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30 APRILE 2016
NUMERO 18 | SETTIMANALE
€ 2,50
60018
9 771594 123000
con il contributo di Luca Barbarossa,
Maurizio Franzini, Mario Pianta
e Chiara Saraceno
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ONDA PAZZA
di MAURO BIANI
30 aprile 2016
3
SOMMARIO DEL NUMERO 18 - 30 APRILE 2016
«Se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorare». Il primo maggio
racconta le lotte per ridurre l’orario e
per aumentare i diritti. Dopo la Lunga
Recessione, con l’incubo della Stagnazione Secolare, ora che il lavoro si
svaluta e diventa liquido, spesso viene
pagato con i voucher, “a marchetta”?
Ne scrivono Maurizio Franzini e Mario
Pianta, ne parla Chiara Saraceno,
Tiziana Barillà intervista commesse e
cassiere che si ribellano alle discriminazioni, sociali e sessiste. Luca Barbarossa racconta il suo antico cantar
per strada fino al concerto in piazza
San Giovanni. Abbiamo poi scelto di
pubblicare il documento di 56 costituzionalisti che criticano, nel merito, la
riforma del Senato firmata da Renzi e
Boschi. Qualcuno gli risponderà? Il testo è a pagina 22. In India le università
sono l’ultimo baluardo contro l’estremismo indù: Matteo Miavaldi, pagina
42. E poi Mafia Capitale, la cronaca del
processo, pagina 28. Con Sepùlveda,
intervistato da Simona Maggiorelli,
torniamo al tema della copertina, la
resistenza contro ogni sopruso, contro
il vento della restaurazione capitalista
che soffia in Sud America e che ha per
epicentro il Brasile, del “golpe bianco”
ai danni di Dilma Rousseff, pagina 45.
Ma non l’aveva messa sotto accusa la
Camera, e a larghissima maggioranza?
Sì, ma il New York Times, che non è
proprio l’house organ del chavismo, ha
definito “una banda di ladri” quelli che
la accusano di corruzione e che vogliono sostituirla. Pane, lavoro e pace: si
parla a Napoli della Carta di Science for
Peace, un gruppo di scienziati contro la
guerra. E Vauro, naturalmente: siamo
lavoratori, non provate a sfotterci!
03 ONDA PAZZA di Mauro Biani
05 EDITORIALE di Corradino Mineo
06 LETTERE
07 PICCOLE RIVOLUZIONI di Paolo Cacciari
07 IL NUMERO
07 LA DATA
07 UP&DOWN
PRIMO PIANO
12
SOCIETÀ
La Riforma Boschi e le critiche
di 56 costituzionalisti22
22
Mafia capitale, corruttori o mafiosi
di Marco Carta
28
Manager contro manager
di Giulio Cavalli
30
La teoria economica ha fallito.
Ecco perché
di Andrea Ventura
34
ESTERI
38
Le identità in frantumi
minacciano la democrazia
di Martino Mazzonis
Le università indiane
ultimo baluardo laico
di Matteo Miavaldi
Dilma processata per corruzione
da una banda di ladri
di Tiziana Barillà
CULTURA E SCIENZA
48
08 FOTONOTIZIE
10 PARERI di Filomena Gallo
11 PARERI di Claudio Riccio
36 VAURANDOM di Vauro Senesi
60 LIBRI di Filippo La Porta
60 TEATRO di Massimo Marino
61 ARTE di Simona Maggiorelli
4
Capitalismo oligarchico
quando la famiglia conta
di M. Franzini e M. Pianta
12
Un lavoro purché sia
16
di Chiara Saraceno
Quello che le donne non cedono
di Tiziana Barillà
17
A partita Iva ma contenti
di Luca Sappino
17
Luca Barbarossa: sono un cane sciolto
e canto il primo maggio
di Alessandra Grimaldi
20
30 aprile 2016
38
42
45
America Latina, il realismo
magico non abita qui
di Bruno Arpaia
48
Sepùlveda, raccontare, resistere
di Simona Maggiorelli
51
La scienza della pace
di Pietro Greco
54
La periferia dalla A alla Zeta
di Fabrizio Galassi
56
Storie e ricette di cibo senza padroni
di Don Pasta
58
62 BUONVIVERE di Francesco Maria Borrelli
62 START UP di Sophie Duras
63 APPUNTAMENTI
64 TRASFORMAZIONE di Massimo Fagioli
66 IN FONDO A SINISTRA di Fabio Magnasciutti
EDITORIALE
di Corradino Mineo
REALISMO DELLA POLITICA
E DIRITTO DI SOGNARE
Matteo Renzi si è seduto al tavolo buono. Una
tavola rotonda, per essere precisi, che il 25 aprile ha riunito, a fianco del premier italiano, Francois Hollande, Angela Merkel, Barak Obama e
David Cameron. I leader dei 5 Paesi chiamati
a decidere della guerra al Daesh, del modo di
accogliere o respingere i profughi, della sorte
dell’Ucraina e dei rapporti tra Occidente e Russia, dei trattati a tutela del libero commercio e
del futuro dell’Unione Europea, vale a dire welfare, diritti, politica e istituzioni comuni.
Non so cosa abbia detto: questi colloqui vengono registrati dallo staff ma secretati, perché
ognuno dei leader possa poi contarsela con i
media domestici. So cosa avrebbe dovuto dire:
L’Italia crede nell’Europa, cerca la distensione
con la Russia - senza concessioni a Putin sul
tema dei diritti -, è convinta che si debba chiudere la partita con i terroristi di al Bagdadi, appoggiando tutte le forze che li combattano sul
campo e minacciando l’embargo contro Arabia
Saudita e Turchia se continueranno il loro doppio gioco. I profughi vanno accolti, non mandati a casa a morire come fecero gli americani nel
’39 con gli ebrei della St. Louis. Vinto l’Isis, con
una grande sottoscrizione mondiale si finanzi
il ritorno a casa di tutti coloro che vorranno.
Sul libero commercio, se ne discuta ma senza
clausole segrete e senza consegnare alle multinazionali le chiavi della politica e degli Stati.
E quanto all’Europa, sia unita, si dia istituzioni
democraticamente elette, affermi nel mondo
tolleranza e diritti, e adotti una politica fiscale
solidale, con eurobond che finanzino un piano
europeo per il lavoro.
Utopia? Niente affatto. Cameron è un leader
dimezzato. Se le forze che sostengono il Brexit
vinceranno, sarà lo sconfitto; se perderanno
sarà per merito di Corbyn, degli scozzesi, di
Obama e financo di parte della City. Obama
quel discorso l’avrebbe ascoltato con interesse:
in fondo con la riforma sanitaria, dell’immigrazione e con la condanna dell’uso delle armi,
egli ha portato in America dosi omeopatiche di
Europa. E Merkel e Hollande? Il motore europeo è ingolfato, i due si attaccano al timone per
governare l’abbrivio della nave. Finché andrà.
Questo è il tempo della politica. Una grande politica europea, liberale e solidale. Democratica
perché consegna ai cittadini le leve delle scelte
fondamentali. Visionaria, perché scommette su
di un mondo multipolare, sull’innovazione e la
ricerca, sulla dignità di tutte le persone umane,
quali che ne siano il colore o le scelte sessuali.
Purtroppo non è questa la politica di Renzi.
La sua politica rinuncia a cambiare il mondo
mentre chiede per il suo governo una delega
molto ampia, riduce il voto alla scelta del capo,
usa bonus e sgravi fiscali come surrogato dei
contratti liberamente sottoscritti e dei diritti
acquisiti. Una politica che pretende di arrestare
i corrotti mettendo il bavaglio alle intercettazioni e chiede ai magistrati di non disturbare il
manovratore. Nell’interesse dell’Italia, s’intende. Non dubito che faccia questo con le migliori
intenzioni, perché la sua gli sembra l’unica politica realista e perché non sa fare altro.
Dico però che non sarà lui il principe capace di svegliere l’Italia, bella e addormentata. I
nostri giovani hanno bisogno di sognare, non
di diventare politicanti. La nostra gente deve
tornare a partecipare, non delegare al governo
o disertare le urne. Il primo maggio torni «il
giorno del risveglio alla luce e alla conoscenza,
in un’alleanza fraterna per combattere ogni oppressione, ogni arbitrio, ogni sfruttamento».
30 aprile 2016
5
FOTO NOTIZIA
HANNOVER
RE RENZI E I CAVALIERI
DELLA TAVOLA ROTONDA
Al fianco di Matteo Renzi,
François Hollande, Angela
Merkel, Barack Obama e David Cameron. La foto è stata
scattata ad Hannover il 25
aprile, durante i lavori di un
vertice informale che i giornali hanno subito chiamato G5.
Guardatela, perché ne sentirete parlare a lungo nei prossimi
mesi. L’Italia al tavolo dove si
decide, il riscatto del Belpaese, i nostri obblighi internazionali, oneri e onori, e fra
questi l’imperativo morale di
combattere il terrorismo islamico, l’invito a non fare i fessi
e dunque a difendere i nostri interessi a cominciare da
quelli petroliferi in Libia. Fino
al referendum costituzionale
per cui voteremo forse a ottobre. Non c’entra niente? Non
ne siamo sicuri: invece di rispondere nel merito alle critiche, che pubblichiamo in altra
parte di questo giornale, di parecchi e autorevoli costituzionalisti, ci verrà detto che non
possiamo sfiduciare il premier
proprio mentre sta riportando
la patria agli onori del mondo. Noi di Left ci prepariamo
a questo simpatico dibattito.
Per il momento osserviamo
che, dopo quel vertice, si dà
ormai per scontato l’invio di
soldati italiani in Libia; ma il
Parlamento non ne ha ancora
discusso. Che difendere i pozzi può essere più pericoloso
e mortale che inseguire l’Isis.
Che non sappiamo bene chi
siano gli amici e i nemici. Haftar cos’è? E i Fratelli musulmani? Quelli della tavola rotonda
ne avranno discusso. Che dite,
ci fidiamo?
Corradino Mineo
Foto di Carolyn Kaster, AP Photo
Lettere
DIRETTORE
Corradino Mineo
[email protected]
VICE DIRETTORE RESPONSABILE
Ilaria Bonaccorsi
[email protected]
[email protected]
REDAZIONE
Tiziana Barillà
[email protected]
Donatella Coccoli
[email protected]
Ilaria Giupponi
[email protected]
Raffaele Lupoli
[email protected]
Simona Maggiorelli
[email protected]
Luca Sappino
[email protected]
La legge sull’acqua stravolta
dal Pd è uno schiaffo
ai 26 milioni del 2011
Non sono passati più di tre giorni dalla
rivendicazione da parte di Renzi dell’astensionismo nel referendum sulle trivellazioni, che il governo e il Pd compiono
l’ulteriore atto di disprezzo della volontà
popolare. Il tema questa volta è l’acqua e
la legge d’iniziativa popolare, presentata
dai movimenti nove anni fa, dopo aver
raccolto oltre 400mila firme. Una legge
dimenticata nei cassetti delle commissioni parlamentari fino alla sua decadenza
e ripresentata, aggiornata, in questa
legislatura dall’intergruppo parlamentare in accordo con il Forum italiano dei
movimenti per l’acqua. La legge è stata
approvata il 20 aprile alla Camera, fra le
contestazioni dei movimenti e dei deputati di M5s e Si, dopo che il suo testo è
stato letteralmente stravolto dagli emendamenti del Pd e del governo, al punto
che gli stessi parlamentari che lo avevano
proposto hanno ritirato da tempo le loro
firme in calce alla legge. Nel frattempo,
procede a passo spedito l’iter del decreto
Madia (Testo unico sui servizi pubblici
locali) che prevede l’obbligo di gestione dei servizi a rete (acqua compresa)
tramite società per azioni e reintroduce in
tariffa l’“adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti,
nell’esatta dicitura abrogata dal voto
referendario. Un attacco concentrico, con
il quale il governo Renzi prova a chiudere
un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull’acqua del
giugno 2011 (oltre 26 milioni di “demagoghi” secondo la narrazione renziana),
sulla quale i diversi governi succedutisi
non avevano potuto andare oltre all’ostacolarne l’esito, all’incentivarne la non
applicazione, ad impedirne l’attuazione.
Il rilancio della privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici risponde
a precisi interessi delle grandi lobby
finanziarie che non vedono l’ora di
potersi sedere alla tavola imbandita di
business regolati da tariffe, flussi di cassa
TEAM WEB
Martino Mazzonis
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Giorgia Furlan
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GRAFICA
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Iscrizione al Roc n. 25400 del 12/03/2015
QUESTA TESTATA NON FRUISCE
DI CONTRIBUTI STATALI
Copertina: Vauro Senesi
CHIUSO IN REDAZIONE
IL 26 APRILE 2016 ALLE ORE 21
8
30 aprile 2016
elevati, prevedibili e stabili nel tempo,
titoli tendenzialmente poco volatili e
molto generosi in termini di dividendi:
un banchetto perfetto, che Pd, governo
Renzi e ministro Madia hanno deciso
di apparecchiare per loro. Ma poiché
la spoliazione delle comunità locali
attraverso la mercificazione dell’acqua e
dei beni comuni, necessita una drastica
sottrazione di democrazia, ecco che
lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare sull’acqua e lo schiaffo
al vittorioso referendum del 2011 non
rappresentano semplici effetti collaterali di quanto sta accadendo, bensì ne
costituiscono il cuore e l’anima. A tutto
questo occorre rispondere con una vera
e propria sollevazione dal basso, con
iniziative di contrasto in tutti i territori
e l’inondazione di firme in calce alla petizione popolare per il ritiro del decreto
Madia, promossa dal Forum italiano dei
movimenti per l’acqua all’interno della
stagione appena aperta dei referendum
sociali. Oggi più che mai, si scrive acqua
e si legge democrazia.
Marco Bersani
(Forum italiano dei movimenti
per l’acqua - Attac Italia)
Viareggio è solidale con Boris,
il creatore di bolle cacciato
dalla passeggiata
Un abbraccio collettivo a Boris. La vigilia
della festa di Liberazione non poteva
essere festeggiata in maniera migliore.
Un migliaio, tante famiglie di Viareggio, hanno condannato la cacciata del
creatore di bolle reagendo con allegria
e partecipazione all’atto inqualificabile
compiuto dal commesso e dal titolare di
un negozio della passeggiata viareggina.
Un gesto condannato da tutti, forse da
troppi. Il comunicato della Lega nord
che elogia Boris sa di burla.
Non si vuole forzatamente portare la
questione in politica, ma non si può
neppure nascondere tale aspetto.
Mario Navari
associazione Sinistra lavoro
di PAOLO CACCIARI
L’ISOLA DOVE IL LAVORO
DIVENTA ECOAUTONOMO
Ci sono persone che credono nel sogno dell’autodeterminazione e hanno deciso di cambiare lavoro e vita
contemporaneamente. Lucia Bertell è una sociologa che
si occupa di pratiche di cittadinanza attiva, fondatrice
del gruppo interuniversitario Tilt (Territori in libera transizione) e da tempo indaga sui percorsi personali che
conducono molti uomini e donne e non pochi giovani ad
intraprendere attività “fuori pista”, non ordinarie e non
convenzionali. Ne è nato un libro fresco di stampa, Lavoro
ecoautonomo. Dalla sostenibilità del lavoro alla praticabilità della vita, edito da Elèuthera, che indaga sul lavoro
nelle cosiddette Economie diverse attraverso uno studio di
casi e oltre 30 interviste raccolte prevalentemente in Sardegna, e ne trae avvincenti conclusioni d’ordine teorico.
Emanuela coltiva lo splendido zafferano (servono 120mila
fiori per fare un chilo di spezie). Michele ripara e assembla
biciclette su ordinazione. Luciano e Rosalba hanno messo
in piedi una cooperativa di agricoltura sociale. Nico lavora
in una scuola parentale libertaria. Maria Luisa coltiva biologico, tinteggia stoffe, insegna Filosomatica e riesce anche
a prendersi un po’ di “tempo vuoto”. Mauro fa l’ortolano.
Barbara e Fabrizio fanno i pastori. Roberta la libraia. Altre
ancora sono le conoscenze che l’autrice approfondisce.
Sono persone che quasi sempre hanno abbandonato per
scelta lavori tradizionali, guidate da forti motivazioni etiche e professionali. Mantengono forti legami con le loro
famiglie (che spesso partecipano e aiutano nell’impresa)
e rapporti territoriali con le comunità locali. Collaborano
con associazioni come il Centro sperimentale di autosviluppo Domusamigas, fondato da donne del movimento
nonviolento dell’Iglesiente, la rete dei produttori Biosardinia, la rete di autoproduzione Genuino Clandestino, il
World-wide opportunities on organic farms, la rete degli
ecovillaggi, i produttori legati ai Gruppi di acquisto solidale
e alle Reti di economia solidale, e altre ancora. La forma
giuridica delle loro imprese non conta molto. Alcune sono
ditte individuali, altre cooperative, altre società di persone.
Difficili da classificare nelle categorie ufficiali. Sono forme
di produzione economica “altre” e “diverse” da quelle consuete. Non hanno lo scopo di massimizzare le rese, crescere le produzioni, accumulare i profitti. Dichiara una delle
intervistate: «Il denaro è una questione importante, ma
non la fondamentale». La lotta per non andare in perdita
è quotidiana e dura per tutti. Ma il loro obiettivo è vivere
meglio proprio perché meno dipendenti dalle logiche mercantili. L’autrice pensa che la radicalità delle motivazioni e
la coerenza delle scelte di vita dei casi analizzati debbano
portare queste forme di lavoro produttivo oltre il Terzo settore, oltre l’economia solidale, oltre l’altra-economia: l’ecoautonomia è il nuovo termine che viene proposto.
LA DATA
IL NUMERO
7
maggio
2016
84,7
In piazza il 7 maggio a Roma
Stop Ttip per manifestare contro il Trattato transatlantico sul
commercio e gli investimenti.
I tempi per l’accordo tra Europa e Stati Uniti si fanno stretti.
L’accordo prevede una netta ridefinizione delle regole per facilitare lo scambio di prodotti.
Questo significa che verranno
immessi sul mercato europeo
prodotti e servizi che incideranno sull’alimentazione e la
sicurezza alimentare, sull’agricoltura, sulle prospettive
occupazionali, sulla gestione
dell’assistenza sanitaria. In una
parola, i diritti fondamentali
relativi a salute, welfare e lavoro. stop-ttip-italia.net
Cala in Italia la speranza di
vita alla nascita. Per le donne
si passa da 85 anni nel 2014 a
84,7 del 2015. Per gli uomini
da 80,3 anni del 2014 a 80,1 del
2015. Sono dati dell’Osservatorio della salute nelle regioni
italiane. Questa è la media,
perché ci sono regioni dove
l’aspettativa di vita alla nascita
è più bassa, come la Campania
(78,5 per gli uomini e 83,3 per
le donne). «Il calo è generalizzato in tutte le regioni» ha detto il direttore dell’Osservasalute Walter Ricciardi. Il rapporto
segnala anche il calo di investimenti pubblici in sanità: dai
112,5 miliardi di euro del 2010
si è passati ai 110,5 del 2014.
UP
DOWN
Varoufakis a Vienna per i rifugiati Hofer, il candidato che ama sparare
«Conquistare voti erigendo
recinzioni e violando la legislazione sui rifugiati è l’ultima
spiaggia di politici pronti a sacrificare l’integrità delle loro
nazioni per le loro miserabili
meschine ragioni», ha detto
Yanis Varoufakis a proposito della barriera tra Austria e
Italia. Il 5 maggio, il suo movimento DiEM25 approda a
Vienna proprio per affrontare
il tema della paura dei migranti. «La crisi dei rifugiati è una
manifestazione della disintegrazione dell’Europa» ha detto
Vaoroufakis. Insieme a lui, tra
gli altri, Srecko Horvat, Saskia
Sassen, Erich Fenninger, Walter Baier e Katja Kipping.
30 aprile 2016
9
Ha una pistola, si fa fotografare
al poligono di tiro ammettendo di «sparare volentieri» e ha
affermato che «l’Islam non è
parte dell’Austria». Si chiama
Norbert Hofer ed è candidato
del Fpö, il partito della nuova
destra che porta il segno di Haider. Al primo turno delle presidenziali ha vinto con oltre il
35% dei voti e potrebbe davvero essere lui il nuovo presidente della Repubblica austriaca. Il
22 maggio se la vedrà al ballottaggio con il candidato dei Verdi, ma intanto l’ondata nazionalista dilaga in tutto il Paese.
L’Austra ha blindato i confini
con l’Ungheria e la barriera al
Brennero sta andando avanti.
© Bernd Von Jutrczenka/Epa Ansa - Ronald Zak/Ap Photo
PICCOLE RIVOLUZIONI
PARERI
DIRITTI
di Filomena Gallo
Perché dire sì alla legalizzazione
dell’uso personale di cannabis
S
econdo la relazione 2016 dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle
tossicodipendenze di Lisbona (Oedt)
elaborata insieme a Europol, il traffico di stupefacenti è «una delle attività più
lucrative della criminalità organizzata in Europa» e coinvolge gruppi dediti ad «altre forme di criminalità, incluso il terrorismo». Di
questo mercato illegale, che vale 24 miliardi
di euro l’anno, la fetta più consistente è rappresentata dalla cannabis, circa il 38% totale, tra gli 8,4 e i 12,9 miliardi l’anno, seguono
eroina, 28% delle vendite di stupefacenti per
un ammontare tra i 6 - 7,8 miliardi e la cocaina, 24%, tra i 4,5 e i 7 miliardi di incassi.
Le anfetamine e l’ecstasy rappresentano rispettivamente l’8 e il 3% del totale di questo commercio illegale. Negli ultimi anni, la
vendita e il consumo della cannabis e suoi
derivati sono divenuti legali in quattro Stati
degli Usa e in Uruguay. In Portogallo, Spagna
e Repubblica Ceca la coltivazione per uso
personale non è penalizzata, e da oltre 40
anni nei Paesi bassi un (florido) commercio
è tollerato. Il nuovo governo canadese di Justin Trudeau ha avviato un processo nazionale di consultazioni per la legalizzazione
della pianta e suoi derivati, mentre in Italia
è incardinato un progetto di legge d’iniziativa parlamentare per la regolamentazione
della produzione, consumo e commercio
della cannabis. Che la cannabis sia popolare anche in Italia ce lo dice la relazione del
governo del 2015, che stima in 4 milioni il
numero dei consumatori, ma ce lo dimostra
anche l’incoraggiante inizio della raccolta
firme per una proposta di legge d’iniziativa
popolare che l’Associazione Luca Coscioni e
Radicali Italiani hanno lanciato il 20 aprile
scorso con il sostegno della Coalizione Italiana per le Libertà civili e democratiche,
Forum droghe, Antigone, La Società della
Ragione, La PianTiamo e il coordinamen10
30 aprile 2016
to dei grow shop italiani. L’iniziativa vuole
complementare i testi presentati alla Camera e accompagnare dal fuori del Palazzo il
dibattito parlamentare, purtroppo sospeso
al momento. Di cannabis si è anche molto
parlato al Palazzo di Vetro dal 19 al 21 aprile
scorsi in occasione della sessione speciale
dell’Assemblea Generale delle Nazioni unite
dedicata alle droghe. Alla sanguinaria “guerra alla droga”, che comunque miete ancora
vittime in mezzo mondo, si son sostituite parole d’ordine più diplomatiche che invitano
gli Stati ad applicare le convenzioni internazionali con “flessibilità”. Un’interpretazione
che però, secondo la Giunta internazionale
per gli stupefacenti, non include, a convenzioni vigenti, la possibilità di legalizzare.
Quel che sta avvenendo negli Usa intorno In Italia il numero dei
alla cannabis - a no- consumatori si stima intorno
vembre di quest’an- ai 4 milioni. Non si tratta di
no altri quattro Stati, promuovere gli stupefacenti
tra cui la California, ma di combattere il mercato
voteranno per la le- clandestino. Dal 20 aprile la
galizzazione - è mol- Coscioni raccoglie le firme
to
probabilmente
l’inizio di una nuova era di “controllo delle
droghe” che si basa sulla regolamentazione
legale in radicale alternativa alla proibizione. Una risposta antiproibizionista come
lo furono le campagne storiche del Partito
radicale per la legalizzazione del divorzio e
dell’aborto: consentire scelte consapevoli e
libere protette dalla legge. Non si tratta di
promuovere gli stupefacenti, ma di creare le
condizioni per cui chi decide cosa assumere
possa farlo senza incorrere in sanzioni di alcun tipo e, se del caso, accedere all’assistenza socio-sanitaria necessaria. Si tratta, cioè,
di garantire diritti.
Per maggiori informazione sulla proposta di
legge d’iniziativa popolare www.legalizziamo.it
MIGRANTI
di Claudio Riccio*
Contro l’Europa dei muri
disobbedire ai confini
I
l continente che respinge chi scappa da guerra, fame e miseria, il continente attraversato
da filo spinato e barriere che tornano a dividere gli Stati nazionali, il continente delle
lacrime ipocrite davanti ai migliaia di morti nel
Mar Mediterraneo, questo continente non è l’Europa cui abbiamo guardato e per cui continuiamo
a lottare. Questa Europa è un assetto istituzionale
funzionale a consentire la libera circolazione dei
capitali e frenare quella delle persone.
Non basta l’indignazione, non basta la commozione. Per questo a partire dall’appello “disobbedire
ai confini” promosso da attivisti dei movimenti e
dei sindacati, parlamentari, attivisti, semplici cittadini, siamo partiti per il confine del Brennero
alla vigilia del 25 aprile e in contemporanea alle
elezioni austriache.
Il presidente Fischer, commentando la decisione
di innalzare un muro al confine con l’Italia, ha detto che «servono più controlli per chi vuole entrare
in Europa», come se l’Italia non ne facesse parte,
come se rendere l’Europa una fortezza non sia
proprio una delle principali cause della sua fragilità. Se rincorri gli xenofobi di solito vincono gli xenofobi, se assecondi la paura vieni mangiato dalla
paura. E, infatti, dopo che la grande coalizione tra i
popolari dell’Övp e i socialdemocratici SPÖ, aveva
rincorso la destra estrema sul suo stesso terreno,
proprio nel giorno della nostra manifestazione,
l’estrema destra xenofoba dell’Fpo, è balzata al
primo posto con oltre il 35%. La minaccia dei nuovi fascismi è sempre più concreta davanti al fallimento delle socialdemocrazie europee.
Per questo abbiamo deciso di reagire, antifascisti,
antirazzisti e pronti a lottare per costruire in Italia
e in Europa un’alternativa concreta. Siamo partiti
in centinaia, in particolare dall’Emilia Romagna,
in una commistione tra politico e sociale, tra movimenti e rappresentanti istituzionali, con una sinistra che non si limita a rappresentare le istanze
delle lotte, ma partecipa attivamente ad esse.
Il corteo colorato e festoso, è partito dal piazzale della stazione di Bolzano, con il sole di mon-
tagna che illuminava questa giornata fredda di
aprile. In testa i gommoni, e tanti con i giubbotti salvagente arancioni a ricordare a tutti noi il
dramma del Mediterraneo e la grande strage di
migranti. In mano cartelli colorati contro il vergognoso accordo con la Turchia, i cori “no border, no nation, stop deportation!”, “la nostra Europa non ha confini, siamo tutti cittadini!”. Con
in mano i passaporti di “cittadini del mondo”
abbiamo deciso di varcare il confine con l’Austria, ma pochi metri dopo la linea che divide i
due Paesi, dove a breve sorgerà il muro di divisione, la polizia era schierata: centinaia di poliziotti in assetto antisommossa, con manganelli
e spray al peperoncino e idranti pronti a entrare
in azione respingono a lungo il corteo, ritirando l’autorizzazione per il percorso e provando
a disperdere la manifestazione che simbolicamente Siamo stati al Brennero,
chiede solo di proseguire torneremo e ci
oltre il confine che per tut- mobiliteremo insieme
ti e a maggior ragione per a tante e tanti per abbattere
noi europei non dovrebbe i muri e ricostruire un
essere impossibile varcare. continente che sia degno
Come se non bastasse, al di chiamarsi Europa
termine della manifestazione - un attimo prima di rientrare in Italia dal
nostro breve sconfinamento - la polizia piomba
nel corteo e trascina via uno dei promotori Gianmarco De Pieri, del Tpo di Bologna e candidato
alle elezioni comunali a sostegno di Federico
Martelloni con Coalizione civica. Dopo oltre
un’ora di fermo dietro un imponente cordone di
polizia i parlamentari di Sinistra Italiana riescono
con l’intervento della Farnesina, a sbloccare la situazione ottenendo il rilascio di Gianmarco. L’assurdo motivo del fermo è “istigazione alla manifestazione”. Abbiamo istigato collettivamente
e continueremo a farlo. Siamo stati al Brennero,
torneremo e ci mobiliteremo insieme a tante e
tanti per abbattere i muri e ricostruire un continente che sia degno di chiamarsi Europa.
* attivista Act! - Sinistra italiana
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© Illustrazione Antonio Pronostico
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30 aprile 2016
CAPITALISMO OLIGARCHICO
QUANDO LA FAMIGLIA CONTA
Il passato divora il futuro, come all’inizio del XX secolo. Ancora oggi, di padre in figlio,
si trasmettono ricchezze e disuguaglianze. E la forbice tra ricchi e poveri continua ad
allargarsi. Un estratto del libro Disuguaglianze. Quante sono e come combatterle
di Maurizio Franzini e Mario Pianta
U
n “capitalismo oligarchico” si sta affermando nei Paesi avanzati e la situazione economica e sociale che lo caratterizza assomiglia
a quella che prevaleva all’inizio del XX secolo. Sottolineando l’importanza della ricchezza ereditata
per le prospettive individuali di vita e per il suo
impatto sulla complessiva concentrazione della
ricchezza, l’economista francese Thomas Piketty
sottolinea la somiglianza tra le nostre società e
quelle descritte nei romanzi di Jane Austen e Honoré de Balzac, dove «il passato tende a divorare
il futuro». I due fattori trainanti del “capitalismo
oligarchico” sono l’importanza della ricchezza
ereditata e l’influenza delle condizioni economiche della famiglia di provenienza sul successo
ottenuto nel mercato del lavoro. Due esempi nei
quali “la famiglia conta”.
La ricchezza ereditata esercita un’influenza determinante sulla disuguaglianza economica e sociale. Nel periodo successivo alla seconda guerra
mondiale la ricchezza ereditata ha perso d’importanza e i risparmi effettuati nell’arco di una
vita, da chi percepiva redditi da lavoro, permettevano di accumulare un ammontare di ricchezza
non troppo diverso da quello che veniva in media
ereditato. In Francia, il Paese per il quale sono disponibili dati attendibili per un lungo periodo di
tempo, tra il 1950 e il 2010, secondo le stime di
Piketty, il flusso annuale delle eredità come quota del reddito nazionale è cresciuto da poco più
del 4% a oltre il 12%; il valore più alto di questo
rapporto (24%) è stato raggiunto all’inizio del XX
secolo. Oggi, la quota di ricchezza ereditata sulla
ricchezza totale è vicina al 70%, e potrebbe sta-
bilizzarsi tra l’80 e il 90%, cioè a un livello simile
a quello all’inizio del XX secolo. La crescente importanza della ricchezza ereditata ha serie implicazioni. Il passato tende a contare più del presente e del futuro e perciò si affermerà un modello di
distribuzione del reddito che ha poco a che fare
con il merito, l’efficienza economica e la giustizia
sociale. Il divario, tra coloro che vivono della ricchezza ereditata e coloro che vivono dei loro redditi da lavoro, si allarga e a causa di ciò l’eredità
accresce ulteriormente le disparità di reddito. Infatti, la ricchezza ereditata è distribuita in modo
molto disuguale e, se la sua importanza cresce, la
disuguaglianza aumenterà e tenderà a trasmettersi sempre più da una generazione all’altra.
Le forze che determinano queste tendenze possono essere facilmente individuate. La prima è
l’aumento del tasso di rendimento sulla ricchezza, che ha permesso di accrescere i valori patrimoniali trasmessi attraverso i lasciti ereditari. Il
secondo meccanismo è il trattamento fiscale: le
imposte di successione possono essere uno strumento efficace contro la concentrazione della
ricchezza. In molti Paesi il trattamento fiscale
delle eredità è divenuto più favorevole, e questa
è una delle principali ragioni delle tendenze in
atto. Secondo il recente Worldwide Estate and
Inheritance Tax Guide di Ernst & Young (EY, 2014)
molti Paesi (tra cui l’Austria, la Norvegia e la Svezia) hanno eliminato le imposte di successione
dopo il 2000; altri avevano fatto un passo simile
trent’anni prima (Australia e Canada), in altri ancora questo tipo di imposta semplicemente non
esiste (Russia). In un buon numero di Paesi sono
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LE DISUGUAGLIANZE
SI COMBATTONO UNA AD UNA
state introdotte modifiche che hanno reso più facile trasferire la ricchezza dai genitori ai figli, alle
figlie o ad altri parenti.
Oltre che per la trasmissione della ricchezza, la
famiglia conta perché influenza - in diversi modi,
non sempre immediatamente visibili - il successo economico delle generazioni più giovani, in
particolare incidendo sul reddito guadagnato sul
mercato del lavoro. I dati disponibili mostrano
che, almeno in alcuni Paesi, la correlazione tra
il reddito da lavoro dei figli e il reddito dei loro
genitori è molto alta. Ciò significa che i genitori
ricchi trasmettono ai loro figli non solo la ricchezza da cui traggono reddito da capitale, ma anche
altri vantaggi che permettono loro di ottenere, in
media, un reddito da lavoro più elevato, sia come
lavoratore dipendente sia come lavoratore autonomo. I Paesi in cui la trasmissione di questo
vantaggio sembra essere più forte sono i Paesi
europei mediterranei, il Regno Unito e gli Stati
Uniti. Si noti che questi sono anche Paesi in cui
la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi
correnti è relativamente alta e ci sono buone ragioni per credere che non si tratti di una semplice
coincidenza.
La trasmissione delle disuguaglianze da una
generazione all’altra ha molto a che fare con il
concetto di mobilità. La mobilità economica e
sociale tra generazioni può essere diversamente
interpretata e c’è una certa confusione nell’uso
di questi termini. I sociologi, che la studiano da
molti decenni, usano distinguere tra mobilità assoluta e mobilità relativa. Si ha mobilità assoluta
verso l’alto quando la situazione economica e sociale dei figli è migliore di quella dei loro genitori. La mobilità relativa, invece, si realizza quando
la posizione dei figli nella classifica economica e
sociale della propria generazione non dipende
da quella dei propri genitori. Questo concetto di
mobilità ha molto a che fare con la disuguaglianza e la sua trasmissione da una generazione alla
successiva. Infatti, se la disuguaglianza è completamente trasmessa dai genitori ai figli, questi
ultimi occuperanno la stessa posizione dei propri
genitori nella scala sociale o economica. Elevata
mobilità relativa significa che i figli dei poveri non
saranno concentrati nella parte bassa della scala
sociale, né i figli dei ricchi si troveranno principalmente nelle posizioni superiori. Se, al contrario, è
possibile prevedere con precisione la posizione
che i figli avranno nella distribuzione del reddito
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Ridimensionare la finanza, ridurre la precarietà,
rafforzare l’istruzione pubblica. Il professor Mario
Pianta ci spiega come si cerca l’uguaglianza
«N
egli ultimi trent’anni nelle nostre società le condizioni economiche delle persone sono diventate più disuguali», scrivono Franzini e Pianta nelle prime righe di Disuguaglianze.
Quante sono e come combatterle (Laterza, 2016). Sono quattro i “motori” alla radice del fenomeno: il potere del capitale sul lavoro, il capitalismo oligarchico, l’individualizzazione, l’arretramento della politica.
Come si combattono lo abbiamo chiesto al professor Pianta.
Una volta individuate le quattro radici delle disuguaglianze, quali
politiche occorre adottare per combatterle?
Le politiche contro le disuguaglianza devono affrontare i quattro
“motori” che le alimentano. Innanzi tutto serve riequilibrare i rapporti capitale-lavoro, con misure che ridimensionino la finanza, limitino le posizioni di rendita (compresa quella immobiliare), assicurino ai salari una parte dei benefici che vengono da tecnologia
e aumenti di produttività, introducano un salario minimo efficace
e riconoscano un ruolo maggiore ai contratti di lavoro nazionali.
Un secondo insieme di politiche deve fermare l’ascesa del capitalismo oligarchico, mettendo un limite ai super-redditi milionari di
top manager e degli altri (pochi) strapagati oltre ogni ragionevolezza,
e riportando significative imposte di successione, fortemente progressive, che riducano l’attuale trasmissione ereditaria di gran parte
della ricchezza. Il terzo tipo di azioni deve contrastare l’individualizzazione delle condizioni economiche, che hanno fatto aumentare le
disparità anche all’interno dei percettori di salari. Si devono ridurre
la frammentazione dei contratti di lavoro e la precarietà e, dall’altro
lato, rafforzare un’istruzione pubblica egualitaria che è la base per
sulla base della posizione dei genitori, allora se ne
può dedurre che la mobilità economica è assente.
Il contesto familiare può influenzare i redditi di
un individuo in tre modi: attraverso una maggiore probabilità di raggiungere un più elevato livello
di istruzione; attraverso una maggiore probabilità
di ottenere un buon lavoro; e attraverso un effetto diretto residuale associato sia al capitale umano non osservabile e non legato all’istruzione sia
a imperfezioni di mercato che premiano chi ha
origini familiari più elevate. In quasi tutti i Paesi,
questa influenza aggiuntiva dell’origine familiare
non è trascurabile, e in alcuni casi è perfino considerevole. Nel Regno Unito, ad esempio, il figlio
di un manager guadagna il 26% in più rispetto al
figlio di un operaio, a parità di livello di istruzione.
In altri Paesi, il divario è più contenuto ma comunque significativo: è il caso dell’Irlanda, dell’Italia,
della Spagna e, più limitatamente, della Francia e
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GLI AUTORI
Mario Pianta
è professore di Politica
economica all’Università
di Urbino.
Maurizio Franzini
è professore di Politica
economica alla Sapienza di Roma, dove dirige
la Scuola di dottorato in
Economia.
le possibilità di mobilità sociale. Infine, la politica deve tornare ad
assicurare efficaci politiche di redistribuzione.
In quali campi e con quali conseguenze la politica ha abdicato?
In quasi tutti i Paesi avanzati, la politica ha seguito i precetti neoliberali: ha lasciato fare sempre di più a meccanismi di mercato che per
loro natura alimentano le disparità, ha ridotto l’uso di tassazione e
spesa pubblica per ridurre le disuguaglianze. Quello che serve ora è
una politica che riduca innanzitutto le enormi disparità negli stock
di ricchezza - che sono molto più gravi di quelle nei redditi ottenuti
ogni anno - introducendo una tassazione appropriata - e progressiva
- della ricchezza a livello nazionale, con politiche coerenti a livello
europeo e internazionale. Poi occorre accrescere la progressività delle imposte sul reddito, in modo da aumentare gli effetti redistributivi
dai ricchi ai poveri. Infine serve un reddito minimo.
Un reddito minimo universale “sarebbe utile” o “è indispensabile”?
È indispensabile come riconoscimento di un diritto sociale, come
strumento per tutelare i più poveri, i più precari, i meno fortunati.
È lo strumento chiave e più ugualitario per evitare l’aumento della
povertà. E sarebbe importante in parallelo assicurare un più ampio
accesso al lavoro, anche con interventi pubblici. Tutto questo ridurrebbe immediatamente le disuguaglianze e aiuterebbe la ripresa
dell’economia attraverso un aumento dei consumi e della domanda.
Non avete affrontato la questione della sostenibilità ambientale del
sistema economico, pur riconoscendo che si tratta di «un fenomeno
molto importante che può generare nuove forme di disuguaglianza».
La gravità dei cambiamenti climatici sta producendo nuove vittime di
crisi ambientali, in Italia e ancor più nei Paesi in via di sviluppo. Persone
che perdono reddito, terra, casa, vedono peggiorare le proprie condizioni di vita e aumentare malattie e cause di morte dovute a degrado
ambientale, inquinamento, inondazioni, fenomeni climatici estremi. È
una disuguaglianza complessa da documentare ma con cui dovremo
fare presto i conti, innanzitutto fermando il cambiamento climatico.
Un’ultima domanda, è raggiungibile la perfetta uguaglianza?
È una questione di teoria politica ben più ampia degli obiettivi del nostro libro. Ci accontentiamo di mostrare che nelle nostre società un po’
più di uguaglianza farebbe davvero bene a tutti.
Tiziana Barillà
disuguaglianza: le abilità e le caratteristiche genetiche come l’intelligenza, la salute e l’aspetto fisico; quindi le competenze e le conoscenze acquisite durante l’istruzione formale o per il tramite
dell’influenza del background familiare. Ulteriori
fattori di disuguaglianza sono le aspirazioni e i
valori culturali di ciascuno, nonché le preferenze
personali che influenzano anche l’impegno con il
quale si svolge il proprio lavoro. Classificare ciascuno di questi fattori come una circostanza (che
genera disuguaglianza inaccettabile) o come impegno (visto come causa di disuguaglianza giusta)
non è un compito semplice. Se tutti questi fattori
fossero considerati come circostanze, nessuna disuguaglianza sarebbe accettabile. Come sostiene
Roemer, in questo caso nessuno sarebbe responsabile di nulla e, quindi, soltanto l’uguaglianza
piena dei risultati sarebbe accettabile. La posizione estrema opposta presuppone che tutti questi
fattori dipendano dalla responsabilità individuale, cosicché qualsiasi disuguaglianza nei redditi
è pienamente accettabile. Entrambi i punti di
vista sono insostenibili. Potremmo, ad esempio,
tollerare la pigrizia e non penalizzarla sulla base
dell’argomento che essa è il risultato di preferenze
per le quali non ha alcuna responsabilità chi le detiene? O, all’opposto, dobbiamo davvero puntare
ad annullare l’influenza di qualsiasi caratteristica
geneticamente trasmessa? Come sostiene Swift,
alcuni di questi tratti sono costitutivi dell’identità
umana. In conclusione, la disuguaglianza si trasmette da una generazione
della Germania. Il divario tra i figli Nel Regno Unito
all’altra attraverso i patrimoni
dei “colletti bianchi” e quelli dei il figlio di un manager
lasciati in eredità e, in modo
“colletti blu” è minore, ma ancora guadagna il 26% in più
più sottile, attraverso i vantaggi che un miglior ambiensignificativo nel Regno Unito, in rispetto al figlio di un
operaio, a parità di livello
te familiare può offrire e che
Italia, in Spagna e in Francia.
Se la trasmissione intergenerazio- di istruzione. Il divario tra
sono apprezzati nel mercato
nale delle disuguaglianze è consi- i figli dei “colletti bianchi” del lavoro. Entrambi questi
derata un aspetto negativo della e dei “colletti blu”
elementi sono fattori chiave
nostra società, possiamo doman- è significativo anche
di quel ‘capitalismo oligarchico’ che abbiamo individuato
darci: una società con trasmis- in Italia, Spagna e Francia
come uno dei motori della
sione nulla delle disuguaglianze
sarebbe davvero desiderabile? Dal punto di vista disuguaglianza contemporanea. Gli argomenti
dell’uguaglianza delle opportunità non sono ac- concettuali e i dati presentati in questo capitolo
cettabili le disuguaglianze dovute a fattori che dovrebbero consentire di comprendere meglio da
sfuggono al controllo individuale, fattori che Roe- un lato i meccanismi che sono all’opera e, dall’almer chiama “circostanze”. Al contrario, l’impegno tro, le politiche che potrebbero essere adottate
individuale può essere considerato una giusta per rovesciare l’inaccettabile e pericolosa tendencausa di disuguaglianza. Di nuovo seguendo Roe- za a trasmettere da una generazione all’altra la
mer, possiamo elencare i più importanti fattori di ricchezza e il privilegio.
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UN LAVORO PURCHÉ SIA
A Chiara Saraceno abbiamo chiesto di spiegarci
se dovremo rassegnarci a rapporti di lavoro liquidi,
pagati a prestazione. E lei ci ha risposto che...
di Chiara Saraceno
L
a distinzione tra lavoro autonomo, liberoprofessionale e dipendente in questi anni
si è fatta sempre più tenue. Mentre grandi
professionisti hanno clienti regolari e fidelizzati che garantiscono loro entrate prevedibili e
continuative, oltre che elevate, molti lavoratori
che un tempo sarebbero stati alle dipendenze,
e che di fatto lavorano come se fossero alle dipendenze per quanto riguarda orari e rapporti
di subordinazione, sono costretti a una condizione di prestatori d’opera individuali: impiegati
dell’anagrafe o delle poste, post doc all’università, ricercatori in istituti di ricerca impiegati con
contratti di lavoro a progetto periodicamente
rinnovati; muratori, camerieri, baristi, braccianti, scaricatori nei mercati generali con Partita iva, o “somministrati”, o pagati con voucher.
Non c’è occupazione che non veda, accanto a
contratti di lavoro standard, rapporti di lavoro
che, pensati per una nicchia o casi particolari,
stanno diventando la norma in un mercato del
lavoro sempre più selvaggio, ove la competizione è sempre meno sulle competenze e il prodotto, ma tra chi accetta le condizioni di lavoro
meno vantaggiose. Una competizione che ormai
non mette più solo gli operai polacchi
Se alla precarietà o albanesi contro quelli italiani, ma è
si aggiunge la percezione anche interna alla offerta di lavoro itadi dover competere, liana, specie tra i giovani di entrambi
l’esito è una sorta i sessi e le donne di ogni età (queste
di individualismo coatto, ultime costituiscono il 50 per cento di
per autodifesa. tutti coloro che lavorano a voucher),
Per quanto perdente ma anche tra chi ha perso il lavoro in
età matura ed è ancora lontano da una
pensione i cui criteri di accesso si spostano sempre più in avanti. Stante la scarsità di domanda
di lavoro, i lunghi anni di crisi che hanno indebolito la capacità di tenuta e redistributiva delle economie famigliari, la fila di chi accetta un
lavoro purchessia (alla faccia di chi li definisce
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schizzinosi) è sempre lunga. E i datori di lavoro
ne approfittano. Anni fa la parola d’ordine lanciata ai giovani (e alle donne di ogni età) era di
diventare imprenditori di se stessi. Oggi questa
“imprenditività” sembra doversi concentrare,
almeno per una buona parte, nell’affannosa ricerca di spezzoni di lavoro e nella accettazione
della “creatività” contrattuale dei datori di lavoro. La società liquida non è solo quella dell’individuo diventato puro consumatore bulimico e
senza comunità di cui parla Zygmunt Bauman.
È anche quella dei lavoratori senza appartenenza e senza identità come tali, usa e getta.
(E quali conseguenze ha tutto questo sull’identità - sicurezza, insicurezza, e sull’autostima delle
persone?, le abbiamo chiesto, ndr.) Premesso che
c’è anche chi non desidera impegnarsi in progetti e appartenenze lavorative di lungo periodo, perché desidera viaggiare, alternare lavoro
a viaggi o altre attività, così come c’è chi dalla
precarietà si sente sfidato a trovare strade nuove, per la maggior parte delle persone una situazione di precarietà lavorativa che duri a lungo
impedisce di fare progetti e anche di occuparsi
seriamente di altro che il lavoro. Impedisce anche di costruire e arricchire capitale umano. Se,
alla precarietà si aggiunge la percezione di dover competere con tutti, quindi ogni altro è un
potenziale concorrente, non un alleato, l’esito
è una sorta di individualismo coatto, non per
egocentrismo narcisista, ma per autodifesa, per
quanto perdente. (Quali misure sociali - coperture universali o che altro - immagina ridurre il
danno? ndr.) Il co-working, la creazione di spazi
fisici comuni che consentono anche la possibilità di sviluppare relazioni e collaborazioni, se
non altro tramite il passaparola, è un antidoto
interessante, ma che vale solo per alcune professioni, così come le reti create da co.co.pro ad alta
qualificazione. Oltre a contrastare i fenomeni di
sfruttamento che sono emersi nel lavoro interinale e nell’utilizzo dei voucher, occorre anche
trovare strumenti di aggregazione per questi lavoratori che siano loro utili per rafforzarsi e proteggersi. Emerge anche sempre più chiaramente
la necessità di avere una garanzia di reddito che
non solo aiuti a traghettare da uno spezzone di
lavoro a un altro o a integrare un reddito da lavoro insufficiente, che riduca la ricattabilità di lavoratori che troppo spesso sono costretti a scegliere tra un lavoro poco pagato e nessun lavoro
e nessun reddito.
© Illustrazione Antonio Pronostico
A COSA LE LAVORATRICI
NON RINUNCIANO
Rientrare a lavoro dopo la gravidanza è sempre più difficile:
in 65mila “mollano” dopo il parto. Altre resistono, fondano un sindacato,
o scelgono il telelavoro. Storie di donne che si organizzano
di Tiziana Barillà
M
aternità, permessi, rientro con mobbing.
Turni infernali. Sulla scrivania, decine di
fogli: leggi, contratti, studi comparativi
con il resto d’Europa. Michela, Maria, Francesca e le altre sono sedute una accanto all’altra.
Sono lavoratrici del commercio nel settore privato. Qualcuna fa la commessa e qualcuna sta alla
cassa, tutte lavorano nella grande distribuzione
organizzata. Dentro i centri commerciali della
Capitale che, spesso, troviamo aperti fino a tardi,
anche nelle domeniche e nei giorni di festa. Zara,
MediaWorld, Coin, catene alimentari. Sono 3 milioni i lavoratori del settore commercio in Italia e
almeno l’80 per cento sono donne.
Formulano ipotesi e si preoccupano di «non pesare troppo sugli altri colleghi, quelli che i figli non
ce li hanno», fa notare alle colleghe Maria, la commessa di Zara che ha una bimba di quasi nove
anni. «La mia situazione, poi, non è nemmeno
delle peggiori, ho un contratto part-time verticale:
14-23 è la mia fascia oraria. Sono fortunta perché
questa formula mi consente di gestire la mia famiglia. A lavoro me lo rinfacciano tutti i giorni...
anche se me lo hanno fatto loro!», dice sarcastica
Maria, «siamo la generazione delle quarantenni
e c’è un tempo per ogni cosa. Questo per molte
di noi è il tempo di essere anche madri. Dammi il
mio tempo, no?!». Nella discussione irrompe Michela, 37 anni e un figlio di quasi 6, che aggiunge:
«Gli orari sono impossibili, soprattutto quando
ci chiedono di lavorare la domenica. Nei luoghi
di lavoro del commercio, come un tempo nelle
fabbriche, le donne sono impiegate su turni estenuanti, senza il riposo domenicale, e hanno sempre meno diritti», spiega Michela, anche lei commessa al centro commerciale, che s’è messa alla
guida di questa battaglia. «Molte lavoratrici sono
ancora studentesse, perciò accettano qualunque
orario. La verità è che i contratti nazionali hanno
lasciato al caso come regolare i nostri rapporti di
lavoro». Chiedono orari più umani, che tengano
conto della loro maternità, almeno finché i loro
bambini non abbiano compiuto i 3 anni.
Il lavoro nella grande distribuzione, poi, è anche
classificato come categoria a rischio per le gravidanze, perciò viene consigliata la riassegnazione
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in un’area non a rischio o la maternità anticipata,
lo riconosce anche la legge, la 81 del 2008. «Questo, purtroppo, non accade quasi mai», denuncia
la sindacalista di Usb Michela, «a meno che la lavoratrice non si impunti. E non è difficile capire
che questa negligenza del datore di lavoro va a discapito della donna e del bambino, non è un caso
che nei nostri negozi ci siano stati casi di aborti
spontanei».
Il welfare si riduce spesso Dopo il parto la vita
alla rete familiare: nonni, non è certo più facile.
zie, amici di famiglia (per Anche perché, il welfachi ci può contare). E cresce re si riduce spesso alla
il numero delle donne rete familiare: nonni,
che, diventate madri, sono zie, amici di famiglia
costrette a lasciare il lavoro (per chi ci può contaper prendersi cura dei figli re). Negli ultimi due
anni è in crescita il
numero delle donne che, diventate madri, sono
costrette a lasciare il lavoro per prendersi cura
dei figli: 65mila ogni anno, si stima. Una di loro
è Cristina, torinese, un compagno e due bimbe,
Viola di 8 anni e Flora di 3. Dalla sala riunioni raggiungiamo Cristina in chat: «Ho perso il lavoro
nel 2008 nonostante avessi un contratto a tempo indeterminato in una società di informatica»,
racconta. «In quel periodo cominciava la crisi
lavorativa e diventavo mamma per la prima vol-
ALLA RICERCA DI UNA
PARTITA IVA CONTENTA
Giornalisti, avvocati, camerieri. Quasi
tutti sono finti lavoratori autonomi, ma a
qualcuno piace l’idea di lavorare in proprio
E
ntrano nella redazione di un noto sito di informazione, gli ispettori dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei
giornalisti, mostrando il tesserino. Così prescrive la
procedura: ci si qualifica, si ispezionano i locali dove si
svolge il lavoro redazionale, e si parla poi con i giornalisti
presenti. Salvo scoprire, nel caso specifico, che molti non
sono giornalisti e che quasi tutti non hanno il contratto
giusto per stare lì, non sono dipendenti ma freelance, con
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ta, ai primi esuberi è toccato subito a me. Poi a
niente sono valsi i colloqui per i lavori più disparati... Ero mamma, e questo non andava bene a
nessuno». Forte di una laurea al Dams e di anni di
esperienza in grafica e web design, Cristina prende in mano la situazione quando - «dopo mesi
di scoramento» - s’inventa NetworkMamas: «Un
modo affinché le mamme potessero telelavorare
conciliando famiglia e lavoro». Oggi con la sua
community offre i servizi più vari: curriculum innovativi, scrittura di blog-post, vendita attraverso
vetrine online. Ma è riuscita a conciliare lavoro e
famiglia?, le chiediamo. «Sì», risponde soddisfatta: «Questo assetto ha molti vantaggi, riesco a gestire gli impegni quando le bimbe sono a scuola
o a dormire». Anche economicamente, dice Cristina, la scelta paga: «Il lavoro va bene e vogliamo
aiutare sempre più mamme, in Italia e, chissà,
anche all’estero».
Torniamo a Roma, dalle nostre lavoratrici dietro
casse e scaffali. Sono agguerrite e si dicono pronte
a fondare un sindacato ad hoc perché «soprattutto
nel settore privato nessuno ha finora provato ad
ampliare i diritti che, con fatica, le donne hanno
conquistato sul tema maternità». La riunione si
scioglie, le idee sono chiare: «Studiare, capire,
condividere. E venire allo scoperto». Il primo appuntamento è fissato per l’11 maggio a Roma.
partita Iva o ritenuta d’acconto. Nelle agende redazionali
ci sono segnati i turni, chi apre ogni mattina e chi chiude
ogni sera, chi ha compiti di coordinamento, chi risponde invece alle direttive dei superiori. C’è un direttore responsabile, almeno, ma il suo è l’unico contratto come si
deve. Per il resto, spazio alla fantasia: contratti del commercio, collaborazioni, prestazioni occasionali. Il sito fa
oltre 100mila clic al giorno e l’editore è un big della Rete,
ma evidentemente non basta per rispettare pure tutte le
leggi. Il rapporto di forza d’altronde lo permette: di giornalisti a spasso è pieno il Paese e chi ha un lavoro così
certo non si lamenta. Non si lamenta perché l’alternativa è la disoccupazione, e non si lamenta perché è ormai
più liquido del lavoro liquido. Anche se non è orgoglioso,
nel caso specifico, come invece capita in altri settori. Il
mito della libera professione, salvo per i reporter di guerra e pochi altri, non c’è mai stato nel mondo dell’informazione. Né in quello televisivo, salvo per i conduttori,
dove pure ormai si è partita Iva anche per fare l’autore,
Pronostico
onio
© Illustrazione Ant
per firmare un programma quotidiano che va in onda da
anni su una rete che, chiuso quello, potrebbe comunque
impiegarti su altri prodotti simili. Fate irruzione in una
riunione per il copione di un talk mattutino di La7 o della
Rai e chiedete. Nove mesi di contratto l’anno e poi altri
due per lo stesso programma nella sua versione estiva, è
cosa assai frequente. Il mese che avanza? Per chi lavora
in tv, a partita Iva o con contratti di collaborazione, quelle ormai si chiamano ferie. A Giulia, inviata, quando ti
racconta cosa farà l’estate, non fa più caso al fatto che in
quei giorni nessuno la paghi. Il mito della libertà però c’è
invece tra gli avvocati, che infatti sono partite Iva, spesso
contente, anche se lavorano in un grande studio, e anche se di tempo per la libera professione, nella loro giornata, in realtà non ce ne è. «Così funziona, da noi. Posso
scegliere in qualunque momento di cambiare studio», ci
spiega Maria, trent’anni, «e se volessi fare l’avvocato dipendente posso sempre cercare di entrare in un’azienda
o uno di quelli studi che si organizzano così, assumen-
do». C’è dunque qualcuno contento di fatturare a fine
mese, ma è categoria particolare, quella dell’avvocatura.
Rischia comunque di essere un problema del passato, già
superato, dell’altro secolo, quello delle partite Iva, il cui
abuso è norma in ogni azienda. Con il lavoro pagato via
app, con Uber e le piattaforme di crowdworking come il
Mechanical Turk di Amazon. O anche più banalmente
con i voucher, che l’Italia ha liberalizzato, non limitandoli più alla sola agricoltura, come avveniva fino al 2008
(quando i lavoratori a tagliando erano meno di 25mila,
contro il milione e 400mila di oggi) e come avviene ancora in Francia, ad esempio. Lì stanno migrando molti
lavori. Lo dice lo stesso rapporto annuale del ministero
del Lavoro: nel 2015, il 10 per cento dei lavoratori retribuiti con voucher aveva avuto, nei sei mesi precedenti,
un rapporto - però contrattualizzato - con lo stesso datore, soprattutto nel turismo e nel commercio. Camerieri,
commessi, non certo imprenditori di loro stessi.
Luca Sappino
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SONO UN CANE SCIOLTO
E OTTIMISTA
«Per me il Primo maggio è festa popolare, di dignità, libertà
e difesa dei diritti». Luca Barbarossa, che quest’anno chiuderà
il concertone di piazza San Giovanni, si racconta a Left
di Alessandra Grimaldi
Q
uale sarà la prima cosa che dirai quando farai il tuo ingresso su quel palco pazzesco? «E
la dico a te?». Inizia con una fragorosa risata
la chiacchierata con Luca Barbarossa, mente generosa per propositi e buoni sentimenti. Classe
1961, cantautore di strada alla fine degli anni
Settanta, fa il suo esordio a Sanremo nel 1981
con un omaggio alla sua città: “Roma spogliata”.
Arriva il successo: i concerti, ancora Sanremo,
ancora storie da suonare, anche insieme al poliedrico Neri Marcorè. Poi la radio, con il quotidiano Radio2 Social club che - tra commenti e
canzoni, in duetto con illustri colleghi - ha portato alla realizzazione di Radio DUEts Musica Libera, un album per sostenere l’associazione Libera. Il Primo maggio è sul palco del Concertone
di Roma, in piazza San Giovanni, per condurre
il tradizionale appuntamento promosso da Cgil,
Cisl e Uil. Sono giorni intensi questi, tra prove e
dichiarazioni da rilasciare a chi, come me, vuol
sapere tutto della sua carriera, dei suoi pensieri, dei suoi progetti. Lo inchiodo al telefono, in
una sera di aprile. È ora di cena e «sta cadendo la
notte sopra i tetti di Roma», come cantava nella
poetica “Via Margutta”.
Ci riprovo, che dirai dal palco di San Giovanni?
Ho pensato a tante cose da dire, ma ogni giorno le cambio. È un evento con tante implicazioni sociali e politiche, un palco particolarmente
sensibile a ciò che accade intorno. Io sono un
cane sciolto, un uomo libero che non si fa condizionare da nessuno, perciò tratterò i temi che
riguardano quella che io chiamo la precarietà
esistenziale, una condizione diffusa in Italia e
20
non solo, se pensiamo a quello che
succede nel Mediterraneo. È un paradosso: siamo considerati un punto di arrivo, l’Italia è una porta per
l’Europa, figuriamoci in quali condizioni sono queste persone, che
rischiano di perdere la vita in mare.
Che cosa intendi per “precarietà
esistenziale”?
La precarietà esistenziale è possi- Quando sei stato un artista
bile quando non c’è rispetto della di strada, rimani un artista
dignità del lavoro, perché si dà ai di strada per tutta la vita.
giovani questa sensazione che non Ho girato l’Europa
stanno costruendo, ma che pas- con la mia chitarra,
sano da un lavoretto all’altro, con ho conosciuto tanta gente.
stipendi risibili, con capacità e atti- È stato meraviglioso
tudini non riconosciute. Si dovrebbe pianificare a lunga scadenza, investire sulla
conoscenza, la ricerca, l’università, sulle scuole
pubbliche. I giovani, così come gli immigrati,
sono il motore della società.
Occupazione giovanile e difesa dei diritti delle classi più deboli, sono queste le priorità hai
detto più volte.
Ho tre figli e non voglio in nessuna occasione
abbandonarmi al pessimismo di chi dice che
questa è una nazione che non ce la fa, che non
riparte, dove la corruzione fa la parte del leone
ed è impossibile creare nuova occupazione. Io
ai miei tre figli, quando li guardo negli occhi o
ci parliamo, ho il dovere di dirgli che è un Paese
che ce la farà, soprattutto grazie a loro.
Non solo a Roma si porteranno musica e contenuti, insieme. Anche a Taranto, per esempio,
30 aprile 2016
© Valeria Tomasulo
Il cantautore Luca Barbarossa
Modena City Ramblers e altri ancora, impegnati e spesso indignati.
Sì, sarà un palco davvero ricco e saranno loro i
protagonisti: un’onda positiva in cui si fondono
musica e contenuti importanti che riguardano
tutti noi.
Barbarossa cantautore parla spesso anche di
donne, come con “L’amore rubato” o “Portami
a ballare”. Mostrando un’attenzione privilegiata verso l’universo femminile.
Con “L’amore rubato” ho parlato di un argomento terribile, all’interno di una canzone ispirata
dal monologo di Franca Rame, che ha trasformato il suo stupro in energia positiva, in una
pièce con cui lo ha denunciato. Sono tante le
forme di prevaricazione nei confronti delle donne da condannare, e quando posso lo faccio. Ho
avuto la fortuna di aver incontrato donne che mi
hanno stimolato, aperto gli occhi. Così come l’amore per loro mi ha migliorato.
Stai preparando un disco nuovo?
Non ci crede più nessuno, ma sì, ho scritto alcuni inediti e dovrebbe uscire nel 2017… Mi viene
da ridere solo a dirlo.
Ai tuoi esordi a Piazza Navona ci pensi mai?
Sì, e penso di essere sempre
dove hai condotto un’edi- Roma ha ancora un cielo
quello lì, lo potrei rifare da
zione. Occasioni come que- bellissimo, il problema è
un momento all’altro, se ne
ste possono ancora essere quello che c’è sotto: uomini
avessi occasione o necessità.
utili per manifestare un supportati da partiti e lobby
Quando sei stato un artista
pensiero o fare il punto del- che ne hanno infangato il
di strada, rimani un artista
nome. Alle elezioni? Ho le
la situazione?
di strada per tutta la vita. Ho
Ovunque venga festeggiato, il idee chiare su chi non votare girato l’Europa con la mia
Primo maggio è il benvenuto.
chitarra, ho conosciuto tanta
È una festa popolare, di dignità, libertà e difesa gente. È stato meraviglioso.
dei diritti. Ogni città ha le sue emergenze, Taran- Adesso che cielo c’è sopra via Margutta?
to ne ha di drammatiche per tutto ciò che succe- Un cielo bellissimo, il problema è quello che c’è
de intorno all’Ilva, ma questo non toglie impor- sotto: molti uomini supportati dai partiti e dalle
tanza ad altre realtà.
lobby che hanno infangato il nome di Roma. Il roNon hai mai voltato le spalle a nessuna forma mano è quello che dal Comune, dalle istituzioni e
di sostegno sociale, come con Libera.
dallo Stato ha solo fastidi, non ha aiuti di nessun
Collaboro con loro da quando è nata, vent’anni tipo. E Roma ha un tessuto sociale da ricostruire
fa! Lo scorso novembre, ho fatto anche un disco completamente: la nettezza urbana, i trasporti, le
per finanziare un centro polivalente nella Locri- scuole. Non c’è una cosa che funzioni ed è amaro
de, un bene confiscato alla mafia dove oggi ven- constatare che non è per mancanza di fondi, ma
gono fatte varie attività, anche musicali. Il fatto perché qualcuno quei fondi se li metteva in tasca,
di convertire terreni sottratti alle cosche, resti- minacciando con sistemi da usurai. Roma non se
tuendoli alla comunità per realizzare attività che lo merita, i romani non se lo meritano.
allontanano i giovani dalle scorciatoie che le ma- Un’ultima, inevitabile, domanda: hai le idee
fie offrono, è un lavoro di ricostruzione morale.
chiare su chi votare come sindaco di Roma?
Avrai ospiti come Skunk Anansie, Capossela, Ho le idee chiare su chi non votare.
30 aprile 2016
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LEGGE RENZI-BOSCHI ECCO
LE CRITICHE DI 56 COSTITUZIONALISTI
Pubblichiamo l’integrale del documento che analizza il testo della legge di riforma del Senato,
ne sviscera le contraddizioni, ne svela gli intenti demagogici e chiede che a ottobre
si voti su più quesiti. Per evitare che tutto si riduca a un plebiscito pro o contro il premier
Pubblichiamo di seguito l’appello di 56 costituzionalisti per il No alla riforma Boschi-Renzi della
Carta costituzionale. Come vedrete, tutto si può dire di questo documento tranne che non entri nel
merito.
I firmatari esprimono, anzitutto, preoccupazione per il modo con cui la riforma è stata approvata
«da una maggioranza (peraltro variabile e ondeggiante) prevalsa nel voto parlamentare (“abbiamo
i numeri”) anziché come frutto di un consenso maturato fra le forze politiche». Osservano che il superamento del bicameralismo «è stato perseguito in modo incoerente e sbagliato». Denunciano il rischio di un caos legislativo visto che la riforma prevede una pluralità di procedimenti differenziati
a seconda delle diverse modalità di intervento del nuovo Senato, «con rischi di incertezze e conflitti».
Avvertono che «l’assetto regionale della Repubblica uscirebbe da questa riforma fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza
legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia». Considerano la riduzione dei “costi della
politica” vantata da Renzi «un modo per strizzare l’occhio alle posizioni tese a sfiduciare le forme della politica intesa come luogo di partecipazione dei cittadini all’esercizio dei poteri». Chiedono, infine,
come ultima chance per evitare un conflitto tutto politico - pro o contro Renzi - che il referendum si
articoli in più quesiti. Questo scrivono, questo chiedono, 56 studiosi con esperienze e culture diverse.
Qualcuno risponderà loro, restando nel merito? È quel che speriamo. Buona lettura.
D
i fronte alla prospettiva che la legge
costituzionale di riforma della Costituzione sia sottoposta a referendum nel
prossimo autunno, i sottoscritti, docenti, studiosi e studiose di diritto costituzionale, ritengono doveroso esprimere alcune valutazioni critiche. Non siamo fra coloro
che indicano questa riforma come l’anticamera
di uno stravolgimento totale dei principi della
nostra Costituzione e di una sorta di nuovo
autoritarismo. Siamo però preoccupati che un
processo di riforma, pur originato da condivisibili intenti di miglioramento della funzionali22
30 aprile 2016
tà delle nostre istituzioni, si sia tradotto infine,
per i contenuti ad esso dati e per le modalità
del suo esame e della sua approvazione parlamentare, nonché della sua presentazione al
pubblico in vista del voto popolare, in una potenziale fonte di nuove disfunzioni del sistema
istituzionale e nell’appannamento di alcuni dei
criteri portanti dell’impianto e dello spirito della Costituzione.
Siamo anzitutto preoccupati per il fatto che il
testo della riforma - ascritto ad una iniziativa
del Governo - si presenti ora come risultato rag-
© Giuseppe Giglia/Ansa
giunto da una maggioranza (peraltro variabile
e ondeggiante) prevalsa nel voto parlamentare
(“abbiamo i numeri”) anziché come frutto di
un consenso maturato fra le forze politiche; e
che ora addirittura la sua approvazione referendaria sia presentata agli elettori come decisione determinante ai fini della permanenza o
meno in carica di un Governo. La Costituzione,
e così la sua riforma, sono e debbono essere
patrimonio comune il più possibile condiviso,
non espressione di un indirizzo di governo e
risultato del prevalere contingente di alcune
forze politiche su altre.
La Costituzione non è una legge qualsiasi, che
persegue obiettivi politici contingenti, legittimamente voluti dalla maggioranza del momento, ma esprime le basi comuni della convivenza civile e politica. È indubbiamente un
prodotto “politico”, ma non della politica contingente, basata sullo scontro senza quartiere
fra maggioranza e opposizioni del momento.
Ecco perché anche il modo in cui si giunge ad
una riforma investe la stessa “credibilità” della
Carta costituzionale e quindi la sua efficacia.
Già nel 2001 la riforma del titolo V, approvata
in Parlamento con una ristretta maggioranza, e
pur avallata dal successivo referendum, è stato
un errore da molte parti riconosciuto, e si è dimostrata più fonte di conflitti che di reale miglioramento delle istituzioni.
Nel merito, riteniamo che l’obiettivo, pur largamente condiviso e condivisibile, di un superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto
(al quale peraltro sarebbe improprio addebitare
la causa principale delle disfunzioni osservate
nel nostro sistema istituzionale), e dell’attribuzione alla sola Camera dei deputati del compito
di dare o revocare la fiducia al Governo, sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato.
Invece di dare vita ad una seconda Camera che
sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un
vero dialogo e confronto fra rappresentanza
nazionale e rappresentanze regionali sui temi
che le coinvolgono, si è configurato un Senato
estremamente indebolito, privo delle funzioni
essenziali per realizzare un vero regionalismo
cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri
effettivi nell’approvazione di molte delle leggi
più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di
concertazione fra Stato e Regioni. In esso non
si esprimerebbero le Regioni in quanto tali, ma
rappresentanze locali inevitabilmente articolate in base ad appartenenze politico-partitiche
(alcuni consiglieri regionali eletti - con modalità rinviate peraltro in parte alla legge ordinaria - anche come senatori, che sommerebbero
i due ruoli, e in Senato voterebbero ciascuno
secondo scelte individuali). Ciò peraltro senza
nemmeno riequilibrare dal punto di vista numerico le componenti del Parlamento in seduta comune, che è chiamato ad eleggere organi
di garanzia come il Presidente della Repubblica e una parte dell’organo di governo della
magistratura: così che queste delicate scelte
rischierebbero di ricadere anch’esse nella sfera
di influenza dominante del Governo attraverso
30 aprile 2016
23
© Ansa
il controllo della propria maggioranza, specie
se il sistema di elezione della Camera fosse improntato (come lo è secondo la legge da poco
approvata) a un forte effetto maggioritario.
Ulteriore effetto secondario negativo di questa
riforma del bicameralismo appare la configurazione di una pluralità di procedimenti legislativi differenziati a seconda delle diverse modalità
di intervento del nuovo Senato (leggi bicamerali, leggi monocamerali ma con possibilità di
emendamenti da parte del Senato, differenziate a seconda che tali emendamenti possano essere respinti dalla Camera a maggioranza semplice o a maggioranza assoluta), con rischi di
incertezze e conflitti.
L’assetto regionale della Repubblica uscirebbe
da questa riforma fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza
legislativa, facendone organismi privi di reale
autonomia, e senza garantire adeguatamente
i loro poteri e le loro responsabilità anche sul
piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali).
Il dichiarato intento di ridurre il contenzioso fra
Stato e Regioni viene contraddetto perché non
si è preso atto che le radici del contenzioso medesimo non si trovano nei criteri di ripartizione
delle competenze per materia - che non possono mai essere separate con un taglio netto - ma
piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione: senza dire che
il progetto da un lato pretende di eliminare le
competenze concorrenti, dall’altro definisce in
molte materie una competenza “esclusiva” del24
30 aprile 2016
lo Stato riferita però, Invece di una seconda
ambiguamente, alle Camera che sia reale
sole “disposizioni ge- espressione delle
nerali e comuni”. Si è istituzioni regionali,
rinunciato a costruire si è configurato un Senato
strumenti efficienti di indebolito, privo delle
cooperazione fra cen- funzioni essenziali
tro e periferia. Invece per realizzare un
di limitarsi a correg- regionalismo cooperativo
gere alcuni specifici
errori della riforma del 2001, promuovendone
una migliore attuazione, il nuovo progetto tende sostanzialmente, a soli quindici anni di distanza, a rovesciarne l’impostazione, assumendo obiettivi non solo diversi ma opposti a quelli
allora perseguiti di rafforzamento del sistema
delle autonomie.
Il progetto è mosso anche dal dichiarato intento (espresso addirittura nel titolo della legge) di
contenere i costi di funzionamento delle istituzioni. Ma il buon funzionamento delle istituzioni non è prima di tutto un problema di costi
legati al numero di persone investite di cariche
pubbliche (costi sui quali invece è giusto intervenire, come solo in parte si è fatto finora,
attraverso la legislazione ordinaria), bensì di
equilibrio fra organi diversi, e di potenziamento, non di indebolimento, delle rappresentanze
elettive.
Limitare il numero di senatori a meno di un sesto di quello dei deputati; sopprimere tutte le
Province, anche nelle Regioni più grandi, e costruire le Città metropolitane come enti eletti
in secondo grado, anziché rivedere e razionalizzare le dimensioni territoriali di tutti gli enti
in cui si articola la Repubblica; non prevedere
In apertura, l’originale della Costituzione
italiana con le firme di De Nicola, De Gasperi
e Terracini. A sinistra, 22 dicembre 1947, il
presidente De Nicola, firma la Costituzione
della Repubblica Italiana
i modi in cui garantire sedi di necessario confronto fra istituzioni politiche e rappresentanze sociali dopo la soppressione del Cnel: questi
non sono modi adeguati per garantire la ricchezza e la vitalità del tessuto democratico del
Paese, e sembrano invece un modo per strizzare l’occhio alle posizioni tese a sfiduciare le
forme della politica intesa come luogo di partecipazione dei cittadini all’esercizio dei poteri.
Sarebbe ingiusto disconoscere che nel progetto
vi siano anche previsioni normative che meritano di essere guardate con favore: tali la restrizione del potere del Governo di adottare decreti
legge, e la contestuale previsione di tempi certi
per il voto della Camera sui progetti del Governo che ne caratterizzano l’indirizzo politico; la
previsione (che peraltro in alcuni di noi suscita perplessità) della possibilità di sottoporre in
via preventiva alla Corte costituzionale le leggi
elettorali, così che non si rischi di andare a votare (come è successo nel 2008 e nel 2013) sulla
base di una legge incostituzionale; la promessa
di una nuova legge costituzionale (rinviata peraltro ad un indeterminato futuro) che preveda referendum propositivi e di indirizzo e altre
forme di consultazione popolare.
Indire il referendum
su un quesito unico, non
omogeneo, vuol dire voler
far prevalere le ragioni
“politiche”, che però sono
estranee al merito
della riforma costituzionale
Tuttavia questi aspetti positivi non sono
tali da compensare gli
aspetti critici di cui si è
detto.
Inoltre, se il referendum fosse indetto
- come oggi si prevede - su un unico quesito, di approvazione o no
dell’intera riforma, l’elettore sarebbe costretto
ad un voto unico, su un testo non omogeneo, facendo prevalere, in un senso o nell’altro, ragioni
“politiche” estranee al merito della legge. Diversamente avverrebbe se si desse la possibilità di
votare separatamente sui singoli grandi temi in
esso affrontati (così come se si fosse scomposta la
riforma in più progetti, approvati dal Parlamento
separatamente).
Per tutti i motivi esposti, pur essendo noi convinti
dell’opportunità di interventi riformatori che investano l’attuale bicameralismo e i rapporti fra
Stato e Regioni, l’orientamento che esprimiamo è
contrario, nel merito, a questo testo di riforma.
I firmatari
Francesco Amirante, magistrato; Vittorio
Angiolini, Università di Milano Statale; Luca
Antonini, Università di Padova; Antonio
Baldassarre, Università Luiss di Roma; Sergio
Bartole, Università di Trieste; Ernesto Bettinelli,
Università di Pavia; Franco Bile, magistrato;
Paolo Caretti, Università di Firenze; Lorenza
Carlassare, Università di Padova; Francesco
Paolo Casavola, Università di Napoli Federico
II; Enzo Cheli, Università di Firenze; Riccardo
Chieppa, magistrato; Cecilia Corsi, Università
di Firenze; Antonio D’Andrea, Università di
Brescia; Ugo De Siervo, Università di Firenze;
Mario Dogliani, Università di Torino; Gianmaria Flick, Università Luiss di Roma; Franco
Gallo, Università Luiss di Roma; Silvio Gambino, Università della Calabria; Mario Gorlani,
Università di Brescia; Stefano Grassi, Università
di Firenze; Enrico Grosso, Università di Torino; Riccardo Guastini, Università di Genova;
Giovanni Guiglia, Università di Verona; Fulco
Lanchester, Università di Roma La Sapienza;
Sergio Lariccia, Università di Roma La Sapienza; Donatella Loprieno, Università della Calabria; Joerg Luther, Università Piemonte orientale; Paolo Maddalena, magistrato; Maurizio
Malo, Università di Padova; Andrea Manzella,
Università Luiss di Roma; Anna Marzanati,
Università di Milano Bicocca; Luigi Mazzella,
avvocato dello Stato; Alessandro Mazzitelli,
Università della Calabria; Stefano Merlini,
Università di Firenze; Costantino Murgia,
Università di Cagliari; Guido Neppi Modona,
Università di Torino; Walter Nocito, Università
della Calabria; Valerio Onida, Università di Milano Statale; Saulle Panizza, Università di Pisa;
Maurizio Pedrazza Gorlero, Università di Verona; Barbara Pezzini, Università di Bergamo;
Alfonso Quaranta, magistrato; Saverio Regasto,
Università di Brescia; Giancarlo Rolla, Università di Genova; Roberto Romboli, Università di
Pisa; Claudio Rossano, Università di Roma La
Sapienza; Fernando Santosuosso, magistrato;
Giovanni Tarli Barbieri, Università di Firenze;
Roberto Toniatti, Università di Trento; Romano
Vaccarella, Università di Roma La Sapienza;
Filippo Vari, Università Europea di Roma; Luigi
Ventura, Università di Catanzaro; Maria Paola
Viviani Schlein, Università dell’Insubria; Roberto Zaccaria, Università di Firenze; Gustavo
Zagrebelsky, Università di Torino.
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QUELLI DI MAFIA CAPITALE
CORRUTTORI E MAFIOSI
Nel processo negano di conoscere Carminati, trovano scuse,
banalizzano i fatti. Ma in aula la paura si taglia a fette. Come sempre
accade quando c’è di mezzo la mafia. Il punto sull’inchiesta romana
di Marco Carta
N
elle pause agli imputati capita di fare capannello fra loro e di prendersela coi pochi giornalisti presenti nell’aula bunker
di Rebibbia: «Ancora non avete capito
che Mafia Capitale è tutta una montatura?». Matteo Calvio lo “spezzapollici” che pretende di essere chiamato il “Bojo”, è l’unico che trova il tempo di sorridere, tiene alto il morale dei
compagni di cella, Fabrizio Franco Testa e l’ex
consigliere regionale Luca Gramazio. Massimo
Carminati e Riccardo Brugia compaiono in video
collegati dai penitenziari dove sono detenuti: assistono alle udienze seduti, ma si mettono a camminare nervosamente quando in aula si parla di
loro. Salvatore Buzzi, anche lui in collegamento,
chiama di continuo il suo legale, seduto in aula
accanto alla compagna Alessandra Garrone, la
quale annota diligente tutti i passaggi del processo. Appena può Buzzi prende la parola per ribaltare la ricostruzione del Ros. Il 13 aprile scorso ha
parlato circa due ore, offrendo la sua ennesima
versione dei fatti: «È stato colpito il Pd di Bersani
e non quello di Renzi», ha detto stavolta.
Tutti insieme, un ex sindaco come Gianni Alemanno, criminali di quartiere, professionisti e
dirigenti un tempo stimati come Luca Odevaine («Gli davo 5mila euro al mese perché era uno
che dava del tu al prefetto», dice di lui Buzzi),
politici in rampa di lancio come Luca Gramazio,
burocrati, pescatori e anche uomini delle forze
dell’ordine, come i poliziotti che informavano
Caminati o il carabiniere del Quirinale, di cui
Buzzi dice: «Gli abbiamo dato 19mila euro, ma ci
ha truffato».
26
30 aprile 2016
A guardarlo dall’alto, quel quadro sfilacciato che
sembrava non tenersi insieme, dopo il clamore
dei primi arresti nel dicembre 2014, di giorno in
giorno prende sempre più corpo: udienza dopo
udienza, quattro a settimana dal 5 novembre,
l’accusa tesse la sua tela, nonostante l’oblio mediatico calato sul processo, nonostante la politica si tenga alla larga dall’aula bunker di Rebibbia, tentando così di sminuire, di banalizzare il
processo, nonostante la Rai abbia deciso di non
mandare più telecamere proprio nei giorni in cui
chiamava in studio il figlio di Riina. La procura
pensa di chiudere il cerchio, di dimostrare che
di mafia, e non solo di corruzione, si sia trattato,
con le deposizioni del pentito Roberto Grilli e di
Sebastiano Cassia, previste in prossimo giugno.
E gli avvocati della difesa, protagonisti di una
durissima battaglia all’inizio del processo contro
la richiesta di sospendere per tutti gli imputati i
termini della custodia cautelare, ora sembrano
in attesa.
«A Roma non ci sono morti ammazzati perché
qui ci sono soldi per tutti e dunque non è necessario uccidere», ha spiegato il procuratore capo
di Roma Giuseppe Pignatone nel corso di una
conferenza alla Luiss. Ed è un punto importante,
perché in effetti nel “Mondo di mezzo” di morti
ammazzati così come delle armi si parla al telefono, ma non c’è traccia, nessun riscontro. C’è il
resto, però. La paura, le estorsioni, l’intimidazione, i ricatti, la corruzione, il rispetto criminale e
l’omertà. Un sistema di potere tentacolare, che
partiva da un benzinaio di Roma nord per tenere
insieme politica, appalti del Comune, cooperati-
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27
© Alessandro Di Meo/Ansa
A destra, Massimo Carminati
in collegamento durante
un’udienza del processo.
In apertura, i pubblici ministeri
Giuseppe Cascini, Paolo Ielo
e Luca Tescaroli
Le prossime tappe
Dalle politiche sociali fino alla municipalizzata dei rifiuti Ama. Aspettando la deposizione dei “pentiti” Sebastiano Cassia
e Roberto Grilli, chiamati a ricostruire il
microcosmo criminale attorno alla figura
del “nero” Carminati e attesi in aula
rispettivamente il 7 e l’8 giugno, a essere
protagonista del processo Mafia Capitale, nei mesi di maggio e giugno, sarà
il Comune di Roma. Sono tanti, infatti, i
testimoni che sfileranno nell’aula Bunker
di Rebibbia di fronte ai giudici della X
Sezione penale nel bel mezzo della campagna elettorale per le amministrative.
Obiettivo: ricostruire le vicende al centro
dell’indagine della procura di Roma.
Oltre ai carabinieri del Ros, che hanno
condotto l’inchiesta, alcuni di questi testimoni sono protagonisti del passato recente della città. Come il prefetto Marilisa Magno (che sarà sentita il 31 maggio),
a capo della commissione d’accesso sul
Comune di Roma avviata dall’ex prefetto
Giuseppe Pecoraro, l’ex dg di Ama ai
tempi di Alemanno, Giuseppina Anelli
(1 giugno), il suo successore Alessandro
Filippi (31 maggio) e l’ex assessora al
Sociale di Roma Rita Cutini (6 giugno), invisa al re delle coop Salvatore Buzzi e sul
punto di essere sostituita dall’ex sindaco
Ignazio Marino con Daniele Ozzimo, poi
convolto nell’inchiesta giudiziaria esplosa
nel dicembre del 2014.
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ve, con ex militanti dell’estrema destra, i reduci
della banda della Magliana, con quelli delle Brigate Rosse. Mondi che sembrerebbero distanti
anni luce ma che, testimonianza dopo testimonianza, appaiono tenuti insieme da una pluralità
di interessi, spesso individuali.
Un dato accomuna praticamente tutti i testimoni più importanti: dicono di aver scoperto realmente chi fosse Massimo Carminati, solo dopo,
su internet. «Ho letto in Rete che
I testimoni più importanti era l’ottavo re di Roma - ha detdicono di aver scoperto chi to ad esempio Paolo Passeri - Io
fosse Massimo Carminati pensavo che fosse Paolo Roberto
solo dopo. «Ho letto in Rete Falcao», l’ottavo re. Chi non può
che era l’ottavo re di Roma dire di non averlo conosciuto,
- ha detto Paolo Passeri - Carminati, cerca di prenderne
Io pensavo che fosse Paolo le distanze. E la presidente del
Roberto Falcao l’ottavo re» tribunale, Rosanna Ianniello, a
più riprese ironizza: «Vedo molti
rapporti british» qui dentro.
In aula nessuno ammette di sentirsi intimorito,
eppure dall’inchiesta risulta solo una persona ha
avuto il coraggio di tentare una ribellione contro
i soprusi e le minacce degli uomini vicini a Massimo Carminati. È Augusto de Megni, vittima nel
1990 di un sequestro dell’Anonima sarda durato
110 giorni. De Megni, quando il suo amico Raimondo Pirro, fratello dell’ex pilota di Formula 1
30 aprile 2016
© Massimo Percossi/Ansa
Emanuele, viene aggredito in un bar dei Parioli
per un debito non saldato, prova a reagire. Ma è
l’unico. Per tutti gli altri la paura che emerge dagli atti non si è attenuata nemmeno con la chiusura delle indagini e dopo gli arresti del 2 dicembre 2014.
Luigi Seccaroni, proprietario di un autosalone, è
stato capace di ritrattare il suo verbale di fronte
ai carabinieri e ha provato a sminuire il tenore
delle intercettazioni che lo vedono protagonista:
«Era un periodo molto difficile della mia vita ha detto - le cose non andavano bene con mia
moglie e mi sentivo stressato». Però, parlando al
telefono con l’amico Alessandro Zanna, Seccaroni aveva raccontato con precisione le minacce
subite da Brugia, che insieme a Massimo Carminati lo pressava perché vendesse un terreno di
sua proprietà: «Ti mandiamo a fuoco tutto». Poi
in aula, i due sono diventati semplici “clienti”, se
non addirittura “amici”. E ora Seccaroni rischia
l’incriminazione per falsa testimonianza. Lo stesso ha tentato di fare Filippo Maria Macchi,
un giovane imprenditore ambizioso, che sognava di concludere l’affare della vita. Acquistare a
prezzo stracciato, 28 mila dollari al chilo, un carico d’oro proveniente da una miniera in Africa.
Per realizzare il suo sogno, Macchi aveva chiesto
in prestito del denaro anche a Brugia e Carmina-
ti, circa 30mila euro da restituire, secondo il pm
Luca Tescaroli, «con interessi annuali superiori
al 400%». I tassi sono da usura, ma Macchi non
si sente una vittima, «dato che non ho restituito
il debito, né pagato gli interessi». Prima Macchi
aveva tentato due volte di non presentarsi, adducendo un impegno lavorativo una volta e la
seconda inventandosi di sana pianta il funerale
di uno zio, che non è mai morto. Come mai? I
carabinieri lo hanno intercettato: «Fare da testimone contro un usuraio è sempre complicato –
diceva -. Sono cose che uno se le porta appresso
per tutta la vita. Purtroppo la legge italiana non
sbatte in carcere l’usuraio per 25 anni e queste
sono persone che si sono rivalse
e si rivalgono contro chi gli testi- L’imprenditore Riccardo
monia contro». Il contrario della Manattini, vittima
di una tentata estorsione,
sua deposizione
Parlare è un rischio che non è stato avvicinato da due
conviene affrontare. All’impren- uomini. «Non si costituisca
ditore Riccardo Manattini, vitti- parte civile, viva
ma di una tentata estorsione e la sua vita serena»
aggredito in pieno centro da due gli hanno consigliato
sconosciuti per la restituzione
di un debito, a poche settimane dal processo, il
25 settembre 2015, è capitato di essere avvicinato da due uomini dal forte accento romanesco.
Nessuna minaccia ma solo un consiglio: «Non si
costituisca parte civile, viva la sua vita serena».
All’imprenditore Flavio Ciambella, che aveva deciso di collaborare con la giustizia, qualcuno ha
spedito una lettera con un proiettile e poche parole inequivocabili: «Fatti i cazzi tuoi».
Secondo l’avvocato Alfredo Galasso, decano di
parte civile e presidente onorario dell’associazione Antonino Caponnetto, questi segnali non
devono essere sottovalutati: «A Roma le vittime
continuano ad avere timore e non parlano, come
un tempo accadeva in Sicilia». Galasso, che ha
seguito in prima linea anche il primo maxi processo di Palermo, come legale della famiglia Dalla Chiesa, ricorda ancora quei giorni e non può
fare a meno di confrontarli con quello che sta
accadendo al processo contro Mafia Capitale e di
connettere le cose: «Il mio primo libro si intitolava La mafia non esiste, proprio perché anche in
Sicilia, come oggi a Roma, si sosteneva che non
ci fosse la mafia. Si capisce che a nessuno faccia
piacere ammettere la presenza di un’associazione mafiosa che controlla il territorio, ma negarlo
non è senza conseguenze, significa coltivare la
serpe nel proprio seno».
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© Alessandro Paris/Imagoeconomica
MANAGER CONTRO
MANAGER
Il gioco è scoprire le differenze tra i due candidati sindaco di Milano.
Perché Beppe Sala, centrosinistra, e Stefano Parisi, centrodestra, non hanno
solo i manifesti, ma anche una storia simile. E idee generiche sulla città
di Giulio Cavalli
L’
ultimo inciampo è accaduto in
zona Giambellino-Lorenteggio,
periferia milanese da sempre
serbatoio di voti del Pd. Beppe
Sala è arrivato indossando la
sua maschera da campagna elettorale,
sorriso responsabile gigioneggiando disponibilità, alla Casetta Verde, sede del
comitato di quartiere, pronto a tessere
la solita rete di promesse per le periferie.
Mentre si intratteneva con una storica
abitante del luogo è stato contestato da
un gruppo di residenti. Meglio: secondo lo staff di Sala si sarebbe trattato di
“antagonisti organizzati” mentre loro, i
contestatori, dichiarano di essere «semplicemente cittadini della zona che non
dimenticano gli sgomberi e le politiche
sulle periferie, oltre al bilancio di Expo
che non arriverà prima delle elezioni».
Comunque le accuse devono aver colto
nel segno se è vero che Sala sarebbe stato “cinturato” dai suoi collaboratori per
evitare lo scontro fisico ed è stato necessario l’intervento della polizia. «Ci piace pensarti così, di corsa che scappi da
chi non si fa prendere in giro e oggi ti ha
sputato la verità in faccia»: hanno scritto
sui social alcuni esponenti del Comitato
abitanti Giambellino-Lorenteggio.
Mister Expo che perde le staffe, comunque, è il sintomo di una campagna elettorale che vede contrapposti per la corsa
alla poltrona da sindaco due manager Beppe Sala per il centrosinistra e Stefano
Parisi per il centrodestra - che sembrano
poco avvezzi a una campagna elettorale
che non si vincerà certo con le strette di
mano o con l’altisonanza dei curricula.
I milanesi puntano sulla concretezza delle risposte chiare alle domande precise,
nessun fumo, e se Beppe Sala ha pensato
che bastasse la retorica di “Expo = grande
successo” e la benedizione di Renzi per
navigare tranquillamente verso la poltrona di Palazzo Marino, oggi si deve ricredere e cercare un cambio di passo. «Serve
un Beppe più umano…», si ripete tra i
suoi, «meno distante», e così la strategia
del “manager vincente” oggi sembra avere esaurito la forza propulsiva.
Dall’altra parte, Stefano Parisi intanto
guadagna punti e sorriso: secondo un
sondaggio dell’Huffington Post avrebbe
recuperato il gap iniziale e risulterebbe addirittura vittorioso al ballottaggio
contro Sala. “I due candidati clone”, li
chiamano i detrattori: anche Parisi, infatti, come Sala, viene dal mondo degli
affari e della burocrazia senza “esperienza di partito”, eppure, se è vero che
Sala è stato city manager di Milano con
Letizia Moratti sindaco (così come Parisi lo fu con Gabriele Albertini prima di
lui), il candidato del centrodestra ha una
lunga frequentazione con la politica: a
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28 anni era già consigliere del ministro
del Lavoro socialista Gianni De Michelis
(erano gli anni della “scala mobile”) che
ha poi seguito agli Esteri. Siamo negli
anni 80, nel pieno fulgore del craxismo
in italia. Negli anni 90 invece, mentre
tutto intorno crolla, Parisi avanza fino
a Palazzo Chigi: capo del dipartimento
Economia del premier Amato e poi del
presidente del Consiglio “tecnico” Carlo
Azeglio Ciampi: arriva Silvio Berlusconi
e lui, il camaleonte Parisi, è sempre lì;
poi arriva Prodi (e il governo dell’Ulivo)
e Parisi rimane inamovibile. Solo nel
1997 approdò a Milano a seguito dell’allora sindaco Albertini, per diventare poi
direttore generale della Confindustria
con il presidente Antonio D’Amato. Una
vita più di scontri che di mediazioni: a
Milano aveva rotto con la Cgil sul patto
del lavoro e fu uno dei collaboratori del
giuslavorista Marco Biagi completandone il lavoro dopo l’omicidio: mentre Cofferati portava il sindacato in piazza, Parisi dialogava con Berlusconi e Maroni per
inseguire tutt’altro modello economico.
Ed è lì probabilmente che è scoccata la
scintilla che ha convinto Berlusconi (ma
anche Salvini) a puntare su di lui per la
corsa a sindaco. Candidato di un centrodestra che, qui a Milano, è ben distante
dal complicato scenario nazionale se
è vero che alla presentazione della sua
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candidatura il parterre era composto da
Salvini, l’ex ministro Lupi passando per
La Russa e Gelmini: roba da fantascienza, in Parlamento.
Dal canto suo Beppe Sala conta su una
maggioranza che è sostanzialmente
quasi tutta Pd. Nonostante la narrazione
spinga nell’immaginario della continuità con il sindaco Giuliano Pisapia, sono
molti i pezzi a sinistra che hanno deciso
di farsi da parte. Rifondazione Comunista e i civatiani di Possibile (che furono
con Pisapia) hanno deciso di puntare
sull’esperienza di Basilio Rizzo «per uscire dalla logica dei manager e tornare alla
politica e alla città» e anche alcuni del
Movimento Arancione (che portarono
allo straordinario risultato di Giuliano
Pisapia nel 2011) si sono detti indisponibili per l’opzione Sala. Politicamente,
quindi, la continuità con l’attuale giunta
arancione è già fallita ed è sintomatica la
situazione di Sinistra italiana: il partito
nato da Sel e alcuni fuoriusciti dal Pd è
spaccato con gli ex vendoliani (non tutti, per la verità) controvoglia nelle lista
di Sala (e quindi alleati del Pd) mentre
gli “ex Pd” rifiutano «qualsiasi contaminazione con il renzismo» e ripiegano su
altri candidati, Basilio Rizzo in primis.
Insomma: a Milano il Partito della nazione si ripete nelle rotture a sinistra ma
senza riuscire a sfondare al centro e così
la sfida che sembrava senza storia oggi
si gioca sul filo del rasoio. Senza contare
che anche le primarie del centrosinistra
sembrano avere lasciato strascichi: «gli
altri candidati sembrano concentrati ora a capitalizzare voti per se stessi
piuttosto che fare lavoro di squadra»,
dice un ex dirigente dei democratici, «e
anche Renzi sembra essersi lentamente
sfilato dalla corsa»
E i programmi? Già, i programmi. Le
pagine locali si riempiono soprattutto
delle accuse tra candidati e, al di là delle solite dichiarazioni di facciata, i due
contendenti sembrano voler puntare sulla propria storia personale: l’uno
(Sala) sull’esperienza da amministratore
di Expo e dirigente in Pirelli, l’altro nel
mondo di Confindustria e come ammi32
nistratore di Fastweb. Quando qualcuno
chiede esattamente che idea abbiano
di città entrambi strabuzzano gli occhi
(“ma non vi basta, questo?” sembrano
sottintendere) e si perdono nei soliti
miti lombardi dell’operosità, della produttività e... bla bla bla. Anche sui temi
che dovrebbero nettamente dividere
non si assiste a un granché: Sala non
esita a immaginare una Milano «sempre più solidale» (ma è il tributo dovuto
all’assessore Pierfrancesco Majorino, già
sconfitto alle primarie e capolista per il
Pd) mentre Parisi promette “ordine” ma
senza disdegnare «la possibile costruzione di una moschea» (ben sapendo quanto a Milano città il salvinismo spinto
possa allontanare il voto moderato). Per
quanto riguarda i programmi elettorali
Sala dal suo sito ci informa che 32 gruppi
tematici, hanno lavorato «all’elaborazione di progetti e priorità capaci di rendere la Sinistra italiana
solo in cinque anni, ma
nostra città sempre più si spacca: alcuni
alle fondamenta dei
innovativa ed inclusiva» vendoliani sono con
prossimi venti. Dobanche se per ora del pro- il candidato presentato biamo attingere a nuogramma sul suo sito non dal Pd. Gli altri,
ve sperimentazioni di
c’è traccia, mentre Parisi puntano su Basilio
collaborazione con il
punta su poche parole Rizzo. Così come
privato. Credo di essere
chiave: semplificazione faranno Rifondazione
l’unico in grado di metdella burocrazia, peri- e Possibile di Civati
tere insieme l’opera del
ferie e riqualificazione,
governo, delle istituziosicurezza, rispetto delle regole, il sogno ni, di Cassa Depositi e Prestiti», svoltandi riportare a votare tutti gli aventi diritto do poi sulla generosità: «Solo essendo
al voto. «Lavoreremo su flussi migratori, forte Milano può aiutare chi è meno giomobilità, sicurezza. Nel frattempo, fare- vane, ed essere ascensore sociale equa,
mo gli amministratori del condominio, sicura e generosa. Gli anziani devono
per dirla con le parole di Gabriele Alber- trovare nuove risposte. Bisogna cogliere
tini. Perché spesso quelli che si conside- tutte le opportunità affinché possano
rano problemi minori sono poi problemi dare il loro contributo alla crescita della
veri (decoro urbano, sicurezza, tasse)».
città. Ricordiamo che a Milano ci sono
E sulla sicurezza (elemento centrale 300mila persone sopra i 65 anni e due
ormai delle campagne elettorali lom- terzi vivono da soli. La peggiore delle inbarde) Sala ha dichiarato: «È una legit- giustizie è voltare la testa rispetto a colotima ambizione. Io non apparterrò mai ro verso i quali dobbiamo riconoscenza
a quella categoria di politici per cui chi e che hanno fatto un percorso con noi.
parla di sicurezza è urlare più forte. La La riconoscenza è una mia ragione di
sicurezza vera è il diritto dei cittadini. essere». Rimane poi il sogno della riaNoi vogliamo porre la massima atten- pertura dei Navigli, sogno che Sala coltizione al tema dell’abitare. Il tema delle va da tempo e cha aveva abbozzato anperiferie è delicato e chi fa il sindaco che da amministratore di Expo. «Milano
deve immaginare a quello che farà non nasce sull’acqua, noi ci impegneremo a
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© Alessandro Paris/Imagoeconomica
L’ANTI MANAGER BASILIO RIZZO
IN CAMPAGNA SUI MARCIAPIEDI
Alla fine la sinistra ha deciso di convergere
su di lui. Pisapia? «Mi ha deluso ogni volta
che non ha rispettato gli impegni presi»
È
studiare a fondo la possibilità di riaprire
in Navigli. Ci saranno i politici del non si
può, ma anche su Expo dicevano così»,
ha promesso, mentre ha destato una
certa preoccupazione la sua intenzione
di «mettere mano al Pgt (piano di governo del territorio) chiedendo l’attribuzione di poteri straordinari al sindaco».
Ma come? Ma non si parlava di politica
della partecipazione? Sono in molti a
chiederselo e il segretario
cittadino del Pd si è precipi- Parisi ha coalizzato
tato a precisare che si tratta attorno a sé tutta la
semplicemente di portare a destra al completo.
compimento le azioni della Alla presentazione
della sua candidatura
Giunta Pisapia.
Una cosa è certa: sia Parisi c’erano Salvini, Lupi,
che Sala sanno bene di non La Russa e Gelmini.
poter ambire alla comoda Roba da fantascienza
rappresentazione di due in Parlamento
candidati “super partes”
per almeno due motivi: innanzitutto
perché i milanesi non sembrano così
facilmente disponibili a dare credito facile e, per assurdo, perché così facendo
si somiglierebbero troppo. «Ma cos’è?
Un gioco? - scrive qualcuno sulla pagina Facebook dei candidati - Dobbiamo
capire chi è il candidato per il centrodestra e chi per il centrosinistra?».
l’attuale presidente del Consiglio comunale, Basilio
Rizzo, e ha una lunga carriera politica alle spalle anche se parlare di carriera forse è troppo per uno che da
sempre si è dedicato alla sua città, Milano. Senza prestigiosi
incarichi nazionali e faraonici stipendi: quando a sinistra
si è capito che “l’esperienza arancione” era ormai giunta al
termine alla fine hanno deciso di convergere su di lui.
La coalizione che lo sostiene (“Milano in comune”) tiene
insieme Rifondazione comunista, Altra Europa con Tsipras
e Possibile di Pippo Civati ma con loro c’è anche un pezzo
del mondo universitario, del mondo del lavoro e del sindacato, del movimento Lgbt e dell’associazionismo. «Ho deciso di candidarmi perché Sala e Parisi sono due figure praticamente sovrapponibili e credo che la democrazia abbia
bisogno di confronto piuttosto che di uguaglianza di programmi. Devono dominare gli interessi dei cittadini o quelli consociativi?», mi dice. Del resto, Rizzo, ha puntato tutto
proprio sull’essere “l’unica alternativa ai due manager” ma
c’è già chi lo accusa di voler fare vincere il centrodestra: «Ma
figuriamoci. Noi abbiamo deciso di presidiare dei valori che
non potevano essere abbandonati. Sento parlare ad esempio di riforma della macchina amministrativa ma né Sala né
Parisi sanno che intervenire tagliando ed esternalizzando
significa meno servizi per i cittadini». Anzi, dice, «sarebbe il
caso di modificare il rapporto tra gli stipendi dei dirigenti di
Palazzo Marino e i dipendenti: che al massimo sia di 10 a 1».
Basilio Rizzo, del resto, non ha peli sulla lingua e non ha
lesinato critiche anche a Giuliano Pisapia da cui confessa
di essersi sentito «deluso tutte le volte che non abbiamo rispettato gli impegni presi nel 2011».
Qualcuno lo accusa di essere ormai politico di vecchio corso («come se Pisapia non avesse il mio stesso percorso»,
sorride) ma intanto è stato il primo a denunciare ad alta
voce la vergogna di un bilancio (quello di Expo) che è stato
“rimandato” a dopo le elezioni: «Non riesco a capire come
possa essere in attivo un bilancio che ogni anno è stato negativo. Bah. Sono curioso di vedere». Mi saluta e torna in
strada. La sua campagna elettorale “è sui marciapiedi”, dicono i suoi.
Giulio Cavalli
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LA TEORIA ECONOMICA
HA FALLITO. ECCO PERCHÉ
Incapaci di prevedere la crisi del 2008, gli economisti
neoclassici,che da 30 anni dettano legge, sbagliano metodo.
Lo sostiene il fisico teorico Francesco Sylos Labini
di Andrea Ventura
Q
uando la regina Elisabetta, nel novembre 2008, chiese ad alcuni professori della London School of Economics
come mai non avevano previsto la crisi appena scoppiata, l’economia aveva
appena ricevuto la migliore valutazione accademica tra tutte le discipline del Regno Unito.
Quanto al dibattito che ne è seguito, Robert Lucas, premio Nobel e fondatore della moderna
macroeconomia, che solo qualche anno prima
aveva affermato che «il problema della prevenzione della depressione, per tutti gli scopi pratici era ormai stato risolto», sviluppò un contorto
ragionamento secondo il quale la crisi non era
stata prevista perché secondo la teoria economica certi eventi non possono essere previsti.
Come può sussistere un contrasto così stridente
tra l’effettiva capacità di una disciplina di interpretare la realtà e il prestigio di quella stessa disciplina nell’accademia e nell’opinione pubblica? Come mai, a distanza di otto anni, si ricorre
ancora a quella teoria per superare questa perdurante fase di crisi?
È attorno a queste domande che scorre uno
dei percorsi di ricerca del volume di Francesco
Sylos Labini, Rischio e previsione. Cosa può dirci la scienza sulla crisi, appena pubblicato per i
tipi della Laterza. Le discipline economiche, ci
ricorda Sylos Labini, si sono sempre caratterizzate per la presenza di diverse scuole di pensiero, ciascuna delle quali si associava a differenti
concezioni della storia, della società e della politica. Purtroppo, negli ultimi trent’anni, tra di
esse ha preso il sopravvento la teoria economica neoclassica. Difficile dare pienamente conto
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del perché una scuola di pensiero,
nata nella seconda metà dell’800 e
accompagnata, fin dai suoi esordi,
da critiche assai fondate, sia oggi il
principale se non unico riferimento per accademici, politici e tecnici.
Alcune di queste ragioni possono
essere rintracciate nel fatto che,
sul piano metodologico, essa è riu- I limiti del pensiero
scita a presentarsi come interprete economico: considerare
dei successi ottenuti in quel secolo il soggetto come un atomo
dalla fisica newtoniana, imitando- isolato nel mercato ed
ne la struttura e il metodo. Da qui emarginare i temi legati
scaturiscono i caratteri fondamen- alla giustizia sociale,
tali di questa teoria: la riduzione alla cultura e alla storia
del soggetto ad atomo isolato sul
mercato (individualismo metodologico), l’idea
della tendenza all’equilibrio tra forze (interessi)
contrapposti, l’eliminazione dal campo della teoria pura di qualsiasi problematica non trattabile matematicamente. In sostanza, è nella scelta
metodologica la ragione ultima della devastante emarginazione dall’economia neoclassica di
tutti quei temi - culturali, storici, giuridici, connessi alla giustizia sociale - che nel moto dei pianeti non trovano alcun corrispettivo.
Questo nucleo teorico ha affermato la propria
egemonia culturale avvalendosi anche di operazioni propagandistiche ai limiti della truffa.
La vicenda del cosiddetto “premio Nobel” in
economia è particolarmente istruttiva. Alfred
Nobel, inventore della dinamite, non voleva che
il suo nome restasse associato a uno strumento
di distruzione, dunque con i suoi ingenti guadagni istituì un fondo per premiare chi si fosse
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© Everett Kennedy Brown/ Epa Ansa
CHI È
Sylos Labini è fisico
teorico, presso l’Istituto
per i sistemi complessi
del Cnr di Roma. Per
Laterza ha scritto nel
2010 I ricercatori non
crescono sugli alberi.
Co-fondatore di Roars
(Return on academic
research), collabora
con riviste e siti di
divulgazione scientifica
in Italia e all’estero. Ha
collaborato anche alla
stesura di Università
3.0 (Ecommons, 2015)
e ha curato Paolo Sylos
Labini economista e
cittadino (Sapienza
University Press, 2015).
Rischio e previsione
(Laterza) sarà presentato a Venezia il 6
maggio (ore17.15, Ca’
Foscari).
Eppure, lungi dal seguire quelle prescrizioni,
quale debba essere la strada per il progresso e
il benessere sembra evidente: in una società in
continua evoluzione scientifica e tecnologica,
dove la competitività dei sistemi produttivi è
sempre più legata alla capacità delle imprese di
innovare, la centralità dello sforzo pubblico per
l’istruzione e la ricerca non dovrebbe neanche
essere oggetto di discussione. Assistiamo invece all’assurdo di un ex presidente del Consiglio,
Silvio Berlusconi, che esprimendo un modo di
pensare assi diffuso tra le nostre classi dirigenti,
affermò: «Perché dobbiamo pagare uno scienziato quando facciamo le scarpe più belle del
mondo?».
In sintonia con altri Paesi dell’Europa meridionale, l’Italia rischia così di compromettere per
generazioni il proprio futuro. Non solo, ma l’assegnazione dei fondi per la ricerca segue criteri
che nulla hanno a che vedere con la qualità di
quest’ultima: l’analisi impietosa di Sylos Labini dello stato delle discipline economiche e del
modo in cui l’economia dominante impedisce
lo sviluppo di programmi di ricerca alternativi,
non è isolata. Troviamo qui
reso utile all’umanità nei Con molte risorse e
un secondo pregio del volucampi della fisica, della chi- propaganda si è riusciti
me: emergono con chiarezmica, della medicina, della a far passare una crisi
za i limiti di una concezione
letteratura e per la pace. Nel nata nella finanza privata
della formazione che trascu1969 la Banca di Svezia, per come una crisi dovuta
ra la ricerca di base per queldare all’economia il prestigio all’eccessiva generosità
la applicata e, per distribuire
e la visibilità connessi all’as- di welfare e retribuzioni
i fondi e valutare studenti,
segnazione di un premio
docenti e ricercatori, si affidi così grande successo, istituì un “premio in da a improbabili indicatori di tipo quantitativo.
Scienze economiche in memoria di Alfred No- L’autore - che è anche co-fondatore e redattore
bel” con fondi che non hanno nulla a che vedere di Roars.it, brillante rivista dedita proprio a dicon quest’ultimo. Recentemente, come ricorda scutere dei temi connessi alla ricerca - ci illustra
Sylos Labini, Peter Nobel, avvocato e discenden- bene quale sorte avrebbero avuto oggi Wittgente di Alfred Nobel, ha dichiarato che «quello che stein, Frege, Semmelweis; lo stesso Einstein, il
è accaduto è un esempio senza precedenti di quale fu escluso dall’accademia e trovò posto
violazione di un marchio di successo».
all’ufficio brevetti di Berna, alla luce dei criteri
Sostenuta dunque da un potente apparato pro- oggi vigenti per le pubblicazioni scientifiche,
pagandistico e da un’immensa disponibilità di nel 1905 si sarebbe visto rifiutare l’articolo in cui
risorse private e pubbliche, piuttosto che ren- espone la teoria della relatività ristretta.
dere un servizio utile all’umanità, l’economia In sostanza, la credenza nel fatto che tutto ciò
neoclassica è riuscita in questi ultimi anni a che ha un valore debba avere una misura quantrasformare una crisi nata nella finanza priva- titativa, che troviamo in economia, investe anta in una crisi causata dall’eccessiva generosità che cultura e ricerca. Il metodo neoliberista si
delle retribuzioni e del welfare. Di qui i colpi costituisce dunque come simbolo di un modo
alla scuola, all’università, e a quelle politiche di di pensare agli esseri umani e alla società che
austerità che stanno devastando gran parte del rischia di inaridire le fonti principali del nostro
continente europeo.
progresso sociale e civile.
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LE IDENTITÀ IN FRANTUMI
MINACCIANO LA DEMOCRAZIA
«Le regole sono nazionali, l’economia no. Così la politica democratica
ha sempre meno strumenti». Il difficile rapporto tra partiti e movimenti secondo
Collin Crouch, il sociologo britannico autore di Post-Democracy
di Martino Mazzonis
«D
evo dire la verità, di movimenti nazionalisti e xenofobi avrei
preferito non occuparmi. Meglio pensare al resto del mondo
politico e a come cambia. Ma
ahimé, i successi di questi partiti in tutta Europa
mi hanno costretto a occuparmi anche di quel fenomeno». Collin Crouch, sociologo e scienziato
politico britannico, autore di Post-Democracy e
critico della deriva democratica nell’era del neoliberismo, sorride mentre si impone di parlare in
italiano. Ci tiene, anche se la cosa finisce col rendere la comunicazione più complicata. Crouch
ha appena parlato a un convegno alla Camera dei
deputati (dove è stato invitato da Giulio Marcon)
e ci fermiamo a discutere con lui dei temi che ha
affrontato e che sono i suoi da tempo: la crisi delle forme della democrazia novecentesca, il declino della partecipazione in politica; un fenomeno
che, a suo modo di vedere, consegna in questa
fase storica un peso e una centralità enormi all’unica identità forte che rimane. Quella nazionale.
Lei ha parlato di una perdita di identità sociale che rende inservibili le strutture politiche
novecentesche, mentre i movimenti che, per
loro natura, vivono un tempo limitato, riescono meglio a intercettare le caratteristiche della
nostra epoca e a rappresntarle più di quanto
non facciano le strutture tradizionali. Quali
sono i fattori che determinano la crisi dei partiti nazionali tradizionali?
Le ragioni di una profonda crisi delle strutture politiche tradizionali risiede - in Europa occidentale
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- nel declino del peso della religione e nei cambiamenti nella struttura delle classi sociali nella società postmoderna. Le identità di classe formatesi
durante l’economia industriale erano fortemente
segnate dalla politica e vivevano del conflitto tra
inclusione ed esclusione: chi era fuori lottava per
essere incluso, chi era dentro si batteva per tenere
fuori gli esclusi. Quel periodo speciale della Storia
si è concluso: la società contemporanea non sente di avere radici profonde, le identità senza radici
non durano. Benché esistano ancora burocrazie e
strutture politiche importanti, i rapporti tra queste
e gli individui spesso diventano più frammentati,
temporanei. I social media sono solo l’espressione estrema di questo fenomeno generale. I partiti
e anche i sindacati pagano il prezzo forte per queste profonde trasformazioni. Il paradosso è che con
l’imporsi di una cittadinanza universale, con uguali diritti per tutti, si perdono il significato e il ruolo
politico delle strutture cresciute nel conflitto per ottenere quei diritti. Inoltre, la riorganizzazione postindustriale dell’economia contribuisce a frammentare le identità di ciascuno. Possiamo essere addetti
a un call center, tifosi di una squadra, appassionati
di un genere musicale e impegnati in politica allo
stesso momento e con la stessa intensità. Alla domanda «chi sono io?» possiamo dare risposte molteplici, ma poche richiamano il ruolo della politica.
La globalizzazione dell’economia non ha contribuito a rafforzare l’autorevolezza percepita
delle istituzioni democratiche…
La globalizzazione contribuisce a determinare
una crisi della democrazia ed è un ulteriore ele-
© Christophe Petit Tesson/ Epa Ansa
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cus, a
ut vol
xxxxx
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A fianco, una manifestazione di Pegida,
il movimento nazionalsta tedesco, a Jena
(il tatuaggio 88 sta per Heil Hitler).
Nella pagina precedente, un’immagine
della Nuit Debout contro la riforma del
lavoro a Place de la Rèpublique a Parigi
mento che indebolisce la forma partito tradizionale. Il livello a cui si prendono le decisioni economiche è sempre più spesso sovranazionale: le
regole sono nazionali, l’economia no. E di conseguenza la politica elettiva ha sempre meno
strumenti. L’Europa e l’Europarlamento sono
un tentativo di creare uno spazio democratico e
una rappresentanza sovranazionali, ma vengono a loro volta percepite come istituzioni distanti: più la politica si avvicina al potere e più viene
sentita come lontana dal vissuto delle persone.
Che efficacia e che ruolo possono dunque avere i movimenti sociali per rispondere alla crisi
di senso della democrazia europea? È un valore che questi movimenti siano spesso transnazionali? Che dialogo o che lavoro comune è
possibile con la sinistra tradizionale?
A differenza dei partiti, nati e cresciuti nel sistema precedente e quindi organizzati attorno a un
modello che non regge più, i movimenti sociali
contemporanei sono una risposta alle trasformazioni. Non si definiscono su identità sociali
tradizionali ma vanno incontro a questioni specifiche, anche se talvolta generali, e prendono
Partiti e movimenti hanno bisogno gli uni degli altri.
I movimenti contribuiscono a collegare le istituzioni
politiche alla realtà sociale, ma devono registrare che
senza democrazia formale non si cambiano le cose
la forma flessibile delle organizzazioni contemporanee: i movimenti sono creativi e innovativi,
sanno adattarsi, mutare, comunicare in maniera
efficace. Somigliano insomma di più al capitalismo contemporaneo e alle sue forme. Ma queste
caratteristiche sono al tempo stesso debolezze.
Già, perché l’organizzazione delle imprese e dei
governi postmoderni, benché strutturata in forme flessibili e informali, garantisce comunque
una concentrazione di potere forte e rigida. I
partiti tradizionali e i nuovi movimenti hanno
quindi bisogno gli uni degli altri. I movimenti
contribuiscono a collegare le istituzioni politiche alla realtà sociale, ma devono a loro volta
comprendere che senza democrazia formale
non potranno rimuovere certe rigidità, non introdurranno nuove regole, non cambieranno le
cose che vorrebbero cambiare.
A suo parere da dove nasce l’ondata nazionalista che attraversa l’Europa e quanto è preoccupante e rischiosa per la democrazia?
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C’è una grande unica eccezione alla fine delle
identità novecentesche: quasi tutti ci sentiamo
membri di una comunità nazionale di cui gli altri non fanno parte. E questo spiega il successo
delle forze nazionaliste e xenofobe: mentre le
altre identità scompaiono, queste restano forti.
Se sommiamo l’effetto, la globalizzazione che
rende insicuri, questa forma del conflitto inclusione/esclusione (dalla comunità nazionale),
diventa centrale. L’identità nazionale può rimanere sopita e innocua, ma sotto la pressione della globalizzazione, dell’immigrazione di
massa e del terrorismo islamico - tutti fenomeni di questi ultimi anni - può risvegliarsi come
realtà forte e profonda. E minaccia la democrazia, perché sceglie come bersagli della rabbia
immigranti e profughi, che non sono causa ma
vittime del disagio.
In Gran Bretagna si vede una forte spinta nazionale per separarsi dall’Europa, ma si vede anche
la paura di isolarsi e di perdere centralità se al
ECCO PERCHÉ LA SINISTRA
DELLA REALPOLITIK PERDE
© Jens Meyer/AP Photo
D
referendum vincesse la Brexit. Chi ha paura e
chi no? Che nazionalismo è quello contemporaneo britannico, dove trova la sua base sociale?
Certo, il nostro stupido referendum sull’Europa è figlio di una lotta tra due paure diverse: la
paura dell’isolamento, nel caso decidessimo di
lasciare l’Unione europea, e la paura del potere
degli stranieri (che si tratti di immigrati o della
burocrazia di Bruxelles) nel caso decidessimo di
restare a farne parte. Il nazionalismo britannico
attuale rimanda a una nostalgia per l’impero,
anche se questa nostalgia resta del tutto implicita. Gli avvocati del cosiddetto Brexit sostengono
che la Gran Bretagna da sola sarebbe più pesante
e importante di quanto non sia il Paese dentro
l’Europa. Affermazione che avrebbe senso, che
sarebbe vera, solo nel caso che fossimo di nuovo
un impero. Questo sentimento è diffuso in una
parte del popolo, ma credo che sia minoritario.
La verità è che la spinta più importante del Brexit
è la paura dell’immigrazione.
omenica scorsa, al primo turno delle presidenziali, Norbert Hofer, candidato dell’Fpo, il Partito della libertà, la
destra nazionalista austriaca, ha preso il 36% dei voti.
Secondo è arrivato l’indipendente ambientalista Alexander
Van Bellen con il 20%. Terzo e quarto sono arrivati i candidati dei partiti tradizionali, popolari e socialdemocratici. Quello austriaco è però solo l’ennesimno rovescio delle famiglie
politiche tradizionali. Partiti nuovi o vecchi ritrovano vigore,
movimenti populisti e/o alternativi diventano protagonisti
di exploit elettorali in ogni angolo del continente.
Una delle ragioni di questa tendenza, clamorosamente confermata dal voto austriaco, è il ridursi della distanza ideologica tra i partiti di centrodestra e quelli di centrosinistra.
I più colpiti dalla crisi sembranno quelli di centrosinistra,
forse perché hanno scelto - a partire dalla Terza via - di collocarsi al centro, di «preferire voti e posizioni di governo alle
vecchie politiche», come scrivono Sara Hobolt e Catherine
De Vries, che insegnano alla London School of Economics
e a Oxford, in un articolo su Policy Network intitolato “Challenger parties and the decline of the European left”. Le autrici esaminano i risultati elettorali in Francia, Germania, Danimarca, Gran Bretagna e Austria e notano come il sostegno
alla famiglia socialdemocratica sia passato dal 41% dell’80 al
28 di oggi, mentre i partiti extra-sistema sono passati dal 9%
al 23%. E i Paesi presi in esame non sono neppure i casi più
più clamorosi.
Fatto sta che in Francia, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca,
Polonia, Danimarca, Svezia, Olanda, Finlandia e in misura
minore e diversa in Gran Bretagna - dove l’elettorato ha premiato sia la destra dell’Ukip sia gli scozzesi di sinistra dell’Snp
- dovunque nelle ultime tornate elettorali sono cresciute formazioni di destra che hanno usato la crisi dei rifugiati come
un randello. In Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda (i Paesi più
colpiti dalla crisi economica) sono i partiti di sinistra, nuovi
come Podemos o più antichi, ad averne tratto profitto. L’Italia
delle 5 stelle fa storia a sé, e così pure il colosso tedesco, che si
mostra più stabile, nonostante avanzi la destra dell’Afd.
Nel loro articolo, Hobolt e De Vries, segnalano alcuni aspetti
importanti dell’ascesa di quelli che definiscono “partiti sfidanti”, che usano argomenti tradizionalmente fuori dall’agenda
politica (a destra l’immigrazione e il no all’integrazione europea, a sinistra la critica all’austerità), che affermano la volontà
- ma a dire il vero non vale per tutti - di stare fuori dai giochi
di governo, e che propongono leader in grado di dare un volto
al partito stesso. Interessante l’esempio danese: il partito del
popolo è il primo partito, ma invece di provare a formare una
coalizione di centrodestra ha scelto di influenzare il governo
sui temi che gli sono cari, ottenendo una legge sul sequestro
dei beni ai rifugiati. A votare per queste forze un elettorato che
si sente escluso dalla globalizzazione, non molto istruito, fatto
di lavoratori manuali, arrabbiato con il business as usual della
politica. Lo stesso elettorato che alle primarie degli Stati Uniti
si divide tra Sanders e Trump. Un elettorato popolare, un temm.m.
po attratto dai partiti tradizionali di sinistra.
30 aprile 2016
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LE UNIVERSITÀ INDIANE
ULTIMO BALUARDO LAICO
A due anni dal trionfo alle elezioni, il premier Narendra Modi deve
fare i conti con la rivolta degli studenti. Sono loro a difendere
lo spirito multiculturale indiano minacciato dalla destra ultrainduista
di Matteo Miavaldi
N
el 2014, alle ultime elezioni nazionali in India, per Narendra Modi fu una
cavalcata trionfale. Grazie anche alla
macchina del consenso più moderna
ed efficiente che la storia recente indiana ricordi, Modi riuscì a intercettare una marea
di uomini e donne unita in un sogno: quello di
un’India forte, lanciata verso il futuro, finalmente a testa alta tra i grandi della comunità internazionale. Un Paese galvanizzato inoltre, dal
ritrovato orgoglio per il rimbalzo dell’economia
fiaccata dalla crisi globale del 2008.
Un popolo sterminato che, accordando alla camera bassa del parlamento una maggioranza assoluta da record al Bharatiya Janata Party (Bjp)
- 282 seggi su 543, non succedeva dagli anni Ottanta - ha creduto alle promesse elettorali della cosiddetta Modi Wave: investimenti, posti di
lavoro, fine della corruzione del Paese e il materializzarsi presto di quella Shining India tanto
agognata da chi si considera classe media.
A due anni dalla vittoria di Modi, con l’economia che riparte ma non troppo - crescita stimata intorno al 7 per cento del Pil, anche grazie a
dei giochi di luci ed ombre introdotti dai tecnici
dell’Ufficio di statistica nazionale, una sorta di
doping dell’aritmetica - gli investimenti che arrivano ma non troppo e la corruzione che sembra mantenersi a livelli tradizionali, purtroppo,
uno degli aspetti più tangibili dell’opera di governo del Bjp riguarda l’impennata dei cosiddetti episodi di «intolleranza». Un eufemismo
per indicare la spinta sull’acceleratore dell’hin42
duizzazione del Paese da parte degli ambienti
della maggioranza più vicina alla dottrina fondante della destra extraparlamentare ultrainduista, la cosiddetta hindutva. In due parole:
l’India è degli hindu e chi non è d’accordo non
è benvenuto.
Ora, in un Paese dove si conta la terza comunità
musulmana al mondo - 180 milioni di persone,
stima al ribasso -, una comunità intellettuale
progressista e laica decisamente attiva, seppur
orfana di un riferimento partitico chiaro in parlamento, e milioni di dalit ancora discriminati
secondo i dettami della tradizione castale autoctona - i volgarmente detti “intoccabili” - l’adesione alle norme comportamentali da “buon
cittadino hindu” diventa operazione piuttosto
complicata da estendere all’intera popolazione.
E la tentazione della repressione è forte. Dopo
episodi di intolleranza lungo tutto il 2015 scrittori “razionalisti” assassinati in pubblico
da estremisti hindu, linciaggi contro musulmani rei di consumare carne bovina, una campagna “anti beef” condotta contro ristoranti che,
a norma di legge, servono carne di bufalo - lo
scorso mese di gennaio il suicidio di Rohith Vemula alla Hyderabad Central University (Hcu)
ha segnato l’inizio di una stagione di lotta politica che vede gli studenti universitari indiani
come ultimo baluardo a difesa dello spirito laico e multuculturale dell’India repubblicana.
Vemula, 26 anni, al secondo anno di Phd, era
un attivista dell’Ambedkar Students Association (Asa), collettivo interuniversitario intitolato
30 aprile 2016
New Delhi, 27 gennaio 2016.
Una studentessa chiede
le dimissioni del ministro
dell’Istruzione dopo il suicidio
dello studente Rohit Vemula.
Nella pagina seguente,
Mumbai, 21 gennaio:
una manifestazione silenziosa
contro il governo
© Altaf Qadri/AP Photo
Una lunga scia
di intolleranza: dagli
scrittori “razionalisti”
assassinati da estremisti
hindu al suicidio dello
studente Rohit Vemula
ingiustamente sospeso
al politico simbolo della lotta per i
diritti dei dalit, attraverso il quale
aveva organizzato diversi eventi extracurricolari all’interno del campus di Hcu per sensibilizzare gli
studenti su temi di discriminazione
religiosa, castale e di genere.
Un’attività che mal si conciliava con lo spirito patriottico hindu che anima
l’Akhil Bharatiya Vidyarti Parishad (Abvp), la
sigla dell’associazione politica studentesca vicina al Bjp. Una scazzottata tra studenti dei due
gruppi era sfociata in una denuncia alle autorità di polizia e alla sospensione di Vemula e altri
quattro di Asa, cacciati dal dormitorio e senza
borsa di studio. Una pena sproporzionata, considerando il solo richiamo verbale che aveva
interessato gli scazzottatori di Abvp. Dopo 12
giorni passati a dormire fuori dai cancelli del
campus in protesta, Vemula non ha retto il
muro di gomma dell’amministrazione di Hcu
- vicina al Bjp - e nel pomeriggio del 17 gen-
naio si è impiccato all’interno del campus. La
lettera scritta appena prima di togliersi la vita
- divulgata dalla stampa nazionale - racconta la frustrazione di un uomo nato e cresciuto
nell’India della discriminazione castale, dove le
politiche di sostegno alle cosiddette “backward
castes” sono spesso vanificate dallo zelo di
funzionari, politici, burocrati e studenti vicini
all’ultranazionalismo hindu.
In risposta alla morte di Vemula, migliaia di
universitari in tutto il Paese hanno iniziato una
mobilitazione contro l’ultrainduismo di Stato propagato, secondo loro, da alcuni membri
dell’esecutivo di Modi. Le indagini intorno al
suicidio di Vemula, infatti, hanno fatto emergere l’intervento della ministra delle risorse
umane indiana Smriti Irani, che in un carteggio
col rettore di Hcu avrebbe incentivato misure
esemplari da prendersi contro gli “elementi
anti nazionali” all’interno del campus.
Qualche settimana dopo, e siamo a New Delhi, la caccia agli studenti anti nazionali porta-
30 aprile 2016
43
44
pubblici dove, nello spirito del confronto di Jnu,
intellettuali e accademici indiani hanno sviscerato temi come il concetto di nazione, patriottismo, libertà d’espressione, laicità e multiculturalismo nell’India di ieri e di oggi.
L’impressione è che il vuoto politico creatosi
attorno al successo strabiliante di Modi e del
modismo - una dottrina economica poggiata
sull’ultracapitalismo in salsa hindu e sull’annuncismo - abbia lasciato campo libero alle
istanze più estreme di una parte dell’India che
sostiene Narendra Modi: lo zoccolo duro e intollerante che vorrebbe un Paese a misura di induismo, deciso a spazzare via con la repressione
ogni forma di dissenso.
Una tendenza che oggi, con l’Indian A febbraio la polizia
national congress (Inc) in prolunga- è entrata nel campus di Jnu
ta crisi d’identità e consensi, vede e ha arrestato il leader
nell’attivismo studentesco l’ultimo dei collettivi di sinistra. Per
argine di contenimento degli effet- due mesi gli studenti hanno
ti - collaterali e angoscianti - della reagito con marce pacifiche
e seminari accademici
Modi Wave del 2014.
30 aprile 2016
© Divyakant Solanki/ Epa Ansa
ta avanti dal governo indiano si è spostata nel
campus della Jawaharlal Nehru University (Jnu),
il “tempio laico” dell’istruzione progressista indiana che sorge nella zona sudoccidentale della capitale. Da Jnu, in decenni di attività, sono
uscite le menti più eccelse dell’India contemporanea: politici, economisti, scrittori, poeti,
registi, giornalisti. Il campus, immerso in un
verde che ha del miracoloso nel panorama della polverosa New Delhi, per generazioni è stata
una zona franca del libero pensiero; un luogo
protetto dalle ingerenze della politica nazionale
dove studenti da ogni angolo del Paese potevano discutere liberamente di tutto, affrontando
col confronto anziché con la repressione i temi
sensibili della contemporaneità indiana.
A metà febbraio, sempre grazie allo zelo degli
studenti di Abvp, la polizia è entrata nel campus di Jnu - non succedeva dagli anni 70, i
tempi della crisi democratica, dell’Emergency
di Indira Gandhi - arrestando Kanhaya Kumar,
presidente del sindacato degli studenti (Jnusu)
e leader dei collettivi di sinistra, con l’accusa di
sedizione. Il reato: aver organizzato un evento
in memoria di Afzal Guru, kashmiro condannato a morte per terrorismo sul cui processo
permangono ancora, a tre anni dall’esecuzione
del 2013, diversi sospetti di parzialità. Durante
l’evento - questa l’accusa - si sarebbero levati
slogan “anti indiani”.
Il raid della polizia, ordinato dal ministro degli
interni Rajnath Singh, doveva essere da esempio per tutti coloro che osavano mettere in discussione l’integrità territoriale del Paese.
Dopo quasi un mese di detenzione, senza prove a suo carico e una campagna d’informazione
viziata da video ritoccati, dopo pestaggi subiti
sotto gli occhi della polizia da parte di “avvocati
patriottici”, Kumar è stato rilasciato su cauzione per sei mesi. Stesso destino riservato ad altri due studenti di Jnu, Anriban Bhattacharya e
Umar Khalid, quest’ultimo additato addirittura
come cellula dormiente del terrorismo islamico di matrice pakistana. Tutto questo senza
uno straccio di prova.
La reazione degli studenti e dei docenti di Jnu
è stata esemplare. Per due mesi si sono tenute
dentro e fuori il campus marce a sostegno dei
compagni in carcere, con la partecipazione di
migliaia di esponenti della società civile. Al tempo stesso si sono tenuti seminari accademici
© Eraldo Peres/AP Photo
PROCESSATA PER CORRUZIONE
DA UNA BANDA DI LADRI
Il Brasile è squassato da manifestazioni pro e contro Dilma Rousseff. Lei definisce
“golpe bianco” la procedura di impeachment avviata alla Camera. E il New York Times
definisce «una banda di ladri» lo schieramento che vorrebbe deporla.
L’analisi di Breno Altman
I
n Brasile è in atto un “golpe bianco”, denunciano Dilma Rousseff e i suoi sostenitori. Le
strade di San Paolo e Rio sono invase da folle
tinte di rosso o di verde oro, a seconda che
vogliano difendere la presidente o manifestarle la loro ostilità. «L’onda della mobilitazione
della sinistra, che considera il voto della Camera per l’impeachment a Dilma un golpe bianco»,
dice a Left Breno Altman, direttore del quotidiano
Opera Mundi, «crescerà nei prossimi giorni, in
forma più organizzata e centralizzata, con grandi concentramenti popolari e scioperi». Dall’altra
parte, «le reazioni dell’opposizione di destra e
dell’informazione (tutta contro Dilma) appaiono piuttosto guardinghe nonostante la vittoriosa
battaglia alla Camera. I settori meno insensati del
conservatorismo brasiliano sembrano imbarazzati dal predominio di posizioni fondamentaliste
e neofasciste nel voto del 17 aprile, quando in aula
si è visto anche un deputato dell’ultra destra, Jair
Bolsonaro, dedicare il suo voto contro Rousseff al
colonnello Carlos Brilhante Ustra, che durante la
dittatura militare guidava l’unità militare che torturava i dissidenti e che torturò la stessa Dilma.
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© Eraldo Peres, Andre Penner/AP Photo
«Lei non ha rubato nulla, ma sta per essere
giudicata da una banda di ladri», ha scritto di
Dilma il New York Times il 15 aprile, mentre la
presidente denunciava all’Onu il colpo di Stato.
Ma perché parlare di golpe se l’impeachment
è previsto dalla Costituzione? «Perché la legge
prevede l’impeachment solo se vi è un crimine
commesso, ma qui», risponde Breno Altman,
«non c’è nessun reato che possa esserle attribuito». L’accusa mossa a Rousseff non ha niente a
che fare con la corruzione, la presidente è accusata di aver falsificato i bilanci dello Stato allo
scopo di mascherare la recessione del Paese,
nel corso della campagna elettorale per la sua
rielezione del 2014. «Sono pratiche purtroppo
comuni a tutti i governi dal 1985 a oggi», riprende il direttore del giornale indipendente, «e persino la Corte dei conti federale ha autorizzato
simili forme di maquillage contabile. A carico
di Dilma Rousseff non c’è alcun procedimento
penale per corruzione, mentre la stessa cosa
non si può dire per per chi l’accusa: per il vicepresidente Michel Temer, per esempio, e per il
presidente della Camera dei deputati, Eduardo Cunha, accusato di aver ricevuto massicce
tangenti da parte di gruppi d’affari. Dei deputati che hanno votato per l’impeachment, in 28
sono imputati per corruzione. E ben 215 dei 367
parlamentari che si sono schierati contro la presidente devono rispondere di reati finanziari».
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I 25 partiti presenti nel Parlamen- Dei deputati che hanno
to brasiliano, spiega Altman, «sono votato per l’impeachment,
politicamente divisi in quattro aree 28 sono imputati per
tra loro relativamente equilibrate, corruzione. E ben 215
ciascuno con un sostegno appros- dei 367 parlamentari che
simativo del 25% della società: la si sono schierati contro
sinistra, la destra, il centro-demo- la presidente devono
cratico e il centro-conservatore». rispondere di reati finanziari
Ad abbandonare Dilma Rousseff e
rompere l’alleanza di governo sono i parlamentari centristi. «La sinistra, contando sul 20% dei
voti e il 25% della rappresentanza parlamentare,
era riuscita a controllare la presidenza dal 2003,
ma solo alleandosi con le forze del centro-democratico e del centro-conservatore per preservare la governabilità. Ma poi il quadro comincia a cambiare con le elezioni di ottobre 2014,
quando Rousseff ha deciso di far sua, almeno in
parte, l’agenda economica dell’opposizione di
destra». Spiega Altman: «Riconfermata con un
margine molto stretto e spaventata dal crollo
degli investimenti privati, Dilma ha cercato di
stabilire un ponte con i suoi avversari politici e
DA SAPERE
di classe. È stato un vero disastro. Il nuovo assetto ha disorganizzato, smobilitato e diviso
Per golpe bianco
la sinistra, mentre consentiva alla destra di
si intende un
recuperare iniziativa politica, di accusare la
colpo di Stato che
presidente di frode elettorale, di portare in
si svolge senza
piazza folle della classe media, che gridavaricorrere alla forza
no contro la corruzione, confortate da settori
30 aprile 2016
Le tappe
dell’impeachment
La notte tra il 16 e il 17 aprile
la Camera dei deputati ha votato l’ammissibilità, avviando
la procedura di impeachment.
La seconda tappa è attesa
in Senato, dove con il voto
a maggioranza semplice si
deciderà se approvarla o
archiviarla.
Nel caso l’opposizione risultasse vittoriosa in questa fase,
che dovrà avvenire tra il 10 e
12 maggio, la presidente Dilma Rousseff sarà provvisoriamente allontanata dal potere
fino al suo giudizio. La terza
tappa dovrà svolgersi nell’arco di massimo 180 giorni.
Il giudizio è di responsabilità
del Senato e la condanna del
presidente, con la sua deposizione definitiva, necessiterà
dei due terzi dei voti (54
senatori su 81).
della magistratura, pubblici ministeri e polizia
federale». È in questo contesto, in cui Dilma e
il Pt (il Partito dei lavoratori) diventano il capro
espiatorio dell’insoddisfazione dei ceti medi,
che il centro-democratico si sposta a destra e
si unisce al centro-conservatore, formando un
blocco che sul 70-75% del Parlamento.
Dopo la crescita impetuosa dei primi anni Duemila e le speranze suscitate dai programmi sociali di Lula, la presidente ha dovuto fare i conti con la recessione degli ultimi anni. Le scelte
di austerity alla brasiliana le hanno procurato
critiche anche da sinistra, critiche non prive di
fondamento, analizza Altman: «Il
Dilma ha risposto grande errore di Rousseff è stato
alla crisi con l’austerity quello di aver risposto con una poalla brasiliana, che le ha litica recessiva all’esaurimento del
procurato critiche anche modello economico sostenuto dal
da sinistra. Tuttavia non è 2003 al 2010. Un modello che aveattaccata per i suoi errori, va permesso di distribuire reddito
ma per essere un ostacolo e aumentare il tenore di vita dei più
alla ripresa capitalista poveri senza ridurre il potere d’acquisto dei più ricchi. Dal 2011 la
situazione è cominciata a cambiare e servivano
scelte coraggiose per continuare con una politica di inclusione sociale: aumentare le imposte sul capitale, limitare i trasferimenti di fondi
pubblici alle società private, contenere il potere
degli oligopoli finanziari». Scelte difficili perché
la grande impresa chiedeva, al contrario, soste-
Da sinistra: Brasilia, 16
aprile 2016. I deputati
dell’opposizione mostrano
cartelli con la scritta in
portoghese “Addio cara”
e “Impeachment ora” durante
il dibattito alla Camera;
San Paolo, 19 aprile. Un
murale ritrae Rousseff con il
vicepresidente Michel Temer.
In apertura, un primo piano
della presidente Dilma Rousseff
gno finanziario e tagli ai salari. «La presidente
ha resistito alla pressione durante il suo primo
mandato, ma ha ceduto dopo la rielezione. Ed
è così andata incontro a una perdita enorme di
consenso nella base sociale della sinistra, ha indebolito la sua capacità di egemonia, mentre si
aggravava la recessione e il Brasile perdeva posti di lavoro e di reddito».
Tuttavia, dice Altman, la presidente «non è attaccata per gli errori che ha fatto, ma perché
rappresenta un ostacolo alla contro rivoluzione
capitalista invocata dai grandi gruppi d’affari e
dai loro portavoce politici. Le forze conservatrici
non vogliono destituire Dilma, ma criminalizzare tutte le forze progressiste e dei movimenti
sociali, impedendo qualsiasi alternativa di potere che possa disturbare la ricostruzione dell’egemonia borghese». Il golpe branco, per molti,
non è che l’anello di una catena che si snoda
lungo l’intero Continente: «Il rovesciamento di
Rousseff è parte di una strategia geopolitica, il
cui principale obiettivo è quello di sconfiggere il processo di cambiamento progressista in
America Latina, che è iniziato con l’elezione di
Hugo Chavez nel 1998. La crisi internazionale e
il consolidamento dei blocchi regionali rende
indispensabile al capitalismo americano ritrovare il subcontinente e subordinarlo di nuovo ai
propri interessi».
Tiziana Barillà
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© Marco Ugarte/AP Photo
Il realismo magico
non abita qui
Fuori da ogni esotismo la letteratura latino americana mostra un volto nuovo
e impegnato. Non arrendendosi alla crisi e ai venti di destra
che spazzano via i diritti in Paesi come il Messico, il Venezuela e l’Argentina
di Bruno Arpaia
dispetto della realtà, per anni e anni noi europei abbiamo elaborato un’immagine distorta del mondo ispanico. Nelle nostre teste la
Spagna era rimasta congelata alle corride,
alla paella, ai campi aridi di Castiglia, a
una «movida» spruzzata di follia chisciottesca, o al massimo a Zapatero. L’America latina, invece, sapeva di esotismo e di
magia (ah, il presunto «realismo magico»…): ci sembrava un mondo selvaggio e innocente come il primo giorno della creazione, un continente
di sognatori a spasso tra prodigi,
banani e mangrovie, dove poter
collocare le utopie che noi non
eravamo riusciti a realizzare.
Oggi va un po’ meglio, ma non
poi tanto. Di quel mondo, i
grandi mezzi di comunicazione continuano a restituirci una «narrazione»
minima,
superficiale,
manichea, quando non
assolutamente distorta. In realtà, la Spagna
è costituzionalmente plural, mentre
già solo parlare di
«America latina» potrebbe essere un errore. Secondo lo scrittore messicano Jorge Volpi, infatti,
quel concetto esiste solo «nella misura in cui si
organizzano congressi letterari, sociali, politici
e artistici - mai scientifici - sull’America latina»,
oppure «si conserva solo nelle guide turistiche (e
nella nostalgia occidentale). I suoi diversi Paesi
quasi non si conoscono tra loro e le loro società
sono diventate sempre più aperte e plurali, più
restie all’incasellamento». Parole sante. Che mirano al cuore della pigrizia di noi europei, perché,
trattandosi di un continente fin troppo rigoglioso,
dove fioriscono grandi contraddizioni e diversità,
è più facile ricorrere ai luoghi comuni piuttosto
che capirlo davvero, è più facile fare dell’esotismo
e accomunare ciò che è diverso. E invece, tra il Río
Bravo e Capo Horn, fra Tijuana e Ushuaia, ogni
regione ha una storia a sé e vi si parlano decine e
decine di lingue, oltre allo spagnolo e al portoghese, per cui perfino la definizione di America latina
diventa problematica.
Eppure sarebbe importante conoscerle più a fondo, quelle realtà, perché dopo tutto ci sono vicinissime; e poi perché le strade percorse da quelle
parti possono aiutarci a trovare le nostre o a evitare di perderci per sentieri impraticabili. Anche
se, per quei Paesi, non sono tempi facili. Sferzata
dalla crisi, impoverita nel tessuto sociale, lacerata
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© Guido Montani/Ansa
In apertura, una manifestazione per il giornalista
Gregorio Jimenez ucciso in Messico nel 2014.
A fianco, lo scrittore cileno Louis Sepùlveda.
Sotto, la copertina del suo ultimo libro e quella
del nuovo romanzo di Bruno Arpaia,
in uscita per Guanda
dai conflitti nazionalistici, la Spagna è da diversi
mesi senza governo, in una situazione di apparente stallo in cui fatica a prendere concretezza
una speranza di cambiamento. Dall’altra parte
dell’Oceano, le esperienze, pur diversissime tra
loro, che hanno incarnato il cosiddetto ventennio post-neoliberista subiscono una dopo l’altra
pesanti batoste, come in una «teoria del domino»
al contrario: in Venezuela, Maduro è stato sconfitto alle elezioni e annaspa tra «mano dura» con
l’opposizione e tracollo economico; Correa sente l’Ecuador sfuggirgli di mano; la Bolivia, che
pure cresce a ritmi sostenutissimi con una netta riduzione delle diseguaglianze sociali, nega a
Evo Morales la possibilità di essere rieletto e lo
vede sprofondare in squallide storie di lenzuola e favoritismi; in Brasile, dove pure 40 milioni
di esclusi sono stati integrati nel consumo, Lula
e Dilma Rousseff subiscono l’attacco (un «golpe
2.0», l’ha definito qualcuno) di una destra corrotta e impresentabile, ma comunque ben radicata
in un Paese che manifesta una forte volontà di
cambiamento; l’Argentina, infine, ha voltato bruscamente le spalle a Cristina Kirchner e ai suoi
(spesso anche maldestri) tenormai terminata. E tuttavia,
tativi di resistere alle politiche L’era delle buone notizie
da quelle parti c’è ancora
di austerity. Per non parlare dall’America Latina
qualcosa che fa ben sperare.
di un Perù pronto a riconse- sembra ormai terminata.
Prima di tutto, diversamente
gnarsi a una Fujimori (la figlia E tuttavia da quelle parti
che in Italia e in gran parte
dell’ex dittatore) o di un Mes- c’è ancora qualcosa che
dei Paesi europei, gli occhi di
sico in preda ai narcos, alla fa ben sperare. Gli occhi
molti spagnoli e latinoameriviolenza, alla corruzione, alla di molti latinoamericani
cani sono ancora rivolti al fuviolazione continua dei diritti guardano al futuro
turo: il tempo, per loro, non si
umani da parte delle autorità.
È ovvio che i governi post-neoliberisti dell’A- è ancora del tutto ridotto al nostro eterno presenmerica latina non sono esenti da colpe ed er- te, alla rassegnata palude in cui ci dibattiamo. E il
rori: le loro leadership faticano a liberarsi da conflitto sociale e politico è ancora vivo e vegeto.
atteggiamenti caudillistici, in alcuni settori la Anni fa, Pier Vincenzo Mengaldo ha scritto che «la
corruzione è innegabile, spesso le prospettive narrativa vive, è vissuta negli ultimi decenni, ed
politiche non sono chiare e la loro concezione è vigorosa nei luoghi ancora attraversati da vere
della democrazia non sempre è nitida. Eppu- tensioni culturali, sociali, politiche (certo, anche
re, anche a chi è allergico a qualunque teoria tragiche)». È anche per questo che il livello del
del complotto non può non sorgere il dubbio loro dibattito politico e culturale è spesso più alto
che sia in atto una strategia concertata per e interessante del nostro, che i loro intellettuali,
mettere fine, magari per via giudiziaria, maga- scrittori e musicisti hanno ancora moltissimo da
ri facendo leva proprio su quegli errori, a un dire, come potrà constatare chi verrà a Perugia,
ventennio di tentativi (non tutti e non sempre al Festival Encuentro, dal 4 all’8 maggio. Ascoltecondivisibili) di imboccare una via diversa per rà voci diverse e non incasellabili, voci solitarie o
il subcontinente.
espressioni di istanze collettive, ma comunque
Comunque stiano le cose, l’era delle buone no- voci in cui la voglia di capire, di combattere e di
tizie dalla Spagna e dall’America latina sembra raccontare non si è ancora spenta.
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Raccontare, resistere. La sfida
degli scrittori latino americani
«La letteratura non può cambiare il mondo. Spetta alle cittadine e
ai cittadini», dice Luis Sepùlveda. «Uno scrittore è prima di tutto
un cittadino che resiste e si oppone agli abusi di potere»
A
IL FESTIVAL
Dal 5 all’8 maggio Perugia
diventa teatro del festival Encuentro, rassegna
della letteratura in lingua
spagnola. Tantissimi gli
ospiti a cominciare da
Luis Sepùlveda e la sua
compagna la poetessa
Carmen Yáñez. Ci sarà
Paco Ignacio Taibo II che
in Italia ora è pubblicato da
La nuova frontiera. E ancora Rodrigo Hasbún, autore
del bellissimo Andarsene
(Sur) e José Muñoz che
parlerà di Cortazar di cui
ha illustrato il racconto
L’inseguitore (Sur). E poi il
cubano Leonardo Padura
Fuentes autore di Eretici. Un’indagine di Mario
Conde (Bompiani), Arturo
Pérez-Reverte e molti altri.
www.encuentroperugia.it
lcuni Paesi latinoamericani sembrano attraversare una crisi democratica che mette a rischio diritti civili acquisiti negli ultimi vent’ anni.
Che cosa sta accadendo in Paesi come il Messico, il Venezuela l’Argentina? Lo abbiamo
chiesto a Luis Sepùlveda, che dal 4 all’8 maggio sarà al festival Encuentro.
«In realtà non si tratta di una crisi democratica», risponde lo scrittore cileno. «Il grande
problema è la corruzione politica e il degrado
morale di chi è al potere e dei loro complici.
Il neoliberismo ha capito che per mantenere
il dominio assoluto del “mercato” con questi
livelli di sfruttamento serve la complicità dei
governanti, di parlamentari e di amministratori corrotti. Il problema è universale. Bisogna
smettere di vedere l’America latina come un
continente di scimmie ammaestrate che a volte si comportano bene e altre volte male».
E nel Brasile di Lula e Rousseff, invece?
In Brasile abbiamo assistito a un tentativo di
“colpo di Stato senza armi” di cui è protagonista il Parlamento più corrotto. Lula e Rousseff
hanno commesso un grave errore strategico
non spiegando da un punto di vista politico,
in modo trasparente, passo dopo passo, tutto
ciò che stavano facendo, e che cosa ostacolava e chi si opponeva ai grandi cambiamenti
che intendevano attuare.
In Messico i giornali non sono liberi e molti giornalisti rischiano la vita o addirittura
vengono uccisi. È diventato impossibile?
Da quando il narcotraffico si è imposto come
un potere assoluto in Messico, la professione
di giornalista come voce indipendente, obiettiva, eticamente corretta, è diventata qualcosa
di molto pericoloso. E se a questo si aggiunge
la complicità del Pri, un narco partito politico,
il quadro appare ancora più drammatico.
La letteratura può contribuire a cambiare
questa situazione drammatica?
Che la letteratura di per sé contribuisca a cambiare la realtà è un mito, spetta ai cittadini e alle
cittadine; solo loro possono e devono cambiare le cose. La letteratura può aiutare, forse, ma
non possiamo dimenticare che uno scrittore è
prima di tutto un cittadino e poi uno scrittore.
Dunque, cosa significa per lei essere uno
scrittore latinoamericano oggi?
Significa essere un cittadino resistente agli
abusi del potere. Per lo meno così la intendo
io, ma non sono certo che la maggioranza la
pensi allo stesso modo.
Il Cile ha attraversato una stagione democratica ma la Costituzione è ancora quella di
Pinochet, che ne pensa?
Dal 1990 il Cile ha sperimentato una sorta
di “promessa impossibile di realizzare”. La
dittatura e i partiti che negoziarono la transizione lo fecero alle spalle delle aspirazioni
e dei desideri della maggior parte dei cileni. Invece di ricostruire i valori democratici
hanno preferito conservare il modello economico neoliberale della dittatura e farlo
diventare più crudele e perverso. Che la Costituzione vigente sia ancora quella stilata
dalla dittatura è la dimostrazione che poche
cose sono cambiate. L’ex presidente Patricio
Alwyn promise «una democrazia per quanto
possibile», «una giustizia per quanto possibile» ma quel « possibile» fu deciso da civili
complici della dittatura e dai partiti che hanno governato proprio dal 1990.
Scrivere per i bambini implica una particolare sensibilità oltreché fantasia. Che cosa le
preme trasmettere?
Sì, non è facile scrivere per lettori giovani, è una
sfida molto grande. E a me piacciono le sfide.
Più grandi sono e più mi stimolano. Non credo al famoso “messaggio”. Scrivo e con le mie
storie cerco di condividere valori umani, etici.
Dopo Storia di un cane che insegnò a un
bambino la fedeltà pubblicato in Italia da
Guanda sta scrivendo un nuovo libro?
Sto finendo un nuovo romanzo a cui lavoro da
due anni e spero di consegnarlo entro giugno.
Non posso dire di più, non racconto mai nulla
dei miei libri prima che escano. Ne riparleremo
quando sarà in libreria.
Simona Maggiorelli
(traduzione di Gabriela Pereyra)
30 aprile 2016
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La scienza
della pace
Svuotare gli arsenali, eliminare i robot killer, difendere i diritti
dei migranti e garantire cibo per tutti. Scienziati, studenti e cittadini, riuniti
alla Città della scienza di Napoli, dicono che abolire la guerra si può
di Pietro Greco
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30 aprile 2016
30 aprile 2016
53
© Illustrazione Antonio Pronostico
re obiettivi magari lontani ma certo concreti su
cui lavorare tutti insieme, scienziati e cittadini
comuni, per “svuotare gli arsenali”, come amava dire il presidente Sandro Pertini: creare un
mondo senza armi nucleari, mettere al bando le
armi autonome e abolire la guerra stessa. E altri
tre obiettivi per “costruire la pace”: riconoscere
i diritti di tutti i migranti, che abbiano lasciato
le loro case a causa della guerra o per cause ambientali; potenziare il sistema di welfare e di inclusione sociale e lavorativa per tutti; garantire la
sicurezza alimentare per tutti.
Non è facile tirare le somme dell’incontro “Svuotare gli arsenali, costruire la pace” organizzato a
Napoli il 22 e il 23 aprile scorsi dal Centro studi
di Città della Scienza. Forse il primo in Italia cui
hanno partecipato organizzazioni e gruppi, i più
diversi, che magari perseguono lo stesso obiettivo, costruire la pace con l’ausilio della scienza,
con modalità diverse: dalle Pugwash Conferences, premio Nobel per la Pace, agli studenti di
un liceo, il Majorana di Orvieto; dai medici di
Emergency ai membri dell’Unione scienziati per
il disarmo (Uspid); dai rappresentanti della Twas,
l’Accademia mondiale delle scienze, ai docenti e
agli studenti che presso l’università di Pisa studiano le “scienze per la pace”; dagli storici e dai
filosofi delle università di Napoli alle cooperative
sociali della stessa città, come Dedalus; dai medici esperti dell’International physicians for the
prevention of nuclear war (Ippnw) ai cittadini
non esperti di Senzatomica.
La prima finalità dell’incontro è stata quella di
conoscersi reciprocamente e verificare la possibilità, pur nel pieno rispetto dell’autonomia di
ciascuno, di unire le forze per fare massa critica
almeno nel tentativo di rompere il muro della disattenzione dei media e della società su un tema
tanto fondamentale - la pace, come unica alternativa alla guerra - in un’epoca in cui la guerra è
da molti, da troppi considerata l’unico modo per
risolvere i conflitti.
Creare una cultura della pace non è un’astratta
utopia. Ma una necessità concreta e impellente,
ha ricordato Vittorio Silvestrini fondatore e presidente della Città della Scienza. E infatti sono
almeno sei gli obiettivi concreti che, pur con
accenti diversi, hanno indicato i partecipanti
all’incontro di Napoli. Il primo è stato ricordato
da Paolo Cotta Ramusino (segretario generale
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30 aprile 2016
delle Pugwash Conferences), ma anche da Diego
Latella (Uspid), da Enza Pellecchia (Senzatomica), da Carlo Schaerf (Isodarco) e da Michele Di
Paolantonio (Ippnw: riprendere il progetto che è
stato non solo di Albert Einstein e Bertrand Russell, e poi di Joseph Rotblat, ma anche di politici,
di orientamento il più diverso, da Michail Gorbaciov e Henry Kissinger e riproposto, da ultimo
(forse troppo timidamente), dal Presidente degli
Stati Uniti, Barack Obama: svuotare gli arsenali
nucleari. Perché l’atomica rappresenta ancora un duplice e mortale pericolo: quello di una
guerra nucleare totale, capace di distruggere la
civiltà umana; e quello di guerre nucleari locali,
che - ha ricordato Cotta Ramusino - hanno almeno tre focolai potenziali: il conflitto tra India e
Pakistan; il conflitto tra Israele e il mondo arabo;
quello tra la Corea del Nord e la Corea del Sud.
Per svuotare gli arsenali nucleari tra le due grandi superpotenze atomiche (Usa e Russia) e tra
gli altri membri del Consiglio di sicurezza (Cina,
Regno Unito e Francia) occorre accelerare i negoziati intorno al Trattato di non proliferazione
delle Nazioni Unite. Ma per svuotare gli arsenali
minori ed evitare il rischio terrorismo atomico ha sottolineato Paolo Cotta Ramusino - occorre
ridurre i conflitti locali, cambiando atteggiamento. Abbandonando quello di una regia dall’alto di
impronta occidentale (esportare la democrazia
anche con i carri armati) e creando una rete di alleanze anche con movimenti lontani dalla nostra
visione del mondo ma disponibili a lavorare per
la pace o, comunque, a non globalizzare i conflitti (due esempi per tutti, i Fratelli Musulmani in
Egitto e i Talebani in Afghanistan).
Discorso difficile, quello di Paolo Cotta Ramusino, ma in grado di dare risultati concreti. È stato
proprio grazie a una sua mediazione che i Talebani e il governo di Kabul si sono incontrati per
la prima volta in Qatar e hanno iniziato un possibile (ma non scontato) percorso di pacificazione.
Resta il fatto che per svuotare gli arsenali nucleari a ogni livello occorre una pressione dell’opinione pubblica mondiale: occorre che scienziati
e cittadini facciano sentire il loro fiato sul collo
dei governi. È il progetto di Senzatomica, che sta
portando in giro una mostra che ha già toccato
sessanta città italiane (da ultimo, proprio a Napoli) e che ha avuto finora 320.000 visitatori, di cui
110.000 studenti. Un successo, spiega Enza Pel-
lecchia, che può ricreare una forte e consapevole
opinione pubblica per un “nuclear free world”:
mondo senza armi nucleari. In una prospettiva
analoga, anche se in maniera preventiva, si muove l’obiettivo proposto da Guglielmo Tamburrini,
filosofo e pioniere della campagna internazionale “Stop Killer Robots”, lanciata qualche tempo
fa da un pool internazionale di ong. L’obiettivo è
proprio quello di mobilitare l’opinione pubblica
perché le Nazioni Unite mettano al bando i “Killer Robots”, ovvero quelle “armi autonome” che,
secondo alcuni, combatteranno le guerre del futuro con una scarsa capacità di controllo umano
e, dunque, con esiti imprevedibili.
Ancora più radicale è l’obiettivo proposto da
Emergency: mettere al bando la guerra stessa.
Mobilitare l’opinione pubblica perché la guerra
diventi un tabù. Oggi può sembrare un’utopia
remota. Ma è la più realistica delle utopie, vista
la potenza devastatrice crescente delle armi e la
globalizzazione dei conflitti. Se vogliamo salvare la civiltà umana non abbiamo altra opzione:
dobbiamo abolire la guerra.
Abolire la guerra è possibile, ha convenuto Telmo
Pievani, filosofo della biologia intervenuto per
conto della Fondazione Veronesi. Perché la violenza non è iscritta nei nostri geni, ma è una costruzione sociale. E così come Homo sapiens ha
edificato il moloch della guerra, lo può distruggere. Pievani ha coordinato il gruppo di lavoro
degli scienziati che hanno elaborato la Carta di
Science for Peace, che può essere non solo sottoscritta, ma anche diffusa. Per questa essa è stata
adattata in modo tale da poter essere studiata
criticamente dai bambini delle scuole elementari e dai ragazzi delle scuole medie.
La formazione è condizione forse non sufficiente, ma assolutamente necessaria per “costruire la
pace”. Lo hanno spiegato i docenti e gli studenti
sia del Corso di laurea sia del Corso interdipartimentale di “scienze della pace” dell’Università di
Pisa. Si tratta di una formazione molto particolare. Perché deve dare gli strumenti per riconoscere la complessità dei fenomeni: pochi sanno,
ha sottolineato lo storico Giorgio Gallo, che i profughi siriani lasciano in massa il loro Paese non
solo per la guerra atroce, ma anche per la siccità.
E che guerra e siccità sono legate l’una all’altra.
Ma la formazione deve saper cogliere anche le
contraddizioni dell’azione politica. A tutt’oggi
l’Europa ha speso 13 miliardi di euro per contrastare i migranti e il risultato sono 500 campi
profughi sparsi per il continente in cui, troppo
spesso, i diritti dell’uomo sono sospesi.
La pace non è semplicemente l’assenza di guerra. È molto di più. È una condizione di assenza di
ingiustizie e di risposta cooperativa alla domanda di cittadinanza di tutti e di ciascuno. La scienza ha un ruolo molto importante nel “costruire
la pace” mettendo a nudo le ingiustizie più feroci: Giovanni Sabato ha ricordato come medici e
genetisti stiano aiutando le “nonne di Piazza de
Majo” a rintracciare i figli dei desaparecidos, vittime durante la dittatura militare argentina, di
una doppia ingiustizia: l’assassinio dei genitori
e l’adozione da parte dei carnefici.
Ma la scienza ha un ruolo ancora La violenza, ha detto Telmo
più importante, ha rilevato l’inge- Pievani, non è iscritta
gnere ed economista Moctar Toure, nei nostri geni ma è una
uno dei vicedirettori dell’Accade- costruzione sociale. Per far
mia mondiale delle scienze (Twas) trionfare la pace serve una
nel «costruire la pace attraverso la cultura di pace. Ecco che un
sicurezza alimentare». Entro il 2050 gruppo di scienziati lancia
saremo 10 miliardi sulla Terra. Tutti la Carta di Science for Peace
avranno diritto al cibo. E, se vogliamo un mondo in pace, a tutti dobbiamo riconoscere il diritto al cibo. La scienza non basta, perché occorre anche e soprattutto la politica. Ma
difficilmente senza scienza potremo produrre
cibo a sufficienza per tutti in un pianeta in cui
la superficie arabile è limitata. Ecco perché la
scienza ha un ruolo essenziale nel “costruire la
pace”.
Ma il diritto alla vita e alla dignità di un lavoro
deve essere assicurato anche a quelle persone
che sono costrette a lasciare le loro case per ogni
tipo di causa: militare, economica o ambientale
che sia. Per questo opera Dedalus che sta realizzando a Napoli “luoghi di inclusione”. E per questo gli studenti del Liceo Majorana hanno elaborato una Carta dei diritti dei migranti ambientali
che hanno sottoposto anche alla Presidente
della Camera, Laura Boldrini, prima di venire a
illustrarla a Napoli. Un’iniziativa “dal basso” di
“cultura della pace” davvero incoraggiante, mentre altri in Europa vanno erigendo mura. Che dal
Vallo di Adriano alla Muraglia Cinese non sono
mai serviti a nulla se non a creare facili e fallaci
illusioni, come ha ricordato lo storico Luigi Mascilli Migliorini.
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La periferia (quella vera)
dalla A alla Zeta
Il film Zeta di Cosimo Alemà è il ritratto, onesto e credibile,
di una generazione. Quella che ha alimentato la scena rap italiana, finalmente
liberata dall’emulazione degli artisti Usa, e si è fatta movimento
di Fabrizio Galassi
l rap è quel genere di musica che fa apparire vecchio tutto il resto: il rock e la sua
parte più estremista, l’indie, i cantautori e la musica popolare contemporanea
(come adesso si chiama la musica leggera). Fa apparire vecchio anche il concetto
di musica dal vivo, da sempre interpretato da una band sul palco e il resto sotto.
Mentre i rapper tendono a trasformare il
locale in una festa: senza sopra o sotto,
puntano sempre al sottosopra.
L’America perde sempre più smalto
come modello di riferimento; pur rimanendo
un faro nello stile, non influisce più così pesantemente sul comportamento (vedi Clementino).
E in Italia sono servite tre ondate di rap nostrano per arrivare al punto in cui siamo: oggi un
20enne può nuovamente pensare alla musica
come a una vera e propria professione, difficilissima ma possibile.
Zeta è questo sogno. La periferia vera, senza fintighetti-per-emulazione-statunitense, è l’innocenza di un ragazzo fotografato la prima volta che
commette il classico errore di innamorarsi della
fidanzata del suo miglior amico. Zeta è il film che
definisce una generazione, che la rappresenta in
maniera onesta, sincera, ma soprattutto credibile. Come Izi, un rapper che sa anche recitare, per
evitare di incappare nelle pantomime di attori
che sanno anche canticchiare o suonicchiare. Izi
è Diego Germini che interpreta Zeta, Izi sorpassa facilmente i 2 milioni di views su Youtube, si fa
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notare per la sua formula innovativa, ma soprattutto per il carisma fotogenico. Quando il regista
Cosimo Alemà lo contatta è già un wünderkid
(ragazzo prodigio) della scena, è sicuro di quello
che dice e di come lo dice, e il passo da Youtube al
grande schermo non sembra così grande.
Se Izi rappa bene, Diego Germini recita ancora
meglio, e il paragone non è tanto 8 Mile di Eminem quanto The Blues Brothers, con la differenza del genere: John Landis ha fatto una commedia coinvolgendo artisti storici, Cosimo Alemà
un film drammatico con Salmo che interpreta
un regista, Fedez un localaro, Tormento un
prete, Salvatore Esposito (Genny Savastano)
un rapper già avviato, J-Ax la coscienza. Con il
resto del cast che sembra un festival hip hop:
Clementino, Ensi, Briga, Baby K, Lowlow, Rancore, Shade, Noyz Narcos, Shablo, Metal Carter
e Rocco Hunt.
La prima preoccupazione da parte della produzione e della regia è stata proprio quella della
credibilità, fondamenta sulla quale ruota tutto
il genere. Se non lo sei, credibile, non puoi far
parte della scena e non puoi rappresentarla. In
realtà, guardando Zeta, questo problema non si
pone: perché già dal primo fotogramma in cui
vediamo Salmo sul palco, accettiamo tutto come
fosse la realtà. Le barriere tecniche si abbassano
lasciando campo aperto all’emozione, e per l‘ultima battle contro l’invincibile Ensi assicuratevi
un posto in sala appartato se volete mantenere
la vostra di credibilità.
30 aprile 2016
IL FILM
Alex-Zeta, cresciuto
nella periferia romana
tra lavoretti e piccolo
spaccio, si trova catapultato nel mondo del
rap ma la notorietà lo
fagocita. Protagonista
del film musicale Zeta,
diretto da Cosimo
Alemà, è il giovane rapper di Cogoleto Diego
Germini, nome d’arte
Izi, assieme all’attrice
Irene Vetere (in primo
piano nella foto in alto).
Nelle sale dal 28 aprile.
Quando il rap
ha iniziato
a usare il ritmo
dell’elettronica
e a contestare,
i testi hanno
acquisito
spessore
e velocità.
Lo spessore
è il genere
e la velocità
è l’immediatezza
con cui le parole
ti colpiscono
Ma se scontro generazionale deve essere, Zeta ha
il compito di cavalcare i nuovi linguaggi spaziotemporali, allungare il respiro e sconfinare nella
serie tv per rispondere con le rime a Vinyl, perché
quella frontiera punk che conviveva con la disco
music di fine anni 70 a New York City, è la stessa
che mette difronte il rap dal basso con quello imposto dai talent. Come Zeta capirà presto, se cerchi la celebrità hai una scadenza appena sotto il
codice a barre che ti identifica come prodotto; se
invece miri alla popolarità, sarai immortale.
Come ci siamo arrivati a questo punto e perché
sarà il rap a definire lo scontro generazionale?
Una risposta arriva da Numero Zero - Alle Origini del Rap Italiano (uscito a dicembre 2015,
online da 10 euro), documentario che racconta
le gesta, le motivazioni e le ingenuità dei pionieri del genere in Italia. Ci sono le Posse degli anni
90, i centri sociali, la politica, il sociale e Neffa,
che lascerà il testimone alla seconda ondata capitanata da Fabri Fibra e Modo Marcio. I secondi sono sempre più svegli dei primi e capiscono
che per coinvolgere l’ascoltatore digitale (quello
dei primi anni 2000) devi andare sul personale;
così iniziano a raccontare i propri problemi, le
ansie, quanto sono sfigati ma anche quanto riescono a farti il culo se non stai attento.
Poi è arrivata la terza ondata con tutti questi
“cosi colorati” che hanno abbandonato il sociale
per il social, hanno unito il rap al pop, compongono come David Guetta e sfruttano le nuove
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© Matteo Graia
correnti di musica elettronica (adesso è la trap).
Ma la cosa più importante è il culto della personalità, che coltivano a propria jpeg e somiglianza; non è un contenitore vuoto però, non siamo
negli anni 80. I nuovi MC’s scuotono coscienze,
entrano nel politico, partecipano ai talk show
come esperti, hanno un ruolo in televisione, ma
non si vergognano di cantare dell’amore.
Nel frattempo ci siamo, in parte, de-americanizzati, e adesso è più normale ascoltare musica in
italiano, ma solo se dall’altra parte c’è qualcuno
che ha qualcosa da dire; le barre del rap sono il
luogo perfetto per argomentare il proprio disagio e descrivere quello degli altri. Le nuove generazioni poi sono più aperte e tollerano la differenza dei generi, talmente tanto da averli quasi
uccisi: una sorta di transgenderismo musicale.
Il rap è diventato grande quando ha smesso di
rubare i ritmi dai brani funk e ha iniziato a comporre? «Questo grande cambiamento inizia nei
primi anni del nuovo secolo quando l’onda della musica elettronica stava crescendo a dismisura», spiega a Left Cosimo Alemà, intervistato
non tanto come regista di Zeta quanto come
sociologo culturale giovanile. «Ma il mondo che
creava tendeva a freddare i cuori più che a scaldarli, era un mondo enorme che ha finito per
chiudersi in se stesso. Il rock non riusciva più a
essere un mezzo di comunicazione per i ragazzi, era invecchiato diventando un genere per
adulti. Così quando il rap ha iniziato a utilizzare
il ritmo dell’elettronica e a contestare, come faceva il rock quando era giovane, ecco che i testi
hanno acquisito spessore e velocità. Lo spessore
è il genere, e la velocità è l’immediatezza con la
quale le parole ti colpiscono. E finalmente una
generazione ha nuovamente voluto far parte di
un movimento».
Storie e ricette
di cibo senza padroni
Oggi spopola il cibo figlio del capitalismo, delle mode, delle regole.
Di contro, resiste una cucina intesa come sapere diffuso. Il dj
e food performer Don Pasta ce la racconta nel suo Kitchen Social Club
di Don Pasta
l cibo è morto. Nell’accezione che si è avuta per
millenni e sino al ’900 quella nozione di cibo
non esiste più. Non esiste il cibo di sussistenza, il
rapporto simbiotico uomo-natura, e non esiste
più il patrimonio culinario popolare all’origine
della cucina italiana, intesa come sapere diffuso. Esiste ora un cibo figlio del capitalismo, delle
mode, delle regole, che al primo si contrappone.
Scompaiono nei fatti i contadini, i pescatori
sostituiti da produttori che forniscono la grande distribuzione. Il mutamento è sostanziale
e fa paura. In questo libro esiste dunque uno
spartiacque nitido tra le forme contemporanee
di intendere il cibo e le forme di resistenza di
cui si ha un assoluto bisogno. Ci siamo dunque ritrovati di fronte a una urgenza. Abbiamo
lanciato tanti messaggi in tante bottiglie per
chiedere aiuto, per sapere se ci sia ancora gente
che tenga al senso profondo del cibo, e se esista
ancora il tema dell’etica, della responsabilità in
ciò che si produce e si cucina. Per farlo ci siamo
messi diligentemente a cercare in tutta Italia,
in ogni angolo recondito e ci siamo rassicurati.
Abbiamo trovato cuochi, contadini, pescatori,
distributori, reti solidali, migranti, consumatori, ristoranti, osterie, spazi occupati che messi
insieme costruiscono una rete molto ampia di
resistenze. Siamo in tanti, infinitamente tanti
a credere che mangiar bene, dar da mangiar
bene, sia un atto di militanza quotidiana, con
pochi giri di parole, fatta di gesti spicci e di tanta integrità.
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Abbiamo iniziato a cercar forme di resistenza e
continueremo a farlo.
Yogurt
Ci sono certe storie che sembrano inventate o
frutto di fantasia, tanto sembrano poco verosimili. Un ragazzo parte per ragioni probabilmente
dolorose dalla sua terra e dopo un viaggio drammatico arriva in una terra inospitale. Gente che
ha fatto un viaggio infinito per cercare speranza,
rischiando tante volte la morte, accettando le peggiori ingiustizie, che si ritrova a rivoltarsi alla mafia, lui solo in mezzo a tanti impensabili complici
italiani, nel momento in cui la loro cifra di uomini
scende sotto lo zero. Ecco che cos’è quel mondo
chiamato caporalato, la riduzione della persone
a esser meno di esseri umani. Questo è ciò che
succede in gran parte delle campagne. Ma poi la
vita è strana. Che ha da portare un migrante con
sé? Un sapere ancestrale nel fare le cose, un legame con pratiche antiche, la consapevolezza che
esiste un modo forse più equilibrato di coesistere
tra uomo, terra e i suoi prodotti. Questo mistero
dell’ancestrale spesso rischia di confondersi con
l’arretratezza. Ad esempio gli yogurt che vanno
dati ai nostri figli sono sicuri, garantiti, certificati.
Ma magari non sanno di niente, che già è uno dei
primi criteri che salta quando la garanzie sanitarie
diventano prioritarie rispetto alla garanzia che un
prodotto abbia un buon sapore. Va da sé che per
aver un buon sapore il latte deve esser buono, i
fermenti lattici lo devono essere, la pastorizzazio-
© Pidjoe/iStock
ne deve esser fatta senza uccidere tutti i principi
attivi che rendono vivo un prodotto. Il ragazzo
e i suoi amici questo hanno portato da lontano,
un saper fare le cose in equilibrio con il tempo.
Ecco perché l’odissea drammatica di alcuni diventa una opportunità per tanti: per loro in primis, che hanno salvato la loro vita, e poi per chi
compra. Dal momento in cui assaggiano quello
yogurt si accorgono della differenza gigantesca
tra uno yogurt fatto in serie e uno yogurt fatto da
persone appassionate.
Pane
L’origine di ogni cosa, il pane. Origine dell’alimentazione, origine del rapporto dell’uomo con
la natura nel momento in cui l’assemblaggio di
due elementi, farina e acqua, si trasforma in altra cosa, grazie all’opera dell’uomo. È come se
ne fosse metafora, perché c’è
Erbe selvatiche
questa cosa della vita. O me- Visto che un tempo
Qual è la salvezza della cucina
glio ci dovrebbe essere que- per il pane si facevano
italiana? Cosa ha sostentato i
sta cosa della vita, se esistesse le rivolte epocali,
nostri avi? In tanti, tantissimi
un lievito con una vita dentro. alcuni hanno iniziato
potevano raccogliere erbe selvaPare ne esistano di secolari di a farla piano piano,
tiche perché, proprio da selvatilieviti madre. Ma ora il lievito dolcemente, con
che, a nessuno appartengono se
è in bustina e poca vita ha in un profumo di lievito
non alla terra che ne dà origine.
sé. Per non parlare della farina che non si dimentica
Ma quali erbe prendere? Una
per il vostro pane nell’epoca
delle allergie. Poi il grano, che grano? Con che qualunque? Assortendole? E come? C’era un prosementi? C’è qualcuno che dall’altra parte del fessore dell’università a spiegarlo agli affamati? O
mondo ti dà un seme che ti garantisce una resa sarà stato forse il contrario? Un professore univermaggiore, che basta innaffiarlo tanto ma tanto, sitario che chiede a degli ignoranti, analfabeti a
poi ti dice quando mettere la profilassi, quando saper a cosa serva una pianta? E loro che sapevamettere la medicina e tutto andrà per il meglio. no, come lo sapevano? Attraverso l’osservazione
Nel frattempo la volpe, amico del gatto che ti di come il corpo reagiva? Questi trogloditi definivende il seme, ti dice che quell’antica pratica vano dunque le proprietà di una pianta attraverso
dell’uomo di conservare sementi non è corretta il rapporto tra territorio, terreno e corpo umano?
perché non è tracciabile, perché quel grano che Degli sciamani, dunque. E come la catalogavano?
tu e i tuoi avi avete osservato mutare nella tua Su un libro? Oralmente? Cioè c’era qualcuno che
campagna per decenni e secoli, non è cataloga- si prendeva la briga di conservare nella propria
bile tra le specie utilizzabili. Serve ordine nella memoria tutti i principi benefici di ogni pianta
campagna, quindi tu solo quel seme che arriva e scambiava tale informazione con il vicino per
avere, come comunità, la più ampia catalogazioda lontano, vuoi o non vuoi, dovrai usare.
Questo è il conflitto, radicale, storico, non ne- ne possibile? E nessuno che questo sapere se lo
goziabile, tra chi fa il pane buono per i propri facesse pagare oro! Perché di fondo, basterebbe
figli e chi obbliga in un modo o nell’altro a dare provarla, almeno una volta, l’esperienza di racdel pane cattivo ai propri figli. Ma visto che un cogliere una e tante erbe e mangiar solo quella
tempo per il pane si facevano le rivolte epocali, e accorgersi che il corpo, lo stomaco, reagiscono
alcuni hanno iniziato a farla piano piano, dol- emozionati, sentono una eccitazione, un senso di
cemente, con un profumo di lievito che non si pulizia. Ecco cosa è il mangiar erba per un uomo.
dimentica.
Un atto enciclopedico.
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IL LIBRO
Kitchen Social Club.
Manifesto dei cuochi,
del cibo e delle cucine sociali e popolari.
Storie & ricette, edito da
Altreconomia a cura di
Don Pasta, è un “libro di
cucine”. Un manidesto
dedicato a chi ama il
cibo per quello che dovrebbe essere: non una
merce ma un patrimonio
comune.
25 storie di cibo senza
sfruttamento e accessibile a tutti, dalle arance
allo zafferano; 25 ricette
di cuochi resistenti e cucine popolari, di osterie
a filiera corta e trattorie
meticce; 25 racconti
di contadini militanti e
di prodotti “genuini e
clandestini”.
TEATRO
L’universo
beckettiano di
Scimone e Sframeli
A Bologna e a Milano
una imperdibile
retrospettiva del
celebre duo siciliano
di Massimo Marino
S
embra sempre di
essere di fronte allo
stesso spettacolo nel
teatro di Spiro Scimone e
Francesco Sframeli. Eppure
ogni loro lavoro intona note
singolari, infantili, strazianti, “metafisiche”. Bene hanno fatto a Bologna Arena del
Sole e Soffitta a presentare
quattro opere di questi attori-autori, le due del debutto,
Nunzio (1994) e Bar (1997)
in dialetto messinese, l’ulti-
ma, Amore, la recente Pali.
Firmate tutte da Scimone,
brevi, epigrammi dell’inquietudine, passano dall’iperrealismo di facciata degli
inizi a un apparente surrealismo. In realtà indagano
a fondo l’essere umano, le
sue fragilità, le inconsistenti ineliminabili speranze, le
malinconie, le immedicabili
ferite. I discorsi quotidiani,
usurati, ripetitivi aprono
crepacci interiori e sociali
dove si può solo precipitare,
cercando per salvarsi piccoli
futili appigli. Se in Nunzio e
Bar siamo in poveri trascurati interni specchio delle
anime, in Pali (con Gianluca
Cesale e Salvatore Arena) i
colori si fanno addirittura
da pittura manierista: due
personaggi appollaiati su
legni che sembrano croci
rovesciate dialogano con
altri reietti precipitati da un
mondo senza senso, senza
speranza.
In Amore (con Gianluca Cesale e Giulia Weber) un vec-
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chio e una vecchia blaterano sperduti su una tomba,
di fianco a un’altra tomba,
davanti a cipressi di fiaba.
Irrompono due altri anziani
amanti segreti, un pompiere
e il suo comandante, come
sempre pronti a spegnere
le fiamme indomabili della passione. Tutti ricuciono
il passato dalla prospettiva
del decadimento fisico, dei
pannoloni da cambiare, della morte vicina, con qualche
vaga rabbia o rassegnazione,
con le parolacce che non si
aveva il coraggio di dire, con
l’oblio che dilava.
Le tombe diventano letti,
mentre le frasi, i ricordi, i
lapsus si ripetono in loop che
somigliano a quelli della banale vita ormai lontana, delle
occasioni sprecate, sprofondando in un crepuscolo che
diventa buio della morte.
Ti stringe allo stomaco questo
spettacolo con i suoi fuochi
fatui di parole di amore, echi
lontani di vite perdute. All’Elfo di Milano dal 2 maggio.
LIBRI
Quando il sesso
è strumento
di dominio
Nei racconti Elena
Bibolotti indaga
i naufragi del rapporto
con il diverso da sé
di Filippo La Porta
I
l corpo nudo non dà più
scandalo, non è più una
forza sovversiva. Dovunque esibito e mercificato. Con
Salò (1975), film terminale e
disperatamente didascalico,
Pier Paolo Pasolini intuì una
verità del genere, che poi riaffora negli scrittori “cannibali”
alla metà degli anni Novanta.
Eppure si tratta di una verità unilaterale. Il corpo infatti
continua oggi a oscillare tra
mercificazione e conoscenza,
tra gestione dell’apparenza e
incontro reale con l’altro.
Di cosa parliamo quando
parliamo di sesso? I racconti
di Elena Bibolotti, imprenditrice nel Web e nella didattica musicale, La pioggia
dorata (Giazira, prefazione
di F. Abate) mostrano quanto
il sesso possa essere ancora
uno strumento conoscitivo
fondamentale. Già a partire
dal titolo mettono in scena
una galleria di ritratti (soprattutto di donne) e un variegato repertorio di perversioni
sessuali, con una descrizione
insolitamente precisa, iperrealistica - e dunque straniata
- degli organi sessuali. Però il
loro centro semi sommerso è
ARTE
Sulle rotte
della scrittura
etrusca
La stele di Poggio
Colla e la mostra di
Cortona realizzata
con il Louvre
di Simona Maggiorelli
altrove, e ci trasmette una verità dell’eros, vicina a un teorema caro al Pasolini di Petrolio: “possedere” coincide con
il “Male” (si possiede sempre
qualcosa di limitato), mentre
“essere posseduti”, per quanto possa implicare dolore e
umiliazione, è l’unica esperienza possibile del “Bene”.
E lo fa creando personaggi
vivi, credibili, immersi nel
loro quotidiano. L’eros autentico è abbandono all’altro,
rinuncia a qualsiasi presa, a
qualsiasi volontà e progetto.
Prendiamo il racconto forse
più bello e concentrato: “Il
serpente piumato”. Valeria,
manager spietata e “cacciatrice di teste” nelle aziende,
mai un dubbio o una distrazione, si diverte a rimorchiare ragazzi, a dominarli, a
spremerli e gettarli via: il sesso «l’aveva tenuto nell’hard
disk della propria esistenza,
infilandolo però nelle utility».
Poi succede che il giovane
Pablo filma la loro relazione
di nascosto e la ricatta. Non
vuole soldi da Valeria, come
lei aveva sperato, ma ciò
che lei ha di più caro, «il suo
mondo solitario e buio».
I
media hanno subito paragonato la scoperta dell’iscrizione etrusca di Poggio
Colla a quella della stele di Rosetta (il blocco di basalto trovato dall’esercito napoleonico
al delta del Nilo e che permise
di decriptare la scrittura geroglifica). Certo è che questo
reperto etrusco riemerso, a
fine marzo, non lontano da Firenze è un testo insolitamente lungo e non di argomento
funerario, diversamente dalla
maggior parte dei frammenti di scrittura etrusca arrivati
fino a noi, perché protetti e
conservati in tombe ipogee.
In questo caso si tratta di una
pietra arenaria alta un metro
(pesa più di 200 kg) che era
posta alla base di un tempio;
«probabilmente veniva esposta come simbolo di autorità»
ha ipotizzato Gregory Warden
del Mugello Valley Archaeological Project, che l’ha riportata alla luce. La speranza è che
possa aiutare gli studiosi ad
ampliare la conoscenza del
vocabolario etrusco, offrendo
nuove chiavi di accesso a una
lingua, che, in forma parlata e
scritta, fra il VII e il I secolo a.C.
ebbe larga diffusione nell’area
del Mediterraneo. La maggior
parte dei testi etruschi erano
su supporti leggeri come lino
e papiro, dunque facilmente deperibili. Sappiamo però
che gli etruschi avevano una
letteratura magico-religiosa,
con testi di aruspicina, di arte
divinatoria basata sulla lettura delle viscere degli animali
oppure dei fulmini, ma mancano testimonianze letterarie
vere e proprie. Non fecero in
tempo a produrre una propria
letteratura? È stato poi il dominio romano a cancellarne
le tracce? Tante sono le ipotesi
suggestive e altrettante le domande che aspettano ancora una riposta documentata.
Per continuare la ricerca, in
attesa di conoscere i risultati
delle analisi degli etruscologi
sulla stele di Poggio Colla risalente al 500-550 a.C., particolarmente interessante ci è
sembrata la mostra dal titolo
Gli etruschi maestri di scrittura aperta fino al 31 luglio
nel Museo dell’Accademia
etrusca di Cortona e realiz-
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zata in collaborazione con il
Louvre e il Museo Henri Prades di Lattes. Proprio grazie
a questa sinergia è stato possibile per il museo della città
di Cortona ottenere prestiti
importanti come le lamine di
Pyrgi (in foto) e la mummia di
Zagabria: un manuale rituale
scritto su una lunga striscia di
lino che fu riciclato come benda di una mummia femminile
in età tolemaica. Quel testo
religioso si pensa fosse appartenuto ad alcuni etruschi
vissuti ad Alessandria d’Egitto.
Queste rare testimonianze di
epigrafia etrusca, insieme ad
alcune sculture e a raffinati
vasi dipinti compongono un
percorso espositivo che, in
modo suggestivo, lascia intuire quanto la cultura etrusca fosse diversa e lontana
dall’impostazione razionale
greco-romana.
BUON VIVERE
START UP
La zuppa di cipolle
che saziava
il Re Sole
In Finlandia niente
muri. I migranti
sono una risorsa
Al Roi Soleil si deve
lo sviluppo della
cucina e della
gastronomia francese
Mentre Svezia
e Austria chiudono,
in Finlandia spopola
Startup Refugees
di Francesco Maria Borrelli
di Sophie Duras
L
uigi XIV, le roi Soleil. A
partire dal XVII secolo la Francia divenne
patria indiscussa del buon
mangiare e della gastronomia. Contributo che venne
anche dai regnanti e soprattutto dal Re Sole, così come
scrive Giovanni Ballarini ne Il
libro dell’anno 2003, enciclopedia Treccani. «Già Luigi XIII
se ne dilettava e si era specializzato nel cuocere in vari
modi le uova, ma un enorme
sviluppo alla gastronomia fu
dato soprattutto da Luigi XIV,
il cui appetito formidabile è
testimoniato da numerosi autori: il suo pasto tipo si componeva di tre piatti di zuppa,
un fagiano, una tortora, due
costolette d’agnello, un piatto
di prosciutto, dolci e frutta, e
ancora più abbondanti erano
i suoi pranzi di corte che arrivarono a comprendere da
venti a trenta portate diverse».
In questo periodo si diffusero
anche piatti nuovi come «la
salsa spagnola e i piselli, e i
prodotti provenienti dall’Oriente e dall’America, fra cui
caffè, cioccolato, tè. Luigi XIV
diede anche notevole impulso al consumo della verdura
e della frutta». Nell’imbarazzo
della scelta, prepariamo con
qualche variante la rinomata
in Francia soupe à l’oignon,
ovvero zuppa di cipolle.
Ingredienti per 4: cipolle
bianche 800gr; burro 120gr;
farina 60gr; brodo 1,5-2 l; vino
bianco; groviera 150gr; pane 4
fette; sale; peperoncino.
Fate sciogliere sul fuoco il burro in padella, aggiungete le cipolle affettate sottili e lasciatele rosolare qualche minuto.
Aggiungete a pioggia la farina
e mescolate parecchio per
farla assorbire. Sfumate con
poco vino bianco e aggiungete subito e poco alla volta il
brodo (casalingo o di dado).
Regolate di sale e peperoncino e cuocete a fiamma bassa
per una mezz’oretta. Mettete
le fette di pane abbrustolito in
4 tegami di terracotta, versate
la zuppa, sopra la groviera a
fette sottili e gratinate in forno a 180 °C.
Vino consigliato: Sassonero, Doc Colli Euganei Merlot,
azienda agricola Ca’ Lustra.
«È il nostro vino più venduto,
100% Merlot, matura tre anni
in rovere prima di essere imbottigliato. Ne amo il colore
intenso e sorseggiandolo anche da solo riscoprire l’evoluzione dei sapori con note
calde, speziate e persistenti
al palato. Tipicità e tradizione
euganea sono anche in etichetta con l’antico alfabeto
locale», racconta Linda Zanovello dell’azienda di famiglia.
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È
nato nel settembre del
2015. E oggi, Startup
Refugees raccoglie nel
suo network più di 350 sponsor fra aziende locali piccole
e grandi, imprenditori, business angels, associazioni che
lavorano con migranti, istituti di ricerca e media. Tra questi, la finlandese Supercell,
Microsoft, il ministero degli
Interni finlandese e il Servizio Immigrazione finlandese,
così come diverse comunicazioni e agenzie di Pr, università e istituti di ricerca. Le grandi aziende donano denaro, le
piccole imprese e gli esperti
di business il loro tempo.
Lo scorso anno il progetto è
stato attivato in due distretti
e a gennaio di questo, è presente già in cinque distretti
e sei centri di accoglienza.
Inoltre è stata lanciata una
piattaforma web di servizi per l’impiego e nel corso
dell’anno ai migranti verrà
data l’opportunità di portare
la propria idea in incubatori
d’impresa e ricevere fondi e
finanziamenti per avviarla.
L’obiettivo è quello di trasformare i centri di accoglienza in
luoghi vivi. Gestiti dagli stessi
richiedenti asilo, dove circolano idee e saperi e nascono
nuove attività imprenditoriali supportate dal network di
Startup Refugees. Ad oggi nei
centri di accoglienza sono
state inaugurate lavanderie,
scuole, asili nido, un negozio
di tessitura di tappeti e un
media center. Così, mentre
Svezia, Danimarca e Austria
hanno attivato misure che limitano il trattato di Schengen
(inclusi nuovi muri), la Finlandia ha deciso di fare ben
altro. E per confrontarsi con il
numero sempre crescente dei
richiedenti asilo e creare nuova occupazione, ha deciso di
ripartire proprio dai centri
di accoglienza, costruendo
il network no-profit (ideato
dalla GimmeyaWallet Productions Ltd) per supportare
l’occupazione e l’imprenditorialità dei richiedenti asilo
o anche, semplicemente, per
aiutarli a connettersi con il
mercato lavorativo locale infondendo, al tempo stesso,
nuova linfa. L’obiettivo è anche cambiare la percezione
pubblica nei media dei rifugiati. Uno dei fondatori ha
dichiarato: «Spesso si parla
di loro come degli animali,
dimenticando che sono solo
persone diverse da noi e persino tra loro».
APPUNTAMENTI
Il giro del mondo
a ritmo d jazz
Bologna - Al Mast, dal 4 maggio, la Romagna raccontata
da 200 scatti di 16 grandi fotografi. Fra i quali Lewis Baltz,
Gabriele Basilico, Olivo Barbieri e Walter Niedermayr. E
poi le foto industriali delle Officine Minganti e alcune fotografie di scena dal film Deserto rosso di Antonioni (in foto).
www.mast.org
Ravenna - Un vero mappamondo del jazz va in scena a
Ravenna jazz dal 2 al 14 maggio con i Take 6 dagli Usa e
dalla Repubblica Dominicana
Michel Camilo, viaggiando
poi via via verso Israele con
Avishai Cohen e il Portogallo
di Carmen Souza (in foto). E
molto altro. Qui il programma.
www.ravennajazz.it
Le voci dell’inchiesta
Vicino/Lontano
Udine - È Martin Caparros
(in foto) con il libro inchiesta Fame (Einaudi) a vincere
il Premio Terzani 2016. Che
nasce nell’ambito del festival
Vicino/Lontano in programma dal 5 all’ 8 maggio. Tra gli
ospiti Farhad Khosrokhavar,
Stefano Allievi, Guido Crainz
Riccardo Staglianò e moltissimi altri. www.vicinolontano.it
Courtesy Biblioteca Panizzi. Ph. Luigi Ghirri, Sassuolo, 1985
Le foto di scena
di Antonioni al Mast
Dall’Emilia di Ghirri
Forografia Europea
Tutte le strade
dell’arte del racconto
Rovigo- “Ama quello che fai”.
Con questo motto prende il
via la III edizione di Rovigoracconta, il festival dei libri, della
musica e del teatro organizzato dall’associazione culturale
Liquirizia e ospitato dal 5 all’ 8
maggio dalla città veneta. Con
un pieno di scrittori da Chiara
Moscardelli a Salvatore Striano. www.babelagency.it
Reggio Emilia - Come sempre ricca di mostre e incontri
Fotografia Europea 2016, dal
6 maggio al 10 luglio ruota
attorno al tema La via Emilia.
Strade, viaggi, confini: una riflessione sul tema della strada.
A partire dall’opera collettiva
sul paesaggio che fu curata
da Luigi Ghirri, nel1986.
www.fotografiaeuropea.it
L’Istituto De Martino
festeggia 50 anni
Benvenuti alieni! Torna
il Future Film Festival
Sesto Fiorentino - L’istituto
Ernesto de Martino festeggia i 50 anni con la rassegna
InCanto dall’1 al 28 maggio,
ricreando il canzoniere italiano con nuovi talenti perché
il viaggio continui. Accanto a
nomi storici come Giovanna
Marini (in foto) ci saranno,
per esempio, Marco Rovelli e
Rita Marcotulli. www.iedm.it
Bologna - Torna dal 3 all’8
maggio, a Bologna, il Future
film festival diretto da Giulietta Fara e Oscar Cosulich. Tema
d’indagine della XVIII edizione è Welcome aliens! questione cardine in un momento
storico in cui l’accoglienza
come valore, diritto e dovere, è
al centro del dibattito.
www.futurefilmfestival.org
Tutto Sigmar Polke
a Palazzo Grassi
Venezia - Per il 30simo anniversario dalla sua partecipazione alla Biennale del 1986,
dove vinse il Leone d’Oro,
Palazzo Grassi ospita la prima retrospettiva italiana di
Sigmar Polke, organizzata in
collaborazione con The Estate of Sigmar Polke e curata da
Elena Geuna e Guy Tosatto.
www.palazzograssi.it
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TRASFORMAZIONE
La fantasia di Leopardi, realizzando la solitudine,
crea parole nuove che parlano del misterioso silenzio della nascita
Montale scrivendo: nulla, vuoto, terrore non crea parole nuove
Il risveglio
non è uguale in tutti i poeti
I
l calore di primavera aveva reso liquida e trasparente
l’indifferenza per il mondo che aveva verniciato la pelle
da quando erano giunte le parole nuove che ripensavano la realtà della nascita umana. Andai nella terrazza per
immergermi nel fogliame e mi avvicinai alla ringhiera guardando in alto, lontano dove la foresta del Gianicolo fermava
la vista che voleva andare... all’ultimo orizzonte.
Lo sguardo si abbassò e, come la punta di una linea penetrò la superficie della terra e vide il tempio della dea Fortuna
che i romani avevano costruito più di duemila anni fa. Come
se lo studio non fosse protetto dalle pareti di vetro entrò una
folata di caldo e investendo un libro lo aprì, le pagine volarono poi si distesero come se fossero ante di finestre aperte e restarono immobili. Leggo il nome: Montale: “forse un
mattino...” e le linee nere delle righe scritte si dissolsero in
un insieme di punti invisibili diventando una nuvola bianca
senza confini.
Nella nebbia, come il miope che vede soltanto da vicino,
chino la testa sul piano della scrivania e, toccando gli oggetti,
riesco a riconoscere la penna. Sul foglio bianco, che è come
un muro impenetrabile, la mano scrive: “un mattino andando...” e non si ferma. Riscrive: “forse un mattino andando...
un mattino andando...”. Lascio la penna inerte sul piano della
scrivania come se, ammalata, non sapesse più scrivere.
Lascio andare la colonna vertebrale sullo schienale della
poltroncina e vedo l’aria limpida delle settimane passate
quando, andando in un pomeriggio verso l’orizzonte dove
si immerge il sole rosso, compare nella mente “Sempre
caro mi fu quest’ermo colle...”. Ed il pensiero, che riuscì ad
essere parola uscendo dalla gola tentò, tremando, di ricordare “...interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete...”.
Correva poi veloce il tempo che non si misura ed il ricordo
della lezione del 2005 a Chieti, sparì e venne il torpore della coscienza che ondeggiò nella memoria di settanta anni fa
quando ormai solo, camminando, aspettavo che emergesse
un pensiero che non era “...l’inganno consueto”. Leggevo Leopardi ma ripetevo i versi letti e, senza ricordare, penso che le
mie parole non avevano il suono degli scritti silenziosi.
Vennero nella mente le parole: fantasia di sparizione, inconscio mare calmo ma la memoria mi ricorda che, per tanto tempo, mi accusai di non essere me stesso perché mare
calmo era una figura del ricordo cosciente. Sapevo che il termine ricreazione chiedeva la memoria di una realtà passata,
scomparsa.
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Mi emendai quando pensai di dire: memoria dell’esperienza vissuta. Ma il feto non ha “esperienze”! e dissi: memoria della sensazione avuta. Vidi che, con queste ultime
parole si poteva parlare di trasformazione della realtà biologica senza mente in realtà non materiale. Poi non dissi
più trasformazione ma creazione della realtà biologica
umana.
Un giorno la Fortuna e il Caso, ovvero il movimento della natura, che è realtà materiale, fecero aprire alla mano il
libro che, chiuso, nascondeva Il mercante di Venezia di Shakespeare. Lessi: Tell me, where is fancy bred/ or in the heart
or in the head? / How begot, how nourished? / Replay, replay.
/ It is engender’d in the eyes, / With gazing fed; and fancy dies /
In the cradle, where it lies.
Ma questa è la fantasia di sparizione! esclamai nella solitudine del piccolo studio dove facevo le analisi individuali. Avevo già da tempo realizzato la definizione dell’istinto
di morte come pulsione di annullamento che, alla nascita
esiste ma non c’è, emerge in coloro che hanno perduto la
vitalità. Subito sintetizzai i versi di Shakespeare con le parole italiane: nasce negli occhi e muore nella culla dove nasce.
Poi respinsi sempre “l’inganno consueto” che non parlava di
fantasia ma traduceva fancy bred con amore.
Tante volte, in cinquant’anni, le parole di Shakespeare
tornavano sempre e la coscienza cercava di trovare i termini per dare, in italiano, alla realtà del corpo la verità delle
parole: nasce e muore. E fantasia di sparizione era eternamente scontenta di se stessa ma sembrava sempre che non
esistevano altre parole per dire i due opposti: vita e morte. Sentivo che il rifiuto dell’ideologia balorda che gli esseri
umani sono tutti, per nascita, pazzi era grande.
Si fermò quella creazione spontanea, naturale, l’Analisi
collettiva. Tanti mi chiesero l’interpretazione dei sogni ed
io vidi che si poteva realizzare che gli esseri umani abbandonassero l’identità professionale, sociale e familiare per
realizzare in se stessi l’umano con le sue possibilità. Iniziò
l’interpretazione dei sogni che non era più la ricerca del ricordo cosciente.
La seduta era pubblica e tutti potevano ascoltare e vedere
la dialettica tra psichiatra e paziente che non c’era mai stata
nella storia della psicoanalisi che non aveva avuto mai pensieri sul cosiddetto inconscio. Fu ed è sempre la ricerca della
realtà mentale “inconoscibile” in cui, alla descrizione di un
sogno, rispondeva la rivelazione con le parole trasformate e
nuove del pensiero del linguaggio delle immagini.
Massimo Fagioli psichiatra
Giungevano, al risveglio dal sonnellino pomeridiano, le altre
parole di Amleto, sempre ripetute da tutti cui nessuno aveva
dato un senso. È la trasformazione, pensai, dei termini: vita e
morte. E torna felice la parola fantasia di sparizione che ha in
sè, insieme, la pulsione che fa la menzogna della pulsione di
annullamento: il mondo non esiste e la realtà biologica umana
della nascita.
To be or not to be, diventano essere o non essere. E viene la
parola linguaggio. Penso al linguaggio articolato che fa l’identità comune a tutti coloro che appartengono ad un gruppo detto
nazione. Torna Montale con il suo “Forse un mattino andando
in un’aria di vetro, arida...” e un’altra folata di vento primaverile
investe il libro di Leopardi e apre le pagine a Il sogno.
“Era il mattino, e tra le chiuse imposte/ per lo balcone insinuava
il sole/ nella mia cieca stanza il primo albore;/ quando in sul tempo che più leve il sonno/ e più soave le pupille adombra,/ stettemi
allato e riguardommi in viso/ il simulacro di colei che amore/
prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto./ Morta non mi
parea, ma trista, e quale/ degl’infelici è la sembianza”.
Leggo che sono mattini diversi che, se fanno vedere il termine verbale uguale, in verità l’uno ha un suono che l’altro non
ha. In Montale c’è un “Forse” che, in Leopardi è “C’era”. L’uno
pensa al futuro e dice “vedrò compirsi il miracolo” l’altro vive il
presente e, nel dormiveglia, vede “il simulacro”. È l’immagine
di una donna... Kafka dice: “insetto immondo”. Entrambi, con
parole diverse dicono “Es war keine Traum”
L’orrore che suscitano i nomi di Freud e Lacan con i loro termini verbali “Das erste Wunschen allucinatorische Besetzen...”
in cui l’uno dice che l’immagine è allucinazione ovvero non
esistenza del pensiero e l’altro che con Le manque annulla
il senso della parola desiderio, sparisce di fronte all’italiano
“incomprensibile” di «interminati spazi, sovrumani silenzi,
profondissima quiete». Penso, insieme a fantasia di sparizione
verso il mondo che fa l’indifferenza, alla parola nuova: ricreazione.
Vengono,
all’alba,
“tra le chiuI due termini verbali, opposti l’uno all’altro, che crearono
se imposte
la parola nuova che parlava di nascita umana, dopo cinquant’anni, furono
rifiutati da dieci o venti parole nuove. Pulsione è non essere nel suo volgersi verso
per lo balcone
la natura non umana nell’istante in cui la luce giunge sulla sostanza cerebrale della
insinuava il sole”
rètina. È simultaneamente, senza tempo, essere nel creare la vitalità che è trasfor“interminati spazi,
mazione... ricreazione della capacità biologica di reagire del feto, che è senza
sovrumani silenzi, provita né pensiero.
Diventa sapere senza coscienza e senza immagine interiore dell’esistenfondissima quiete”. Non si
za della realtà materiale del corpo, creare la realtà non materiale della
odono e non si vedono, sono
memoria che non è ricordo della percezione dei cinque sensi. Ed alla
soltanto “simulacro di colei che
nascita, che è separazione del corpo dal corpo della donna, non c’è
fantasia. Poi, il tempo-movimento fa riapparire “capacità di imamore prima insegnommi e poi
maginare” verso realtà esterne a se stesso quando il bambino
lasciommi in pianto”. È la seconda
crea la linea di fronte all’immagine del suo volto allo specchio
grande stazione della vita umana, la see riconosce se stesso. Non è più quello di prima, ha un’identità propria, originale diversa dagli altri.
parazione da colei che ci aveva riscaldato
Il 6 novembre dissi: il neonato, intorno ai nove mesi
e nutrito fermando il destino della morte. Ma
di vita, “disegna” la linea intorno al volto e riconosce
il pensiero cosciente, sento, è grosso e banase stesso. È una linea senza larghezza come diceva
Euclide. E vengono le parole: creata e non percele come se non fosse separato dal ricordo delle
pita... È necessario per ricreare, con la fantasia
parole udite. So che “ermo colle” non ha la figura
di sparizione del mondo materiale, la fantasia
del ricordo ma parla di una realtà uguale a Il Passeche ricrea la nascita umana che è pulsione,
ro solitario. Illuso e felice penso al ’98 e il mio giungere
vitalità, movimento, suono, capacità di
immaginare, memoria, certezza che
nella soffitta abbandonata. Si aprirono alla mente… “altri
esiste un seno.
orizzonti”.
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IN FONDO A SINISTRA
di FABIO MAGNASCIUTTI
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