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N°42 – MAGGIO 2016
La diplomazia occidentale tra Russia e Cina:
le (possibili) alterazioni
dell’equilibrio strategico globale
www.bloglobal.net
OPI Research Paper
Osservatorio di Politica Internazionale (OPI)
© BloGlobal – Lo sguardo sul mondo
Milano, maggio 2016
ISSN: 2284-0362
Autore
Mireno Berrettini
Ricercatore di Storia delle Relazioni Internazionali, Facolta di Scienze Politiche e Sociali (Dipartimento di Scienze
Politiche), dell’Universita Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Professore a contratto di Storia delle Relazioni Internazionali, Facolta di Giurisprudenza (Corso di laurea in Scienze Politiche), dell’Universita Telematica eCampus di Roma.
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Parti di questa pubblicazione possono essere riprodotte, a patto di fornire la fonte nella seguente forma:
M. Berrettini, La diplomazia occidentale tra Russia e Cina: le (possibili) alterazioni dell’equilibrio strategico globale,
Osservatorio di Politica Internazionale (OPI), Milano, maggio 2016.
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I porti di Chabahar e Gwadar al centro dei “grandi giochi” tra Asia Centrale e Oceano Indiano, Osservatorio di Politica Internazionale (Bloglobal – Lo sguardo sul mondo), Milano 2014, www.bloglobal.n
INTRODUZIONE
Il linguaggio odierno dei commentatori politici è indubbiamente caratterizzato da un
alto tasso di innovazione; sono infatti numerosi i vocaboli mutuati da altri settori o
altre discipline, come molti sono i neologismi. Non tutti hanno avuto fortuna, ma
certamente alcuni sono diventati chiavi interpretative o veri e propri strumenti analitici. Molti di questi nuovi lemmi implicitamente riguardano una trasformazione dei
rapporti tra sovranità e spazio, così come tra dimensione politica e dimensione economica. Il linguaggio attuale in poche parole è il prodotto di trasformazioni che
sfuggono alle tassonomie nominali del vocabolario tradizionale, almeno nella stessa
misura in cui le produce: e allora abbiamo imparato a conoscere “Chindia”, per descrivere l’unione geo-economica tra Cina e India che sta ridefinendo i rapporti nel
sistema della divisione internazionale del lavoro, “Chiwan” che invece ‘salda’ Cina e
Taiwan tanto dal punto di vista economico-finanziario tanto da quello culturale; infine “Chimerica”, il rapporto ‘simbiotico’ che lega reciprocamente Cina e Stati Uniti. Il
mio elenco potrebbe allungarsi, mi limito invece a menzionare “Chussia”, un costrutto analogo ai precedenti, che va a delineare il ‘vincolo’ creatosi tra Repubblica
Popolare Cinese (RPC) e Federazione Russa; si tratta di un vocabolo sicuramente
meno noto, ma probabilmente dalla portata più significativa, almeno dal punto di
vista geostrategico.
Il senso della portata della questione non è affatto presente nell’immaginario collettivo. Non lo è certamente dal punto di vista quantitativo. Una veloce indagine su
Google ci rivela come “Chussia”, nella rete, non abbia lo stesso spazio di “Chindia”.
Il motore di ricerca riporta (circa) 8.050 risultati per il primo lemma, a fronte di
(circa) 527.000 risultati per il secondo, segno che la sfera pubblica tenda a concentrare l’attenzione sulla peculiare relazione che esiste tra Pechino e New Delhi. Stesso dicasi con un altro indicatore di trendsetting, gli #hashtag di Twitter. Dal 2013 al
2014 si contano solo 7 tweet relativi alla ‘relazione’ Mosca-Pechino, a fronte degli
innumerevoli ‘cinguettii’ lanciati dal giugno 2009 relativi a quella tra Pechino e New
qualitativo, “Chussia” non venga affatto percepito come issue rilevante tra le varie
dinamiche della politica internazionale. Nell’aprile 2015 su Quora, il portale web dove gli utenti si fanno vicendevolmente domande per avere risposte sfruttando il ‘sapere diffuso’, è stato pubblicato il seguente quesito: «What will happen if China and
Russia merge together to form a single country?». Solo 5 utenti hanno dato una
risposta, ma solo una sembra essere estremamente cosciente della portata della
convergenza: a fronte dell’ironia di alcuni utenti («They will have 12 timeline hence
within a country 12 different times so go in past (literally) of a country» di Ankur
Jha e «Russia people can purchase whatever they want on Taobao, maybe free
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Delhi. Un approccio reader response inoltre conferma che, anche dal punto di vista
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charge of postage» di Rainnie Tang e «there will again be a Soviet type dissolution
in next 70-80 years from the date of formation» di Himanshu Agrawal), solo Sanjana Sitaraman scrive che sarebbe «a major threat to USA and the whole world. Certainly the global power will shift to Chussia and there is a possibility of a 'unipolar
world'. Countries could form alliances against Chussia and resist it, leading to
'World War III'!»[1].
Possiamo avere dubbi sul concetto di “Chussia”, dobbiamo però averne meno
sull’esistenza di un asse strategico tra Pechino e Mosca. Quest’ultimo rappresenta
una sfida di una magnitudo tale da costituire un interrogativo circa la stessa possibilità di mantenere in stato dinamico la balance of power e quindi un ostacolo determinate al mantenimento dell’egemonia occidentale. Quello che è stato definito
un «axis of convenience» [2], è in realtà qualcosa che trasforma molto più nel profondo la struttura delle relazioni internazionali, saldando in un ‘blocco’ una buona
parte della massa dell’heartland con una parte del segmento asiatico del rimland e
creando così un ‘ammasso’ politico-economico tale da alterare strutturalmente la
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distribuzione di potenza a livello globale.
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PARTE I
LE CONVERGENZE SINO-RUSSE
La convergenza tra Mosca e Pechino è ‘precipitata’ recentemente ma si inserisce in
un trend che consolida dinamiche di medio e di lungo periodo. In parte si è sviluppata a latere entro la cornice delle sedi multilaterali. Dal 2008, la progressiva affermazione dei BRICS non solo come categoria interpretativa dell’ascesa politicoeconomica dei nuovi attori del global south, ma anche dal punto di vista istituzionale [3], ha facilitato i rapporti ‘speciali’ tra Pechino e Mosca. In primis la creazione
della New Development Bank BRICS (NDB BRICS), e secondariamente dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) hanno rappresentato due momenti di snodo
essenziale. La Federazione Russa è rispettivamente il secondo e il terzo azionista di
queste nuove banche, l’ultima delle quali è nata su diretto impulso cinese e in cui
Pechino
mantiene
una
qualche
forma
di
primato.
In
particolare
l’AIIB
è
un’istituzione che rappresenta il cardine finanziario del progetto cinese della “One
Belt, One Road”, ovvero la ‘nuova via della seta’. L’appoggio di Mosca, che ha già
provveduto a ratificare gli AIIB Articles of Agreement [4], ha significato e significa
la compartecipazione alla costruzione di un sistema finanziario che tende a ‘sfidare’
il controllo di Washington sulle istituzioni di Bretton Woods e sulla Asian Development Bank (AsDB) [5].
Russia e Cina hanno stretto accordi per la collaborazione in quell’esplorazione spaziale che per reverse engineering significa la capacità di proiezione in ambito balistico e militare [6], ma che è altresì un target simbolico per definire lo status di rilievo di una Grande Potenza.
È infatti almeno dal 1996 che Pechino e Mosca hanno concretizzato la progressiva
convergenza anche sul piano strategico. Prima il “Treaty on Deepening Military Trust
in Border Regions” siglato a Shanghai in quell’anno e successivamente il “Treaty on
Reduction of Military Forces in Border Regions” firmato a Mosca nel 1997 hanno
san-cito ufficialmente la normalizzazione di un rapporto altalenante, deterioratosi
dell’Unione Sovietica il quadro di convergenza sono state le relazioni che Mosca e
Pechino erano interessate a intrattenere con l’Asia Centrale ex sovietica: nascevano
gli «Shanghai Five» e successivamente la Shanghai Cooperation Organisation
(SCO), una struttura che dopo l’11 settembre 2001 ha ‘sdoganato’ la questione del
terrorismo trasformandola da issue marginale a centro dell’agenda internazionale.
Dal 2003 si sono svolte operazioni militari dei membri che fanno parte della SCO e
in particolare la «Peace Mission 2005» ha rappresentato la quadratura del cerchio,
delle joint military exercise tra Pechino e Mosca. Per la Federazione Russa, la Cina è
uno dei principali mercati di esportazione di risorse energetiche [7], così come di
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fino dalla metà degli anni ’50 del XX secolo. A pochi anni dalla dissoluzione
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armi e materiale bellico. Sicurezza e business sono andate di pari passo, vera e
propria espressione di una géopolitique de la finance, e nel 2012 l’incontro tra Vladimir Putin e Hu Jintao a Pechino in occasione del summit della SCO ha fruttato accordi per cifre impressionanti: dal progetto di incrementare gli scambi commerciali
dagli 83,5 miliardi di dollari dell’epoca fino ai 200 miliardi prospettati per il 2020 e
la creazione di un fondo comune di investimenti di 4 miliardi di dollari. Tra il maggio
e il novembre del 2014 in-vece sono stati messi a punto altri accordi relativi al gas
per oltre 400 miliardi di dollari [8]. Alla convergenza, geo-strategica e geoeconomica, tra le due Potenze contribuiscono una serie di questioni. Da occidente a
oriente, Siria, Iran e Corea sono gli ‘anelli di saldatura’ dell’asse, e non è un caso se
sono anche i teatri dove Pechino e Mosca sono intervenute di più, tanto diplomaticamente, tanto militarmente.
Siria, Iran e Corea del Nord però costituiscono anche un interrogativo nei rapporti
che Mosca e Pechino hanno con l’Occidente, un problema comune a cui si sommano
i rispettivi settori di frizione. A ‘occidente’ la Russia si confronta con le posizioni del
‘mondo’ atlantico — in primis Stati Uniti e Unione Europea — che tendono a disattiva-re la sua politica di proiezione in quella che potremmo chiamare con un po’ di
approssimazione l’area ex imperiale zarista. A ‘oriente’ la RPC viene pressata da
una coalizione guidata da Washington relativamente alla questione del Mar Cinese
Meridionale. In questi due quadranti il ‘blocco’ continentale euroasiatico sino-russo
che preme su queste due aree di sua influenza, sta subendo la contropressione dal
sistema ‘atlantico’ [9], una pressione che l’Occidente a sua volta percepisce come
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containment di un progetto espansionistico.
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PARTE II
MENO KISSINGER, PIÙ KENNEDY: “SE WASHINGTON
E BRUXELLES LITIGANO CON MOSCA, PECHINO…”
Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese sono contigue per più di 4.200 km;
a livello spaziale costituiscono un blocco transcontinentale doppiamente sfidato dalle politiche occidentali giocate alle estremità dell’Eurasia: da un lato la questione
ucraina, dall’altro quella del Mar Cinese Meridionale.
Non si tratta di uno scenario inedito. La pressione dal rimland verso l’heartland e la
spinta di quest’ultimo a compattarsi è una dinamica più volte verificatasi nella storia, dalla “great divergence” in avanti [10]. In particolare quella saldatura si è verificata tra il 1950 e l’inizio degli anni Sessanta, determinando la condizione strutturale del sistema internazionale della Guerra Fredda.
Attualmente la diplomazia ‘atlantica’ ripercorre i medesimi errori degli anni Quaranta, cercando di garantirsi i medesimi obiettivi. Non si deve fraintendere, però, solo il
tempo epidermico della storia politica è analogo, perché le “forze profonde” del sistema sono mutate. Ora come allora, nel frangente di una crisi economicofinanziaria globale, la potenza egemone sta cercando di mettere in equilibrio il sistema. Ora come allora altri players sono restii a integrarsi perfettamente secondo i
desiderata degli Stati Uniti i quali in parte sentendosi minacciati, in parte obbligati
dai ‘costi’ di gestione del sistema agiscono e reagiscono provocando fratture sul
piano diplomatico-militare. Sono tuttavia profonde le differenze in merito alla distribuzione delle risorse finanziarie e politiche.
Nel frangente in cui l’Occidente si appresta a relazionarsi e confrontasi, anche pacificamente, con quella nuova potenza asiatica che sta ridefinendo i rapporti di forza
a livello globale, la Cina, la diplomazia ‘atlantica’ ha bisogno di un approccio diverso
e soprattutto deve pensare in chiave multilaterale tanto retrospettivamente, tanto
prospettivamente. Da un lato deve riconfigurare il proprio racconto sul passato,
come una competizione ‘bilaterale’ con Mosca, in cui l’altra Grande Potenza comunista, Pechino, era un elemento accessorio. Ciò significa anche riconoscere che nella
storia sono i sistemi imperiali (e le città) le unità fondamentali in cui si articola il
rapporto tra spazio e potere. Tanto Russia, tanto Cina stanno ripercorrendo proprio
una politica estera fisiologica che tende a proiettarle sulle aree ‘controllate’ delle
proprie tradizioni imperiali. Per Mosca e Pechino l’Europa orientale ex zarista e il
Mar Cinese Meridionale non costituiscano delle ‘periferie’ ma delle aree centrali, e
l’Occidente non deve trasformare queste ‘crisi’ nel punto di flesso di un confronto
per il primato nella governance globale. La soluzione a queste ‘crisi’ dunque non ri-
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specie relativo al periodo della Guerra Fredda evitando di concepirla esclusivamente
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siede in ‘aggiustamenti’ locali o tattiche più o meno duttili [11], ma in una serie di
interventi di più ampio respiro. Dall’altro deve apportare una conversione di rotta
diplomatica. Non siamo in una nuova Guerra Fredda, perché la stessa Guerra Fredda non è stata esclusiva-mente un confronto con l’Unione Sovietica; una ‘Kissinger
style strategy’ dunque appare inutile. La ricerca di una relazione speciale con Pechino per stringere tenere Mosca nella morsa della relazione triangolare è priva di senso perché a differenza degli anni Settanta è la prima a costituire il challenger ed è
quest’ultima dunque che deve essere oggetto del containment. Più indicato invece il
recupero della ‘Kennedy style détente’, ovvero della linea strategica impostata
dall’amministrazione statunitense nella prima metà degli anni Sessanta, quando, a
fronte del dinamismo ‘rivoluzionario’ cinese che virtualmente poteva costituire una
minaccia al ‘sistema di San Francisco’ e di rimando a quello globale, Washington
cercò di coinvolgere Mosca in un asse contenitivo [12]. Il presupposto logico e politico però dovrebbe radicare ancora più indietro nel tempo, nella lezione di quelle
personalità
che
nella
seconda
metà
degli
anni
Quaranta,
all’interno
dell’amministrazione statunitense, proponevano delle «soft alternatives to the contaiment’s hard line» [13]. Approcci riconducibili ad analisti come Cloyce K. Huston,
della Division of Southern European Affairs del Dipartimento di Stato, o Charles E.
Bohlen, già consigliere di Franklin D. Roosevelt durante le conferenze di Teheran e
di Yalta, ma anche Hamilton Fish Armstrong, editor di «Foreign Affairs», ed Henry L.
Stimson, Secretary of War [14].
In poche parole questi ambienti, allora, proponevano di ‘normalizzare’ le relazioni
con Mosca, riconoscendo all’Unione Sovietica una rilevanza politica determinante
nell’area ex zarista del Vecchio Continente e coniugando così le esigenze di sicurezza sovietiche, le dichiarazioni delle Nazioni Unite circa l’autodeterminazione dei popoli dell’Europa orientale, e di rimando una gestione cooperativa del sistema internazionale [15]. Si tratta di un’intuizione che oggi può essere utile, e anzi indispensabile, in modo da recuperare il rapporto con la Federazione Russa e spingere l’Orso
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a collaborare con l’Aquila (e la Colomba) per bilanciare il Dragone.
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NOTE ↴
[1] What will happen if China and Russia merge together to form a single country?, Quora.
[2] Bobo Lo, Axis of Convenience: Moscow, Beijing, and the New Geopolitics, Chatham
House-Brookings Institution Press, London-Washington, 2008.
[3] Un inquadramento efficace in Alexandre Kateb, Les nouvelles puissances mondiales.
Pourquoi les BRIC changent le monde, Ellipses, Paris, 2011.
[4] Alexander Gabuev, Russia Joins the AIIB ... Finally, «The Moscow Times», April 1, 2015.
[5] China parliament ratifies $100 bn Asian Infrastructure Investment Bank, «The Bric Post»,
November 4, 2015.
[6] Russia and China to explore Mars together, «AsiaNews», March 29, 2007.
[7] Russia and China to develop Siberia’s rich mineral fields, «AsiaNews», December 10,
2009.
[8] Russia and China sign Framework Agreement on gas supplies via western route, Gazprom, September 9, 2014.
[9] Per la situazione in Europa si veda Eugenio Di Rienzo, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo dis(ordine) mondiale, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015.
[10] Kenneth Pomeranz, The Great Divergence: China, Europe, and the Making of the Modern World Economy, Princeton University Press, Princeton, 2000.
[11] Truong-Minh Vu - Ngo Di Lan, This Is How to Stop China from Dominating the South
China Sea, «The National Interest», April 8, 2016.
[12] Noam Kochavi, A Conflict Perpetuated: China Policy During the Kennedy Years, Praeger,
A cura di
OSSERVATORIO DI POLITICA INTERNAZIONALE
Ente di ricerca di
“BLOGLOBAL-LO SGUARDO SUL MONDO”
Associazione culturale per la promozione della conoscenza della politica internazionale
C.F. 98099880787
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Westport, 2002.
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