta la parola. E questa
religiosa della quale parlavo ora, un giorno l’ho trovata che piangeva, e diceva: “Guarda
la lettera che ho ricevuto da Roma - non dirò da dove -: cosa devo fare?” - “Tu sei figlia
della Chiesa?” - “Sì!” - “Tu vuoi obbedire alla Chiesa?” - “Sì!” - “Rispondi che tu sarai
obbediente alla Chiesa, e poi va’ dalla tua superiora, va’ dalla tua comunità, va’ dal tuo
vescovo - che ero io - e la Chiesa dirà cosa devi fare. Ma non una lettera che viene da
12.000 km”. Perché lì un amico dei nemici della suora aveva scritto, era stata
calunniata. Coraggiose, ma con umiltà, discernimento, preghiera, dialogo.
Una parola di incoraggiamento a noi leader, che sopportiamo il peso della giornata.
Ma datevi anche un respiro! Il riposo, perché tante malattie vengono dalla mancanza di
un sano riposo, riposo in famiglia... Questo è importante per sopportare il peso della
giornata.
Voi menzionate qui anche le suore anziane e ammalate. Ma queste suore sono la
memoria dell’istituto, queste suore sono quelle che hanno seminato, che hanno lavorato,
e adesso sono paralitiche o molto malate o lasciate da parte. Queste suore pregano per
l’Istituto. Questo è molto importante, che si sentano coinvolte nella preghiera per
l’Istituto. Queste suore hanno anche un’esperienza tanto grande: chi più, chi meno.
Ascoltarle! Andare da loro: “Mi dica, sorella, cosa pensa lei di questo, di questo?”. Che si
sentano consultate e dalla loro saggezza uscirà un buon consiglio. State sicure.
Questo è quello che mi viene di dirvi. So che io sempre mi ripeto e dico le stesse cose,
ma la vita è così... A me piace sentire le domande, perché mi fanno pensare e mi sento
come il portiere, che sta lì, aspettando il pallone dove viene... Questo è buono e questo
fate anche voi nel dialogo.
Queste cose che ho promesso di fare, le farò. E pregate per me, io prego per voi. E
andiamo avanti. La nostra vita è per il Signore, per la Chiesa e per la gente, che soffre
tanto e ha bisogno della carezza del Padre, tramite voi! Grazie!
Vi propongo una cosa: finiamo con la Madre. Ognuna di voi, nella propria lingua, preghi
l’Ave Maria. Io la pregherò in spagnolo.
AVVENIRE di sabato 14 maggio 2016
Pag 5 Diaconato femminile, il Papa “sorpreso” di Gianni Cardinale, Filippo Rizzi e
Laura Badaracchi
Becciu: non affrettiamo le conclusioni. Lombardi: non ha parlato di ordinazioni. Noceti:
lavoro lungo ma i tempi sono maturi per affrontare la questione. Prinzivalli: “Nella
Chiesa delle origini c’erano”
«Il Papa mi ha telefonato sorpreso circa le... diaconesse! Pensa a una Commissione. Non
affrettiamo le conclusioni!». Questa affermazione, riferita via tweet dal sostituto della
Segreteria di Stato, l’arcivescovo Angelo Giovanni Becciu, ricolloca nelle dimensioni
appropriate l’amplificatissima – a volte anche in modo distorto – risposta data giovedì da
papa Francesco sul diaconato femminile. Sull’argomento è intervenuto ieri anche il
direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che ha invitato gli
operatori dell’informazione ad «essere onesti», perché il Pontefice parlando
all’Assemblea internazionale delle Superiori generali (Uisg) «non ha detto che abbia
intenzione di introdurre un’ordinazione diaconale delle donne, e meno che meno ha
parlato di ordinazione sacerdotale delle donne». «Anzi, – ha aggiunto – parlando della
predicazione nel corso della celebrazione eucaristica ha fatto capire che a questo non
pensa affatto». Ed è «sbagliato ridurre tutte le molte cose importanti che il Papa ha
detto alle religiose a questa sola questione». Padre Lombardi ha sottolineato che si è
trattato di «una bellissima conversazione, molto «incoraggiante sulle donne e in
particolare sulle donne consacrate nella vita della Chiesa, anche sui loro compiti in
posizioni importanti nei dicasteri quando non sia implicata la ordinazione». Osservando il
«molto rumore» succeduto al fatto che il Papa, rispondendo a una domanda, abbia
parlato di una Commissione per studiare la questione del diaconato delle donne, il
'portavoce' vaticano ha ribadito che «è una questione di cui si è molto parlato anche in
passato e che nasce dal fatto che nella chiesa antica vi erano donne chiamate
“diaconesse”, che svolgevano certi servizi nella comunità». Lombardi ha inoltre ricordato
come in passato si siano «fatti anche diversi studi storici» sul tema, e che esiste «un
documento importante del 2002 della Commissione teologica internazionale che ne ha
parlato». Il Papa quindi si è limitato a dire che «pensa di costituire una Commissione che
riprenda queste questioni per vederle con maggiore chiarezza». L’intenzione manifestata
dal Pontefice è stata accolta positivamente dalla presidente dell’Uisg, suor Carmen
Sammut, che al Sir ha confidato di sperare che «un giorno ci sia una vera decisione» sul
diaconato femminile. Intanto ieri la Sala Stampa vaticana ha pubblicato la versione
integrale e ufficiale del lungo colloquio tra papa Francesco e le religiose dell’Uisg. In
pagina pubblichiamo integralmente la parte la questione delle 'diaconesse'. Ma nel corso
del vivace botta e risposta il Pontefice ha affrontato anche altri temi come quello di un
migliore inserimento delle donne nella vita della Chiesa, in particolare nei processi
decisionali, o quello riguardante la predicazione nelle celebrazioni eucaristiche. «È vero –
ha constatato il vescovo di Roma – che le donne sono escluse dai processi decisionali
nella Chiesa: escluse no, ma è molto debole l’inserimento delle donne lì, nei processi
decisionali. Dobbiamo andare avanti». Si deve andare avanti – ha spiegato – «perché
per tanti aspetti dei processi decisionali non è necessaria l’ordinazione». Per il Pontefice
inoltre «è molto importante l’elaborazione delle decisioni: non soltanto l’esecuzione, ma
anche l’elaborazione, e cioè che le donne, sia consacrate sia laiche, entrino nella
riflessione del processo e nella discussione ». Perché «la donna guarda la vita con occhi
propri e noi uomini non possiamo guardarla così». E «il modo di vedere un problema, di
vedere qualsiasi cosa, in una donna è diverso rispetto a quello che è per l’uomo. Devono
essere complementari». Riguardo alla predicazione poi, il Pontefice ha affermato come
non ci sia «alcun problema che una donna - una religiosa o una laica faccia la predica in
una Liturgia della Parola». «Ma – ha quindi specificato – nella celebrazione eucaristica
c’è un problema liturgico-dogmatico, perché la celebrazione è una - la Liturgia della
Parola e la Liturgia eucaristica, è un’unità - e Colui che la presiede è Gesù Cristo». E «il
sacerdote o il vescovo che presiede lo fa nella persona di Gesù Cristo». In tale caso
quindi, «non essendoci l’ordinazione delle donne», queste «non possono presiedere».
«Se si vuole valorizzare la figura della donna nella Chiesa cattolica e darle un ruolo più
centrale come è accaduto in altre confessioni cristiane la via del diaconato può
rappresentare un strada che si può percorrere tranquillamente perché si tratta di
un’istituzione che si prolunga fino all’XI secolo. Gli esempi da cui ripartire? Certamente
dalle testimonianze che ci arrivano dalla Chiesa dei primi secoli». È il primo commento
che arriva da Emanuela Prinzivalli docente di Storia del cristianesimo all’università “La
Sapienza” di Roma alla luce dell’annuncio fatto da papa Francesco di voler pensare di
istituire una commissione di studio sul diaconato femminile nella Chiesa primitiva. La
professoressa Prinzivalli elenca i «casi più antichi» di diaconato a cui sono state chiamate nei secoli le donne – e confermato anche da tanti passi del Nuovo Testamento –
mettendo soprattutto in evidenza le differenza tra la Chiesa delle origini «soprattutto nei
primi tre secoli» e quell’attuale. «Molto probabilmente il titolo di diacono della Chiesa
antica pensato per le donne – argomenta la studiosa – corrispondono a un servizio dato
per la comunità che noi non sappiamo ben definire rispetto all’evoluzione successiva».
La storica del cristianesimo ricorda alcune fonti a cui vi è un chiaro riferimento alla figura
della donna destinata a rivestire questo tipo di ministero. «Mi viene in mente il passo
della lettera ai Romani in cui san Paolo parla di una donna Febe, la “diaconos” della
comunità di Cencre da lui descritta come “protettrice” ». E aggiunge un particolare: «Un
altro caso in cui è più evidente un accenno al “diaconato femminile” lo si riscontra nel
capitolo terzo della Prima lettera a Timoteo. In quel passo si parla e si indica delle donne
– all’interno di una gerarchia di Chiesa che era già strutturata in senso verticale –
chiamate ad avvicinarsi alle stesse virtù praticate dai diaconi (uomini) e quindi allo
stesso ruolo. Si tratta di figure descritte come: “dignitose, sobrie, non calunniatrici,
fedeli in ogni cosa”. Sono insomma donne chiamate a rivestire le stesse virtù cristiane
prescritte ai diaconi». La professoressa annota poi un altro precedente che potrebbe
essere preso in esame dalla possibile commissione sul diaconato femminile pensata da
Francesco. «Certamente una testimonianza sul ruolo attivo di donne all’interno della
Chiesa – spiega – ci arriva da Plinio il giovane allora governatore della Bitinia agli inizi II
secolo in cui egli accenna alla messa sotto tortura di due schiave definite “ministrae”.
Questa declinazione al femminile in lingua latina ci aiuta a capire che queste donne
avevano un ruolo rilevante e non certo marginale nella Chiesa di Bitinia». E aggiunge
altri particolari: «I casi palesi di “donne diacono” si manifestano chiaramente alla fine
del IV secolo – si pensi alla Chiesa di Costantinopoli – come Olimpia amica di Giovanni
Crisostomo che viene ordinata con l’imposizione delle mani da lui. Erano dedite alla
liturgia e alla cura pastorale della parte femminile della Chiesa di quel tempo. Altro
esempio? Ci arriva dalla “Didascalia apostolorum” in Siria nel III secolo: nel cui testo, di
tipo canonistico, si afferma che le donne non possono essere preti me c’è l’affermazione
precisa di “donne diacono” dove addirittura la diaconessa è immagine dello Spirito
Santo. Gli spazi del diaconato femminile da allora specialmente nella Chiesa d’Occidente
si restringeranno progressivamente. Ma i casi di studio da cui partire sono
innumerevoli».
Da due giorni è sommersa di messaggi dei suoi studenti. Perché Serena Noceti,
vicepresidente dell’Ati (Associazione teologica italiana) e docente di teologia sistematica
presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale, tiene un corso di teologia del diaconato
all’Istituto superiore di scienze religiose 'I. Galantini' (Firenze) e con i giovani che
seguono le sue lezioni presenta anche la storia del diaconato delle donne nella Chiesa
primitiva. «L’annuncio del Papa di voler istituire una commissione di studio sul diaconato
femminile ha suscitato reazioni positive in tutto il mondo. Segno che era proprio il
momento per affrontare la questione. Si avverte un grande desiderio di ascoltare la
parola delle donne nella Chiesa», commenta. Sul servizio autorevole delle donne nella
Chiesa «abbiamo un riferimento importante nel Nuovo Testamento: al capitolo 16 della
Lettera ai Romani san Paolo parla di Febe, 'nostra sorella', diacono della Chiesa di
Cencre, un sobborgo di Corinto, molto probabilmente la latrice della lettera alla comunità
di Roma. Poi ci sono decine di attestazioni di fonti letterarie, liturgiche, storiche e anche
epigrafiche (sulle tombe), soprattutto nella Chiesa d’Oriente, che vanno dal II-III secolo
fino al VI-VII secolo. Possiamo citare, come esempio, le lettere indirizzate da san
Giovanni Crisostomo alla diaconessa Olimpiade», riferisce la teologa. Ma cosa facevano,
in pratica, le diacone o diaconesse? «Avevano una funzione di evangelizzazione, servizio
ai poveri, visita alle donne a domicilio, sostegno ai riti battesimali. Sappiamo che non
presiedevano la celebrazione liturgica ma erano scelte dal vescovo, venivano sostenute
economicamente dalle diocesi e avevano un ruolo ministeriale particolare riconosciuto
dalla comunità. Ovviamente queste funzioni devono essere considerate e inserite nel
contesto sociale del tempo, in cui il ruolo e gli spazi di azione della donna erano diversi
rispetto a oggi. Secondo alcuni teologi e storici, queste donne ricevevano una vera e
propria ordinazione come gli uomini diaconi, secondo altri invece si trattava di un
mandato o di una semplice benedizione per poter esercitare il ministero », precisa
Noceti. Per comprendere cosa significa oggi essere diacono, tuttavia, non si può
attingere solo alla Chiesa delle origini e alla tradizione, ma occorre «guardare alla
teologia del diaconato secondo il Vaticano II. Al numero 29 della Lumen Gentium il
Concilio dice che i diaconi sono ordinati per il ministero e non per il sacerdozio: vuol dire
che custodiscono l’apostolicità della fede, servono la Parola di annuncio del Vangelo che
ci fa Chiesa, la proclamano solennemente anche nella liturgia, animando le comunità
cristiane anche nel servizio ai poveri, e questo potrebbero farlo anche le donne». Un
punto su cui la Commissione di studio annunciata da Francesco dovrà «lavorare molto, a
partire anche da decine di studi storici, liturgici, teologici che nel post-Concilio si sono
interrogati sul diaconato alle donne».
LA REPUBBLICA di sabato 14 maggio 2016
Pag 22 “Non vogliamo fare i preti, solamente contare di più” di Paolo Rodari
Parla suor Carmen Sammut, paladina della richiesta di diaconato femminile. “Dal Papa
una scossa alla Chiesa maschilista”
Città del Vaticano. «Ma lei ha mai riflettuto sull'Ultima cena?». In che senso, madre?
«Nelle raffigurazioni fatte anche da grandi artisti quasi mai ci sono donne. Le pare
possibile? Una cena senza donne? Eppure questa visione di una comunità ecclesiale
senza donne, di una Chiesa nei suoi vertici solo maschile, ci è entrata dentro, l'abbiamo
interiorizzata. Credo sia arrivato il momento di liberarcene e di dare il giusto peso alla
presenza femminile nella Chiesa». Suor Carmen Sammut, presidente della Uisg (Unione
internazionale superiore generali), ha raccolto insieme ad altre sorelle le domande fatte
ieri a Francesco. Minuta, occhi svegli, in una pausa dei lavori del raduno delle 800
religiose all'Hotel Ergife a Roma ammette: «In ogni caso, che botta!».
Come, scusi?
«La risposta di Francesco sul diaconato femminile, una bella botta salutare. È ora che
della cosa s'inizi a parlare».
Se ne parla troppo poco?
«Beh, è evidente. Non solo la Chiesa a Roma, ma la Chiesa in tutto il mondo ha eluso il
problema. Invece molte di noi sono chiamate a svolgere un servizio che nei fatti è già un
diaconato. Per questo abbiamo posto la domanda al Papa: ci sembra giusto che il
diaconato ci venga riconosciuto perché ci siamo rese conto che la gente a cui siamo
mandate ci guarda così. Il diaconato in questo senso può portare molto frutto».
Diceva dell' ultima cena. Gesù come discepoli ha scelto dodici uomini «Sì, guardi, ma
con le donne nei Vangeli ha fatto cose scandalose, mi si passi il termine, per quell'
epoca. Si faceva avvicinare, potevano toccarlo, stargli vicino. Le sembra poco? Poi
purtroppo è stata la Chiesa a dividere uomini e donne, una divisione disastrosa».
Un Papa, Albino Luciani, ha anche parlato di Dio come madre.
«Dio non è pensabile semplicemente come padre, come uomo. Lo Spirito, del resto, è
sempre stato visto al femminile».
Che impressione ha avuto dal Papa, è favorevole al diaconato oppure no?
«Ci ha detto che anche per lui dovrebbero esserci più donne nei posti di comando della
Chiesa. E che questi posti vanno sganciati dall' idea che possono occuparli soltanto dei
preti. In virtù del nostro battesimo possiamo contribuire al momento decisionale della
Chiesa stessa.
Sarebbe un valore per tutti».
E sul diaconato?
«Intanto non ha eluso la domanda, che gli è stata fatta perché da diverse parti del
mondo ci è stato chiesto di porla. Gli abbiamo inviato le domande prima e ha accettato
di rispondere a tutte. Anche a una dedicata al denaro, che era stata espunta. In ogni
caso, la disponibilità a studiare il diaconato è un passo importante. Non vogliamo fare i
preti e nemmeno i vescovi, per carità, ma che venga riconosciuto il nostro diaconato
come servizio perché è utile per la gente».
Perché ritiene le donne importanti per i processi decisionali della Chiesa?
«Noi donne abbiamo un'altra visuale sui problemi. Senza la nostra visuale le decisioni
sono monche, manca loro una parte. Donne e uomini devono lavorare insieme».
La Chiesa è troppo maschile?
«Secondo me nei suoi vertici sì».
Al Sinodo avete avuto spazio?
«Beh, troppo poco. C'erano delle donne, ma poche. Ma davvero non credo che sia solo
un problema di Roma. È un problema della Chiesa in generale. A un certo punto si è
iniziato a fare così e questa usanza è divenuta prassi».
Il cardinale Piero Parolin ha detto che di per sé una donna potrebbe diventare Segretario
di Stato.
«Segretario di Stato non lo so.
Ma andare alla guida di dicasteri sì, certo. Francesco l'ha ribadito ieri: si devono
separare le funzioni, i ruoli nella Chiesa dai "sacramenti". Dunque, una donna può essere
messa in qualsiasi ruolo. E poi ha detto un'altra cosa molto forte».
Quale?
«Ha parlato del codice di diritto canonico. E ha spiegato che se una cosa è vietata dal
codice non significa che debba rimanere vietata per sempre. Il codice racchiude delle
leggi ma le leggi si possono cambiare».
IL SOLE 24 ORE di sabato 14 maggio 2016
Il diaconato femminile tra rottura e tradizione di Marco Roncalli
Il problema esiste, ma, pare riduttivo inserire l'intenzione manifestata l'altro ieri da papa
Francesco -quella di istituire una Commissione sul diaconato femminile - nel quadro di
uno stato di necessità a colmare la mancanza di vocazioni maschili (tenendo presente
che i diaconi non possono celebrare la messa). L'idea, piuttosto, sembra doversi
interpretare come una questione di chiamata verso una partecipazione paritaria sempre
più piena nel servizio alla Chiesa, e, a ben vedere, come un nuovo sforzo per la tenuta
della marcia ecumenica di Francesco (il diaconato femminile è riconosciuto da
protestanti, anglicani, veterocattolici, copti, nella Chiesa apostolica armena, in quella
ortodossa (dove però i casi sono così sporadici da non potersi parlare di un costume
affermato)... Del resto non è la prima volta che Bergoglio va in questa direzione. «Si
tratta di studiare criteri e modalità nuovi affinché le donne si sentano non ospiti, ma
pienamente partecipi della vita della Chiesa. La Chiesa è donna, è la Chiesa, non il
Chiesa. Questa è una sfida non più rinviabile», così il 7 febbraio 2015 alla plenaria del
Pontificio Consiglio della cultura. L'altro ieri però, non a caso innanzi a novecento
superiori generali degli istituti religiosi femminili, rispondendo ad una suora ecco l'
affermazione al contempo attesa e inattesa. Il diaconato femminile? È «una possibilità
per oggi». Dunque avremo presto donne-diacono che leggeranno il vangelo? Che
celebreranno battesimi? Che benediranno nozze? Per ora, nei fatti, si tratta di riprendere
uno studio sul tema analizzato dalla Commissione Teologica Internazionale nel
quinquennio 1992-1997 e in quello successivo, giungendo alla votazione unanime di un
testo il 30 settembre 2002 (Il Diaconato, evoluzione e prospettive). Un documento
riguardante anche il ministero delle diaconesse - esistito, sviluppatosi in maniera
diseguale, conferito con un' imposizione delle mani ,ecc.-del quale l' allora prefetto della
Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinal Ratzinger, autorizzò la pubblicazione.
E forse è da qui che occorre ripartire, senza dimenticare certi interventi sull'argomento
apparsi a intermittenza. Quelli sollevati "senza eco" al recente Sinodo e sembrati al
benedettino Jeremias Schroder, padre sinodale eletto dall' Unione superiori generali una
«proposta audace e convincente». Quello del cardinale Kasper postosi con chiarezza la
domanda «Non può la Chiesa fare oggi qualcosa di simile a ciò che avveniva nel III-IV
secolo, quando ha creato una sorta di ministero 'sui generis' con le diaconesse per i
battesimi delle donne adulte?» (così in testo del 2013, pubblicato sul Regno) Quello del
cardinal Martini, sulla possibilità di "diaconesse" dopo il no di papa Wojtyla al sacerdozio
femminile nella Chiesa cattolica in risposta alle aperture anglicane con la lettera
Ordinatio sacerdotalis (1994). E proprio come Martini, convinto di dover riaprire alle
donne su un cammino di dialogo ecumenico, in cui esaltare la loro missione, pur
consapevol e che sul sacerdozio femminile il documento papale non ammetteva repliche,
così Bergoglio ritorna sull' importanza delle donne nella Chiesa (già nel 2013, al ritorno
dal Brasile, aveva detto che « La Chiesa è femminile: è Chiesa, è sposa, è madre...»),
dopo aver chiuso lui stesso la questione del sacerdozio femminile (al rientro dal viaggio
a Cuba e negli Stati Uniti a domanda diretta aveva risposto: «Non si può fare. Dopo
lunghe riflessioni, Giovanni Paolo II lo ha detto chiaramente»). Fatti questi rilievi, prova
di un Francesco continua a rifuggire qualsiasi clericalizzazione, pare dunque una
forzatura interpretare questa nuova apertura come passo verso il sacerdozio femminile.
Il traguardo qui rimanda all' idea del diaconato permanente già reso possibile agli uomini
con il Concilio Vaticano II e non alla dimensione transeunte di chi lo vive in attesa dei
due gradi superiori dell' ordine (presbiterato ed episcopato). Non solo alcuni storici, a più
riprese, hanno pure sottolineato il dato che il servizio diaconale al quale le donne erano
ammesse anticamente verteva soprattutto sulla carità , e che lo stesso diacono veniva
ordinato "non al sacerdozio, ma al ministero". Ciò ricordato esistono testimonianze
antiche sulla presenza di "diaconesse" (niente a che vedere con le moglie dei diaconi) sia
nella Chiesa occidentale che orientale. Nella Chiesa delle origini la loro presenza è
comprovata da più fonti: la Tradizione, i primi Concili Ecumenici, trattati del III e IV
secolo, rituali liturgici, opere patristiche, la Sacra Scrittura, scritti extrabiblici (una
sintesi è nel volume I ministeri nella Chiesa del teologo Ettore Malnati, con i tipi delle
Paoline). Il punto da approfondire è che tipo di figure ministeriali fossero (escluse in ogni
caso come i diaconi dal munus di dirigere e insegnare nella comunità, né semplicemente
assimilabili agli stessi), quali ruoli effettivi dunque svolgessero nelle comunità oltre i
compiti di assistenza a malati, orfani, detenuti, anziani, nell'aiuto a vestire e svestire
donne candidate al battesimo. E resta, di fatto, il nodo circa il carattere sacramentale
dell' ordinazione delle diaconesse - per alcuni indiscutibile, da altri negato- che neppure
il lavoro della Commissione teologica internazionale ha potuto scioglierlo partendo dai
dati storici e storiografici (sul tema si veda il volume di suor Moira Scimmi Le antiche
diaconesse nella storiografia del XX secolo, edito da Glossa), pur offrendo spunti
interessanti e risolvendo enigmi (come il ricorrente amalgama tra diaconesse e badesse,
il frequente uso del nome senza ministero, ecc.). È quello che la nuova commissione - in
attesa di conoscerne le componenti almeno nei profili- dovrà approfondire con il suo
contributo al discernimento. Immaginando soluzioni che del resto conseguirebbero
decisioni disciplinari o canoniche, non sacramentali. Guardando al passato per pensare il
futuro: nella stessa fedeltà.
IL FOGLIO di sabato 14 maggio 2016
Pag 3 Donne diacono, sono più le chiusure che le aperture del Papa di Matteo
Matzuzzi
Roma. Perfino il cardinale Walter Kasper, massimo ispiratore delle riforme teologiche del
presente pontificato, e non solo per aver tenuto la lunga relazione che ha introdotto tra
la curia riunita in concistoro il doppio Sinodo sulla famiglia, si mostra perplesso sulle
conseguenze dell'apertura del Papa a riprendere in mano il dossier sulla possibilità di
istituire un diaconato femminile, sul modello della chiesa delle origini. Innanzitutto
perché se è vero che Paolo nella Lettera ai Romani parla di "diaconesse", "il problema è
stabilire che cosa intende", nota Kasper, aggiungendo che sul punto i pareri sono i più
disparati. La questione è ancora aperta proprio in virtù dell'impossibilità a ricostruire
quale fosse la reale situazione nella chiesa primitiva. Francesco ha risposto a braccio,
mostrandosi disponibile a istituire una commissione di studio per chiarire quella che egli
stesso ha definito situazione "un po' oscura", ammettendo di non avere alcuno
strumento per poter dire sì o no alla richiesta specifica della religiosa che gli ha posto la
domanda: "Credo - ha detto il Pontefice - che chiederò alla congregazione per la
Dottrina della fede che mi riferiscano circa gli studi su questo tema, perché io vi ho
risposto soltanto in base a quello che avevo sentito da questo sacerdote che era un
ricercatore erudito e valido, sul diaconato permanente". Niente di più, anzi. Ieri
pomeriggio sia il Sostituto della segreteria di stato, mons. Becciu, sia padre Federico
Lombardi, hanno chiarito che "il Papa non ha detto che abbia intenzione di introdurre
un'ordinazione diaconale delle donne". Papa che - ha aggiunto Becciu - si è detto
"sorpreso" per il clamore suscitato. Da lui, infatti, non vi era stata alcuna riflessione dal
complesso taglio teologico, nessuna valutazione nel merito. Solo la conferma
dell'importanza del ruolo della donna nella chiesa e della necessità di concedere a essa
uno spazio più incisivo anche nella governance vaticana, come più volte sottolineato da
Francesco e dai suoi immediati predecessori (la lettera apostolica Mulieris dignitatem
sulla dignità e la vocazione della donna fu promulgata da Giovanni Paolo II nel 1988) .
Incarichi pronti e possibili, a patto che non si cada nella clericalizzazione, che è cosa ben
diversa, aveva sottolineato pochi mesi dopo l'elezione, dalla valorizzazione. Aspetto,
quest'ultimo che è invece pienamente spiegato da quanto Francesco disse a bordo
dell'aereo che lo riportava in Italia dopo la Giornata mondiale della gioventù di Rio de
Janeiro, quando spiegò che "una chiesa senza le donne è come il collegio apostolico
senza Maria". Il vero nodo, ammesso che la nuova commissione venga costituita e porti
a qualche risultato (i tempi sono imprevedibili, considerati anche i precedenti che a nulla
hanno portato), è il sacerdozio femminile. Il Papa, più volte, ha già detto che la
questione "è chiusa" e nel sottolinearlo si è rifatto a quanto messo nero su bianco da
Giovanni Paolo II più di vent'anni fa. E pure Kasper concorda quando spiega di non poter
"immaginare che Francesco cambi quella decisione". Anche perché il Papa, nell'udienza
concessa all'Unione internazionale delle superiore generali, si è mostrato poco propenso
a cambiare quelle questioni "liturgico-dogmatiche" che pure da più parti si vorrebbe
veder aggiornare. Un esempio in tal senso l'ha dato la responsabile dell'inserto
femminile dell'Osservatore Romano, la storica Lucetta Scaraffia, già uditrice delusa
all'ultimo Sinodo ordinario sulla famiglia, che nel definire "super rivoluzione" la domanda
posta dalla suora sul diaconato, ha parlato di "tempi che cambiano". Bergoglio, infatti,
ha chiuso alla possibilità - che a molti osservatori pareva la più semplice da far passare che le donne tengano l'omelia durante le celebrazioni eucaristiche. "Non c'è alcun
problema che una donna - una religiosa o una laica - faccia la predica in un Liturgia della
Parola", ha premesso il Papa: "Non c'è problema. Ma nella celebrazione eucaristica c'è
un problema liturgico-dogmatico, perché la celebrazione è una - la Liturgia della parola e
la Liturgia eucaristica, è un'unità - e colui che la presiede è Gesù Cristo. Il sacerdote o il
vescovo che presiede lo fa nella persona di Gesù Cristo. E' una realtà teologico -liturgica.
In quella situazione, non essendoci l'ordinazione delle donne, non possono presiedere".
WWW.VATICANINSIDER.LASTAMPA.IT di sabato 14 maggio 2016
Il Vaticano invita alla cautela sul «caso diaconesse» di Andrea Tornielli
Il Sostituto della Segreteria di Stato Becciu racconta la reazione di Francesco a ciò che i
media mondiali hanno scritto: «Mi ha telefonato sorpreso». Padre Lombardi: «Bisogna
essere onesti: il Papa non ha detto che abbia intenzione di introdurre un’ordinazione
diaconale delle donne». Il grande pericolo del clericalismo
«Il Papa mi ha telefonato sorpreso circa le... diaconesse! Pensa a una commissione. Non
affrettiamo le conclusioni!». Nello spazio di un tweet l’arcivescovo Angelo Becciu,
Sostituto della Segreteria di Stato, ha comunicato la reazione di Francesco al modo in
cui i media hanno riportato la notizia della sua disponibilità a discutere il tema. Si è fatto
infatti passare il suo «sì» ad approfondire l’argomento - in risposta a una domanda
ricevuta - come un via libera all’ordinazione diaconale delle donne. Interviene con un
commento anche il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi: «Si
tratta di una bellissima conversazione che il Papa ha fatto con le Superiore delle religiose
delle diverse parti del mondo. Molto bella e incoraggiante sulle donne e in particolare
sulle donne consacrate nella vita della Chiesa, anche sui loro compiti in posizioni
importanti nei dicasteri quando non sia implicata la ordinazione». «Ha suscitato molto
rumore - continua il portavoce - il fatto che il Papa, rispondendo a una domanda, abbia
parlato di una commissione per studiare la questione del diaconato delle donne. È una
questione di cui si è molto parlato anche in passato e che nasce dal fatto che nella
chiesa antica vi erano donne chiamate “diaconesse”, che svolgevano certi servizi nella
comunità. Si sono fatti anche diversi studi storici su questo fatto, e il Papa vi ha fatto
qualche cenno». «Inoltre - ha detto ancora Lombardi - c’è un documento importante del
2002 della Commissione Teologica Internazionale che ne ha parlato. Il Papa dice che
pensa di costituire una commissione che riprenda queste questioni per vederle con
maggiore chiarezza. Ma bisogna essere onesti: il Papa non ha detto che abbia intenzione
di introdurre un’ordinazione diaconale delle donne, e meno che meno ha parlato di
ordinazione sacerdotale delle donne. Anzi, parlando della predicazione nel corso della
celebrazione eucaristica ha fatto capire che a questo non pensa affatto». In effetti
Francesco dialogando con le superiore religiose ha messo un paletto proprio alla
possibilità che una donna possa tenere l’omelia durante la messa. Non c’è problema, ha
spiegato, che ciò avvenga nel corso di una liturgia della Parola, ma «nella celebrazione
eucaristica c’è un problema liturgico-dogmatico, perché la celebrazione è una - la
Liturgia della Parola e la Liturgia Eucaristica, è un’unità – e colui che la presiede è Gesù
Cristo. Il sacerdote o il vescovo che presiede lo fa nella persona di Gesù Cristo. È una
realtà teologico-liturgica. In quella situazione, non essendoci l’ordinazione delle donne,
non possono presiedere». Il Papa ha invece ribadito ciò che altre volte aveva detto sulla
necessità di dare più spazio alle donne nella Chiesa anche a livello decisionale.«Nella
leadership non c’è problema: in quello dobbiamo andare avanti, con prudenza, ma
cercando le soluzioni». Riferendosi con ciò a tutti quegli incarichi di responsabilità che
non prevedano la presenza di un sacerdote ordinato. Francesco ha fatto esempi in
questo senso anche relativi alla Curia romana: si vedrà se al termine del lungo processo
di riforma e di accorpamento i criteri di dare maggiore spazio alle donne e più in
generale maggiore spazio ai laici, verrà attuato come fino ad oggi non è stato fatto. La
trascrizione integrale del dialogo del Papa con le superiore religiose ha contribuito anche
a ridimensionare proprio il caso diaconesse. Francesco ha infatti parlato di «due
tentazioni» dalle quali «dobbiamo guardarci». «La prima è il femminismo: il ruolo della
donna nella Chiesa non è femminismo, è diritto! È un diritto di battezzata con i carismi e
i doni che lo Spirito ha dato. Non bisogna cadere nel femminismo, perché questo
ridurrebbe l’importanza di una donna». Bergoglio ha detto di non vedere, in questo
momento, «un grande pericolo riguardo a questo tra le religiose». «L’altro pericolo, che
è una tentazione molto forte e ne ho parlato parecchie volte - ha aggiunto - è il
clericalismo. E questo è molto forte. Pensiamo che oggi più del 60 per cento delle
parrocchie – delle diocesi non so, ma solo un po’ meno – non hanno il consiglio per gli
affari economici e il consiglio pastorale. Questo cosa vuol dire? Che quella parrocchia e
quella diocesi è guidata con uno spirito clericale, soltanto dal prete, che non attua quella
sinodalità parrocchiale, quella sinodalità diocesana, che non è una novità di questo Papa.
No! È nel Diritto Canonico, è un obbligo che ha il parroco di avere il consiglio dei laici,
per e con laici, laiche e religiose per la pastorale e per gli affari economici. E questo non
lo fanno». Questo «è il pericolo del clericalismo oggi nella Chiesa», ha detto il Papa.
«Dobbiamo andare avanti e togliere questo pericolo, perché il sacerdote è un servitore
della comunità, il vescovo è un servitore della comunità, ma non è il capo di una ditta.
No! Questo è importante. In America Latina, per esempio, il clericalismo è molto forte,
molto marcato. I laici non sanno che cosa fare, se non domandano al prete… È molto
forte». Il clericalismo «è un atteggiamento negativo. Ed è complice, perché si fa in due,
come il tango che si balla in due… Cioè: il sacerdote che vuole clericalizzare il laico, la
laica, il religioso e la religiosa, il laico che chiede per favore di essere clericalizzato,
perché è più comodo». Francesco ha infine raccontato un esempio molto eloquente
proprio in riferimento al caso diaconato. «È curioso questo. Io, a Buenos Aires, ho avuto
questa esperienza tre o quattro volte: un parroco bravo, che viene e mi dice “Sa, io ho
un laico bravissimo in parrocchia: fa questo, fa questo, sa organizzare, si dà da fare, è
davvero un uomo di valore… Lo facciamo diacono?”. Cioè: lo “clericalizziamo?”. “No!
Lascia che rimanga laico. Non farlo diacono”. Questo è importante. A voi succede
questo, che il clericalismo tante volte vi frena nello sviluppo lecito della cosa». Da questa
risposta, in linea con quella data alla Stampa nel dicembre 2013 a proposito della
boutade sulle donne cardinale che aveva già acceso qualche aspettativa, emerge
chiaramente che il Papa non abbia tra le sue priorità per valorizzare le donne nella
Chiesa quella di istituire una speciale ordinazione diaconale femminile. Sarebbe una via
eminentemente «clericale».
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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA E LAVORO
CORRIERE DELLA SERA
Pag 19 Pagare le tasse? E’ giusto e civile, ma in Italia non è bello di Susanna
Tamaro
Noi e il fisco
«Pagare le tasse è bello!» ha affermato tempo fa il nostro ministro dell’Economia. È
davvero bello pagare le tasse? E se lo è, in che cosa si manifesta questa bellezza? Ho
quarant’anni di contributi alle spalle e in questi quattro decenni ho avuto la straordinaria
- e rara - fortuna di passare da una condizione di precaria nullatenenza ad un’altra di
grande abbondanza. Forse proprio per questo sono in grado di fare alcune riflessioni su
questo lato della nostra vita civile. Il mondo in cui sono cresciuta e l’inclinazione etica
del mio animo mi portano ad essere una persona profondamente devota alla legalità.
Non ho mai preso una multa guidando la macchina, non ho mai scansato una tassa,
neppure la più piccola, la più assurda. Chi era adulto negli anni 80 si ricorderà che, ad
un certo punto, ci venne chiesta la tassa sul medico di famiglia. All’epoca, sopravvivevo
con lavori di totale precarietà e dunque quella cifra - centomila lire! - era per me
spaventosa, ma purtroppo, per questo terribile istinto pavloviano di onestà, corsi a
pagarla. Dico purtroppo perché, poco dopo, la tassa venne cancellata - quasi nessuno
infatti onorò l’ingiunzione - senza peraltro venir restituita ai pochi ingenui onesti che
avevano obbedito. Cambio di anni e cambio di scenario. Metà anni 90, guadagno cifre
ingenti con «Va’ dove ti porta il cuore», pago - giustamente - ingentissime tasse,
rifiutando di prendere le scorciatoie consentite allora dalla contraddittorietà e dalla
compiacenza delle leggi, quali castelletti, scatole cinesi, fittizie residenze in paradisi
fiscali. Comunque, il governo di quegli anni - un governo di sinistra - ha pensato che non
fosse abbastanza. Era una vera vergogna poter guadagnare così tanto con la cultura e
così venne fatta una legge ad hoc sui best seller - potevano chiamarla tranquillamente
legge Tamaro - che mi costrinse ad un ulteriore gravosissimo esborso. Credo di essere
stata l’unica persona a pagarla, anche perché dopo solo sei mesi, per l’imbarazzo e la
vergogna, la legge venne cancellata. Inutile dire che i soldi non mi sono stati restituiti.
Pagare le tasse è bello? Continuiamo nel nostro percorso. Arriva l’euro, che dimezza a
tradimento la capacità di acquisto degli italiani. E, otto anni dopo, inizia anche la crisi
che, in poco tempo, taglia le gambe alla maggior parte dei cittadini onesti, quelli che
dichiarano i loro guadagni, che esistono fiscalmente, non quelli che galleggiano nel felice
limbo dell’illegalità e continuano imperterriti a farlo. Sono gli anni in cui chi ha avuto
l’infausta idea di intraprendere un’attività si trova improvvisamente con le spalle al
muro, stretto tra il cambiamento economico e un moloch di leggi fiscali che manifesta il
suo esistere attraverso una sola via - quella della persecuzione. Quello che ho capito in
questi anni, vedendo tante persone perbene andare in rovina, è che in questo Paese
puoi aprire un’attività soltanto se hai le spalle coperte da beni di famiglia o da altre - e
magari più ambigue - coperture. Se ti affidi alle tue sole forze, se sei convinto che
questo sia un Paese libero in cui agli onesti e volonterosi sia data la possibilità di
cambiare condizione, sei un povero illuso. Basta un inciampo anche minimo e cadi a
terra. E da quel suolo nessuno più verrà a risollevarti, anzi. Una mia amica che aveva
una rosticceria, si è trovata le fognature della strada davanti al negozio spalancate per
molti mesi, per interminabili lavori comunali. Grazie a questi effluvi, la clientela si è
volatilizzata. Ma non lo hanno fatto le banche, non gli studi di settore che esigevano
ovviamente un guadagno molto più alto e non accettavano il dato di fatto. Il mondo dei
fallimenti e delle gestioni fallimentari è un universo sinistro di cui forse si parla troppo
poco e su cui sarebbe importante fare un po’ di luce. Dopo la vendita dei beni, degli
arredi, della merce, del computer, ecco che arriva Equitalia e, con il suo ingresso, la
vicenda entra nel mondo del surreale. Di mese in mese, di anno in anno, le more si
moltiplicano in modo esponenziale trasformando rapidamente la cifra iniziale in quella
dei fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni. Fantastiliardi che, come quelli del mitico
deposito, resteranno sempre nel mondo dell’immaginario. A questo punto, dato che gli
esausti debitori non saranno mai in grado di onorarli, iniziano i pignoramenti, roba
davvero da leccarsi i baffi: un vecchio televisore, la Panda sfondata, le mura della
camera da letto in cui si vive, il libretto con sopra nove euro del vecchio padre invalido.
Queste operazioni di recupero vengono fatte con zelo ammirevole, zelo che sarebbe
bello vedere in azione in altri settori dello Stato. Questi fantastiliardi, purtroppo, non si
volatilizzeranno alla morte dei debitori ma, come le maledizioni bibliche, ricadranno sulle
spalle dei figli i quali già sanno che è inutile studiare, darsi da fare, cercare di migliorare
la loro condizione perché una spada - anzi, una ghigliottina! - di Damocle penderà per
sempre sulle loro teste. Continuando di questo passo, rischiamo di trovarci in una
situazione non diversa da quella dell’India dove i bambini vengono venduti alle fabbriche
di mattoni per pagare i debiti contratti dai nonni. Pagare le tasse è bello? Perché sia
bello ancora non ci è chiaro, mentre è abbastanza chiaro che per molte persone è ormai
impossibile. Ed è anche chiaro che molte, moltissime altre non hanno neppure mai preso
in considerazione di farlo. Siamo il quinto Paese al mondo per pressione fiscale, con
un’evasione che raggiunge il 38 % delle imposte. Dunque il peso delle persone disoneste
ricade sulle spalle di quelle oneste, e il sistema persecutorio ci mette del suo,
accanendosi sulle medesime inermi spalle. Funziona questo sistema? I dati non sono
confortanti: dei settecento miliardi di debiti che l’Agenzia delle Entrate ha dato compito
di recuperare ad Equitalia ne sono stati incassati finora dieci. Mancano all’appello
seicentonovanta miliardi. Continuando con questo sistema - pignorando cioè vecchie
auto, televisori e libretti di risparmio dei poveri - per riuscire a pareggiare i conti
dovremmo aspettare un’altra era geologica, quando la terra probabilmente sarà
dominata dagli alieni o da dei ratti giganti che avranno preso il nostro posto. Lo stato
debitorio di gran parte della popolazione ci trasforma in un Paese inerte, depresso,
vittima di una passività di sopravvivenza che certo non giova alla tanto vagheggiata
ripresa. «Stiamo qui, attenti a non respirare troppo, perché se respiri troppo, Equitalia ci
porta via anche il respiro» mi ha confessato un giorno una madre di famiglia a cui da
poco era stata sequestrata - pistola in mano come fosse una camorrista - una vecchia
utilitaria sfondata, ultimo bene posseduto. Pagare le tasse è bello? Abbiamo settecento
scadenze all’anno, tre per ogni giorno lavorativo. «Saltare» uno di questi appuntamenti
può voler dire scivolare rapidamente nel mondo dei reietti e, anche se si riesce
miracolosamente a restare a galla, noi onesti avremo sempre il fiato dello Stato sul collo
perché non riesce a credere alla nostra rettitudine e, pur di trovare il dolo nascosto, è
pronto ad usare ogni mezzo. Dopo sei mesi di implacabili controlli una mia amica
impiegata è stata raggiunta da una sanzione di trentacinque euro. La colpa? Tra gli
scontrini del rimborso dei farmaci le era sfuggito un dentifricio! Ecco la prova che anche
la persona più integerrima nasconde, sotto la facciata rassicurante, un pericoloso
evasore. Ma quanto è costato allo Stato - cioè a noi — il recupero di quei trentacinque
euro? È il caso di dire che la montagna ha partorito il topolino. Dato che denunciare
senza proporre soluzioni non fa altro che aumentare il livello di populismo, vorrei allora
fare tre proposte concrete. Per tentare di liberare il nostro Paese dall’incantesimo
dell’immobilità, la prima cosa sarebbe quella di concedere un’amnistia per le more
esponenziali, rendendo così più realistica la restituzione del debito. La seconda sarebbe
quella di trattare i contribuenti onesti con il rispetto che si deve alle persone adulte e
civili, abbandonando modelli di coercizione poliziesca che troppe volte ricordano i grigi
regimi dell’Est. La terza cosa - che probabilmente dovrebbe essere la prima - dovrebbe
essere quella di fare un’opera di severissima pulizia su tutte le opacità all’interno degli
apparati statali, quelle opacità che ci relegano al sessantanovesimo posto nelle
classifiche internazionali sulla corruzione, e ultimi in Europa. Perché la corruzione, oltre
ad essere il nostro macigno fiscale - il suo costo è valutato intorno ai sessanta miliardi di
euro - è anche la causa dell’ormai totale sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato. È
bello pagare le tasse? Dopo quarant’anni di fedeltà integerrima al tributo posso
rispondere serenamente: no! Sarebbe bello se le strade fossero dignitosamente
asfaltate, se gli edifici scolastici dessero un’idea di decoro anziché di degrado, se i
bambini giocassero in vere aree a loro dedicate invece che su altalene circondate da
rifiuti, se non vedessi i pensionati rovistare nei cassonetti della spazzatura. Un giorno
magari sarà bello pagarle, ma per il momento si tratta solo di un obbligo a cui è illegale
e incivile sottrarsi. Resta il mio personale rammarico di aver gettato enormi somme
guadagnate onestamente nel ventre ingordo di uno Stato che tutto divora e davvero
poco è capace di offrire.
LA REPUBBLICA
Pag 1 Un figlio costa anche da grande di Chiara Saraceno
Un figlio costa denaro e tempo, non solo nei primi anni di vita, ma lungo tutti gli anni
della crescita (e in Italia ben oltre), anche se in diversa combinazione. Se il "costo" in
termini di tempo è elevatissimo nei primi anni di vita per diminuire progressivamente,
quello in termini di denaro invece aumenta con gli anni. Pensare di incoraggiare la
natalità concentrandosi quasi esclusivamente sul sostegno al reddito nei primi anni di
vita, quindi, è un approccio sbagliato. Come emerge chiaramente dai dati statistici,
molte donne non vengono assunte da datori di lavoro che "temono" una loro eventuale
maternità; e molte madri sono costrette a lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio
(soprattutto se è il secondo o il terzo) perché non riescono a conciliare le domande di
cura dei figli con quelle del lavoro remunerato. Non ci riescono in un contesto, come
quello italiano, in cui i servizi per l'infanzia sono scarsi e costosi, pur con forti differenze
territoriali, le scuole a tempo pieno in progressiva riduzione e distribuite in modo molto
disomogeneo sul territorio, le lunghe vacanze scolastiche richiedono, per essere gestibili,
risorse sia economiche sia di rete famigliare. Per occuparsi del lavoro di cura troppe
madri (un 20% circa) devono rinunciare in tutto o in parte ad un reddito proprio, una
perdita non compensabile con un bonus bebè per quanto generoso e i cui effetti sono di
lungo periodo, quando non irreversibili, rendendo quindi più difficoltoso far fronte ai costi
monetari crescenti man mano che i figli crescono. Questi rischi sono ancora più attuali e
diffusi oggi, in una situazione di domanda di lavoro insufficiente e rapporti di lavoro
precari (che scoraggiano anche molti padri dal prendersi tempo per condividere la cura
con le madri), specialmente per le donne a bassa istruzione e dei ceti economicamente
più modesti. Aggiungo che l'Italia è uno dei paesi europei a più alta povertà minorile e
questa è concentrata nelle famiglie con tre o più figli, che sono anche spesso famiglie
monoreddito. L'arrivo di un figlio in più rappresenta un rischio di povertà nel breve, ma
anche medio e lungo periodo non solo per i genitori, ma anche per i fratelli/ sorelle.
Incoraggiare le donne e le coppie a fare un figlio in più senza mettere in conto sia
l'orizzonte temporale in cui si dispiega la responsabilità del suo mantenimento sia i rischi
in cui incorrono le famiglie nel loro complesso e in particolare le madri, quindi anche
senza predisporre strumenti per farvi fronte, mi sembra davvero irresponsabile. Non
intendo con ciò sostenere che non occorra fare nulla sul piano del sostegno monetario al
costo dei figli. Al contrario, ritengo che accanto a politiche di sostegno all'occupazione e
di conciliazione lavoro-famiglia, è necessario porre mano finalmente ad una riforma
organica dei trasferimenti per il costo dei figli, oggi frammentati in una molteplicità di
misure, spesso scoordinate tra loro, quindi meno efficaci, ed eque, di quanto potrebbero
essere a parità di spesa: assegno al nucleo famigliare per famiglie di lavoratori
dipendenti a basso reddito, assegno al terzo figlio per famiglie a basso reddito (misurato
però con un altro strumento) con tre figli tutti minori, bonus bebè mensile per bambini
nati o adottati nel triennio 2015- 2018, detrazioni fiscali per figli a carico ( da cui sono
esclusi gli incapienti). C'è chi riesce ad avere accesso a più di una di queste misure e chi
a nessuna, pur essendo a basso reddito. Invece di aumentare il bonus bebè, o
estenderne il periodo di accesso, sarebbe opportuno unificare queste misure, o al
massimo ridurle a due, da fruire in alternativa (come succede in Germania): un
trasferimento diretto, o assegno per i figli, di importo crescente con il numero dei figli ed
eventualmente decrescente in base al reddito famigliare, senza vincoli categoriali e, fino
almeno alla maggiore età, una detrazione fiscale equivalente.
IL GAZZETTINO
Pag 15 Adozioni e gay, sempre e comunque dalla parte del bimbo di Alessandra
Graziottin
“Se lei fosse un bambino e potesse scegliere, vorrebbe avere un padre e una madre, due
madri oppure due padri?”. Cari lettori e lettrici, che cosa rispondereste? Credo che l’8590 per cento degli italiani direbbe: “Vorrei un padre e una madre”. Con tutti i limiti che
la coppia genitoriale uomo-donna può avere, resta ancora il modello consolidato di
riferimento evolutivo dal punto di visto del bambino. Sui diritti degli adulti ad avere figli,
ad ogni età, in ogni condizione e in qualsiasi situazione relazionale, si è già sentito e
visto di tutto. Si riflette molto meno sui diritti di ogni bambino di partire, almeno
all’inizio, con un padre e una madre. Quali sono gli elementi fondanti di questa necessità
psicoemotiva e sessuale? La prima riguarda la costruzione dell’identità sessuale, che ci
dà poi la convinzione, e la soddisfazione, di appartenere al genere biologico, e
anagrafico, presente alla nascita, con le mille implicazioni che poi questo comporta. La
costruzione dell’identità sessuale, dinamica e molto vulnerabile ai traumi affettivi, si
fonda su due grandi processi: l’identificazione con il genitore dello stesso sesso, in cui il
bambino o la bambino si rispecchia e da cui apprende, per imitazione, il primo codice di
identità di genere (“sono una bambina” oppure “sono un bambino”); e la
complementazione con il genitore del sesso opposto. Il maschietto con due mamme con
chi si identifica? Con quella più mascolina? E la bambina con due papà con chi si
identifica? Con quello più effeminato? Problema ancora più complesso nelle situazioni di
identità sessuale fluida o di transgender. “Non ci sono differenze, non importa il sesso
dei genitori, basta che il bambino sia amato”. Se l’amore è qualcosa di più di un’abusata
parola, è indispensabile che venga sostanziata nei fatti, che non sono così rassicuranti
come si sostiene con fermezza, coprendo vuoti pesanti sul fronte della ricerca clinica con
dinamiche ideologiche. Il secondo elemento di perplessità riguarda le dinamiche in gioco
nel caso di utero in affitto, necessario se la coppia è gay. Il terzo riguarda l’accettazione
del bambino, che ha questo scenario genitoriale, da parte degli altri bambini. Con il
conformismo imperante, e il bullismo epidemico, chi può con certezza escludere che un
bambino in questa situazione non diventi oggetto di aggressioni? Soprattutto se è un
bambino già più fragile proprio perché amato sì, ma con forti asimmetrie affettive e di
genere nella coppia parentale. Già lo vediamo in situazione più “accettate” come i figli
tardivi. “Mio figlio mi ha chiesto di non andare più ad accompagnarlo a scuola perché
sembro sua nonna, e non sua madre, e lui si vergogna perché le altre mamme sono
giovani e belle e io vecchia, brutta e grassa (testuale). E gli altri lo prendono in giro”.
Così mi ha detto una collega americana, madre single con donazione di sperma a 50
anni e che ora, a 60, ha un figlio decenne che la rifiuta in tutto. E se la situazione con
due mamme appare più facile da far accettare socialmente, quella con due padri appare
più problematica. Negare che i problemi possano esistere non giova alla causa. La
negazione non è mai un buon metodo per affrontare problemi di cui vediamo premesse
importanti. Quarto elemento: se già la stabilità della coppia genitoriale eterosessuale è
oggi sempre più precaria, con ripercussioni anche gravi sull’equilibrio del piccolo, quali
possono essere le conseguenze della rottura di una coppia gay (più frequente in quelle
maschili)? Non sappiamo. Nel dubbio, è meglio essere molto prudenti. Benissimo quindi
che sia stata approvata la legge sulle unioni civili. Sull’adozione, sto dalla parte dei
bambini. Si parla tanto dei loro diritti, ma l’uso strumentale che ne viene fatto, e non
solo sul fronte della adozione da parte di coppie omosessuali, è davvero molto
inquietante.
CORRIERE DELLA SERA di domenica 15 maggio 2016
Pag 21 Noi e le riunioni, usi e malcostumi di Elvira Serra
Il più onesto è Mario Perego. «Gli italiani in riunione? Sì, certo, anche noi... Allora...
Tendiamo a divagare; rimettiamo in discussione temi già decisi per il puro piacere
dialettico; prestiamo poca attenzione a chi parla; finiamo con il fare due riunioni in una,
dividendoci in gruppetti...». Il direttore risorse umane del Gruppo Heineken Italia si è
prestato al gioco e ha forzato volutamente i difetti, per farli risaltare. Ma ovviamente
non fanno così tutti i dipendenti della multinazionale olandese per cui lavora, altrimenti
non si spiegherebbe il fatturato da ottocento milioni di euro del 2015, peraltro in crescita
rispetto all’anno precedente. Tuttavia quelli che ha raccontato sono comportamenti
abbastanza diffusi e radicati, tanto da aver reso necessaria tempo fa una circolare
interna che dà le indicazioni su come condurre una riunione efficace: «Assicurarsi che sia
davvero necessaria; anticiparne prima lo scopo e l’argomento; pianificare il tempo che
serve; non interrompere; ascoltare; essere sintetici». (Tra parentesi: niente birra ai
meeting, al limite nel frigobar c’è quella analcolica). Paese che vai, riunione di lavoro che
trovi. La Bbc ha pubblicato una carrellata di usi e (mal)costumi intorno al mondo. I
cinesi? Hanno molti cellulari e in riunione li usano contemporaneamente, schierandoli sul
tavolo senza vergogna. I giapponesi? Studiano a memoria l’ordine del giorno. I
finlandesi? Tacciono (stare zitti da loro è considerato un segno di grande intelligenza, al
contrario dell’America, dove è meglio intervenire, a costo di dire sciocchezze: il silenzio è
giudicato molto più stupido). Italiani, spagnoli e francesi amano le interruzioni. Tedeschi
e svizzeri sono puntuali. «La puntualità svizzera è più di un luogo comune, è la loro
essenza: sono rigorosi, vogliono sempre arrivare al risultato», spiega Tania Ghiani, che
segue la comunicazione nella multinazionale AbbVie per l’area Eemea (Europa Orientale,
Medio Oriente e Africa). «Ho a che fare con circa quarantacinque Paesi, per me è un
arricchimento continuo. È di grande aiuto che l’inglese sia la seconda lingua per tutti,
obbliga alla concisione e alla sintesi, rende lucidi». La nuova tecnologia permette di
essere vicini senza bisogno di prendere un aereo ed educa all’efficacia: poco tempo,
speso bene. Manca, però, un galateo specifico. Il cellulare, per esempio, va silenziato o
no? «Sì, come minimo. L’ideale, quando proprio bisogna rispondere, è nasconderlo
dietro un portaocchiali o sulle ginocchia», suggerisce Nicola Faini, responsabile Facilities
Management di Wind, 6.814 dipendenti in Italia. Ammette che da questo punto di vista
le conference call, riunioni telefoniche, sono l’ideale per tenere sott’occhio un altro
telefonino. «Ma sempre e solo per lavoro, mica per guardare Facebook o replicare a
email private! E inoltre questo gioco vale solo quando non si è direttamente coinvolti
nella conversazione». Pure le aziende molto piccole hanno bisogno di darsi regole non
scritte. Anche quelle che della creatività hanno fatto il loro mestiere. Come Good Point,
che da cinque anni supporta enti istituzionali e aziende nella pianificazione e
realizzazione di progetti nel sociale. Cinque dipendenti, due socie. La presidente,
Nicoletta Alessi, racconta: «La cosa peggiore, in generale, è la mancanza di attenzione.
E poi rispondere al telefono, controllare i messaggi, accendere il computer o fare altro.
Soprattutto, non esiste che qualcuno non parli o non intervenga mai». Fosse anche per
divagare. Che è la tesi del Canada, e l’antitesi della Svezia: in Nord America è scontato
«scaldare» la riunione parlando del meteo o dell’ultimo risultato sportivo, nella fredda
Scandinavia i preliminari inutili sono considerati una disdicevole perdita di tempo. «Non
facciamoci però intrappolare dagli stereotipi», avverte Vincenzo Russo, docente di
Psicologia del lavoro e delle organizzazioni allo Iulm di Milano. «Rischiamo di banalizzare
per Paesi. Esistono, piuttosto, quattro grandi culture lavorative e talvolta coesistono. C’è
quella che esalta le gerarchie e il rispetto delle regole; quella tecnocratica in cui conta
solo raggiungere l’obiettivo; quella familistico materna in cui il benessere delle persone è
più importante del risultato; quella individualista, dove ognuno è capo di se stesso. Noi
italiani siamo socialmente più predisposti ad avere strutture organizzative molto
burocratiche o familistico-materne. Ma se lo scopo è l’obiettivo, tutto il resto è
secondario».
CORRIERE DEL VENETO di domenica 15 maggio 2016
Pagg 2 – 3 Banche fragili di Angela Pederiva
Sofferenze a 18 miliardi, il triplo del 2009. Ecco perché ogni 10 euro prestati 1 si perde
Da una parte il travaglio delle ex Popolari trasformate in Spa, fra la svalutazione delle
azioni, le difficoltà della ricapitalizzazione, le insidie della quotazione, gli indugi
sull’azione di responsabilità. Dall’altra l’affanno del credito cooperativo, tra dolorosi
commissariamenti e inevitabili liquidazioni, nella cornice di una riforma tanto necessaria
quanto delicata. La grave malattia che affligge il sistema bancario veneto è
caratterizzata da un sintomo inequivocabile: i crediti in sofferenza. Un fenomeno che,
nel settennato della grande crisi, è pressoché triplicato, aumentando addirittura di sette
volte nel settore dell’edilizia. Per cui la domanda delle domande alla fine è questa: ma di
chi è stata la colpa? È stata (solo) degli errori, dolosi o colposi, nella gestione degli
istituti che hanno prestato i soldi? O è stata dell’incapacità di restituire i denari da parte
delle famiglie, e soprattutto delle imprese, travolte dalla recessione?
I numeri - Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Già, ma un conto è dirlo a parole, un
altro è dimostrarlo con i numeri. Ecco allora le cifre, certificate dalla Banca d’Italia in
Veneto, sulle sofferenze nette: si tratta, al netto dell’ammontare complessivo delle
perdite di valore, dei crediti la cui totale riscossione non è certa per gli istituti che hanno
erogato i finanziamenti, dal momento che i soggetti debitori si trovano in uno stato
d’insolvenza (anche se non accertato giudizialmente) o in situazioni sostanzialmente
equiparabili. Da questo punto di vista al 31 dicembre 2015 risultava un dato di 18,2
miliardi, ripartito fra i 2.950 milioni delle «famiglie consumatrici» (individui o gruppi di
individui nella loro qualità di consumatori), i 1.152 delle «famiglie produttrici» (imprese
individuali e società di persone che impiegano fino a cinque addetti) e i 14.119 delle
«attività economiche», ulteriormente distinte in industriali (4.447), servizi (5.294) e
costruzioni (4.209).
La tendenza - Impressionante è la tendenza che emerge dal confronto con la rilevazione
al 31 dicembre 2009, quando il totale era di 5,7 miliardi, suddiviso fra i 1.010 milioni dei
consumatori, i 487 delle piccole ditte artigiane e commerciali e i 4.247 delle aziende
manifatturiere (2.032), terziarie (1.547) e edili (612). «Non c’è dubbio alcuno che la
crisi abbia battuto fortemente sul tessuto economico, per cui non si possono attribuire
tutte le colpe alle banche», rileva Francesco Zen, professore associato di Banking,
financial and risk management al Bo di Padova. «Due crisi diverse e severe, l’una
globale nel 2008 e l’altra italiana nel 2011, non potevano che tradursi in questi numeri»,
annota Ugo Rigoni, docente ordinario di Economia degli intermediari finanziari a Ca’
Foscari di Venezia.
Il mattone - Per notare com’è lievitato il problema nel tempo, basta osservare
l’incremento globalmente registrato anno dopo anno: 5,7 miliardi nel 2009; 7,3 nel
2010; 9,6 nel 2011; 11,5 nel 2012; 14 nel 2013; 16,3 nel 2014; 18,2 nel 2015. Un
aumento esponenziale che, nel caso del mattone, è ancora più vistoso: da 612 milioni
nel 2009 a 4.209 nel 2015, appunto, passando per tappe intermedie che segnano un
vertiginoso crescendo (934 nel 2010, 1.511 nel 2011, 1.998 nel 2012, 2.689 nel 2013,
3.540 nel 2014). «In un momento di euforia - ammette Giovanni Salmistrari, presidente
regionale dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) - più di qualcuno nella
nostra categoria si è trovato in difficoltà dopo aver fatto il passo un po’ più lungo della
gamba. Ma nella maggior parte dei casi le sofferenze sono da imputare piuttosto a quelli
che definirei “gli improvvisati”, i cosiddetti immobiliaristi che hanno comprato i terreni e
ci hanno fatto edificare sopra, spesso in aree mal collegate e peggio servite, col risultato
di gonfiare l’invenduto. Il problema è che le banche si sono limitate a guardare al
famoso rating e non alla storia delle imprese, magari concedendo i denari a chi non se li
meritava e spesso negandoli a chi aveva più testa».
I debiti cattivi - Eccoci dunque al cuore del dibattito sui bad debts , che sul piano della
distribuzione geografica denotano una situazione variegata a seconda della tipologia.
Esaminando per semplicità l’ultimo anno, le piccole imprese vedono in testa Verona con
257 milioni, le famiglie sono guidate da Treviso con 659 milioni e le grandi aziende
hanno davanti Padova con 3.217 milioni. «Fra una crisi e l’altra - riprende il
ragionamento Zen - le transazioni immobiliari sono crollate del 40%. Tutte le operazioni
che all’epoca stavano nascendo, e che in seguito non sono più state portate a termine,
di fatto hanno generato il blocco assoluto del settore edilizio, il che è un po’ come
ammazzare un neonato nella culla. A ciò si è indubbiamente aggiunto un
comportamento bancario teso a favorire l’immobiliare in maniera preponderante,
pensando con un po’ troppa leggerezza che la garanzia immobiliare avrebbe comunque
coperto il fido, ma questo è stato solo uno dei fattori». Una componente comunque assai
rilevante secondo Salmistrari: «Mentre prima le banche davano il 120% del valore
dell’immobile, finanziando pure il mobilio delle case, poi sono passate improvvisamente
a zero, toccando così l’eccesso opposto. Ed ora il risultato qual è? Avendo messo a
perdita l’esposizione, adesso gli istituti di credito si possono permettere di vendere gli
appartamenti sotto costo, scatenando in questo modo un nuovo effetto domino: quello
di una piazza drogata al ribasso, dove le abitazioni vengono proposte a prezzi
assolutamente fuori mercato, causando un danno a chi sta cercando di ripartire con
nuove operazioni sane».
Gli impieghi - I numeri in termini assoluti effettivamente colpiscono. Ma per valutarne
meglio il peso, vale la pena di considerare le sofferenze in relazione agli impieghi,
ovvero i finanziamenti erogati dalle banche a soggetti non bancari, calcolati al valore
nominale, al lordo delle poste rettificative e al netto dei rimborsi: mutui, scoperti di
conto, prestiti contro cessione di stipendio, anticipi su carte di credito, prestiti personali,
leasing e così via. Al 31 dicembre 2009 questo dato era pari a circa 142 miliardi, mentre
alla stessa data del 2015 l’importo si attestava a quota 156. Questo significa che
all’inizio del periodo preso in esame i crediti irrimediabilmente deteriorati costituivano il
4% del totale, mentre alla fine dello scorso anno erano saliti all’11,6%. Il che, tradotto
in soldoni, vuol dire che su dieci euro prestati, uno (e pure abbondante) non torna
indietro. «Ma se la crisi ha toccato indistintamente tutte le banche - continua la
riflessione Rigoni - alcuni istituti sono stati più penalizzati ed altri lo sono stati di meno,
a causa di due elementi. Da un lato la selezione del credito, vale a dire il complesso di
procedure, struttura organizzativa e competenze, la cui maggiore o minore robustezza
determina processi più o meno efficaci. Dall’altro la composizione del portafoglio crediti,
cioè la politica in base a cui una banca sceglie di svilupparsi verso certi settori piuttosto
che altri, per cui se si espone troppo sull’immobiliare che è scoppiato o sulle Pmi che non
si sono internazionalizzate, è ovvio che patisce un gravame maggiore. E questo va al di
là della prassi di privilegiare “gli amici degli amici”, che non è affatto una politica, ma è
semmai la sua totale assenza, è la negazione del concetto di visione strategica».
I tagli - A completare il quadro delle fragilità, concorrono infine i numeri sulla chiusura di
filiali ed esuberi dei bancari. Fra 2009 e 2015 gli istituti in Veneto hanno subìto un taglio
secco di 500 filiali (da 3.645 a 3.145), mentre i dipendenti sono scesi di circa 2.000
unità (da 32.276 a 30.319). Il sistema bancario veneto uscirà da questo tunnel? «Le
banche sono soggetti lenti e ci vuole pazienza - premette Zen - ma qualche modello di
business deve cambiare. Quello del circuito finanziario locale non è un concetto
sbagliato, ma bisogna che il localismo non diventi eccessivo e miope, talmente legato a
doppio filo col territorio da trasformare una relazione territoriale in un rapporto
incestuoso». «Anche se le sofferenze, cioè i crediti defunti, diminuiranno - aggiunge
Rigoni - nel breve-medio periodo resterà serio il problema del costo del credito, causato
dallo zavorramento degli accantonamenti effettuati in vista della futura evoluzione dei
crediti deteriorati, che possono guarire ma anche morire».
La cultura - Quella che deve risuscitare secondo Nicola Benini, amministratore delegato
dei consulenti finanziari indipendenti di Ifa Consulting, è la cultura finanziaria: «Su
questo piano le nostre imprese sono delle analfabete, in quanto non conoscono le regole
del gioco rispetto alla controparte bancaria, che giustamente fa il proprio business. Ci
sono ancora imprenditori che pensano che il contratto finanziario sia un patto fiduciario,
tant’è vero che alle assemblee li abbiamo sentiti dire: “Ma io mi fidavo del tal direttore…
io avevo fiducia nel tal presidente…”. Quando uno ha mal di testa, deve andare dal
medico che gli fa una diagnosi obiettiva, non dal farmacista che gli vende questo o quel
medicinale. Ecco: la banca è il farmacista, il consulente finanziario è il medico». Quanto
al virus che ha infettato il sistema bancario veneto, alla fine dell’analisi sembra dunque
emergere un agente misto: sia la cattiva gestione che la dura crisi. A stabilire in che
proporzione l’una e l’altra sarà, come si dice, la storia. E forse pure la magistratura.
AVVENIRE di domenica 15 maggio 2016
Pag 12 Affido condiviso, quei padri senza diritti di Luciano Moia
In Italia 5 milioni coinvolti da separazioni. Inapplicata la parità genitoriale. Le storie di
Giorgio e Marco
Lei si stanca, prende il figlio e se ne va all’estero? Le possibilità di intervenire per il
genitore che rimane in Italia sono pressoché nulle. Saranno i limiti della legge sull’affido
condiviso, saranno le condizioni penalizzanti previste dal diritto comunitario e dai trattati
internazionali in tema di infanzia e di famiglia, in buona parte ancora legati a una cultura
che privilegia il rapporto mamma-figlio, ma nelle situazioni conflittuali la sorte peggiore
tocca quasi sempre ai padri. Le vicende quasi paradossali che presentiamo in questa
pagina sono la punta di un iceberg di sofferenza di cui la legge non sembra tenere conto.
Due padri stanno combattendo per affermare il loro diritto alla genitorialità nei confronti
delle ex partner, trasferitesi l’una in Estremo Oriente l’altra in Europa centrale. Due
decisioni unilaterali, due gesti diversi nelle modalità ma identici nelle conseguenze. Se
una madre decide di andare all’estero con un figlio piccolo, anche contro la volontà del
padre, la legge non ha alcuno strumento né per impedirlo né per ricomporre la
questione. In questi ultimi mesi ci siamo più volte occupati delle carenze della legge 54
del 2006 sull’affido condiviso. Autentica emergenza, non fosse altro che per il numero di
persone coinvolte nel nostro Paese, almeno cinque milioni tra minori e separati. La
norma rimane importante, perché ha definito per la prima volta un criterio
fondamentale: anche nella separazione, i figli hanno il diritto di contare sull’impegno
educativo di entrambi i genitori. Purtroppo la prassi giudiziaria ha di fatto reso
inapplicabile questo principio. Se una madre – nel 90% dei casi il genitore cosiddetto
“collocatario” continua ad essere la donna – decide di escludere l’ex partner dalla vita
dei figli, non esiste di fatto la possibilità di farla recedere dalla decisione. E la sua scelta
diventa vincolante e inoppugnabile sia che i due ex coniugi abitino a poche centinaia di
metri di distanza, sia che – come nei casi di cui diamo conto – lei decida di espatriare.
Con il risultato che, con il costante aumento delle separazioni, si ingrossano le fila dei
padri separati che non riescono più a vedere i figli. Con sofferenze, ingiustizie e
patologie psicosomatiche correlate. E anche la conflittualità aumenta in modo
esponenziale, trasformando i figli in una sorta di “premio” conteso dai due ex partner.
Esito triste di una progressiva inciviltà relazionale resa più dirompente da una legge,
appunto quella sull’affido condiviso, che a dieci anni dall’approvazione meriterebbe un
approfondito “tagliando”. Ma la politica tace. Nessuna riforma in vista. Assicurare la pari
dignità educativa dei genitori separati non è evidentemente obiettivo abbastanza
premiante. A differenza di unioni civili e di riforma in chiave ideologica della legge sulle
adozioni.
Era andato nella Repubblica ceca per un dottorato in biologia molecolare all’Università di
Brno. È tornato nel suo paesino della Calabria portando, oltre al titolo di studio, anche la
sua nuova famiglia. Hana, la donna della sua vita, e Giorgio, il piccolo nato dalla loro
relazione nell’agosto del 2014. Al bambino viene assegnata la doppia nazionalità, italiana
e ceca. Tutto sembra andare per il meglio. Dopo circa un anno di permanenza nel Paese
dell’Europa centrale, Andrea Tripepi e Hana Matouskova decidono di tornare in Italia. Lui
ha l’opportunità di avviare una collaborazione scientifica proprio nell’ambito della sua
specializzazione. Un’occasione da non perdere. In breve però Hana è assalita dalla
nostalgia. Il rapporto con Andrea comincia a diventare difficoltoso. L’accudimento del
bambino è il principale motivo di discussione. Lei teme che diventi obeso e dimezza
regolarmente le razioni. Il piccolo cresce con troppa lentezza. Si va avanti così per
qualche tempo, danzando sul baratro dell’incomprensione. Quando, all’inizio di giugno
2015, lei chiede la possibilità di tornare per un breve periodo in patria perché – sostiene
– ha intenzione di sostenere un esame per la riammissione all’università, lui un po’ a
malincuore acconsente. «Torno tra pochissimi giorni», promette. Ma passa il tempo e
Hana fa perdere ogni traccia. Non solo, il 24 giugno chiede al giudice di Karlovy Vary
(Repubblica ceca) l’affido esclusivo del bambino. Cinque giorni dopo comunica via
Facebook: «Non tornerò più in Italia». Preghiere, proteste, tensioni, scambi di accuse.
«Avevo già capito che tra me e Hana tutto sarebbe finito, ma quel suo annuncio mi ha
fatto temere per il futuro di mio figlio. Rischiavo di non vederlo più. E allora ho
denunciato la mia ex per sequestro di minore e per maltrattamenti». Ad agosto, di
fronte alla volontà di Hana di non recedere dalla sua decisione, Andrea va nella
Repubblica ceca accompagnato dalla sorella e dal cognato. Prendono visione delle
cartelle cliniche e scoprono che il bambino in tutto quel tempo non è aumentato neppure
di un gram- mo. Anzi, il medico del locale ospedale, annota: «La mamma si comporta
stranamente e dà per cena soltanto banane e biscotti». La donna accetta comunque di
tornare in Italia con il piccolo. Il 24 agosto 2015 il Tribunale dei minorenni emette un
provvedimento d’urgenza in cui dispone che il bambino sia affidato ai Servizi sociali,
collocandolo, però, a casa del padre. Ma il giorno dopo il tribunale ceco rovescia il
provvedimento e lo affida alla madre. La sentenza italiana parla dei maltrattamenti
inflitti dalla madre, confermati anche da una visita neuropsichiatrica che riprende le
annotazioni già espresse dall’ospedale ceco. Ma lei non ci sta, presenta un nuovo ricorso
e il 25 settembre il tribunale italiano le dà ragione. Il bambino deve tornare subito con la
madre. Analogo provvedimento viene emesso nella Repubblica ceca. Come mai un
cambio di prospettive così repentino? Simone non ha dubbi: «L’intervento del console
della Repubblica ceca è stato decisivo per convincere le nostre autorità». Ma come può
un rappresentante diplomatico cambiare le sorti di una decisione giudiziaria che non
dipende – o non dovrebbe dipendere – da valutazioni politiche, ma da norme obiettive?
Con questo interrogativo si arriva alla decisione della Corte d’appello chiamata a
decidere sui ricorsi contrapposti. La sentenza, di pochi giorni fa, va totalmente a favore
della madre. I motivi? Visto che il minore – secondo il tribunale – risiede
prevalentemente nella Repubblica ceca e che il giudice di quel Paese si è già espresso a
sostegno delle ragioni di Hana, il tribunale italiano per rispetto del diritto comunitario
non può che confermare quel giudizio. A suffragare la decisione – si legge nella sentenza
– c’è la Convenzione dell’Aja. Ma le accuse di sottrazione di minori e i documenti medici
in cui si certifica il maltrattamento da parte della madre? «Arrivati dopo il deposito della
sentenza», spiega il tribunale. «Non mi resta che il ricorso in Cassazione – conclude
Andrea Tripepi – e questa volta presenterò tutte le prove in mio possesso, comprese
alcune registrazioni di cui ora preferisco non parlare».
Marco e Lilli abitano a Roma. Si conoscono, si frequentano, si amano, decidono di
andare a vivere insieme. Ma non tutto va per il verso giusto. Lui è un esperto di finanza.
Lei erede di una importante dinastia industriale. Interessi diversi, abitudini spesso
inconciliabili. Quando nasce Luca la loro storia è già passata attraverso una serie di
rotture e di riaggiustamenti che ha lasciato entrambi disorientati. Tirano avanti ancora
un po’ ma ormai la fiducia reciproca appare compromessa e le strade irrimediabilmente
divergenti. Ma c’è da tutelare il piccolo, permettergli di continuare ad avere, come suo
diritto, un padre e una madre. Il piano per l’affido condiviso che Marco e Lilli (nomi di
fantasia) firmano davanti al giudice, sembra quanto di più conciliante si possa
immaginare. Collocamento presso la madre, fine settimana alternati e poi, al
compimento dei due anni, permanenza presso il padre anche di notte, assegno mensile
di 500 euro (per quanto lei non ne abbia assolutamente bisogno), passaporto, permesso
alla madre di trascorrere due mesi all’estero con il piccolo. Una scelta che potrebbe
apparire strana se non si dicesse che la coppia ha già vissuto per un lungo periodo in un
Paese del Sudest asiatico. Ad un certo punto sembrava anzi che il trasferimento dovesse
essere definitivo, tanto che lui aveva avviato una piccola attività imprenditoriale. Poi le
prime incomprensioni, le difficoltà ad andare avanti e la decisione di tornare in Italia. Ma
per Lilli quel clima, quel mare e quei paesaggi incantati rappresentano una suggestione
così potente da chiedere e da ottenere un “bonus” di due mesi ogni anno per rimanere
all’estero con il bambino. E lui lo concede. «Non avrei immaginato che la mia generosità
avrebbe finito per rappresentare la mia condanna», commenta ora Marco. Purtroppo la
situazione si complica ancora di più. Lilli parte con il piccolo per l’Estremo Oriente e alla
scadenza dei due mesi pattuiti, chiede una piccola deroga. «Un paio di settimane e poi
torno». Poi le due settimane diventano altri due mesi. Lui non resiste più, desidera
vedere il figlio e raggiunge l’ex compagna. «Ho scoperto che aveva iscritto il piccolo ad
una scuola materna anche se, non avendo bisogno di lavorare, avrebbe potuto
tranquillamente badare a lui. Anzi, poteva permettersi di avere tutti gli aiuti possibili, ma
in casa, senza portare nostro figlio, che all’epoca non aveva neppure tre anni, in
quell’asilo». Ma Lilli non torna sulle proprie decisioni. Ormai si sente perfettamente
integrata in quella realtà. Ha acquistato una casa e un’auto. È felice che il piccolo parli
soltanto in inglese. Quando finalmente, ascoltando le preghiere della famiglia e le
minacce dell’ex partner, torna finalmente in Italia, si apre una breve parentesi di
serenità. Ma è solo un’illusione fugace. Siamo nell’agosto dello scorso anno. Lilli riparte
per il Sudest asiatico con il piccolo Marco e non torna più. «Ho fatto mille telefonate, l’ho
denunciata per sequestro di minori, ha mandato un esposto alla questura della sua città
per chiedere la revoca del passaporto. Tutto inutile». In realtà la questura investe del
caso la nostra ambasciata in quel Paese e la procedura si mette in moto. Di fronte al
mancato rispetto degli accordi e alle richieste del padre, l’ambasciata riconosce la
legittimità della richiesta e comunica alla donna che il passaporto è stato ritirato. Ma lei
fa orecchie da mercante e non succede proprio nulla. Come a nulla serve un nuovo
esposto presentato da Marco alla procura dei minori. «Ho speso decine di migliaia di
euro con gli avvocati, ho sviluppato una patologia psicosomatica, il mio lavoro è in bilico
per tutte le assenze accumulate a causa di questa vicenda, ma non c’è modo di far
rispettare la legge», osserva sconfortato Marco. «Purtroppo – conclude – questo sistema
ti induce alla resa. Ti senti una vittima impotente. Ma cosa dirò domani a mio figlio
quando mi accuserà di non essergli rimasto accanto?».
IL GAZZETTINO di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 Più coraggio per spingere la ripresa di Romano Prodi
I dati statistici sull'economia italiana ci arrivano ormai a ritmo quotidiano. Quasi più
frequenti delle previsioni del tempo. Nonostante questo ci sembra utile esaminare questi
dati e metterli a confronto tra di loro anche quando non offrono novità sensazionali come
quelli che ci sono arrivati in questi giorni dall'Italia e dall'Europa. Si tratta di notizie così
poco sensazionali che, alla loro interpretazione, si applica perfettamente la teoria del
bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, a seconda della prospettiva dalla quale li si
osserva. Una diversità di interpretazione che viene fatta propria perfino dalle due più
autorevoli fonti di notizie economiche, cioè il Financial Times e l'Economist. Il
protagonista numero uno dei quotidiani economici europei (cioè il Financial Times) scrive
infatti che gli ultimi dati italiani dimostrano che la ripresa è in atto, anche se a livello
modesto. L'altrettanto autorevole settimanale (l'Economist) insiste invece sul fatto che
l'Italia ha risultati economici inferiori agli altri paesi europei e che, nonostante il
progresso rispetto agli anni di recessione che ci stanno alle spalle, le previsioni di
crescita del Pil per l'anno in corso sono state abbassate dall'1,4 all'1,1%, mentre il
debito pubblico rimane un peso insopportabile. Questa differenza di interpretazione
riflette le incertezze nelle quali ci troviamo. Nell'ultimo trimestre la crescita dell'Italia è
stata dello 0,3%, mentre l'Eurozona si è sviluppata allo 0,5%, (come la Francia) ma la
Germania ha progredito allo 0,7% e la Spagna, nonostante i suoi grandi problemi
politici, ha mantenuto un tasso di sviluppo trimestrale dello 0,8%. Noi cresciamo un po'
di più rispetto alla scorso anno ma rimaniamo quindi tra il gruppo di coda di un'Europa
che non è ancora completamente uscita dalla recessione. Mantenendo questo ritmo di
sviluppo noi raggiungeremo il livello di reddito che avevamo nell'anno prima della
grande crisi (2008) solo dopo il 2025. Secondo questi dati l'occupazione non potrà
migliorare nemmeno ai modesti ritmi degli ultimi mesi, anche perché dovremo per forza
aumentare la nostra produttività, che è rimasta stagnante nell'ultimo quinquennio,
mentre si è accresciuta di oltre il 4% in Germania e del 6% in Spagna. A complicare le
prospettive abbiamo un'economia americana in minore sviluppo e, in genere, una
diminuzione della crescita mondiale, che passerà dal 3% dello scorso anno al 2,7%
dell'anno in corso, anche se non ci sono segnali di ulteriore caduta della Cina, come
molti prevedevano fino a poche settimane fa. Data anche la continuazione della crisi
russa, le economie europee non saranno quindi sostenute dalle esportazioni ma
dovranno sempre più fare conto sull'aumento dei consumi interni. Sotto quest'aspetto,
dopo anni di politica volta solo a crescere l'attivo della bilancia commerciale, i tedeschi
sembrano finalmente cambiare, almeno parzialmente, direzione. Il nuovo contratto dei
metalmeccanici del Nordrhein-Westfalen (il più importante della Germania) prevede
infatti un aumento dei salari del 4,5% in due anni. Non è una rivoluzione ma almeno un
messaggio di incoraggiamento ai consumi che dovrebbe aiutare un poco la crescita di
tutta l'Eurozona. Nonostante tutto ciò e nonostante i ripetuti interventi della Banca
Centrale Europea il tasso di inflazione continua tuttavia ad essere negativo, inviando un
ulteriore messaggio di preoccupazione per le prospettive di alleggerimento del nostro
debito e alimentando con questo la diffidenza dei nostri partner europei e dei mercati
internazionali nei nostri confronti. In questo quadro è chiaro che, a parte una possibile
lievitazione delle nostre esportazioni verso la Germania, nei prossimi mesi dobbiamo
soprattutto fondarci su un aumento della nostra domanda interna, sia dal lato dei
consumi che da quello degli investimenti. Per effetto dei recenti incentivi sembra essere
finalmente iniziata una risalita nel flusso degli investimenti che, negli ultimi anni,
avevano costituito uno degli elementi più negativi dell'economia italiana. Dobbiamo
tuttavia tenere presente che la parte più consistente di quest'aumento è dovuta al
settore dei mezzi di trasporto ( cioè al settore automobilistico) che, da parecchi
trimestri, è anche l'elemento determinante della pur non vorticosa crescita dei nostri
consumi. Come si vede le luci e le ombre sono tante e giustificano sia le interpretazioni
del bicchiere mezzo pieno che di quello mezzo vuoto. Occorre quindi un lungo lavoro di
cacciavite, continuando ed approfondendo l'incoraggiamento agli investimenti ed ai
consumi, nella consapevolezza che conversioni miracolose non sono possibili e che, nelle
attuali circostanze, i mercati premiano soprattutto la coerenza e la continuità. Proprio le
doti che, di solito, non sono riconosciute all'Italia.
Pag 17 L’Italia cresce meno degli altri ma c’è chi finge di non vedere di Enrico
Cisnetto
Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. La perseveranza diabolica cui mi
riferisco è duplice: da un lato quella dell’economia italiana che si avvia a perdere, per il
secondo anno consecutivo, la “finestra di opportunità” (copyright Padoan) per
agganciare definitivamente la ripresa, visto che a fine anno bene che ci vada
aumenteremo il pil di un punto (dopo essere partiti con l’idea di fare +1,6%); dall’altro
lato, quella di taluni (sempre meno, per fortuna) osservatori che, forse timorosi di finire
nella lista nera dei gufi, continuano a giudicare positiva una congiuntura che ci vede
crescere della metà della media euro e addirittura di un terzo della certo non irresistibile
Spagna. Avremmo invece bisogno di trovare risposte a domande come: se il contesto
internazionale cambia uniformemente per tutti, perché l’Italia cresce sempre meno degli
altri? Se la diagnosi sullo stato di salute dell’Italia ci dice che siamo in una situazione di
stagnazione-deflazione, non è che servirebbe da parte nostra un esame di coscienza
sulle scelte di politica economica? Se il debito pubblico tocca con 2.229 miliardi il nuovo
record storico, siamo sicuri che serva polemizzare sui vincoli europei o pietire qualche
decimale di flessibilità? Non solo. Se non fossimo distratti da (inutili) questioni politiche
interne, ci saremmo accorti che il nostro export sta subendo gli effetti della frenata dei
paesi “emergenti”. Non a caso l’export extra europeo in questo trimestre è il peggiore
dal 2009, con 2,3 miliardi di minori incassi. Così, dopo la recessione del 2015 (-3,8% del
pil), la crisi istituzionale in Brasile mette ora a rischio gli 8 miliardi di interscambi
commerciali che abbiamo, mentre con la Russia (-3,7% nel 2015) nulla si muove, e il
flusso commerciale verso la Cina risente del fatto che la loro crescita è scesa sotto il 7%.
E non mancano nemmeno pericoli più ravvicinati: la produzione industriale dell’eurozona
a marzo cala di 8 decimi (contro aspettative di crescita piatta), mentre quella di febbraio
è stata ribassata da -0,8% a -1,2%. Con i pericoli economici (fino al 6% del pil
britannico entro il 2030) e politici della Brexit che incombono, ci sarebbe da essere
preoccupati. Insomma, nonostante un minimo di ripresa dei consumi interni e degli
investimenti la “finestra di opportunità” si è già bella che chiusa. E non è un caso che il
saldo degli investimenti esteri in Italia sia sceso dai quasi 13 miliardi del 2014 ai 2,4 del
2015 e non dia segni di recupero. Quello che servirebbe, adesso, è la componente
interna, come ha chiesto il Commissario Ue Moscovici. Il tema centrale, infatti, è
utilizzare diversamente le risorse, privilegiando gli investimenti produttivi e non il
sostegno drogato alla domanda. Insomma, la crescita e non la campagna elettorale.
CORRIERE DELLA SERA di sabato 14 maggio 2016
Pag 1 La ripresa troppo blanda di Dario Di Vico
Il Pil, i dubbi
Cresciamo metà dei nostri partner dell’euro. L’incremento dello 0,3% del Pil stimato ieri
dall’Istat per il primo trimestre ’16 francamente non ci può bastare e non solo per l’ovvio
confronto con Francia, Germania e Spagna che ci assegna per l’ennesima volta il ruolo di
Cenerentola. Non ci può bastare perché proiettato nell’immediato futuro equivale,
secondo il giudizio degli analisti, all’1% per l’intero 2016. Se fosse così - ed è molto
probabile - avremmo sprecato quella che il ministro Pier Carlo Padoan aveva
giustamente definito «una finestra di opportunità» e che si giovava di un irripetibile
combinato disposto di basso prezzo del petrolio, politiche espansive della Bce e
appetibilità dell’euro. Condizioni che non dureranno all’infinito, non aspetteranno i nostri
comodi. Ora, è vero che qualche segnale positivo nei dati dell’Istat, e più in generale
nelle cose che sappiamo sull’andamento dell’economia reale, lo si può rintracciare: la
domanda interna seppur lentamente ha ripreso a salire e l’incremento di questi mesi è
servito quantomeno a compensare i problemi che si sono creati nel commercio
internazionale e che hanno finito per stoppare le ambizioni del nostro export
(limitandone l’apporto alla risalita del Pil). L’Istat potrà certificarlo solo più in là,
qualcosa però si sta muovendo sul piano degli investimenti con una domanda interna di
macchinari di sostituzione che si può definire brillante. Insomma nessuno, a cominciare
da noi, ha interesse a sottovalutare le novità, a misconoscere gli indicatori seppur
parziali di segno positivo. Corre però l’obbligo di avvisare che sarebbe autolesionistico
accontentarsi di questo ritmo blando di ripresa. E questa valutazione varrebbe, sia
chiaro, chiunque fosse l’inquilino di Palazzo Chigi. Abbiamo bisogno non di un rimbalzino,
di un decimale in più, bensì di un trend di crescita più robusto che ci porti almeno alla
pari con quanto vanno facendo i nostri euro-cugini nelle stesse condizioni di contesto
macroeconomico. Ne abbiamo bisogno in primo luogo per non ritardare all’infinito il
processo di convergenza dei nostri indici di finanza pubblica con quelli richiestici dalle
autorità comunitarie ma ci occorre anche per tentare di governare gli squilibri di uno
sviluppo (relativo) che è fortemente disomogeneo e sta accentuando le distanze
nazionali tra generazioni e tra territori. Di conseguenza non c’è tempo da perdere.
Proprio il ministro Padoan ha anticipato nei giorni scorsi l’adozione di un pacchetto di
provvedimenti di buona finanza che agevoli la crescita delle imprese e rimetta in stretta
connessione risparmio delle famiglie ed economia reale. Siccome se ne parla da un po’ è
legittimo chiedere di accelerare i tempi della stesura tecnica per portarlo
all’approvazione del Consiglio dei ministri nei tempi più brevi possibili. Del resto in questi
giorni sta prendendo possesso del suo nuovo incarico il ministro Carlo Calenda: il
dicastero che dirige si chiama «dello Sviluppo economico» ma è stato ridotto in
condizioni pietose anche a causa di uno spezzatino delle competenze ministeriali a tratti
incomprensibile. Così oggi il Mise di fatto si limita a gestire, pur con perizia, le stracitate
150 crisi aziendali. Un Paese che si vanta di ospitare la seconda manifattura europea
merita di meglio. Se poi dalle politiche per l’industria passiamo al contributo che può
dare il lavoro non si può che sperare che l’innovativo contratto dei metalmeccanici venga
firmato nelle prossime settimane, aprendo così un nuovo corso delle relazioni sindacali in
Italia. Maggio è anche il mese di due importanti assise, l’assemblea della Confindustria e
quella dedicata alle Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia. Abbiamo
piena fiducia che da entrambe le sessioni emerga un richiamo a non rassegnarsi alla
crescita debole e avanzino i suggerimenti più meditati di policy da attuare nel breve e
nel medio termine. È importante che il tema dello sviluppo resti in testa all’agenda
perché c’è il rischio di distrarsi. Si sta correndo il pericolo, da una parte, di rimanere
inerti con il naso all’insù ad attendere il verdetto sulla cosiddetta Brexit e, dall’altra, di
concentrare tutte le energie politiche del Paese sulla scadenza - il cui valore certo non
ignoriamo - del referendum costituzionale.
Pag 20 I giovani dell’era della crisi che non amano il capitalismo di Mauro Magatti
Una recente ricerca condotta dall’Institute of Politics della Università di Harvard ha fatto
discutere i media americani. Dai dati, risulta infatti che, nei giovani tra i 19 e i 25 anni,
solo il 42% degli intervistati sostiene il capitalismo, mentre la maggioranza (51%) ne ha
un’opinione negativa. Il Washington Post è arrivato a chiedersi se la crisi non stia
cambiando gli orientamenti culturali delle nostre società: forse di fronte a un cambio
generazionale destinato a trasformare gli equilibri economici e sociali? Difficile dire come
andranno le cose. Certo è che i dati della prestigiosa università sembrano confermare ciò
che, da qualche tempo, segnalano anche altri istituti di ricerca: nella testa e nel cuore
dei giovani americani (ed europei) sta cambiando qualcosa. Lontanissimi gli anni della
contestazione, ma anche i tempi in cui a spopolare era l’affermazione soggettivistica del
proprio Io, i giovani cresciuti nella crisi - specie quelli dotati di un buon livello di
istruzione - esprimono sensibilità nuove verso la costruzione di un equilibrio più
avanzato tra l’Io e il Noi, tra il sé e l’ambiente circostante. Le ricerche dicono, ad
esempio, che i millennials hanno maturato un orientamento critico tanto verso il
liberismo sfrenato quanto verso lo statalismo aggressivo. Convinti della bontà
dell’economia di mercato, pensano tuttavia che essa vada regolata e difesa dei suoi
stessi eccessi e che sia importante il ruolo attivo che lo Stato può svolgere per garantire
le condizioni della crescita. Molto sensibili nei confronti della questione ambientale, i
ragazzi sono convinti che il tema debba essere preso sul serio: non c’è più tempo per
rinviare decisioni necessarie per la sopravvivenza del pianeta. Semplicemente perché
sanno che sarà la loro generazione a dover sopportare i costi di una colpevole inazione.
Inoltre, i millennials fanno della tolleranza un valore fondamentale e ritengono che la
convivenza delle diversità debba diventare un modo ordinario di convivere. Un
atteggiamento che li rende anche aperti nei confronti dei migranti, visti più come risorsa
che come minaccia. Chi arriva è titolare del diritto a costruirsi una vita migliore. Un
diritto che gli stessi giovani vivono sulla loro pelle poiché sanno, per scelta o per
necessità, che le loro possibilità di vita non sono legate al posto in cui sono nati. Infine,
l’affermazione personale non è contrapposta ai rapporti sociali. Per la propria vita i
giovani aspirano a svolgere un’attività che riconosca le loro capacità, ma che al tempo
stesso possa recare un vantaggio alla comunità nella quale vivono, al di là del puro
reddito economico o della pura strumentalità. E considerano la qualità delle relazioni un
ingrediente fondamentale per il proprio benessere. Una sensibilità che nasce da
un’esperienza fondamentalmente positiva dei legami familiari, punto di riferimento
sicuro e solido in un mondo incerto. Si tratta, come si può vedere, di un pacchetto di
orientamenti dotato di una chiara logica interna. Una logica relazionale. È come se la
nuova generazione, di fronte ai guasti lasciati dal modello di sviluppo iperindividualistico
degli ultimi decenni, stesse cercando di trovare un nuovo modo di pensare il legame con
l’altro, visto come costitutivo e non minaccia della propria libertà. Riconoscendo, in
buona sostanza, che non esiste l’Io se non in relazione. Ovviamente le ricerche non
dicono che tutti giovani la pensano in questo modo. E tuttavia esse riconoscono un
orientamento prevalente, benché ancora frammentato e soprattutto privo di un discorso
pubblico capace di renderlo riconoscibile e riproducibile. Ma, come già accaduto altre
volte nella storia (l’ultima volta nel ‘68), anche oggi è probabilmente negli orientamenti
di questi giovani che si può intravvedere una via per il nostro futuro. A condizione che,
anche politicamente, le generazioni degli adulti e degli anziani siano disposte ad
ascoltare le proposte e le istanze di chi ha vissuto la propria adolescenza lontano dei miti
della crescita infinita; di chi cioè ha conosciuto sulla propria pelle i guasti e le
contraddizioni di un modello in liquidazione. Così, con forme, parole e modalità nuove
siamo forse alla vigilia di un nuovo cambio di generazione. Che, possiamo tutti
augurarci, potrebbe trasformarsi presto anche in un cambio di paradigma sociale.
AVVENIRE di sabato 14 maggio 2016
Pag 1 Equità contro paura di Leonardo Becchetti
Che cosa serve per fermare i populismi
La crescita economica in Italia si conferma sui livelli stimati dal governo, con il Pil
aumentato dello 0,3% nel primo trimestre: un buon segnale ma non abbastanza forse
per scacciare definitivamente le paure che la lunga crisi ha instillato nei cittadini. E
sarebbe un grave errore sottovalutare proprio i segnali di paura e malcontento che con
puntualità arrivano, in molte parti d’Europa, dalle tornate elettorali che si succedono.
Bollare tutto ciò solo come il prodotto di ignoranza o populismo vorrebbe dire fingere di
non vedere i problemi più profondi. I dati medi, direbbe Trilussa ricordando la famosa
storia del pollo, sembrano inventati apposta dalla classe più alta per nascondere i nodi
delle diseguaglianze. I ceti medio-bassi, infatti, hanno accusato un arretramento molto
significativo in termini di qualità della vita negli ultimi decenni. I benefici della
globalizzazione tanto decantati dalla top class cosmopolita di chi può vendere la propria
eccellenza ad un mercato sempre più grande sono molto meno percepibili ai lavoratori
meno qualificati e specializzati che ingrossano le fila dei ceti medio-bassi e vivono la
concorrenza di un esercito agguerrito di lavoratori mondiali a basso costo che hanno
energie e motivazioni superiori perché devono uscire dalla trappola della miseria. Se ci
fosse maggiore capacità di immedesimarsi nei loro panni e guardare il mondo dalla loro
prospettiva invece che solo da quella dei primi e dei tutelati ci si accorgerebbe che le
loro paure non sono fantasie. In sette anni postcrisi il reddito medio disponibile è sceso
di quasi 15 punti percentuali e ancora di più se guardiamo solo ai percettori di reddito
medio-basso. Di lavoro ce n’è sempre meno e quando c’è è precario e di cattiva qualità
tanto da aver generato una categoria nuova dei working poor (i lavoratori poveri), e
ovviamente il tasso di disoccupazione dei low skilled (chi ha basse competenze) a basso
livello d’istruzione è più elevato di quello degli altri gruppi sociali. Il paradosso politico in
questa nuova fase storica è il capovolgimento delle posizioni tra destra e sinistra in
molte parti d’Europa. Dalle ceneri di una sinistra ex marxista che sembra avere per
questo un complesso e voler diventare più realista del re per cancellare il proprio
peccato originale nasce una sinistra ultraliberale che decanta le virtù del libero mercato,
del talento e dell’eccellenza. E bolla le paure dei ceti medi e medio-bassi con il marchio
del populismo. Il suo errore è quello di ragionare solo sugli eccellenti e non pensare
anche a costruire una società decente e solidale per chi non ce la fa ad essere primo
della classe. La destra invece pare molto più consapevole del problema e della radice
delle paure che sfrutta però soffiando sul fuoco dei nazionalismi e individuando due capri
espiatori negli stranieri e nell’euro. La capacità futura del governo di mantenere il potere
si gioca in realtà proprio nel saper comprendere prima e di rispondere efficacemente poi
a queste paure con qualcosa di meno effimero degli 80 euro. La risposta ottimale si
articola a mio avviso in quattro punti. Una politica monetaria ancora più coraggiosa
dell’attuale nella quale la Bce trasferisca denaro ai cittadini direttamente ( people
quantitative easing) e non più tramite le banche che non lo fanno poi affluire al settore
produttivo approfittando di questa fase di deflazione e sostenendo in modo deciso la
domanda aggregata. Una politica fiscale veramente espansiva a livello europeo che
rilanci gli investimenti. Un reddito di cittadinanza che diventi anch’esso sostegno alla
domanda aggregata e promuova al contempo la dignità dei riceventi tenendo saldo il
timone sull’obiettivo del reinserimento del mondo del lavoro o comunque della 'piena
attività' anche attraverso lavori sociali. Il primo e il terzo punto potrebbero saldarsi con
un reddito di cittadinanza fornito in cambio di prestazioni di lavoro e finanziato dalla Bce
che aumenterebbe senz’altro la reputazione dell’Ue agli occhi dei suoi cittadini. L’ultimo
tassello fondamentale è quello di una strategia fiscale che penalizzi non il momento della
produzione ma quello del consumo finale i prodotti provenienti da filiere a minore
sostenibilità sociale e ambientale. Ovvero, applicando il principio al tema della
sostenibilità ambientale, non una carbon tax ma una green consumption tax. Mentre
infatti la vecchia carbon tax alla Pigou (l’economista che la 'inventò') in un mondo
globalmente integrato finirebbe per alzare il differenziale di costo di produzione con i
concorrenti esteri, facendoci perdere altra occupazione, la green consumption tax
penalizzerebbe sullo scaffale dei punti vendita i prodotti più inquinanti e con meno
dignità del lavoro promuovendo la dignità del lavoro sia da noi che nei Paesi del Sud del
mondo. Questa strategia fiscale sarebbe fondamentale per evitare che la globalizzazione
diventi una corsa al ribasso sui diritti del lavoro e la tutela dell’ambiente e per assicurare
che i suoi benefici possano distribuirsi su una fascia più vasta della popolazione. Non è
solo sulle opportunità per gli eccellenti ma anche su una vita decente per i normali che si
gioca il successo del contrasto allo spettro dei nazionalismi e la costruzione di una
globalizzazione che sia corsa al rialzo e non al ribasso sui diritti della persona.
Pag 7 Aiuti ai bambini, l’Italia ha un gap da colmare di Massimo Calvi, Arturo
Celletti e Angelo Picariello
De Palo: “Famiglia ignorata. Vogliamo risposte”. Costa: “Più figli meno tasse, è strada
obbligata”
Sulla famiglia i conti non tornano. Mentre una parte di Italia festeggia per la nuova legge
sulle unioni civili, un’altra continua a chiedersi come mai i suoi diritti non solo non
rientrano mai nell’agenda delle priorità politiche, ma vengono accantonati e disattesi
praticamente da ogni governo. Eppure è una parte di Paese abbastanza consistente.
Stiamo parlando delle famiglie con figli: quelle che ci sono già, ma anche quelle che
potrebbero esserci se le condizioni fossero appena migliori. Il punto non è barattare i
diritti o cercare improbabili compromessi, si tratta solo di fare i conti con la realtà. Per
guardare avanti. Nell’Unione europea l’Italia è agli ultimi posti in fatto di stanziamenti
per la famiglia e i bambini. La nostra spesa pubblica nel 2014 è stata pari al 51,3% del
Pil, più alta della media degli altri 28 Stati dell’Ue, che è al 48,2%. Alla voce famiglia e
bambini è andato però solo l’1,4% della ricchezza prodotta, contro una media dell’1,7%.
Se si guarda poi a come è composta la sottocategoria della 'spesa sociale', lo scarto è
ancora più evidente. Nel resto d’Europa il 3,6% delle uscite va alle famiglie e ai bambini,
noi siamo al 2,8%. In testa agli aiuti per la famiglia c’è la Danimarca, con l’8,6%, e forse
non è un caso che sia anche il Paese più felice al mondo secondo la classifica del World
Happiness Record. La Francia è al 4,4%, la Germania al 3,5%, il Regno Unito al 3,7%.
Ultime sono la Spagna e la Grecia (1,3%). Guardando a come è composta la spesa
sociale, il confronto con gli altri Paesi è istruttivo. Noi spendiamo più della media solo
per gli anziani (27,3% contro una media del 21,4%) e i superstiti (5,4% contro il 2,9%),
due voci che ci vedono ai primi posti con Grecia e Spagna. Spendiamo invece molto
meno oltre che per la famiglia, anche per malattia e disabilità (3,5% contro il 5,9%), per
gli aiuti ai disoccupati (2,4% contro il 3%), le politiche per la casa (0,1%, sull’1,1%),
l’esclusione sociale (0,5% contro l’1,7%). L’Italia sconta un serio problema demografico,
che compromette le possibilità di sviluppo. Il tema degli aiuti alle famiglie in relazione ai
figli non può più essere considerata una voce marginale del confronto politico. Dal punto
di vista del fisco le possibilità di intervento sono ampie quanto le necessità. Il Forum
delle famiglie ha rilanciato la proposta del Fattore famiglia, che prevede una 'no tax
area' variabile in base al numero di figli, oltre a un intervento sul bonus da 80 euro che
tenga conto dei carichi familiari. In Parlamento sono in discussione altre proposte in
questa direzione. Restare fermi, come governo ma anche come famiglie, vuol dire
assumersi una pesante responsabilità, una colpa, che grava sul presente e sul futuro di
tutti. Stiamo parlando di un’emergenza economica e, a questo punto, anche morale.
«Il dato demografico toglie slancio all’Italia. Prospettiva. Ci penso sempre. Mi interrogo
ogni giorno. Perché e per chi tutti questi sacrifici? Che senso hanno se non facciamo più
figli?». Una smorfia amara taglia il volto di Gigi De Palo mentre una riflessione dura
mette sul banco degli imputati il governo e chi lo guida. «Renzi capisce che se non
cambia rotta rischia di essere il curatore fallimentare del Paese? Lui parla di sogni, di
bellezza... Non possono essere solo parole. Non c’è bellezza senza figli. Non c’è futuro.
C’è solo decadenza. Dov’è l’Italia? Dove va? Ogni anni nascono 20 mila bambini in
meno. Nel 1964 ne nascevano un milione, oggi meno della metà». Dieci secondi di
silenzio poi una nuova riflessione amara. «Colgo un’attenzione, una consapevo-lezza,
anche uno sforzo di proposta del governo. Ma non bastano. Renzi ammette una
drammatica emergenza demografica, riconosce la necessità di nuove politiche per la
famiglia, ma non si può fermare ai titoli». Siamo nella casa romana del presidente del
Forum delle famiglie. C’è rumore. I quattro bambini giocano. Si respira la vita mentre le
domande si accavallano nette. «Dove va l’Italia senza figli?». Quell’interrogativo si lega
a un’idea. A una soluzione che negli ultimi mesi si è costantemente affinata. «Fattore
famiglia», ripete il presidente del Forum. E spiega: «Si tratta di individuare una 'no tax
area familiare' che cresca secondo il numero dei componenti di quella famiglia».
Capiamo la forza del progetto, De Palo però insiste. Ci guarda e recita a memoria, quasi
meccanicamente, l’articolo 53 della Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle
spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Ecco il punto: la capacità
contributiva. Che dipende dal reddito disponibile, cioè 'pesato' secondo i carichi familiari.
All’improvviso i ragionamenti lasciano il posto ai numeri. Il Forum ha un progetto, De
Paolo lo spiega così: «La no tax area per un single potrà scendere a 7.200 euro. Per poi
crescere in base al numero delle persone a carico: 11.520 con una, 15.840 con due,
20.160 con tre, 25.920 con quattro, 31.680 con cinque. La filosofia è chiara: più persone
sono a carico, minore è la capacità contributiva e dunque più alta deve essere l’area di
reddito esente da tasse. Se non si riconosce questo, si perpetua una grande ingiustizia».
Ancora un messaggio a Matteo Renzi?
La ricostruzione di un Paese e di un futuro passa dai figli. E chi crede nelle potenzialità di
un Paese non ha paura di diventare padre o madre. Ma il governo deve capire fino in
fondo l’emergenza e non mi pare che lo faccia. Per me- si e mesi ha messo la testa sulle
unioni civili e ha dimenticato che troppe famiglie faticano a sopravvivere e che la grande
sfida del presente è prenderle per mano. È eliminare le zavorre di un sistema ostile. È
sostenerle.
Le unioni civili sono legge, ma ora si fa largo un referendum abrogativo che si propone
di cancellarla. Il Forum lo sosterrà?
La legge sulle Unioni civili non mi convince per niente. Vedo contraddizioni, ambiguità,
rischi. Ma voglio restare concentrato sull’unica vera priorità: la famiglia. La sfida è
costruire, non distruggere. E guai se qualcuno pensasse di bilanciare gli effetti di una
legge ingiusta e inutile come la Cirinnà con un qualche piccolo segnale alla famiglia.
Serve un progetto vero, forte, articolato, un impegno corale del governo. E tutto questo
serve ora, è vietato rinviare.
Ma la 'no tax area familiare' costa e la crisi è tutt’altro che passata…
È tutto vero, ma è anche vero che tutto dipende dalla volontà politica. C’è questa
volontà? Renzi capisce questa emergenza? In Francia il quoziente familiare è stato
introdotto durante la Seconda guerra mondiale. E noi? È vero, la no tax area familiare
costa. A regime saranno 14 miliardi di euro. Ma la soluzione c’è: il progetto può essere
avviato e portato avanti con gradualità. In una prima fase si potrà rimodulare il bonus
da 80 euro in funzione del carico familiare: avremmo già 10 miliardi disponibili per un
prima applicazione che andrebbe a sostituire integralmente l’attuale sistema di
detrazioni per i figli a carico. Poi avanti per arrivare a regime in cinque anni. Facciamolo
perché è ora di mettere qualche euro nelle tasche delle famiglie che non ce la fanno.
E che lasciano l’Italia...
Ogni anno 100 mila giovani fuggono da questo Paese per realizzare i loro sogni
lavorativi. Un’emorragia drammatica con conseguenze gravi sul sistema Paese: i nostri
figli vanno a pagare il debito estero di un paese concorrente. È inaccettabile. Non ho
messo al mondo quattro figli per vederli su Skype. Non mi rassegno a vederli emigrare
perché qui non trovano risposte. Le risposte ci possono essere, ci devono essere. Solo
così salviamo il nostro Paese.
«È il momento di un grande patto con le famiglie. Ne parlerò nei prossimi giorni con il
ministro Padoan, serve un segnale per le famiglie numerose, in gran parte a rischio
povertà, già nella prossima Legge di stabilità». Enrico Costa, ministro per gli Affari
Regionali ha assunto la delega alla Famiglia da poco più di tre mesi. «Sin qui non sono
mai riuscito, mediaticamente, a portare l’attenzione su questo tema. I fari erano tutti
puntati sulle unioni civili. Ora, si può finalmente voltare pagina». La prima occasione per
far valere il fattore famiglia è l’approvazione, prevista per giugno, del Social act, che
prevede misure di contrasto della povertà. «Si dovrà tener conto dei carichi familiari chiede Costa -. Il 30% delle famiglie con tre o più figli è sotto la soglia di povertà».
La priorità numero uno diventa la denatalità.
Ai primi di giugno sarò in Francia per parlare con il mio omologo in un Paese che questa
inversione di tendenza l’ha posta in essere. Non è più rinviabile una strategia incisiva di
intervento anche in Italia.
I dati da noi, invece, sono sempre più impressionanti.
Negli ultimi 6-7 anni le nascite sono diminuite di 100mila unità. Rispetto a 7 anni fa
abbiamo 100mila culle vuote, l’equivalente di un capoluogo di provincia di media
importanza. L’indice di fecondità delle donne è in calo, siamo a 1,35: c’è una tendenza,
di fatto, verso il dimezzamento delle generazioni. L’età media delle mamme che ha
superato i 31 anni. E c’è un altro dato su cui riflettere: i matrimoni sono diminuiti a un
ritmo di oltre 50mila all’anno. I giuristi, in questi casi, parlano di indizi gravi, precisi e
concordanti.
Solo sostenendo la famiglia naturale si rilancia la natalità.
Il matrimonio è sinonimo di stabilità e di radici per una coppia. C’è un aumento delle
convivenze more uxorio, ma vediamo che esse presentano un indice di filiazione molto
inferiore. È come se ci fosse poca fiducia nel futuro, che si traduce in minore voglia di un
legame stabile, con ripercussioni sulla scelta di mettere al mondo dei figli.
Come intervenire, allora?
Innanzitutto sul metodo, occorre un disegno organico per aiutare le famiglie. Ci sono
state varie misure assunte negli ultimi anni, penso alla conciliazione famiglia-lavoro, alle
politiche per assegni e detrazioni, l’aumento di flessibilità dei congedi parentali per figli
minori, nel Jobs act, con l’innalzamento da 8 a 12 anni del limite di età del bambino. Ora
nel Def abbiamo inserito una norma volta a far nascere il testo unico della famiglia.
L’obiettivo è farne il punto di riferimento delle politiche sociali ed economiche del nostro
Paese. Anche con interventi sperimentali, come il family audit: una tecnica di
monitoraggio della conciliazione famiglia-lavoro che si sta sperimentando in Trentino,
con la collaborazione di grandi aziende e professionisti esterni, e potrà essere estesa
anche altrove.
Ma ora urge una terapia d’urto, almeno per quei tre milioni di famiglie sotto la soglia di
povertà.
Propongo un patto con le famiglie. Nella consapevolezza che ogni euro investito per la
famiglia ritorna con gli interessi nelle casse dello Stato in termini di crescita e sviluppo.
Deve cessare l’idea che gli interventi per le famiglie creino deficit invece di sviluppo.
È assurdo in questa denatalità che le famiglie numerose, citate dall’articolo 31 della
Costituzione, debbano dare e non ricevere.
Il disegno di legge delega Social act, che dovrebbe essere approvato entro giugno,
prevede uno stanziamento nel 2016 di 600 milioni. È auspicabile, già a partire da esso,
un’attenzione per i nuclei numerosi. Non si può pensare che le famiglie siano considerate
delle somme di individualità.
Il quoziente familiare non è la soluzione più equa ed efficace?
È un principio di buon senso. Ma stiamo valutando con attenzione anche il 'fattore
famiglia' proposto dal Forum delle famiglie, altre proposte fanno leva sulle detrazioni,
ma tutto va inserito in una politica generale pro-famiglia. Mi batterò per questo, ma il
mio è un ministero senza portafoglio: occorre un piano organico e compatibile di tipo
complessivo.
Sulle adozioni la delega è andata al ministro Boschi.
Fin dall’inizio questa delega è a Palazzo Chigi, che ora l’ha assegnata alle Pari
opportunità. Certo è una materia che si lega molto all’attività del mio ministero, ma ho
molta fiducia nel ministro Boschi e sono certo che ci metterà il massimo impegno.
Non può esserci il disegno, con la riforma, di sottrarre questo istituto alla famiglia?
La legge sulle adozioni ha bisogno di un tagliando, ci sono tanti problemi da mettere a
punto. Ma la priorità va data al bambino in stato di abbandono prima che ai soggetti che
aspirano all’adozione. C’è una legge sulle unioni civili che non prevede le adozioni e sana
la lacuna colmata sin qui dai Tribunali. Oggi non c’è più spazio per interpretazioni ed
eviterei far rientrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta.
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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA
IL GAZZETTINO DI VENEZIA
Pag IV L’eredità di Alvise Zorzi: le sue memorie veneziane e il libro sulle Scuole
grandi di Vettor Maria Corsetti
Funerali domani a Roma, ma si pensa ad una cerimonia pubblica a Venezia
I funerali di Alvise Zorzi si svolgeranno domani a Roma, nella basilica di San Lorenzo in
Lucina. Ma per rendere omaggio al "doge della cultura veneziana", i suoi concittadini
dovranno aspettare ancora una quindicina di giorni, necessari per la cremazione e il
trasferimento delle ceneri a Venezia. Dove, prima dell'ultimo saluto in forma privata
nella cappella di famiglia a San Michele, i parenti vorrebbero organizzare una cerimonia
nella chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo o in quella di San Rocco. Ad annunciarlo è stato il
figlio Pieralvise, precisando che i dettagli saranno resi noti appena possibile. E
aggiungendo che «papà lascia delle interessantissime memorie sulla Venezia della sua
gioventù, seppur ancora allo stato di abbozzo». «Fino all'ultimo - dice Pieralvise - ha
lavorato alla stesura di un libro sulle Scuole grandi, e su quanto alle stesse il demanio
del Regno d'Italia aveva portato via». Intanto, a Venezia è un moltiplicarsi di commenti
sulla scomparsa di colui che anni or sono lo scrittore Stenio Solinas definì «uno dei rari
storici nostrani dall'italiano comprensibile e veramente divertenti da leggere». Il
governatore Luca Zaia, che sottolinea come con Alvise Zorzi «il Veneto perda una delle
colonne portanti della sua cultura, e un protagonista appassionato, conosciuto e stimato
della storiografia veneziana». Su Facebook, il sindaco Luigi Brugnaro posta una foto del
giornalista e scrittore e la frase: «Tutta la città saluta Alvise Zorzi e si stringe alla sua
famiglia. Un grande Maestro che ci ha guidato nella storia di Venezia». Mentre il
presidente dell'Autorità portuale, Paolo Costa, ricorda il ruolo esercitato da Zorzi come
presidente dell'Associazione dei comitati privati internazionali per Venezia tra il 1986 a
oltre il 2000, «da lui fatta diventare il luogo di coloro che Venezia la sentono propria, in
quanto bene dell'umanità». «In una seduta simbolica - ricorda ancora Costa - forse solo
da lui intesa nel suo pieno significato, il consiglio comunale di Venezia si riunì in seduta
congiunta con i presidenti della ventina di Comitati privati attivi all'inizio di questo
secolo. Una seduta che non ebbe grandi riscontri ma ebbe la capacità di toccare il cuore
del problema della Venezia di oggi». Gherardo Ortalli, docente cafoscarino e presidente
dell'Istituto veneto di scienze, lettere e arti, si dice «profondamente addolorato e
sorpreso, avendo parlato con Alvise appena dieci giorni fa, in relazione a un suo scritto
per una miscellanea sull'arte veneta. Con lui se ne va un personaggio nel senso più vero
del termine, capace di guardare alla cultura e ai problemi della città. Su cui interveniva
di frequente, con la precisione e il garbo che gli erano propri». «È morto un grande
uomo e un grande studioso, immerso nella storia di Venezia e partecipe di molte sue
vicende e battaglie recenti, tra cui quella contro l'Expo. Peccato che ricambi in giro non
se ne vedano proprio», aggiunge il presidente di Venezia 2000, Marino Folin. Anche Toto
Bergamo Rossi di Venetian Heritage pone l'accento sul costante impegno di Zorzi «per la
salvaguardia della città e la sua difesa da pericoli di varia natura». E l'ex direttore dei
Musei civici Giandomenico Romanelli ricorda che «nel lavorare insieme a più progetti
culturali, può essere capitato che leggessimo diversamente lo stesso fatto. Ma sempre
con simpatia reciproca e nel rispetto delle opinioni». Infine, per il presidente dell’Ateneo
Veneto Guido Zucconi, «Alvise Zorzi era un socio onorario tutto particolare, che per sua
stessa ammissione considerava questa istituzione una seconda casa. Lo ricorderemo alle
17 di domani (oggi, ndr), in apertura del convegno sui restauri in area realtina».
Pag XII Quindicimila euro per tre parrocchie di Riccardo Coppo
Caorle, con i fondi del Comune
Caorle - Assegnati i contributi comunali per le opere di culto: 15mila euro per tre
interventi richiesti dalle parrocchie di San Gaetano, Brussa e Caorle. Con una delibera
dei giorni scorsi, il commissario Piera Bumma ha assegnato alle parrocchie del territorio i
contributi previsti dalla legge regionale 44 del 1987 che prevede che i Comuni debbano
devolvere la quota dell'8% degli oneri di urbanizzazione secondaria per interventi su
chiese ed edifici annessi al culto. Tre le richieste accolte dal commissario: alla parrocchia
di San Gaetano sono stati assegnati seimila euro che saranno impiegati nell'intervento di
manutenzione straordinaria e di ampliamento della chiesa della frazione. Altri cinquemila
euro sono stati destinati alla parrocchia di Brussa per la ristrutturazione della sala
parrocchiale a uso comune. Da ultimo, un contributo di quattromila euro è stato
assegnato alla parrocchia Santo Stefano del capoluogo. Questa somma contribuirà a
finanziare un intervento di più ampia portata (valore circa 48mila euro) per il riordino
della pavimentazione e il miglioramento del drenaggio delle acque in prossimità del
Duomo. L'opera servirà ad evitare la formazione di infiltrazioni nelle pareti della
cattedrale.
CORRIERE DEL VENETO di domenica 15 maggio 2016
Pag 17 Addio ad Alvise Zorzi. Una storia d’amore con Venezia di Lorenzo Tomasin
È così difficile accettare l’idea che Alvise Zorzi non c’è più, che quando la notizia arriva,
al telefono, in una sera di maggio, vien voglia di non crederci. Dopotutto, malgrado
l’invasione turistico-barbarica di un mite finesettimana primaverile, Venezia è ancora lì.
E se c’è Venezia, ci dev’essere anche Alvise Zorzi, da qualche parte. Perché è difficile, da
molti decenni in qua, pensare a Venezia senza sapere che a difenderla, a raccontarla, a
spiegarla nei suoi paradossi sempre più incredibili, c’è anche lui. Nato novantatré anni fa
in Laguna in una «casa vecchia», come amava dire e scrivere per ricordare con delizioso
snobismo da vecchio liberale le sue origini patrizie, è stato – ma si può già usare, questo
tempo passato? – scrittore e giornalista pluripremiato (tra gli ultimi, il premio Rizzi alla
carriera, nel 2010), polemista lodato e attaccato, organizzatore culturale infaticabile… in
breve: punto di riferimento più ancora che per i veneziani, per tutti coloro che nel
mondo hanno guardato a Venezia con l’amore e il rispetto che la sua storia reclamano.
La storia della Serenissima, dalle sue mitiche origini fino alle glorie medievali e moderne,
e poi ancora nelle brume contemporanee o attualissime della Venezia ritrovata , è stata
da lui percorsa con una passione e con una brillantezza che quasi nessuno storico
accademico riuscirebbe a raggiungere (lui li chiamava barbassori , con affetto
indulgente), e al tempo stesso con uno scrupolo impossibile per uno scrittore generico,
che con Venezia viva l’avventura di un singolo romanzo, o di un racconto isolato. No:
per Alvise Zorzi Venezia è stato un amore unico, totale. L’amore di una vita lunghissima,
coltivato negli anni del lavoro alla Rai (di cui diresse i programmi culturali) come in quelli
dei Comitati privati per la salvaguardia della città (di cui è stato a lungo la voce e il
volto) : è il sentimento che si è tradotto, pagina dopo pagina, nella serie fortunatissima
dei suoi volumi. I libri di Zorzi – scritti tra la sua casa veneziana, sulla volta realtina del
Canal Grande, e quella romana, altrettanto centrale, dove viveva con la moglie Mimì –
sono di solito dedicati a fasi, personaggi o luoghi simbolo della città. Quei libri hanno
costruito, più di tanti film o di tante altre opere d’arte, l’immagine di Venezia
sedimentata nel secondo Novecento e ancora nei primi anni di questo nuovo millennio:
Alvise vi era entrato già anziano, ma ancora operosissimo; lucido, fino agli ultimi anni. È
così difficile scegliere i titoli migliori, che nel provarci si vorrebbe poter ancora fargli una
telefonata. Far scegliere a lui, che incurante delle mode e dignitosamente ostile alla
letteratura contemporanea, dichiarò candidamente di riconoscere il suo modello in
Alexandre Dumas. Cioè in un narratore solenne e insieme avvincente,
impertinentemente conservatore, licenzioso e raffinatissimo al tempo stesso. Così è
stato anche Alvise, dai tempi della Vita di Marco Polo veneziano (il primo dei suoi libri
che, da bambino, vidi in casa: ma non era il suo esordio) a quelli di Canal grande, dal
«romanzo vero» Il doge (su Andrea Gritti) a San Marco per sempre, a Venezia austriaca
alla Repubblica del leone , fino ai recenti omaggi ai maestri dell’arte veneziana, Il colore
e la gloria (su Tiziano), L’Olimpo sul soffitto (sui Tiepolo): pare di averli letti ieri, e sono
già usciti da più d’un decennio. Alvise Zorzi, grande uomo in privato prima ancora che
illustre personaggio pubblico, non c’è più. Ed è fin troppo facile e inefficace tentar di
consolarsi con l’idea che leggendolo e rileggendolo potremo trascorrere con lui ancora
molti decenni. Il vero problema è che Venezia ne avrebbe ancora e forse ancor più
bisogno che in passato, e dovrà ora cercare in altre voci e in altri occhi (profondissimi, i
suoi) il fisico del ruolo di un elegante avvocato difensore, pronto a tutelarla anche di
fronte all’indifendibile, e a salvarla anche davanti alle assise più severe con l’evocazione
di una bellezza carica di fascino e di storia. Ma non rassegnata a congelare il suo passato
in qualche algido esercizio di ricostruzione, e ancora desiderosa di rivivere quella
freschezza nel presente, di rinnovarla senza sentimentalismi, senza nostalgie, senza quei
piagnistei a cui Zorzi fu sempre risolutamente allergico. Anche per questo, certo,
piacque molto al suo pubblico: perché di Venezia aveva la millenaria sfrontatezza,
mentre per un miracolo o per una combinazione fortunata gliene mancava, ancora a
novant’anni, l’insopportabile logorìo della vecchiaia. Il piagnisteo che oggi Alvise Zorzi
riproverebbe con più energia è quello che qualcuno certamente sarà certo tentato di
levare sulla sua morte. La sua, come quella di certi suoi personaggi, è stata in fin dei
conti una bellissima storia d’amore e di libertà.
LA NUOVA di domenica 15 maggio 2016
Pag 19 La processione dei filippini con 40 regine di Nadia De Lazzari
Da San Marco a Sant’Elena
Venezia. Una lunga processione con le statue della Madonna e del Santo Niño e tanti
volti, fiori, colori ha incantato veneziani e turisti dalla Basilica di San Marco fino alla
Chiesa di Sant'Elena. Nel giorno della festa nazionale e religiosa detta Flores de Mayo
(Fiori di Maggio) quaranta "regine" filippine accompagnate da una fiumana di parenti,
amici, conoscenti sono sfilate in corteo tra gli applausi e le foto ricordo della gente. A
guidarle il vulcanico padre redentorista della Chiesa della Fava Luigi Ramazzotti. Le
"regine", arrivate da Campalto, Cavallino, Marghera, Mestre, Padova, indossavano vestiti
eleganti ricamati in seta, chiffon, taffettà, voal con pietre swarovski e lunghi strascichi.
Tra le coordinatrici della festa la ventenne Rowelle, studentessa universitaria di lingue
orientali a Ca' Foscari. «Sono nata qui. I padri redentoristi sono il punto di riferimento
della comunità filippina che è la più numerosa e la più antica. Alla Fava abbiamo un
Service Infopoint pensato per aiutare gli immigrati di ogni nazionalità». La filippina Kelly
Salangad in abito plisettato color champagne ha sintetizzato la sua storia: «Sono
arrivata qui 37 anni fa. Avevo 24 anni. Ora ho un figlio che abita a Manchester; io lavoro
al Casinò e abito alla Giudecca in una casa di proprietà del Comune. Mi piace Venezia e
mi sento una veneziana doc». In Basilica l'arciprete don Giuseppe Camilotto ha celebrato
la messa. Nell'omelia ha ricordato la vigilia della Pentecoste e rivolgendosi alle centinaia
di filippini ha detto: «Non so da quale parte guardare. Ovunque vedo volti sorridenti e
cascate di fiori». Dopo lo spettacolare corteo processionale l'arrivo a Sant'Elena, poi la
festa fino a sera inoltrata, i giochi dei bambini, le premiazioni della "regina" più bella.
Pag 32 Il sindaco apre la spiaggia per le unioni civili a Jesolo di Giovanni Cagnassi
Jesolo. Unioni civili e anche sulla spiaggia. Il sindaco Valerio Zoggia ha pronunciato la
sua volontà non solo a rispettare la legge ma di farlo in grande stile. Mentre infuria la
polemica squisitamente leghista sull’obiezione di coscienza dei primi cittadini del
Carroccio, il sindaco Zoggia, di tutt’altra pasta politica, è sereno e per nulla turbato dopo
l’approvazione della nuova legge. E non ha alcuna intenzione di sottrarsi, anzi. Rilancia a
aprendo le porte della sua spiaggia, dove da alcuni anni si celebrano matrimoni civili
davanti al mare e prima ancora all’americana nei giardini del palazzo comunale. Una
moda che poi è stata abbracciata anche da altre spiagge sulla costa veneziana. L’uscita
pubblica di Zoggia è stata una bella sorpresa che sembra dare il via libera a una nuova
tendenza che, se imboccata, potrebbe dare alla città di Jesolo la nuova immagine di
spiaggia liberale e per i diritti di tutti. «Se voglio celebrare le unioni civili?», chiede
Zoggia, «certo che sì, io sono un sindaco e il rispetto della legge arriva prima di tutto. E
visto che abbiamo inaugurato questa tendenza dei matrimoni sulla spiaggia, presso gli
stabilimenti balneari, io credo che se ci fossero delle coppie omosessuali che hanno
intenzione di beneficiare della nuova legge dovrebbe venire qui da noi a sancire in riva al
mare». Jesolo, nonostante i trascorsi di città leghista e piuttosto rigida, è anche una
realtà in cui la sinistra è stata sempre forte e radicata e dove le battaglie radicali e di
ogni genere hanno trovato terreno fertile. Nei giorni scorsi Indipendenza Veneta ha
proposto di ricordare solennemente il 12 maggio, quando ricorre la caduta della
Repubblica Veneta, nel 1797 a opera della Francia di Napoleone Bonaparte. Qui il
governatore della Carinzia Haider, all’epoca in odore di simpatie naziste, aveva le chiavi
della città. E a Jesolo si raccolgono le firme al ristorante Papillon l’Onorevole per
intitolare una via a Benito Mussolini. E se è vero che al lido oggi si sbarrano le porte al
centro preghiera musulmano, anche per motivi urbanistici, ci sono altre anime irrequiete
in questa città in cui Sinistra organizza grandi marce e manifestazioni in piazza per i
diritti civili e per gli extracomunitari che sono diventati la spina dorsale della sua
economia. Al lido sono arrivate mostre audaci come Erotika, o i corpi platinati tra feti e
organi. La trasgressione è stata di casa ai tempi del Movida, e i gay o le lesbiche a
Jesolo hanno sempre vissuto la loro mondanità nei locali. E adesso Jesolo apre alle
unioni civili nel luogo più bello e apprezzato: la sua spiaggia.
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8 – VENETO / NORDEST
IL GAZZETTINO
Pag 9 “Io, obiettore pentito. Ora pratico aborti per aiutare le donne” di Egle Luca
Cocco
Intervista a Gianluca Paccagnella, responsabile del day hospital della Clinica ginecologica
e ostetrica di Padova: “Situazioni drammatiche”
«Non dimenticherò mai la prima volta in cui ho interrotto una gravidanza. Per me è stata
molto dolorosa, mi sembrava quasi di tradire tutti i miei principi per una scelta razionale.
Ma è giusto o no aiutare una donna vittima di uno stupro? È giusto o no aiutare una
quindicenne rimasta incinta? La mia risposta è sì, come uomo e come medico». Il dottor
Gianluca Paccagnella, quarant’anni, è il responsabile del day hospital della Clinica
ginecologica e ostetrica di Padova. Nel piccolo cortile davanti all’ingresso c’è la statua di
una mamma con il figlioletto in braccio. Perché qui i bambini dovrebbero nascere. Ma
l’anno scorso le interruzioni volontarie di gravidanza sono state 166 e fino al 3 maggio
scorso 82. Il dottor Paccagnella è uno dei due ginecologi (sui 25 in servizio tra Clinica e
Divisione) che gli aborti li esegue dal 2012 quando, dopo sette anni, ha deciso di non
essere più un obiettore.
Dottore, molti suoi colleghi hanno percorso la strada opposta.
«Per anni, dall’inizio della mia carriera di medico prima e di ginecologo poi, ho sempre
cercato di tutelare la vita, in ogni sua fase, per vocazione innanzitutto e per obbedienza
al giuramento che dovrebbe ispirarci e guidarci. La decisione di rinunciare all’obiezione di
coscienza è stata frutto un lungo processo interiore. Il trovarmi casualmente, o
fatalmente, innanzi alla situazione orribile di una ragazza, minorenne, rimasta gravida
dopo una violenza, e il rendermi conto che con un semplice intervento potevo porre fine,
almeno in parte, alla sua profonda sofferenza, alla sua umiliazione, mi ha fatto fare il
"salto"».
Questo vale per tutte le 166 donne che hanno abortito l’anno scorso o le 82 che l’hanno
fatto in questi primi quattro mesi?
«Le motivazioni che spingono le donne a interrompere la gravidanza sono numerose,
spesso per problemi di natura economica, motivi di studio o di lavoro. Posso comunque
affermare che oltre il 90 per cento delle richieste proviene da straniere, per lo più
dell’Est Europa, Romania e Moldavia in primis. Poi vengono le africane, soprattutto
nigeriane e tunisine, le cinesi e infine le Rom. Per la maggior parte di queste donne,
l’interruzione volontaria della gravidanza viene intesa come uno dei tanti metodi
contraccettivi, in alcuni casi come il principale. Non è infrequente accogliere richieste di
donne con una storia passata di 6-7 aborti volontari, fino anche a 21 come nel caso di
una romena trentenne. Questo, naturalmente, è estremamente frustrante per il medico
che si vede abusare della propria professionalità, del proprio tempo e, perché no, della
propria coscienza».
Non avete alcun modo di arginare questo fenomeno?
«Purtroppo non si può essere "non obiettori part time", "non obiettori selettivi" per
alcune pazienti sì e per altre no. Per molte donne, comunque, quella di interrompere la
propria gravidanza è una scelta molto sofferta, molto dolorosa. Alle donne ripeto
sempre: ricordatevi che l’intervento per interrompere una gravidanza dura cinque
minuti, ma vi lascerà una cicatrice per tutta la vita. Ma è proprio per questo che ritengo
sia importante che in casi come questi ci sia la possibilità di confrontarsi con un medico
che non abbia pregiudizi, che in coscienza consideri l’aborto come l’estremo rimedio,
dopo avere vagliato tutte le soluzioni alternative».
Parla quasi come un obiettore...
«Nella mia decisione di non esserlo più ha inciso anche una importante riflessione sulle
soluzioni alternative. Che non ci sono. Quegli aiuti che possono arrivare nei primi mesi
sono nulla. A volte ci sono margini per far cambiare idea alla donna, altre volte
assolutamente no. Quand’ero obiettore mi capitò di avere davanti una ragazza che
voleva abortire perché era convinta che il figlio fosse dell’amante, un ragazzo di colore.
Non fu semplice, ma alla fine riuscimmo a compiere gli accertamenti necessari sul Dna e
quel bambino è nato. Sono orgoglioso di quello che ho fatto per salvare quella vita
umana. Ma, ribadisco, in quel caso avevo effettivamente il modo di intervenire».
Sulle interruzioni di gravidanza, il Papa ha detto: "I preti perdonino medici e donne
purché si pentano".
«Lo considero un segnale di avvicinamento, una grande apertura. Ciò vuol dire che,
diversamente da prima, medici e donne potranno chiedere l’assoluzione a tutti i
sacerdoti e non solo al vescovo. E, inoltre, io che oggi sono laico ma con un passato da
credente, ritengo una cosa importante sapere che la Chiesa lascia questa opportunità di
speranza».
"Sono stanco di uccidere i figli degli altri": parole di un suo collega diventato obiettore.
«Io non uccido i figli degli altri. Certo, interrompo una vita sul nascere, non mi
nascondo, ma per salvarne un’altra. È come arrivare sul luogo di un incidente stradale
con due feriti gravi e avere la possibilità di salvarne solo uno. È una umana sofferenza
con la quale un medico deve saper convivere. Certo, mi arrabbio quando ci sono donne
al quarto o quinto aborto e non usano la pillola solo per non ingrassare, ma il poter
aiutare quelle che hanno veramente bisogno di aiuto ripaga di tutto».
Ma la maggior parte dei ginecologi la pensa diversamente.
«Diciamolo chiaramente, essere obiettore è comodo. Al di là delle ragioni di coscienza, e
che dovrebbero essere le sole a guidarci in questa delicatissima scelta, posso
serenamente affermare che oggi l’essere non obiettore non è affatto vantaggioso,
tutt’altro. Moltissime ore di lavoro in più, l’esposizione ai rischi medico-legali che ogni
atto chirurgico comporta, l’eseguire interventi tecnicamente poco gratificanti, il dover
essere sempre a disposizione per affrontare situazioni di emergenza e il tutto senza
alcun riconoscimento, economico, di carriera o di gratificazione professionale. Perché,
dunque, non essere obiettori?».
A Padova due soli medici che praticano l’interruzione di gravidanza. Ci sono donne che
vengono respinte?
«Per quanto riguarda la Clinica no. Certo, con i tempi che occorrono, anche perché a noi
si rivolgono anche donne da fuori provincia, e secondo quanto previsto dalla legge.
Questi risultati sono sicuramente da attribuire anche all’immenso lavoro dei miei più
stretti collaboratori».
E quando lei è in ferie?
«In Clinica ginecologica il diritto a interrompere la gravidanza viene sempre garantito».
Dunque non può esistere il fenomeno degli aborti clandestini?
«Se esiste è per motivi culturali all’interno di alcune comunità. Qui le richieste vengono
tutte soddisfatte, comprese quelle che non lo meriterebbero».
L’interruzione volontaria della gravidanza, salvo non non ci siano pericoli per la donna o
siano state accertate rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, deve avvenire
entro 90 giorni. Calcolo che viene fatto sull’ultima mestruazione e dunque entro 12
settimane. «In realtà - spiega il dottor Gianluca Paccagnella - le settimane sono 14, in
quanto l’inizio della gravidanza deve essere calcolato sul concepimento. . E questa è la
linea che adottiamo noi in Clinica sulla base di precise indicazioni legali». Per
interrompere la gravidanza, la donna si deve presentare con la richiesta firmata da un
medico di base o di un consultorio e una ecografia che attesti la settimana di gestazione.
L’intervento viene fissato in day hospital e nel frattempo vengono effettuati gli esami
pre-operazione, tra i quali anche una nuova ecografia.
CORRIERE DEL VENETO di sabato 14 maggio 2016
Pag 5 Unioni civili, decine di coppie gay in attesa di Michela Nicolussi Moro e Davide
Tamiello
Venezia. Dopo la festa è tempo di realtà. L’euforia per l’approvazione della legge sulle
unioni civili ha nascosto un «dettaglio» non da poco: non è ancora concretamente
operativa. Insomma, le coppie omosessuali che vogliono «sposarsi» non possono farlo
subito. «Mancano i decreti attuativi, che illustrino esattamente l’iter - spiega Mattia
Stella, presidente di Arcigay Vicenza - e specifichino dove le coppie dello stesso sesso
possono unirsi ufficialmente. Solo in Comune o anche in altro luoghi, sempre alla
presenza di un ufficiale giudiziario, come accade per il matrimonio? Ancora non si sa.
Come si ignora in quale ufficio saranno archiviati i dati. In teoria all’Anagrafe, ma visto
che dipende dal Viminale e il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, non è esattamente
favorevole alle unioni civili, potrebbe esserci un impasse. O saltare fuori qualche
sorpresa. Da questo punto di vista siamo preoccupati». Un altro interrogativo è: chi ha
celebrato l’unione civile nei Paesi che già lo consentono, come è accaduto a Mattia nel
2007 in Inghilterra, se la vedrà riconoscere o dovrà rifare tutto in Italia? «Gli avvocati
sono divisi - dice lui - perché la legge italiana non concede alle coppie omosessuali di
adottare i bambini. Insomma, potrebbe essere non così facile dare operatività alla legge.
Noi ci aspettiamo i decreti attuativi non prima di ottobre». Intanto decine di coppie
stanno chiedendo ad Arcigay delucidazioni per avviare l’iter. Tante hanno addirittura
fissato la data, alcune a fine mese. E allora la sezione di Vicenza ha organizzato per fine
estate un incontro tra gli interessati e un team di avvocati, che illustrerà la norma. «Noi
lo abbiamo già fatto, perché in molti ci stanno chiedendo i tempi, vogliono sapere
quanto devono ancora aspettare - rivela Mattia Galdiolo, presidente di Arcigay Padova -.
Una coppia di soci, in particolare, si unirà appena sarà possibile. Altre ci stanno
pensando per la prima volta, dopo dieci anni di rapporto. I più interessati appartengono
alla fascia d’età 35/50 anni, chi ne ha di più deve ancora realizzare la nuova opportunità.
In effetti essendo i decreti attuativi oggetto di trattativa politica, può succedere di tutto.
Basta ricordare che i Pacs si celebravano alle Poste». Quanto alla festa, si aspetta il Gay
Pride in programma il 18 giugno a Treviso». Ma un piccolo «anticipo» i soci di Arcigay
Rovigo se lo sono concesso. «Ci siamo trovati giovedì sera, in modo informale, tra noi conferma il presidente Adriano Romanelli -. La vera festa, aperta a tutti, l’abbiamo
organizzata per venerdì prossimo. Siamo contenti, è un primo passo per l’uguaglianza.
Io stesso sono interessato e una coppia, Luca e Simone, vorrebbe sposarsi il 28 maggio,
ma temo dovrà rimandare». «Anche una nostra coppia di Mestre si è già rivolta
all’ufficiale giudiziario, che ha detto di non poter ancora celebrare l’unione civile aggiunge Franca Chiarello, a capo di Arcilesbica Padova -. Dopo 27 anni di battaglie un
primo riconoscimento di diritti da sempre negati c’è, ma la strada è lunga. La legge
tende a marcare la differenza con il matrimonio: per esempio non si parla dell’obbligo di
fedeltà, il divorzio è molto più breve, non c’è il diritto di adozione. E questo lascia
l’amaro in bocca». Ma la Chiesa è chiara. «E’ una legge dello Stato e va rispettata —
nota monsignor Adriano Tessarollo, vescovo di Chioggia - ci saranno sindaci che
celebreranno le unioni civili e altri no. Ognuno agirà secondo coscienza».
Spinea (Venezia) Lorenzo è un vulcano: loquace, battagliero, entusiasta. Gino è un po’
più timido, sorride, annuisce, guarda con tenerezza quell’album di fotografie che
racchiude 41 anni di vita insieme. La legge sulle unioni civili, per loro, è un sogno che si
avvera. «Non vediamo l’ora, abbiamo già contattato il Comune. Per ora non sono ancora
arrivati i documenti, ma abbiamo chiesto di poterlo fare alla prima data utile». Lorenzo
Bagato, 70 anni, e Gino Tagliapietra, 65 anni, con ogni probabilità saranno la prima
coppia omosessuale di Spinea (e forse dell’intera area metropolitana di Venezia) che
potrà veder riconosciuti i propri diritti. Entrambi pensionati, Lorenzo è un ex impiegato
delle ferrovie, Gino lavorava al provveditorato agli studi. La data del loro incontro se la
ricordano come fosse ieri. «Era il 13 settembre 1975 – racconta Lorenzo – ci siamo
conosciuti alla villa di Stra, da allora non ci siamo mai separati». Una coppia che, a
differenza di altre, è cresciuta con il sostegno della famiglia e degli amici. «Nessuno ci ha
mai osteggiato, nessuno ci ha mai mancato di rispetto. A Spinea abbiamo cambiato
quattro case, ovunque ci siamo trovati benissimo». Per i 50 anni di Gino, nel 2001,
c’erano più di 60 invitati. Ogni ricorrenza, l’atmosfera sembrava quella della «loro» festa
per eccellenza. Questa volta lo sarà per davvero. Entrambi sono attivisti impegnati nella
causa arcobaleno e in questi 40 anni hanno scritto a giornali, presidenti, governatori. «Ci
hanno risposto in tanti, persino Napolitano». Mercoledì sera, la notizia tanto attesa. Da
lì, è partito il fermento per i preparativi. Perché, d’accordo, non si potrà chiamare
matrimonio, ma nulla vieta di festeggiarlo come tale: ristorante, menù, vestiti e
bomboniere sono già segnati nella lista delle cose fatte. «Andremo al Castello di
Stigliano – spiegano – abbiamo prenotato la sala grande, abbiamo contato che ci
saranno una sessantina di invitati. Per i vestiti abbiamo trovato una sartoria di Spinea, ci
faremo degli abiti estremamente eleganti, uno argentato e uno grigio scuro. Le
bomboniere? Sono una sorpresa, diciamo solo che avranno i colori del mondo
omosessuale, l’arcobaleno e il lilla». A questo punto manca solo una data. «Aspettiamo i
moduli, potrebbe essere a luglio o agosto». Un momento tanto atteso, e non certo per
capriccio. Lorenzo, un anno fa, ebbe un malore e rimase in coma per tre giorni. «La vita
corre – continua – ho temuto di lasciare Gino senza nulla, con il mutuo da pagare, senza
la reversibilità della pensione. Ho temuto che in ospedale non avrei potuto averlo al mio
fianco. Ho sentito tante cattiverie in questi giorni, ma come si fa a dire che le coppie
omosessuali non hanno obbligo di fedeltà? Non è discriminazione questa?». Gino e
Lorenzo rimpianti non ne hanno, anche se ammettono che un figlio, fossero più giovani,
l’avrebbero decisamente voluto. «L’avremmo adottato, non ci interessa l’utero in affitto
– precisano - Ci sono tanti orfani che chiedono solo amore, e noi avremmo potuto darne
molto». Sulle partecipazioni una sola indicazione per gli invitati: «No regali». «Siamo
insieme da una vita, non abbiamo bisogno di nulla, non saprei neanche dove mettere
delle cose nuove». Eh ma ragazzi, la lista di nozze non si usa più. Adesso c’è la lista
vacanze, agli invitati al massimo si chiede un contributo per il viaggio di nozze. «Ah sì?
Beh, vedremo dai...».
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… ed inoltre oggi segnaliamo…
CORRIERE DELLA SERA
Pag 1 Scacciare l’Isis non basta di Paolo Mieli
Come evitare il caos
Ci siamo (forse).Il colonnello americano Steve Warren, portavoce della coalizione anti
Isis, ha spiegato che lo «Stato di emergenza» dichiarato nella città di Raqqa è da
interpretare come l’inequivocabile segnale del fatto che gli uomini di Al Baghdadi si
sentono prossimi alla resa dei conti. Cioè al giorno in cui sono destinati a soccombere.
Ed è evidente - ha aggiunto - che, se cadrà la «capitale siriana» del Califfato, andrà in
pezzi una parte rilevantissima della costruzione statuale degli jihadisti. Nabil El Fattah ex
direttore del Centro di Studi strategici di Al Ahram del Cairo ha più volte illustrato come
la penetrazione di Daesh in Iraq e poi in Siria non si spieghi solo con la forza militare
messa in campo. Almeno agli inizi, i miliziani islamisti sono stati visti dalle popolazioni
sunnite dell’Iraq come una sorta di armata di liberazione in grado di proteggerli dal
potere sciita imperante a Bagdad. E a Damasco. Nei territori conquistati, Isis ha poi
messo in piedi un suo welfare, creato ministeri, forze di polizia. Governava, insomma.
Con il terrore, certamente, ma anche con il consenso. L’ex direttore dell’Economist Bill
Emmott da ciò ha tratto la conclusione che negli ultimi tre anni lo Stato Islamico ha
avuto un grande potere di attrazione proprio perché è riuscito a rendersi credibile come
potenza, e in particolare come una forza capace di affermarsi militarmente. Alla stregua
di uno Stato vero e proprio, che oggi governa ampie aree di territorio in Siria, Iraq e,
persino, in Libia. Il suo successo nel conquistare la città di Mosul in Iraq e Raqqa in Siria
ha agito come fonte di ispirazione per molti musulmani, in Medio Oriente, ma anche in
Africa o in Europa. Lo Stato Islamico non è attraente solo per la sua ideologia o per la
religione. Lo è nelle fantasie dei musulmani di Siria e Iraq, per i quali starebbe facendo
l’effetto che la creazione di Israele, e poi la sua agguerrita difesa, fecero per quelle degli
ebrei in Palestina. Perciò - seguendo il ragionamento di Emmott - se ora crollasse,
sarebbe come se Israele in quanto Stato non fosse sopravvissuto alla guerra del 194849. Un’autentica catastrofe. Ma è questo quel che sta davvero accadendo? Secondo una
mappa pubblicata due mesi fa dal Washington Post , tra gennaio 2015 e metà marzo
2016 il Califfato ha perso circa un quinto del territorio che precedentemente aveva
conquistato. Altre fonti dicono il 40 per cento. Il mito dell’invincibilità jihadista si è
incrinato una prima volta (per merito dei curdi) al momento della perdita di Kobane. Poi,
spalleggiato dai Sukhoi dell’aviazione russa, l’esercito di Assad, a fine marzo, ha
riconquistato Palmira, che nell’estate 2015 - quando gli incappucciati dell’Isis avevano
fatto saltare la tomba di Mohammed bin Alì e il tempio di Baal - era divenuta la città
martire della cultura mondiale. E un concerto diretto da Valery Gergiev davanti a quel
che restava delle rovine (con un discorso di Putin in prudente videoconferenza dalla sua
residenza di Sochi) ne aveva celebrato la liberazione. Persa Palmira, l’Isis reagiva
riconquistando Yarmuk a otto chilometri da Damasco, a danno del Fronte al Nusra,
branca locale di Al Qaeda, i cui adepti - nel frattempo - erano passati quasi tutti con Al
Baghdadi. E qualcosa di simile, probabilmente, poteva ripetersi ad Aleppo ma - onde
evitarlo - siriani e russi avevano preventivamente scatenato un inferno sulla città
attirandosi la riprovazione di tutto il mondo occidentale. Da quel momento si è iniziato a
parlare di crisi dell’Isis, si sono diffuse notizie di crollo del reclutamento (dai duemila dei
tempi d’oro alle duecento persone al mese), persino di diserzioni. Ma nel mondo islamico
la percezione di queste difficoltà era precedente di almeno sei mesi. La ricerca annuale
dell’Arab Youth Survey (su duecento milioni di ragazzi del mondo musulmano tra i 15 e i
24 anni) ha rivelato in aprile che la popolarità dell’Isis è in forte calo. Da tremila e
cinquecento interviste individuali in sedici Paesi, emerge che il Califfato ottiene il
consenso del 13%, con una discesa, in un anno, del 6%. E che, per di più,
l’approvazione è sorprendentemente condizionata dalla «rinuncia della violenza». E
dall’impegno alla costruzione - nelle terre conquistate - di un futuro «più stabile». Gilles
Kepel sostiene che l’Isis è in difficoltà dai tempi degli attentati di Parigi (13 novembre).
Allora tra le vittime c’erano anche dei giovani musulmani, ciò che è stato criticato
persino nei circoli estremisti islamici. Un conto è infatti colpire obiettivi come Charlie
Hebdo a cui poteva essere imputata l’irriverenza nei confronti di Maometto. Un altro è,
invece, sparare nel mucchio. Questo per quel che riguarda il reclutamento. In più c’è
adesso la perdita delle loro roccaforti. Fareed Zakaria enfatizza la notizia che quelli
dell’Isis abbiano perso territorio, città, fonti energetiche, ma si pone la domanda: chi
governerà quei territori una volta che saranno stati liberati? Ed è un punto
importantissimo. Ammesso infatti che le informazioni provenienti dal Pentagono non
siano frutto di propaganda atta a bilanciare le notizie dei successi di Putin e Assad a
Palmira (in dicembre dagli Stati Uniti giunse la notizia che stava per essere liberata
Mosul, la «capitale irachena» dell’Isis, e poi non se ne è saputo più nulla), la caduta di
Raqqa e dell’intero Califfato sarebbero poca cosa se Stati Uniti e Russia non fossero
preventivamente giunti a un accordo sul successivo controllo dell’intera area
mesopotamica. E se la consegnassero a un regime di caos anarchico, Al Baghdadi e la
sua organizzazione diventerebbero qualcosa di simile a quello che fu Al Qaeda ai tempi
dell’Afghanistan: troverebbero rifugio nel deserto dello Yemen da dove riprenderebbero
a ispirare attacchi in Europa. Poi, tra qualche mese, tornerebbero nelle terre che furono
loro tra Iraq e Siria. Ne discende che sconfiggere l’Isis si sta rivelando qualcosa di
maledettamente complesso. Un gioco di specchi dove i successi rischiano di trasformarsi
in disfatte. Peggio, dove neanche riusciamo a immaginare quale possa essere
considerata una vittoria definitiva. Cacciamo perciò gli jihadisti da Raqqa e Mosul (e
anche, quando verrà il momento, da Sirte). Ma impegniamoci fin d’ora a prefigurare in
che modo e da chi quelle città - assieme alle terre che le circondano - dovranno poi
essere governate.
Pagg 2 – 3 Troppi rischi, niente soldati in Libia di Fiorenza Sarzanini e Francesco
Battistini
Un Paese diviso, quattro governi
Il contingente militare che dovrà garantire la sicurezza della sede Onu in Libia arriverà
dal Nepal. In attesa che la situazione si stabilizzi, l’Italia non prevede l’invio di soldati. La
conferma è arrivata in queste ore, alla vigilia del vertice di Vienna che dovrà studiare un
percorso di sostegno al governo guidato da Fayez Serraj. Troppo alti sono i rischi, troppo
forte il pericolo che i reparti stranieri diventino bersagli di attacchi. Il presidente del
Consiglio Matteo Renzi decide dunque di tenere la linea che aveva già anticipato nelle
scorse settimane spiegando che «di fronte alle pressioni per andare in Libia abbiamo
scelto una strada diversa». L’impegno del nostro Paese segue il percorso della
diplomazia, non a caso la Farnesina ribadisce in una nota che «obiettivo prioritario
rimangono l’unità e la stabilizzazione della Libia» e di questo discuteranno in Austria
dalle delegazioni guidate dal segretario di Stato Usa John Kerry e dal ministro degli
Esteri Paolo Gentiloni.
I report dal campo - In vista del decreto di finanziamento delle missioni all’estero che
dovrà essere approvato questa settimana, si sono intensificate le consultazioni tra il
presidente del Consiglio Matteo Renzi e i ministri competenti. Sono stati analizzati i
report dei comandi delle forze armate e dell’ intelligence proprio per avere un
aggiornamento sulla situazione libica che tenesse conto degli equilibri politici dopo
l’insediamento del nuovo governo e soprattutto della possibile minaccia fondamentalista
nei confronti dei reparti militari stranieri. Le informative confermano una instabilità
ancora molto evidente, ribadiscono l’alta probabilità che soldati provenienti da Europa e
Stati Uniti potrebbero essere vissuti come veri e propri invasori, quindi esposti a
ritorsioni, pur muovendosi in una cornice voluta dall’Onu. E dunque il governo decide di
non rischiare. Rimane la possibilità, prevista da un provvedimento firmato dallo stesso
Renzi, di utilizzare nuclei speciali per missioni segrete. Ma per quanto riguarda gli altri
compiti di vigilanza e addestramento la scelta è quella di prendere tempo.
Il ruolo del Colle - Era stato proprio l’inviato delle Nazioni Unite, il tedesco Martin Kobler,
a sollecitare l’impiego di truppe per la sorveglianza della nuova sede che sarà spostata
da Tunisi a Tripoli. Una mossa concordata con Serraj che doveva rappresentare il primo
passo per un ingresso degli stranieri nel Paese in maniera graduale e «poco visibile»,
come del resto era stato chiesto dal nuovo premier libico proprio nel timore che ciò
potesse aizzare ulteriormente gli oppositori interni. I primi a rispondere sono stati i
Nepalesi e a questo punto saranno loro i primi ad arrivare in Libia. La possibilità che
anche l’Italia fosse subito in prima linea è stata riesaminata dallo stesso Renzi con il
capo dello Stato Sergio Mattarella. Come ha più volte detto pubblicamente, il premier
non è mai stato un sostenitore di interventi militari senza una cornice di sicurezza
effettiva. Lo stesso presidente della Repubblica ha sempre sottolineato la necessità di
muoversi soltanto di fronte a una richiesta esplicita del governo libico. E alla fine si è
concordata una linea di prudenza. L’Italia continuerà a sostenere il governo Serraj e in
questa fase si concentrerà in modo particolare sull’impegno umanitario. L’obiettivo
rimane quello di ottenere il comando del contingente internazionale, ma ciò potrà
avvenire - in accordo con gli altri Paesi alleati nella coalizione - soltanto quando si sarà
stabilizzata la situazione. Anche tenendo conto che i contingenti italiani sono già
impegnati su vari altri fronti.
L’Isis in Iraq - Si sta potenziando la presenza in Iraq a sostegno dei Paesi impegnati nei
raid contro le postazioni dell’Isis. «Abbiamo cercato di concentrare i militari nelle aree
che riteniamo più inerenti alla nostra sicurezza», conferma la titolare della Difesa
Roberta Pinotti in un’intervista a Sky. Sono 800 i soldati di stanza tra Erbil, Bagdad e
Kuwait City. A loro si aggiungeranno presto altri 130 uomini del personal recovery e i
450 addetti alla protezione dei lavori della diga di Mosul. Per quanto riguarda gli
equipaggiamenti, a Erbil è arrivato un elicottero che si aggiunge ai quattro già presenti e
ai Mangusta. Si tratta di un velivolo che avrà come missione il recupero dei soldati
dispersi oltre le linee nemiche.
A Sirte, a Sirte! Con poche strategie e molte chiacchiere, a sconfiggere l’Isis adesso ci
vogliono andare tutti. Vuoi mettere? Chi ce la fa, diventa l’eroe dell’Occidente. Il
baluardo dell’Europa. Il Peshmerga della Libia che difende tutti noi e può quindi chiedere
al mondo più armi, più considerazione, un investimento politico. Tutti a Sirte, allora. Il
generale Khalifa Haftar è stato il primo a radunare i soldati e a lanciarsi col suo Libyan
National Army, Lna. Il premier Fayez Al Serraj è stato l’ultimo a capire che l’obbiettivo è
simbolico, il risultato appagante, e una settimana fa pure lui ha creato una «coalizione
delle milizie» di buona volontà (poche) per combattere «tutt’insieme» (leggi: quasi
nessuno) lo Stato Islamico. In mezzo si sono mossi anche i militari di Misurata, tra i
pochi che hanno davvero le armi, e i loro alleati islamisti di Alba libica. Per non dire delle
tribù che circondano Sirte. O del Signore dell’Oro Nero, Ibrahim Jadhran, che sotto Sirte
controlla i pozzi e qualche giorno fa l’ha detto ai suoi: «In un piccolo pezzo di terra ci
giochiamo il futuro d’un intero Paese». Quanta retorica. In un Paese (anzi, tre) che ha
quattro governi e due Parlamenti - con un deficit al 54% del Pil, riserve di denaro in
esaurimento entro due anni, quasi 5 mila morti, 435 mila sfollati, un tasso d’omicidi che
è dieci volte quello egiziano e 17 quello tunisino, il 40% della popolazione che ha bisogni
umanitari e il 60% degli ospedali distrutto - qualcuno pensa davvero che la priorità del
libico medio sia combattere l’Isis? L’unica cosa evidente ai governi occidentali è che non
tocca a loro. L’unica cosa sicura è che, nel caso tocchi ai libici, lo farebbero ognuno per
sé e tutti contro tutti. «Una vergogna», commenta l’Economist. «Un rischio troppo
grosso», dice una fonte diplomatica italiana: «Il primo, vero pericolo di un’eventuale
avventura militare occidentale è proprio questo: l’assenza di un’alleanza sul terreno».
L’armiamoci-e-partite era già sottinteso nella risoluzione 2259 dell’Onu, dove si stabiliva
come un intervento armato internazionale potesse venire richiesto solo dal governo
Serraj. E se il mite Serraj rimane paralizzato tanto dal veto d’egiziani ed Emirati, i
burattinai di Haftar, quanto dalla diffidenza di Tripoli? «L’Italia, che non ha mai amato
granché Haftar, corteggiato invece dai francesi, non poteva certo mostrare simpatie per
la Fratellanza musulmana. È normale, oggi, che non possiamo contare su nessun
autentico alleato…». Inaffidabili i tripolini e i misuratini, scaricati per necessità
internazionale, prima in favore del governo riconosciuto di Tobruk e poi di Serraj.
Irritabili quelli di Tobruk che non hanno mai digerito la nostra ambasciata a Tripoli,
nonostante non ne riconoscessimo la legittimità. E irrecuperabile, almeno all’apparenza,
il rapporto con Haftar che per un anno ci ha chiesto armi e soldi: l’Egitto è una variabile
di questo scenario militare e «la pace - spiega un deputato di Tobruk - può partire solo
su ordine del Cairo, dopo una ricucitura dell’Italia sul caso Regeni». Chi credete ci sia
dietro i nostri tricolori bruciati in tutta la Cirenaica, le scorse settimane? E sapete come
si chiama l’operazione militare che il Generalissimo ha intrapreso verso Sirte? Al
Qurdabiya. Esattamente come quella che i libici scatenarono contro l’invasore italiano,
nel 1915… Nessun amico, nessun nemico. La mancanza d’alleati sicuri, per l’Italia, si
porta dietro un altro pericolo: chi dovremmo combattere? L’Isis, d’accordo. Ma dalla
Tripolitania o dalla Cirenaica? «Non sappiamo nemmeno quale possa essere il fronte»,
dice la voce diplomatica: «A una guerriglia asimmetrica, contro autobombe e attacchi
terroristici, dovremmo unire una guerra a milizie che in una zona sono amiche degli
amici e, in un’altra, diventano amiche dei nemici». A Zintan, per esempio: dove
sostengono militarmente Haftar, ma non tutti sono d’accordo con un suo ruolo politico,
mentre alla lotta all’Isis antepongono quella a Tripoli… Tanta confusione spiega la
cautela degli americani - che in Iraq hanno inviato 5 mila soldati e in Libia meno di 50
uomini in sei mesi - dovuta non solo alla scarsa voglia di farsi coinvolgere: al Pentagono
sanno bene che una campagna militare è tutta da studiare. Forse pure il resto
d’Occidente - dagl’inglesi che hanno on the ground un centinaio di gruppi speciali Sas, ai
francesi asserragliati nell’aeroporto di Bengasi - va capendo: «Gli europei hanno ciò che
volevano, un governo Serraj formalmente d’unità nazionale - dice in un suo rapporto
l’analista Mattia Toaldo, uno dei maggiori esperti sul tema -. Ora non dovrebbero farsi
carico di richieste irrealistiche, dalla fine della crisi dei migranti alla sconfitta dell’Isis.
Piuttosto, dovrebbero lavorare per rafforzare la politica del governo Serraj nel controllo
del Paese». Già, il governo che non c’è. Il pericolo maggiore. Come il controllo dei pozzi
o la fine dell’embargo sulle armi: due passi necessari, prima di marciare a sconfiggere
l’Isis. Non c’è campagna militare, senza un interlocutore politico. E nessuno mette gli
scarponi nel fango, finché il premier non si sporca i mocassini nemmeno nelle strade di
Tripoli.
Pag 4 Marc Augé: “Il multiculturalismo è un inganno, lascia spazio a ideologie
totalitarie di Luca Mastrantonio
Il multiculturalismo è una pericolosa sirena. L’Europa deve tenere saldo il valore della
laicità e puntare sull’assimilazione, altrimenti a breve dovrà fronteggiare una vasta
rivolta. Lo sostiene il sociologo e antropologo francese Marc Augé, in Italia per
presentare il libro «Football. Il calcio come fenomeno religioso», uscito per EDB. La cui
tesi, oltre a offrire una chiave di lettura dei prossimi Europei francesi, può essere
rovesciata senza perdere aderenza sulla realtà: la religione come fenomeno calcistico, la
politica come tifo, tra fanatismo e ritualità.
In cosa è diversa la Francia oggi rispetto a quella campione del mondo del 1998?
«Ero a vedere la finale contro il Brasile, un ricordo bellissimo, ho riprovato le emozioni di
quando ero bambino e tifavo per la nazionale di Raymond Kopa e Léon Glovacki,
davanti, e dietro Roger Marche, soprannominato il “cinghiale delle Ardenne”. Ma oggi lo
spettacolo è cambiato, troppi soldi in gioco. La fase in cui si cantava “nero, bianco e
arabo” (Black, Blanc, Beurs, in francese) è sparita, con il sogno multietnico».
Effetto anche degli attentati di Parigi?
«I terroristi hanno voluto colpire lo stile di vita dei parigini, luoghi di divertimento, di
incontro, di scambio. C’è stata una reazione collerica. Ma se penso alle recenti proteste
sulla riforma del lavoro, si può dire che stiamo tornando alla normalità».
Che idea si è fatto dei terroristi?
«Come ha notato Gilles Kepel, ci sono strateghi e ideologi, dietro; ma per l’azione usano
teppisti appartenenti alla mala, ragazzi poveri che hanno fallito nella vita. Nulla a che
vedere con i piloti che si sono schiantati contro le Torri Gemelle».
Da Parigi a Bruxelles, passando per Molenbeek. Ci sono quartieri periferici più a rischio
di altri?
«Sono molte le aree permeabili da infiltrazioni terroristiche, e molte le aree da colpire.
Ma non è una questione geografica, poiché il concetto di periferie presuppone un centro
che in realtà esiste soprattutto per i turisti. Periferie e centro sono concetti mobili. Il
problema è sociale e politico e di polizia, che deve coordinarsi meglio a livello europeo».
La questione è solo di polizia?
«Sul piano tecnico, il terrorismo si combatte con forza militare e polizia. Poi bisogna
continuare la politica dell’accoglienza, governarla al fine di integrare e assimilare i
rifugiati. Se l’Europa non si muove chiaramente e generosamente, rischia di fronteggiare
in una quindicina di anni l’ira della generazione di chi è nato e cresciuto nell’esclusione.
Non bisogna però cullarsi nell’inganno delle sirene del multiculturalismo. Il termine
“cultura” è pericoloso, a questo termine è possibile far dire tutto quello che si vuole. E in
nome del pluralismo è facile lasciare che si imponga una ideologia totalizzante e
totalitaria».
L’Islam è un problema per l’Europa?
«Il problema non è l’Islam, ma la sua vocazione universale a imporre una morale
individuale. Per integrarsi in Europa, chi crede in Maometto deve rinunciare a questo
universalismo, come hanno fatto i cristiani in passato, sotto la pressione di processi
politici democratici, il secolarismo contro il proselitismo. Ma purtroppo il discorso
mediatico e politico di oggi va in un’altra direzione. In Francia molte persone si
dichiarano religiosamente indifferenti, anche se magari sul piano statistico appartengono
a una religione, compreso l’Islam. È aumentata però la tendenza a dare risalto
all’identità religiosa, descrivendo ad esempio il sindaco di Londra, Khan come
“musulmano” più che come “laburista”. Tra l’altro ha ricevuto una fatwa dai musulmani
radicali, il che la dice lunga sulla pericolosità dell’Islam moderato per gli estremisti.
Finiremo come l’Indonesia, che si presenta tollerante, perché tutte le religioni sono
autorizzate, ma ognuno è obbligato a sceglierne una. Non è laicità, che è un valore non
negoziabile».
Ci sono altri valori non negoziabili?
«Non ci si può fare giustizia da soli».
Crede che la Francia si sottometterà all’Islam, come ha scritto Michel Houellebecq nel
suo ultimo romanzo?
«Quello di “Sottomissione” è un incubo plausibile, ma voglio credere nella forza del
pensiero laico e democratico in Francia e in Europa».
LA REPUBBLICA
Pag 1 Il M5S e la retorica della purezza di Nadia Urbinati
Testo non disponibile
IL GAZZETTINO
Pag 1 Caso profughi, non sottovalutare il nodo-risorse di Oscar Giannino
Non c'è solo il referendum su Brexit nel Regno Unito, a gettare ombre sull'Europa. Il
fronte migranti è sempre caldo. E per l'Italia ha tre cerchi concentrici. Abbiamo appena
vinto la partita con l'Austria, che voleva una frontiera semi-chiusa al Brennero. Ma i
primi numeri sull'accordo europeo con la Turchia dicono che si può riaprire il corridoio di
afflusso mediterraneo, dopo aver chiuso quello centro-europeo. Infine, resta aperto il
nodo delle risorse. Alle spalle, abbiamo in 2015 esplosivo. L'anno scorso i paesi europei
più Svizzera e Norvegia hanno registrato 1,35 milioni di richieste di asilo, rispetto a poco
più di 600mila nel 2014, e a 250mila fino al 2010. Il 27% dei richiedenti sono siriani, il
15% non kosovari e albanesi, il 14% dall'Afghanistan, il 9% dall'Iraq. L'Italia nel 2015
ha registrato 83.970 richieste d'asilo, un aumento del 32% rispetto alle 63.456 del
2014. Ma da noi cambia la geografia dei richiedenti. Le richieste sono state presentate
soprattutto da cittadini provenienti da Nigeria (18.174), Pakistan (10.403), Gambia
(8,022), Senegal (6.386) e Bangladesh (6.056). Mentre da noi a chiedere asilo sono
stati 1300 per milione di abitanti, in Ungheria sono stati 18mila con un aumento del
323% sul 2014, in Austria 10mila per milione, in crescita del 234%: il che aiuta a capire
la presa che nella politica di quei paesi e in tutto il blocco centro-europeo sino alla
Polonia hanno preso a esercitare i partiti nazionalisti, che si battono per le frontiere
chiuse. Questi dati Eurostat sono stati poi radicamente corretti al rialzo dai più recenti
aggiornamenti delle fonti ufficiali tedesche: le domande di asilo nel 2015 in Germania
hanno superato il milione di unità, oltre 700mila tra siriani, afghani e iracheni. Ma il
problema italiano non è mai stato quello dei richiedenti asilo, bensì della vastissima
percentuale di profughi salvati nel Mediterraneo e sbarcati sulle nostre coste in fuga da
paesi africani, da fame e guerriglie etniche. Sono stati 153.842 gli stranieri soccorsi o
sbarcati sulle nostre coste nel 2015, il 9% in meno rispetto ai 170mila sbarcati nel 2014.
Era ed è questo flusso di profughi dall'Africa, per lo più non coperti dal diritto d'asilo ma
migranti economici, a indurre l'Austria alla chiusura del Brennero e bisogna riconoscere
che la Commissione Europea e Berlino hanno condiviso energicamente l'energico no di
Roma alla chiusura della frontiera. Ma l'allarme è venuto da Frontex: per la prima volta
da fine 2014 nell'ultimo mese gli sbarchi in Italia hanno risuperato quelli in Grecia. Le
cifre del Viminale dicono che siamo comunque ad arrivi da inizio anno inferiori dell'11%
rispetto al 2015. Ma comunque i fenomeni sono e restano diversi. I numeri più contenuti
della Grecia significano che inizia a funzionare l'accordo voluto dalla Germania con la
Turchia. Da noi si può riaprire il flusso dall'Africa, più che da Siria e Afghanistan.
Oltretutto, con l'Egitto di al Sisi il caso Regeni ha scavato un fossato con Roma. E gli
arrivi nuovi infatti provengono dall'Egitto. E' su questo fronte che il governo italiano
deve tenere la guardia alta. Tra poche settimane finisce la presidenza di turno olandese
della Ue, e inizia quella slovacca. Un paese il cui premier Robert Fico ha impugnato alla
Corte Europea l'accordo dello scorso autunno di redistribuzione dei richiedenti asilo
secondo quote nazionali, con tanto di sanzione fino a 250mila euro per ogni richiedente
respinto. Quell'accordo è passato a maggioranza, con il no slovacco, ungherese e ceco.
Si può star sicuri che la prossima presidenza di turno slovacca tornerà su quel punto,
con pochissimo interesse al fronte mediterraneo. Ed è con queste premesse non
favorevolissime, che bisogna invece mirare a chiudere bene il negoziato italiano aperto
con la Commissione Europea sulle risorse aggiuntive necessarie all'Italia. Il governo
Renzi ha chiesto di vedersi riconoscere uno 0,2% di Pil di deficit aggiuntivo per il nodomigranti, sommato alle clausole di deficit dovute alla congiuntura, alle riforme e al
debito. La Commissione mantiene ancora aperta la clausola del debito pubblico, non
credendo ai calcoli di stop alla sua crescita avanzati da Roma. Ma non ha mai gradito
l'inclusione della questione migranti nel Patto di Stabilità. Anche se così fosse, il
precedente turco però ha il suo peso. I tre miliardi di euro concessi a Erdogan per lo
stop dei flussi che inviava in Grecia ed Europa sono estranei al Patto di Stabilità
europeo, ma si sono trovati perché Berlino così ha negoziato. Nella sua ultima intervista
ad Handesblatt, il ministro delle finanze tedesco Schaueble ha esplicitamente
riconosciuto che sui migranti l'Italia sta facendo il suo dovere: "Bisogna aiutare l'Italia".
Si tratta ora di verificare se e in che cosa si tradurranno queste parole.
LA NUOVA
Pag 1 Unioni civili e neo crociati una tantum di Francesco Jori
Gli “indignados” dell’una tantum. Nelle reazioni a catena che accompagnano il varo della
legge sulle unioni civili, spiccano i toni apocalittici di troppi neo crociati pronti a
impugnare le armi contro il presunto nemico di turno; salvo rompere le righe e rientrare
nei ranghi dell’indifferenza un paio di giorni dopo. Ne è esemplare interprete quel prete
che già a poche ore di distanza ha collocato davanti alla propria chiesa la funerea
epigrafe «è morta la famiglia»; ma gli sono compagni di viaggio politici e movimentisti
d’assalto che con linguaggi diversi vanno salmodiando un identico requiem, e che già
preannunciano ritorsioni e mobilitazioni di varia natura, autoproclamandosi interpreti del
pensare e del sentire del popolo italiano(ma quale?). Anche se il nostro Paese arriva
buon ultimo a varare norme sul tema, è sacrosanto dissentire sulla scelta e opporre le
proprie ragioni. Non lo è affatto barare nel merito, attribuendo ad essa un significato e
una portata che non ha, soprattutto addossandole il ruolo di ammazza-famiglie. Non da
oggi, e non solo in Italia, la famiglia tradizionale è entrata in una crisi sempre più
pesante, e con essa l’istituto del matrimonio: la rottura parte dagli anni Settanta del
secolo scorso, portando con sé una ridefinizione profonda dei ruoli di uomo e donna, di
marito e moglie, di genitori e figli; soprattutto del modo di stare insieme. A una
rivoluzione di tale portata, l’Italia ha reagito peggio degli altri, nei tempi e nei modi: da
sempre, la nostra politica per la famiglia è stata la più scadente, la più miope, la più
sparagnina fra i Paesi europei, come dimostrano statistiche e ricerche in quantità
industriale. E non solo nel presente segnato dalla micidiale crisi economica: l’ha fatto
pure in un passato in cui per decenni il Paese è stato governato da una forza che si
fregiava dell’aggettivo “cristiana” nella ragione sociale, fulcro di coalizioni di partiti che
nella stagione dell’abbondanza hanno preferito concentrare le risorse su altri settori;
alcuni sicuramente strategici, altri bassamente clientelari. Qualche esempio aiuta a
ragionare meglio. La nostra spesa sociale destinata alla famiglia è metà della media
europea; e lo è quasi altrettanto in settori vitali come la casa, l’esclusione sociale, la
disabilità. La bassa partecipazione delle donne al lavoro e la bassa natalità sono in larga
misura il riflesso della mancanza di servizi, o del loro costo eccessivo. La cura degli
anziani e dei soggetti fragili, ma anche il supporto alle persone con problemi
occupazionali, è scaricata in larga quanto indecente misura sulla famiglia, cui viene
attribuito un ruolo improprio di ammortizzatore sociale di fatto. Tutti elementi che
concorrono al crescente impoverimento diffuso, in una realtà già massicciamente
esposta di suo: la famiglia in Italia spende per servizi alla persona 15 miliardi l’anno, con
una media di 6mila a nucleo. Ne discendono un paio di ineludibili domande: è davvero la
legge sulle unioni civili a decretare la fine della famiglia? E cosa facevano per difenderla
e sostenerla tanti dei neo crociati di oggi, che c’erano anche ieri rivestendo rilevanti ruoli
politici, sociali ed ecclesiali, mentre da noi si perpetuava e si consolidava una situazione
del genere, e mentre dalla Germania alla Francia, dall’Inghilterra alla Svezia, dall’Olanda
alla Danimarca, si imboccava ben altra strada? Non ci saranno risposte, naturalmente.
Prevarrà, sta già prevalendo, la linea dell’esternazione ad effetto, dell’indignazione a
tempo, della chiamata referendaria alle armi: utili per catturare una precaria attenzione
mediatica; non certo il consenso di un Paese in cui, quale che sia il tipo di legame scelto
con un’altra persona, troppi si sentono, e sono, fondamentalmente e tristemente soli.
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CORRIERE DELLA SERA di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 Il Paese dalle mani legate di Sabino Cassese
Vincoli, veti, norme
Qualche giorno fa, l’amministratore delegato di un’impresa ha dichiarato trionfante di
aver avuto le autorizzazioni per una importante opera di interesse collettivo solo in un
anno e mezzo. Una recente ricerca Aspen ha dimostrato che su cittadini e imprese
gravano vincoli molto maggiori di quelli strettamente necessari per proteggere la salute,
l’ambiente, il territorio e gli altri beni collettivi. Sindaci di diversi partiti hanno dichiarato
nei giorni scorsi che è impossibile amministrare, stretti come sono tra leggi invadenti e
Procure aggressive. Perché è tanto difficile governare l’Italia? Perché è così basso il
rendimento delle istituzioni? La prima responsabilità è del Parlamento. Esso sconfina
nell’area dell’amministrazione: troppe leggi, norme troppo lunghe e minuziose, che sono
spesso atti amministrativi travestiti da leggi. A questo si aggiunge il sogno della norma
autoapplicativa, in cui si cullano governi colpiti dalla sindrome del sabotaggio
burocratico, nell’illusione che, fatta la legge, ne sia assicurata l’attuazione. Di qui il
circolo vizioso: si governa legiferando; si crede di aver deciso, ma, nella maggior parte
dei casi, ci si è soltanto legati le mani, e si è costretti per ciò a ricorrere a un numero
sempre crescente di leggi. Il corpo legislativo cresce, aumentano le frustrazioni e gli
sconfinamenti legislativi nell’amministrazione, il Parlamento-legislatore trascura la sua
altra funzione, quella di controllo del governo, il sistema va in blocco. Dall’altra parte, c’è
il potere giudiziario: non vi è ormai decisione grande o piccola che non passi nelle mani
di procuratori, giudici civili, giudici penali, giudici amministrativi. I primi si proclamano
«magistratura costituzionale», investita del compito di «vigilare sulla lealtà
costituzionale delle contingenti maggioranze politiche di governo». Giudici civili e penali
con la lentezza delle loro decisioni rallentano il funzionamento del Paese. I giudici
amministrativi - come è stato detto da più parti - «bloccano l’attività produttiva», senza
nello stesso tempo fornire una guida a chi voglia districarsi nella selva delle norme e
delle loro interpretazioni. Sopra ogni cosa, quello giudiziario è un corpo che corre verso
la politica, più impegnato a fare dichiarazioni ai quotidiani che a scrivere sentenze. Un
acuto osservatore dei fenomeni amministrativi, Marco Cammelli, ha osservato che tutto
questo provoca la marginalizzazione dell’amministrazione. Quest’ultima è stretta in una
tenaglia. Da una parte, ha un legislativo che prende decisioni amministrative in veste di
leggi, per saltare la dimensione amministrativa. Dall’altra, è intimorita o frustrata dalle
tante voci del potere giudiziario, dinanzi al quale anche chi dovrebbe controllare
dall’interno cede le armi. A questo si è aggiunto il sospetto della corruzione, la diffidenza
che ciò ha creato nell’opinione pubblica e la formazione di una Procura anticorruzione «in
prima linea contro ogni tipo di ingiustizia» (sono parole del nostro presidente del
Consiglio dei ministri). Da ultimo, l’amministrazione si è impoverita: pochi investimenti,
personale scelto male dai politici di vertice e non per concorso, carriere dominate dai
governi, strutture e procedure arcaiche. Le modificazioni della costituzione materiale che
ho descritto, e dell’equilibrio tra i tre poteri dello Stato, stanno producendo guasti gravi
nei rapporti tra poteri pubblici e società. I primi si legittimano non solo attraverso
elezioni, ma anche per la loro capacità di svolgere il proprio compito al servizio della
seconda. Il fossato che divide popolo e Stato non si colma solo con le elezioni. La
democrazia del voto non basta. Occorre anche poter dimostrare, con l’efficacia
dell’azione pubblica, che lo Stato è al servizio del cittadino.
Pag 1 Il racconto di 50 donne fermerà Trump? di Beppe Severgnini
Trump e le donne. Trump che si lancia nel business di Miss Universoper stare in mezzo a
ragazze giovani e belle. Trump che incontra una sconosciuta e la bacia sulla bocca.
Trump che si lascia andare ad apprezzamenti pesanti. Trump che porta la modella nel
canonico tour della villa e le chiede di indossare un bikini (lei esegue, ma si chiude in
bagno). Diciamolo subito: la meticolosa inchiesta del New York Times – cinquanta donne
intervistate nel corso di sei settimane - non rivela nulla di sconvolgente. Non c’è una
Monica Lewinsky, anche perché non c’è (ancora) una Casa Bianca. Ma la reazione degli
elettori, nei prossimi giorni, ci aiuterà a capire quanto sono cambiati gli americani. La
regola sembrava chiara: non si scherza, negli Usa, sul rapporto tra uomini e donne,
quando c’è di mezzo il potere! Gli scandali politico-sessuali iniziarono nel 1797 Alexander Hamilton, quand’era segretario al Tesoro, si portava a letto tale Maria
Reynolds e veniva ricattato dal marito di lei - e sono continuati per oltre due secoli.
Hanno toccato presidenti (Jefferson, Kennedy, Clinton), candidati (Hart, Gingrich, un
altro Kennedy), membri del congresso (Thurmond, Foley, Weiner), in modo
assolutamente bi-partisan. La pagina Wikipedia «List of federal political sex scandals in
the United States» raccoglie 68 nomi: quasi tutti dimissionari. Poi è arrivato Donald
Trump, e l’America ha scoperto qualcosa che noi conosciamo da tempo: la faziosità
politica, quella che porta a perdonare tutto al proprio campione e a crocifiggere
comunque l’avversario. Non c’è solo l’anomalo rapporto con le donne, già evidente
durante le primarie (Trump ha detto che a Megyn Kelly, moderatrice di Fox News ,
«usciva sangue dappertutto»). Ci sono le falsità e le imprecisioni con cui il candidato
repubblicano condisce comizi e discorsi. I media Usa le raccolgono minuziosamente: ma
senza conseguenze. Chi sostiene The Donald non cambia idea; chi lo detesta trova nuovi
motivi per farlo. Accadrà anche stavolta? Il New York Times ha messo insieme
dichiarazioni, confessioni, aneddoti. E ha riassunto così l’atteggiamento di Trump verso
l’universo femminile: «In molti casi c’era un’inequivocabile dinamica in gioco: Mr Trump
aveva il potere, la celebrità, la ricchezza, i contatti. Anche dopo che si era comportato
crudelmente con loro, alcune donne hanno chiesto aiuto per le loro carriere». Ricorda
qualcosa? Fatte le debite proporzioni - l’americano è un dilettante, in confronto l’atteggiamento sembra quello di Silvio Berlusconi: stessa autoindulgenza, stessa
confusione tra pubblico e privato, stesso miscuglio di affetti e convenienze. Le
conseguenze, in Italia, le conosciamo: i nostri standard in materia, nel corso di
vent’anni, sono profondamente cambiati. Grazie al New York Times ora vedremo se,
come e quanto la breve stagione di Donald Trump ha già cambiato l’America. Un
pronostico? Per molto meno, fino a un anno fa, un candidato avrebbe dovuto
abbandonare la corsa alla presidenza. Oggi potrebbe guadagnare qualche insulto, un po’
d’invidia e qualche voto. Speriamo non abbastanza per arrivare alla Casa Bianca. Perché
sarebbe una tragedia: di qui e di là dell’Atlantico.
Pag 23 Le incertezze che restano nel caso Latorre e Girone di Antonio Armellini
Il Tribunale arbitrale de L’Aia ha accolto la richiesta di far rientrare in Italia Salvatore
Girone sino alla conclusione dell’arbitrato, stabilendo che le modalità dell’affievolimento
della sua cauzione (relaxation of the bail conditions) dovranno essere concordate fra
Italia e India, mentre in Italia resterà sottoposto all’autorità (while remaining under the
authority) della Corte suprema indiana. L’Italia si è formalmente impegnata a inviarlo
nuovamente in India nel caso di esito sfavorevole dell’arbitrato. Si ristabilisce così un
equilibrio fra i due marò. Possono entrambi rimanere in Italia in libertà vigilata (perché
di questo si tratta) sotto l’autorità della Corte suprema; per entrambi la decisione è stata
presa in base a considerazioni di carattere umanitario. Rimangono alcune differenze:
l’impegno alla restituzione per Girone è stato assunto direttamente dinanzi al Tribunale
arbitrale e per Latorre no, l’autorizzazione gli è stata concessa sino alla fine della
procedura, mentre per Latorre la durata del permesso è stata rinnovata di volta in volta.
Non sono differenze sostanziali: la giurisdizione di ambedue i Paesi sulla vicenda è
sospesa e non vi è possibilità che la situazione di Latorre possa cambiare. Resteranno in
Italia sino alla fine dell’arbitrato e torneranno entrambi a Delhi se, malauguratamente, il
processo dovesse tenersi lì. In India è piena estate: la Corte suprema chiude per più di
un mese (c’è poco da scandalizzarsi pensando alle nostre, di ferie giudiziarie) e i tempi
delle decisioni sul rilascio del nostro marò non saranno immediati. Anche perché si è
aggiunta una novità che potrebbe darci molto fastidio. Nella sentenza d’appello del
processo Orsi-Finmeccanica sulle tangenti per la fornitura all’India di elicotteri Westland,
si accenna a riottosità della magistratura indiana nel rispondere alle rogatorie e viene
incidentalmente citata Sonia Gandhi; ripresi dalla stampa indiana, gli stralci della
sentenza hanno dato fuoco alle polveri di una feroce polemica contro il partito del
Congresso e il clan Gandhi. Qualcuno (mostrando di crederci) è arrivato a sostenere che
Narendra Modi avrebbe offerto a Matteo Renzi a New York di seppellire la vicenda dei
marò, in cambio di elementi in grado di provare il coinvolgimento dei Gandhi nell’affare
Westland. Checché se ne pensi, agli indiani non interessa granché dei marò e Modi ha
lasciato intendere in più occasioni di voler porre fine alla querelle con noi: la italian
connection è tuttavia un’occasione troppo ghiotta per lasciarla subito cadere e la cosa
potrebbe incidere indirettamente non tanto sulla sostanza, quanto sui tempi del ritorno
di Girone. Il Tribunale avrebbe potuto accogliere la nostra richiesta di farlo rientrare
senza condizioni; avrebbe potuto accogliere quella indiana, esattamente opposta;
avrebbe potuto assumere su di sé la responsabilità diretta della cosa. Ha invece deciso,
da arbitro, riconoscendo le ragioni un po’ degli uni e un po’ degli altri. Nessuna sorpresa,
ma questa decisione è un indicatore di come potrebbe andare il giudizio di sostanza. Noi
abbiamo delle buone carte da giocare - prima di tutte quella che ovunque, anche in
India, militari in servizio di Stato devono essere giudicati dalla magistratura militare del
loro Paese indipendentemente da dove abbiano commesso ciò di cui li si accusa - ma
non mancano incertezze e zone d’ombra. La magistratura indiana non ci è amica, ma la
politica potrebbe avere un orecchio più attento verso di noi: Latorre e Girone saranno in
Italia e questo è un punto a favore. Dovremo tenere però alta la guardia e avere ben
chiari gli scenari, affrontando il seguito senza fanfare e con molto sangue freddo perché,
se dovesse andar male, ci troveremmo in un dilemma micidiale. Rimandandoli indietro
provocheremmo una rivolta della nostra opinione pubblica; trattenendoli saremmo in
violazione di un formale impegno internazionale e si aprirebbe con l’India una crisi dalle
proporzioni imprevedibili. Renzi ha fatto bene a porre subito l’accento sulla priorità di
ricucire il rapporto con Delhi. Attenzione però al come. L’India ha un’alta opinione di sé e
noi ne abbiamo una conoscenza incerta e spesso superficiale: per costruire un quadro di
maggior fiducia che apra la via a grandi gesti politici, dovremmo poter utilizzare tutti gli
strumenti di soft policy che in quel Paese, come da tradizione anglosassone, svolgono un
ruolo importante. Peccato che da noi gli strumenti che avevamo - e che erano conosciuti
e rispettati - li stiamo per indifferenza o ignavia distruggendo uno a uno.
Pag 23 Distinguere i ruoli di una “poliarchia” d poteri distribuiti di Giuseppe De
Rita
Credo e spero che si sia in molti a essere preoccupati dalle troppe tensioni e della larga
confusione che si va creando fra le istituzioni che si occupano di legalità e di moralità nei
diversi segmenti dell’azione pubblica, politica o amministrativa che sia. Non si tratta più,
come in un recente passato, di tensioni derivanti da più o meno giustificati protagonismi
individuali o categoriali; ma di un continuo affastellamento di polemiche così diffuse, e
spesso così generiche, da creare una grande confusione di ruoli e di responsabilità, e
alimentata fra l’altro da una piena di dichiarazioni, comunicati ufficiali, articoli e
interviste, campagne mediatiche, messaggi e messaggini telematici. Se mi fosse
permessa una inelegante scivolata nel dialetto natio, direi che «stamo a ffà un casino»,
o che almeno lo stiamo preparando. Un pericolo questo che non si contrasta con nobili
appelli all’etica della responsabilità di persone e di istituzioni; appelli su cui non vorrei
unirmi (non sono peraltro «nella mia penna») mentre vorrei centrare l’attenzione sulla
rivisitazione dei «fondamentali» del tema, cioè dei criteri essenziali per dominare la
situazione. Parto da un semplice assunto: che di fronte alla confusione bisogna saper
distinguere temi e problemi e non correre ad affastellarli. Ricordo sempre, al riguardo,
che i miei padri gesuiti, al primo giorno di scuola media, ci mettevano di fronte un
foglietto con una frase qualsiasi e ci obbligavano a distinguerne i contenuti e articolarne i
riferimenti. Antica sapienza del distinguere, che del resto è di tutta la Chiesa, che da
secoli ha una grande esperienza di metodo, visto che per prima ha distinto fra peccato e
reato e ha attribuito il loro trattamento a due diverse logiche e due diverse giurisdizioni.
Paolo Prodi nel suo insuperato Il sovrano pontefice ricorda la lucida concretezza con cui
era stabilito che a Bologna il cardinale avesse giurisdizione sui peccati e il governatore
avesse laica giurisdizione sui reati, articolando il potere fra vita pubblica e presenza
pastorale. Quella distinzione originaria è rimasta patrimonio di tutte le democrazie
occidentali, eredità preziosa contro la sovrapposizione dei poteri (religiosi, ideologici,
morali, politici, amministrativi, giudiziari) operanti nella realtà sociale. Se ci siamo difesi
dalle dittature del Novecento e se ci sentiamo in diritto di difenderci dalla onnipotenza
della legge coranica lo dobbiamo anche e specialmente a quella originaria distinzione
cattolica, base di ogni rifiuto del fondamentalismo. Le società moderne non affastellano,
ma distinguono. Continua a farlo la Chiesa, per quel che le compete, visto che distingue
fra peccato e peccatore, fra peccato veniale e peccato mortale, e arriva addirittura a
rinunciare al suo potere giudicante («chi sono io per giudicare?» di papa Francesco). Ma
è metodo che non riesce ai tanti soggetti, che si affollano a sovrintendere i
comportamenti individuali e collettivi e le loro devianze. Tutti all’inizio si scelgono un
ruolo, ma poi - nell’affanno della cronaca - non sanno distinguere i loro campi e confini
di azione: il giornalista fa il para-politico; il legislatore preferisce fare leggi valoriali; il
giudice fa la guida morale e talvolta politica; il politico fa lo slalom fra accuse e
contraccuse di stampo morale, i pubblici ministeri fanno i facilitatori degli amministratori
pubblici; nessuno resta nel proprio recinto, tutti si affollano ad appropriarsi dell’altrui
potere in un magma indistinto di polemiche, sempre alimentate da concetti e parole
ormai solo funzionali alla ronda della delegittimazione reciproca. Da tutto ciò non ci
salveranno i tanti caldi appelli alla moderazione dei toni e al senso di responsabilità dei
vari protagonisti, dobbiamo più freddamente uscire dall’affastellamento e tornare a
«distinguere», sapendo che le società che hanno imparato ed esercitato «il dovere di
distinguere» tendono, politicamente, a governarsi in una prassi di poliarchia, cioè di
poteri distribuiti e non affastellati. Abbiamo così di fronte una strada di lungo e faticoso
percorso; ma è l’unica che corrisponde alla nostra storia e ci allontana dalla
sottomissione strisciante al fondamentalismo.
LA REPUBBLICA di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 A Renzi ricordiamo: l’Italia ha costruito l’Europa di Eugenio Scalfari
Qualche amico laico e miscredente mi ha avvertito alcuni giorni fa che io parlo e scrivo
con troppa frequenza di papa Francesco e ad un pubblico come il nostro di Repubblica e
dell'Espresso non piace. Al mio pubblico io tengo molto, ma non si tratta né di una
civetteria né d'un improvviso mutamento di opinione. E tantomeno d'una nuova linea del
nostro giornale e del nostro editore. Si tratta invece di Francesco Vescovo di Roma e
Capo di santa romana Chiesa. Dopo averlo conosciuto la prima volta sette od otto mesi
dall'inizio del suo pontificato, a chiusura del nostro primo colloquio gli chiesi: "Santità,
qual è la funzione delle donne nella vostra Casa? Non parlo soltanto delle suore che
vivono in conventi, operano negli ospedali, coltivano la terra e soprattutto pregano;
parlo delle donne in generale, dei loro sentimenti, dei loro pensieri e del loro istinto
femminile ed anche, se mi permette, dei loro diritti. Per voi, presbiteri, vescovi, sono
nulla? Sono una specie subordinata in compiti di moglie, madre, figlia obbediente alle
decisioni dei genitori". "Le rispondo in un solo modo che rispecchia però la pura verità:
la Chiesa è femminile". Risposi che non capivo e Lui a sua volta, scandendo le sillabe,
ripeté: "La Chiesa è femminile. Maria è la nostra madre che intercede per noi; ma non è
solo questo. La Chiesa detesta la guerra, ama i propri figli, li educa al bene, aiuta i
poveri, i malati, i derelitti, ama il prossimo e detesta chi violenta. Non sono valori
femminili?". Lei lo dice ed è certamente vero, ma nella Chiesa dove pure questi valori ci
sono, anche se non sempre, ma in tutte le epoche: e non da parte di tutti i suoi membri,
le donne non hanno alcuna importante funzione. Neppure le suore dei vari ordini. Sono
centinaia di migliaia in tutto il mondo ma contano niente. Dipendono da un presbitero o
da un suo delegato. Non capisco il senso di tutto ciò se la Chiesa è femminile come Lei
dice e pensa". Stavamo salendo la breve scala che dalla sala di Santa Marta arriva al
portale d'uscita ed eravamo fermi a metà. Fuori - ricordo - c'erano nuvole e lembi
d'azzurro. Francesco disse: "Lei ha ragione. La tradizione dei secoli si è fatta lì, non è
opera delle donne, e non riconosce i loro diritti nella Chiesa e nella vita". "Non sarà una
battaglia facile, Santità". "Temo di no e non credo per cattiveria ma perché le tradizioni
fanno parte della storia di ogni comunità e spesso diventano dottrina. Per aprire le porte
ci vuole del tempo, questo del resto è uno degli obiettivi del Vaticano II. Quando venni
insediato il compito che mi è stato assegnato fu proprio quello di portare a termine le
indicazioni di quel Concilio, la principale delle quali è l'incontro con la modernità. Questo
è ciò che mi sento di dirle. Lei però non parli di questo fino a quando l'opera che intendo
svolgere non sarà cominciata". Fu in quel momento e su quel tema che diventammo
amici. Francesco arrivò alla porta d'entrata e la mia automobile mi attendeva. Lui mi
abbracciò ed io feci altrettanto, profondamente commosso, e fu in quel momento che
capii che Francesco era un Papa rivoluzionario come pochi c'erano stati prima di lui. Ora
è cominciato nella Chiesa il movimento affinché le donne partecipino alla liturgia nei
limiti che sarà opportuno prevedere. Di queste cose non debbo parlare? Io non credo e
penso che anche i miei lettori, tanto più se laici, vogliano i diritti per tutti e questa deve
essere una battaglia laica per eccellenza, ne sono sicuro e perciò vado avanti. Scritto
questo prologo (che è per quanto mi riguarda il tema ben più d'un prologo) vengo ad un
problema che ho già più volte trattato e recentemente nell'articolo pubblicato giovedì
scorso: l'Europa, i suoi guai, la sua drammatica disarticolazione, la mancanza di uno
spirito unitario che la rinsaldi e la faccia uscire dall'abisso in cui sta cadendo. Mi rivolsi a
Renzi e alla sinistra italiana (ed europea) affinché si dessero carico di questo
difficilissimo compito. Dalla sinistra non ho avuto alcun riscontro salvo quello di Alfredo
Reichlin che mi conosce e mi stima. Quanto a Renzi, mi ha telefonato (del tutto
inconsueto) dicendo che il tema Europa è appunto centrale come lui ha già compreso e
ad esso si dedicherà con il massimo impegno per risvegliare lo spirito dei fondatori
(Adenauer, De Gasperi, Schuman) e l'ideale di Altiero Spinelli. Se i suoi dissidenti
faranno altrettanto, come si augura, il partito marcia compatto verso un traguardo che,
se raggiunto, risulterà una vittoria storica dell'Italia moderna. Poi si è parlato d'altro e
spesso da posizioni contrastanti, ma su questo non ho da riferire, le comunicazioni sono
private ed io questa la considero tale. Renzi del resto fa altrettanto. A proposito del
nostro ruolo in Europa ci sono però alcune cose della massima importanza storica che
debbono essere ricordate. Gli italiani (e gli europei con un minimo di cultura) li
conoscono ma spesso non ci pensano e di fatto se scordano. Dunque parliamone noi.
Anzitutto siamo tra i Paesi fondatori dell'unione della Comunità del carbone e dell'acciaio
e tra i cinque Paesi che firmarono i trattati di Roma nel 1957. Ma c'è un precedente
molto più antico che cominciò duemila anni fa ai tempi di Giulio Cesare, Augusto,
Germanico, la conquista della Gallia e della Spagna, della costiera mediterranea
africana, della Germania, fino a Traiano e poi Adriano che segnò i confini dell'Impero ivi
compresa una parte meridionale dell'attuale Gran Bretagna, l'Egitto, il Medio Oriente, e
ovviamente la Grecia, l'Illiria e i Balcani. Prima di allora l'Europa era un continente
percorso da popolazioni vaganti e selvatiche, prive di residenza e dedite al saccheggio di
regni e città che venivano rase al suolo. Da questo punto di vista è Roma ad aver
costruito l'Europa. Sono passati i millenni, ma purtroppo in vario modo anche per la più
becera demagogia destinata ad influire sulla conquista del potere. Questo accade
sempre e dovunque, ma resta il fatto storicamente avvenuto che l'Europa è nata
dall'esistenza di quell'Impero e delle sue propaggini civilizzate. Perfino il Cristianesimo
diventò l'unica religione europea proprio nei medesimi territori imperiali. Tant'è che
nell'800 d. C. Carlo Magno resuscitò il Sacro Romano Impero, votato dai principi
tedeschi e della Renania ma legittimato dall'imposizione della corona sulla fronte
dell'imperatore da parte del Papa dell'epoca in San Giovanni in Laterano. Tempi remoti,
ma è bene non dimenticarsi il perché, resta il fatto che l'Europa è nata dall'Impero dei
Cesari. C'è dell'altro però, più moderno e di non minore importanza. Si chiama
Rinascimento e si svolge tra l'inizio del Quattrocento terminando all'inizio del Seicento
diffondendosi dall'Italia in tutta Europa: cultura, reperimento di testi antichi (cardinal
Bellarmino), diffusione della stessa lingua nelle sue trasformazioni locali in tutti i paesi
latini (Italia, Francia, Spagna, Portogallo), scienza politica, scienza storica, scienza
astronomica, pittura, musica. I nomi nei vari settori sono noti: al vertice trecentesco
troneggia Dante. Esiste una triade che non si può eguagliare e in ordine di tempo si
tratta di Omero (o chi per lui), Dante, Shakespeare. Ma poi in Italia Petrarca,
Machiavelli, i Medici, le corti d'Este e di Urbino, i comuni di Lucca e soprattutto di
Firenze, Milano. E non dimentichiamo i nomi di Piero della Francesco, Raffaello Sanzio,
Ariosto, Vico. Montaigne conservava molti dei loro volumi nella sua libreria e del resto
dopo di lui la cultura moderna che sfocerà nell'Il-luminismo franco-inglese comincia con
Vico. A quell'Illuminismo noi abbiamo partecipato con i fratelli Verri, con Cesare Beccaria
e con l'abate Galiani. In sostanza Italia ed Europa sono nate insieme e il nostro Paese ha
dato uno dei contributi maggiori e forse il primario rispetto ad altri insieme alla Francia,
alla Spagna e all'Inghilterra, senza ricordare le Repubbliche marinare di Venezia e di
Genova, Cristoforo Colombo compreso. Per questa ragione noi dobbiamo batterci e ne
abbiamo pieno diritto e titolo per l'Europa unita; il risultato caro Renzi non sarà certo
immediato ma dà al nostro Paese un ruolo che altrimenti non avrebbe e che può rendere
l'intera politica italiana diversa da quella che finora è stata. Spero che tu te ne ricordi e
ne tragga i frutti facendo risorgere il nostro continente dalle rovine nelle quali
attualmente si trova.
AVVENIRE di domenica 15 maggio 2016
Pag 2 S’avanza un nuovo centralismo democratico di Gianfranco Marcelli
Gli italiani appassionati di politica – e pare ce ne siano ancora, nonostante decenni di
cocenti delusioni – dovrebbero essere ormai abbastanza assuefatti ai sommovimenti
interni al Movimento 5 Stelle. Gli stessi sostenitori della galassia grillina sembrano in
buona misura aver imparato a convivere con le polemiche che ciclicamente la investono
come tempeste solari. Si limitano per lo più a discuterne animatamente sulla rete, anche
se dosando con una certa significativa cautela le manifestazioni di aperto dissenso dai
vertici. Ma è vero che il caso Parma-Pizzarotti ha una particolarità in più, in qualche
modo una portata simbolica. Il sindaco emiliano è infatti da un lato il primo esponente
del M5S ad aver conquistato nel 2012 una città importante, lanciando la volata per il
successo elettorale nazionale dell’anno successivo. Al tempo stesso, proprio con lui si è
aperta la lunga teoria dei dissensi tra “direttorio” e territorio, che ora sembra a un passo
dalla resa dei conti finale. Potrà così venire meglio alla luce un aspetto di solito poco
rilevato nelle analisi sul M5S: l’incapacità, si direbbe quasi genetica o strutturale,
nonostante la filosofia “uno vale uno”, di assorbire la conflittualità interna, di gestire la
dialettica tra le varie tendenze – ma anche fra le diverse “scuderie” che si sono formate
in questi anni di presenza sulla scena, per esempio su base geografica – senza che
queste sfocino inevitabilmente in rotture, abbandoni, emarginazioni o cacciate a furor di
web. Non si tratta certo di una maledizione del Cielo e neppure di un’esclusiva
pentastellata. Anche altre formazioni e cartelli politici, partoriti dalla (o provocati per
reazione alla) cosiddetta Seconda Repubblica, si sono spesso evoluti in questo scorcio
iniziale del terzo millennio attraverso scissioni, ricomposizioni, vere e proprie
partenogenesi. Lo stesso Partito democratico oggi dominante ha dovuto registrare
fuoriuscite abbastanza vistose e ora è “sospettato”, proprio dalla sua sempre irrequieta
minoranza interna, di voler imbarcare in maniera surrettizia esponenti ex berlusconiani.
Con il tramonto dei partiti tradizionali e della Prima Repubblica sembra, dunque, essersi
definitivamente eclissato anche quel parziale “metodo democratico” che nella loro vita
interna, e pur nell’eccesso di crisi governative spesso provocate anche da incomprensibili
giochi di corrente, garantiva in certa misura la stabilità delle stesse istituzioni. Non è
ovviamente il caso di esprimere rimpianti o fondare paragoni impropri, ma ci si può
almeno domandare in che modo al tempo della Rete e dell’antipolitica possa essere
rianimato o sostituito quel metodo – espressamente richiamato dall’articolo 49 della
Costituzione – che, mediante il dibattito e il confronto interno nelle sezioni e poi negli
organismi rappresentativi locali e nazionali aiutava a metabolizzare i contrasti e favoriva
spesso ricuciture e accordi. Di sicuro la tendenza a una sempre più decisa
personalizzazione delle leadership, con l’impulso a fare blocco e a limitare al massimo i
dissensi, non favorisce il compito. L’avvento del “partito del capo” introduce quasi una
nuova e diversa variante di “centralismo democratico”, quello che ai tempi del vecchio
Partito comunista reprimeva ogni espressione di dissenso organizzato, bollandolo come
“frazionismo” o, peggio ancora, come “intendenza col nemico”. Lo stesso ora sembra
avvenire con le nuove formazioni come i Cinquestelle, nate all’insegna della
“cyberdemocracy” ma al dunque incapaci di gestirla senza far scorrere sangue, sia pure
virtuale. C’è quasi una nemesi paradossale in questa parabola che si disegna sotto i
nostri occhi. Il ricorso alla Rete doveva in origine garantire un’espansione del diritto ad
esprimersi liberamente e a far valere in concreto il tanto sbandierato principio di piena
cittadinanza. E invece, tra un ostracismo e l’altro, rischiano di prevalere i vecchi idola
fori condannati da sir Francis Bacon, quelli nei quali le parole vuote spese sulla piazza,
oggi anche informatica, impediscono di osservare e comprendere davvero la realtà.
Pag 5 Ma di chi sono quei sei embrioni? di Assuntina Morresi
Furti e padri veri o presunti
A chi appartengono i sei embrioni sequestrati nella clinica del dottor Antinori? È questo il
primo dilemma che pongono i fatti, se saranno confermati: una giovane donna ha
denunciato di essere stata sottoposta con la forza a un prelievo di ovociti che, una volta
fecondati, avrebbero dato origine a sei embrioni, bloccati poi dal sequestro delle forze
dell’ordine. Il condizionale è d’obbligo, perché molti aspetti della vicenda sono ancora
oscuri. Ma se veramente esistono embrioni umani ottenuti da ovociti contro la volontà
della 'donatrice', ci troveremmo di fronte a un evento ancora più drammatico dello
scambio di embrioni avvenuto al Pertini di Roma due anni fa. Avremmo infatti una
madre genetica che non ha dato il suo consenso, e una o più coppie committenti dove
uno o più uomini sono i padri biologici e una o più donne si preparavano a ricevere gli
embrioni in grembo e diventare madri gestazionali. (C’è ovviamente la possibilità che
anche per il liquido seminale si sia ricorsi a 'donatori', e che i committenti non abbiano
alcun legame biologico con gli embrioni, il che complicherebbe ancor più la situazione). E
se con l’analisi del Dna si può risalire alla paternità biologica degli embrioni, sarà
veramente difficile stabilire chi potrà deciderne la sorte, e addirittura bisognerà chiedersi
se si potrà parlare di 'genitori'. Nel Nuovo Mondo dei figli della provetta, infatti, è
cambiato un paradigma, anzi, 'il' paradigma che ha fondato la comunità umana, da
sempre, e cioè che sono considerati genitori coloro che generano fisicamente un figlio
(poi le infinite varianti della vita possono far sì che quel nato cresca con tutt’altra gente,
ma questo è un altro discorso). Con le nuove tecniche di fecondazione assistita il
paradigma è cambiato e si diventa genitori se si ha l’intenzione di avere un figlio, a
prescindere dal contributo biologico. È quindi necessario stipulare un contratto fra le
parti: genitori committenti, donatori di gameti e/o madre surrogata. Nella fecondazione
eterologa, quella con i gameti estranei alla coppia committente, sono i 'donatori' di
gameti a rinunciare al figlio, e la madre legale sarà colei che partorisce. Nell’utero in
affitto invece il contratto è diverso: è la donna che partorisce a rinunciare al figlio, come
spesso anche la madre genetica, cioè la 'donatrice' di gameti, e la madre legale sarà una
terza donna, biologicamente estranea al bambino. Ma se si diventa genitori per
contratto, e per di più commerciale (perché c’è sempre scambio di denaro), che cosa
succede se si scopre che il contratto non era valido, come in questo caso? È ancora
possibile definire 'genitori' la coppia committente? Se la donna è madre genetica contro
la propria volontà, e il padre biologico invece ha dato il proprio consenso, di chi sono gli
embrioni, e chi può deciderne la sorte? Può la madre genetica ottenere, ad esempio, che
le siano trasferiti in utero gli embrioni ottenuti dai propri ovociti? E se il padre biologico
invece chiede che siano trasferiti alla sua compagna, che ha stipulato il contratto? E se i
padri biologici sono diversi? L’unica analogia è la gravidanza di una donna a seguito di
una violenza, ma il paragone non regge: in questo caso si tratterebbe di un embrione
già in utero, dove la figura materna è unica e certa, e il dilemma sarebbe,
eventualmente, personale della donna e non di tipo antropologico. Invece gli embrioni
formati dagli ovociti rubati sono al di fuori del grembo materno; non c’è ancora la madre
che porta avanti la gravidanza ma solo quella genetica, e inoltre non è il padre biologico
a essere responsabile dell’atto violento ma terze persone. Nel caso della clinica milanese
saranno le indagini a stabilire circostanze e responsabilità, e alla fine potremmo anche
trovarci di fronte a una situazione più semplice, con gameti ed embrioni senza alcun
problema di 'appartenenza'. Viene da sperare almeno in questo. Ce lo auguriamo. Ma il
solo fatto che il quadro surreale appena tracciato possa essere una delle eventualità
concrete possibili dovrebbe almeno porci qualche buona domanda. Per esempio se è
questo il Mondo Nuovo che vogliamo, dove, se è necessario un contratto per diventare
genitori, senza quel contratto è possibile che, per la legge, i genitori non esistano più.
Pagg 24 – 25 Il corpo delle donne. Femminismi a confronto di Lucia Bellaspiga
La grande questione femminile, che ha percorso la storia e il pensiero di millenni, si
pone oggi con una forza, ma anche una complessità, forse senza precedenti. In un’epoca
in cui, almeno nelle nostre società occidentali, in linea di principio la parità dei diritti è
un fatto acquisito e indiscutibile, ci troviamo infatti a dover affrontare scenari inediti, che
proprio della donna mettono in discussione valori e peculiarità. In un’ansia di
omologazione che tende a destrutturare la dualità maschile/femminile, prerogative come
la maternità sono relativizzate, anche con la complicità delle tecnologie alle quali il
nascere (più ancora del morire) è sempre più spesso sottoposto. Chi è oggi la donna?
Come viene rappresentata? Come è vista e addirittura utilizzata? Su questo vastissimo
tema si sono confrontate, nel terzo forum proposto da “Avvenire” nella sua sede
romana, quattro rappresentanti del pensiero femminile e delle battaglie che negli ultimi
decenni lo hanno contraddistinto in Italia a livello culturale, filosofico, sociologico e
politico: con il direttore Marco Tarquinio, che ha introdotto il dibattito, e con alcuni
colleghi della nostra testata, hanno dialogato Francesca Izzo, già parlamentare Ds e
Ulivo dal 1996 al 2001 e docente di Storia del pensiero politico all’università di Napoli,
oggi animatrice del cartello femminile “Se non ora quando - Libere”, che lo scorso 2
dicembre all’Assemblea nazionale di Parigi ha firmato la petizione internazionale contro
la pratica dell’utero in affitto; Emma Fattorini, storica, senatrice “cattodem” del Pd, voce
critica all’interno della sinistra e impegnata in prima persona nel dibattito sulle attuali
derive; Chiara Saraceno, sociologa che in qualche intervista si definisce «femminista
storica e mai pentita» e che lo scorso dicembre è stata prima firmataria di un controappello a favore della maternità surrogata, a partire proprio da alcune sezioni territoriali
di “Se non ora quando”; la deputata del Gruppo Idea Eugenia Roccella, un tempo
portavoce di posizioni come quella a favore dell’aborto a fianco dei radicali, per poi alla
luce di un ricompreso sguardo cristiano declinare il suo femminismo nelle battaglie per la
dignità della donna, per il diritto alla maternità, per la famiglia basata sul matrimonio,
contro «l’inganno dell’aborto».
AVVENIRE: Quella della maternità surrogata è una delle grandi questioni del nostro
tempo: riassume bene le dinamiche in atto ed esemplifica il desiderio del mondo
contemporaneo di “mettere le mani sull’uomo e sulla donna”. Come ricorda papa
Francesco, bisogna innanzitutto fare i conti con la realtà, con questarealtà, prima che
con le idee che la interpretano e, spesso, la mistificano. Izzo: «“Avvenire” solleva la
questione della donna nel mondo contemporaneo e fa bene, perché questo è davvero il
terreno su cui dovremo molto discutere. La maternità surrogata è effettivamente
esemplificativa di quanto sta avvenendo, ma prima occorre capire come stiamo
reagendo alla rottura avvenuta nel secolo appena trascorso, con l’uscita dalla condizione
millenaria che poneva le donne in un ruolo solo domestico e di accudimento dei corpi,
per collocarle nella vita collettiva. Con quale cultura stiamo affrontando questa nuova
situazione? Il rischio che stiamo correndo oggi, infatti, è che questa rivoluzione positiva
venga ridotta a un disordine. In pratica, quelle funzioni che un tempo erano proprie delle
donne, magari vissute anche come “condanna”, o vengono oggi eliminate del tutto,
oppure si pensa di risolverle attraverso le tecniche. E l’utero in affitto è uno degli aspetti
di questo fenomeno: ora che la maternità è diventata una libera scelta, si tenta di
liberarsi proprio della maternità».
Saraceno: «Dissento da questa visione: nella maggior parte delle società le donne erano
viste forse solo come addette alla generazione dei figli, ma l’identificazione dello spazio
femminile come domesticità non è affatto antica di millenni, risale all’Ottocento. In fondo
è stata anche una conquista, perché le donne improvvisamente non erano più solo corpi
riproduttivi o da lavoro pesante, e si è scoperto che l’accudimento ha anche bisogno di
relazionalità, non è il mero dare cibo. Però è vero che questa funzione è stata affidata
solo alle madri, con costi notevoli e a scapito dello spazio pubblico delle donne».
Fattorini: «Oggi l’emergenza, che qualcuno chiama “svolta antropologica”, è legata alla
tecnica applicata al corpo, soprattutto alla vita nascente. Con un grande
fraintendimento: si ritiene che chi è contrario o anche solo cauto voglia mettere limiti
alla scienza. Non è così, i limiti vanno messi alla tecnica e alle sue applicazioni, nessuno
ferma la ricerca scientifica. La tecnica applicata al corpo in modo autonomo mortifica
infatti la dimensione della scelta, produce lo spezzettamento del soggetto e soprattutto
della donna, che tanto aveva faticato per trovare la sua dimensione e l’unità della
persona. Avevamo sempre tentato di trovare una unità tra mente e corpo, avevamo
percorso quindi un processo che fino a venti o trent’anni anni fa per tutte noi, oggi qui
riunite a discutere, era positivo, era il cuore del femminismo dell’autodeterminazione e
della libertà. Se invece oggi abdichiamo alla tecnica, perdiamo questa consapevolezza e i
rischi più evidenti sono due: la subalternità da una parte alla tecnica (compresa
l’esasperazione nelle procedure riproduttive, con ecografie estenuanti, continui
controlli…), dall’altra alla mistica della natura, ora tanto in voga. In gioco c’è
l’umanesimo che vogliamo creare: ciò che davvero è in crisi è la relazionalità, con se
stessi in primis, e poi con l’altro diverso da me, così si cade nell’uniformizzazione in
generale e nel tentativo di annientare le differenze».
Roccella: «Più che di tecniche, io parlo di tecnoscienza con un’immediata ricaduta sul
mercato. Penso a Louise Brown, prima neonata concepita attraverso la fecondazione
artificiale, senza alcuna sperimentazione precedente: bisognava vedere se l’embrione
cresceva o non cresceva e l’unico modo è stato inserirlo nell’utero di una donna e
vedere. A questo punto siamo arrivati. Interessante l’analisi di stampo marxista che
vede le tecnoscienze collegate a nuove forme di lavoro, comprese le donne indiane che
affittano l’utero o la vendita di parti del corpo, di ovociti e di spermatozoi… Il rischio
evidente è la disumanizzazione, insieme alla perdita delle relazioni: oggi si estremizza il
concetto di individuo, dimenticando che però tutti si nasce nel corpo di un’altra persona,
dunque da subito in relazione. Un concetto di relazione che l’attuale visione di maternità
frammentata rischia di slabbrare: per la prima volta si è trasmesso il Dna di due donne a
uno stesso neonato, figlio quindi di due madri. Il guaio è che il mercato assorbe tutto,
come fosse normale».
AVVENIRE: Ma che cosa è successo negli ultimi decenni? Cosa, cioè, ha potuto
sovvertire un’antropologia antica quanto l’uomo, fino di derive sempre più estreme, e le
ha rese apparentemente “accettabili” almeno ai fini commerciali? Quali sono state le
premesse che hanno reso possibile un tale capovolgimento?
Izzo: «La tecnica e i suoi progressi non sono i colpevoli, sono le conseguenze: dagli anni
80 del Novecento nella grande area del femminismo mondiale è nato il dibattito che ha
costituito le premesse di scelte pubbliche così clamorose. Allora bisognava liberarsi
dell’essere donna, scrollarsi di dosso il legame con una natura vista come negativa. Da
qui è nata poi una corrente diventata egemone, per cui la diversità sessuale è qualcosa
di limitante, di cui bisogna disfarsi. Il concetto originale di gender, non quello poi
travisato nel significato odierno, significava appunto il fatto che sesso e genere possono
non coincidere… poi è sorta una costruzione successiva secondo la quale la sessualità è
una negatività che condanna i soggetti a un limite. Per concludere, oggi che finalmente
donne e uomini possiamo stare tutti sullo stesso piano, è necessario un nuovo
umanesimo sul piano della libertà, che però concepisca le differenze. Basta, quindi, con
l’attuale proliferazione dei vari “diritti”, termine inflazionato e fuori luogo, parliamo
invece di autodeterminazione. Anche quando lottavamo a favore dell’aborto, noi non
parlammo mai di “diritto all’aborto”, ma appunto di autodeterminazione della donna che
sceglie se diventare madre oppure no. Non c’è dubbio che la parola diritto accostata
all’utero in affitto è un uso improprio».
Saraceno: «Sulla maternità surrogata o gap (gestazione per altri), che non mi piace
chiamare utero in affitto, io sono più possibilista. Infatti, quanto c’è di radicalmente
nuovo in questa pratica? Tecnicamente è stata resa possibile solo in tempi recenti, è
vero, ma persone che commissionavano ad altri un bambino ci sono sempre state, ad
esempio prima della nuova legge sulle adozioni accadeva anche questo ( le altre relatrici
fanno notare che infatti si è sempre trattato di reati). Anche il corpo al servizio del
mercato fa parte della normalità, pen- so allo sfruttamento nel lavoro… Anni fa ero
contraria anch’io, poi un’amica spagnola mi ha ricordato che anche il mandare un figlio a
balia era usare il corpo di un’altra donna dietro pagamento. Il vero problema nella
maternità surrogata, allora, è fare in modo che sia una scelta della donna, senza
costrizione né sfruttamento. È vero, infatti, che questo spezzettamento ci sciocca, ma
faccio notare che anche la donazione degli organi fu dirompente, al punto che ha
cambiato la definizione di quando si è morti. Ho letto esperienze di maternità surrogata
sia da parte delle coppie committenti che delle madri surrogate: esiste lo sfruttamento di
donne poverissime del Terzo Mondo, e questo fa orrore, ma ci sono anche donne che lo
fanno per mantenere la famiglia e i propri figli, dunque all’interno di una relazione. In
Canada o negli Usa, ad esempio, non sono affatto schiave, inoltre sviluppano una
relazionalità molto importante: un padre gay di una “famiglia arcobaleno” mi ha detto:
“Non accetterei mai di ricevere un figlio da una donna che non mantenga una relazione
con lui”. Sottolineo che questa esigenza è più sentita dalle coppie gay che da quelle
etero, più preoccupate a far finta di niente… Infine pongo un interrogativo: è vero che
bisogna regolamentare il mercato per evitare quei terribili contratti di sfruttamento, ma
poi siamo pronti con delle alternative da dare a quelle donne del Terzo Mondo?»
Fattorini: «Trovo inutile tirar fuori pratiche antiche e già da tempo accantonate, come il
disastro del “baliatico”, con le donne portate al mercato come fossero bestiame da latte,
o storie bibliche di schiave utilizzate per generare figli. Il passato è pieno di errori poi
superati dalle civiltà. Quanto al parallelo proposto da Chiara Saraceno tra gap e
donazione di organi, sebbene io sia contraria alla maternità surrogata in ogni caso,
anche fosse gratuita, ricordo che c’è una bella differenza tra dono e sfruttamento. Nel
secondo caso è facile essere tutti d’accordo (chi potrebbe essere a favore?), ma allora ci
vogliono proibizioni pesantissime, bisogna fare leggi dure e poi pure applicarle, invece
non ci si riesce, perché? Anche io ho incontrato varie “famiglie arcobaleno” e posso
assicurare che sono rarissime le relazioni mantenute tra figli e madri surrogate. Ancora
peggio sarebbe un eventuale caso di donazione tra sorelle che si prestano l’utero, o di
madri con figlie, perché la dimensione psichica qui è fortissima. Sappiamo molto bene
quante difficili implicazioni e rivalità si creino tra la madre e la figlia, lo abbiamo sempre
studiato, e di colpo ci va bene tutto, anche che la madre usi il seme del marito della
figlia? Stiamo tornando ai miti greci! In definitiva, condivido il richiamo di Saraceno a
una cautela nel giudiall’irrompere care lo sfruttamento, ma io la raccomando anche nel
valutare il cosiddetto “dono”».
AVVENIRE: La donazione di organi ha rotto alcuni schemi, è vero, ma c’è una differenza
enorme tra donare un rene o il proprio utero, seme o ovocita: lì dentro c’è una storia, un
intero che ti precede va oltre te.
Fattorini: «Sono d’accordo, l’utero non è un rene, esiste per dare la vita, è il luogo della
relazione per eccellenza».
Saraceno: «Finalmente parliamo anche di spermatozoi e di ovociti, che dovrebbero
costituire un problema analogo. Perché si sollevano tante polemiche solo sulla maternità
surrogata e non si dice nulla su quest’altro aspetto? ( in realtà, fa notare Tarquinio, è
una battaglia condotta da sempre dal mondo cattolico e anche da intellettuali laici e,
pressoché in solitudine sulla stampa, da “Avvenire”).
Roccella: «È vero, come dice Saraceno, che persino per alcune donne indiane o di altre
zone depresse cedere il proprio utero è sentito come fatto di emancipazione e
valorizzazione, “prima mi costringevano ad abortire i figli e soprattutto le figlie – dicono
– ora la mia gestazione almeno vale soldi”. Ma basta fare un giro nelle cosiddette
cliniche della fertilità indiane, con la kapò di turno che gestisce quelle poverette, per
vedere quanto il fattore biolavoro è disumano e cogliere la portata dello sfruttamento.
Ma il punto fondamentale che differenzia la gap dalla donazione di organi è l’anonimato:
il mio organo o il mio sangue li do senza sapere a chi andranno e in totale gratuità,
invece la novità nella cessione dell’utero e anche degli ovociti è il contratto, una nuova
genitorialità che si fonda sulla contrattazione, sul mercato (Saraceno
obietta che in qualche Paese, come la Spagna, anche la cessione di ovociti e sperma è
anonima, ma Roccella obietta come segue). È un anonimato asimmetrico, perché sul
“donatore”, in realtà venditore, l’acquirente ha tutte le informazioni, sa tutto della sua
salute, compie scelte razziste perché ha diritto a conoscerne addirittura il credo
religioso, come se avesse qualcosa a che fare con il figlio che verrà al mondo. Insomma,
le informazioni sono enormi e a senso unico. Il figlio, invece, dei veri genitori non saprà
nulla… Ormai esistono blog di giovani che disperatamente ricercano madre e padre.
Negli Stati Uniti il contratto è sempre privilegiato rispetto al “diritto alle origini”, che
quindi viene negato, al punto che la tracciabilità è subito cancellata onde evitare
qualsiasi contatto futuro. Vorrei anche rispondere sul tema della relazione
(rarissimamente) mantenuta tra madre surrogata, cioè quella che ha partorito su
commissione, e il figlio nato: ma nessuno parla dell’altra donna, quella che non lo ha
partorito ma ha venduto l’ovocita? Non scordiamo che quel figlio le somiglia pure! Sono
queste le donne meno considerate. Naturalmente non vengono dal Terzo Mondo, in
quanto devono essere di pelle bianca… Il loro fantasma è il “dopo”, ad anni di distanza
ancora guardano i bambini più o meno dell’età giusta e si chiedono se non sia loro figlio:
la contrattualizzazione è qualcosa che si può sempre rompere, la filiazione mai, è per
sempre». Izzo: «Dico di più: la maternità è l’unico legame totalmente indissolubile».
AVVENIRE: Finora abbiamo visto la cosa più dal punto di vista dell’adulto. Ma la figura
fondamentale e imprescindibile è la persona che viene al mondo, il bambino. Si parla di
dono, vendita, cessione. Si fanno i giochi sulla vita di un altro.
Izzo: «Il punto infatti è il bambino, donare il figlio è inaccettabile. La libertà è l’obiettivo
comune a tutti gli uomini, da sempre abbiamo lottato per la nostra autodeterminazione,
ma allora riguarda anche il bambino, chi lo dona riduce la sua libertà soggettiva. Il fatto
di non considerare gli altri come oggetti è costitutivo della nostra civiltà, un punto di
arrivo irrinunciabile. Possiamo di colpo cancellare tutto questo?» Saraceno: «In Italia e
non solo, esiste il diritto di partorire in anonimato, senza nemmeno dare le proprie
generalità, lasciando il neonato in ospedale come un tempo lo si metteva nella ruota, e
questo non è rifiutare di essere madre e quindi rifiutare la relazione? Non è la stessa
cosa che avviene quando si cede il figlio nella maternità surrogata? (i giornalisti di
Avvenire fanno presente che in qualunque altro caso – dall’abbandono nella ruota,
all’adozione, alla cessione per denaro o al dono del figlio partorito… – quel bambino è
comunque sempre figlio di una donna e di un uomo, ha un padre e una madre, che la
conosca o meno ha un’identità. Solo con manipolazioni artificiali come l’utero in affitto o
la compravendita di ovociti e spermatozoi, prima ancora di nascere perde la sua identità,
che non è solo un corredo genetico ma una condizione ontologica. Si trova a essere nato
dal seme di un uomo, l’ovulo di una donna, il ventre di un’altra donna ancora. E spesso
nessuno di loro è chi poi lo crescerà come genitore).
AVVENIRE: Oggi in Italia, come in molti altri Paesi, c’è una legislazione che vieta l’utero
in affitto, eppure viene aggirata impunemente, il sistema di regole soccombe agli
interessi del mercato. Voi tutte siete, o siete state, parte attiva della politica: come
pensate che si possa finalmente normare in modo univoco e chiaro contro l’attuale far
west? Un fronte più ampio e trasversale chiede che la maternità surrogata sia bandita e
diventi reato universale, come si è fatto con pratiche un tempo ritenute giuste o
ineluttabili e oggi unanimemente rifiutate nei Paesi avanzati. Che cosa ne pensate?
Saraceno: «Il problema è: che ne sarà dei bambini che continueranno comunque a
nascere con la maternità surrogata, se la mettiamo al bando? Già oggi sono orfani per
legge, perché la stepchild adoption (adozione del figlio del partner) non è passata.
Fattorini: «In realtà, con le attuali leggi, ciò semmai avviene solo per le coppie di due
uomini…».
Roccella: «E comunque è la pratica che crea un sistema, è l’utero in affitto che genera
queste situazioni. Se oggi qui i bambini non sono garantiti è a causa di un mercato
transnazionale, che risponde a legislazioni diversissime tra loro: abbiamo a che fare con
ovuli comprati in California, ventri affittati in India o nelle Filippine, committenti partiti
da Paesi come l’Italia in cui tutto questo è vietato… È inutile cercare vie intermedie per
armonizzare le legislazioni, la maternità surrogata va vietata. Se invece ne
incentiveremo le condizioni, avremo sempre più bambini ridotti in queste condizioni».
Izzo: «La risposta è semplice: se si ritiene che questa pratica colpisce la libertà
femminile e quella del bambino, deve essere contrastata. Si valuti se è così e si agisca di
conseguenza».
Fattorini: «Vorrei concludere con due considerazioni. La prima: la libertà esiste fintanto
che ha i suoi limiti. Nella pletora di “diritti” oggi pretesi, tutto sembra esserlo e le
differenze vengono viste come discriminazioni. La seconda: io sono per una rivalutazione
assoluta dei diritti sociali della donna, che invece vengono messi in ombra dalle questioni
antropologiche. Ricordo che il Sinodo stesso, voluto da papa Francesco, è partito da
questo dato materiale, cioè che non c’è lavoro, che i giovani non si sposano perché non
hanno una casa... Ma tutta questa dimensione, fondamentale nella politica delle donne,
è molto oscurata».
Izzo: «E qui torniamo alla prima domanda con cui ho aperto: come stiamo reagendo noi
donne alla nuova condizione di libertà raggiunta oggi? Se le giovani non combattono per
questi obiettivi (come invece facevamo noi) è perché credono di poter prolungare
all’infinito l’età riproduttiva, si illudono di poter procreare figli a 45 anni, progettano di
congelare gli ovociti e tenerli lì per il momento “giusto”… La politica non dà risposte,
quando bisogna decidere dove allocare le risorse non si pensa mai alle politiche familiari,
agli asili nido, a misure concrete che contrastino il drastico calo della maternità. La mia
domanda è: perché?»
LA NUOVA di domenica 15 maggio 2016
Pag 1 M5S, i nodi arrivano al pettine di Fabio Bordignon
Le turbolenze che, da qualche giorno, investono il M5S offrono segnali importanti. Anche
se in parte contraddittori, rispetto alle linee di tendenza tracciate. Da un lato, la possibile
perdita di specificità: la temuta normalizzazione. Dall’altro, i problemi di sempre: la
necessità di fare i conti con l’ambivalenza che, fin dalle origini, circonda diversi punti del
progetto 5S. Tra Parma e Livorno: su questo asse va in scena una delle fasi di maggiore
criticità, nella (breve) storia del partito-movimento. Parma e Livorno: non si tratta di
due città qualsiasi. Parma: la Stalingrado 5 stelle, teatro, nel 2012, del primo
sfondamento elettorale. Guidata da Federico Pizzarotti, sindaco “deviante” spinto(si) ai
margini e, oggi, di fatto, fuori dal M5S. Livorno: simbolo del consolidamento a livello
locale, nel 2014, all’indomani del passo falso delle Europee. Guidata dall’ortodosso
Filippo Nogarin, non a caso graziato, almeno momentaneamente, dal partito, dopo
essere stato raggiunto da un avviso di garanzia. Esattamente come Pizzarotti, reo però
di avere nascosto i propri guai con la giustizia. Un diverso destino, quello delle due
capitali pentastellate, che - al di là dell’effettiva portata delle inchieste, e del manifesto
doppiopesismo adottato dai vertici 5S - mette in evidenza i limiti dell’impostazione
manichea veicolata dal Movimento. Una visione che, con i propri assoluti morali, taglia il
mondo a metà: il popolo degli onesti e il palazzo dei corrotti. Uno schema redditizio,
sotto il profilo del consenso, ma incompatibile con l’assunzione di responsabilità di
governo. Perché governare significa accettare i rischi della giungla giuridica, dei
formalismi della gabbia burocratica italica. Perché governare espone, comunque, al
rischio della scelta. Impone di entrare in contatto con una realtà che non è solo bianca o
nera. Senza che questo significhi in alcun modo ignorare, tollerare (o - peggio presidiare) le numerose zone grigie che, in Italia, si situano all’incrocio tra politica,
interessi economici e organizzazioni criminali. Bruno Manfellotto ha ricordato ieri, su
queste pagine, come siano 13 (su 17) le amministrazioni grilline nelle quali si sono
verificati problemi con la giustizia. Dati che mostrano come i sindaci pentastellati si
trovino distesi su un letto di Procuste. Esposti, ancor più dei colleghi di altri partiti, a
incidenti sul “terreno” della legalità: per la debolezza organizzativa del Movimento,
l’inesperienza del suo personale politico. Con di fronte la possibilità, concreta e sempre
presente, di essere “licenziati” dal proprio stesso partito. Alla prima mina calpestata sul
territorio. O alla prima espressione di autonomia. È questo l’altro, grande nodo portato
al pettine dai fatti dell’ultima settimana. Dall’asse Parma-Livorno, ci catapulta, ancora
una volta, sull’asse Genova-Milano. Perché, nonostante il passo di lato di capo-megafono
e la morte del co-fondatore, il centralismo cyber-cratico Grillo-Casaleggio - così lo
definisce Mauro Calise - è «ancora lì». Si fa sentire in ogni decisione strategica. Mette in
ombra il Direttorio. Lancia ultimatum agli eletti. Li sanziona con espulsioni e sospensioni.
Uno modello di regolazione che richiama i partiti comunisti. Ma, nel caso del M5S, pone il
“centro” - il fantomatico Staff di Beppe Grillo - al di fuori di qualsiasi controllo, scollegato
da qualsiasi meccanismo di rappresentanza. Sul territorio, il M5S punta a rafforzare le
proprie credenziali di attore di governo, a certificare la propria metamorfosi: da soggetto
anti-sistema a formazione capace di stare «dentro le istituzioni». Il percorso di
istituzionalizzazione ripropone però, con forza, lo spettro della normalizzazione. La paura
di diventare come gli altri: opaco nel rapporto con la questione morale, poco decifrabile
dall’esterno. Il territorio proietta, inoltre, nuove ombre sulla questione della democrazia
interna. Con possibili ricadute sulla coesione del partito. Ma anche sul rapporto tra
cittadini-elettori e cittadini-eletti. Cosa succederà quando Virginia Raggi, scelta dai
cittadini romani per contrastare il degrado (fisico e morale) della capitale, inciamperà in
una delle tante buche di Roma?
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CORRIERE DELLA SERA di sabato 14 maggio 2016
Pag 1 Per il referendum Renzi cerca anche pezzi di opposizione di Francesco
Verderami
Renzi non ha un «piano b». I suoi avversari ne stanno preparando uno. È in ottobre che
si affronteranno nella partita decisiva, da dentro o fuori. Perciò la scheda del referendum
sarà come una schedina senza il segno x. Certo, sarebbe un errore immaginare che le
elezioni in giugno non possano produrre effetti anche sulla consultazione popolare di
ottobre. Anzi le Amministrative si preannunciano - prima ancora che per il risultato come un test sull’affluenza alle urne: se il premier accoglierà la proposta avanzata dal
titolare dell'Interno di allungare fino al lunedì il voto per i Comuni, di sicuro allungherà al
lunedì anche il voto per il referendum. È chiaro il motivo, è un tassello della «strategia
per la mobilitazione» con cui il capo dei democrat prevede di chiudere i conti con i suoi
rivali, che stanno fuori e dentro il suo partito. Se Renzi non ha un «piano b» è perché il
referendum è il suo «piano b», costretto com’è a vincere sempre: sulle riforme, al
congresso del Pd e infine alle Politiche. Infatti giorni fa, davanti al suo gruppo dirigente
che cercava di non mostrarsi preoccupato, ha presentato così la cronologia di un futuro
che non può contemplare sconfitte. E tutti hanno notato che non aveva fatto cenno alle
Amministrative, considerate dal premier un apostrofo tra il referendum vinto (quello
sulle trivelle) e il referendum da vincere (quello sulle riforme). «E noi vinceremo», ha
detto per sollevare gli animi: «Vedrete, in tanti voteranno per il sì. La Cgil farà difficoltà
a schierarsi contro, e anche molti amministratori di centrodestra si pronunceranno a
favore della riforma». Il fatto di non avere (e di non cercarsi) alternative è la sua cifra,
un vezzo o forse «un vizio», come sostengono i suoi oppositori, convinti - per usare
un’espressione del governatore pugliese Emiliano - che «prima o poi andrà a sbattere da
solo». Eppure, pochi giorni dopo aver battuto il fronte dei «no Triv», Renzi si è esposto
con una previsione che ha lasciato l’ospite di turno senza fiato: «Se si votasse domani
per le Politiche, porterei tanta di quella gente a votare che le percentuali degli altri
partiti scolorirebbero. Noi prenderemmo più del 40%. Scommettiamo che sarà almeno il
43%?». Il fatto è che per arrivare alle Politiche, il premier deve passare per le forche
referendarie, l’ultima speranza per i suoi avversari di trasformarlo in una breve parentesi
nella storia del Paese e del Palazzo. Ed è nel Palazzo che per ora si muovono, per
costruire quel «piano b» di cui Renzi non dispone. In attesa che nel Paese cresca e si
consolidi il «fronte del no». In quello che fu il blocco democristiano, per esempio, il
segretario dell’Udc Cesa vede uno strano movimento. L’ha notato anche ieri, mentre era
in Puglia per la campagna elettorale delle Amministrative: «Io parlavo a favore delle
riforme e loro mi rispondevano che la legge elettorale non va bene. Stessa cosa in
Campania, nel Lazio. Chissà...». E chissà chi era e cosa doveva dirgli, quella persona che
Verdini aveva accolto nel suo studio. Il mistero nel gruppo di Ala è durato pochi giorni,
finché il capo non ha chiamato a raccolta i parlamentari. «Ricordate cosa vi dicevo a
proposito della minoranza del Pd?», ha esordito: «Quelli che ci attaccano prima o poi
verranno a cercarci. Infatti sono venuti a cercarci». Nelle riunioni la sintesi e la brutalità
con cui si espongono i concetti sono garantite dalla riservatezza, sarà per questo che
Verdini si è espresso senza usare circonlocuzioni: «È venuto da me un emissario di
D’Alema, mi ha parlato della necessità di cambiare la legge elettorale, del referendum...
Insomma, mi ha chiesto di tradire Renzi». Sebbene l’«emissario» sia rimasto senza
nome, Verdini non ha lesinato dettagli sulla proposta che avrebbe ricevuto, sul fatto che
«Renzi vi usa gratis», sull’idea che - qualora il «no» vincesse al referendum - sarebbe
necessario varare un governo per cambiare l’Italicum prima di tornare alle urne, che Ala
troverebbe la giusta «legittimazione»: «Loro - ha concluso Verdini - sanno che Matteo
non perdona, che non si dannerà a cacciarli dal partito. Se vince, che restino o che
vadano via per lui non farà alcuna differenza. Tanto non ne ricandiderà nessuno».
Raccontano che il pissi-pissi di Palazzo vada avanti da tempo, che «dirigenti della
minoranza pd» abbiano «tastato il polso» anche ad esponenti di Scelta Civica e di altre
forze minori. In questo caso sono voci che si sovrappongono ad altre voci. La voce di
Berlusconi invece era stentorea, quando dal palco della campagna elettorale per Roma
ha detto che, «bocciate le riforme e mandato a casa Renzi, faremo un governo di larghe
intese». Poteva non sapere? Il Cavaliere per ora gioca su due tavoli: invita gli elettori
alla battaglia referendaria e intanto invia una circolare al partito con cui ordina di «non
prendere alcun contatto con il M5S per i comitati del no». Non si sa mai con Renzi, che
dell’uno contro tutti si serve per mobilitare chi crede nella riforma e chi crede che non ci
sia alternativa. «Ma in democrazia le alternative ci sono sempre», Bersani dixit.
Pag 2 Il blog elastico. Così la fedeltà pesa di più della legalità di Pierluigi Battista
Che cos’è, una lotteria? Oppure è il fatto che il Direttorio 5 Stelle ha qualche antipatia
per Parma, dove la trasparenza deve essere più trasparente, mentre a Livorno,
simpatica per decreto del Blog, la trasparenza può pure permettersi qualche opacità?
Oramai i criteri sembrano elastici, arbitrari, del tutto disancorati da regole certe. Nel
movimento di Grillo se un sindaco 5 Stelle come Pizzarotti viene indagato per abuso
d’ufficio, parte il provvedimento di espulsione. Se invece si chiama Nogarin ed è sindaco
di Livorno indagato per bancarotta, allora il Movimento si stringe a difesa del suo
amministratore. Cosa cambia? Cambia forse il fatto che Pizzarotti è da tempo in odore di
eresia, viene considerato (per ragioni peraltro misteriose e indecifrabili) un irregolare
inviso dai vertici, sempre sul punto di essere scomunicato? Mentre invece Nogarin ha
una fedeltà a prova di bomba e dunque la falange grillina può stringersi a sua difesa?
Questa storia del Movimento 5 Stelle che esige le dimissioni e la crocifissione simbolica
di qualunque amministratore indagato, senza nemmeno la tutela costituzionalmente
sancita della presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva, questo morbo
giustizialista che replica i fasti forcaioli del ’92 e li declina con un furore incontenibile si
sta trasformando in un clamoroso boomerang. Gongola il Pd, che vede oscurati i suoi
guai giacché tutti sono più o meno contaminati. Ma nel Movimento 5 Stelle il morbo
giustizialista diventa un crampo settario fino al punto che il giudizio su un
amministratore indagato finisce per dipendere dalla eventuale violazione delle regole del
Movimento e non dalla eventuale violazione della legge. Per cui, perché Pizzarotti fuori e
Nogarin dentro? Perché è il tasso di fedeltà al Movimento che determina le sorti di un
amministratore e non la natura dell’eventuale reato commesso, se provato da un
regolare processo. In una setta l’arbitrio diventa esso stesso norma. Se si decide che
conta la Regola della setta, e a Pizzarotti il Blog aveva addirittura chiesto di visionare le
carte giudiziarie che coinvolgevano anche altri soggetti, allora si capisce perché a Parma
si agisce in un modo e a Livorno in un altro. Non criteri di gravità delle accuse
contestate, ma criteri di conformità al gruppo, alla volontà incondizionata e assoluta del
Direttorio come custode della moralità di ogni seguace. Il ridicolo duello tra M5 Stelle e
Pd («chi è il più corrotto del reame?») si trasforma nel movimento grillino nella
rivendicazione della superiorità della norma interna su quella che regola la vita di tutti gli
altri cittadini. La fedeltà come valore assoluto, superiore addirittura a quello della
legalità. La perdita di ogni valore garantista conduce così il Movimento nell’angolo di una
logica autoreferenziale e incomprensibile a chi resta fuori del cerchio magico consacrato
dal Capo o da un Direttorio. Una setta, appunto.
Pag 15 Niente muro al Brennero di Fiorenza Sarzanini
Vienna fa un passo indietro. Ma l’allerta sui flussi migratori resta alta: in aprile più arrivi
in Italia che in Grecia
L’accordo è fatto, al Brennero non ci sarà alcun «muro». Il lavoro svolto dalla polizia
italiana convince le autorità austriache sulla inopportunità di alzare una barriera e il
ministro dell’Interno Angelino Alfano può rivendicare di aver convinto il collega Wolfgang
Sobotka «perché siamo persone serie e le persone le controlliamo prima del confine».
L’emergenza legata ai flussi migratori rimane prioritaria, l’ondata di sbarchi è
ricominciata.
Italia e Grecia - Secondo Frontex nell’ultimo mese nel nostro Paese «per la prima volta
dal 2015 sono giunti più stranieri che in Grecia»: 8.370 contro 2.700. Il dato non viene
ritenuto indicativo dagli analisti del Viminale perché tra loro non ci sono siriani, «dunque
- si fa notare - evidenziare questa circostanza serve soltanto a dire che l’accordo con la
Turchia è servito e dunque a tacitare quegli Stati membri che sono contrari». I timori
per quanto potrà accadere nelle prossime settimane rimangono comunque alti, legati
all’evoluzione della situazione in Africa e nelle aree segnate dai conflitti.
Il trend negativo - Secondo i dati del Viminale sono 32.120 gli stranieri giunti dall’inizio
dell’anno, l’11 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2015. Un trend
negativo che comunque non rassicura, visto che gli analisti continuano a parlare di
migliaia di persone pronte a partire. Sono nella maggior parte egiziani, ma molti
provengono anche dall'Africa subsahariana. Ieri più di mille persone sono approdate in
Sicilia, tutte africane. Nessun siriano, come invece era stato annunciato dall’Alto
commissariato per i rifugiati. E adesso bisogna tenere sotto controllo la situazione visto
che con la chiusura della rotta balcanica è assai probabile che in un futuro prossimo
possa essere proprio quella africana la strada scelta da chi parte dal Medio Oriente per
sfuggire alla guerra.
La rotta egiziana - Come ormai avviene da qualche mese, la Libia non è l’unico Stato di
partenza. La presenza di forze armate straniere sul territorio e la carenza di imbarcazioni
ha evidentemente reso più difficile per gli scafisti l’organizzazione delle traversate e già
da tempo era stato segnalato che alcune organizzazioni criminali si erano spostate verso
le coste egiziane. È di ieri la notizia che le unità navali dell’Unione europea della
missione Eunavfor Med si preparano ad entrare nelle acque territoriali, per addestrare la
Guardia costiera libica. Quanto basta per comprendere che i trafficanti di uomini si
stanno attrezzando per continuare i propri affari spostandosi altrove. Già nel 2015
c’erano stati 11.000 sbarchi di persone provenienti dall’Egitto e la tendenza viene
confermata quest’anno con 4.100 stranieri arrivati in questi primi quattro mesi e mezzo.
A ciò si aggiunge che sono 25 gli scafisti egiziani arrestati dall’inizio dell’anno dalla
polizia.
Pag 21 Con l’elezione di Sadiq Khan perde l’islam intollerante di Bernard-Henri
Lévy
A Londra, l’uomo del momento è evidentemente Sadiq Khan, di origine pachistana e di
confessione musulmana, appena eletto sindaco della città. Esistono vari modi di vedere
le cose. Si può pensare alla serie di torti che il suo avversario conservatore ha
sottolineato, legittimamente, per tutta la durata della campagna elettorale: il meeting
del settembre 2004 tenuto con islamisti radicali sotto l’egida della pro-palestinese
Associazione degli amici di Al Aqsa; l’intervista del 2009 alla televisione iraniana, in cui
paragonava a tanti «zio Tom» i musulmani moderati dell’Inghilterra; o i contatti con
uomini poco raccomandabili come l’egiziano Yasser Al Sirri (autore, fra l’altro, di una
dichiarazione sulla «morte onorevole» di Bin Laden), come il militante pro-Jihad Sajeel
Abu Ibrahim (probabile istruttore in un campo di addestramento in Pakistan), o come
Yusuf Al Qaradawi (teologo del Qatar, predicatore su Al Jazeera e legato all’ala più
radicale dei Fratelli musulmani). Si può ascoltare quel che l’interessato, ogni volta, ha
risposto: che non sempre si sa, in anticipo, con chi si condividerà la tribuna di un
comizio; che l’intervista alla televisione iraniana fu un errore, e presenta quindi le più
umili scuse a chi fra i suoi correligionari si è sentito ferito dalle sue parole sullo schiavo
nero del romanzo di Harriet Beecher Stowe; che, a proposito del predicatore di Al
Jazeera, anche l’ultimo degli uomini ha diritto a un avvocato e che il loro è sempre stato
un normale rapporto tra l’avvocato e il suo cliente. Vero? Falso? Diventare il primo
sindaco musulmano di una capitale europea valeva, non una messa, ma un
arrangiamento con i fatti? Difficile saperlo. Ma che Sadiq Khan tenga a dirlo, vi metta
tanta insistenza e tanta energia, prenda con tale vigore le distanze dal movimento
islamista che gli è potuto capitare di sfiorare è, nel peggiore dei casi, un omaggio del
vizio alla virtù e, nel migliore dei casi, una ritrattazione dell’uomo che fu da parte
dell’uomo che è diventato e che non ha più la benché minima indulgenza per il passato
ambiguo. Quel che è certo invece - ed è un terzo modo di affrontare il problema - è che
quest’uomo dalle frequentazioni potenzialmente pericolose è stato anche capace,
durante gli stessi anni, di rimanere fermo sul principio della compatibilità possibile e, in
Europa, necessaria, dell’Islam e della laicità; che è sempre stato intransigente sulla
questione cruciale delle donne, della loro uguaglianza di diritto e di fatto con gli uomini,
come anche sul malessere provocato dallo spettacolo, per le strade di Londra, di un
numero crescente di niqab e di hijab , abbigliamento che impedisce di parlarsi faccia a
faccia. Quel che è certo, infine, è che la sua presa di posizione in favore del matrimonio
gay gli è valsa una fatwa per apostasia da parte del temibile capo imam della moschea
di Bradford. Si dirà che è il minimo che potesse accadere? Che c’era da aspettarselo, nel
Paese di Churchill, da parte di un dirigente dei laburisti destinato a un certo avvenire?
Probabilmente. Ma bisognava comunque esser capaci di farlo; ed occorre riconoscere
che in queste materie l’uomo non ha ceduto alle facilità di un comunitarismo che in
Inghilterra è abituale. Non c’è dubbio, inoltre, che la sua posizione sia stata fra le più
degne di fronte all’ondata di antisemitismo abbattutasi sul suo partito: non abbiamo
forse visto una ex deputata stigmatizzare, sui social network, il «naso» degli ebrei
inglesi? E un’altra proporre di rilocalizzare Israele negli Stati Uniti? Non abbiamo sentito
il carismatico Ken Livingstone assimilare il sionismo al nazismo, poi Jeremy Corbyn, il
leader del Partito, rifiutare, in un dibattito con il Primo ministro, di prendere le distanze
dai suoi «amici» di Hezbollah e di Hamas? E non c’è stata nelle ultime settimane una
sorta di gara a chi andava più lontano sul cammino dell’islamo-gauchismo, che sembra
una pesante tendenza della sinistra europea, ma che è diventata una specialità dei
conservatori inglesi? Ebbene, Sadiq Khan ha saputo trovare parole di forte condanna nei
confronti di questo socialismo degli imbecilli made in England che alcuni volevano
attribuire a un inoffensivo appoggio ai dannati della terra palestinesi, fino alla
riprovazione in atto che riguarda il suo primo gesto da sindaco: quello di aver voluto
onorare, domenica scorsa, accanto al rabbino capo di Londra e all’ambasciatore di
Israele, la memoria di sei milioni di ebrei assassinati dai nazisti. Insomma, tutto questo
per dire che occorre essere vigili, naturalmente, ma che l’elezione di Sadiq Khan può e
deve essere letta, nel quadro generale della guerra dei due Islam di cui parlo tanto
spesso, come una vera vittoria dell’Islam dei Lumi contro l’Islam «del buio», retrogrado
e intollerante. Ricordate la predizione di Michel Houellebecq che nel suo ultimo romanzo
annunciava l’elezione, nel 2022, di un presidente della Repubblica proveniente da un
partito musulmano? Ebbene, ci siamo. Solo che lo scenario è l’inverso di quello del
romanziere. Sadiq Khan è un anti-Tariq Ramadan. È il contrario di Omar Sheykh, l’altro
londinese di origine pachistana che fu l’artigiano della messa a morte del giornalista
Daniel Pearl. E quello a cui assistiamo, con lui, non è la «sottomissione» della
democrazia all’Islam ma quella, al contrario, dell’Islam a una democrazia che può
fregiarsi di averlo non solo accolto, ma aiutato a riformarsi.
Pag 40 Storie rosa e il Papa, il libro risale di Cristina Taglietti
Il fatturato cresce dello 0,1%, copie ancora giù
Torino. Basta un +0,1% per dire che è «tutta un’altra storia»? Di certo non per dire che
l’editoria italiana è uscita dalla crisi. Il convegno organizzato dall’Aie ieri al Lingotto non
permette trionfalismi ma fa capire che per il mercato tutto sta cambiando, a partire dalle
recenti operazioni di fusione tra grandi gruppi. Ieri si è parlato di dati ma,
inevitabilmente, anche del nuovo colosso editoriale nato dall’acquisizione di Rizzoli da
parte di Mondadori, che sta mutando fisionomia alla nostra editoria. Anche perché a
confrontarsi, moderati da Giovanni Peresson del centro studi Aie (l’Associazione italiana
degli editori), oltre a Paola Ronchi, direttore generale di Harper Collins, c’erano Enrico
Selva Coddè, amministratore delegato di Mondadori Libri, area trade, e l’indipendente
Sandro Ferri, fondatore di e/o. Punto di partenza sono stati i numeri della rilevazione
Nielsen. Quindi: resta negativo il mercato a copie (-3,4% rispetto allo stesso periodo del
2015, circa 800 mila in meno) ma il piccolo aumento del fatturato evidenzia che c’è un
mix maggiore di carta e digitale. Uno degli aspetti più curiosi riguarda l’analisi di che
cosa porti a quel piccolo +0,1%. A far crescere il mercato in questi primi quattro mesi
sono soprattutto i romanzi d’amore (Anna Todd e Nicholas Sparks), i libri del Papa e i
testi per la preparazione di esami e concorsi, quelli dedicati a lifestyle e tempo libero, i
volumi d’arte e fotografia, le biografie di musica e spettacolo nate da YouTube(Benji &
Fede), le graphic novel (Zerocalcare). Piacciono meno la narrativa, la fiction erotica, i
libri di attualità. Per quanto riguarda i canali di vendita, aumentano le librerie,
soprattutto online, a scapito della grande distribuzione, che, ha sottolineato Peresson,
«ha avuto il merito di traghettare il non lettore verso i bookstore». «Avendo perso 200
milioni di euro negli ultimi cinque anni - ha commentato Selva Coddè - è chiaro che lo
0,1 non è così visibile. Resta lo squilibrio tra un’offerta uguale al resto della media
europea e la domanda troppo esile, sottodimensionata. L’ecommerce potrebbe essere un
segnale definitivo di cambiamento». Secondo Selva Coddè, vanno presi con cautela «i
dati sul mutamento dei gusti: il periodo considerato è troppo breve e nel nostro mercato
basta un libro per spostare il trend». Secondo Sandro Ferri dai dati emerge anche la
«continuazione di dialettica che caratterizza il mercato tra piccoli e grandi gruppi e che
riguarda anche la distribuzione e le librerie. Mondadori ha 600 librerie, che per l’Italia
sono tante, considerato che il gruppo ha il 30% del mercato». Ferri ha sottolineato i
pericoli delle grandi concentrazioni per il pluralismo editoriale. Ha anche criticato
Amazon che «sta portando avanti un modello dannoso che rischia di condurre alla
distruzione delle librerie, come è successo in America. Mi preoccupa quando il governo
chiama come responsabile della politica digitale un dirigente di Amazon», cioè Diego
Piacentini. «Ci sono modalità diverse tra piccoli e grandi. La Mondadori - ha ribattuto
Selva Coddè - sta facendo quello che è successo in tutte le parti del mondo: un processo
di aggregazione perché le trasformazioni in atto richiedono risorse, investimenti. Un
modello di sviluppo che ha dimensioni industriali viene messo a fattor comune e case
editrici con profili diversi raggiungono il lettore con il libro che ognuno si attende. I gusti
cambiano ma in sostanza non il lavoro dell’editore. Si può avere un grande gruppo che
completa la traduzione di Finnegans Wake di Joyce da una parte e pubblica After
dall’altra». Per Giuseppe Laterza l’argomento della razionalizzazione industriale non è
convincente. «L’editoria - dice - non è come l’industria siderurgica, non ha bisogno di
molti costi fissi. Non c’è bisogno di essere grandi per fare molti soldi, bastano le buone
idee e Mondadori ha in casa l’esempio di Gomorra ». La riflessione sul pericolo delle
concentrazioni è al centro di un appello che Laterza ha diffuso ieri al Salone. «La cosa
strana - spiega - è che gli editori hanno parlato molto di quest’operazione prima che ci
fossero le analisi dell’Antitrust. Poi basta. Si è perso il senso della prospettiva, si pensa
che adesso, nel breve periodo, non succederà nulla e quindi ci si accomoda». La lettera
aperta è indirizzata a Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità Garante della
concorrenza e del mercato ed è sottoscritta da Alessandro e Giuseppe Laterza e firmata
da intellettuali e scrittori come Tullio De Mauro, Salvatore Settis, Stefano Rodotà.
Nell’appello si rammenta la «conclusione chiara e netta» dell’Antitrust sulla posizione
dominante che «mette a rischio i meccanismi di funzionamento del libero mercato» e si
chiede «un dettagliato e chiaro resoconto nell’ambito della relazione che verrà
presentata al Parlamento, in modo tale che se ne possa discutere pubblicamente, in
particolare nella prossima edizione del Salone». A chi ha a cuore la sorte dei libri è
richiesta «consapevolezza e vigilanza perché non venga in alcun modo ridotto quel
pluralismo insieme economico e culturale che è alla base di una società libera». Per
Laterza si tratta di una battaglia liberista. «La libertà economica - aggiunge - è
condizione della libertà di pensiero. Non è più una questione di destra o sinistra, non ha
a che fare con Silvio Berlusconi. È una battaglia non solo degli editori, ma anche dei
lettori, cioè dei consumatori».
LA REPUBBLICA di sabato 14 maggio 2016
Pag 29 Cattolici e laici per un nuovo patto di Agostino Giovagnoli
«Ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo», ha ricordato Matteo Renzi. Con lo
stesso giuramento, però, si è anche impegnato «ad esercitare le sue funzioni nell'
interesse esclusivo della nazione». E nazione vuol dire tante forze diverse e tanti settori
differenti che trovano la loro unità in una volontà comune e in un futuro condiviso, come
scriveva Ernest Renan. È in questo spirito che, nel marzo 1947, Alcide De Gasperi
intervenne in Assemblea costituente per sostenere che la Chiesa doveva impegnare i
vescovi a giurare fedeltà alla Repubblica e a seguire «la legge costituzionale dello
Stato». «Non siamo in Italia così solidificati, così cristallizzati nella forma del regime da
poter rinunziare con troppa generosità a simili impegni così solennemente presi».
Aggiunse però: «alla lealtà della Chiesa io credo che la Repubblica debba rispondere con
lealtà». De Gasperi temeva contraddizioni o conflitti laceranti per la duplice
appartenenza del cittadino credente alla Chiesa e allo Stato e per la sua duplice fedeltà
al Vangelo e alla Costituzione. Cercava perciò - uomo di profonda spiritualità, ma anche
con grande senso storico - la conciliazione tra Chiesa e Stato soprattutto negli impegni
concreti degli uomini. Credeva poco, infatti, nei principi astratti o in compromessi
giuridici, cui cedettero invece Pio XI e Mussolini quando stipularono i Patti Lateranensi
nel 1929 e a cui si affidarono ancora Pio XII e Dossetti per confermarli attraverso l'art. 7
della Costituzione. Non lo spingeva una logica confessionale in difesa dei principi o degli
interessi cattolici, ma una preoccupazione laica per lo Stato. È il sentimento di fondo che
ha animato l'impegno complessivo dei cattolici nella stesura della Costituzione che,
prima ancora di essere stata un compromesso sulle parole o sulle formule, è stata il
frutto di un eccezionale sforzo costituente animato dall'incontro tra le grandi forze
popolari. È questa la preoccupazione che ha ispirato costituzionalisti cattolici come
Mortati e Tosato, loro eredi illustri come Leopoldo Elia, e che ispira anche oggi tanti
cattolici mentre si interrogano sulla riforma costituzionale. Proprio la larga condivisione
del patto costituente, infatti, ha reso per decenni la Costituzione un riferimento
fondamentale per tutti. Ricordando di aver giurato fedeltà alla Costituzione, Renzi ha
risposto a quelli che oggi minacciano il referendum sulle unioni civili o che vorrebbero
bocciare la riforma costituzionale per ritorsione contro queste unioni. Sono i nostalgici
dei "valori non negoziabili", che nella Chiesa di papa Francesco hanno perso importanti
sponde ecclesiastiche (anche se non tutte). Ma questioni più profonde vengono oggi
sollevate soprattutto da uomini e donne che non sono lontani da Renzi e che vengono
dalla sua stessa tradizione religiosa e culturale. Molti di questi ne apprezzano tante
iniziative e l'orientamento di fondo. Sono però pure preoccupati non solo per questioni di
merito - dal disinteresse per le autonomie locali all'ostilità verso i corpi intermedi - ma
anche di metodo. Si può cambiare profondamente la Costituzione senza un ampio
accordo costituente tra forze diverse? E si può trasformare l'esame di una materia così
complessa in un plebiscito pro o contro chi governa? La situazione in cui ci troviamo non
è stata creata da Renzi, ma dalla logica del bipolarismo conflittuale di cui Berlusconi è
stato il principale benché non unico responsabile. Nella Seconda Repubblica, la spinta
divisiva si è estesa anche sul terreno costituzionale, come mostrano il fallimento della
Commissione bicamerale per le riforme, voluto dal centro-destra (1998); le modifiche
del titolo V, approvate dal solo centro-sinistra (2001); l'ampia riforma costituzionale,
votata dal solo centro-destra (2005) e poi bocciata dal referendum confermativo (2006);
la nuova riforma costituzionale approvata dal solo centro-sinistra (2016). Intanto, sotto
la spinta dell'antipolitica, lo strumento del referendum da quesito sul merito di una
specifica legge si è trasformato sempre più in mezzo per mettere in difficoltà chi
governa. Matteo Renzi non è responsabile di tutto questo e ha cercato di superare le
trappole della contrapposizione esasperata, con scelte audaci come il patto del
Nazareno, che gli ha attirato tante critiche. Ma poi è stato spinto anche lui verso una
riforma costituzionale a maggioranza. Una scelta legittima, forse necessaria, ma
certamente senza la forza di un nuovo patto costituente. È probabile che, comunque
vada, il prossimo referendum non costituirà l' ultima parola: dopo, ci sarà da riprendere
uno sforzo forse ancora più decisivo, per un nuovo patto costituente condiviso da forze,
culture e identità diverse.
IL FOGLIO di sabato 14 maggio 2016
Pag I La Santa Europa di Giulio Meotti
Nel cuore del Vecchio continente Papa Francesco non ha mai messo piede. E ora lo vuole
persino “multiculturale”. Molte le chiese che chiudono o sono trasformate in bar e
moschee
Brasile. Israele. Corea del sud. Albania. Turchia. Sri Lanka. Ecuador. Cuba. Stati Uniti.
Messico. Kenya. Uganda. Filippine. A scorrere la lista dei suoi viaggi apostolici, si può
almeno affermare che l'Europa non sia stata esattamente una priorità nell' agenda di
Papa Francesco. Se Benedetto XVI aveva scommesso tutto sulla rievangelizzazione del
Vecchio continente attraverso visite (andò ben tre volte nella Spagna zapaterista) e
discorsi come quello al Bundestag di Berlino, Papa Francesco è come se ignorasse l'
Europa, come se la ritenesse persa, come se per lui non fosse una battaglia aperta, ma
una partita già finita. Non solo. Nel suo importante discorso per il Premio Carlo Magno,
che gli hanno assegnato a Roma una settimana fa, il Papa ha detto che l'identità dell'
Europa è "multi culturale". Si invera la profezia fatta da Philip Jenkins, grande studioso
di religione, che a ridosso del Conclave che ha eletto Bergoglio disse: "Sceglieranno
qualcuno del Global South? Oppure un altro europeo che potrà aver successo laddove
Benedetto ha fallito?". Il santo rappresentante del Global South ha spinto sempre più a
sud i confini dell' Europa, compiendo viaggi spettacolari a Lesbo e a Lampedusa, ma mai
nel cuore del Vecchio continente. "Sì, i popoli europei hanno arricchito la loro cultura
imparando dagli altri, ma hanno anche difeso la peculiarità delle loro culture, e, col
passare degli anni e con gli Asburgo sbiaditi, hanno sempre fatto così dietro confini
nazionali che hanno creato uno spazio per un'Europa diversa in cui svilupparsi e
prosperare, qualcosa di molto diverso dall'Europa multiculturale che il Papa sembra
descrivere", gli ha risposto Andrew Stuttaford sul giornale conservatore americano
National Review. Anche fra i conservatori francesi c'è grande disappunto. "Il Papa parla
sempre di 'Europa dei popoli', ma mai di 'Europa delle nazioni'", scrive il francese Eric
Zemmour. "Il capo della cristianità ha rinunciato all'Europa". Ma sarebbe disonesto
accusare Papa Francesco di aver rinunciato all'Europa, quando è forse proprio quest'
ultima ad aver abdicato a ciò che è stata nei secoli. La Arnhem Skate Hall, uno dei luoghi
di ritrovo preferiti in Olanda per chi ama lo skateboard, un tempo era la celebre chiesa di
San Giuseppe. Trasformata in parco giochi, l'ex chiesa cattolica romana di Arnhem è una
delle centinaia di chiese olandesi dismesse. I leader cattolici del paese stimano che due
terzi delle loro milleseicento chiese saranno fuori uso in un decennio, e settecento chiese
protestanti olandesi saranno chiuse entro quattro anni. "La chiusura delle chiese in
Europa riflette il rapido indebolimento della fede in Europa", scrive il Wall Street Journal.
Soltanto nella provincia olandese della Frisia, 250 chiese sulle 720 esistenti sono state
chiuse o trasformate. La moschea di Fatih ad Amsterdam una volta era la chiesa di
Sant'Ignazio. La chiesa di San Jacopo, una delle più antiche della città di Utrecht, una
culla del cattolicesimo olandese, è stata recentemente trasformata in una residenza di
lusso. Una libreria è stata aperta in una ex chiesa domenicana a Maastricht. La chiesa
d'Inghilterra chiude circa venti chiese all'anno. Circa duecento chiese in Danimarca sono
ritenute "non vitali" e dismesse. La chiesa cattolica in Germania ha chiuso circa 515
chiese negli ultimi dieci anni. Tra il 1990 e il 2010, la chiesa evangelica tedesca ha
chiuso 340 chiese. A Bristol, in Inghilterra, l'ex chiesa di San Paolo è diventata la scuola
di formazione per il circo. Gli operatori dicono che i soffitti alti sono perfetti per
apparecchiature come i trapezi. A Edimburgo, in Scozia, una ex chiesa luterana è
diventata un bar Frankenstein. In Belgio, le chiese sono da tempo convertite in
moschee. E' successo la prima volta nel 1966, quando il vescovo di Liegi, monsignor Van
Zuylen, autorizzò i musulmani a servirsi della cappella dell'Immacolata Concezione.
Statue e oggetti di culto cristiano, crocifissi e quadri della Via Crucis, furono ricoperti di
carta. La chiesa cattolica, che sorge nel centro della città belga, è stata così trasformata
in una moschea. Alcuni anni fa, Niall Ferguson, uno dei più brillanti storici
contemporanei, ha scritto sul New York Times che il futuro dell'Europa potrebbe essere
"l'islamizzazione strisciante di una cristianità decadente". Ogni viaggiatore in qualsiasi
città europea moderna può notare le nuove moschee costruite lungo le chiese
abbandonate e secolarizzate, alcune trasformate in moschee o musei. Il momento
cruciale di "Sottomissione" di Michel Houellebecq è quando François, protagonista del
romanzo e professore alla Sorbona, visita un santuario cristiano alla ricerca di una
esperienza di conversione, solo per ritrovarsi impassibile. Questa è una realtà in tutta
Europa. La chiesa di Saint-Eloi nella regione francese di Vierzon è diventata una
moschea. La diocesi di Bourges ha messo in vendita l'edificio cristiano e
un'organizzazione musulmana, l' Association des Marocains, ha fatto l'offerta più
generosa per acquistare il sito. A Quai Malakoff, Nantes, l'antica chiesa di San Cristoforo
è diventata la moschea di Forqane. La moschea principale di Dublino è una ex chiesa
presbiteriana. Per citare alcune chiese inglesi trasformate in moschee, la cattedrale di
San Marco è ora chiamato moschea nuova Peckam, mentre la moschea di Disbury a
Manchester era una chiesa metodista. A Clitheroe, Lancashire, le autorità hanno
concesso il permesso di trasformare una chiesa anglicana in moschea. La chiesa di San
Pietro a Cobridge è la moschea Madina. In Francia, dove Papa Francesco non ha ancora
messo piede, la studiosa di religioni Danièle Hervieu-Léger ha scritto "Catholicisme, la
fin d'un monde". La sociologa francese ha usato un termine preciso, "exculturation". E'
lo stesso Osservatore Romano, comparando i dati statistici su cattolici e musulmani
praticanti, a scrivere che "è ipotizzabile il sorpasso dell'islam sul cattolicesimo francese".
Soltanto un francese su venti oggi partecipa alle funzioni cristiane. Persino la regione
che ospita il santuario mariano più noto al mondo, Lourdes, è quasi ormai interamente
scristianizzata e le uniche chiese che crescono sono quelle protestanti e qualche
comunità lefebvriana. Hervieu-Léger non indica una crisi, relativa, ad esempio, alla
perdita di fedeli, ma una regressione complessiva che sta conducendo il cattolicesimo
alla fase terminale. Una crisi destinata a concludersi con la morte. La Germania sta
diventando una "società senza Dio", dal titolo del libro di Andreas Püttmann. "La
tendenza sul lungo periodo della religiosità in Germania mostra - a dispetto di tutti i
tentativi di ridimensionarla - una tale caduta che si deve parlare di un'implosione di
dimensioni epocali", ha scritto Püttmann nel suo libro esplosivo. Il quotidiano tedesco
Die Welt ha appena diffuso il rapporto annuale del Consiglio di esperti delle Fondazioni
tedesche in materia di integrazione e migrazione (Svr), intitolato "Molti dèi, uno stato".
L'islam, è la conclusione, è oggi una parte importante della società tedesca. "La
Germania è diventata un paese demograficamente multireligioso", un fatto che dipende
principalmente dalla migrazione di massa dei musulmani dal nord Africa e dal medio
oriente, ma anche dal calo dei cristiani praticanti, che ha avuto anche un grande impatto
nella crescita dell'islam in Germania. Detlef Pollack, professore di Sociologia della
religione all'Università di Münster, predice che "almeno il settanta per cento delle
persone in Germania" finirà per secolarizzarsi completamente, come è già successo nella
ex Germania dell'est. Metà dei tedeschi ha smesso di andare a messa dal 1991 a oggi.
La Germania avrà una minoranza cristiana del quindici per cento della popolazione nel
giro di qualche anno. Come scrive la Welt, "i cristiani in Germania diventeranno una
minoranza nei prossimi vent'anni". Ogni anno, aggiunge la Faz, "la chiesa cattolica perde
il dieci per cento dei suoi fedeli". Non solo il cattolicesimo è in drammatico declino anche
a Vienna, ma è già stato sorpassato dall'islam come religione più praticata e presente
negli istituti scolastici. La statistica arriva dallo Stadtschulrat für Wien, la commissione
sull'educazione: gli studenti musulmani sono diventati maggioranza. Sarebbero 10.734
nelle scuole medie, contro gli 8.632 studenti cattolici. Non è isteria eurabica, ma una
verità che poggia su precisi trend demografici. La storia d'amore fra l'Irlanda e la chiesa
cattolica era, come ha scritto Ella Fitzgerald, "troppo calda per raffreddarsi". Ma secondo
un sondaggio Red C, gli irlandesi stanno perdendo la loro fede più velocemente rispetto
ad altri paesi: sette anni fa, si diceva "religioso" il 69 per cento degli irlandesi, una quota
che oggi è scesa di oltre venti punti al 47 per cento. Nella vicina Inghilterra vale la
copertina del settimanale Spectator: "The last Christian", dove si vede una anziana
signora, unico fedele in una splendida cattedrale. "Si dice spesso che le congregazioni
della chiesa della Gran Bretagna si stanno riducendo, ma questo non si avvicina a
esprimere il livello del disastro cui si trova di fronte il cristianesimo in questo paese", si
legge nell'inchiesta. Di recente, la Commissione per la religione e il credo nella vita
pubblica britannica, in uno storico rapporto intitolato "Vivere con la differenza.
Comunità, diversità e bene comune", frutto di due anni di ricerche, sentenzia:
l'Inghilterra non è più cristiana e quindi le sue istituzioni vanno decristianizzate,
aprendole ad altre fedi. Tra il 2001 e il 2011 il numero di cristiani nati in Gran Bretagna
è sceso di 5,3 milioni: diecimila ogni settimana. "Se questo tasso di declino continua, la
missione di Sant' Agostino presso gli inglesi, insieme a quella dei santi irlandesi presso
gli scozzesi, arriverà a termine nel 2067. Le nostre cattedrali sopravviveranno, ma non
saranno vere cattedrali perché non avranno vescovi". Forse Papa Francesco ha ragione:
non ha senso continuare a perdere tempo con l'Europa, il futuro del cristianesimo si
trova invece in una sperduta parrocchia delle Filippine, che contano più cattolici di
qualsiasi paese europeo e che per numero di battesimi annui battono Italia, Spagna,
Francia e Polonia messe assieme. "Les Philippines, fille aînée de l'Eglise", figlia
primogenita e prediletta della chiesa. Ma non suonava meglio quando lo si diceva della
Francia? E il Premio Carlo Magno che ha ricevuto il Papa non viene forse assegnato a
nome della città di Aquisgrana? Aldo Moro visitandola disse che era "il centro di un
mondo unito che si regge su due pilastri fondamentali: l'ordinamento giuridico romano e
la forza spirituale del cristianesimo".
IL GAZZETTINO di sabato 14 maggio 2016
Pag 1 Il doppio binario della moralità pentastellata di Mario Ajello
L’epurazione all’italiana è già stata commedia, l’hanno portata nella grande letteratura
Vitaliano Brancati (con il «Vecchio con gli stivali») e al cinema sia Paolo Stoppa sia
Alberto Sordi. Ma non contiene mai nulla di leggero questa pratica e si porta dietro come nel caso della cacciata del sindaco Pizzarotti dal Movimento 5 stelle - il ricordo
fuori tempo massimo di fanatismi religiosi e di stagioni ideologiche che nella storia
hanno rappresentato il peggio del peggio. Con quel passato tremendo è impossibile
naturalmente - Marx ci ricorderebbe che la storia si ripete solo come farsa - paragonare
la vicenda non sanguinosa nè tragica dell’espulsione di Pizzarotti. Eppure questo
episodio contiene una serie di brutte morali. Una è quella dell’esemplarità. Ovvero, il
primo vincitore nella storia grillina, quello che fu il simbolo della nuova politica contraria
alla classica politica e che ha conquistato una città importante dell’Italia artistica e
produttiva e da molti non viene neppure considerato un cattivo amministratore, diventa
l’esempio più eloquente di come il Dio della Purezza Pentastellata non guarda in faccia a
nessuno quando deve castigare. Neppure a un sindaco assai conosciuto e semplicemente
indagato per il più ovvio e il più comune dei reati, l’abuso d’ufficio, in cui rischiano di
incappare molti primi cittadini alle prese con la responsabilità di assumere decisioni. In
più c’è la doppiezza. In nome della presunta difesa della legalità, che è stata fatta valere
per Pizzarotti ma non per il sindaco livornese Nogarin a sua volta sotto indagine (uno
non vale più uno, come ai tempi delle origini), ci si è liberati di un eretico del
movimento, di un oppositore interno. Del più importante di quei personaggi non allineati
ma neanche fuoriusciti che il professor Becchi, quando era il consigliere ideologico di
Grillo, definiva «scorie». Che è un po’ come dire «pidocchi», espressione con cui Palmiro
Togliatti chiamò Cucchi e Magnani (anche detti, spregiativamente, i «magnacucchi») che
per deviazionismo vennero espulsi dal Pci nei primi anni ’50. Con queste parole del
Migliore: «Anche nella criniera del più puro cavallo di razza, possono nascondersi dei
pidocchi». Insomma nel caso Pizzarotti la questione morale diventa un cavillo e un
pretesto. Mentre la questione sostanziale, in questa vicenda, è che non si è voluto
colpire una mela marcia - sennò si sarebbe fatta la stessa cosa con le altre: da Nogarin
al sindaco di Bagheria e a svariati esponenti locali - ma solo l’unica mela che non
piaceva ai superiori. In questa storia un po’ vintage, c’è stato prima l’isolamento del
disobbediente il quale per un anno ha cercato Di Maio e quello si è fatto negare. Poi lo
spargimento di voci su di lui: è eterodiretto dalla moglie, è già nel Pd, sta preparando da
tempo un partito tutto suo e non solo una lista civica per ricandidarsi a Parma. Intanto
viene rispolverata la condanna etica del gran sacerdote scomparso, ossia Gianroberto
Casaleggio (o il cardinale Bellarmino?), che così bollò l’eretico: «Se uno dice che abolirà
il termovalorizzatore e poi non lo fa, tradisce il mandato del popolo». Infine, viene
chiesta la prova d’innocenza o, in gergo antico, l’«esaustiva confessione»: cioè di inviare
i documenti a discolpa, via mail, a un indirizzo targato «lo staff» e che il presunto
colpevole dice di non conoscere e di considerare oscuro. Come spesso capita ai luoghi
della punizione. Questo meccanismo, però, tra le sue doppiezze ha anche quella di
rischiare di fare del male a chi lo detiene e lo usa. Se il principio di repulsione e di
espulsione applicato a Pizzarotti dovesse venire esteso a chiunque sia accusato di abuso
d’ufficio - e in diciassette comuni amministrati dai 5 stelle non è improbabile incorrere in
guai di questo tipo - potrebbe essere decapitata buona parte della classe dirigente del
movimento. E i grillini ucciderebbero se stessi. Confermando che l’epurazione non è mai
un sacrificio necessario alla purificazione e può diventare invece un micidiale
boomerang.
Pag 1 Cattolici e gay, gli equilibrismi politici di Renzi di Bruno Vespa
“Sono cattolico, ma ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo”. La rivendicazione di
laicità di Matteo renzi richiama un passo compiuto da Alcide De Gasperi nel 1952 in una
situazione più conflittuale della attuale. Pio XII era terrorizzato all'idea che a Roma
vincesse un sindaco comunista. Incoraggiato da Luigi Gedda - un Giovanardi al cubo,
presidente dell'Azione Cattolica e dei Comitati civici che portavano in pellegrinaggio la
Madonna - concordò con Luigi Sturzo una "operazione" che facesse alleare Dc e Msi
romani per evitare la profanazione del Campidoglio. Il fascismo era stato abbattuto
soltanto da nove anni e le ferite della guerra civile erano ancora sanguinanti perché il
leader della nuova Italia potesse accettare una cosa del genere. E disobbedì. La Dc vinse
ugualmente, ma Pio XII non perdonò De Gasperi e si rifiutò di accordargli l'udienza che il
presidente cattolico gli aveva chiesto in occasione dei trent'anni di matrimonio. Ne
nacque un caso diplomatico e De Gasperi si portò l'amarezza fino alla morte. Papa
Bergoglio è agli antipodi di papa Pacelli, la gerarchia ecclesiastica è molto più prudente e
prevedibilmente non incoraggerà il referendum sulle unioni civili promesso dalla base
cattolica più accesa. Difficilmente Renzi pagherà un pegno significativo sulla legge,
mutilata peraltro della stepchild adoption proprio per l'intervento dell'ala cattolica della
maggioranza. Semmai dovrebbe essere più preoccupato Angelino Alfano, visto che l'ala
conservatrice di Area Popolare guidata da Maurizio Sacconi sta facendo un gran baccano,
minacciando addirittura una improbabile scissione. A livello romano qualche piccolo
vantaggio lo avrà Alfio Marchini, che non unirà personalmente in matrimonio coppie gay
e che spera di erodere i voti a destra della Meloni ricordando che suo nonno (costruttore
arcicomunista) sosteneva che il miglior urbanista era stato Benito Mussolini. Renzi è un
formidabile comunicatore che sa unire la veemenza del linguaggio al calcolo politico. A
"Porta a porta" non sono riuscito a strappargli una sillaba sul conflitto con la
magistratura ed è difficile che la frase su Vangelo e Costituzione sia frutto di una
distrazione. In realtà, è noto che Renzi ha molti detrattori a sinistra e un'intera area del
suo partito (guidata spiritualmente da Massimo D'Alema) sta lavorando con tenacia
scientifica per mandarlo a casa. La decisione di mettere la fiducia sulle unioni civili è
stata una scelta politica per evitare la riapertura di un dibattito che avrebbe aperto
nuove ferite a sinistra. Guai a presentarsi alle elezioni senza l'approvazione definitiva di
una legge attesa da 28 anni e invocata soprattutto dai gay e da un mondo
tradizionalmente progressista. La prevalenza sull'uomo cattolico del presidente del
Consiglio laico è stato il cesello finale.
LA NUOVA di sabato 14 maggio 2016
Pag 1 L’etica è un’esigenza molto seria di Bruno Manfellotto
Torna utile in momenti come questi rifarsi alla saggezza del vecchio Pietro Nenni che, già
in anni non sospetti e non ancora attraversati da scorribande moralistiche e giudiziarie,
avvertiva: “A fare troppo i puri si rischia di trovare uno più puro di te che ti epura”.
Parole sante. Che forse Grillo, Casaleggio jr. e i ragazzi del Movimento non conoscono.
Peccato, perché a rifletterci su ne avrebbero tratto immensi benefici. Innanzitutto a
proprio vantaggio. Accade dunque che ora tocchi anche ai 5Stelle finire nei dossier della
magistratura. I casi di Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, e di Filippo Nogarin, primo
cittadino di Livorno, sono certo quelli più clamorosi. Nei quali si mescolano errori, abusi
e pure una certa dose di ingenua arroganza. Ma il caso e la statistica vogliono che su
diciassette amministrazioni rette dai seguaci di Grillo, ben tredici abbiano qualche guaio
con la giustizia, a conferma, se non altro, di quanto sia difficile governare, di quanti
rischi si corrano e di quanto alte siano le possibilità che la magistratura ficchi il naso
nelle carte degli amministratori. Con le conseguenze che vediamo, da Lodi a Livorno, da
Parma a Corleto Perticara. E però è successo che proprio in questi casi più eclatanti i 5
Stelle abbiano usato diversi pesi e diverse misure, e quindi se per le piscine di Lodi sono
state invocate subito le dimissioni del sindaco Uggetti, Pd, per la spazzatura di Livorno e
il Teatro Regio di Parma sono state trovate scuse e attenuanti per alleggerire le
responsabilità dei primi cittadini grillini. Salvo poi distiguere anche tra i due: mentre
Nogarin, fedelissimo di Beppe, è stato difeso con enfasi e partecipazione, per il povero
Pizzarotti, che non gode delle simpatie del politburo stellato, i toni sono stati molto più
blandi fin da subito. E nel giro di 24 ore è arrivata la scomunica da parte dello “staff”. In
ogni caso, a poco vale notare che i casi di Parma e di Livorno si presterebbero a più di
un distinguo - un abuso d’ufficio o un’assunzione indebita non sono paragonabili a
corruzione e concussione - perché sono stati proprio i 5 Stelle ad alzare il livello dello
scontro, a fare della purezza (ci risiamo) l’arma totale, a pretendere che un avviso di
garanzia basti per chiedere le dimissioni di un politico o per impedire una candidatura
alle elezioni. Valga per tutti il caso recente del ministro Alfano invitato da Luigi Di Maio a
dimettersi per l’arrivo di un avviso di garanzia per abuso d’ufficio: Alfano sì, Nogarin no,
Pizzarotti forse? Certo i 5Stelle - che hanno puntato tutto sulle mani pulite (al funerale di
Casaleggio la folla urlava “onestà, onestà”) - perdono un’arma forte e si trovano dinanzi
a un bivio: se pretendono dimissioni a ogni stormir d’inchiesta, devono far fuori tutti i
loro sindaci senza nemmeno pensarci; se cominciano a fare i distinguo per i propri,
dovranno farlo anche per gli avversari. E nemmeno possono lasciare le cose come
stanno valutando di volta in volta: chi decide? Grillo? Di Maio? Casaleggio jr? E in base a
cosa? A sensazioni, impressioni, personali valutazioni? L’acme della contraddizione si è
poi raggiunto con le dichiarazioni di Virginia Raggi, candidata a sindaco di Roma che,
scimmiottando il complottismo berlusconiano, è arrivata a dire che i pm usano le
indagini sui 5Stelle come manganelli… E con gli altri no? Ma non basta. Chi si lamenta
delle inchieste è proprio chi le ha provocate. A denunciare Beppe Sala, candidato Pd a
sindaco di Milano, sono stati i grillini e i radicali; a denunciare Pizzarotti sono stati i Pd. E
siccome l’azione penale è obbligatoria - quando poi si tratta di un politico il pm va a
nozze… - si può stare sicuri che l’inchiesta parte, l’avviso di garanzia arriva e il caso
esplode. E questo sconsiglierebbe dunque di legare l’avvio di un’indagine a immediate
dimissioni perché basterebbe una denuncia per disfarsi di un pubblico amministratore.
Poi, come si sa, per avere una sentenza passano anni (questo è il vero scandalo) e il
gioco è fatto. Insomma, fermiamoci un attimo, riflettiamo. E ricordiamoci che l’etica non
dovrebbe essere un’arma da utilizzare in campagna elettorale, ma un’esigenza generale
maledettamente seria.
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