Rassegna del 05/05/2016

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Rassegna del 05/05/2016
INDICE RASSEGNA STAMPA
Rassegna del 05/05/2016
SANITÀ NAZIONALE
Avvenire
05/05/16 P. 13
Ospedali Riuniti, arriva il cambio di rotta
Federico Minniti
1
Italia Oggi
05/05/16 P. 32
Risarcimenti ai disabili per i tagli alla sanità
Dario Ferrara
2
Italia Oggi
05/05/16 P. 32
Giovani medici retribuiti e impegnati
Beatrice Migliorini
3
Italia Oggi
05/05/16 P. 34
Medici fiscali iscritti
Manifesto
05/05/16 P. 4
No. alla tassa che «finanzia» il privato
Riccardo Chiari
5
Manifesto
05/05/16 P. 4
Un sistema sanitario che taglia e spreca
Ivan Cavicchi
7
Panorama
11/05/16 P. 32
Curare il dolore è un comandamento
Repubblica
05/05/16 P. 18
Utero in affitto, si media niente reato universale sconfitti gli ultrà cattolici
Repubblica
05/05/16 P. 22
Ottanta operazioni all'anno su organi e arti sbagliati "Ma per evitare gli errori può bastare
un pennarello"
11
Repubblica
05/05/16 P. 23
Usa, più morti per sviste dei medici che per incidenti aerei e overdose
15
Sole 24 Ore
05/05/16 P. 26
Gli investimenti non crescono: «Sanità 2.0» avanti piano
Roberto Turno
17
Stampa
05/05/16 P. 13
Farmaci e formaggi falsi Un'industria da 7,5 miliardi
Paolo Baroni
18
Stampa
05/05/16 P. 24
I punti deboli della legge cirinnà
Donato Carusi
20
Stampa
05/05/16 P. 24
Volete vivere più a lungo? Non c'è scampo, bisogna studiare
Starbene
01/05/16 P. 73
LA PAURA CHE PORTA A NON CURARSI
Barbara Gabbrielli
23
Corriere Della Sera
05/05/16 P. 29
I primi 13 giorni dell'embrione Ecco come inizia la vita umana
Anna Meldolesi
26
Panorama
11/05/16 P. 34
Le cuffie per saltare più in alto
4
8
Carmelo Lopapa
10
21
RICERCA
Indice Rassegna Stampa
28
Pagina I
Ospedalì
Riuniti, amiva il cambio di rotta
D opo la denuncia d i "Avvenire", lascia il medico del caso " M ala Sanitas'1
FEDERICO M INNITI
REGGIO CALABRIA
è il nuovo servizio "Punto
Mamma" tra le risposte che
l'Azienda Ospedaliera "Bian-
chi-Melacrino-Morelli" ha messo in
campo in seguito all'inchiesta Mala
Sanitas che ha travolto il reparto di Ginecologia ed Ostetricia di Reggio Calabria.
Una risposta che - finalmente - guarda con rinnovato interesse allo stato di
salute delle gestanti ricoverate presso
la struttura della città sullo Stretto. Una buona notizia che si aggiunge a un
cambio in corsa rispetto all'annunciata Commissione di indagine interna, predisposta dal direttore generale
degli Ospedali Riuniti, Frank Benedetto.
Infatti, il dottor Demetrio Marino ha
declinato l'incarico per il quale era stato designato quando è stata posta in
evidenza - proprio grazie all'articolo
pubblicato su Avvenire martedì - l'anomalia della nomina, in virtù della
sua posizione (seppure il suo nome
non risulti nel registro degli indagati)
all'interno del procedimento che ha
scosso l'intero sistema sanitario reggino.
Al suo posto ci sarà il dottor Giuseppe
Perri dell'Asp di Catanzaro. Un cambio di rotta che mira a ripristinare un
barlume di credibilità dentro una vicenda che ha già prodotto sufficiente
turbamento tra la gente. Sotto accusa
erano finite connivenze e disumanità,
che gli indagati avevano provato a rispedire al mittente. Su tutti spiccava
la figura centrale di Mala Sanitas, l'ex
primario facente funzioni, Alessandro
Tripodi che ha anche avanzato un ricorso al Tardi Reggio Calabria sul nuovo concorso per la guida del reparto al
quinto piano degli Ospedali Riuniti finito al collega Francesco Battaglia, nome che risulta all'interno del triumvirato di professionisti per il collegio di
indagine del polo ospedaliero.
Concorsi e ricorsi, carriere e vite tragicamente intrecciate in una vicenda
dai contorni inquietanti, con la sala o peratoria del reparto nascite di Reggio Calabria come teatro di vicende
drammatiche. Le intercettazioni, risalenti a fatti del 2010 e dunque, a forte
rischio prescrizione per via delle lungaggini giudiziarie, sembrano porre
wi lxít1nítl
Reggio Calabria,
la Commissione i Indagine
interna ha visto l'auspicata
avvicendamento
tra due dottori all'interno
della struttura sanitaria
gli indagati di fronte a rilevanti responsabilità penali ma prima ancora
morali.
Al vuoto di valori affiorato dall'inchiesta sta provando a porre rimedio
don Stefano lacopino, cappellano degli Ospedali Riuniti, che in questi giorni sta raccogliendo le tante domande
e le tante lacrime dei pazienti, come
anche dei bravi medici che si sentono
offesi da chi ha dimenticato il giuramento di Ippocrate. Don Stefano per
il mese mariano ha voluto intensificare la propria azione missionaria all'interno dei reparti, con particolare
attenzione a quello di Ginecologia ed
Ostetricia, dal quale si partirà con
un'Adorazione Eucaristica ad hoc proprio oggi, alle 15.30. Una presenza discreta, ma che rassicura le tante partorienti coinvolte loro malgrado da una valanga giudiziaria e mediatici
proprio in un momento delicatissimo
per l'esistenza propria e delle piccole
vite che hanno in grembo.
Intanto la Procura di Reggio Calabria
sta continuando ad acquisire atti dalle nuove denunce che sono giunte all'indomani dell'esplosione di un caso
di malasanità e malaffare.
© RIPRODOBONE RISERVATA
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"Ospedali
Riuniti,
commissione
amical'. Così
"Avvenire"
ha aperto il
caso
dell'ospedale
di Reggio
martedì
Sanità nazionale
Pagina 1
Risarcimenti ai disabili
per i tagli alla sanità
Disabili risarciti per i tagli alla sanità. Il comune paga
il danno non patrimoniale sborsando 10 mila euro di
risarcimento per ogni disabile cui ha sforbiciato l'assistenza domiciliare indiretta riducendo le ore del piano
individualizzato. E vero, la coperta del bilancio è corta e
l'amministrazione doveva estendere i servizi ad altri cittadini. Ma non ha rispettato le procedure imposte dalla
legge 328100, finendo dunque per redistribuire le risorse già assegnate agli utenti
beneficiari del
contributo:
l'ente locale
opera dunque
in modo illegittimo ed è condannato a ristorare stress,
ansia e depres,&, bOZI -------------------------sione patiti dagli ammalati e confermati dai certificati medici prodotti
in giudizio. E quanto emerge dalla sentenza 2984116,
pubblicata dalla sezione seconda bis del har Lazio.
Nessuna presunzione
Accolto il ricorso di alcuni interessati e dei relativi amministratori di sostegno. Sbaglia il comune a non motivare i tagli, giustificando la riduzione delle ore nei piani individualizzati per esempio con l'istituzione di una
«propria» forma di assistenza indiretta. Fatto sta che la
condotta illegittima dell'ente locale non fa scattare di
per sé il risarcimento del danno ai malati laddove il pregiudizio non risulta affatto presunto. E infatti non tutti
i disabili ottengono il ristoro richiesto ma sono risarciti
soltanto coloro che producono certificati sanitari dai
quali emergono l 'aggravamento delle loro condizioni
esistenziali e le complicazioni della situazione neurologica dopo la riduzione del trattamento domiciliare.
All'amministrazione non
resta che pagare le spese
di giudizio.
Darïo Ferrara
O Riproduzione riserrata-
Sanità nazionale
Pagina 2
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Giovani medici retribuiti e impegnati
Retribuito, impegnato nel sociale, alla continua ricerca di una formazione sempre più
approfondita e delle possibilità di applicarsi
sul territorio. Queste le caratteristiche che
contraddistinguono il giovane medico di oggi,
emerse dall'indagine sui camici bianchi under 40 intitolata «Chi ci curerà nel 2020?»
realizzata dall'Osservatorio internazionale
della salute in collaborazione con l'Omceo di
Roma, la Fimmg di Roma, la Cimo e Consulcesi. Nel dettaglio, l'analisi condotta su un
campione di circa 800 soggetti tra i 25 e 40
anni, mostra come nell'85,1% dei casi, i giovani camici bianchi riescano a svolgere una
attività retribuita prima di altri professionisti: il 58,4% lavora, infatti, entro i 28 anni.
In attesa, poi, che l'impiego diventi stabile, il
Sanità nazionale
giovane medico riesce ad acquisire esperienze
diversificate che lo portano a dialogare meglio
con i pazienti riducendo la conflittualità. Solo
il 4,5% dei soggetti, infatti, ha dovuto fare
ricorso alle assicurazioni per il risarcimento
di un danno. Dal punto di vista strettamente
legato all'esercizio della professione la quasi totalità dei giovani professionisti, inoltre,
non vuole lasciare l'Italia (solo il 4,7% sceglie
l'estero), prediligendo, ove possibile, il lavoro
in ospedale per dedizione e spirito di servizio
(il 77,1%). Il giovane medico di oggi, infine,
sceglie di dedicarsi al volontariato nel 37,7%
dei casi sottolineando la necessità di una
maggiore attenzione ai temi etici nel percorso
formativo postlaurea.
Beatrice Migliorini
Pagina 3
Medici fiscali iscritti alle
liste speciali in difficoltà.
La riorganizzazione delle
funzioni in materia di accertamento medico-legale
sulle assenze dal servizio
per malattia dei dipendenti
pubblici ha reso l'attività
estremamente precaria. Da
un punto di vista economico,
infatti, i guadagni massimi
non superano ora mai i 600
euro al mese. A lanciare
l'allarme, la Federazione
nazionale degli Ordini dei
medici chirurghi e degli
odontoiatri tramite una
lettera inviata ai ministri
Beatrice Lorenzin, Marianna Madia, Giuliano
Poletti e al presidente Inps,
Tito Boeri.
Sanità nazionale
Pagina 4
SALUTE • Manifestazioni in tutta Italia per i diritti del malato e per l'abolizione del superticket nelle strutture pubbliche
Riccardo Chiari
boliamolo». Nella Giornata europea dei diritti
malato, Cittadinanzattiva ha puntato- i riflettori su
uno dei più impopolari lasciti
dell'ultimo governo Berlusconi: il
«superticket», che dalla legge finanziaria del 2011 ha disposto il
pagamento di 10 euro su ogni ricetta per prestazioni di diagnostica e specialistica. Una misura
mantenuta dagli altri governi
(Monti, Letta, Renzi) che si sono
L'obolo sulle ricette
ha paradossalmente
impoverito il Ssn
spingendo gli utenti a
pagare di tasca propria
succeduti in questi anni, di fronte
alla quale l'associazione ha avviato una raccolta di firme - anche
odine con una petizione su Change.org-partita ieri anche grazie alle iniziative che sono state organizzate in 110 città della penisola
«Il superticket - si sottolinea
nella petizione - è una tassa iniqua sulla salute che ha alimentato le disuguaglianze esistenti, ha
aumentato i costi delle prestazioni sanitarie, gravando ancor più
sulle tasche delle persone che
sempre più spesso rinunciano a
curarsi, pur avendone bisogno. E
non ha rimpinguato le casse del
Servizio sanitario nazionale, anzi
paradossalmente le ha impoverite, spingendo i cittadini, snervati
dai costi maggiorati e dalle lunghissime liste di attesa, ad andare nel privato, che spesso diventa
persino più conveniente per alcune prestazioni, come ad esempio
gli esami del sangue».
Sanità nazionale
A riprova, Cittadinanzattiva
sottolinea che nel report della
Corte dei Conti del marzo scorso
si segnala come nel 2015 gli italiani abbiano pagato 2 miliardi e
857 milioni di euro di superticket, oltre naturalmente al costo
dei ticket per le singole prestazioni. La quota pro-capite di compartecipazione del superticket è
stata in media di 47 euro, anche
se nell'applicazione dell'impopolare provvedimento le regioni
hanno preso all'epoca posizioni
diverse.
Le piccole (e ricche) Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige hanno
deciso di non farlo pagare. All'opposto Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lazio, Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria e Sicilia hanno fatto
pagare i 10 euro a tutti. Ancora:
Emilia Romagna, Umbria, Toscana, Veneto e Marche hanno modulato il superticket in base al reddito. Infine Lombardia, Piemonte,
Basilicata e Campania hanno modulato il superticket sulla base della complessità della prestazione richiesta dal paziente di turno.
Alcune categorie sono state
esentate dal pagamento. Si va dai
bambini e dagli anziani con redditi familiari sotto i 36mila euro annui; ai disoccupati, pensionati sociali e pensionati al minimo e i loro familiari a carico, con basso reddito (8.260 euro, aumentato in base al numero dei familiari). Esentati anche i malati cronici, quelli affetti da malattie rare attestate
dall'Asl, e gli invalidi civili, di guerra, per lavoro e per servizio.
Comunque sia, l'associazione
va all'attacco: «Quella che doveva
essere una manovra transitoria e
straordinaria è diventata invece
la normalità. Quindi chiediamo
al presidente del consiglio, al governo, ai ministeri di competenza, al parlamento e alla conferenza Stato-Regioni di abolire il superticket di 10 euro sulla ricetta,
e di introdurre misure, che ripristi nino l'equità. Perché è evidente
che ai cittadini si chiede sempre
di più di sopperire di tasca propria al costante taglio di risorse
destinate al Servizio sanitario nazionale, come conferma anche il
Documento di economia e finanza 2016. Il superticket - chiude
Cittadinanzattiva - è una tassa
sulla salute, che danneggia non
solo i cittadini ma anche il sistema pubblico, spingendo le persone a rivolgersi al privato, o a rinunciare a curarsi».
Sul primo punto denunciato, la
conferma arriva dal Tribunale dei
diritti del malato, pronto a segnalare: «La spesa sostenuta privata-
mente dai cittadini per prestazioni sanitarie in Italia è al di sopra
della media Ocse: 3,2% in Italia, a
fronte di una media del 2,8% negli
altri paesi industrializzati». Il motivo è semplice: fra ticket, superticket e liste d'attesa, alla fine il privato diventa più conveniente - e
tempestivo - del pubblico.
Quanto alla rinuncia alle cure,
la stessa Cittadinanzattiva ricorda
che un italiano su quattro non riesce ad accedere a servizi e prestazioni sanitarie a causa "di liste di attesa e ticket, e in parallelo il Censis ha registrato che 1141% delle famiglie ha rinunciato ad almeno
una prestazione sanitaria nel corso del 2015.
Infine lo stesso ministero della
salute ha certificato che, nel 2014,
solo solo 8 Regioni su 21 hanno garantito il rispetto dei Lea, i livelli
essenziali di assistenza.
Pagina 5
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Sanità nazionale
Pagina 6
TAS SE TIC
T
Un sistema
sanitario che
taglia e spreca
Ivan Cavicchi
Hanno rotto il patto»
e cittadinanza attiva con questo slogan si mobilità contro i tickets
e lancia una petizione popolare perla loro abolizione. L'allusione è al tanto chiacchierato
Patto per la salute (14 luglio
2014) al quale non abbiamo
mai creduto definendolo su
questo giornale un «pacco« più
che un «patto» e che soprattutto ai cittadini ha fatto tante promesse senza mantenerne nessuna. Anzi ha loro regalato un
superticket sulla ricetta di 10
euro. La realtà nuda e cruda è
che in Italia si campa meno di
quello che si potrebbe campare e guarda il caso questo dato
coincide con quello che registra la crescita di coloro che a
causa dei ticket rinunciano alle
cure(nel 2015 F l l% dei cittadini) La grande mobilitazione di
cittadinanza attiva ha coinvolto 110 città del nostro .paese e
avrebbe meritato una complicità politica più grande soprattutto da parte dei sindacati confederali, dei pensionati e dei consumatori. Acquista quindi particolare significato l'adesione
alla mobilitazione del M5S.
Nel frattempo Active Citizenship Network, la rete europea
di Cittadinanza attiva ha incentrato la celebrazione del decimo anniversario dell'European Patients' Rights Day su tre
punti: la salute come bene comune; lotta agli sprechi in tutti
i sistemi sanitari; i cittadini, le
istituzioni, le professioni i servizi cioè i multistakeholder come problem solvers.
Ecco il paradosso tragico: da
una parte sistemi sanitari che
sprecano, spendono male,
non sono capaci di innovarsi, e
dall'altra la risposta della politica anche di quella nostrana: tagliare sulle tutele pubbliche,
definanziarle e mettere un ticket per compensare le diseconomie dei sistemi sanitari facendolo pagare ai cittadini. Ma
cosa è un ticket? Cosa è uno
spreco? Il primo è una tassa
per definizione iniqua sui bisogni e sulle necessità cioè sulla
domanda di cura, il secondo è
un costo ingiustificato dell'offerta di cura che tradisce tanto
i bisogni che le necessità. Ma
oltre ai ticket ci sono le liste di
attesa, diventate di fatto sistemi subdoli per selezionare la
domanda in barba a quanto di-
Sanità nazionale
cela nostra Costituzione. L'universalismo selettivo già oggi
passa per le liste di attesa. Chi
ha i soldi non aspetta in lista di
attesa ma va nel privato o accede alla libera professione intra
moenia. Chi resta nella lista sono i più deboli quelli che devono avere fortuna per cavarsela.
Un cittadino su quattro non
riesce ad avere accesso ai servizi pubblici.
La prospettiva è fosca. Anche l'ultimo Def ha confermato l'intenzione del governo di
procedere con il definanziamento progressivo della sanità
pubblica. Il che vuol dire che
nel giro di tre anni il fabbisogno finanziario della sanità dovrà ridursi di imperio di un
punto e mezzo -in rapporto al
Pii. Dopo i riordini regionali
sulla riduzione del numero delle Usl e le misure che hanno eliminato migliaia e migliaia di
posti letto, e la grande operazione di decapitalizzazione del
lavoro, è la volta del taglio dei
consumi. Rispetto al definanziamento del governo i ticket
non bastano, non bastano le liste di attesa, il blocco del turn
over il taglio dei servizi. Il cosiddetto decreto appropriatezza
ha riducendo diagnostiche e terapie privatizza anche in questo caso un pezzetto di tutele.
E il peggio il grosso deve ancora venire e si chiama «medicina amministrata».
Pagina 7
Curare il dolore è un coman damento
Un decalogo per prevenire e alleviare le sofferenze fisiche (e psicologiche) dei propri pazienti è il nuovo giuramento dei_
evo curare il dolore: è il «comandamento»
principale del decalogo stilato da 44 medici
di altrettanti centri d'eccellenza in Italia specializzati nella terapia del dolore. Il documento li impegna ad alleviare le sofferenze dei
propri pazienti, e a farsene carico. Una vera
dichiarazione di guerra al dolore, ma anche
un nuovo giuramento di Ippocrate da rispettare.
Il decalogo, controfirmato da 200 tra i più riconosciuti terapisti del dolore e reso possibile da un
grant di Grünenthal Italia, farmaceutica specializzata
nelle terapie antalgiche, è stato depositato all'Assemblea generale delle Nazioni Unite da Guido Fanelli,
primario di anestesia e ordinario dell'Università di
Parma, nonché direttore scientifico Biogenap del
Cnr e della Fondazione Ant. Non solo: una copia
del manifesto è stata consegnata nelle mani di Papa
Bergoglio a Roma.
«Una forte operazione a sfondo etico che vuole
risvegliare le coscienze e far prendere atto che non
dobbiamo accettare supinamente il dolore come
sintomo inevitabile. La sofferenza è sempre inutile»
afferma Fanelli, «padre» della legge 38 del 2010,
quella che tutela il diritto del cittadino ad accedere
Guido Fanelli,
primario
di anestesia
e professore
ordinario
all'Università
di Parma.
Antonio Corcione
consegna a Papa
Francesco
l'impegno contro
il dolore dei
medici italiani.
Sanità nazionale
medici , presentato aneck a zápa Sergoglio_
alle cure palliative e alla terapia del dolore. «La legge
38 non è ancora attuata in tutte le realtà ospedaliere,
e viene applicata in modo diverso da ogni regione,
con colossali disparità: c'è un 30 per cento della
popolazione che non accede al sistema perché le
Regioni sono inadempienti» continua Fanelli. Inoltre
il 40 per cento dei pazienti non riceve un adeguato
trattamento del controllo del dolore.
Il decalogo, oltre a ricordare ai cittadini che è
un loro diritto non soffrire , è un monito rivolto ai
medici per ribadire che il giuramento che hanno fatto
li obbliga a stare vicini ai pazienti. «Non è giustificato
soffrire dopo un intervento chirurgico, abbiamo il
dovere di prevenire il dolore, con una terapia idonea
da modificare in base alla risposta del soggetto»
precisa Antonio Corcione, direttore anestesia e rianimazione all'ospedale Monaldi di Napoli e presidente
della Siaarti, società italiana di anestesia analgesia
rianimazione e terapia intensiva (è stato lui a presentare al papa il documento). «Nel post operatorio
l'unico parametro da segnare in cartella dovrebbe
essere l'intensità del dolore e come si è intervenuti
per curarlo: ci sono farmaci e trattamenti per evitarlo,
ma persiste un problema culturale contro gli oppioidi
a favore degli antifiammatori fans che funzionano
meno e danno più complicanze» sostiene Corcione.
I derivati della morfina in Italia, nonostante la legge
38, sono infatti ancora demonizzati: il consumo di
farmaci oppioidi è di 1,70 euro per abitante contro i
dieci della Germania e i cinque della Francia, mentre
siamo il secondo consumatore mondiale di fans.
Il dolore ha tre aspetti fondamentali: origine, intensità e durata. Quello acuto corrisponde a un danno
dei tessuti, limitato nel tempo, quello cronico, che
dura da più di tre mesi, diventa malattia. Nel 95 per
cento dei casi è di tipo articolare, il restante è causato
dal cancro. In questo caso il sollievo ha anche un forte
supporto psicologico: «Un malato di tumore se non
ha dolore accetta meglio la malattia e le cure» dice Fanelli. Aspetti etici dunque ma anche economici: il 20
per cento della popolazione italiana ha dolore cronico
(12 per cento artrosi), con una spesa di 3,2 miliardi
per la cura e un grande impatto per la produttività.
Pagina 8
rJ
I I documento
dei medici contro
il dolore è stato
consegnato anche
all'Assemblea
generale delle
Nazioni Unite.
Ma perché coinvolgere il
Papa? «Il decalogo si rifà alle parole delle da
Francesco in Bolivia:
bisogna ascoltare le
persone che soffrono,
è fondamentale dedicare loro attenzione,
farle sentire più serene; essere partecipi al loro dolore, che
non è una espiazione
dei propri peccati» risponde Corcione.
«La nostra azienda,
specializzata nelle terapie
antalgiche, da anni porta avanti
una battaglia culturale per il diritto
a non soffrire» dice» Thilo Stadler, general manager South Europe and Nordics
di Grünenthal . «È una sfida che trascende
la dimensione clinica e terapeutica e assume una
valenza etica . La consegna al Papa e alle Nazioni
Unite rappresenta la materializzazione di questo
sforzo comune , al quale siamo orgogliosi di aver
potuto contribuire».
«Inoltre» aggiunge Fanelli «volevamo sfatare
la falsa leggenda che la Chiesa osteggia la terapia
del dolore e gli oppioidi : già papa Woytila raccomandava di assistere e garantire la dignità della
persona fino in fondo . Adesso vorremmo che il
decalogo ricevesse l'endorsement anche delle altre
confessioni religiose ».
(Angelo Piemontese)
.if idccafti_qo
Sono un trtcdi.e o e ri<pelCcr if giuramento di Ìppocratc
Devo curare il âùre
Devo prertdcrrrr ì ctaraa dcfla saaffert.nzr che dcrïva duf af£Tfiare
V
J
Devo operare per il fiencsserc áfaa persona
Devo considcrare irrtpreseirtdìfiìfe fa qruzfitá [itfl!e curc
Devo trnpegnrtr9ni a ncFie .4ia garantito f'a.cc4: ,saa aite
cure a tutte Ëe pcr..k3rrc ovunque essi si trovino a
rtascrre. e ar viverr-
XT.
Devo evitare le di.seguíLgiiattze e curare tutte fe per;;orre,
sertzca a{tstirzìurte di etaï, genere, etnia e reUgtarte
VIIi.
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IX.
Devo ear4ffiqAre e prornttovere if sapere e le conoscenze
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© RIPRODUZIONE RISERVATA
Sanità nazionale
Pagina 9
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i *n affítto, si
niente reato uni*versale
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sconfíttí gli* ultrà cattolicì>
Passano con un compromesso le mozioni Pd, c e M5S
e spianano la strada al via libera sulle Unioni civili
CARMELO LOPAPA
LA LEGGE 40
L'utero in affitto è
già vietato in Italia
dalla legge 40
sulla
fecondazione
assistita
LE 8 MOZIONI
Quelle discusse
alla Camera ieri
sull'utero in affitto.
Passano i
documenti di Pd,
Ncd, Si e parte di Fi
LE UNIONI CIVILI
La legge Cirinnà
approvata al
Senato è in
calendario (con
fiducia) alla
Camera per il 12
ROMA. L'utero in affitto in Italia
non viene messo al bando, anche
perché già vietato dalla legge 40
sulla fecondazione assistita. Ma
non passa nemmeno l'invito al governo a trasformare la pratica, diffusa in diversi paesi, in reato internazionale, come alcuni cattolici e
l'ala destra di Montecitorio avevano proposto. Dopo ore di dibattito
su un ventaglio di mozioni proposte da quasi tutti i gruppi, alla Camera passa una sorta di grande
compromesso. Lo siglano soprattutto Pd e centristi di Ncd, all'interno
della maggioranza.
Le loro mozioni di "mediazione"
vengono approvate entrambe col
sostegno congiunto. E questo finisce con lo spianare la strada (già in
discesa) del voto finale sulle Unioni
civili con annessa fiducia, in calendario per il 12 maggio. Disco verde
anche per quelle dei Cinque stelle e
sì parziale per quelle di Fi e Sinistra
italiana.
I centristi di Alfano, il capogruppo Maurizio Lupi in testa, hanno
preteso e ottenuto che prima di
quella data venisse approvato il loro documento che impegnava il governo a mettere rigidi paletti contro l'utero in affitto. In realtà, la mozione originaria - dopo la lunga
mediazione tra lo stesso Lupi, con
Gli alfaniani avevano
chiesto di votare il loro
documento in cambio del §í
al ddl Cirinnà
Paola Binetti e i Pd Ettore Rosato e
Titti Di Salvo -viene smussata, l'espressione "messa al bando internazionale" non compare più nel testo finale. In cui invece si chiede al
governo «di assumere iniziative anche a livello internazionale affinché la surrogazione di maternità
sia riconosciuta come forma di
schiavitù». Allafine passa coi voti
dei deputati dem e non solo. Mentre vengono bocciate a maggioranza proprio le mozioni che contengono l'espressione "messa al bando internazionale": quella di Eugenia
Roccella di "Idea", della Lega, di
Fdi, di Scelta civica e di Dellai. Ampia maggioranza per la mozione
Pd, primi firmatari proprio Rosato
e Di Salvo. Il documento si tiene su
un piano generale e impegna tra
l'altro l'esecutivo Renzi ad «attivarsi per la protezione dei diritti del
bambino». A fine seduta Lupi parla
di «successo politico» e di «ampia
maggioranza contraria all'utero in
affitto», annunciando per oggi la
presentazione di un ddl sulla messa al bando della pratica.
Ma coi voti dem passa anche la
mozione di Sinistra italiana (contrasto a ogni forma di pratica clandestina di gestazione per altri) e
parte della mozione Carfagna relativa alla tutela dei bambini. Giovedì prossimo il via libera alle Unioni
civili.
U NIVRODULONE NISENVAIA
Una manifestazione in favore della legge sulle unioni civili
Sanità nazionale
Pagina 10
Dall'inchiostro per cerchiare i l punto esatto
sul quale intervenire alla verifica dell'identità
del paziente. Ecco la c eck-list salvavita in sala operatoria
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nell'ospedale
Cittadino viene
asportato il rene
sano a un paziente
60enne,
che dovrà essere
rioperato a quello
con il cancro
ROMA A volte basterebbe un
pennarello nero. Lo dicono anche gli esperti: nell'era della medicina super tecnologica, dei
macchinari sofisticati e delle
procedure blindate, avrebbe
senso ricordarsi di fare un segno
di inchiostro sul corpo del paziente prima di entrare in sala
operatoria. Si eviterebbe così di
intervenire sul ginocchio sbagliato, di passare il bisturi sul
fianco del rene sano, di preparare la protesi per la spalla che funziona, insomma di commettere
uno degli 80 gravi "errori di lato" registrati ogni anno in Italia
MILANO
Il28aprile una
donna incinta di due
gemelli muore
alla Mangiagalli.
La procura indaga
4 persone. I medici
hanno cercato
inutilmente di far
nascerei bambini
CATANIA
Due medici
dell'ospedale
Garibaldi sono stati
rinviati a giudizio
a fine aprile
per aver operato
un paziente
pazienti l'anno operati nel posto
sbagliato, uno ogni quattro giorni. Casi dai quali originano processi, sospensioni, cause di risarcimento. Lo sanno bene all'ospedale di Lucca dove a metà aprile
un urologo ha asportato a un paziente il rene sano e lasciato intatto quello malato di cancro.
Gli errori chirurgici rappresentano circa un terzo di quelli
che avvengono negli ospedali.
Secondo una ricerca condotta in
alcune delle più grandi strutture italiane qualche anno fa, ma i
cui risultati sono ritenuti ancora
validi, dannegerebbero circa
150mila dei 4 milioni sottoposti
a intervento. Ovviamente molto
spesso si tratta di problemi banali, che magari si risolvono in
qualche giorno, ma talvolta invece il malato muore. Uno degli
sbagli più diffusi ha a che fare
con "strumenti o altri materiali
lasciati all'interno del sito chirurgico", secondo la dicitura del
ministero. E circa sei volte più
frequente dell'errore di lato.
La signora Anna Maria Casadei ha intuito già molto tempo
fa l'importanza di fare un segno
sulla parte del corpo da operare.
«Nel 1994 ho fatto un intervento a un seno e prima di entrare
in sala ci ho disegnato sopra una
margherita - racconta - Poi
nel 2008 ho fatto la stessa cosa
su 8 milioni di interventi tra
quelli in regime di ricovero e
quelli ambulatoriali.
Il linguaggio burocratico degli ospedali li chiama proprio così, "errori di lato". Sono figli delle simmetrie del nostro corpo,
assai meno rari di quello che si
potrebbe pensare. Quanti ne avvengono? Quando si entra nel
campo degli sbagli del sistema
sanitario i dati ballano. Colpa
della scarsa voglia di segnalare i
sinistri da parte dei medici e degli ospedali. Comunque, secondo le ricerche internazionali, capitano più o meno una volta
ogni 100mila interventi. In Italia significa appunto almeno 80
al ginocchio
sbagliato, il sinistro
Sanità nazionale
Pagina 11
chirurgo non poteva sbagliare».
Certamente non lo sapeva, ma
la signora Casadei ha anticipato
un protocollo medico. Per evitare gli errori in sala, ormai molti
ospedali chiedono che i chirurghi prima dell'inizio dell'intervento compilino una "check list", fatta propria anche dal ministero della Salute. Si tratta di verificare il compimento, spuntandole su un foglio, di una serie di
operazioni. Tra queste c'è la
somministrazione di terapie antibiotiche e anti coagulanti, il
controllo delle lastre ma anche
dell'identità del paziente, e la
descrizione dell'intervento. Ma
c'è anche, appunto, l'accertamento "che il sito chirurgico sia
stato marcato".
Come spiega Riccardo Tartaglia, coordinatore del Comitato
delle Regioni per la sicurezza
delle cure, «negli Usa ci sono
campagne pubblicitarie dove si
mostra il chirurgo che, talvolta
anche insieme al paziente, trac-
cia un segno sula zona da operare». Una precauzione che sembra banale, ma che viene presa
molto sul serio e purtroppo non
S`[',A i ,
sempre è rispettata. Un po' come il lavaggio delle mani degli
operatori sanitari per evitare in-
fezioni nei malati.
La cultura della segnalazione
dell'errore non è ancora sviluppata nel nostro Paese. E infatti
dal 2005 al 2012 sono stati comunicati al ministero soltanto
1.900 eventi sentinella, tra i quali gli errori di lato sono appena
26. Del resto ci sono Regioni che
non inviano i dati degli errori in
corsia. «Da noi non si dice di
aver sbagliato per paura di perdere la reputazione con i colleghi, per timore delle conseguenze legali, per la poca disponibilità a discutere dei pochi sbagli»,
dice sempre Tartaglia, che fa anche parte della task force istituita dal ministro Beatrice Lorenzin dopo il caso della piccola Nicole, la neonata morta a Catania
nel febbraio 2015. Si tratta di un
gruppo di esperti che interviene
sui casi, sospetti, di errore grave. L'intento è quello di trovare
cosa non ha funzionato nelle procedure e raccogliere informazioni per evitare che eventi del genere si ripetano. «Qual è la pri-
ma giustificazione che adduce
chi ha sbagliato? Che nella sua
carriera una cosa del genere
non era mai successa», racconta
Tartaglia. Anche Gianluigi Melotti, presidente onorario dell'Acoi, associazione dei chirurghi
ospedalieri, sottolinea come «la
raccolta dei dati non funziona.
Gli errori di lato segnalati sono
meno di quelli che avvengono.
Anche perché non hanno sempre a che fare con organi o grandi articolazioni, ma anche con
varici o ernie». Su un punto gli
esperti sono tutti d'accordo.
Non basta lo sbaglio di un solo
medico per provocare il disastro. «Quasi sempre è un fatto
che riguarda più professionisti
- dice Andrea Pietrabissa, chirurgo di Pavia con alle spalle
5mila interventi - Ormai lavoriamo per procedure, ci sono
controlli multipli per ciascun paziente. Servono a ridurre il ri-
schio di qualcosa che continuerà a succedere ma che dobbiamo rendere meno probabile». In certi casi anche
grazie a un pennarello.
QaiaaoouZIoweaisERv
-
"Una carriera lunga 20 anni
bruciata con un intervento
su una parte del corpo sana"
Ho parlato
subito
a i parenti
del malato
e mi sono
preso
tutte le colpe
ROMA, «Quando succede, ti crolla il mondo addosso. Il tuo
passato improvvisamente vale zero. E sai che domani sarai massacrato». Anche guardando dalla prospettiva del
chirurgo, l'errore medico è disperazione e angoscia. A raccontare come ci si sente è un dottore che ha operato un paziente all'organo sbagliato e chiede di restare anonimo.
Quando si è reso conto di ciò che era successo?
«Durante l'intervento. Appena ho capito, mi è crollato
il mondo addosso. Tutto quello che puoi aver fatto per
vent'anni di carriera, le migliaia di persone che hai visitato, la stima dei colleghi: finisce tutto».
Che cosa è successo in sala?
«Hanno perso tutti la rotta. Mi sono sentito come il comandante di una nave che stava affondando. Ho provato
a tranquillizzare gli altri dicendo che la responsabilità era
solo mia e me la sarei presa».
Ha parlato con i parenti del paziente?
«Dormiva ancora quando sono uscito dalla sala per spiegare ai familiari cosa era successo, senza omettere niente.
Non sapevo cosa mi aspettava, magari un pugno in faccia.
Mi sono scusato e loro alla fine hanno capito».
E dopo ?
«Il giorno dopo è pure peggio. Sono nato per salvare le
persone e invece ho fatto un casino. Sapevo che un uomo
stava male per colpa mia. E questo è peggio del percorso
giudiziario da affrontare».
Ha ripreso subito a operare?
«Si, se ci si ferma è peggio. Ma tutte le mattine, quando
entro in sala, prima penso a quel paziente. Ormai fa parte
della mia vita».
(mi.ba.)
Sanità nazionale
Pagina 12
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non gravi
Le cause di danni ai malati
più segnalate in Italia
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Sanità nazionale
Pagina 13
"Impossibile azzerare i rischi
ma l'ansia da prestazione
rende tutto più complicato"
GIUSEPPE DEL BELLO
NAPOM, Francesco Corcione è presidente della Società italiana di chirurgia e primario dell'Azienda ospedaliera Monaldi di Napoli. E mette le mani avanti: «Bisogna distinguere. Tra errore, come dimenticare una garza o una pinza in addome che comporta un danno al paziente, e complicanza, la conseguenza di una fatalità imprevedibile che
può sopravvenire anche dopo avere eseguito un intervento tecnicamente perfetto».
Perché i chirurghi sbagliano?
«Ci sono meno errori che in passato. Ma oggi c'è grande
attenzione anche mediatica. Va detto però chiaramente
che gli errori sono parte del nostro lavoro, una componente ineludibile. Noi chirurghi possiamo mirare a ridurre al
minimo il rischio di sbagliare, ma mai potremo avere la
presunzione di azzerarlo».
Insomma, gli errori sono giustificabili?
«No, chi sbaglia, sbaglia. Ma oggi anche in sala operatoria a inizio e fine intervento si fa la check-list, l'elenco di
ferri e presìdi utilizzati. E dobbiamo identificare col paziente la patologia da cui è affetto e il lato da trattare».
Tutto bene, allora?
Non sono
gli errori
a essere
ma
l'attenzione
sul nostro
lavoro
cresciuti,
«No, cl danneggiano i continui solleciti a produrre. Così
come pesa la riduzione di fondi. Se sei costretto a lavorare
in modo frettoloso e angosciante perché a fine anno devi
fornire la dimostrazione numerica di quanto hai fatto, le
conseguenze si sentono. E poi serve una migliore comunicazione tra i componenti dell'équipe, l'informatizzazione
della cartella clinica e delle procedure da eseguire, fino alla prescrizione di farmaci».
3 RIVRGIJULIGNE RISENVAI A
Sanità nazionale
Pagina 14
Usa, più mod persvïste dei medici
che per incidenti aerei e overdoG
D iagnosi app ross i mative, farmaci i na Yo Ylati e d istrazioni de i ch i ru rgh i
hanno ucciso 250 mila persone nel 20 13 diventando la terza causa di dec
N i > Gli errori più vistosi sono
quelli dei chirurghi: tra il 1990 e il
2010 hanno operato 2413 pazienti
nella parte sbagliata dei corpo, hanno dimenticato 4857 oggetti (soprattutto spugnette) nelle pance dei malati e in 27 casi hanno infilato il bisturi nel corpo di un paziente che non
aveva bisogno di quella operazione.
Ma la maggioranza dei 251.454 americani morti nel 2013 per gli sbagli
dei medici è stata vittima di circostanze molto più banali: sviste, farmaci non idonei o in quantità eccessive, analisi di laboratorio approssimative, piaghe di decubito sottovalutate. Quel che è sicuro, comunque, è
che gli errori sanitari sono diventati
la terza causa di mortalità negli Stati
Uniti dopo le malattie cardiovascolari e il cancro. Nel complesso uccidono
più persone dell'Aids, il cancro al seno, gli incidenti aerei e le overdose
calcolati tutti insieme.
«E un'emergenza che va affrontata e superata», dice Martin "Marty"
Makary, il chirurgo dell'ospedale universitarioJohn Hopkins di Baltimora
che ha guidato il team di ricerca sugli
errori medici.I cui risultati, pubblicati ora su TheBmj, il prestigioso exBritish medical journal, hanno inevitabilmente sollevato grandi polemiche
al di là dell'Atlantico, anche perché i
medici americani si considerano,
con una certa presunzione, i migliori
del mondo. Qualcuno ritiene che le cifre siano esagerate: sono più del doppio delle stime che circolavano prima dell'ultima ricerca. Ma Martin
Makary e i suoi collaboratori sono
convinti dell'accuratezza dello studio, anche se sottolineano per primi
Sanità nazionale
l'importanza di cambiare i sistemi di
registrazione delle "morti per cause
evitabili", come vengono chiamati
gli errori medici.
Adesso i certificati di morte compilati da medici e ospedali, i cui dati poi
confluiscono nel Cdc (Centers for desease control), l'istituto federale di
Atlanta, devono riportare (anche
per fini assicurativi) il motivo per cui
il paziente è stato ricoverato in clinica o ha chiesto l'intervento delle
strutture sanitarie. Così, però, se per
caso il paziente aveva una polmonite
al momento del ricovero, sarà quest'ultima a figurare come la causa
del decesso e non, ad esempio, l'eventuale piaga da decubito o un farmaco
somministrato in modo sbagliato.
Le autorità americane dicono che
questo è l'approccio usato anche a livello internazionale. Il difetto? Che
non permette un'attenta valutazione degli errori e quindi dei metodi
per porvi rimedio. Di qui l'ipotesi di
Makary e del suo collega Michael Daniel: i certificati dovrebbero specificare se la morte poteva essere evitata.
Così i dati sarebbero più precisi e si farebbe di più per combattere il fenomeno della malasanità.
In particolare, dicono ancora i ricercatori del John Hopkins, alcune
criticità verrebbero alla luce: a cominciare dalle piaghe da decubito
che sono all'origine di mezzo milione
di ricoveri all'anno, di cui circa 50mila sfociano nel decesso dei pazienti,
per lo più anziani e malati di mente.
Il team che ha condotto
la ricerca: oltre 50 mila
vittime soltanto
dalle piaghe da decubito
Certo, il bilancio complessivo degli errori fa paura. Si sapeva che la
prima e la seconda causa di morte negli Stati Uniti erano rispettivamente
i problemi al cuore, che nel 2013 hanno portato a 611 mila i morti negli
Usa per questa causa, e il cancro
(585mila decessi). Ma è stata una
sorpresa che il numero dei morti per
un errore superasse le 250mila unità: cioè molto più dei suicidi (41mila), delle malattie respiratorie come
la polmonite (149mila), degli incidenti d'auto (34mila) o delle morti
per armi da fuoco (34mila ).
Qualcuno insinua che sarebbero
proprio i medici a fare resistenza, opponendosi a un nuovo sistema per registrare gli errori nel timore che possa danneggiare molte carriere. Ma
secondo Makary dovrebbero essere i
primi a rallegrarsi: perché responsabilità e problemi gestionali diventerebbero più chiari, a beneficio di tutti.
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OPE RAZIONI SBAGLIATE
Tra il 1990 e il 2010,
gli interventi fatti nella
parte sbagliata del corpo
Sanità nazionale
OGGETTI DIMENTICATI
Soprattutto spugnette,
nelle pance dei malati
dopo le operazioni
INTERVENTI INUTILI
I casi in cui sono stati
operati pazienti che non
ne avevano bisogno
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N
Gli investimenti
non crescono:
«Sanità 2.0»
avanti piano
di Roberto Turno
on è più un miraggio, ma sicuramente non è ancora realtà.
Non è un sogno, ma resta una
grande incompiuta. Mentre la
tecnologia avanza e le imprese guardano
e producono occasioni per il futuro, per
la qualità della salute, e perché no, per far
risparmiare soldi pubblici, la «sanità
2.0» in Italia avanza piano, non quanto
potrebbe e dovrebbe. Tanto meno avanza ai livelli dei nostri partner europei di
riferimento. Il racconto dello stato dell'arte nel 2o15 della sanità digitale, è stato
scritto dal Politecnico di Milano col suo
«Osservatorio innovazione digitale in
San ità», nel rapporto presentato ieri nell'ateneo lombardo.
Un rapporto a tutto tondo, che ha investigato tutte le realtà del pianeta e-health
italiano che per tanti versi resta ancora
sconosciuto ma che tra tante debolezze
comincia a far emergere punti di forza e
di crescita. E di coscienza di quel che serve per costruire un sistema sempre più
avanzato. Intanto il valore dell'investimento nel Ssn, che è in un certo senso la
stella polare del possibile e del realizzabile per dare davvero carne e ossa alla sanità che guarda alle chance offerte dalla
tecnologia. E le mette in pratica. Ebbene,
l'anno scorso l'investimento totale è stato di 1,34 miliardi, l'1,2% dell'intera spesa
sanitaria pubblica: un valore di "mantenimento" rispetto all'anno prima, anzi
addirittura leggermente inferiore per 30
milioni. Come dire: la spesa non è andata
indietro, ed è già qualcosa, ma sicuramente non è cresciuta. Un indizio non
esattamente positivo, sebbene non può
essere trascurato lo stress in sede locale,
ma anche nazionale, per effetto dei tagli
al Ssn anche nel 2015.
Eppure tutti - tecnici, osservatori, amministratori, medici - indicano proprio
nel livello di finanziamento una delle
chiavi decisive per far girare davvero la
mitica «sanità 2.0». Anche se non basteranno solo dosi più o meno massicce di
maggiori risorse. Mancano ancora un feeling diffuso daparte di medici e operatori, un'alfabetizzazione vera e propria, lo
spirito d'iniziativa, una partecipazione
più consapevole da parte dei cittadini.
Sebbene, come sempre, la popolazione
più anziana sia quella che difficilmente e
con fatica dialoga e naviga in rete per la
Sanità nazionale
sua salute. E poi manca, come sempre in
sanità, un cammino omogeneo per tutte
le regioni, la capacità di dialogare anche
tecnologicamente, unapercezione uguale e pari attività tra Nord e Sud d'Italia.
Con il Sud che spesso anche perla digitalizzazione della sanità resta una specie di
anatra zoppa. «La velocità d'attuazione è
ancora modesta e disomogenea, inadeguata rispetto alla portata e all'urgenza
delle sfide in gioco. Serve una governance partecipata e responsabile a tutti i livelli», chiosa Mariano Corso, responsabile dell'Osservatorio del Politecnico.
I risultati sul campo sono d'altra parte
difformi a seconda anche delle aree specifiche della digitalizzazione. Sulla cartella clinica elettronica si investe di più
(64 milioni, +10% sul 2014) e potrebbe
crescere ancora quest'anno del 43% secondo le stime degli operatori. Perla telemedicina, altra possibile chiave di volta,
laspesaè di2o milioni, in crescitade124%,
con tele-consulto e tele-salute che figurano tra le soluzioni più diffuse nelle
aziende sanitarie. Peccato che ancora
non basta, che serve molto di più, considerata lavastagamma di applicazioni che
potrebbe riservare a benefici dei pazienti, in primis i cronici, ma non solo.
Come non basta, anzi resta ancora per
troppi nel vago, il fascicolo sanitario
elettronico, quello che conun clickfa conoscere a chi è abilitato lo stato di salute,
il passato e il presente, anche dei consumi sanitari, di tutti noi. Peccato che appena il 5% degli italiani lo ha utilizzato,
anche se il 23% sa cosa sia e l'8% ha chiesto informazioni. Intanto appena sei regioni (Emilia Romagna, Lombardia, Toscana, Sardegna, Valle d'Aosta e Trento) lo hanno attivato e in altre il è invia di
sviluppo. Mentre tutto è fermo in Campania, Sicilia, Calabria e a Bolzano. Eppure il dialogo digitale tra medici di base
e pazienti sembra crescere. Con ilboom
di WhatsApp da parte dei medici di famiglia e un crescere di scambi di sms e
mail. Chissà se le code calano di conseguenza e la chiarezza migliora. Ma certo
ancora non basta. Senza scordare che da
due anni si attende il provvedimento sul
«Patto perla salute digitale» tra ministero e regioni. Ancora tutto tace, non è dato sapere perché.
ORI PRO DOZIONE RISERVATA
Pagina 17
I DIECI PRODOTTI
ALIMENTARI PIU'
IMITATI
I DIECI MARCHI
PIU' IMITATI
Cili
® industria del «tarocco» non conosce limiti
e non conosce crisi. In
Italia (e nel mondo) si falsifica
di tutto: dalle scarpe ai capi di
abbigliamento, dai medicinali
(a cominciare dal Cialis) all'elettronica di consumo, e poi
gioielli, occhiali e profumi, sigarette, giocattoli, cd e dvd.
Secondo le ultime stime si
tratta di un mercato parallelo
che solo nel nostro Paese vale
circa 7,5 miliardi di euro e che
sottrae ben 17,7 miliardi alla
produzione legale causando
una perdita di 100 mila posti.
Le calzature sono in assoluto il prodotto più imitato, ma
la contraffazione non risparmia settori come la rubinetteria, i ricambi auto o gli strumenti per la diagnostica medica. Gucci, Chanel, Prada,
Vuitton i marchi del lusso più
taroccati, assieme ad Apple,
Nike, Disney ed Adidas.
«Ormai il 90% di queste
merci arriva da fuori - spiega
Mario Catania di Scelta civica, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione -. C'è stata una fase,
quella dell'artigianato della
contraffazione», in cui il fenomeno aveva radici italiane e
una sua filiera tutta nazionale.
Oggi il prodotto contraffatto
arriva in gran parte dallAsia,
GUCCI
Olio
extravergine
di oliva
Mozzarella
di bufala
campana
Aceto
balsamico
Prosciutto
crudo
di Parma/
San Daniele
ï;
Sanità nazionale
Parmigiano
Reggiano/
Grana Padano
Pasta
Vino
Fontina
Miele
Pomodoro San Marzano
Farmaci e formaggi falsi
Un'industria da 7,5 miliardi
Il business del "tarocco" costa 100 mila posti di lavoro
In Parlamento si studia il modo per rivedere le norme
i1i4 ?
II valore
sottratto alla
produzione
italiana
per colpa
dei mercato
dei falso
dalla Cina ma non solo. Viene
importato dalla criminalità internazionale spesso con saldature con quella locale che fa da
sponda nelle operazioni di passaggio in dogana e nella distribuzione. In altri casi sono i cinesi a fare tutto, dalla A alla Z».
Bancarelle su strada, mercati, spiagge: ogni luogo è buono
per fare acquisti di merci fasulle. Lo scorso anno, secondo l'ultima indagine Confcommercio-
Format, un consumatore su 4
ha acquistato almeno una volta
un prodotto o un servizio illegale. In aumento rispetto al 2014
soprattutto
abbigliamento
(+11,3%), calzature (+5,9%) e
pelletteria (+2,8%). A spingere
questo tipo di acquisti sono sostanzialmente motivi di natura
economica: per il 72,1% dei consumatori «non si hanno i soldi
per comprare i prodotti legali»
mentre un altro 70% «pensa di
Secondo le
stime, il 90%
dei prodotti
contraffatti
viene prodotto all'estero,
soprattutto
in Asia
Pagina 18
fare un buon affare». Si tratta
«di una vera e propria piaga che
non si limita più solo alla clonazione di prodotti di lusso. Ciò
che è maggiormente dannoso sostiene il presidente Confcommercio, Carlo Sangalli - è la
stretta interconnessione fra
contraffazione e fenomeni quali
sfruttamento del lavoro nero,
criminalità e sommerso».
Sul settore del commercio la
contraffazione pesa per circa
3,3 miliardi. Dei 6-7 miliardi di
giro d'affari complessivo del falso 2,2 miliardi riguardano abbigliamento ed accessori, 1,8 miliardi cd, dvd e software ed un
altro miliardo l'alimentare. Se
però si proiettano su scala globale le stime relative alle falsificazioni di formaggi, salumi e vini italiani, all'insegna dell'italian sounding (dal Parmesan
del Wisconsin al Prosecco made in Crimea) si arriva all'incredibile cifra di 60 miliardi di euro, ovvero il doppio del nostro
export. E secondo Coldiretti ci
costa almeno 300 mila posti.
Soluzioni? In Parlamento,
dal Pd a Scelta civica, dalla Lega a Forza Italia all'M5s, molte
proposte di legge puntano a rafforzare le azioni di contrasto.
Per Catania si tratta innanzitutto di «aggiornare e razionalizzare le norme sui reati alzando quelle a carico dei grandi
trafficanti». Poi «occorre aumentare il coordinamento tra i
vari corpi di polizia, centralizzare i sistemi informatici e prevedere misure per contrastare
gli scambi che viaggiano attraverso i canali di e-commerce.
Pesando anche a bloccare i pagamenti a colpire i provider.
Twitter @paoloxbaroni
Sanità nazionale
Pagina 19
I POST] DL[SOL]
DELLA LEGGE CIRINNA
DONATO CARUSI*
aro direttore, il comma
40 del progetto di legge
C Cirinnà si appresta ad attribuire a ciascuno dei «conviventi di fatto» la possibilità di designare l'altro «quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati, in caso di malattia che
comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in
materia di salute». Mi occupo da
tempo di «testamento biologico», sono favorevole a una legge
che garantisca ai cittadini il rispetto delle loro dichiarazioni
preventive di non voler ricevere
certi trattamenti sanitari e ho
seguito gli innumerevoli progetti avanzati al riguardo in Parlamento, facendomi l'idea che se all'approvazione di una legge ad hoc
non si perviene non è tanto a causa dei paladini dell'indisponibilità
della vita, ma per il difetto di riflessione e la disinvoltura con cui dalle
varie parti - con salvezza di rare
eccezioni - a questo tema ci si accosta.
In una proposta di legge intitolata «Regolamentazione delle
unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze», io mi aspetterei di trovar
scritto che ai fini delle relazioni
con medici e personale sanitario
le posizioni di componente di
unione civile e di convivente sono
equiparate a quella di coniuge del
paziente. Con la formula che ho riportato, e in particolare con il ri-
Sanità nazionale
corso alla parola «rappresentante», i redattori del progetto sono
invece entrati nel pieno merito
della delicatissima materia della
legittimazione al rifiuto di cure: e a
me sembra che vi siano entrati in
maniera maldestra.
A chiunque bazzichi il linguaggio giuridico, il termine «rappresentante» evoca colui che fa valere, con effetti per il «rappresentato», una volontà propria. Ora, che
qualcuno possa aver titolo a opporsi a cure mediche indicate
non adducendo precedenti manifestazioni di volontà dello stesso
paziente attualmente incapace,
ma esprimendo una propria determinazione, e insomma in vece
del paziente, è allo stato altamente controverso - direi anzi prevalentemente negato. Il progetto
Cirinnà ha l'aria di voler dirimere
la questione in senso positivo: ma
proprio per il fatto che si tratta di
un progetto dedicato ad altro, e di
una disposizione riferita ai soli
conviventi, pare a me che l'effetto
sia piuttosto quello di aggrovigliare il nodo fino al paradosso.
Provo a precorrere quanto potrà
accadere dopo che questo comma 40 sarà assurto a legge dello
Stato: già non invidio il medico
cui non consti alcuna preventiva
dichiarazione di rifiuto del paziente incosciente, ma invece
l'opposizione all'intervento di
asportazione di un tumore, o anche a una semplice trasfusione di
sangue, da parte del convivente
che risulti investito di «pieni poteri» da un documento scritto.
Meno ancora vorrei trovarmi nei
panni di quel medico se designato all'esercizio di pieni poteri risultasse il coniuge del paziente: la
legge parla solo di «convivente»,
ma è pensabile che quanto consentito a un partner sia precluso
a un marito o a una moglie?
Quando poi a farsi avanti, sulla
base di una dichiarazione dell'interessato, come rappresentante
del paziente sarà un fratello o un
figlio, s'aprirà la stura - mentre il
malato giace in corsia - al dibattito di dottrina e giurisprudenza: il
legislatore che ha detto «convivente» può avere inteso a fortiori
anche «coniuge», ma di certo non
ha detto «fratello»; ; e però, siamo
certi che l'esclusione di fratelli e
figli non costituisca una discriminazione irragionevole?
Tutti noi siamo portati apensare, come ottimale antidoto al pericolo dell'accanimento terapeutico, che trovandoci in condizioni di
malattia terminale sia il nostro affetto più fidato a dover decidere se
staccare o meno la spina. Qui però
non si parla necessariamente di
condizioni terminali, ma di qualunque «malattia» che comporti
incapacità di decidere di persona.
A me sembra che una legge dedicata all'espressione preventiva
di scelte di cura benpossa consentire al dichiarante anche di delegare certe decisioni a un fiduciario:
ma che debba trattarsi di una persona scelta dal dichiarante tra
chiunque; e che debba trattarsi di
decisioni determinate, già prefigurate dall'interessato. Deleghe
«in bianco» e attribuzioni di «pieni
poteri» mi sembrano per contro
giuridicamente inconcepibili pur
tra persone legate dai più profondi
vincoli spirituali, perché si risolverebbero in una sorta di sottomissione personale, e per meglio dire
in una rinuncia del delegante al
proprio status personae.
Tutto ciò le scrivo, caro direttore,
per nulla a cuor leggero, essendo
io tra quanti pensano che l'ora di
varare una legge di tutela delle
unioni non matrimoniali sia venuta da un pezzo. Il passo che rimedia a un gravissimo ritardo della
legislazione ha per prezzo l'elevazione a legge di questo incongruo
comma 40.
*Ordinario di Diritto privato
nell'Università di Genova
8 RYNC NDAECUNI DIRITTI RISERVATI
Pagina 20
Volete vivere più a lungo? Non c'è scampo, bisogna studiare
ualche anno fa un fortunato slogan
pubblicitario di una compagnia teleQ fonica recitava: «Una telefonata allunga la vita». In realtà pare sia più utile un
libro. A testimoniarlo sono le statistiche
dell'Istat che, per la prima volta, hanno
messo in relazione la speranza di vita e il
titolo di studio. Cosa è emerso? Che in media, a seconda di quanto siamo rimasti sui
banchi di scuola, abbiamo più possibilità di
invecchiare. Per gli uomini è più vero che
per le donne.
Guardiamo due numeri, anche se crudi:
solo un uomo su due (il 53%) può sperare di
arrivare a 80 anni se ha la licenza elementare. Rimanendo in classe guadagnerete un
altro 6% (con la licenza media), un ulteriore
5% (con il diploma) e infine un altro 5% (se
arrivate alla laurea). Con il famoso «pezzo di
carta» la vostra speranza di spegnere le
agognate ottanta candeline sarà cresciuta
quindi fino al 70% circa. Le percentuali sono
leggermente inferiori per le donne, ma è pur
vero che queste ultime partono avvantaggiate: con la sola licenza elementare hanno
già 72,4% di speranza di arrivare a 80 anni.
Altro dato interessante: la speranza di
vita tra laureati o analfabeti comincia a
cambiare a 30 anni per gli uomini, a 40 per
le donne. E il gap è più ampio negli uomini.
Questo perché le donne, quelle delle generazioni più vecchie, spesso assumevano gli
stili di vita dei mariti, spesso con titolo di
studio più alto.
S BY NC NDALCUNI DIRITTI NSERVATI
Sanità nazionale
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Fonte: ISTAT dati 2012
Medie
Elementari
DONNE
M LA STAMPA
+6% +5% +5%
53%
Diploma
72,4%
Laurea
+5%
100%
80 %
UOMINI
60%
Laurea
GONNE
40%
UOMINI
0
20%
Elementari
La differenza
nella speranza
di vita
tra gli uomini
inizia sui 30 anni
Nelle donne
invece
èa40anni
Il titolo di studio
incide molto
meno per le donne
rispetto agli uomini
DONNr
aNrP
0%
0
Sanità nazionale
5
10
15
20
25
30
35
40
45
50
55
60
65
70
75
80
85
90
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siclgi
ro
e
LA PAURA
CHE PORTA
ANON
A nessuno piace
ammettere di essere
malato. Ma guardare in
faccia la realtà è il modo
più sicuro per stare
meglio. In tutti i sensi
di Barbara Gabbrielli
i morta recentemenbase,
io col
chirurgico, nessuna terapia tradizionale: Marina ha combattuto il cancro con rimedi omeopatici e sedute di psicoterapia secondo le teorie di Ryke Geerd Hamer, medico tedesco, guru della medicina alternativa. «Non
toglierlo, è lo sfogo di un problema psicologico», diceva
la dottoressa alla sua paziente quando si lamentava di
quel neo che continuava a crescere e a fare male. «Risolvi i tuoi conflitti interiori e passerà». Ma Marina è morta.
Sanità nazionale
Pagina 23
e se fosse depressione?
>Talvolta rifiutare di avere un problema è la spia di
un malessere importante , avverte la psicoanalista
Valeria Egidi.
Dietro a questa vicenda, triste come ogni morte
che poteva essere evitata, c'è qualcosa che riguarda tutti: la paura. Della malattia, delle cure, del
corpo che si trasforma, della morte stessa. Scoprire una falla nel nostro organismo porta con sé
moltissime implicazioni e, soprattutto, un'angoscia
difficile da gestire, che ciascuno di noi declina a
modo suo. C'è chi rimanda la visita medica accampando scuse, chi ignora il dolore, chi interrompe una cura ai primi segni di miglioramento. E chi,
come Marina, si affida al medico sbagliato. È l'altra
faccia dell'ipocondria che, al contrario, ti fa correre dal medico troppe volte. Ma l'obiettivo è sempre
scacciare la paura.
> La depressione mina la voglia di vivere e di fare.
Chi vive questa situazione tende a ignorare i segnali
del corpo , oppure a pensare che non valga la pena
darsi tanto da fare per la propria salute.
>In questi casi , è fondamentale che la persona non
venga lasciata sola . « II depresso non è in grado di
prendersi cura di se stesso , quindi lo deve fare chi gli
sta accanto» conclude l'esperta. Come?
«Intercettando comportamenti come l'eccessivo
isolamento o i tentativi di boicottare le terapie».
traccia. «C'è chi, davanti al medico, minimizza i propri
sintomi. O svilisce la figura del professionista con critiche
e sospetti. E c'è chi si intestardisce su una cura che visibilmente non funziona. Sono tutti modi per non accettare
la trasformazione», prosegue la psicoanalista.
>QUANTE SCUSE!
>QUEI MESSAGGI IGNORATI
«Malattia e morte sono due temi molto profondi
nella vita di ogni essere umano . Intorno a essi si
muovono le nostre fantasie più spaventose, quelle che ci possono mettere su una strada sbagliata
o far prendere degli abbagli », spiega Giovanna
Franchi, psicoterapeuta del Cerion, il Centro di
riabilitazione oncologica di Firenze. « I a p i " o s t -
Accade soprattutto agli uomini e agli adolescenti. I primi
non riescono ad accettare le fragilità del corpo, così non
ascoltano i suoi messaggi, preferendo riempirsi di antiinfiammatori. «Gli uomini hanno un'idea drastica della fisicità: o tutto o niente. Ecco perché invecchiano peggio
delle donne. Vivono qualsiasi limite che il corpo segnala
come una sorta di debolezza o lesione dell'immagine
virile», conferma Valeria Egidi. Una ricerca della Fonda-
w_, :sta amplifii
, no di una
ca le n c c
P
terapia ,d pro dp uia j;n r;)
r_ ', r . r'mento. Quello che sperimentiamo è una perdita di identità: non siamo più noi, siamo dei malati.
E la possibilità di trasformarci in qualcun altro può
diventare tanto inaccettabile da
farci evitare accertamenti e cure». Negare un problema di salute o segnalarlo quando è già
molto avanzato è dunque una
forma di autodifesa. Ci protegge
CONSULTA GRATIS
dal prendere consapevolezza
IL NOSTRO ESPERTO
dei nostri limiti, delle nostre imdott. Valeria Eaidi
perfezioni. Insomma, meglio
psicoanalista e
psicoterapeuta
convincerci che a noi non accaTel. 02-70300159
drà mai niente, piuttosto che
6 maggio
scoprire le implicazioni di un
ore 9-11
problema di salute. «Cause e
motivazioni possono essere
molto diverse e tanti sono anche i modi che abbiamo per autoingannarci », spiega la psicoanalista
Valeria Egidi . « Alcuni sostengono di non
v i"`_ te p po, di non poter lasciare il la-
voro o staccare dagli impegni familiari
neppure per fissare un appuntamento
con lo specialhSt. E non si accorgono di quan-
to il loro ragionamento sia illogico e irrazionale».
Ma ci sono modalità ancora più subdole e sotto-
Sanità nazionale
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zione Veronesi lo conferma : 8 su 10 non hanno mai messo piede dall ' urologo, e appena il 40% si sottopone a
controlli di routine . Per gli adoaescen'u, invece, una
ir`' I ìLl:a V- ?nfof tunio vengono vissuti come
un ostacolo alla loro voglia di crescere e di
essere indipendenti. « La debolezza , agli occhi di un
ragazzo , è qualcosa che lo riporta indietro a quando era
un bambino », spiega la dottoressa Egidi. «Ecco perché
prendono uno stiramento ma corrono ugualmente, cadono dallo scooter ma fanno gli spavaldi».
>SCELTE PERICOLOSE
E le donne? «Sono abituate ad accettare gli alti e i bassi
del corpo, ma anche loro non sono immuni a queste
paure, soprattutto in una certa fase della loro esistenza»,
aggiunge Egidi . «Accade spesso dopo i 50 anni,
quando ci si sente un po' sole, tagliate fuori
da alcune relazioni sociali e professionali. In
questo contesto , diventa più difficile non farsi suggestionare dall'angoscia di una malattia o dall'ennesimo segnale dell'invecchiamento . Così molte
donne finiscono per saltare la mammografia, trascurare un disturbo o aspettare anni prima di sottoporsi a un intervento ». E sono soprattutto le
donne a rivolgersi alla medicina alternativa (secondo l'stat il 7,5%, tra i 35 e i 44 anni, ricorre all'omeopatia), per fortuna nella maggior parte dei casi
senza arrivare a curare un cancro solo con rimedi
di tale tipo, come è accaduto alla donna di Torino.
«Davanti a patologie importanti, le terapie alternative offrono risposte troppo semplicistiche », interviene la psicoterapeuta Giovanna Franchi .«Ti dicono che ti sei ammalato perché hai un certo
comportamento o soffochi una certa emozione. E
se cambierai non ti ammalerai più. Dobbiamo prendere solo il meglio da queste teorie. vn":! l'OC-
e per rivedere la nostra vita, catre priorità e ae siitua7í0uÍi zW.
no sofferenza . Ma guai a creare
un rapporto di causa-effetto con la patologia, perché potrebbe interferire con le cure mediche».
passa
all'azione
Non è facile guardare in faccia le proprie paure.
Ma se ti accorgi (o ti fanno notare) che non ti stai
prendendo cura della tua salute come dovresti,
decidere di correre ai ripari può essere più
tranquillizzante che covare domande senza risposta.
lLiBERATI DAI DUBBI «Riflettiamo sul fatto che vivere
con il pensiero di essere malate ci fa stare più in
ansia di un esame del sangue. Non ne vale la pena»,
sostiene la psicoanalista Valeria Egidi. I nostri pensieri
volano sempre verso conclusioni negative , mentre un
po' di concretezza e di dati reali ci potrebbero aiutare
a essere più consapevoli e più sereni».
2 FATTI UN PLANNING ANNUALE Se abbiamo la
tendenza a rimandare le visite specialistiche e i
controlli di routine, segniamo sul calendario tutti gli
screening da fare nel corso dell'anno», suggerisce
Egidi. «Vederli scritti, nero su bianco , ci aiuterà a
non rimandarli».
3 NON RIMANERE SOLA Facciamoci aiutare da chi è
più bravo di noi in queste cose : il partner concreto,
l 'amica precisa, la mamma che ci può
accompagnare », conclude Egidi . «Un'altra persona ci
può convincere dell'importanza di agire subito,
oppure può prendere un appuntamento dal medico al
posto nostro e magari accompagnarci».
Sanità nazionale
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I primi 13 giorni dell'embrione
Ecco come inizia la vita umana
Osservato in vitro durante l'impianto: nessun dialogo con il corpo materno
di Anna Meldolesi
ll'inizio è un ovulo
fecondato. Poi inizia a somigliare a
una mora. Quindi
diventa una sfera
cava, che si impianta nell'utero
una settimana dopo la fecondazione. È in questa fase, detta
blastocisti, che le cellule si avviano ad assumere identità diverse. Ma proprio questo stadio cruciale dello sviluppo
dell'embrione finora era rimasto come una scatola chiusa,
inaccessibile allo sguardo degli scienziati. Il velo viene sollevato adesso da due lavori
pubblicati sulle riviste Nature
e Nature Cell Biology, che hanno riprodotto in vitro la fase
dell'annidamento in utero,
con un substrato artificiale al
posto del grembo materno. Le
sorprese non mancano, e
nemmeno gli interrogativi
bioetici.
Innanzitutto siamo di fronte
a un nuovo record. Nessuno
era riuscito a coltivare degli
embrioni per più di nove giorni, in genere anzi non si riusciva a superare la settimana. Ora
due gruppi di ricerca, uno
americano e l'altro inglese,
hanno dimostrato che è possibile spingersi fino al tredicesimo giorno, e probabilmente
oltre, fornendo agli embrioni
il giusto ambiente chimico e
una matrice adatta a cui attaccarsi.
Gli esperimenti sono stati
interrotti entro le due settimane dalla fecondazione, per rispettare le linee guida internazionali che fissano un limite
temporale massimo alla possibilità di fare ricerca sugli embrioni umani. Ma è bastato per
scoprire che il dialogo con il
corpo materno non è ancora
necessario in questa fase. GIi
embrioni sono capaci di autoorganizzarsi, seguendo un
Ricerca
I i i
etico
Gli studiosi chiedono
di ridiscutere il limite
delle due settimane
per questi esperimenti
piano di sviluppo ordinato anche in assenza di segnali esterni, più a lungo del previsto. Un
po' come succede alle molecole d'acqua che si dispongono
simmetricamente per formare
i fiocchi di neve.
Gli embrioni cresciuti in
provetta non sono delle riproduzioni tridimensionali perfette di quelli «naturali», ma
mostrano una struttura simile
con tanto di cavità amniotica e
sacco vitellino. I ricercatori
hanno notato anche alcune
differenze inaspettate rispetto
ai modelli animali, per quanto
riguarda la diversificazione
delle linee cellulari da cui poi
dipende l'organizzazione dei
tessuti. Probabilmente sono
dovute al timíng e alle modalità di accensione dei geni chiave.
La ricerca sui topi, evidentemente, non basta per farsi
un'idea precisa degli inizi della vita umana. I risultati ottenuti dal gruppo di Ali Brivanlou della Rockefeller University e da quello di Magdalena Zernicka-Goetz di
Cambridge inaugurano dunque un nuovo filone di studi
che potrebbe contribuire a migliorare le metodiche di riproduzione assistita, la comprensione delle cause degli aborti
precoci e la coltivazione delle
cellule staminali. Ma una volta
rimosso l'ostacolo tecnico all'osservazione degli embrioni
in fase post-impianto, ne restano altri bioetici e legali.
In Italia la ricerca sugli embrioni umani è vietata per legge, ma la comunità scientifica
internazionale finora ha rispettato il limite dei 14 giorni
proposto nel 1979 negli Stati
Uniti, abbracciato nel 1984 dalla commissione Warnock in
Gran Bretagna e poi fatto proprio da altri Paesi oltre che da
numerose società scientifiche.
Perché proprio questo numero, quattordici? La spiegazione più accettata è che prima di questo momento l'embrione potrebbe ancora dividersi in due o fondersi, dopo
acquisisce un'esistenza individuale grazie alla comparsa di
una struttura detta stria primitiva. Questo però non significa
che guadagni improvvisamen-
te un diverso status morale, ha
notato in un commento il bioeticista Insoo I4yun insieme
con Amy Wilkerson e Josephine Johnston.
Lo spartiacque ha funzionato come strumento regolatorio
per delimitare lo spazio per la
ricerca scientifica all'insegna
di un compromesso tra diverse sensibilità culturali e religiose. Ma è stato accettato e rispettato anche perché sembrava un limite tecnicamente
invalicabile. Adesso, insomma, potrebbe essere arrivato il
momento di metterlo in discussione, sostengono gli studiosi. Magari organizzando
una conferenza internazionale
che riunisca scienziati, giuristi
e bioeticisti, propone Nature.
0 RIPRODUZIONE RISERVATA
Pagina 26
E 1,
Ef LASTO ï.l STf
LE NORME
Eniorcrmc pir,istivo
COME SI SVILUPPA
PBELL'BàTEFPO
Gli studi
II primo è
stato realizzato
alla Rockefeller
University di
New York:
coordinato
da Ali Brivanlou
e con primo
autore Alessia
Deglincerti, ha
mimato in vitro
la fase dell'impianto in utero
II secondo è
stato condotto
dall'università
di Cambridge
e coordinato
da Magdalena
ZernickaGoetz:
ha osservato
come fino a
dopo l'impianto
l'embrione si
auto-organizza
Ricerca
AwhL
La parola
4P
ANNIDAMENTO
È la primissima fase della gravidanza:
l'uovo fecondato, arrivato allo stadio
di blastocisti, si impianta nella mucosa
uterina. In media impiega due-cinque
giorni per percorrere il canale tubarico
e rimane libero nella cavità uterina per altri
due giorni. L'annidamento inizia in genere
il sesto-settimo giorno dopo
la fecondazione ed è completato verso
il quattordicesimo. Con i due esperimenti
pubblicati adesso si è scoperto che
per diversi giorni ancora dopo l'inizio
dell'impianto non è necessario un dialogo
madre-embrione per il suo sviluppo.
LI RIPRCCUZiO'O RISERVATA
Pagina 27
FRONTIERE
L'intensità
dello stimolo
è regolabile
da un software
per telefonini
o tablet
Gli impulsi sono
trasmessi al
cervello tramite
uno strato
appuntito
ma morbido,
in gommapiuma
La cuffia
ha una batteria
ricaricabile e si
connette senza
fili ad altri
dispositivi
Le cuffie per saltare più in alto
Impulsi elettrici inviati al cervello da due sensori potenziano le prestazioni sportive.
embra l'ennesima promessa improbabile,
come la crema che scolpisce i pettorali o le
bacche che rassodano i tricipiti. Eppure dal
prossimo autunno potremo migliorare le
performance sportive indossando un paio
di cuffie. Identiche a quelle tradizionali
(con tanto di musica), con l'aggiunta di una
coppia di elettrodi nascosti al loro interno: inviano
impulsi elettrici per stimolare la corteccia motoria,
quella deputata a controllare i nostri movimenti,
consentendo ai neuroni di lavorare in modo più
efficiente e reattivo, aumentando le performance
atletiche e alla lunga il tono muscolare. Parola di
stelle del football americano, sciatori, campioni
olimpici, che confermano salti di qualità fino al 13
per cento in più rispetto a chi ha seguito un identico
allenamento senza portarle.
Si chiamano Halo Sport e saranno vendute
per 549 dollari (poco meno di 500 euro) dalla
S
Ricerca
Halo Neuroscience, start-up californiana che
ha compresso in un dispositivo dal design non
sgradevole anni e papiri di studi scientifici legati
alla sollecitazione del cervello. Principi noti in
medicina, applicabili nel recupero di pazienti
colpiti da ictus, epilessia e altre patologie, usati
dall'esercito americano per il training dei soldati.
Intorno al prodotto si sono scatenati entusiasmi e critiche: a livello agonistico è legittimo
domandarsi se esistano rischi di neurodoping, di
doping indotto dal cervello; la comunità scientifica, intanto, s'interroga sugli effetti nel lungo periodo e sui possibili pericoli per la salute. Di sicuro,
come le pillole stimolanti, le cuffie funzionano
solo se accompagnate da un adeguato e costante
esercizio fisico. Niente miracoli, nemmeno stavolta: per essere in forma, non ce la caveremo con
un paio di canzoni..
(Marco Morello)
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