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9 APRILE 2016
NUMERO 15 | SETTIMANALE
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ONDA PAZZA
di MAURO BIANI
9 aprile 2016
3
SOMMARIO DEL NUMERO 15 - 9 APRILE 2016
Tra pochi giorni, il 17 del mese, saremo chiamati a votare per un piccolo
quesito referendario dal grande valore
simbolico. Left prende parte, fin dalla
copertina firmata da Vauro. Andare a
votare, innazitutto, perchè chi governa
senta la voce della società. Poi votare Sì
perchè, come spiega il nostro giornalista scientifico Pietro Greco a pagina 16,
è utile per l’Italia scegliere una politica
energetica alternativa. Perchè, come
racconta Gunter Pauli a pagina 24,
l’“elefante bianco” già esiste in natura:
dunque “Non fossilizziamoci”, per dirla
con Raffaele Lupoli, pagina 21.
Il premier invece stenta a uscire dalla
trappola in cui s’è infilato assumendosi
ogni responsabilità del caso Tempa
Rossa: Cuperlo lo ha accusato di non
avere lo statuto del leader ma di mostrare spesso l’arroganza del potere,
D’Attorre scrive per Left, pagina 14, che
siamo ormai alla “sublimazione del
conflitto d’interessi”. Tocci rimpiange
“l’età dell’innocenza” ormai perduta
dal suo governo. Governo che attacca
i magistrati di Potenza perchè “non
vanno mai a sentenza” proprio mentre
quel tribunale condanna, dai 2 ai 7
anni, dirigenti della Total per Tempa
Rossa. Serve buon giornalismo, per
superare i troppi conflitti di interesse e
denunciare quegli uomini politici che
andavano a Panama per nascondere il
loro tesoretto accanto ai proventi del
narco traffico. Ne scrive a pagina 26
per Left Antonio Tricarico, mentre già
arrivano le prime dimissioni, del primo
ministro dell’Islanda. Francesco Gatti
racconta l’incubo futuro visto dagli
scrittori italiani di fantascienza, Giacomo Russo Spena la Barcellona di Ada
Colau. Al voto, dunque!
03 ONDA PAZZA di Mauro Biani
05 EDITORIALE di Corradino Mineo
06 LETTERE
07 PICCOLE RIVOLUZIONI di Paolo Cacciari
07 IL NUMERO
07 LA DATA
PRIMO PIANO
10
10
13
14
15
COPERTINA
Il problema è la politica energetica
di Pietro Greco
Cosa accade nei fondali marini
di Irene Cacciola
La transizione possibile
di Raffaele Lupoli
L’isola autosufficiente
di Gunter Pauli
16
19
21
24
SOCIETÀ
26
Panama papers,
paradisi fiscali nel mirino
di Antonio Tricarico
La solitudine del sindaco
di Donatella Coccoli
Fat Negga, un rapper
straniero in casa propria
di Giulio Cavalli
26
28
32
ESTERI
41
L’Europa logora, senza piano B
di redazione
Socialista e libertaria,
la Barcellona di Ada Colau
di Giacomo Russo Spena
Libia, il boomerang
dell’addestramento
di Marina Pupella
Tra Sanders e Trump. E se fossero
gli americani a bocciare il Ttip?
di Martino Mazzonis
CULTURA E SCIENZA
56
07 UP&DOWN
08 FOTONOTIZIE
34 VAURADOM di Vauro
36 PARERI di Dario Guarascio
36 PARERI di Eric Jozsef
60 LIBRI di Filippo La Porta
60 CINEMA di Daniela Ceselli
4
Renzi non è più Renzi
di Luca Sappino
Mai sentenze? Falso.
Condanna per Tempa Rossa
di Corradino Mineo
Siamo alla sublimazione
del conflitto di interessi
di Alfredo D’Attorre
L’innocenza perduta
di Walter Tocci
9 aprile 2016
38
41
44
46
Shakespeare sulle rotte dei migranti
di Simona Maggiorelli
52
Un domani da incubo
così simile al presente
di Francesco Gatti
56
Veloce come il vento
di Giorgia Furlan
58
61 ARTE di Simona Maggiorelli
62 BUONVIVERE di Francesco Maria Borrelli
62 TELEDICO di Giorgia Furlan
63 APPUNTAMENTI
64 TRASFORMAZIONE di Massimo Fagioli
66 IN FONDO A SINISTRA di Fabio Magnasciutti
EDITORIALE
di Corradino Mineo
LA POLITICA DEL GOVERNO ALLA PROVA
LE DIFFICOLTÀ DELL’ ALTERNATIVA
Quello che sta avvendo in Italia ha un interesse
che supera le Alpi, va oltre i confini nazionali.
Una sinistra sta provando a governare contro
le idee di sinistra, facendo propri i dettami del
neo liberismo, ideologia del capitalismo finanziario che domina l’occidente e gran parte
del pianeta. Da qui derivano jobs act e Sblocca italia, fastidio per i sindacati e incentivi a
pioggia per le imprese, l’emendamento che
favorisce Total e la svalutazione dei contratti
e del lavoro.Questa “sinistra” pretende di fare
gli interessi generali, affermando la priorità
della politica. Non, beninteso, con l’ambizione di cambiare l’ordine mondiale o la Costituzione materiale dell’Europa, ma per difendere
il sistema Italia. Da ciò discende lo sbattere i
pugni sul tavolo chiedendo più flessibilità, il
sì all’accordo con la Turchia in cambio di aiuti
anche al nostro Paese, il tentativo di concentrare ogni risorsa nelle mani del governo che
redistribuirà sotto forma di decontribuzione
fiscale e di bonus.
Una tale concezione della politica sottende la
riduzione dell’esercizio della democrazia alla
semplice scelta del governo. Si voti un premier cui affidare, per cinque anni, il ruolo di
sindaco della nazione. Le maggioranze siano
espressione di un’unica volontà politica, alle
minoranze resti un diritto di tribuna. Il tentativo di non far raggiungere il quorum il 17 aprile, come quello di trasformare il referendum
costituzionale d’ottobre in un plebiscito pro
o contro Renzi, derivano dalla stessa filosofia.
La narrazione e il controllo dei media diventano decisivi. Per infondere ottimismo, propagandare l’efficacia delle riforme, rappresentare all’opinione pubblica i rischi connessi al
populismo, termine dentro cui si fa rientrare
ogni critica, di destra o di sinistra, allo stato
presente delle cose, alle scelte della comunità
internazione e a quelle del governo nazionale.
Ottimisti contro gufi. Quanto alla magistratura si occupi di perseguire le “mele marce”, ma
senza chiedersi perché il politico o l’amministratore abbiano favorito quel tale interesse.
Senza indagare “il sistema”: conta prendere
.chi si riesce a prendere. con le mani nel sacco,
con i tasca i soldi che ha preso direttamente.
Questa è, in estrema sintesi, la realtà delle
cose, questa la “politica” con cui fare i conti.
E chiunque voglia criticarla, con qualche ragionevole speranza di incidere, deve rispondere a due domande: se stia funzionando o
no e quale sia l’alternativa. Purtroppo non sta
funzionando. L’uscita dalla crisi che il capitalismo oggi può promettere è marcata da una
forte sperequazione sociale, dalla disoccupazione cronica soprattutto tra i più giovani,
dalla scarsa fiducia nel futuro di risparmiatori
e investitori. In più, eliminati i corpi intermedi, la solitudine di chi governa si consegna a
una burocrazia inefficiente e corrotta e spesso
all’intermediazione criminale.
Quanto all’alternativa, i pezzi del puzzle ci sarebbero tutti: cambiare i trattati per costruire
un’Europa dei diritti e del welfare. Potenziare ogni forma di consumo collettivo, di fruizione del bene comune. Orientare la politica
intustriale: energia alternativa, sostegno alla
ricerca e all’innovazione, graduale rinuncia
ai settori che sanno produrre plus valore solo
deprimendo i salari e truccando le commesse.
Poi è indispensabile ricostruire dal basso una
forte partecipazione democratica, un vero
controllo popolare. Ma ci vuole coraggio, molto coraggio!
9 aprile 2016
5
Lettere
DIRETTORE
Corradino Mineo
[email protected]
VICE DIRETTORE RESPONSABILE
Ilaria Bonaccorsi
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REDAZIONE
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Donatella Coccoli
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Ilaria Giupponi
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Raffaele Lupoli
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Simona Maggiorelli
[email protected]
Luca Sappino
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Noi, docenti del Tfa, ancora
da valutare e sempre più mortificati
TEAM WEB
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Giorgia Furlan
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GRAFICA
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Antonio Sileo (Illustrazioni)
Monica Di Brigida (Photoeditor)
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REDAZIONE
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ABBONAMENTI
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STAMPA
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d’Arti Grafiche S.p.a.
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Press Di
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20090 Segrate (Mi)
Registrazione al Tribunale di Roma
n. 357/1988 del 13/6/1988
Iscrizione al Roc n. 25400 del 12/03/2015
QUESTA TESTATA NON FRUISCE
DI CONTRIBUTI STATALI
Copertina: Vauro
CHIUSO IN REDAZIONE
IL 5 APRILE 2016 ALLE ORE 21
6
Cara redazione, scrivo per proporvi una
riflessione sul rapporto tra la classe dei
docenti e l’istituzione scolastica italiana.
Una relazione che sta assumendo sempre
più, dimensioni ambigue e esiti grotteschi.
Prendiamo come esempio il concorso a
cattedra 2016 bandito lo scorso febbraio
per cogliere l’inadeguatezza delle modalità
e delle condizioni attraverso cui il ministero dell’Istruzione avrebbe intenzione di
reclutare gli insegnanti del futuro. Sono un
docente di Psicologia, dopo un dottorato di
ricerca e la specializzazione quadriennale
in psicoterapia psicoanalitica, lo scorso
anno, ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento attraverso il percorso universitario Tirocinio formativo attivo (Tfa), a cui ho
avuto accesso attraverso concorso pubblico
(superato solo dall’11 % dei partecipanti).
Da qualche giorno ho compilato la domanda per partecipare al concorso a cattedra,
così come gli altri 150mila colleghi che
sperano in questa occasione per stabilizzare il proprio status lavorativo, forse la propria vita. Qual è il problema? La faccenda
sembrerebbe un affare da non perdere. Insomma un’occasione, per definizione, rara,
forse unica. Del resto avere un lavoro per
noi under 40 non è affatto scontato: oggi
è un diritto da conquistare, da difendere,
da procacciare a qualunque costo. Pena,
vedere prolungata la propria dipendenza,
dalla famiglia di origine, dal partner o, nel
migliore dei casi da un lavoro inappagante.
Ma qual è il costo di questo concorso? Negli
ultimi giorni ho ricevuto molte telefonate
e messaggi dai miei colleghi: domande sui
programmi, sull’avanzamento dello studio,
sulla scelta della regione, impressioni su
un eventuale inserimento dei non abilitati. In tutte queste conversazioni, un forte
senso di smarrimento, di impotenza mista
a rabbia e un profondo vissuto di ingiustizia per essere ancora una volta messi alla
prova, senza mai capirne il senso. È difficile
per me sostenere il senso di autoefficacia
mia e dei miei colleghi, soprattutto ora che
siamo sparsi per l’Italia a ricoprire qualche
incarico di supplenza. Bandire una nuova
9 aprile 2016
valutazione nei nostri confronti ci appare
un atto sadico nei nostri confronti, ma
soprattutto nei confronti degli studenti, i
quali proprio al termine dell’anno scolastico non potranno, forse, disporre della
massima disponibilità dei propri docenti,
impegnati a capire le proprie sorti legate
al concorso. Fino a che punto noi giovani
saremo disposti a scegliere di investire nella
formazione propria e di chi ci è affidato, se
mortificati nelle aspettative e nel perseguire desideri professionali? Se questo è il momento per fermarci a riflettere sul futuro,
sarebbe utile che la politica pensi a come
valorizzare le proprie risorse, a costruire e
sostenere la motivazione, non il contrario.
Agostino Carbone
L’album di Sharazade per zittire
chi urla contro i migranti
Caro direttore, durante la trasmissione Gazebo su Rai3 del 20 marzo, guardavo il servizio sul campo profughi di Idomeni. Una
umanità che soffre, in fuga per la ricerca di
trasformare la propria esistenza, per darsi
un’opportunità, una speranza per il futuro
dei propri figli. Ma l’emozione più grande
è arrivata quando l’operatore si è avvicinato ad una bimba che aveva in mano un
album da disegno. La bimba, 8 anni, si
chiama Sharazade. Quando il padre le ha
chiesto di mostrare il suo album da disegno, lei ha iniziato a scorrere le pagine... e
così ha mostrato una scena dei bombardamenti dei caccia di Assad sulla città della
Siria da cui proviene, poi le macerie dei
Paesi attraversati, la fuga di tante persone,
il viaggio in mare con il gommone, l’arrivo
al campo profughi, la vita nel campo, il
guado del fiume aggrappati ad una fune
ed infine il blocco e l’accerchiamento da
parte dell’esercito macedone, che li ha
fatti ritornare al campo di Idomeni, come
un crudele gioco dell’oca. L’album di Sharazade con i suoi disegni a me è parso il
libro di una vita. Mi piacerebbe che quelle
immagini fossero diffuse, con la speranza
che chi urla in tv e titola sui giornali di
rimandare i profughi indietro “a casa loro”
resti come me: senza parole!
Franco Pantalei
PICCOLE RIVOLUZIONI
di PAOLO CACCIARI
GUIDE E PRATICHE
PER UN CONSUMO CRITICO
Due approfonditi lavori, il primo di Michele Boato, Dalla parte dei consumatori, edito dalla Fondazione
Istituto Consumatori e Utenti, il secondo di Francesca
Forno e Paolo R. Graziano, Il consumo critico, edito da
il Mulino, si compendiano e ricostruiscono un quadro
esauriente dell’evoluzione e delle problematiche del movimento consumerista nel nostro Paese. Le associazioni
che si prefiggono il compito di tutelare i consumatori
nascono in ritardo rispetto alle corrispettive statunitense e nordeuropee, nonostante le molte frodi alimentari
denunciate fin dal secondo dopoguerra da inchieste
giornalistiche e qualche pretore “d’assalto”. Da noi i
movimenti dei consumatori sono minati dai soffocanti
collateralismi con i grandi sindacati, dalle strumentalizzazioni dei partiti e dagli interessi delle centrali cooperative. Sarà solo l’azzeccata trasmissione Di tasca Nostra
di Tito Cortese, nel 1978, ad accendere un’attenzione di
massa sulla scarsa qualità dei prodotti immessi sul mercato dalla cornucopia industriale. Test chimici (in cui
incapparono anche noti surgelati), analisi delle etichette
(comprese quelle farmaceutiche), smascheramento delle pubblicità non veritiere fecero scalpore al punto da
rendere travagliata e breve la vita della trasmissione. Ma
la strada era stata aperta. E nascono le organizzazioni di
tutela specializzate nei vari campi commerciali (servizi
pubblici, assicurazioni ecc.) che, per lo più, intervengono per via legale. Devono però passare ancora degli anni
per assistere alla comparsa di un movimento collettivo
che si prefigge di influenzare il sistema produttivo ed
economico nel suo complesso. La nascita del consumo
critico in Italia potremmo datarla 1990 con la pubblicazione della Lettera ad un consumatore del Nord, a cura
del Centro nuovo modello di sviluppo di Pisa (con prefazione di Alexander Langer scritta dal Parlamento europeo e di Alex Zanotelli dagli slums di Korogocho). Poi,
sono seguite molte guide, manuali e raccolte di buone
pratiche. Gli strumenti a disposizione sono di due tipi: le
campagne di boicottaggio dei marchi che fanno capo a
multinazionali che non rispettano la dignità dei lavoratori o dell’ambiente (storiche quelle contro Dal Monte,
Nestlè, Nike e quella denominata Abiti puliti, ancora in
corso in 17 Paesi europei, contro le delocalizzazioni nel
tessile e nel calzaturiero) e il “buycottaggio” (da: “to buy”,
acquistare), ovvero indirizzare verso merci che garantiscono clausole sociali favorevoli ai produttori. Così nascono i circuiti del commercio equo e solidale (botteghe
del mondo, marchi fair trade ecc.), i Gruppi di acquisto
solidali, i mercati a “km zero”, le giornate del baratto e del
“buy nothing”. Pratiche che si identificano sempre di più
nel più vasto movimento dell’economia eco-solidale.
LA DATA
IL NUMERO
19
maggio
3416
La data è stata fissata. I sindacati scenderanno in piazza il 19
maggio a Roma, per chiedere
la riforma della legge Fornero
sulle pensioni. Per l’occasione,
Cgil, Cisl e Uil si affidano a uno
slogan di facile comprensione:
«Cambiare le pensioni, dare
lavoro ai giovani». È toccato ad
Annamaria Furlan della Cisl
annunciare che l’iniziativa
sarà unitaria», con l’obiettivo
di cambiare la legge Fornero. Al suo posto, per l’uscita
dal mercato del lavoro, emerge qualche proposta, come
«combinare contributi ed età
anagrafica o stabilire che dopo
41 anni di contributi si può andare in pensione».
È il numero della proposta di
legge che prevede l’attribuzione degli incarichi pubblici mediante sorteggi per «arginare il
clientelismo, la degenerazione partitocratica, il malaffare
nell’assegnazione degli appalti,
il dominio dei partiti sulla cosa
pubblica», così scrive il primo
firmatario, il deputato di Sinistra italiana Giulio Marcon. Se
ne parlerà il 14 aprile al Senato (ore 10,15, sala Isma, piazza
Capranica) con Luigi Bobbio,
Nadia Urbinati e Yves Sintomer
che è uno dei principali teorici
in Europa del sorteggio nelle
cariche pubbliche. A coordinare l’incontro, oltre a Marcon, la
senatrice Alessia Petraglia.
UP
DOWN
Dundar spina nel fianco di Erdogan
Alleva, Istat senza Sabbadini
Il processo riprenderà il 28
aprile, ma intanto Can Dundar non è tornato in carcere. È
un altro grande successo per il
direttore del giornale turco di
opposizione Cumhuriyet, che
ha passato 92 giorni in cella
insieme al suo vice, solo per
aver pubblicato un servizio sul
passaggio di armi dalla Turchia alla Siria. Dundar si sta
rivelando, anche per l’attenzione internazionale, la spina
nel fianco di Tayyip Erdogan.
L’ultima udienza si è svolta
quando il presidente turco si
trovava negli Usa e non aveva
la libertà di movimento per infierire ancora contro Dundar
dopo aver parlato con Obama.
Il presidente dell’Istat Giorgio
Alleva, nella riorganizzazione
dell’Istituto, ha cancellato il
Dipartimento per le statistiche
sociali e ambientali diretto da
Linda Laura Sabbadini. Ovvero un “gioiello” riconosciuto in
tutto il mondo per la ricerca sugli “invisibili”, le donne e i nuovi poveri. Grazie alle sue indagini conoscitive in Italia sono
venute alla luce disuguaglianze
che con le sole cifre dei “registri” sarebbero rimaste sommerse. Il nuovo Istat secondo
Alleva sarà costituito da due
unici dipartimenti, di raccolta
e archiviazione dati, e l’altro di
eleborazione. Per Sabbadini c’è
una petizione su Change.org.
2016
9 aprile 2016
7
FOTO NOTIZIA
CALCUTTA
CROLLA IL CAVALCAVIA
23 MORTI 200 FERITI
Giovedì 31 marzo, tarda mattinata, il crollo. Un cavalcavia
in costruzione a Calcutta, nel
Bengala occidentale, è letteralmente collassato sulla
trafficata strada sottostante.
Ventitre persone sono morte
e quasi duecento sono state colpite, bloccate per ore
sotto le macerie e alcune, liberate, versano in gravi condizioni. La polizia indiana
ha arrestato cinque persone,
dirigenti della ditta di costruzione, accusate di omicidio
colposo reato per il quale
in India sono previste pene
fino all’ergastolo. Siamo nei
pressi di Girish Park, uno dei
quartieri a più alta densità di
popolazione della città che
ha complessivamente più di
cinque milioni di abitanti. Il
crollo dell’imponente opera
pubblica, cosruita solo per
il 70 per cento nonostante la
consegna fosse prevista per il
2010, peserà ora certamente
sulle prossime elezioni che si
terranno tra poche settimane per il rinnovo del governo
della regione.
Foto di Swapan Mahapatra,
Press Trust of India via AP, Ap Photo
10
9 aprile 2016
© Alessandro Di Meo/Ansa
BANCHE, GUIDI E TEMPA ROSSA
RENZI NON È PIÙ RENZI
Cade il mito del rottamatore lontano dai poteri forti, arrivato
a palazzo Chigi con un trenino partito dalla Leopolda. Tra Arezzo
e Basilicata Renzi annaspa, la minoranza per ora non ne approfitta
di Luca Sappino
I
l punto lo indica il politologo Piero Ignazi:
«L’ingresso al governo di Matteo Renzi, con
quell’alone di novità e freschezza che portava
nelle stanze del potere, sembrava l’antidoto più
efficace all’antipolitica. Anche molte sue posizioni e posture, che vezzeggiavano sentimenti
di insofferenza verso la politica tradizionale,
erano interpretabili come tasselli di un’opera
di demolizione del blocco di consenso grillino.
Dopo due anni questa sfida si può considerare
persa. Infatti, il sostegno urbi et orbi che il presidente del Consiglio aveva raccolto al suo ingresso a Palazzo Chigi incomincia ad incrinarsi.
Al centro c’è la sua incertezza di fronte ai due
problemi di fondo - i pozzi neri - da cui ha tratto e trae alimento l’antipolitica: separatezza e
autoreferenzialità della “casta”, e commistione
tra affari e politica». Ecco, in sintesi cristallina,
la conseguenza politica del caso Guidi, delle telefonate tra l’ex ministro dello Sviluppo Economico e il suo compagno, interessato agli affari
del pretrolio lucano. Le conseguenza dell’addio
di Federica Guidi che Renzi aveva voluto fortemente a via Veneto proprio perché simbolo, lei
imprenditrice pur figlia di imprenditori, dell’Italia che lavora, di quegli imprenditori «che
hanno fatto per l’Italia», come dice ancora il
premier nell’ultima direzione del Pd, riprendendo un cavallo di battaglia, «più di molti sindacalisti». Del conflitto di interessi, Renzi era
stato avvisato, conosceva benissimo gli affari di
Ducati Energie, e gli incovenienti a cui si va incontro nominando ministro il vicepresidente di
Confindustria che si trova così a recitare almeno
due parti in commedia, che diventano tre a giudicare dal livello dello scontro con il sindacato:
«Renzi ci attacca ogni volta che è in difficoltà»,
dice Susanna Camusso, «e finge di non sapere
che noi, e non Marchionne, abbiamo difeso i livelli occupazionali». Sapeva del conflitto di interessi, Renzi, ma non gli importava, e solo adesso
che quel conflitto di interessi diventa pubblico
e benzina nel torpedone che porta i parlamentari 5 stelle in gita a Tempa Rossa, si accettano le
dimissioni di Guidi, simbolo sacrificabile. Non
per l’emendamente però, sia chiaro, ché quello
«l’ho voluto io», rivendica Renzi, «perché siamo
sempre consapevoli di quello che facciamo».
9 aprile 2016
11
© Carlo Carino/Imagoeconomica
IN PIAZZA PER IL SÌ
Domenica 10 aprile, davanti al teatro Petruzzelli di Bari, il Comitato per il Sì al referendum sulle trivelle e il presidente della
Regione Puglia Michele Emiliano (in foto) danno appuntamento
a media e cittadini per una manifestazione che racconterà le
ragioni del Sì. L’evento, cui ha aderito anche la Fiom di Maurizio
Landini rappresenta la chiusura di una tre giorni di mobilitazione in tutta Italia - l’8, 9 e 10 aprile - con manifestazioni, flash mob
e banchetti informativi. Info: www.fermaletrivelle.it
Attacca Renzi, si prende tutte le responsabilità nel più classico «il governo sono io». Lo fa
perché si deve difendere, perché è in difficoltà
come nota Camusso. Le difficoltà di Renzi, e
quelle ancora più evidenti di Maria Elena Boschi, non corrispondono però a un vantaggio
per la minoranza dem, né per la sinistra e pare
neanche per i 5 stelle, visto che il Pd è cresciuto,
nota youtrend, di mezzo punto dall’inizio della
stagione degli scandali, dall’esplosione della vicenda di Banca Etruria. La minoranza dem alza i
toni, è vero, ma oltre quel «non sei all’altezza del
tuo ruolo» pronunciato da un chirurgico Gianni
Cuperlo, la strategia è sempre la stessa, lunga: si
punta al congresso nel 2017, con le tappe intermedie del referendum sulle trivelle (dove però
ancora una volta non sono Speranza e Bersani a colpire, ma Michele Emiliano e poi Enrico
Rossi), delle amministrative e del referendum
costituzionale di ottobre 2016. Anche lì però la
battaglia sarà spuntata: «Tra pochi giorni voteremo ancora una volta la riforma», ammette un
esponente della minoranza dem parlando con
Left, «sarebbe curioso fare poi campagna per
il no insieme ai cinque stelle e alla sinistra che
non ha votato la riforma».
Ecco perché Maria Elena Boschi può evocare i
«Poteri forti», che non sono così solo un artificio
retorico utile a descrivere il governo come fos-
«Non c’è stato nessun premier che fosse così amico
dei poteri forti», esagera Luigi Bisignani, che di potere
se ne intende. Certo è che Renzi e Boschi temono certi
poteri, magistratura in primis, più delle opposizioni
se ancora quello dei bravi ragazzi venuti dalla
provincia, senza reti e senza poteri. Come nota
Ignazi quel racconto non regge più, sempre che
mai abbia retto, nonostante Matteo Renzi ospite di Lucia Annunziata dica ancora «io sono un
ragazzo di Rignano sull’Arno», purissimo. «Quel
mito», ci dice Enrico Rossi, «è evidente che era
destinato a rimanere tale: quando vai al governo o ti prepari per arrivarci, il potere e le cordate arrivano. Ed è questa la ragione per cui io
insisto tanto sul partito: senza un partito tutto
picchia sulla spalla del leader che è solo e più
vulnerabile». Maria Elena Boschi, subito seguita
da Renzi e poi da Guerini e Serracchiani, tira in
12
9 aprile 2016
ballo i poteri forti (provocando l’ilarità di un big
dei poteri come Luigi Bisignani: «Non c’è stato
mai nessun presidente del Consiglio che fosse
così amico dei poteri forti», nota Bisignani, «due
nomi per tutti: l’amministratore delegato della
Fiat Marchionne e l’amministratore delegato di
Banca Intesa Carlo Messina») perché sono effettivamente i poteri tradizionali, quello della
magistratura ma soprattutto quelli dell’economia, a preoccupare il governo. Non la politica.
Bankitalia sul caso di Banca Etruria, le analisi
di Vincenzo Visco, i commenti degli economisti che cominciano a fotografare lo scarso contributo delle scelte del governo alla timidissima ripresa. Hanno letto più volte, a palazzo
Chigi, gli ultimi articoli di Veronica De Romanis, economista amica, consorte del banchiere
Lorenzo Bini Smaghi. In una serie di articoli su
Il Foglio, De Romanis, che è fan dei vincoli di
bilancio, nota che Renzi non avrebbe tagliato
la spesa, se non di 400 milioni, ma spostato risorse da una voce all’altra, per finanziare provvedimenti peraltro dallo scarso effetto moltiplicativo, come gli 80 euro o gli sgravi triennali
sulle assunzioni, che ricerche come quelle di
Adapt (l’associazione fondata da Marco Biagi
e ora diretta da Michele Tiraboschi) descrivono con un doping delle assunzioni i cui effetti
difficilmente saranno duraturi. Rigorista, scrive così De Romanis: «I Paesi che nell’ultimo
quinquennio hanno tagliato la spesa pubblica
MAI SENTENZE? FALSO
CONDANNA PER TEMPA ROSSA
Infortunio del premier, che accusa
i magistrati di inconcludenza proprio
mentre l’Ansa dà notiza della sentenza
C
come l’Inghilterra (dal 48,8 al 43 per cento),
la Spagna (dal 46 al 43,3 per cento) o l’Irlanda
(dal 47,2 al 35,9 per cento) crescono, rispettivamente, del 2,3 per cento, del 3,2 per cento e del
6,9 per cento. L’Italia, che nello stesso periodo
ha incrementato la spesa pubblica dal 49,9 al
50,7 per cento, è ferma allo 0,8 per cento». Tu
quoque, Veronica! Questa è la preoccupazione
di Renzi&co, non certo Speranza o Cuperlo che
anzi, nell’ottica renziana, «ci forniscono sempre un ottimo palcoscenico». Così dice a Left
uno dei ragazzi dello staff di comunicazione
della segreteria del Pd, che ha preparato con
cura certosina il discorso del capo in direzione,
ricco di slide, delle cifre utili, e di attacchi ben
ponderati. Alcuni cattivissimi, come questo
che non è sulle trivelle ma sulle banche, a dimostrazione che quello resta un punto dolente: «La questione bancaria non è scoppiata a
Arezzo ma un po’ più a sud un po’ più a Ovest»,
accusa facendo così ricadere Siena e il Monte
dei Paschi sulle spalle della minoranza dem,
con un colpo basso e rispedito al mittente: «Se
volete ne parliamo», provoca Renzi, facendo
leva sul suo più grande punto di forza. Che,
per i consiglieri più ascoltati da palazzo Chigi è
proprio il vecchio Pd. «Ho ascoltato una livida
requisitoria di Cuperlo», dice Claudio Velardi,
«che – dall’alto della sua acclarata capacità di
leadership – ha accusato Renzi di non avere la
statura di leader».
hissà se lo avevano avvertito e non ha voluto tenerne conto, o se invece i suoi collaboratori sono a tal punto incompetenti da non aver fatto le necessarie verifiche. Fatto sta che
Matteo Renzi nella direzione del Pd del 4 aprile ha irriso la
magistratura di Potenza. «Ci sono state indagini sul petrolio
in Basilicata», ha detto, «con la stessa cadenza delle Olimpiadel 2000-2004-2008, ci sono stati anche arrestati, ma non si è
giunti mai a sentenza». Il riferimento, ammiccante ma trasparente, era alle inchieste di Henry John Woodcock che, secondo
una certa pubblicistica di destra, aprirebbe inchieste che non
arrivano poi a sentenza. Invece no. Renzi aveva appena fatto
il giogione, quando ecco che le agenzie di stampa cominciano a battere la notizia della condanna in primo grado per l’ex
amministratore delegato della Total, Lionel Levha, 3 anni e
sei mesi, e per altri due dirigenti, 7 anni di reclusione. Povero
Renzi, che infortunio! Meno male che la stampa italiana è di
bocca buona, che la cronaca politica tende a non voler conoscere quella giudiziaria. In un Paese anglosassone sarebbero
stati frizzi e lazzi sull’arroganza punita del premier. Certo, si
tratta di una sentenza di primo grado, e la condanna a carico dei dirigenti della Total verrà probabilmente annullata per
prescrizione, vera tagliola messa lì a protezione di corrotti e
colletti bianchi. Tuttavia è un fatto che i dirigenti del colosso
petrolifero, per nulla vittime di indagini temerarie, sono stati sanzionati in più occasioni per l’appalto Total del centro oli
Tempa Rossa. Si vedano anche l’ordinanza del tribunale del
Riesame, riferita all’indagine di Woodcock TOTALGATE 2008,
e una sentenza del Consiglio di Stato che conferma “la bontà”
dell’operato del commissario ad acta - rimasto in carica dall’aprile 2009 al febbraio 2010 - che “coraggiosamente” provvide
ad annullare l’appalto aggiudicato dalla Total all’Ati di Ferrara,
quello relativo alla costruzione di Tempa Rossa. Dopo il commissario, purtroppo, tornarono i dirigenti Total e il sistema
corruttivo si rimise in marcia.
Anche Maria Elena Boschi avrebbe forse bisogno di collaboratori più avvertiti. Ha infatti detto di non aver saputo del “marito” della sua collega Federica Guidi. Eppure questo Giancarlo
Gemelli era persona assai nota e si dava molto da fare in ambienti non ignoti alla Boschi. Dai suoi esordi a Siracusa, all’amicizia con Antonello Montante, presidente di Sicindustria,
campione dell’imprenditoria antimafia eppure indagato per
concorso esterno con la mafia, fino alla promozione al vertice
dei Giovani industriali, a fianco di Federica Guidi che seppe
fare innamorare. Beninteso, è persino possibile che la giovane
ministra dei Rapporti con il Parlamento non si ricordasse di
lui, ma i suoi collaboratori? Mai letto nulla sulle cose siciliane,
sulla mafia nell’anti mafia? Un report per la ministra, no?
Corradino Mineo
9 aprile 2016
13
IL COMMENTO
di Alfredo D’Attorre*
Con Renzi siamo alla sublimazione
del conflitto di interessi
N
essuno può prevedere quali saranno gli esiti giudiziari della vicenda
Total-Tempa Rossa, che ha portato
alle dimissioni della ministra Guidi. Sul piano politico, invece, lo spaccato che
emerge dalle carte dell’inchiesta è già adesso
illuminante, perché offre la conferma definitiva di un tratto costitutivo del governo Renzi.
Questo carattere era emerso in tutti i provvedimenti economici più importanti, da ultimo,
in maniera particolarmente evidente, nel caso
delle banche. Lo si potrebbe definire una sorta di sublimazione del conflitto di interessi: su
ogni materia importante l’interesse della controparte più forte, quella che può garantire ritorni economici o mediatici, viene trasformato
nell’unico legittimato a incidere sulla decisione. È stato così con lo Sblocca-Italia, a vantaggio, ad esempio, dei grandi concessionari
autostradali; con il Jobs Act, a vantaggio delle
grandi imprese e a danno dei sindacati e dei lavoratori; sulla riforma della scuola, a favore delle posizioni di Confindustria contro insegnanti
e studenti; sulle banche, a difesa gli interessi del
sistema finanziario e a svantaggio di quelli dei
piccoli risparmiatori.
Il caso Tempa Rossa è l’affermazione compiuta di questo metodo: non si discute con le popolazioni dei luoghi interessati dagli impianti,
con gli enti locali e neppure con i parlamentari
del territorio, ma solo con i petrolieri, facendo
peraltro in modo di comunicargli in anticipo
la decisione. In altri tempi, un grande partito
avrebbe potuto far passare una norma come
quella voluta dalla Total senza riunire prima
i parlamentari di Puglia e Basilicata e i vertici
amministrativi di quei territori? Nell’era del decisionismo renziano, non servono più i consigli
comunali, regionali, le rappresentanze parlamentari e meno che mai i partiti. Non sono più
i luoghi in cui cercare una sintesi nell’interesse
generale, perché questo viene identificato con
quello dei più forti, ricchi e potenti.
14
9 aprile 2016
Quando Renzi dice di aver superato la concertazione, racconta un’autentica barzelletta. La concertazione c’è ed è molto più intensa e vincolante
di quanto fosse con i governi precedenti, compresi quelli della vituperata Prima Repubblica.
Sono semplicemente cambiati gli interlocutori
con i quali si concerta. Oggi si sono chiuse le sale
di Palazzo Chigi per ricevere sindacati, studenti,
comunità locali, ma il confronto con il pezzo che
conta della grande impresa e delle banche italiane è strettissimo, al punto che, se si guardano le
scelte più cariche di implicazioni economiche,
queste sembrano scritte quasi sotto dettatura.
Al di là di eventuali illeciti che la magistratura accerterà, la differenza rispetto all’attività di
lobby, che i poteri economicamente più forti
svolgono in tutte le democrazie più avanzate, è
la sistematica esclusione dal confronto e Quando il premier
dal circuito della de- dice di aver superato
cisione degli interessi la concertazione racconta una
più deboli. Di fronte a barzelletta. La concertazione
questo quadro, l’affer- c’è, ma con le banche e le
mazione della mini- grandi imprese, non con
stra Boschi secondo la sindacati o comunità locali
quale i poteri forti sarebbero contro il governo, pronunciata peraltro
nelle stesse ore in cui Renzi rinnovava la sua corrispondenza d’amorosi sensi con Marchionne, è
veramente oltre la soglia della decenza.
Fortunatamente adesso comincia una stagione
in cui la parola torna ai cittadini, con il referendum sulle trivelle, le amministrative e poi con
l’appuntamento decisivo del referendum costituzionale. Se anche in Parlamento continuerà
prevalere una logica di pura sopravvivenza, potrà essere il voto dei cittadini ad aprire una fase
nuova. A partire dal 17 aprile, quando a questo
punto, oltre al merito della scelta sulle trivelle, ogni voto espresso sarà un atto di ribellione
contro il tentativo di svuotare definitivamente la
democrazia costituzionale.
*deputato Sinistra Italiana
IL COMMENTO
di Walter Tocci*
L’età dell’innocenza
nelle secche del caso Guidi
N
el romanzo postumo il Petrolio, Pasolini spiega gli eccessi del potere in
Italia. Ancora una volta la sua profezia si rivela attuale.
L’ex-ministra Guidi non poteva garantire l’autonomia del mandato, anche ammessa la buona
fede, a causa delle relazioni private e professionali. Era chiaro già al momento della nomina,
non ci volevano i magistrati per capirlo. Il suo
nome fu rivendicato da Berlusconi per un’intesa politica che non riguardava solo le riforme
istituzionali e che prosegue nel sostegno di
Verdini. Come se non bastasse, la ministra era
inadeguata al compito, come sanno perfino gli
ambienti confindustriali. È mancata l’iniziativa strategica della politica industriale, l’unica
in grado di alimentare la crescita oltre i vincoli
macroeconomici, come dimostra Obama. L’immagine “donna giovane” è stata utilizzata per
coprire conflitti di interesse, manovre politiche
e inefficienza di governo. Non si doveva “cambiare verso” nella classe dirigente?
Nell’intercettazione la ministra usa un gergo molto diffuso: “mettere dentro” alla legge di stabilità
quell’emendamento di Tempa Rossa, per blindarlo con il voto di fiducia, costringendo il Parlamento ad approvare la norma che solo qualche
settimana prima la Commissione Ambiente aveva rigettato. Non ho alcun dubbio sull’onestà del
mio governo, ma preoccupa l’abuso della legislazione d’emergenza. Nei paesi civili le regole per
la realizzazione delle infrastrutture energetiche
sono decise in un débat public e non si ricorre al
blitz parlamentare. A forza di “mettere dentro”
la legge diventa un ammasso di norme confuse,
eterogenee, e contraddittorie. Non serve a fare
presto, agevola le lobbies, aumenta la burocrazia
e rallenta l’attuazione di opere ben progettate.
lineata la novità nonché l’utilità dell’iniziativa,
che ha già costretto il governo alla retromarcia.
Ha dovuto infatti ripristinare il divieto di trivellazione nei pressi delle coste e cancellare le
pessime procedure dello Sblocca Italia che allentavano i controlli ambientali delle Regioni.
Il 17 aprile si vota per chiudere gli impianti
alla fine delle relative concessioni stipulate in
seguito a pubbliche gare che avevano già definito i tempi di ammortamento e di ripristino
ambientale. Al contrario, prolungare per legge
le concessioni è vietato dalle norme europee
perché limita la concorrenza e crea rendite di
posizione a favore di operatori che avrebbero
ampia discrezionalità nei tempi di chiusura
dei pozzi. È infondato il ricatto occupazionale
perché gli imprenditori firmando la con- L’immagine “donna giovane”
cessione trent’anni fa è stata usata per coprire
si erano già impegna- conflitti di interesse, manovre
ti a chiudere fra 5-10 politiche e inefficienza del
anni e quindi a farsi governo. È triste ascoltare
carico dei lavoratori. Renzi quando invita a non
votare per il referendum
Come spesso accade
nei referendum, oltre gli aspetti tecnici si confrontano due indirizzi politici. Il governo ha abbassato a colpi di voti di fiducia l’asticella dei
controlli ambientali, centralizzando la politica
petrolifera. Votare Sì è un riconoscimento al
movimento referendario che ha già salvato la
qualità dei nostri mari e sollecita il Paese a fare
di più e meglio con le energie rinnovabili.
È triste ascoltare Renzi quando invita a non votare per un referendum proposto dallo stesso
Pd nei consigli regionali. Rischia di dimenticare “l’età dell’innocenza” del giovane leader che
chiamava alla partecipazione i cittadini contro
l’establishment.
È la prima volta in Italia che si va al referendum su richiesta delle Regioni. Non si è sotto-
*Senatore Pd
9 aprile 2016
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9 aprile 2016
© Jonachan/iStock
UN SÌ PER CAMBIARE
POLITICA ENERGETICA
Un’occasione per lanciare un messaggio a costo zero a noi
e al mondo: abbattere le emissioni di carbonio entro il 2015 dell’80%.
È possibile solo eliminando i combustibili fossili
di Pietro Greco
D
omenica 17 aprile, andremo alle urne per
dire sì o no a un quesito referendario che
sembra non scaldare i cuori: vogliamo o no
abrogare «l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del
decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme
in materia ambientale’ … limitatamente alle
seguenti parole “per la durata di vita utile del
giacimento”»? Tradotto in italiano corrente, il
quesito referendario ci chiede se siamo o meno
d’accordo a rinnovare le concessioni alla ricerca e all’estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia nautiche che segnano i confini delle acque
territoriali.
Dentro il quesito. Il referendum, proposto da
nove Regioni, sta assumendo una connotazione da politique politicienne (pro o contro il governo Renzi) del tutto impropria. Per decidere
se e come votare, conviene entrare nel merito
della domanda referendaria: come vuole lo spirito della democrazia diretta. Da questo punto
di vista, il tema su cui si chiede agli italiani di
pronunciarsi, anche se tocca due dimensioni
strategiche come l’ambiente e l’energia, è abbastanza marginale: le concessioni in questione sono poche, una quarantina, e riguardano,
secondo il ministero per lo Sviluppo economico, 135 piattaforme off-shore collocate entro
12 miglia nautiche dalla costa. Tutte insieme
queste piattaforme estraggono, ogni anno, 7,6
milioni di tonnellate di petrolio, pari all’1% del
fabbisogno nazionale, e 53,7 milioni di metri
cubi di gas metano, pari al 3% del fabbisogno
nazionale. Il sì o il no al referendum non modificherà in alcun modo la struttura del sistema
energetico nazionale.
Nulla cambia oltre le 12 miglia. Né riguarderà
la ricerca e l’estrazione di combustibili fossili
oltre le 12 miglia, in acque internazionali. L’argomento secondo il quale con il sì al referendum lasceremmo che altri Paesi che affacciano
in Adriatico, a partire dalla Croazia, estraggano
«il nostro petrolio e il nostro gas» è, pertanto,
del tutto fuorviante. Non c’entra nulla col referendum.
Gli effetti dell’air gun. Anche dal punto di vista
ambientale, però, il tema è abbastanza marginale. Una storia, ormai lunga quasi un secolo, di estrazione off-shore lungo i mari italiani dimostra che il rischio di un incidente con
versamento di petrolio è molto basso. La gran
parte di queste piattaforme estrae gas, che non
comporta un rischio di inquinamento in caso
di incidente. Né ci sono prove scientifiche documentate che la gestione ordinaria delle piattaforme provochi danni agli organismi marini.
9 aprile 2016
17
© Marcodeepsub/Fotolia
L’unica eccezione rilevante riguarda soprattutto la tecnica dell’air gun, utilizzata per la ricerca di nuovi giacimenti a elevata profondità.
Con i suoi spari fortissimi di aria compressa a
ritmo incalzante (ogni 5 o 10 minuti), è scientificamente dimostrato che l’air gun disturba
gravemente e può causare anche la morte dello
zifio (Ziphius cavi rostri), noto anche come “balena col becco d’oca”. Quando sentono i colpi
dell’air gun questi cetacei capaci di scendere
anche a mille metri i profondità, tendono a
salire velocemente in superficie e possono anche morire per embolia. Tra parentesi: i biologi
marini dicono di aver scoperto che l’embolia
può colpire anche i cetacei abituati a profonde
immersioni proprio studiando gli effetti dell’air
gun. È probabile, ma non ancora documentato,
che gli air gun (e i sonar militari) creino disturbi
anche ad altre specie di cetacei. Ma la materia
potrebbe (dovrebbe) essere regolamentata, per
esempio limitando drasticamente l’uso dell’air
gun o consentendolo solo dopo aver verificato
che in zona non ci sono zifii o altri cetacei e comunque solo oltre le 12 miglia marine dalla costa. Non ci sono prove scientifiche definitive di
un significativo inquinamento chimico (anche
se Greenpaece documenta il contrario, come
nel pezzo di Cacciola). Addirittura, al contrario
di quanto molti pensano, le piattaforme offshore, soprattutto in Adriatico, hanno un effetto benefico dal punto di vista dell’ambiente
marino: perché sono un luogo di concentrazione di biodiversità. Insomma, funzionano come
rocce e scogli in un mare altrimenti piatto e
fangoso. Intorno alle piattaforme, così come
intorno a relitti di navi affondate, si sviluppano
piccoli ecosistemi ricchi di flora e di fauna, frequentati, spesso, anche da cetacei. Oasi nel deserto. Naturalmente si potrebbe obiettare che
non è necessario una piattaforma off-shore per
creare hot spot di biodiversità marina. Ciò non
toglie che le piattaforme in sé svolgono più una
funzione positiva che negativa per la vita nei
mari italiani. Hanno dunque torto i catastrofisti di entrambe gli schieramenti: la vittoria del
sì al referendum non determinerebbe né grossi
danni economici né significativi miglioramenti
all’ambiente marino locale.
Stop idrocarburi entro il 2050. Tutto risolto,
dunque? Il referendum è semplicemente irrile18
vante? No. C’è un altro aspetto che pochi considerano. Il referendum poteva essere evitato,
ma ormai c’è. E giocoforza il voto, qualunque
sia, lancerà una serie di messaggi.
Il più generale riguarda proprio il La conferenza di Parigi
tema, questo sì strategico, “ener- obbliga a contenere
gia e cambiamenti climatici”. Non l’aumento della temperatura.
sono passati neppure cinque mesi Nei prossimi 35 anni va
da quando, a Parigi in occasione ribaltato il paradigma
di Cop21, la gran parte dei Paesi energetico. Per farlo, serve
del mondo, Italia compresa, si è abbandonare i combustibili
impegnata a fare tutto il possibile fossili entro il 2050
per contenere il previsto aumento
della temperatura media del pianeta ben al di
sotto dei 2 °C rispetto all’epoca pre-industriale.
Per mantenere questo impegno occorrerà che i
Paesi di antica industrializzazione diano seguito al phase out totale e abbandonino quasi del
tutto i combustibili fossili entro il 2050. Detto
in altri termini, in meno di 35 anni, cioè entro
domani, dovremo ribaltare il nostro paradigma
energetico.
9 aprile 2016
COSA ACCADE
NEI FONDALI MARINI
Con il montaggio delle piattaforme
e la perforazione cambiano le correnti
e le biodiversità della fauna marina
R
Un sì per cambiare. Certo si tratta di un impegno morale e per i trasgressori non è prevista
alcuna sanzione. Ma le conseguenze per il pianeta e per il nostro Paese sarebbero gravissime,
in termini sociali ed economici, se l’impegno
venisse meno. Inoltre ci sono gli impegni, questi sì vincolanti e sanzionabili, presi nell’ambito dell’Unione Europea: abbattere le emissioni
di carbonio del 20% rispetto al livello di riferimento del 1990.
Questo vincolo lo rispetteremo: siamo già a
-19,7%. Ma per il 2030 il taglio dovrà essere ben
superiore, tra il 30 e il 40%, e nel 2050, probabilmente, dell’80-90%. Si tratta di cambiamenti
strategici da realizzare in un lasso brevissimo di
tempo. Non c’è tempo e occasione da perdere.
Votare sì al referendum del 17 aprile significa
lanciare un messaggio a costo quasi zero a noi
stessi e al mondo: abbiamo compreso l’urgenza di un cambiamento strutturale della politica
energetica e abbiamo iniziato ad agire di conseguenza.
iserve marine e scarichi industriali, fondali mozzafiato
e depuratori fuorilegge. Sono tanti e diversi i fattori che
mettono a rischio il mare italiano e non riguardano strettamente ciò che avviene “al largo”. Alcuni dati relativi agli impianti petroliferi offshore fanno pensare che anche questo
settore, quando si tratta di preservare la biodiversità marina,
debba fare la sua parte. Una recente indagine di Greenpeace (vedi pagina seguente) traccia il quadro della situazione
in prossimità di una trentina di piattaforme per l’estrazione
di idrocarburi: ne vien fuori che i sedimenti sottomarini intorno a questi impianti sono contaminati oltre la norma. «È
assodato che nel punto in cui viene fissata la piattaforma si
generino alterazioni del fondo marino. Con il montaggio e
la perforazione, poi, si induce anche un cambiamento delle
correnti. Il tutto porta a un impatto sulla fauna marina, con
l’insediarsi di organismi come cozze o spugne, che cadendo creano un substrato duro» spiega a Left Angelo Mojetta,
biologo e autore di numerosi libri sul mondo sottomarino. Si
verifica quindi un cambiamento della biodiversità e trasformazioni localizzate favoriscono il prevalere di specie “aliene”
che finiscono per trasformare la nostra varietà marina, con
ciò che ne consegue. Peraltro la vita nei fondali viene messa
in pericolo anche quando gli impianti vengono smantellati.
Terminata la concessione, infatti, dovrebbe iniziare la fase
dello smantellamento della piattaforma e dello smaltimento dei rifiuti, ovviamente anche pericolosi. Operazioni che
comportano costi economici rilevanti per i concessionari, i
quali provano, perciò, a mantenere in vita l’attività estraendo piccoli quantitativi di idrocarburi - per i quali non si versano neppure royalty - in modo da allontanare nel tempo il
momento in cui sostenere i costi della chiusura. Decidere di
continuare a trivellare dovrebbe almeno prevedere un netto
aumento dei controlli che, come ricorda Mojetta, dovrebbero
essere totalmente indipendenti. Tuttavia, e lo dimostra quel
che è successo la settimana scorsa, non va trascurata la diversa potenza di fuoco comunicativa tra aziende petrolifere e strutture proposte ai controlli. Il criminologo Lorenzo
Natali, autore di Green Criminology - Prospettive emergenti
sui crimini ambientali (Giappichelli 2015), fa notare come
«nella rappresentazione di attività dannose sul piano socioambientale, occorra considerare anche la dimensione del potere e le pratiche di diniego, che spesso portano a occultarne gli effetti dannosi». Nell’imminenza di incidenti - spiega
l’esperto - le cosiddette Big Oil possono attivare operazioni
di greenwashing con cui provano a incidere sulla percezione
sociale dei rischi ecologici ridimensionandone la portata. Il
mare italiano ne sa qualcosa.
Irene Cacciola
9 aprile 2016
19
10 DOMANDE E 10 RISPOSTE PER CHIARIRSI LE IDEE
1
Quali sono le piattaforme interessate?
Sono 35 concessioni di coltivazione di
idrocarburi presenti entro le 12 miglia,
ma solo 26 sono produttive, per un totale
di 79 piattaforme e 463 pozzi. Nel 2015
è stato estratto da questi impianti circa il
2,7% del gas e lo 0,9% del petrolio consumato in Italia. Il 40% di queste piattaforme resta in mezzo al mare solo per fare
ruggine.
A quanti idrocarburi rinunciamo se
vince il sì?
L’esito del referendum riguarda 17 concessioni per un totale di 41 piattaforme.
Se si raggiunge il quorum e vince il sì,
meno del 26% della produzione di gas
naturale e il 9% di quella petrolifera saranno chiuse progressivamente tra il
2017 e il 2027.
2
3
Guadagniamo con le royalties?
Le royalties in Italia sono pari solo al 10%
per il gas e al 7% per il petrolio in mare.
Sono inoltre esenti dal pagamento di aliquote allo Stato le prime 20mila tonnellate
di petrolio in terraferma, le prime 50mila
tonnellate di petrolio in mare, i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti a
terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard in mare. Il risultato? Nel 2015, su un
totale di 26 concessioni produttive, solo 5
di quelle a gas e 4 a petrolio hanno pagato
le royalties. Le royalties si possono poi dedurre dalle tasse: altro regalo sostanzioso
a beneficio delle sole imprese. Quanto fruttano i canoni di coltivazione?
I canoni per la prospezione, ricerca, coltivazione e stoccaggio sono bassissimi:
dai 3,59 euro a kmq per le attività di prospezione, ai 7,18 per i permessi di ricerca, fino ai 57,47 euro circa a kmq per le
attività di coltivazione. Si dovrebbero prevedere cifre analoghe a quelle adottate
da altri Stati europei: almeno 1.000 euro/
kmq per la prospezione, 2.000 per le attività di ricerca fino a 16mila per la coltivazione. Così lo Stato ricaverebbe oltre 300
milioni di euro rispetto all’attuale milione.
4
20
5
Alle compagnie vanno sussidi?
Secondo Legambiente ammontano a
246 milioni di euro in investimenti e finanziamenti da enti pubblici (The fossil
fuel bailout, ODI): si tratta di aiuti erogati sotto forma di investimenti e finanziamenti da enti pubblici come Cassa
depositi e prestiti e Servizi assicurativi
del commercio estero (Sace). Poi c’è la
riduzione dell’accisa sul gas naturale impiegato negli usi di cantiere, nei motori
fissi e nelle operazioni di campo per la
coltivazione di idrocarburi, pari a 300
mila euro nel 2015.
6
Quanti sono gli occupati?
La Fondazione Eni Enrico Mattei, stima in
circa 4.200 unità l’occupazione diretta e
indiretta in Val d’Agri, dove si estrae circa
il 65% del petrolio nazionale. A livello nazionale la stima oscilla tra le 9 e le 13mila
unità, meno della metà (tra le 3.500 e le
5.000 unità) riguardano l’off-shore. L’aumento locale dell’occupazione si registra solo nelle fasi iniziali dei progetti
estrattivi. Nella produzione di energia
elettrica rinnovabili ed efficienza energetica si creano dieci volte più posti di
lavoro di quelli generati dalle fonti fossili.
Le piattaforme rilasciano inquinanti in mare?
Le piattaforme possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti come olii,
greggio e metalli pesanti o altri contaminanti. Gli esiti del monitoraggio delle piattaforme che scaricano in Adriatico direttamente in mare, o iniettano/
re-iniettano in profondità, le acque di
produzione sono chiari. Nel 2012, 2013
e 2014, i dati Ispra pubblicati da Greenpeace mostrano che il 76% (2012),
il 73,5% (2013) e il 79% (2014) delle
piattaforme presenta sedimenti con
contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una
sostanza pericolosa. Questi parametri
sono oltre i limiti per almeno due sostanze nel 67% degli impianti nei campioni analizzati nel 2012, nel 71% nel
2013 e nel 67% nel 2014.
7
9 aprile 2016
8
Chi controlla le piattaforme italiane?
Greenpeace ha ottenuto dal ministero
dell’Ambiente i dati sul monitoraggio
di 34 piattaforme delle 135 censite dal
ministero dello Sviluppo economico.
Sulle circa 100 mancanti, Eni ha fatto sapere che i propri impianti «non
emettono scarichi a mare, né effettuano re-iniezione di acque di produzione in giacimento, pertanto non ci
sono piani di monitoraggio prescritti
e nessun dato da fornire». In pratica,
denunciano gli ecoattivisti, sulla gran
parte delle piattaforme italiane non
c’è nessuna attività di controllo. Eppure è recente la denuncia di un presunto scarico illegale nel pozzo Vega
6 del campo oli Vega della Edison, la
più grande piattaforma petrolifera fissa offshore d’Italia al largo di Pozzallo (Ragusa). Qui sarebbe stata creata
una sorta di discarica sottomarina con
500mila metri cubi di acque usate nella lavorazione, di lavaggio e di sentina
iniettate illegalmente nel pozzo.
Qual è il danno economico in caso
di chiusura?
Il danno economico derivante dalla
chiusura graduale dei pozzi allo scadere dei permessi non sarebbe enorme, anche perché in molti casi si tratta
di impianti che hanno già avuto il loro
picco produttivo e che vanno a graduale esaurimento. Secondo il centro studi
Nomisma, partecipato da banche e industrie italiane, il vantaggio economico complessivo dal settore sarebbe di
circa un miliardo di euro l’anno nel periodo 2000-2010. Un sì al referendum
si tradurrebbe quindi in una perdita
sicuramente inferiore a 170 milioni di
euro l’anno a regime e via via in diminuzione.
9
10
Che cosa avverrebbe in caso di incidente?
In un sistema chiuso come il mar Mediterraneo un eventuale incidente (il rischio è contenuto ma non si può escludere) sarebbe disastroso.
NON FOSSILIZZIAMOCI
LA TRANSIZIONE POSSIBILE
Più che di incentivi, c’è bisogno di regole certe affinché le fonti
rinnovabili siano competitive con le cosiddette convenzionali.
L’Italia può assicurarsi un futuro sostenibile creando nuovi posti di lavoro
di Raffaele Lupoli
«S
iamo leader nelle rinnovabili e l’obiettivo è arrivare al 50% entro fine legislatura». Pressato dal binomio referendum-inchiesta su Tempa Rossa, il presidente del
Consiglio difende la politica energetica del governo, ma - replicano unanimemente le associazioni ambientaliste - i fatti raccontano un’altra
storia. Il Green act è rimasto sulla carta, le rinnovabili sono state penalizzate dalle scelte del governo determinando un calo degli occupati nel
settore, eppure la transizione verso un modello
che vada incontro alle risultanze del vertice sul
clima di Parigi è a portata di mano.
Persino il sindacato dei metalmeccanici, che ha
aderito alla campagna per il Sì al referendum del
17 aprile, ha compreso la necessità di «cambiare l’economia utilizzando la leva della riconversione ecologica» dice a Left Maurizio Landini,
leader della Fiom. «Dalle mie parti si dice che
“fare e disfare è sempre lavorare”: dallo smantellamento delle piattaforme alla realizzazione di
fattorie eoliche, fotovoltaico diffuso e mobilità
elettrica, le strade per far ripartire l’economia
in accordo con la sostenibilità sono segnate. E il
referendum serve a imprimere un’accelerazione
in questa direzione». Non preoccupa, dunque
- contrariamente a quanto afferma Renzi paventando il rischio per 11mila occupati mentre
i dati Isfol parlano di 3.000 impiegati interessati
dal quesito referendario - la perdita di posti di lavoro. «Sulle piattaforme ci sono poche centinaia
di persone, alle quali si aggiungono i lavoratori
a terra. Sono metalmeccanici ma anche chimici
e il loro lavoro servirà a smantellare quegli impianti e a costruirne di nuovi e più compatibili
con la salute delle persone e con l’ambiente».
Ma vediamo nel dettaglio quali possono essere
le iniziative da mettere in campo per realizzare la transizione. Partendo da un presupposto:
ormai più che di incentivi, le fonti energetiche
rinnovabili hanno soltanto bisogno di regole
certe per essere competitive con le cosiddette
fonti convenzionali. Non a caso si sono susseguite, negli ultimi mesi, le notizie di Paesi che
si sono liberati di combustibili fossili, come la
Scozia che abbandona il carbone o il Brasile che
ha messo in campo una potenza eolica tale da
sottrarre fette di mercato a gas e carbone nella
generazione di energia elettrica. Il fotovoltaico
in Australia conta più di un milione di utenti,
mentre l’Europa ha superato ampiamente i 3
milioni di impianti. I “prosumers”, produttoriconsumatori di ecoenergie, sono in aumento
e peseranno sempre di più anche in Italia, soprattutto se - come già avviene all’estero - viene data la possibilità al privato che registra un
esubero di produzione da fonti pulite di cedere
l’energia in più ai suoi vicini.
Nel nostro Paese, i governi Monti, Letta e infine
Renzi hanno determinato una drastica riduzione delle installazioni: fotovoltaico ed eolico
sono passati da 10.663 Megawatt nel 2011 a 733
nel 2014, con un ulteriore calo nel 2015. Eppure
per dare impulso alle rinnovabili basterebbe eliminare i provvedimenti che ne hanno determinato lo stop: il decreto “Spalma incentivi”, che li
ha ridotti in maniera retroattiva; le nuove tasse
per l’autoproduzione da fonti rinnovabili; o il
nuovo decreto di incentivi alle rinnovabili non
elettriche che, ancora prima di entrare in vigore, ha determinato uno stop degli investimenti.
Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legam9 aprile 2016
21
© Xu Yu/Xinhua Via Zuma Wire/Ansa
La parabola delle ecoenergie
Nel rapporto Renewable energy in Europe 2016: recent growth and knock-on effects, l’Agenzia europea
per l’ambiente (Eea) scatta un’istantanea dell’impatto delle ecoenergie, evidenziandone il ruolo
chiave nella transizione energetica, nella mitigazione dei cambiamenti climatici e nel garantire la sicurezza energetica del Vecchio continente. In particolare, in Europa il consumo finale lordo di energia è
coperto per il 16% da fonti rinnovabili, quando solo
nel 2012 era al 14,3%. Guardando all’era pre-crisi
(anno 2005), questo significa una riduzione nella
domanda di combustibili fossili di 110 milioni di
tonnellate equivalenti di petrolio, che equivale a una
riduzione lorda delle emissioni di gas serra per 362
milioni di tonnellate. L’Ue ha mantenuto per anni la
quota più alta al mondo di investimenti in tecnologie
rinnovabili, spianando la strada al mondo, per essere poi superata nel 2013 dalla Cina.
Una parabola analoga riguarda l’Italia, che con oltre il 17% di consumi finali di energia coperti da
fonti rinnovabili ha già raggiunto gli obiettivi europei al 2020. Come risultato della crescita nazionale
del consumo di energia da fonti rinnovabili a partire dal 2005 la Germania, l’Italia e la Spagna hanno
raggiunto la più grande riduzione del consumo domestico di combustibili fossili e delle relative emissioni di gas serra, ricorda l’Eea. Ma questo dato è
valido fino al 2013. Il Gestore dei servizi elettrici
ha anche certificato, nel suo Rapporto attività 2015,
che l’anno scorso sono stati erogati oltre 15 miliardi
di euro di incentivi agli impianti di produzione da
fonti rinnovabili, ma nonostante ciò gli investimenti
nel settore sono in fuga, complici indirizzi normativi
tutt’altro che lungimiranti.
22
9 aprile 2016
biente, spiega come le fonti rinnovabili, efficaci
e competitive da un punto di vista economico,
vengano frenate da queste barriere e dai “privilegi” attribuiti agli idrocarburi: «La transizione
verso l’energia pulita - spiega - sarebbe il processo più logico e sensato se il nostro ministero
dello Sviluppo economico non fosse in realtà un
ministero del Petrolio stile anni Cinquanta».
Eppure questo settoLandini, Fiom: «Dalle mie re, grazie alla contiparti si dice che “fare nua evoluzione delle
e disfare è sempre lavorare”. tecnologie, può rapLe strade per far ripartire presentare - come ha
l’economia in accordo con riconosciuto lo stesso
a sostenibilità sono tracciate. Renzi - l’occasione
Il referendum serve per dar vita a una fiad accelerare» liera industriale tutta
italiana e ad alto tasso
di innovatività. Nel campo del solare, ad esempio, spiega il direttore scientifico del Kyoto club
Gianni Silvestrini, visto il crollo dei prezzi del solare e delle batterie per l’accumulo energetico,
«molti Paesi puntano già da tempo sull’accoppiata “fotovoltaico-accumulo”: la Germania, ad
esempio, prevede di installare 200mila impianti del genere entro il 2020». Lo stesso potrebbe
avvenire semplicemente “riammodernando”
scontato e nell’interesse generale. Uno stop che
ha come unica motivazione quella di non aprire alla concorrenza nei confronti di quei gruppi
che distribuiscono gas, come Eni, che sono gli
stessi che possiedono larga parte delle concessioni di gas nei nostri mari».
Dall’ecoenergia all’efficienza energetica, altro
pilastro della “riconversione”. Qui la questione
riguarda soprattutto la necessità di fare tesoro del successo dell’ecobonus per le ristrutturazioni, che ha rianimato l’edilizia italiana in
crisi (mezzo milione di posti di lavoro persi dal
2008). Ora però, spiega Gianni Silvestrini, «bisogna passare dalla riqualificazione dei singoli
appartamenti a quella di interi edifici e quartieri. Si può ottenere un Nel nostro Paese oltre
risparmio dell’energia utilizzata il 40% dell’energia
fino all’80%, l’equivalente di tutto è generato da fonti
il metano estratto in Italia», anche rinnovabili. E più di 200mila
in questo caso con enormi benefici famiglie italiane sono uscite
dal fossile per produrre
occupazionali.
energia domestica.
l’attuale parco eolico del Belpaese. Con impianti
più all’avanguardia, al 2030 il nostro Paese potrebbe disporre di 7,9 Gigawatt di potenza eolica
in più, stando al recente studio Althesys, con circa 7.500 nuovi posti di lavoro.
Un altro paradosso tutto italiano è quello che
riguarda il biometano, vale a dire il gas estratto
dai residui prodotti da discariche e scarti agricoli. «Con il biometano si può produrre una
quantità di gas quattro volte superiore a quella
che si estrae dalla piattaforme entro le 12 miglia,
creando più lavoro e opportunità per i territori», spiega il vicepresidente di Legambiente. «Già
oggi si produce elettricità in Italia con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi.
Ma il potenziale per il biometano in Italia è di
oltre 8 miliardi di metri cubi, il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di
gas estratta nelle piattaforme entro le 12 miglia
oggetto del referendum». Perché allora non si
espande la diffusione di questa fonte energetica
alternativa alle fossili? «Il fatto incredibile - spiega Zanchini - è che il biometano non può essere
immesso nella rete Snam. Da anni viene, infatti,
ritardata l’approvazione di un decreto che dovrebbe permettere qualcosa di assolutamente
Accanto alla mobilità cosiddetta Manca la politica
“dolce” e al rafforzamento del trasporto pubblico su rotaia, sul versante del trasporto privato va poi colta l’opportunità offerta
dalla crescita globale della mobilità elettrica. Se
si lavorasse per arrivare ad avere 10 milioni di
veicoli elettrici al 2030, spiegano gli esperti del
settore, si arriverebbe a risparmiare - considerando anche la sempre maggiore efficienza dei
veicoli - una quantità di petrolio equivalente
alla produzione nazionale attuale. Al di là del
dietrofront degli ultimi anni, il nostro Paese ha
le condizioni per guidare la transizione: «Oltre il
40 per cento dell’energia è generato da fonti rinnovabili, abbiamo una delle reti di distribuzione
più evolute e abbiamo contatori elettronici all’avanguardia», dice ottimista il responsabile Mercato Italia di Enel Nicola Lanzetta. Oltre 200mila
famiglie italiane, inoltre, grazie agli incentivi
(finché sono risultati appetibili), hanno installato piccoli impianti raggiungendo l’autonomia
energetica della propria abitazione. Sono così
uscite dal fossile per la produzione di energia
domestica. Manca la politica, che deve fare la
sua parte sganciandosi dalle pressioni della lobby degli idrocarburi, mostrando la capacità di
premere con forza sull’acceleratore della svolta.
Il referendum del 17 aprile può rappresentare il
carburante che alimenta quest’accelerazione.
9 aprile 2016
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E COSÌ NACQUE IN SPAGNA
“L’ELEFANTE BIANCO”
El Hierro, nell’arcipelago delle Canarie, è la prima isola autosufficiente
nella produzione di acqua e carburante. Una trasformazione costata
86 milioni di euro, ma che fa risparmiare molto di più
di Gunter Pauli
Quando gli uomini si trovano in una situazione nuova, si adattano e cambiano. Ma fintanto
che sperano che le cose rimangano come sono ne
fanno oggetto di compromesso, e non ascoltano
volentieri le idee nuove.
Jean Monnet, cittadino onorario d’Europa
Q
uando Javier Morales, poi vicesindaco dell’isola di El Hierro, partì dalle Isole Canarie
verso la Spagna per chiedermi di contribuire alla progettazione di un’economia locale che
un giorno fosse indipendente nell’approvvigionamento di acqua e carburante, non mi ci volle
molto a proporre una strategia basata su energia
eolica, idroelettrica e volani (sistemi di accumulo
meccanico dell’energia). L’obiettivo era quello di
fornire energia rinnovabile e acqua in abbondanza per stimolare l’agricoltura e le industrie locali.
L’investimento totale per questo progetto è stato
stimato, nel 1997 in via preliminare, intorno ai 67
milioni di euro. La reazione del mondo politico e
finanziario fu sprezzante: se una piccola isola con
10.000 abitanti chiede tanti soldi, vuol dire che
cerca di costruire un “elefante bianco”. Spesso trascuriamo quanto sia “ristretto” il nostro pensiero!
L’isola stava spendendo 8 milioni di euro l’anno
solo per importare il carburante diesel necessario per generare energia elettrica. Le petroliere
sversavano l’olio, l’impianto era rumoroso e inquinante.
È interessante notare come questo modello economico ed energetico fosse considerato “normale”, nonostante non servisse un economista
per capire che la spesa totale in 10 anni si sareb24
9 aprile 2016
be aggirata intorno agli 80 milioni di euro. Senza dire che il denaro sarebbe finito tutto nelle
tasche dei produttori di petrolio - nessuno dei
quali ha sede in Spagna. Così abbiamo chiesto:
“Come si può considerare normale l’importazione di combustibili fossili inquinanti mentre
riconvertire la spesa verso fonti rinnovabili di
Come può l’importazione di combustibili
fossili inquinanti essere considerata normale,
mentre orientare la spesa in fonti rinnovabili
viene definito “un elefante bianco”?
energia che avrebbero mantenuto nell’isola le
risorse, sarebbe “un elefante bianco””?
L’idea di convertire El Hierro nella prima isola autosufficiente nella produzione di acqua
e carburante è costata 86 milioni di euro, a cui
si devono aggiungere altri 21 milioni dopo l’eruzione di un vulcano, che ha reso necessarie
altre infrastrutture. L’impianto è stato inaugurato nel 2013. Ora gli isolani sono molto decisi
a fare il passo successivo: riconvertire entro un
decennio i 6mila veicoli che circolano sull’isola
in mezzi elettrici.
Tuttavia, anche dopo il successo del progetto,
gli avversari continuano a ripetere la loro accusa. È “un elefante bianco” anche spendere 150
milioni di euro nella conversione dei motori a
combustibile fossile in motori elettrici. Di nuovo, con pazienza, abbiamo riformulato la stessa
domanda: “Può un’isola permettersi di spendere ogni anno 12 milioni di euro per l’acquisto di
carburante e gasolio?”. Denaro che viene “butta-
Si tratta di passare dal carburante a basso costo
importato e inquinante, a fonti energetiche
rinnovabili e locali che consentono di far
crescere l’economia sostenibile del territorio
rete intelligente integrata da trasporti a emissione zero: il doppio dell’acqua alla metà del costo!
Troppo spesso ci dimentichiamo che l’energia è
uno strumento, non un fine. Le nostre vite hanno
bisogno di acqua, cibo, alloggio, salute, mobilità. E ognuna di queste attività della vita richiede
energia. È fondamentale superare il dibattito su
“rinnovabili o no”, o peggio “a favore
o contro i combustibili fossili”, e spostare
l’attenzione sulla nostra capacità di rispondere
ai bisogni di base di tutti nelle nostre società. Se
siamo pronti a mettere al centro il soddisfacimento dei bisogni, allora il dibattito sui combustibili fossili ritorna nelle sue giuste dimensioni.
È arrivato il tempo di andare oltre il “pro o contro”. Questo approccio divisivo in cui c’è il bene
contro le forze del male, divide la società e le
persone. Non possiamo trascurare il fatto che
la comodità di combustibili fossili e la sua abbondanza ha permesso a molti e per decenni di
vivere in ambienti con aria condizionata, senza
preoccuparsi delle conseguenze e dei danni collaterali connessi con la combustione di tanto
carbone, petrolio e gas naturale. Abbiamo bisogno di alzare il livello del confronto, e troveremo
chi verrà a mostrarci le straordinarie opportunità di creare una economia locale fiorente utilizzando ciò che è disponibile in loco. Si tratta,
dunque, di passare dal carburante facile e a basso costo, che però nasconde molte verità scomode e costi differiti, a fonti energetiche locali,
che ci permetteranno di far crescere l’economia
del territorio, usando risorse già disponibili e
naturalmente in modo sostenibile.
Se in natura si tira un filo, ci si rende conto rapidamente che è collegato a tutto il resto .
John MuirQ
9 aprile 2016
25
© Illustrazione Antonio Pronostico
to fuori” dall’economia locale, mentre, come
è avvenuto per gli 8 milioni che si spendevano per alimentare la centrale, si possono tenere nell’isola anche i 12 milioni di euro per
il carburante dei veicoli circolanti?
Così l’isola di El Hierro ha deciso di creare
una propria società di leasing di auto elettriche.
Tutti i taxi e le auto a noleggio saranno elettrici
da subito, e non appena ci saranno 500 veicoli
elettrici sull’isola, l’azienda di leasing installerà
una rete intelligente, che stabilizzerà la fornitura
di micro-corrente quando la domanda lo richiede, e immagazzinerà l’energia in eccesso nelle
batterie delle auto. Non appena i veicoli saranno
2.500, la combinazione di eolico, idroelettrico,
volani e batterie offrirà un livello di efficienza
che avrà come ulteriore effetto l’abbassamento
del costo dell’acqua. Sì, l’acqua è vita e per secoli
l’isola ha sofferto di una drammatica carenza di
questa risorsa, ma provate a immaginare la svolta possibile grazie alle fonti rinnovabili e a una
PANAMA PAPERS
PARADISI FISCALI NEL MIRINO
Il leak dei giorni scorsi mostra quanti potenti e ricchi
spostino soldi e aggirino le norme internazionali. Servono
regole, sanzioni e un buon giornalismo investigativo
di Antonio Tricarico*
D
opo Svizzera e Lussemburgo, è stata la
volta di Panama. Grazie al lavoro del
Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, i dati di una società
legale di intermediazione societaria, la
Mossack Fonseca, sono diventati pubblici. In
questo modo sono stati svelati gli interessi di
politici di primo piano, industriali e persone
note del mondo dello sport e dello spettacolo
che si celano dietro 215mila società di comodo
costituite nel Paese centro-americano.
In realtà alle autorità di mezzo mondo era
noto da tempo come Panama fosse un paradiso fiscale fondamentale per il riciclaggio dei
proventi del narco-traffico latino-americano e
per l’elusione fiscale di molti ricchi e di società
multinazionali presenti nelle Americhe. Ma in
pochi sanno perché Panama è una meta sempre più ambita per chi cerca di pagare meno
tasse o di nascondere con maggior sicurezza
i propri patrimoni all’estero. Nonostante gli
sforzi per una maggiore cooperazione internazionale in materia fiscale, messi in campo
a partire dalla crisi del 2007-2009, molte giurisdizioni ancora resistono all’obbligo di rendere disponibili le informazioni sui patrimoni depositati in banche o società di comodo.
Sulla lista nera redatta dall’Unione Europea
ci sono ancora 30 paesi (compresa Panama).
Per l’OCSE sono numerose le giurisdizioni che
stanno facendo progressi nell’ambito delle
peer review del Global Forum sulla trasparenza fiscale. Ma Panama deve ancora avviare il
secondo stadio della revisione, dopo un an26
noso tira e molla per riuscire a superare il primo. A oggi sono solo
quattro le giurisdizioni al mondo
a non aver preso alcun impegno
per lo scambio automatico delle
informazioni. Oltre a Panama, Vanuatu, Nauru e Bahrein.
Proprio la garanzia della segretezza societaria o bancaria, prima Era noto alle autorità
ancora del regime fiscale alquanto di mezzo mondo che Panama
agevolato, è il motivo principale fosse un paradiso fiscale
del perché tanti ricchi spostano i per il riciclaggio del narco
loro patrimoni in questo Paese. Si traffico. Ora si scopre
badi bene, stiamo parlando solo che mezzo mondo andava
della ricchezza di singoli sogget- a Panama per non pagare
ti e non dei patrimoni di società le tasse a casa propria
multinazionali o di veicoli societari collegati al crimine organizzato.
A Panama non è difficile aprire una società
di comodo. Basta utilizzare i servizi di imprese specializzate e trovare dei prestanome che
nascondano l’identità dei beneficiari ultimi,
ossia i veri proprietari. Una volta garantita la
segretezza societaria il gioco è fatto, grazie a
uno schermo che rende opaca ogni conoscenza delle varie “scatole” create ad arte. Tecnicamente è lecito tenere patrimoni all’estero
purché si dichiarino al fisco, dal momento che
beneficiando degli accordi contro la doppia
imposizione si calcolerebbe quanto pagare in
Italia e nel paese estero. Ma in realtà si sa che
chi sposta i patrimoni lo fa proprio per non
dichiararli. Secondo l’autorevole Tax Justice
Network, nei paradisi fiscali singoli individui –
9 aprile 2016
© Dan Pier/Newzulu Ansa
4 aprile: in Francia la protesta
contro i paradisi fiscali
si aggiunge a quella contro
la legge sul lavoro
I DATI OXFAM
9 su 10 delle 200
aziende più grandi
del pianeta hanno una
sede in almeno un
paradiso fiscale.
Nel 2014, gli investimenti delle imprese in
quei luoghi erano quasi
quattro volte più grandi
che non nel 2001. La
somma delle ricchezze
individuali al sicuro nei
paradisi fiscali supera
il Pil di Germania e
Gran Bretagna messe
insieme.
Quasi un terzo (30%)
del patrimonio degli
africani più ricchi- per
un totale di 500 miliardi
di dollari - è nascosto
all’estero.
materia. Si pensi alla sentenza della Cassazione della fine del 2014, che a sorpresa ha prosciolto Dolce e Gabbana dall’accusa di evasione fiscale tramite società di Lussemburgo.
Allora che cosa si può fare per affrontare seriamente il cancro dei paradisi fiscali, che intossica da decenni l’economia globale? La creazione dei registri pubblici delle imprese che
indichino chi sono i reali beneficiari è imprescindibile. In Europa lo richiede la nuova legislazione contro il riciclaggio, anche se vari paesi stanno opponendosi alla pubblicizzazione
di questi dati. Quindi servono veri accordi
per lo scambio automatico delle informazioni tra le varie giurisdizioni. A chi si rifiuta
vanno imposte pesanti sanzioni economiche
e commerciali. La pubblicizzazione e non il
semplice scambio di informazioni tra autorità
competenti sarebbe un ottimo deterrente per
l’elusione fiscale, visto che ognuno potrebbe
a questo punto analizzare i dati e rivelare i
suoi leaks. Come prevedono gli accordi internazionali in materia, è centrale che l’elusione
fiscale sia considerato un reato, anche perché
è prodromica al riciclaggio
non quindi società private – Non solo politici che
di denaro. Il governo deve
celerebbero almeno 21mila nascondono il tesoretto,
ritornare sui suoi passi e
le multinazionali usano
miliardi di dollari.
rivedere le norme appena
Dopo l’ennesimo leak spet- i paradisi fiscali per non
introdotte, che lanciano il
tacolare, in molti si chie- pagare le tasse nei Paesi
segnale sbagliato ai ricchi
dono che cosa succederà. dove producono e vendono di contribuenti italiani.
Nonostante tanti annunci e più, come nei casi Starbucks, Infine, il problema più
impegni presi sulla carta da Amazon, Google e Apple
grande riguarda le società
G20 e OCSE, quest’ultimo
multinazionali, che grazie
scandalo ci dimostra che i paradisi fiscali con- ai paradisi fiscali eludono sistematicamente la
tinuano a esistere. Eccome.
tassazione nei paesi dove producono e vendoÈ un duro colpo, quello sferzato contro le au- no di più, come ci insegnano i casi Starbucks,
torità panamensi, che si troveranno inondate Amazon, Google e Apple. Serve un obbligo
di richieste di informazioni da parte delle au- di rendicontazione pubblica Paese per Paese
torità inquirenti di tutto il mondo. Si sono già che disaggreghi i bilanci nelle varie giurisdiattivati la Francia, il Regno Unito, l’Australia e zioni mostrando le entrate, i profitti e le tasse
la Norvegia. Altri seguiranno, inclusa forse l’I- pagate. Un atto del genere costituirebbe un
talia. Senza un’acquisizione formale di queste enorme deterrente contro l’abuso dei paradisi
informazioni dagli omologhi panamensi, dif- fiscali. Secondo la nuova legislazione europea
ficilmente le autorità degli altri paesi potran- quest’anno inizieremo ad avere dati di questo
no procedere nei confronti delle varie persone tipo per il settore bancario. Sarà un leak ufsospettate. Da noi nel 2015 l’elusione fiscale è ficiale, che ognuno dovrà leggere con attenstata depenalizzata dal governo Renzi con l’in- zione per capire che il problema è ben lungi
troduzione dell’istituto dell’abuso del diritto dall’essere risolto, come molti governi ci vornell’ambito della maxi delega fiscale. La giuri- rebbero far credere.
*Re:Common
sprudenza italiana, poi, non è così netta sulla
9 aprile 2016
27
LA SOLITUDINE DEI SINDACI
DA CETONA A CINQUEFRONDI
Il sindaco d’Italia vuole chiudere i piccoli municipi.
Eppure in quei Comuni si incontra talvolta la storia del Paese, il confronto
tra cittadini e istituzioni, il primo argine contro le mafie
di Donatella Coccoli - da Cetona e Cinquefrondi
C
etona, provincia di Siena. «Ci
sentiamo soli perché “loro” non
si rendono conto di quello che
rappresentiamo per il territorio.
Tutti qui hanno il numero del
sindaco, mi chiamano per qualsiasi problema... In tempi come questi di antipolitica, loro non capiscono che siamo un
baluardo democratico». Eva Barbanera
parla veloce mentre cammina nella grande piazza semideserta in un grigio pomeriggio di primavera. È il sindaco di uno dei
borghi più belli della Toscana felix, con le
ville dei Romiti e degli Agnelli immerse
nel verde alle pendici del monte Cetona.
Quando dice “loro”, si riferisce a governo,
Parlamento e Regione e la sua non è una
“lamentela” a caso. È stata infatti appena
presentata - da un parlamentare del Pd,
Emanuele Lodolini - una proposta di legge, sulla fusione dei piccoli Comuni, alla
quale la Regione Toscana sta dando una
forte accelerazione. Se passasse, Cetona
rischierebbe di non avere più una rappresentanza politica.
Cinquefrondi, provincia di Reggio Calabria. «La solitudine del sindaco? Io la
vivo tutti i giorni, quando ti viene a trovare qualche affiliato a una cosca, a cui hai
confiscato i beni, perché poi è il sindaco
che mette la firma finale. Oppure quando
una mamma piange davanti a te disperata perché non ce la fa ad andare avanti. E
poi soprattutto ti senti solo quando ti ca28
dono sulla testa decisioni prese dall’alto
che non hanno nulla a che fare con i problemi del territorio». Michele Conia, da
dieci mesi sindaco, dosa le parole, serio,
seduto nel suo grande ufficio del palazzo
comunale di Cinquefrondi, il paese che si
affaccia sulla piana di Gioia Tauro.
Eva Barbanera, laureata in Statistica, lavora all’Università per Stranieri di Perugia, è iscritta al Pd ma, precisa, «all’ultimo
congresso non ero della mozione Renzi».
Viene da una famiglia comunista, come
tante della Val di Chiana, terra a vocazione agricola ai confini della provincia di
Siena dove, naturalmente, Berlinguer era
un mito. Eletta nel 2014, la vittoria se l’è
dovuta sudare in una campagna rovente
in cui la sua lista Centrosinistra per Cetona era sostenuta da Pd, Sel, Rifondazione
comunista, Partito socialista.
Michele Conia è un avvocato con lo studio a Cinquefrondi. I suoi, come capita
spesso nelle famiglie contadine del Sud,
sono riusciti a far studiare lui e il fratello:
liceo classico e università. Michele, che
Eva e Michele, l’impegno Comune
Due sindaci quarantenni a ottocento chilometri di distanza sono i protagonisti del
viaggio di Left nei Comuni d’Italia. Piccoli
centri, la periferia del Paese, di cui si parla
poco nei media mainstream. Come si è
visto appena qualche settimana fa a Ballarò: un’apparizione fugace di una decina
di sindaci (tra cui anche Eva Barbanera)
che hanno avuto solo il tempo di elencare un “problema” a testa. E
invece di cose da raccon- «Non si rendono conto di quello che
tare ce ne sono: il clima rappresentiamo per il territorio», dice
in cui i sindaci vivono, le il sindaco di Cetona. «Tutti qui hanno
aspettative dei cittadini, le il numero del sindaco e tutti chiamano»
difficoltà dei governi locali
in tempi di crisi. Cetona e Cinquefrondi, nel ’94 con altri giovani calabresi aveva
2.800 e 6mila abitanti, sono due Comu- fondato il “Kollettivo Ondarossa”, è stani diversi come contesti, risorse e storia, to dirigente nazionale di Rifondazione
ma entrambi hanno a che fare con i tagli comunista ma è stato eletto in una lista
dei trasferimenti statali e soprattutto con civica nata nel 2010, Rinascita per Cinquel “senso di abbandono” che i giovani quefrondi, che ha sbaragliato sia il Pd
amministratori, al loro primo manda- che il centrodestra unito. «In Rinascita
to, denunciano per rivendicare invece la ci sono tanti giovani e persone che ven«funzione sociale del sindaco», come ri- gono dalla società civile e dalle associapete spesso il primo cittadino di Cetona.
zioni. Per partecipare, due unici requisiti:
9 aprile 2016
© Illustrazione Antonio Pronostico
La rivolta anti fusioni
C’è una proposta di legge con
primo firmatario il deputato Pd
Emanuele Lodolini, la n. 3420
che giace in commissione Affari costituzionali alla Camera.
E c’è anche una risoluzione
proposta in consiglio regionale
della Toscana da esponenti del
Pd come Antonio Mazzeo, renziano doc, vice segretario regionale. In entrambi i provvedimenti l’obiettivo è la fusione
dei piccoli Comuni. In Toscana
la ribellione serpeggia ovunque ed è uno scontro anche
dentro lo stesso Pd. È nato un
manifesto di 114 primi cittadini
che il 12 marzo si sono incontrati a Volterra. E sono quindici i sindaci della provincia di
Siena che hanno firmato una
lettera per i consiglieri senesi
in Regione. Il 30 aprile è fissata una riunione ad Abetone, il
paese sull’Appennino che si
è visto accorpare con il vicino
Cutigliano nonostante gli abitanti avessero detto no. Sotto
accusa i criteri per stabilire la
maggioranza nei referendum:
così i “grandi” si annettono i
“piccoli”.
essere antifascisti e antimafiosi», dice,
guardando dritto negli occhi. Dietro di
lui, sul muro, c’è un ritratto di Pasquale
Creazzo, poeta socialista vissuto nel paese reggino tra ’800 e ’900 che quassù è un
po’ il nume tutelare, mentre in un angolo,
più piccola, s’intravede una fotografia di
Che Guevara.
e soprattutto rapporto con i cittadini». In
pratica, l’immagine che affiora passando
per i corridoi ed entrando nelle stanze
del Palazzo comunale. Accanto agli uffici, un archivio con volumi dal ’500 in poi,
la sala dedicata al “pittore della musica”
Lionello Balestrieri, una nutritissima biblioteca comunale e la collezione Guido Ceronetti (lo scrittore ha una casa a
Questa fusione non s’ha da fare
Cetona), infine, l’elegantissima sala del
Seduta davanti al pc nella sala del sinda- Consiglio comunale. «È questo Palazzo
co all’interno dello storico palazzo Mi- comunale, oltre la scuola, l’ospedale o il
servizio militare, l’unico
«Ti senti solo», dice il sindaco di pezzo di Stato che tanti reCinquefrondi, «quando ti viene a trovare sidenti, soprattutto anziaun affiliato alle cosche cui hai confiscato ni, conoscono», dice Eva
i beni. Perché è il sindaco che firma» Barbanera. «E poi i consigli comunali, nonostante
nutelli, sede del Comune dal 1876, Eva i livelli del dibattito, sono sempre luogo
spiega perché la proposta di fusione dei di democrazia, non dimentichiamolo».
Comuni sotto i 5mila abitanti è sbagliata. La parola che circola di più per motivare
Ha votato contro l’intero consiglio comu- le fusioni è “ottimizzazione”. Quando si
nale di Cetona, così come quello di altri tratta di piccoli Comuni, spiega il sinda14 Comuni senesi. La rivolta dilaga e non co, le soluzioni sono due: o mettere insiesolo in Toscana. Se un consiglio comuna- me i servizi o le amministrazioni, sopprile venisse azzerato, per lasciare il posto a mendone alcune. Cetona già da tempo fa
uno più grande in un altro paese, signi- parte sia dell’Unione dei Comuni della
ficherebbe, dice, «perdere identità, storia Val di Chiana senese (dieci) che di un’u9 aprile 2016
29
Da sinistra, Michele Conia, sindaco di
Cinquefrondi (Reggio Calabria).
L’ex Municipio del paese reggino oggi è
diventato la Casa della cultura e ospita i
fondi dei fratelli Carlo e Pasquale Creazzo, il
musicista e il poeta vissuti tra ’800 e ’900.
La sala del consiglio comunale di Cetona, nello
storico palazzo Minutelli.
Eva Barbanera, sindaco di Cetona
nione ancora più “stretta” con quattro di
questi, associando la ragioneria, l’ufficio
tecnico, i vigili urbani, «il core business,
diciamo, dell’azienda», dice con un sorriso Eva. Ma poi ridiventa seria. «Dove
sono i dati, gli studi seri sulla reale efficacia delle fusioni? L’unico dato certo è che
lo Stato le incentiverà mettendo dei soldi
nel piatto, senza alcun controllo su come
verranno utilizzati».
Le eredità del passato
Cinquefrondi, che è uno dei pochi Co- dei territori, e, a parte qualche eccezio- muni più deboli. Ma non è che sia tutmuni ad aver deliberato di costituirsi par- ne, la stessa cosa avviene con la Regione to rose e fiori. I trasferimenti statali dal
te civile in tutti i processi per mafia, deve Calabria». Come sta accadendo con la 2014 al 2015 sono calati vistosamente: da
fare i conti con problemi “antichi”. Come chiusura dell’ospedale di Polistena: «Già 158mila euro a 28mila. Dovranno risalire
l’acqua. «Abbiamo trovato una situazio- la sanità è disastrata... se poi chiudono nel 2016 per la mancata attribuzione delne particolare, ai cittadini non sono state anche questo ospedale, l’unico aperto ri- la Tasi ai Comuni, ma intanto una clasinviate le bollette dal 2010, e per legge lo marrà quello di Palmi, a una distanza in- sificazione (contestata) dell’Imu agricola
devo fare io entro quest’anno. Dovremo credibile. Solo che anche in questo caso semimontana ha tolto altre risorse stafare assemblee pubbliche, informare», la decisione è stata presa senza nemme- tali a Cetona. A Cinquefrondi dal 2014 al
spiega Michele Conia, mentre percorre in no incontrarci».
2015 i trasferimenti statali sono passati
lungo e largo il suo ufficio
da 998mila a 811mila euro. Entrambi i
dove spiccano dei bei mo- In caduta libera i trasferimenti ai Comuni.
sindaci si ingegnano cercando di partebili di legno «recuperati da I sindaci si industriano con i fondi europei,
cipare a tutti i bandi che escono: mentre
un magazzino comunale». partecipano a tutti i bandi e fanno risparmi
Cinquefrondi si prepara per quelli euroL’acqua è legata anche a dove possono. Anche utilizzando i volontari
pei del Por (Piani operativi regionali) e
un debito che il Comuha fatto richiesta anche per aprire uno
ne ha accumulato negli anni sia con la I bilanci con il bilancino
Sprar, a Cetona il bando del Psr (Piano
società che gestisce il servizio idrico in Sia Cetona che Cinquefrondi si reggo- sviluppo rurale) è stato una vera manna:
Calabria - con la quale però è aperto un no sui tributi locali. Nel borgo senese le «Con quei soldi abbiamo fatto i lavori alla
contenzioso - sia con la Regione stessa: entrate dall’Imu seconda casa, sono no- scuola, al museo e a una chiesina», racin tutto circa 5 milioni di euro. Ma l’ac- tevoli e danno una bella mano, anche se conta Eva Barbanera. Ma per la manuqua, come quello della raccolta rifiuti, è il 38 per cento, 400mila euro, vanno nel tenzione del patrimonio e del territorio
anche un problema dell’oggi. Perché la Fondo di solidarietà comunale, quella occorrono, secondo la stima del sindaco
Regione vuole fare un ambito territoria- “cassa” promossa per sostenere i Co- e dell’ufficio tecnico, almeno 280mila
le unico per zone, «imponendo anche la
privatizzazione e non tenendo conto che
ci sono realtà che hanno resistito e che
sono pubbliche», sottolinea Michele. Per
Dal 2011 al 2015 secondo la Cgia di Mestre tagli ai Comuni di 25 miliardi
la raccolta differenziata 36 sindaci della
provincia di Reggio Calabria di recente
È complesso calcolare i tagli ai Comuni perché negli ultimi anni è stato un continuo
hanno sottoscritto un documento che
altalenarsi di leggi e tributi ora tolti e ora rimessi. I Comuni, secondo uno studio Anci
prevede una deroga per i Comuni virtuodel luglio 2015, rappresentano il 7,4% della spesa pubblica nel periodo 2010-2015.
si. «Ma anche qui non veniamo ascoltaCome segnala l’Anci, gli investimenti comunali si riducono dal 2008 anche per via dei
ti, nonostante i documenti e gli incontri
vincoli del Patto di stabilità e dal 2007 sono calati del 38% (-5,7 miliardi). I due terzi
che abbiamo chiesto», continua. «Sicudel calo si sono verificati negli ultimi quattro anni. Altri dati li fornisce la Cgia di Mestre
ramente noi sindaci siamo più che mai
in un report di inizio 2015 in cui l’importo di ogni anno corrisponde ai tagli previsti
soli», dice a mezza voce. «Non abbiamo
rispetto al 2010, anno in cui il governo Berlusconi ha varato il decreto legge n.78 - poi
interlocutori. Non ci sono parlamentari
che rispondano o che si confrontino con
noi che siamo gli unici veri conoscitori
30
9 aprile 2016
© Tullio Pronesti (2), D. Coccoli, Emanuela Forconi
euro. «È il nostro libro dei sogni», dice.
A Cinquefrondi, la nuova giunta ha sforbiciato dove ha potuto. «Non spendiamo
nulla per le spese di rappresentanza, paghiamo di tasca nostra, e poi via le utenze
dei cellulari e abbonamenti vari», spiega Michele Conia. Sui rifiuti, più che un
risparmio, si è prodotto un guadagno:
«Prima pagavamo noi una società 40mila
euro, poi sono andato in trattativa e adesso sono loro che ci danno 36mila euro per
la raccolta differenziata». Ma per lavori di
manutenzione a giardini, strade, edifici,
visto che i soldi non ci sono, si ricorre al
volontariato. Il Comune ha istituito tre
albi: civico, culturale e sociale con circa
70 persone iscritte. «Ah, dentro ci siamo
anche noi della giunta e i consiglieri», fa
notare il sindaco che poi racconta alcuni
risultati e qualche progetto in cantiere: il
pasto alla mensa scolastica a 1,50 euro,
il trasporto gratuito, il taxi sociale per gli
anziani, gli incentivi per aprire attività nel
centro del paese.
Nuovi residenti e una Casa della cultura
Qualche anziano con la borsa della spesa
e molte finestre sprangate, nel silenzio
più assoluto. È Cetona fuori stagione,
senza i villeggianti delle seconde case e i
turisti. Da aprile in poi sarà un’altra vita,
ma il problema di fondo rimane ed è il
cruccio del sindaco: «Il calo demografico e lo spopolamento». A preoccupare
non sono le minori entrate fiscali. «Se
cile. «Deve essere la politica nazionale a
prendere dei provvedimenti, altrimenti
sarà la paralisi», precisa Eva Barbanera.
Ottocento chilometri più a Sud il problema è far rimanere chi c’è e, certo, far
tornare chi è partito. Attorno al sindaco e alla lista di Rinascita si è formato
un gruppo di giovani e adulti: laureati,
artigiani, impiegati, con tanta voglia
di rivitalizzare Cinquefrondi. A partire
dalla Casa della cultura.
Eva Barbanera: «Dove sono i dati, gli studi È l’ex municipio, dalla
sulla efficacia delle fusioni? Si sa che lo facciata austera e ricca di
Stato metterà dei soldi sul piatto, magari storia, a due passi dall’atsenza controllare come saranno utilizzati» tuale palazzo comunale,
inaugurato nel 2012, un
perdi popolazione perdi forza, nel sen- edificio mastodontico con tanto di coso che perdi il contributo che le persone lonne rosse. Nella Casa della cultura, a
possono dare alla società, diventi sfilac- tempo di record, in tre mesi, i volontari
ciato». Ogni anno il Comune perde sui del Comune hanno allestito alcune sale
40 abitanti, l’immigrazione si è ferma- con il fondo di Pasquale Creazzo e del
ta, l’ipotesi è quella di incoraggiare con fratello musicista Carlo. Documenti oriincentivi giovani coppie a trasferirsi a ginali, lettere, immagini, spartiti e ogCetona, ma aprire nuove attività è diffi- getti sono lì a testimoniare una Calabria
tra ’800 e ’900 vivacissima dal punto di
vista politico e culturale. La Casa della
cultura - ancora da recuperare in parte
- potrebbe essere il punto di partenza,
diventato legge 30 luglio n.122 - che ha dato il via alla stagione dei sacrifici. Secondo
poi c’è il territorio, bellissimo, tra oliveti
la Cgia dal 2011 al 2015 i tagli ai Comuni sono stati di oltre 25 miliardi di euro. Ecco
secolari, la montagna e due mari a un
l’escalation: nel 2011 è stato tolto 1 miliardo e mezzo; nel 2012, 4 miliardi e 450 milioni;
tiro di schioppo: lo Jonio da una parte
nel 2013, 6 miliardi e 200 milioni; nel 2014, 6 miliardi e 826 milioni; infine nel 2015, 8
e il Tirreno dall’altra. Alcuni ragazzi di
miliardi e 313 milioni. Questi i provvedimenti: il Dl 78 ha tagliato nel 2011 1 miliardo
Rinascita ci tengono a illustrare i loro
e mezzo che negli anni successivi è salito a 2 miliardi e mezzo; il decreto Salva-Italia,
progetti: albergo diffuso, itinerari guidal 2012 in poi, ha portato via 1 miliardo e 450 milioni; la Spending review nel 2012
dati, gastronomia di qualità. Uno di
ha tagliato 500 milioni, nel 2013 2 miliardi e 250 milioni, nel 2014 2 miliardi e mezzo
loro dice: «Io voglio restare, questa è la
e infine nel 2015 2 miliardi e 600 milioni; il decreto Irpef (Dl 66/2014) 376 milioni nel
mia terra, qui ci sono i miei affetti e qui
2014 e 563 nel 2015; infine, la legge di Stabilità 2015 ha tolto un altro miliardo e mezzo.
possiamo costruire qualcosa di nuovo.
Perché devo andare a fare l’operaio in
Veneto, e vivere da solo?».
9 aprile 2016
31
LUCA NEVES, IN ARTE FAT NEGGA
STRANIERO IN CASA PROPRIA
La storia di un giovane rapper italiano che lo Stato vuole spedire
a Capo Verde. Dove erano nati io suoi genitori ma dove
lui è andato solo in vacanza e soltanto «una volta in vita mia»
di Giulio Cavalli
E
ssere stranieri non è uno scherzo. No- Parla italiano, ovviamente, e mastica l’inglese.
nostante i Salvini di turno o i lepenismi Da bambino Trigoria era casa sua perché Luca,
di ritorno, essere stranieri significa tra le come tanti come lui, sognava di giocare nella
altre cose essere estranei ad un’architet- Roma e nella Roma ci ha giocato per davvero:
tura di diritti e di servizi che garantisce il padre lavorava in un maneggio proprio a Trile esistenze e dovrebbe assicurare un livello goria e lui indossava la maglia della squadra
minimo di dignità. È difficile
giallorossa nei pulcini. «Tutti i
pensare a uno straniero in un «Dovrei andare a
giorni incrociavo i campioni:
mondo che vorrebbe far finta vivere in un posto
Totti, Aldair. È successo anche
di essere globale, eppure poi dove non ho mai
che De Rossi accompagnasse
capita di incrociare storie che abitato, dove non
a casa me e mia madre, quansembrano uscite da un (brutto) ho un lavoro e non
do avevamo troppe borse della
film. La vicenda di Luca Neves conosco nessuno.
spesa». I genitori di David sono
mi è stata raccontata su Face- Io resto qui»
di Capo Verde, in Italia da una
book con un messaggio breve
vita (regolari) hanno sempre
arrivato in posta: «Luca Neves è stato a Capo lavorato perché quel figlio potesse avere tutto
Verde una sola volta, da bambino, in vacanza ciò che gli servisse. Luca ha frequentato l’asicon i genitori. Ora l’Italia vorrebbe mandarcelo lo, le scuole fino all’Istituto alberghiero: «Pena tempo indeterminato, per fargli scontare su sa - mi dice - che io a Capoverde ci sono stato
un’isola nell’Atlantico un ignobile esilio da fi- una volta nella vita per una vacanza. Conosco
glio non riconosciuto» mi hanno scritto e letta la lingua ascoltandola dai miei genitori ma la
così, su due piedi, mi sembrava un cortocircu- parlo con un accento italianissimo. Lì sarei un
ito da teatro dell’assurdo. Invece Luca me l’ha immigrato». E infatti, quando a 19 anni, è andaraccontata, la storia è vera e credo valga la pena to in comune a richiedere il certificato di cittaraccontarla anche a voi.
dinanza non avrebbe mai pensato di ritrovarsi
È nato in Italia 28 anni fa, ospedale Regina in un’odissea. «Sono sempre stato a carico dei
Elena, periferia romana, è cresciuto in Italia. miei che sono sempre stati regolari e sono ita32
9 aprile 2016
liano a tutti gli effetti. Ma in Comune mi hanno ganda, poi, quando diventa politica è la sceavvisato che era passato troppo tempo dai miei neggiatura di persone vere, fuori dai giornali e
18 anni e hanno rifiutato la mia domanda». Lì è dai talk show, ed è un copione senza senso.
cominciato tutto: Luca si è rivolto al Ministero, Lui, Luca, vorrebbe trovare le parole per racha compilato «centinaia di moduli e carte», si contare questa alienazione, lo straniamento
è rivolto a decine di sportelli «ma - mi spiega - di chi da un giorno all’altro diventa ospite innon ho mai ricevuto risposta». Da quel giorno, desiderato dell’unico mondo che riuscirebbe
Luca, è un irregolare. In questo Paese che stabi- a immaginare. Ha deciso di non potere stare
lisce i diritti con la leggerezza di un francobollo in silenzio e ora questa storia ha voglia di urleccato storto, Luca Neves è clandestino a casa larla in faccia a tutti. Alcuni suoi amici e colsua e quando tre anni fa è stato fermato per un leghi musicisti hanno cominciato un tam tam
normale controllo mentre era in stazione, ha ri- in rete (e in versi) perché qualcuno decida di
cevuto il suo primo “foglio di via”. «Per la legge fare qualcosa e intervenire in una situazione
devo andarmene a vivere in un posto che non che diventa kafkiana ogni giorno di più. A chi
ho mai abitato, in mezzo a persone che non co- gli ha proposto una scorciatoia per trovare una
nosco, dove non ho un lavoro o una casa», spie- soluzione (un matrimonio, chi un’adozione) ha
ga con rabbia, e in effetti è difficile dargli torto: sempre risposto di no perché Luca ha un’idea
per la burocrazia Luca è colpevole di essersi netta della giustizia, di ciò che è giusto e se è
fatto profugo a casa sua e non fa niente se que- giusto, dice, allora lo deve essere per legge. Difsto è il suo Paese per davvero. Funziona così. ficile dargli torto.
«Non è ingiusto?», mi chiede. E diventa difficile «Ogni tanto mi sembra di non farcela più e mi
trovare una risposta.
viene voglia di andare a consegnarmi, dirgli
«Ora lavoro, ovviamente in nero perché non ‘mandatemi fuori dal mio Paese se ne avete il
ho i documenti a posto e in più continuo con coraggio’. Poi mi prende un dolore qui in mezzo
la musica». Luca Neves è conoal petto e un senso di orgoglio
sciuto come Fat Negga ed è una È nato nell’ospedale
e di rispetto per la mia famiglia
promessa nel panorama musi- Regina Elena, sul
che in Italia ha lavorato per quacale rap nazionale. Alla musica Raccordo, 28 anni fa.
rant’anni, pagando i contributi
ha coniugato gli studi di cuci- È cresciuto a Trigoria
anno dopo anno, non facendona e aveva anche preparato un giocando pure nei
mi mai mancare nemmeno una
format che piaceva a Sky: «Ma pulcini della Roma.
penna perché non mi sentissi
niente documenti. E non si è Per la legge non basta da meno rispetto agli altri. Allofatto nulla».
ra mi fermo e mi dico che lotteSenza documenti, del resto, si diventa fanta- rò fino all’ultima goccia di sangue. È come mi
smi e nonostante Luca non abbia intenzione di stessero uccidendo poco a poco, ma questo è il
mollare («lotterò fino alla fine, fino alla morte») mio Paese».
la paura è un veleno insidioso che comincia a Scriveva nel 1911 Ambrose Pierce: «Straniespandersi sotto pelle e così ora la sua vita non ro. Chi appartiene a un altro paese, inferiore al
è più come prima: «Ho paura di essere fermato nostro. Un mostro considerato con un grado di
dalla polizia. Evito i luoghi troppo affollati».
tolleranza variabile, a seconda della sua capaciÈ strana la burocrazia, a pensarci: si diventa il- tà di conformarsi agli eterni valori delle nostre
legali per azioni che si compiono o che si evi- opinioni e al mutare dei nostri interessi». Ma
tano e poi si diventa fuorilegge anche per una forse non se lo immaginava nemmeno che oggi
legge scritta per la propaganda. Ma la propa- stranieri si diventa senza nemmeno spostarsi.
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PARERI
LAVORO
di Dario Guarascio
Il flop annunciato
del Jobs act
N
on più tardi di due settimane fa, Renzi
inaugurava la “rubrica delle bufale”, una
raccolta delle tesi di chi non si rassegna
ad ammettere le meraviglie prodotte dal
suo governo. Al primo posto, si posizionano i gufi
rei di non riconoscere gli effetti positivi di Jobs act
e decontribuzione. Potremmo fregiarci di aver guadagnato la vetta della peculiare classifica “bovina”.
Vetta dove, tuttavia, non si soffre la solitudine. Poco
dopo che, lo scorso novembre, suggerimmo che Jobs
act e sgravi a pioggia alle imprese non avrebbero favorito l’occupazione stabile, il New York Times giungeva alle stesse conclusioni: «Renzi’s Jobs act isn’t
getting Italy to work». E a marzo 2016 arriva il primo
studio della Banca d’Italia: quel poco di incremento
dell’occupazione del 2015 è attribuibile, quasi totalmente, alla decontribuzione. Un incremento lieve e
costosissimo in termini di risorse pubbliche, il cui
consolidamento è tutto fuorché scontato. Commentatori come Luca Ricolfi si son tenuti alla larga
dagli entusiasmi governativi sottolineando la fragilità del lavoro e la dilagante precarietà.
Il primo di aprile irrompe nuovamente l’Istat: i dati
occupazionali aggiornati al febbraio 2016 rischiano
di sancire la chiusura anticipata della rubrica delle
bufale. Dopo la crescita di gennaio 2016, a febbraio
gli occupati si riducono dello 0,4% (-97mila persone
occupate). Crollano, in modo particolare, i contratti permanenti (-92mila). La “bolla occupazionale’”
come l’abbiamo chiamata su Left, è esplosa. Finita
la corsa agli incentivi, le imprese sono rapidamente
tornate allo standard post-crisi del 2008: senza domanda e investimenti non c’è nessuna ragione per
assumere. Il che la dice lunga sulla fine che faranno
i contratti attivati o trasformati beneficiando della
decontribuzione e che vedranno la stessa terminare
completamente a fine 2017. Oltre a minare la strategia comunicativa del governo, tuttavia, l’insieme dei
dati Istat fornisce l’ennesimo preoccupante quadro
del lavoro italiano. La diminuzione degli occupati coinvolge uomini e donne e si concentra nella
fascia tra i 25 e i 49 anni. Il tasso di occupazione a
febbraio è al 56,4% mostrando un calo dello 0,2%,
con la media europea al 69,2%, mentre lo stesso tas36
9 aprile 2016
so in Germania è al 77,7%. In Italia, ad aumentare
è la disoccupazione: +0,3% a febbraio e un tasso
all’11,7%, mentre nella Ue28 è, invece, al 9,4% e il
dato tedesco è 4,6%. Il tasso di inattività tra i 15 e
i 64 anni aumenta dello 0,4%. A ciò si aggiunge la
tendenza dell’occupazione a concentrarsi in servizi a basso valore aggiunto (e basso contenuto tecnologico) e nelle coorti più anziane di lavoratori. A
testimonianza della pericolosa involuzione del nostro tessuto produttivo. C’è però, in Europa, un Paese che somiglia molto all’Italia ma che dall’Italia si
differenzia per la reazione popolare alle riforme: la
Francia di François Hollande. Dov’è stata proposta
una riforma tremendamente simile al Jobs act, con
due obiettivi: mettere in discussione le 35 ore e facilitare i licenziamenti. Vi è, però, una differenza non
marginale tra la realtà francese e quella italiana. Il 30
marzo 1,2 milioni di persone (per gli organizzatori)
hanno invaso le strade
di Parigi, Lione, Nantes La riforma del mercato
e altre città. Un governo del lavoro non funziona
formalmente di sini- e non crea occupazione.
stra additato per le sue Resta da capire perché
politiche apertamente in Italia non si sia manifestata
di destra. Il film della una forte protesta come
recente storia italiana. sta accadendo in Francia
La domanda, a questo
punto, è: perché in Italia non si osserva una reazione analoga? Una spiegazione parziale potrebbe
trovarsi nella triste parabola della sinistra italiana,
che ha visto crescere un incondizionato (quanto
scientificamente e politicamente infondato) amore
per il “liberismo dal volto umano”, la convinzione
che, con un po’ di buone intenzioni ed efficace regolamentazione, si sarebbe potuto godere dei benefici della concorrenza e del libero mercato senza
penalizzare il lavoro e lasciare indietro nessuno. Il
Pd di Renzi, perlomeno nel suo agire in termini di
politica economica, è in gran parte figlio di quell’innamoramento. Che ci si augura possa essere giunto
al capolinea. A breve partirà la raccolta di firme per
abrogare con referendum il Jobs act. C’è da augurarsi che questo contribuisca a scuotere le coscienze e
a renderci un po’ più “francesi”.
FRANCIA
di Eric Jozsef
Terrorismo, liberismo, populismo
Per Hollande una trappola perfetta
F
rançois Hollande rinuncerà a candidarsi alla presidenziali del 2017?
Nella tradizione della quinta repubblica francese, la domanda non si è
mai realmente posta. Da sempre, l’inquilino
dell’Eliseo, una sorta di monarca presidenziale, è stato candidato alla sua successione.
Solo Charles De Gaulle ha lasciato il potere
nel lontano 1969, dopo aver perso un referendum sulla riforma del Senato. Tutti i suoi
successori (Giscard, Mitterrand, Chirac, Sarkozy) si sono sistematicamente ripresentati
davanti agli elettori dopo il primo mandato. Il
Re non lascia facilmente il trono. Solo quando
il popolo gli mostra la guillotine dell’elezione
diretta. Come è successo a Giscard nel 1981 e
a Sarkozy nel 2012, che hanno vissuto le loro
sconfitte come imperdonabili tradimenti dei
cittadini. Invece, per la prima volta si discute
apertamente dell’impossibilità per François
Hollande di essere candidato alla sua successione. Non solo perché lui stesso ha posto una
condizione alla sua corsa all’Eliseo dell’anno
prossimo: che il tasso di disoccupazione mostrasse segni di calo. Negli ultimi mesi, il numero di disoccupati si è appena stabilizzato.
Ma il problema è principalmente politico. L’ex
segretario del partito socialista batte il record
di impopolarità. Solo il 16% dei francesi gli dà
fiducia. Per vincere nel 2012, François Hollande aveva utilizzato due argomenti: la distanza
dal presidente uscente Nicolas Sarkozy per
conquistare un parte del voto moderato scandalizato dal suo stile di governo («bling-bling»)
e un programma molto a sinistra per assicurarsi il sostegno nel proprio campo. Nel suo
famoso discorso del Bourget, Hollande aveva fatto della finanza il suo «nemico» e si era
spinto ad annunciare la tassazione al 75% dei
reditti più alti. Quattro anni dopo, il suo impegno ad essere un « residente normale» si è infranto contro la sua storia personale, gli scandali di corruzione di alcuni suoi collaboratori
e la sua politica economica social-liberale in
contrasto con il suo discorso iniziale. Le misure di sinistra come l’aumento del numero di
insegnanti sono state sommerse da leggi in favore delle imprese o dalla riforma del mercato
del lavoro ancora in discussione al Parlamento. Il sostegno dei moderati è da tempo sfumato, ma anche gli elettori di sinistra gli voltano
le spalle. Dal 2012, i socialisti hanno perso tutte le elezioni ammistrative e ogni mese il gradimento di Hollande scende. «Se continua a
calare così, finira per buccare il suolo» ironizza
Le Monde. Solo 15% dei suoi elettori di quattro anni fa è sodisfatto dalla sua azione. Solo il
7% dei francesi pensa che potrebbe accedere
al secondo turno delle presidenziali. A gauche,
si cercano altri candidati. Per la sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon, si è già lanciato. Ma
lo scenario finale dipenderà interamente dalla
decisione personale
Precipita la popolarità del
di Hollande.
Una sua rinuncia presidente ed è a rischio
resta ancora diffici- persino la candidatura, anche
le da immaginare. se Hollande spera ancora che
Suonerebbe
come alla fine una maggioranza di
un’ammissione di fal- francesi voti lui e non Marine
limento. Egli stesso si Le Pen o Nicolas Sarkozy
muove come se fosse
già in campagna elettroale. In cuore suo, spera
che la sinistra si ricompatterà su lui per evitare
che il secondo turno del 2017 sia un remake
del 2002 quando, causa le divisioni a sinistra,
Lionel Jospin fu eliminato al primo turno a
vantaggio di Jean-Marie Le Pen e di Jacques
Chirac. E spera che turandosi il naso, la maggioranza dei francesi lo preferirà malgrado tutto a Marine Le Pen e Nicolas Sarkozy, cosa che
non è del tutto impossibile. Ma questo prevede una condizione: che sia Nicolas Sarkozy a
uscire vincitore delle primarie della destra nel
prossimo autunno. Qualsiasi altro candidato
a destra sarebbe devastante per il presidente
uscente. Accade così che la ricandatura di Hollande dipende in larga parte dal successo del
suo predecessore.
9 aprile 2016
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© Christophe Ena/AP Photo
L’EUROPA LOGORA
SENZA UN PIANO B
La Francia sul filo di una crisi economica e istituzionale. La Germania che “scivola”
verso la Russia. Poi l’enigma della Brexit, la Grecia abbandonata a se stessa e la
Spagna senza un governo. Un reportage collettivo dal Vecchio Continente in agonia
F
RANCIA
François Hollande, lo scrive bene
Eric Jozsef nella pagine che ci
precedono, rischia di non essere
eletto, e forse neppure candidato, alle
presidenziali francesi del 2017. La settimana scorsa sindacalisti e studenti si
sono uniti per dire «non a la casse du
code travail». Le posizioni neoliberiste
di Valls e Macron vanno bene nei convegni imprenditoriali ma funzionano poco nelle piazze, nelle scuole, nei
luoghi di lavoro. Il rapporto speciale
tra Francia e Germania viene esplicitamente messo in causa dalla destra del
Front national ed è apertamente contestato pure a sinistra. La Francia ha sal38
vato il suo tradizionale insediamento
industriale in settori strategici, ma proprio per questo soffre, ancora più dell’Italia, della ripresa flebile. E ha ragione
di temere il contaggio della nuova crisi
che può arrivare dalla recessione in Brasile e dal rallentamento dell’espansione
cinese.
Infine la guerra - qui si insiste sulla parola “guerra” - al terrorismo. Il Daesh
non è stato ancora sconfitto dopo un
anno dalla promessa di Hollande, mentre Putin e la Russia hanno sottratto alla
Francia (e all’Occidente) la scena mediorientale. Infine, la totale mancanza
di collaborazione tra Belgio e Francia,
nella prevenzione degli attentati e nel9 aprile 2016
la caccia ai terroristi, è ormai sotto gli
occhi di tutti e mostra come la costruzione dell’Europa vada avanti solo per
prassi inerte. (m.c.)
GERMANIA
In Germania, il 24% dei voti alla destra
radicale dell’AfD in Sassonia Anhalt, ha
dato un segnale d’allarme alla cancelliera Merkel. Non solo perché il partito
anti europeista è più che raddoppiato
in due anni, ma perché, oltre a raccogliere il voto di protesta e lo storico voto
del Npd, si può ora proporre di occupare lo spazio lasciato libero a destra dai
cristiano-democratici. In un’intervista
a Der Spiegel la leader Frauke Petry lo
Parigi, 31 marzo. Manifestanti attaccano gli agenti
di polizia in tenuta antisommossa durante la protesta
contro la Loi El Khomri.
Nella pagina seguente: Turchia, 4 aprile. Un uomo,
giunto da Lesbo, fa il gesto del “pollice verso il basso”
mentre viene scortato dalla polizia
dice chiaramente: «L’AfD è adesso quello che è stata in passato la Cdu, un partito democratico di destra». Se questa
operazione riuscisse e lo spostamento
al centro del partito di Merkel fosse di
lunga durata, si aprirebbe uno scenario
nuovo, non solo in termini di alleanze
interne ma di collocazione geopolitica
della Germania. A Die Zeit, Joshka Fisher paventa il rischio che la Germania
possa abbandonare l’alleanza con i Paesi occidentali e scivolare verso un legame più stretto con la Russia di Putin:
«L’AfD vuole tornare indietro rispetto
alla scelta di Adenauer del dopoguerra.
Chi mette in discussione questo principio cardine dalla fondazione della Ger-
mania Ovest, non sa con certezza cosa GRECIA
possa prepararci il futuro. Probabil- Atene è alle prese con le prime deportamente non più libertà in politica estera, zioni - perché non di rimpatrio si può parlare - dei profughi verso la Turchia. Però
ma instabilità e insicurezza».
Quanto all’immigrazione, Angela Mer- per un migrante che parte continuano
kel può dire di aver portato a casa ad arrivarne almeno due. Il Paese è allo
l’accordo con la Turchia, per qualche stremo e si capisce dando un’occhiata
tempo potrà sostenere di aver posto ai numeri già conclamati della tragedia:
un argine all’invasione di profughi in 1758.596 sbarchi (gennaio-dicembre
fuga dalle guerre mediorientali. Non 2015); 3.283 arrivi attraverso la frontiecosì bene le è andata con la più im- ra terrestre di Evros (gennaio-settembre
portante istituzione europea: la Banca 2015); 66.400 rifugiati da ricollocare verso
Centrale a guida italiana. Il quantitati- altri Paesi Ue. 94.024 persone soccorse in
ve easing, voluto da Mario Draghi, e la mare dalla guardia costiera ellenica; 413
conseguente e progressiva riduzione trafficanti arrestati dalla guardia costiera
dei tassi di interesse hanno portato a ellenica; 206 morti in mare; 10mila i bamun’erosione del risparmio e delle pen- bini profughi di cui si sono perse le tracce
sioni private in un paese dove i fondi (Europol). Intanto la per la traversata tra
pensione costituiscono il 36,8% degli Mitilini (Lesbo) e Ayalik (Turchia) il costo
investimenti finanziari (dati Bankitalia è tra i 1.000 e 2.500 euro a persona (tanto per avere un’idea delle
2015). La Germania non
proporzioni, lo stesso tratha una tradizione di in- Molto insoddisfatta
to di mare, Mitilini-Ayalik,
vestimento nel mattone, per l’accordo
attraversato “regolarmencome in Italia, e da sem- con la Turchia,
te” costa 10 euro andata e
pre si affida alle banche Atene si prepara a
ritorno). Gli abitanti delle
per la gestione del ri- un nuovo confronto
isole più interessate dal
sparmio. È naturale che con la Troika
flusso migratorio, Lesvos,
l’abbassamento dei tassi per una verifica
Chios, Kos e Samos, fandi interesse abbia susci- sul memorandum
no quel che possono per
tato più di un malumore.
L’elettorato conservatore ha poi letto aiutare i profughi che continuano ad arrila riduzione del costo del denaro come vare. C’è una petizione popolare on line,
un aiuto esplicito ai paesi più indebita- con 250mila le firme (ne servono 300mila)
ti dell’Europa del sud. Se non come un lanciata da un americano, Stephen, e da
incentivo all’indebitamento. La destra una greca, Alkminiper, per candidare i reradicale dell’AfD è arrivata a stampare sidenti delle isole greche al Premio Nobel
manifesti elettorali con il primo piano per la Pace. Sotto pressione per il flusso
di Draghi e il claim: “Chi lo ferma?”. In- migratorio, molto insoddisfatta per l’actanto la Corte costituzionale tedesca cordo con la Turchia - Erdogan fa di tutto
di Karlsruhe, in barba a una direttiva per provocare Tsipras: oltre a ripetute vioeuropea, ha negato l’estradizione di un lazioni dello spazio aereo greco (secondo
cittadino americano ricercato dall’Ita- la stampa locale si sarebbero contate fino
lia con mandato di cattura europeo. La a 22 violazioni in sole 24 ore), qualche
motivazione? La giustizia italiana non giorno fa ha addirittura impedito all’aereo
avrebbe garantito i diritti fondamen- del premier greco in volo verso Teheran
tali dell’imputato perché l’uomo non di atterrare a Rodi, isola greca ma troppo
avrebbe avuto modo di testimoniare. vicina al confine turco-, Atene si prepara
La corte di Karlsruhe invece di deferi- a un nuovo confronto con la Troika - che
re il caso alla Corte di giustizia di Lus- non si chiama più così ma “istituzioni”semburgo, ha semplicemente negato per la verifica dell’attuazione del memol’estradizione, anteponendo il diritto randum -anche questo ribattezzato “actedesco alla direttiva europea. Anche cordo”-, confronto che è atteso per il 22 di
aprile. La ripresa resta una chimera, come
questo, un segnale. (u.a.)
9 aprile 2016
39
mostra il fatto che i consumi energetici
siano calati dell’8% negli ultimi sei mesi,
altri aumenti delle tasse sono improponibili, le privatizzazioni promesse e la riforma del sistema pensionistico arrancano.
Il governo si difende facendo propaganda,
e puntando, una volta di più, sull’orgoglio
del popolo greco. Con slogan come “La
Grecia non muore mai”. Al quale ha prontamente risposto il compositore Manos
Hatzidakis con il suo consueto sarcasmo:
«Esattamente perché non muore mai non
c’è speranza che possa risorgere». (r.a.)
GRAN BRETAGNA
Gran Bretagna alla prova del Brexit. Il
Guardian di sabato 2 aprile riporta un poll
dell’agenzia Opinium che dà in testa il
fronte Brexit di 4 punti (43%, per lasciare
l’Europa, 39% per rimanere, 18% indecisi, 1% non risponde). Ma un solo opinion
poll conta poco. Il dato più significativo
è la divisione generazionale (generation
gap). Fra gli elettori tra i 18 e i 34 anni lamaggioranza, il 53%. è favorevole a restare in Europa, il 29% vuole uscire. Ma solo
la metà (52%) si dice sicura di voler andare
a votare. Al contrario fra gli elettori sopra
i 55 anni, dove una maggioranza del 54%
© Tolga Bozoglu/Epa Ansa
40
propende per uscire, contro il 30% che sappia quale sia la posizione di Corbyn sul
vuole restare, la percentuale di quanti ri- referendum. Ma tutto sommato le notizie
tengono con certezza che andranno ai politicamente più interessanti per gli inseggi è altissima: l’81%. Intanto la batta- glesi riguardano l’economia. Quando, il
glia per la leadership del referendum per mese scorso, Osborne - un altro candidail Brexit è diventata una battaglia interna to a succedere a Cameron - aveva presenal partito conservatore, in vista della suc- tato il Budget, si era udita su giornali e tg
cessione a Cameron. Si fa strada,infatti, la fanfara sullo stato di salute, titto soml’opinione che Cameron sarà sostituito mato positivo, dell’economia britannica:
qualunque sia il risultato. Matthew Paris, più crescita, più lavoro, meno deficit. Ma
editorialista del Times e parlamentare nel giro di 24 tutto tutto è andato “a forai tempi della Thatcher, teme che Boris ma di pera” (going pear-shaped). Perché è
Johnson possa diventare leader del parti- scoppiata una polemica sui tagli ai sussidi
to (come molti del pro-Brexit pensano o per i disabili, mentre si stava riducendo la
sperano). Secondo Matthew Paris sarebbe pressione fiscale sui redditi alti . Sono arriun disastro: Johnson non avrebbe né il ca- vate le dimissioni di Duncan Smith dal gorattere, né la capacità di presa al di fuori verno e la marcia indietro sui tagli. Subito
di Londra, per proporsi come primo mini- Sunday Times ha dichiarato morte le spestro. E mentre i conservatori si dividono, i ranze di Osborne di diventare leader, “has
laburisti sembrano volersi
unleashed a bloodbath of
nascondere. Commenta- A Londra si fa
mutual recriminations at
tori di destra, come Philip strada l’opinione
the top of the Tory party”.
Collins del Times, e di sini- che Cameron
Brexit o non Brexit la Gran
stra Jackie Ashley del Guar- sarà sostituito
Bretagna sembra ripiegarsi
dian, si lamentano alla qualunque sia il
su se stessa. (d.c.)
stessa maniera del parziale risultato. C’è chi
SPAGNA
disimpegno di Corbyn: ne- teme che Boris
In Spagna, infine, si avvigli opinion poll pare che la Johnson diventi
metà degli intervistati non leader del partito
cina il fantasma di un possibile ritorno al voto, dopo
che le elezioni in dicembre hanno affossato il bipartitismo e reso molto difficile
comporre alleanze di governo. Sanchez
continua a puntare sull’accordo con Ciudadanos e i giornali tempestano Podemos e Iglesias perché decidano di astenersi, salvando la legislatura. Il 5 aprile El
Pais scrive che le elezioni gonfierebbero
le fila degli astenuti e rafforzerebbero il
Partito Popolare. Ma un sondaggio pubblicato nei giorni precedenti dava in calo
sia socialisti che popolari, con Podemos,
attaccato da tutti, che perderebbe quasi un quarto dei suoi elettori a favore di
Izquerdia Unida e di Ciudadanos. Le posizioni dei 4 partiti appaiono, tutte, in via
di ridefinizione. Giudadanos nel governo
con un programma che apra alle posizioni di Podemos? Podemos accolto nell’esecutivo e non costretto ad astenersi?
Oppure una coalizione nazionale, Partito
popolare, Psoe e Ciuadadanos? Tutto può
ancora accadere. (m.c.)
9 aprile 2016
© Nacho Goytre/Newzulu Ansa
SOCIALISTA E LIBERTARIA
LA BARCELLONA DI ADA COLAU
Parla l’alcaldessa degli Indignados: «Dobbiamo costruire un’altra
Europa, quella reale contro quella dei tecnocrati e dell’austerity”
Si dice “di sinistra” e dichiara “Barcellona città libera dal Ttip”
di Giacomo Russo Spena
D
iretta, schietta, immediata. Quando
parla, ci guarda fissa negli occhi. Non
abbassa mai lo sguardo, nemmeno alle
domande più scomode. Non sembra
conoscere il politichese né linguaggi
intellettualoidi. Ada Colau, 42 anni, viene dal
popolo: «Sono cresciuta in un quartiere povero
e fin da piccola mia madre mi portava alle manifestazioni durante la Transizione. Ho sempre
fatto politica in strada, mi sento un’attivista per i
diritti sociali». Dai movimenti di lotta per la casa
alle istituzioni: sindaca di Barcellona, dal giugno
2015. Il grande salto.
Ci accoglie nell’Ayuntamiento. Il Comune è un
palazzo stile barocco. Lo sfarzo. Ci sediamo su un
divano in una sala magnifica con affissi vari Mirò.
La sua stanza. «Era già così, non c’è niente di mio»
quasi si giustifica Colau, la quale ci indica una foto
sulla sua scrivania, «è l’unica cosa che ho scelto
e voluto». L’immagine ritrae l’anarchica antifranchista Federica Montseny. «Qualche giornalista
mi chiede se è mia nonna, figuriamoci!», sorride.
Si stempera la tensione. Una capacità innata di
creare empatia col prossimo. La pasionaria degli
Indignados. Nella conversazione ci impone di utilizzare il tu: «Ho sempre ammirato l’Italia.
9 aprile 2016
41
© Marti Garcia Muns/iStock
Il tuo è un governo di minoranza, con Barcelona en Comù hai ottenuto 11 consiglieri su 40, e
la maggioranza è 21. Quanto è complicato mediare, di volta in volta, con gli altri partiti?
Le maggioranze politiche le costruiamo in
base agli obiettivi e in questi giorni stiamo negoziando per poter ampliare il governo e approvare i bilanci. Certo, non è facile. L’aspetto
peggiore è dialogare con partiti che hanno decenni di esperienza nelle istituzioni e utilizzano “mezzucci” di ogni tipo: in pubblico affermano una cosa, in privato ne fanno un’altra.
Fanno i propri interessi non quelli di Barcellona. In questo clima, non è facile resistere e
siamo ancora lontani dalla costruzione di una
nuova egemonia. Però, Barcelona en Comù, facendo campagne sociali e ora dal governo, ha
già cambiato l’ordine del giorno e la storia della città: il contrasto alle ingiustizie sociali e alle
asimmetrie di potere si collocano come dorsali
dell’agenda politica. E ancora, il governo della città ha incoraggiato il dibattito e l’azione
contro la riapertura dei Cie; Barcellona si è dichiarata città ospitante e una base logistica di
accoglienza e sostegno per i rifugiati.
Da un punto di vista economico i municipi
sono stritolati dal Patto di Stabilità. Stai pen42
sando a delle formule per resistere ai diktat IL LIBRO
dell’Europa e ai paradigmi dell’austerity?
Devono esistere, per forza, ne va della vita del- Questa intervista di
la democrazia. Se questa è l’Europa, l’Europa è Giacomo Russo Spena
finita, non serve più. È stata fondata per uscire fa parte di un lavoro
dall’orrore del nazismo e della Seconda guerra più ampio. Il libro, che
mondiale, per dire: “mai più”. E adesso abbia- verrà pubblicato da
mo milioni di persone alle nostre frontiere che edizioni Alegre, è in
muoiono perché si bunkerizza. Questo ha a che lavorazione e vedrà la
fare con il tema del debito: l’Europa dei merca- stampa nelle prossime
ti si è imposta sull’Europa delle persone e sta settimane.
portando a una sofferenza ingiustificabile perché le risorse, in realtà, Ci sono già abbastanza
ci sono, ma sono gestite in modo informazioni per sapere
diseguale. Stiamo parlando di una che una parte del debito è
crisi globale dove c’è un vulnus di stata prodotta in maniera
democrazia, non è un discorso che illegittima. Io sono per
riguarda solo Barcellona, la Spagna l’audit, la rinegoziazione
del debito e per un esercizio
o l’Europa.
Ha mai pensato ad un audit sul de- diretto della sovranità
bito simile a quello creato da Rafael
Correa in Ecuador, il quale non ha pagato una
parte del debito considerandolo illegittimo?
Sì, è una strada percorribile. Ci sono già abbastanza informazioni per sapere che una parte
del debito è stata prodotta in maniera illegittima. Sono per l’audit, la rinegoziazione del debi-
9 aprile 2016
Barcellona, Spagna.
Un’immagine del centro
della capitale catalana
IL FILM
Per la regia di Pau Faus
e prodotto da Ventura
Durall, Nanouk Films
presenta Alcaldessa. Un
documentario che ha
seguito e immortalato,
passo passo, le orme
di Ada Colau nella
sua scalata alla guida
della capitale catalana:
a partire dall’inizio
della candidatura e fino
all’investitura di sindaco.
«Scoprirete le viscere
di una campagna elettorale», annunciano dalla
produzione del film. Ma
quella di Colau è innanzitutto una storia che,
secondo gli autori, si
legge come paradigma
dei cambiamenti politici
nel Sud d’Europa. La
pellicola sarà pubblicata a giugno 2016.
to e per un esercizio diretto della sovranità. Altro valori, priorità e pratiche. Nel Novecento ci sono
tassello fondamentale. Noi ad esempio ci siamo molti esempi da guardare con interesse: tra le
dichiarati “Barcellona città libera dal Ttip”, il tante cose, abbiamo avuto la prima donna minitrattato di libero commercio, perché pensiamo stra in Europa, l’anarchica Federica Montseny!.
che sia un attentato alla nostra sovranità. Ne va Cos’altro salvi del Novecento?
della nostra democrazia. In Europa dobbiamo Le grandi tradizioni: quella socialista e libertacostruire alleanze a partire dai movimenti, dal- ria. Barcellona, dai tempi della Guerra Civile,
le persone, dai municipi e dalle città, bisogna ha mantenuto un tessuto sociale ispirato a tali
ricostruire un’altra Europa, quella reale, contro culture. Non si tratta di buttare tutto nella spazquella dei tecnocrati e dell’austerity.
zatura ma di approfittare del buono degli insePer questo hai firmato il piano B di Yanis Va- gnamenti passati per non ripetere ciclicamente
roufakis? Credi veramente si possa cambiare gli stessi errori.
l’Europa da dentro senza fiTi definisci una persona di
nire stritolati da Bruxelles, Se sono populista?
sinistra?
come avvenuto in Grecia a Se fare le cose con la
Mi riconosco nei valori delgente, con la maggioranza
Tsipras?
la sinistra: nella Rivoluzione
La Grecia da sola era chiaro sociale è populista… però
Francese, nelle lotte operaie,
non potesse risolvere la situa- è un’accezione ben diversa nei movimenti sociali, nelle
zione. Ma il populismo xeno- dal populismo di destra
rivendicazioni femministe. Di
fobo, capeggiato da Marine alla Le Pen. Il punto
certo, non credo nei partiti di
Le Pen, è una falsa alternati- è organizzare il 99%,
sinistra maggioritari e socialva all’Europa del rigore: due per battere l’1
democratici degli ultimi quafacce della stessa medaglia.
ranta anni in Europa: sono
È l’Europa dell’austerità che sta generando e partiti di “sinistra” che hanno messo in pratica
rafforzando Le Pen. Quindi è necessario costru- le stesse politiche economiche della destra».
ire una terza via, partendo dal basso. Ci vorrà La dicotomia destra/sinistra è saltata a vantagtempo e non sarà facile. Però che alternativa gio del basso vs alto?
abbiamo? In Spagna soltanto grazie alla grande Senz’altro, il punto è organizzare il 99 per cento,
mobilitazione sociale che abbiamo vissuto con per sconfiggere l’1. È necessario tornare a dare
il 15M, le maree e adesso con questi movimenti significato reale a grandi parole come democrache sono anche istituzionali, si stanno evitando zia e diritti umani, termini diventati pura formaquei discorsi xenofobi, razzisti o pseudo-neo- lità nelle dichiarazioni istituzionali, senza alcun
fascisti che si stanno producendo da altre parti contenuto reale.
d’Europa. Ossia si vede come un’organizzazione Prima, quando parlavamo di neomunicipalisociale produce un’altra realtà e bisogna scom- smo, hai detto di guardare con interesse alle
mettere su questo e, come diceva Italo Calvino, ultime esperienze dell’America Latina. Ti defidargli tutto lo spazio possibile per dimostrare niresti “populista”, così come si considera Íñiche un’altra maniera di fare politica è possibile. go Errejón, numero 2 di Podemos?
Se non ci crediamo, di sicuro non avviene.
Hombre, mai mi sarei definita così!”. Credo fac«Se Podemos vuole vincere deve fare tutto il cia parte della provocazione di Podemos. Ho oricontrario di quello che hanno fatto le sinistre gini popolari e voglio mettere in pratica il camnel Novecento», ripete come un mantra Igle- biamento con il popolo. Ora se fare le cose con la
sias, aprendo a nuove forme di far politica e gente, con la maggioranza sociale è populista…
rompendo con le forme classiche dell’organiz- però è un’accezione ben diversa dal populismo
zazione. Qual è invece il tuo rapporto col seco- di destra alla Marine Le Pen.
Ultima domanda: i tuoi autori di riferimenlo passato?
Qui non sono d’accordo con Pablo. Bisogna par- to, quelli che più ti hanno formato con le loro
lare più di empatia, cooperazione, lavoro in rete. letture.
Preferisco la femminilizzazione della politica in- Sono molti, domanda difficile. Forse direi Albert
tesa non solamente come aumento delle donne Camus, Hannah Arendt, Antonio Gramsci, Danelle vita pubblica, ma come cambiamento di vid Harvey. E anche Simone de Beauvoir.
9 aprile 2016
43
LIBIA, IL BOOMERANG
DELL’ADDESTRAMENTO
L’Italia potrebbe mandare fino a 2500 uomini per “formare”
il nuovo esercito di Tripoli. Ma esperienze precedenti sono state
funeste. Lo dimostra un’inchiesta della magistratura siciliana
di Marina Pupella
F
ayez al Sarraj, primo ministro giorno un barcone si è guastato, li hanlibico, sostenuto dalla comuni- no soccorsi questi militari e li hanno
tà internazionale, si è insediato, accompagnati fino alle acque internabene o male, a Tripoli e subito zionali». La conversazione, intercettata
chiederà quello che il vertice dagli investigatori del Servizio centrale
Onu gli aveva promesso il 15 di marzo: operativo della Polizia di Stato, risale
aiuti alimentari e “addestratori” per il al primo agosto 2014, proprio il giorno
suo costituendo esercito e per le forze in cui la missione civile dell’Ue Eubam
di polizia, «500 dall’Italia e mille dalla Libya, progettata per prevenire il fenomeno migrazione costruendo il “livelGran Bretagna».
Purtroppo noi italiani qualche espe- lo operativo” delle unità del ministero
rienza con l’invio di “addestratori” in della Difesa libico, le guardie di frontieLibia l’abbiamo già fatta. Se n’è occu- ra e la guardia costiera libica, decide di
pata l’inchiesta giudiziaria “Glauco 2”, lasciare Tripoli per trasferirsi a Tunisi.
coordinata della procura di Palermo. L’ex colonia italiana è un inferno. TropL’operazione ha smantellato un’orga- po rischioso rimanere per il personanizzazione criminale transnazionale, le civile della missione (anche se ben
che negli ultimi anni
protetto), che fa armi e
monopolizzato Una rete
bagagli per riparare nelaveva
la vicina capitale tunisii flussi migratori verso di contrabbandieri,
na. Dove, anche lì, i tre
la Sicilia trasportando appoggiati da
funzionari, di cui uno
fino a 200mila persone. poliziotti e militari
italiano, inviati da BruUna rete di contrabban- corrotti, al punto
dieri, di smugglers, forti che un trafficante
xelles, sono costretti a
dell’appoggio di poli- confida: «I colleghi
chiudere «per un tempo
imprecisato» il profilo
ziotti e militari corrotti, sono tutti soldati»
al punto che da Tripoli
facebook. E il lavoro di
l’eritreo Medhanie Yehdego, sulla cui consulenza e formazione della dogana
testa pende un ordine di cattura inter- libica e della Guardia costiera si riduce
nazionale, può spingersi a confidare a a seminari e workshop organizzati al di
un suo complice: «I colleghi sono tutti fuori della Grande Giamahiria. Insomsoldati. Infatti, due volte sono stati fer- ma l’operazione che voleva formare
mati in mare dalle navi militari e sono personale libico in grado di contrastare
stati lasciati andare via pagando. Un il traffico di esseri umani, non ha fun44
9 aprile 2016
Militari libici
nel corso di una
cerimonia
di arruolamento
zionato visto anche il record di sbarchi
registrato nel 2014: 170mila migranti
sono giunti dalle coste nordafricane.
Di più, la missione internazionale, in
un contesto obiettivamente complesso
perché la Libia stava scivolando nella
guerra civile, ha rischiato di coprirsi di
ridicolo, quando la sua sede provvisoria, in un hotel del quartiere Al Andalus nella zona est di Tripoli, si trovava
a pochi metri dalla base operativa dai
boss del traffico di essere umani che
pianificano le rotte verso il nostro Paese. «Il problema di Eubam, per cui
non ha mai funzionato», spiega Mattia
Toaldo, esperto di crisi libica, «è che
era stata concepita come fosse una
missione di assistenza a un Paese europeo. Quindi costruzione delle capacità amministrative per l’agenzia delle
dogane, per la polizia di frontiera che,
per carità, era parte del problema. Ma
la questione dei confini libici riguarda
Ora lo dice anche un report
delle Nazioni Unite inviato al
Consiglio di sicurezza: l’embargo dei governi di Tobruk
e Tripoli è stato violato e
Paesi e imprese private hanno venduto armi ed equipaggiamenti militari alle
parti in conflitto, che vanno
così ad aggiungersi agli
arsenali fuori controllo del
vecchio regime di Gheddafi. Dall’Egitto sarebbero
arrivati elicotteri destinati al
governo di Tobruk, mentre
a Tripoli sarebbero giunte
armi leggere partite dalla
Turchia, ma i “contributori”
privati spaziano dagli Usa
all’Ucraina passando anche
per un soggetto italiano.
Scambiate con petrolio e
somme di denaro, le armi
(mitragliatrici pesanti,
lancia-granate, lanciarazzi
contro-carro) sono finite
anche nelle mani di milizie
e piccoli gruppi di “ribelli”
che controllano porzioni di
territorio, costituendo un ulteriore pericolo nel caso di
un intervento delle forze internazionali a supporto del
neonato governo libico. In
particolare, il timore è legato alla presenza sul campo
di armi chimiche e sistemi
missilistici contraerei.
sia l’aspetto militare sia quello politico, complessivo impegno nazionale in tenel senso che la maggior parte delle atro libico, comprensivo sia della mispopolazioni di confine, soprattutto al sione Ue sia della Missione bilaterale
Sud, come i tuareg e i tebu, vivono da di assistenza e formazione (Mibil); più
una parte e dall’altra del Paese. Quindi, di 5 milioni sono andati alla Guardia
se si dovesse ripartire con una nuova di finanza per garantire la manutenzione delle sei motoveiniziativa, bisognerà fare
dette, cedute nel 2010 a
una trattativa vera con Mogherini
Gheddafi, e per l’addequesti popoli perché si- ha annunciato
ano integrati nella difesa il rinnovo di Eubam. stramento della guardia
delle frontiere». Quali sa- Ma alla vecchia
costiera libica, 178 mila
ranno ora i nuovi scenari missione Palazzo
euro alla Polizia di Stato. Missioni costose, coresta tutta da vedere. In- Chigi aveva già
munque pericolose per
tanto, l’Alto rappresen- destinato in 2 anni
“gli addestratori” e che
tante dell’Unione euro- 18 milioni di euro
rischiano di diventare un
pea Federica Mogherini
ha annunciato che Eubam verrà rinno- boomerang. Come è successo spesso,
vata. Ma Palazzo Chigi aveva già desti- d’altra parte, anche agli americani in
nato alla vecchia missione parecchie Afghanistan e in Iraq. È da sperare che i
risorse, autorizzando finanziamenti decisori, prima di inviare altri uomini e
per oltre 18 milioni di euro in due anni. di investire altri fondi, leggano almeno
La fetta più grossa, quasi 13 milioni, è le carte delle inchieste della magistraservita per coprire le spese militari del tura italiana.
9 aprile 2016
45
© Epa Ansa
IL BUSINESS
DELLE ARMI
NON SI FERMA
TRA SANDERS E TRUMP
L’AMERICA CHE NON VUOLE IL TTIP
Quando parlano nelle ex città industriali, i candidati giurano
che riapriranno le fabbriche e fermeranno l’afflusso di merci cinesi
a poco prezzo. E hanno seguito alle primarie anche per questo
© Pawel Gaul/iStock
di Martino Mazzonis
46
9 aprile 2016
«S
ono qui perché da 30 anni canto
della differenza che c’è tra l’American Dream e la vita reale. Quella
differenza l’ho vista mentre crescevo con i miei genitori operai
del New Jersey e in mille altri posti. A volte la differenza tra ricchi e poveri si riduce. Negli anni 60
è successo. Ma la differenza tra quei momenti alti
e la vita di tutti i giorni è grande e voi questo lo
sapete, lo sappiamo tutti». A parlare a 3mila persone assiepate nella palestra di una scuola è Bruce Springsteen. Siamo nel 2012 a Parma, in Ohio,
e il pubblico accorso ad ascoltare lui e l’ex presidente Clinton che fanno campagna per Obama
è composto di omoni vestiti con pesanti felpo-
ne grigie con il cappuccio, signore corpulente,
cappellini e giacche di pelle, jeans. La folla che
ha fatto ore di coda per entrare è la middle class
operaia che quando era giovane si innamorava
con le ballate del Boss e ascoltava “Born to Run”
in macchina con la cassetta di Budweiser nel sedile del passeggero. Le canzoni del boss parlano
di loro. C’era una ragione per cui in Ohio i democratici mandavano Springsteen e Bill Clinton
e non Obama: la middle class bianca della Rust
Belt, la cintura della ruggine industriale d’America è il tallone d’Achille del partito. E, per parlarci,
serve un campione assoluto come Springsteen e
l’ultimo presidente che è riuscito a farsi votare in
massa dagli operai bianchi.
9 aprile 2016
47
© Tannen Maury/Epa Ansa - Keith Srakocic/Ap Photo
Quattro anni dopo il mondo è cambiato ed è identico: i candidati alle primarie parlano molto a
quella gente che si sente dimenticata. E la working
class sembra rispondere. A rivolgersi con le parole
giuste a queste persone, in Ohio, Wisconsin (dove
si vota per le primarie mentre andiamo in stampa),
Michigan, Indiana, Minnesota, Pennsylvania sono
Bernie Sanders e Donald Trump con i loro strali
contro il commercio internazionale. «Ci riprenderemo i nostri posti di lavoro dalla Cina e da tutti
gli altri Paesi», è una frase che il miliardario newyorchese ripete in ogni comizio. Quanto a Sanders,
ci tiene a ricordare che lui è sempre stato contro i
trattati commerciali «pensati per le corporation»,
non come la Clinton, che su questo insegue.
I due outsider delle primarie di entrambi i partiti hanno vinto in molti Stati della Rust Belt o in
quelli con un elettorato simile dal punto di vista
demografico: poche minoranze, molti lavoratori
ed ex lavoratori industriali - o un passato da Stato industriale che mantiene quella cultura pur
in un mondo radicalmente mutato. I temi sono i
medesimi, l’esportazione di posti di lavoro verso
la Cina e il Messico, la necessità di introdurre regole o dazi, ma la posizione camUn sondaggio Bloomberg della
bia a seconda del pulpito. Trump In Ohio, Michigan,
fa sfoggio di posizioni isolazio- Minnesota, Wisconsin fine di marzo poneva agli intervistati alcune domande sul comniste e protezioniste, promet- i posti di lavoro
mercio internazionale: il 65% è
tendo di mettere in riga la Cina e industriali persi
favorevole a misure protezioniste
gli altri Paesi che manipolano le in 30 anni sono
valute; e sa bene che affrontando un’enormità. E parlar per evitare le importazioni di beni
tali temi tocca un nervo scoperto male della Cina
prodotti all’estero, il 44% ritiene
in quel grande bacino di pubbli- è un ottimo biglietto
che i Trattati internazionali come
co che sono i bianchi lavoratori da visita elettorale
il Nafta siano stati un male per gli
ed ex lavoratori industriali che
Stati Uniti e l’82% sarebbe dispohanno visto scomparire le fabbriche. Bernie San- sto a pagare qualcosa in più per comprare merci
ders usa un tono più serio, ma sempre populi- Made in America, percentuale che resta altissima,
sta, ricordando come gli accordi di commercio il 75% anche tra coloro che hanno redditi bassi. A
internazionale abbiano danneggiato il lavoro e queste domande - fatto raro - democratici e repubcontratto occupazione, produzione e livelli del blicani rispondono allo stesso modo. Un sondagreddito. Né dimentica di citare i danni prodot- gio Gallup sostiene invece che solo una minoranza
ti all’ambiente, negli Stati Uniti e nel mondo. Su del 34% sarebbe contraria ai trattati commerciali.
Trans-Pacific partnership (Tpp) e Transatlantic Il punto, dice Gallup, sta tutto nel modo in cui si
trade and investment partnership (Ttip), i tratta- pone la domanda. Quale che sia la verità - ma il
ti commerciali con Asia ed Europa in discussione sondaggio di Bloomberg è più collegato alla scelte
in questi mesi, anche Hillary Clinton ha preso le politiche e meno generico e, perciò, più interesdistanze dall’amministrazione Obama, ed è sta- sante dal nostro punto di vista - resta una forte opto forse l’unico strappo di una campagna che per posizione ai trattati commerciali. Che poi la fuga
il resto tende ad indentificarsi con il presidente. dalle fabbriche possa non essere stata determinaIl senatore del Texas Ted Cruz è meno netto, ma ta dai trattati ma magari dal modello organizzativo
anche lui insiste sulla necessità di far tornare po- dei grandi gruppi industriali su cui gli accordi sono
sti di lavoro in America. Insomma la verità è che i stati modellati, è un’altra questione.
trattati commerciali non sono popolari.
Resta che Ttip e Ttp non sono popolari tra gli ame48
9 aprile 2016
Commercio
e cintura
della ruggine
Davvero il commercio
internazionale fa perdere posti di lavoro in
America? L’Economic
policy institute, thinktank progressista,
pensa di sì. In un rapporto sul 2015 calcola
che il (cronico) deficit
commerciale con
gli 11 Paesi asiatici
coinvolti nel Ttp abbia
determinato la perdita
di più di un milione
di posti di lavoro nel
settore maufatturiero.
Gli Stati più colpiti
sono Michigan, Indiana, Ohio e Kentucky.
In questi Stati, dove
si è votato, Trump e
Sanders hanno vinto o
avuto comunque ottimi
risultati.
© Pawel Gaul/iStock
Il lavoro industriale
è il migliore che un
lavoratore bianco senza
studi superiori possa
trovare: si guadagnano
circa 7 dollari in più l’ora
rispetto alla media. Ma è
anche il più colpito da crisi
e apertura delle frontiere
ricani. Non tra quelli di sinistra e fra
i giovani, anche per ragioni ideologiche, non tra gli operai sindacalizzati
che hanno dovuto accettare peggiori
condizioni di lavoro.
I numeri danno loro ragione: uno
studio di economisti della Università
di Chicago e del Massachusetts Institute of Technology parla di almeno
due milioni di posti di lavoro persi
nel manifatturiero tra il 1999 - nel 2001 la Cina
entra nel Wto - e il 2011. Un altro studio conta 3,5
milioni di posti di lavoro persi a partire dall’entrata in vigore del Nafta, il trattato dell’America del
Nord. L’altro aspetto centrale è quello dei salari:
gli ex lavoratori dell’industria sono stati, a questo
punto, riassorbiti dal settore dei servizi non qualificati e del commercio. La differenza è che, oggi,
un lavoratore industriale senza qualifica e senza
diploma superiore guadagna in media 25 dollari,
il suo equivalente nei servizi ne guadagna 18. Per
la middle class bianca che non ha studiato, insomma, il commercio internazionale che ha fatto
chiudere le fabbriche appare come il male assoluto, anche se i fattori della trasformazione economica sono stati molti e non solo quelli legati al trasferimento di produzioni all’estero. Un numero:
dalla crisi del 2008 alla fine del 2015 la produzione
industriale Usa è cresciuta intorno al 20%, ma la
forza lavoro nel settore solo del 5%. Il re-shoring,
ovvero il ritorno di alcune produzioni industriali
negli Usa, è anche figlio dell’automazione e, dunque, trattati o non trattati difficilmente le città industriali della cintura della ruggine torneranno a
essere company town che fioriscono intorno a una
o due fabbriche. La stessa Detroit, capitale dell’industria d’America, resta decadente e vuota (come
si vede in un paio di foto in queste pagine), nonostante l’industria dell’auto goda di salute assai migliore che non nel 2008.
In campagna elettorale però le analisi razionali non sono il piatto forte: la politica, oggi, parla
alla pancia, fotografa un fenomeno reale e fornisce delle risposte che piacciano a chi ascolta.
Così tre candidati su quattro, tra quelli in testa alle
primarie, tendono a schierarsi contro i trattati di
commercio. Con ragione magari, ma facendo promesse un po’ esagerate: le guerre commerciali di
Trump danneggerebbero l’economia Usa, ripensare il commercio globale, come chiede Sanders,
avrebbe invece senso se non fosse scelta unilaterale. Il risultato dei mal di pancia della classe
operaia americana potrebbe essere comunque
singolare: potrebbero essere gli elettori americani
a bocciare indirettamente quel Ttip di cui ci preoccupiamo molto in Europa.
9 aprile 2016
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Copia del 14 ° secolo di una mappa della Sicilia disegnata nel 1154 dal geografo arabo Muhammad al-Idrisi. © Bodleian Biblioteche, Università di Oxford
La Sicilia, dai fenici,
agli arabi, ai Normanni
Fenici, greci, romani, bizantini, arabi
e normanni si sono alternati in Sicilia
nell’arco di oltre 4mila anni «creando
un’identità culturale diversa da qualsiasi altra», dicono i curatori della mostra Sicily: Culture and Conquest che si
apre il 21 aprile al British Museum di
Londra. Un percorso espositivo che,
fino al 14 agosto, ripercorre la storia
millenaria dell’isola, attraverso 200
opere d’arte e reperti. Con interessanti
finestre di approfondimento e incontri con studiosi ed esperti. Al centro del
ciclo di conferenze collaterali dal titolo
9 aprile 2016
Multicultural Sicily c’è il ruolo centrale della Sicilia nel Mediterraneo e il suo
strettissimo rapporto con il mondo
arabo e islamico. s. m
In foto: Mappa della Sicilia, copia di
un originale del XVI secolo. Courtesy
British Museum.
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52
9 aprile 2016
Shakespeare
sulle rotte dei migranti
La tempesta racconta di viaggi per mare, con la speranza di rifarsi
una vita. «Ma anche della scoperta di un nuovo mondo come
dimensione interiore», scrive Fusini in Vivere nella tempesta
di Simona Maggiorelli
a tempesta assomiglia ad una conchiglia», annota Nadia Fusini nel suo nuovo libro Vivere nella
tempesta. «La conchiglia è questa strana forma
in cui si sentono rumori se l’avvicini all’orecchio,
come fanno i bambini. Dentro questo testo di
Shakespeare, così bello e ricco, si sente il rumore
del mare, ma anche quello dei propri pensieri.
Nella mia lettura - dice l’anglista e scrittrice - La
tempesta è un libro che aiuta a conoscere se stessi, che ci porta in profondità». Certo, è la storia
di un viaggio nella burrasca, di uno scampato
naufragio. Ed è vero che è stata vista come una
risposta di Shakespeare ai meravigliosi racconti
di navigazione verso l’America. «Ma è anche vero
che ci si sente dentro il fluire dei pensieri, delle
emozioni, il nostro vissuto interiore. Ecco perché sono arrivata a pensare alla Tempesta come a
una conchiglia: la porto all’orecchio e ci sento
il suono della vita».
Come lavora Shakespeare che qui non attinge a una fonte letteraria, ma alle cronache del suo tempo? «Il nucleo di pensieri
di questo testo esisterebbe lo stesso
anche senza questa realissima avventura, che
infiammò la fantasia di Shakespeare», scrive
Fusini in questo denso saggio pubblicato da Einaudi che sarà presentato il 21 aprile al Teatro
Argentina a Roma. «Può sembrare una contraddizione - risponde la studiosa -. È vero, il testo
shakespeariano è stato messo in relazione con la
scoperta dell’America, ma io non credo che sia
la trascrizione dei fatti. Perciò dico che La tempesta esisterebbe anche senza la scoperta del
Nuovo Mondo». La letteratura critica rileva che
la storia raccontata da Shakespeare in questa
commedia del 1611 echeggia l’avventura atlantica di sir Thomas Gates, anche se l’isola della
Tempesta spunta nel bel mezzo del Mediterraneo. Ma anche quelle di Hawkins che fondò la
prima colonia in Virginia e più ancora le grandi avventure oceaniche di Raleigh. Accadeva in
una congiuntura drammatica quando migliaia
di diseredati inglesi si misero per mare sperando di potersi fare Oltreoceano una vita migliore.
«A questo riguardo c’era una grande eccitazione
all’inizio del ‘600 in Inghilterra come nel resto
9 aprile 2016
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John William Waterhouse,
Wind flowers (1903). A destra,
nella copertina del libro Vivere
nella tempesta (Einaudi) di
Nadia Fusini un suo ritratto
immaginario di Miranda. Nella
pagina precedente in apertura
un quadro di William Turner
Scialuppa di salvataggio
conosceva un po’ l’italiano. Era amico dell’umanista Giovanni Florio, che lavorava in Inghilterra». Potremmo azzardare che Prospero rappresenti Shakespeare stesso? «È il mago che riesce a
fermare le intemperie, è colui che fa credere che
questa nave sia affondata mentre tutti sbarcano
sull’isola. C’è intorno alla sua figura un’aura magica, legata alla sua conoscenza di testi esoterici. A volte nella mia testa la figura di Prospero si
fonde con quella di Giordano Bruno, anche lui
esule ed esperto della tradizione ermetica. Ma
Prospero è anche il regista, su quest’isola mette
in scena, fa teatro. La sua magia è la lingua poetica. Dunque è anche Shakespeare che si diverte
a prendere congedo da noi identificandosi con
questa figura». La sua speciale ribalta è quest’isola che ci appare come una pietra preziosa in
un mare d’argento. Shakespeare ne fa il regno
del favoloso dove l’immaginazione trionfa.
«Sull’isola nessuno annega, nessuno muore, ma
tutto si trasforma e diventa più ricco e più strano, come ci dicono gli splendidi versi della canzone di Ariel: “... Nothing of him that doth fade/
But doth suffer a sea change /Into something rich
and strange…tutto ciò che di lui (il padre) deve
marcire/ dal mare vien così trasformato in qualche cosa di raro e pregiato... ».
In questo scenario dove avvengono continue
metamorfosi, dove tutto è giocato sul filo fra visibile e invisibile, fra sogno e realtà,
del mondo. C’era una spinta ad «Brave new world»,
che significato assumono le paabitare altre terre. Ma anche a esclama entusiasta
role di Prospero «noi siamo fatti
colonizzare». Deportando gente Miranda alla vista
della stessa sostanza dei sogni»?
emarginata e persino bambini. dei naufraghi che le
«La vita è sogno è la grande metafora di Shakespeare. Ma anche di
Un lumpen proletariat da sfrut- sembrano bellissimi.
tare nell’ottica di un’economia È vitale, curiosa,
Cervantes», afferma Fusini. «La
già globale, evocato da Shake- spontanea, ha una
tempesta ci parla di una dimensione della vita che ha a che fare
speare attraverso le figure di innata disponibilità
con l’immaginazione, con fantaStephano e Trinculo. «Ma a ben verso l’altro, lo
vedere - precisa la traduttrice e sconosciuto
sie che nascono in rapporto con
autrice di numerosi saggi sull’ola realtà, ma non sono la realtà.
pera del Bardo - La tempesta racconta avventure L’uomo vive in un mondo di immagini, dice Shadella mente e non certo di navigazione». Incu- kespeare. Di più. Dice che noi siamo fatti della
rante degli apocalittici sermoni cristiani, William stessa stoffa dei sogni, che la nostra quotidianità
Shakespeare le immaginò senza finale tragico e non si riduce alla razionalità. Ognuno di noi lo sa,
affidò il ruolo di sommo regista a Prospero, deus la nostra vita sarebbe ben poca se non avessimo
ex machina della commedia che con le sue arti una capacità di immaginare, anche una diversa
magiche riesce a placare la tempesta. Chi c’è realtà. È una dimensione interna, non c’è solo la
dietro questo magnetico personaggio? «Molto realtà nuda e cruda. L’essere umano è fatto, molbella e significativa a mio avviso - dice Fusini - è tissimo, di ciò che desidera, di ciò che ha perduto
la scelta di questo nome, Prospero. Shakespeare ma torna come memoria.; di immagini che sono
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9 aprile 2016
rimaste nella nostra mente. È sogno? Realtà? È
qualcosa che sta a metà, il nostro vivere è fatto
anche di ciò che immaginiamo, che temiamo,
che amiamo, delle nostre trepidazioni, emozioni,
passioni, che sono concretamente qui».
Questo maturo testo di Shakespeare chiede un
lettore non inerte, ma disposto a lasciarsi andare
al rapporto e alla fantasia. Per raccontare questa particolare dimensione di intimità in questo
suo nuovo saggio Nadia Fusini evoca la favola
mmaginate di vedere gli stranieri derelitti, coi
di Amore con Psiche, dove chi legge è Psiche e si
bambini in spalla, e i poveri bagagli, arrancare
arrende ad Amore nel buio. «Di fronte a ciò che
verso i porti e le coste in cerca di trasporto», scrila ragione non comprende capita spesso che la
veva Shakespeare nel suo ultimo testo, mai rappresenmente si arrenda al fervore della fantasia. Lo facciamo tutti i giorni senza rendercene conto», aptato. Si tratta dell’incompiuto Sir Thomas More. Questi
profondisce la scrittrice. «Gran parte della cose
versi di grande attualità sono tornati alla ribalta quanche ci accadono nella vita non le dominiamo noi,
do la British Library ha digitalizzato e messo online 300
ma ci lasciamo andare e molto riceviamo di inatmanoscritti del poeta di Stratford-upon-Avon, (aprile
teso, di insperato, di non conosciuto. La lettura è
1564 - 23 aprile 1616) di cui ricorrono i 400 anni dalla
questa grandissima avventura».
morte. Per questa occasione sono centinaia le iniziative
Una dimensione di apertura e di scoperta innerin tutto il mondo. A cominciare dal Globe Theatre che
va La tempesta shakespeariana, ma in particolafu il teatro di Shakespeare. In Italia, Nexo Digital porta
re un personaggio, quello della giovane e vitale
nelle sale il 19 e il 20 aprile l’Amleto prodotto dal NatioMiranda che alla vista dello sconosciuto, Ferdinal Theatre Live, con Benedict Cumberbatch protagonand, risponde con la meraviglia negli occhi. E
nista (in foto). Mentre Radio3 propone decine di approdi fronte agli scampati naufraghi dice entusiasta:
fondimenti riascoltabili e caricabili in podcast.
«Brave new world».
«Miranda esprime così la sua sorpresa davanti
a questi uomini. È curiosa, spontanea, è una
ragazza “selvaggia” che ha coperché gagliarde. Nel testo è
nosciuto solo suo padre Pro- Chi è Prospero che
riferito a ciò che lei vede e che
spero», commenta Fusini: «ha ferma la tempesta?
non ha mai visto prima». La
una “better nature”, un’innata È il mago, il regista,
disponibilità verso l’altro, che la sua magia è la
scoperta del Nuovo Mondo qui
esprime davanti a questi nau- lingua poetica.
può essere letta anche come
fraghi che arrivano in scena tut- Dunque è anche
un’allusione alla scoperta di un
ti agghindati». Anche in questo Shakespeare che si
più vasto mondo interiore? «Sì,
caso Shakespeare non si pre- diverte a prendere
ciò che si scopre nella Tempesta
occupa della verosimiglianza. congedo da noi
è proprio il mondo interiore»,
«Due volte chiede Prospero ad identificandosi con
ribadisce la studiosa. «Una dimensione che emerge quando
Ariele: “sono tutti ben messi?”. questo personaggio
Prospero rinuncia alla vendetDettaglio irrealistico perché se
hanno affrontato il naufragio dovrebbero esse- ta. All’inizio lui si vuole vendicare del fratello,
re tutti bagnati», nota Fusini. «Miranda li vede Antonio, che l’ha spodestato dal Ducato e del
NADIA FUSINI
così belli da esclamare: “Brave new world”. An- suo alleato, il re di Napoli. Alla fine però deVIVERE NELLA TEMPESTA
che se questi, a ben vedere, sono arrivati dal cide di interrompere la catena della violenza.
vecchio mondo. “Brave” è un aggettivo molto Ciò che domina nella Tempesta è il sentimendifficile da tradurre. Aldous Huxley prese l’e- to dell’altro. Prospero non vuole vendetta ma
spressione così com’è facendone il titolo del vuole riconciliarsi, fare sì che chi lo ha attacsuo celebre libro. “Brave” vuol dire animato, cato si ravveda; lui non vuole nulla, solo che
coraggioso, si dice di persone che sono belle capiscano quello che hanno fatto».
Amleto al cinema per i 400
anni dalla morte del Bardo
«I
Nadia Fusini insegna Letteratura inglese presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. È saggista, traduttrice e autrice di romanzi. Ha commentato e tradotto fra gli altri Virginia Woolf,
Samuel Beckett e Shakespeare. I suoi ultimi
libri sono La figlia del sole (2012) e Hannah e
le altre (Einaudi 2013).
«Da anni vivo nella Tempesta di Shakespeare, la leggo,
la rileggo. Passano gli anni e io sono qui, immersa in
quel che significano la tempesta e il mare e il naufragio
e la salvezza in Shakespeare. E nel tempo osservo
che il fatto stesso di esistere ci espone alla tempesta.
C’è un che di “tempestoso” nella vita di tutti».
VIVERE NELLA TEMPESTA
Un libro può essere come una conchiglia che accosti
all’orecchio e vi senti riecheggiare pensieri ed emozioni.
Può essere un amico del cuore che ti accompagna
e sostiene nell’atto quotidiano del vivere.
La Tempesta di Shakespeare, con i suoi racconti
di isole, mari e naufragi, con Caliban la bestia
che spaventa e Miranda la fanciulla bella e innocente,
è per Nadia Fusini una conchiglia piena di voci
e suoni, un testo parlante che può aiutare chi lo sappia
ascoltare a prendere coscienza delle grandi e piccole
tempeste della vita quotidiana e a riconoscere,
della vita, il dono e la meraviglia.
FUSINI
go dove si rimette in scena il delirio del
potere, dove vivere si presenta insieme
come una rinascita – e una ripetizione – e
dove tutto volge verso la commedia. La
commedia della vita umana. E se in questo suo ultimo dramma Shakespeare sceglie di volgere la trama verso uno scioglimento comico è appunto perché sceglie la
vita e con essa non tanto il terrore, ma la
pietà, la meraviglia della pietà.
Questo nuovo libro di Nadia Fusini è
una lettura emozionante e una libera riscrittura della Tempesta e insieme un invito a riflettere su quel che significa l’atto
di vivere; e cioè, essere coscienti e vigili
di fronte alle piccole e grandi tempeste
della vita quotidiana. Per poi della vita
riconoscere il dono, la meraviglia.
Nadia Fusini, saggista, traduttrice, narratrice, ha commentato
e tradotto, fra gli altri, Virginia Woolf, Samuel Beckett e Shakespeare.
Nelle Frontiere Einaudi ha pubblicato Hannah e le altre (2013).
Quando prendi una conchiglia, una di
quelle grandi, arcaiche, fatte a spirale, e
l’accosti all’orecchio, sai che puoi udire
un fruscío, un rumore. Sai che puoi sentire il vento e il suono della vita. Come fosse una conchiglia, dopo averlo assaporato
con gli occhi, puoi accostare all’orecchio
anche un libro e sentirvi riecheggiare i
suoni, i pensieri, le emozioni, la voce dei
sentimenti. Con gli occhi leggi, con le
orecchie ascolti e ti ritrovi in un mondo
di visioni interiori. Con gli occhi leggi
e con le orecchie cogli le inaudite corrispondenze fra te e il testo, fra il testo e la
vita e capisci che c’è sempre dell’altro da
vedere e udire. C’è qualcosa di misterioso, affascinante, spirituale, che va oltre
la pagina. Questo accade al lettore che
legge non solo per distrarsi, ma anche,
e soprattutto, per «centrarsi». Questo
accade agli autori che leggono per, a loro
volta, creare.
La Tempesta di Shakespeare è la conchiglia di questo libro di tempeste, in cui
si narra di navi, isole, viaggi e naufragi,
e mari e oceani, dell’incontro con lo sconosciuto, il selvaggio, il diverso. Nella
Tempesta di Shakespeare c’è la Mirabilis
Miranda, la Bella che ci attrae; e c’è la
Bestia Caliban che ci fa paura. Assistendo alla commedia, o leggendola e rileggendola, viviamo il rischio del naufragio
e siamo premiati col dono della salvezza,
patiamo la colpa e riconosciamo il debito,
e con esso la logica della punizione e la
gratuità del perdono. L’isola è infatti il
luogo del salvataggio ma è anche il luo-
ISBN 978-88-06-22595-7
m 18,50
9 788806 225957
COP_fusini_tempesta.indd 1
EINAUDI
In sopracoperta: John William Waterhouse, Miranda, olio su
tela, 1916. Collezione privata. (Foto © The Maas Gallery,
London / Bridgeman Images / Mondadori Portfolio).
27/01/16 10:4
9 aprile 2016
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Un domani da incubo
così simile al presente
Da Valerio Evangelisti, che immagina la fine della sinistra distrutta
dalle bugie delle guerre umanitarie, agli zombi digitali di Luigi Milani.
Viaggio nel futuro immagiato dagli scrittori italiani di fantascienza
di Francesco Gatti
l futuro dell’Italia? I nostri scrittori di
fantascienza lo conoscono già: saremo
coinvolti in guerre, divisi in staterelli,
in mano a politici irresponsabili. Così,
ossessionati dalla sicurezza, in balia
dell’intolleranza, ipercontrollati dalle
autorità con la tecnologia, in preda a
droghe, perderemo il sonno, per poi magari venire sommersi dalle acque o devastati da un terremoto. Il filone narrativo
prevalente da noi è quello della distopia,
il contrario dell’utopia, che immagina
società future da incubo, come Orwell in
1984 o Ray Bradbury in Fahrenheit 451.
Molti dei narratori che amano indagare
su cosa accadrà preferiscono spegnere la
luce e immergersi in incubi piuttosto che
accendere un faro. Nel loro futuro staremo male. Il capofila del genere, Valerio
Evangelisti, alle prese con un nuovo romanzo della saga di Eymerich, è tra i più
pessimisti. In molti suoi libri l’Europa è
coinvolta in guerre interminabili. «Questi “incubi” nacquero in me durante il
conflitto nella ex Jugoslavia. Si legittimò
la guerra con vari aggettivi: “umanitaria”,
‘democratica’, ‘preventiva’. Lì la Sinistra
perse». Ma il campo di battaglia è anche
mentale. Il romanzo Nel posto sbagliato
di Luca Poldelmengo (E/O, 2014) ipotizza che i cittadini, «in cambio di un’illusoria promessa di sicurezza» vengano
56
usati «alla stregua di tante telecamere tre a un’Italia secessionista del
di sorveglianza inconsapevoli». E San- Nord. Anche Alberto Costantini
dro Battisti, il più recente Premio Urania vede il Paese a brandelli con un
(L’impero restaurato, 2015), descrive un «Veneto agganciato a una Ger«controllo sempre più massivo sui nostri mania molto inquietante». Nel suo
gesti, una mappatura che i poteri totali- universo letterario «la Serenissima
tari hanno sempre sognato». Colpa della sopravvive oltre la data di scadenza»
tecnologia e di Internet,
e il Risorgimento non
vero cavallo di Troia della Racconta una
c’è mai stato. Del resto
faccenda. Sorvegliati, mo- capitale che non si
non fu proprio lui in Stella
nitorati, sempre. «Dove ferma mai il nuovo
cadente (2006) a far scofinisce il presente e inizia libro, in uscita, di
prire a Dante Alighieri un
il futuro?» ci chiede l’au- Francesco Troccoli. Ufo, e ne Le astronavi di
tore. Il domani è fosco an- Con cui lo scrittore
Cesare (Gilgamesh, 2015)
che quando la distopia si romano conclude
a far resuscitare nel futumescola all’ucronia, nar- la trilogia intitolata
ro il grande condottiero?
razione alternativa della Universo insonne
Giampietro Stocco, che
realtà dopo che un evenin Nero italiano (Frilli,
to ne ha modificato il corso. Se Philip K. 2003) fece arrivare il regime fascista fino
Dick ne La svastica sul sole fa vincere ai al 1975, si aspetta «distopicamente il
nazisti la guerra mondiale, Donato Al- peggio dall’Italia, un paese esasperato e
tomare, nel Dono di Svet (Urania, 2008) ignorante» con intolleranza e indifferenfa esplodere la storica crisi dei missili di za montanti. E ucronicamente? «Sarebbe
Cuba nel 1962 col bombardamento so- curioso immaginarsi un’Italia in cui non
vietico a sorpresa degli Usa e un’invasio- avesse vinto Renzi e Bersani fosse andato
ne. Dopo il recente Tempospirale (Fra- avanti col beneplacito del M5S». In quali
tini, 2015) l’autore riprenderà la storia città migliorate o piuttosto degradate viper farne una trilogia per i tipi di Psiche vrà la nostra società? Laura Iuorio, autrice
e Aurora. Nel suo assetto politico modi- di saghe fantasy (Eldowin) e noir futurificato, nella sua geopolitica distorta, la stiche (Trilogia del Sicario), il cui ultimo
penisola è frammentata e rispuntano il lavoro è sul cyber bullismo (Sono ancora
Regno di Sicilia e quello di Sardegna, ol- qui, EL, 2015), si augura che Milano «con9 aprile 2016
o
stic
©
Illu
stra
e
zion
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Pro
onio
A nt
tinui a farsi
bella anche adesso che l’Expo ha chiuso.
Spero che si lancerà sempre di più nel futuro senza rinunciare all’estetica». Nello
stesso luogo, ma in un universo più acido,
raccolto in Cronache di Mondo9 (Urania,
Millemondi, 2015), Dario Tonani descrive
una capitale della moda al collasso: sanitario, ambientale, delle coscienze, a causa di una droga per via retinica che infesta la realtà di cartoni animati. Anche alle
città senza nome, come quella imprecisata di Francesco Verso in Livido (DelosBooks, 2013), non va meglio: l’immondizia
è dovunque e i riciclatori rovistano senza
sosta. A Roma
Tommaso Pincio
(Cinacittà, Einaudi, 2008) fa
vivere solo cinesi, gli unici che sembrano adattarsi ai cambiamenti climatici,
mentre Francesco Troccoli, che sta per
uscire con il terzo e conclusivo romanzo
del ciclo dell’Universo insonne (Mondi
senza tempo, Delos Books), racconta una
capitale che «non si ferma mai», dove la
luce è subito intensa fin dal mattino. «Sei
nel pieno della notte e bam! Arriva il giorno». E dove la gente è tanto «presa dalle
sue faccende» da aver perso la capacità
di dormire e sognare. Alberto Cola, che
tornerà in libreria con Asad e il segreto
9 aprile 2016
dell’acqua (Piemme), ugualmente non intuisce niente di
positivo sul Tevere. «L’arte
verrà distribuita in cambio di un po’ di ossigeno
mentre la terra verrà
usata come cimitero.
E Roma, il baluardo
religioso
dell’Occidente, si trasformerà
in una voragine che
sul proprio bordo
vedrà crescere culti alternativi». Luigi
Milani, che da poco
ha pubblicato Un
altro futuro (Scudo,
2016), pur avendo
scritto di una catastrofe ambientale ne
L’altra apocalisse, ambientato a Roma, vuole
immaginare per la sua
città «una valorizzazione
dei parchi, una riduzione
dell’immane flusso di auto,
sostituite da micro vetture a
guida automatica», in un contesto positivamente multietnico.
L’unico brivido lo daranno semmai
gli «zombi digitali», ossia «quelle persone che si aggirano per le strade di tutti
i centri urbani, intenti a digitare compulsivamente su touch screen sempre
più grandi». Ma questo sinistro futuro a
noi è già noto. L’Italia vista dagli scrittori di fantascienza, tranne poche eccezioni, non sembra un bel posto, «vittima consapevole - scrive Evangelisti
- di un’opera di spoliazione, legata alle
dinamiche del mondialismo e dell’integrazione neoliberista». In fondo perché
non dovrebbe essere così? Il pericolo,
come spesso accade, proviene da noi
e dalla pancia della nostra società, dai
dubbi e dalle paranoie che già oggi abbiamo e che profetizziamo moltiplicati
in un duemila o tremila qualcosa. Gli
alieni scarseggiano, le invasioni spaziali
sembrano rimandate, i robot e i mutanti forse avevano da fare.
57
Oltre il confine
del rischio
Un po’ d’azione, un po’ dramma familiare. Esce al cinema l’opera
di Matteo Rovere. «Volevo girare un vero action movie», ci dice,
«che fosse però anche un film sulla poetica delle seconde possibilità»
di Giorgia Furlan
N
oi che non ci siamo mai interessati al mondo dei motori non lo sappiamo, ma «c’era un tempo in cui
le macchine prive delle componenti elettroniche che ora le trasformano
in perfetti prototipi d’avanguardia, erano strumenti artigianali estremamente
complessi e quelli che avevano la capacità e il coraggio di guidarle potevano
essere considerati dei veri e propri eroi».
A parlare è Matteo Rovere, il giovane regista di Veloce come il vento dal 7 aprile al
cinema, e, se dovessimo usare un aggettivo per raccontare il mondo riportato in
vita nel suo ultimo film, sarebbe decisamente “epico”.
58
La trama è questa: una ragazza di 17
anni - interpretata dalla rivelazione Matilda De Angelis, nella foto con Accorsi
- pilota talentuosa, perde all’improvviso
il padre che aveva scommesso la casa e
tutto ciò che possedeva su di lei sperando vincesse il campionato gran turismo.
Al funerale, dopo anni passati lontani da
casa fa la sua comparsa il fratello Loris,
tossicodipendente ex campione prodigio interpretato da Stefano Accorsi. La
storia raccontata in Veloce come il vento inizia così, fra i rombi dei motori di
Porsche, Ferrari e Lamborghini messe in
fila per il corteo funebre, e il dolore per
una perdita che rimette in gioco le vite
9 aprile 2016
di due fratelli, mescolando in maniera
magistrale il film d’azione al dramma
familiare.
Qual è stata per te Matteo la leva di forza che ti ha fatto pensare “questa storia
deve assolutamente diventare un film”?
Mi interessava l’idea di girare un vero e
proprio action movie. In Italia è un genere che è stato sperimentato molto poco.
La leva principale che mi ha spinto a farlo è stata soprattutto dovuta alla voglia di
vedere quale sarebbe stato il risultato se
al cuore pulsante del mondo delle corse
e del motor sport italiano avessimo aggiunto l’idea di mettere alla guida una
ragazza che deve vincere una sfida fon-
© Andrea Pirrello
Stefano Accorsi e Matilda De Angelis,
in una scena del film Veloce come il vento,
prodotto da Domenico Procacci e Rai Cinema
se un mantra o una lezione di riscatto:
“nella vita bisogna pur prendersi qualche rischio”.
Studiando per realizzare il film ho scoperto che una delle caratteristiche principali dei grandi piloti è la capacità di
assumersi dei rischi. Solo così si vince e
si diventa dei campioni. Noi invece viviamo in una società che generalmente
si basa su un controllo costante della
situazione e quasi ossessivo, l’idea di
raccontare la storia di qualcuno abituato
a convivere con il rischio mi sembrava
fosse affascinante e potesse trasmettere
anche una sorta di insegnamento.
Anche tu hai scelto di rischiare mettendo insieme, tanto per giocare sullo
stereotipo, donne e motori, ma ancor di
più eroina e rapporti familiari. Elementi che difficilmente riescono a reggere
insieme.
Sì, è stato un modo per mettere in scena una sorta di filosofia degli ultimi e dei
perdenti. Dei disperati - quelli veri - che
come si dice nel film sono rimasti in pochi, quasi come se fossero ormai una categoria da proteggere.
Una filosofia che tra l’altro viene valorizzata dall’idea di mettere al centro la
provincia, quella periferia spesso lasciata ai margini, decentrata rispetto
alla narrazione mediatica principale.
Per me era fondamentaIl film è anche un omaggio alla vita le raccontare degli eroi
del campione di rally Carlo Capone che arrivavano dalla
che vinse il titolo europeo per poi sparire provincia e che vivevano
improvvisamente dalla scena sportiva avventure e atmosfere,
tra inseguimenti e duelli
distanza dal suo destino, tagliando a motorizzati, molto simili a quella dei
modo suo un altro traguardo.
western. E farlo utilizzando il linguagLa cosa principale di questo personaggio gio di un genere cinematografico speè il suo non cercare una redenzione. Sia- cifico. Nella scelta dell’ambientazione
mo riusciti a raccontare soprattutto un c’è poi anche un elemento affettivo e
personaggio che ha fatto pace con il suo familiare che mi lega alla Romagna per
lato oscuro, con quel che è diventato, ma cui molti dei volti - segnati e espressivi
che, nonostante tutto, decide di combat- che si vedono nel film - rievocano quelli
tere la sua battaglia e prendersi coscien- che ho incontrato da bambino e conotemente un’ occasione di riscatto per sciuto negli anni.Veloce come il vento
riconquistare la fiducia della sorella che è anche questo: un pezzetto di ricordi
rappresenta tutto quello che gli rimane di d’infanzia, o almeno di un’estate d’ avbuono al mondo. Potremmo definirla se venture, trascorsi in una qualsiasi camvuoi “la poetica delle seconde possibilità”. pagna della penisola italiana e conditi
In tutta la pellicola c’è una frase che dall’adrenalina delle corse e dal rombo
viene ripetuta di continuo, come fos- dei motori.
Mi piace raccontare personaggi irregolari. Protagonisti che uniscono a un grandissimo talento la difficoltà di gestirlo.
L’altra cosa che mi ha colpito di questa
vicenda e che ho voluto trasmettere nei
miei personaggi è quella volontà, tipica
del mondo delle corse d’auto, di portare
tutto al limite. Un limite che però come
nel caso di Loris - e di Carlo Capone nelle
cronache sportive - cede all’improvviso,
una sorta di ingranaggio emotivo che in
un attimo, e d’improvviso, si rompe. È
così che quella forza, quella capacità di
mantenere l’equilibrio sfrecciando sul
crinale, diventa all’improvviso una debolezza. Un vero e proprio tallone d’Achille
pronto a trasformare il protagonista nel
suo opposto. Il pilota, che per definizione
è un atleta dai riflessi velocissimi, a causa
della droga si addormenta, perde quello
smalto indispensabile per un campione
e si riduce ad essere meno di un uomo
come tanti. Loris De Martino però non è
semplicemente un omaggio a Carlo Capone è anche il pretesto per raccontare
un altro pezzo della storia che conosciamo, cosa accade dopo aver subito questa
disfatta personale.
Nel film però a Loris è offerta una seconda possibilità, può cercare, come
si dice in gergo, di “tagliare la curva”, e
guadagnare almeno qualche metro di
damentale per la sua vita e che per farlo
si affida al fratello, ex pilota di successo
diventato tossicodipendente.
Veloce come il vento è anche in parte
un omaggio alla vita del campione di
rally Carlo Capone. Nella sua biografia,
quando Capone vince a sorpresa nel
1984 il titolo europeo, si legge: “potrebbe essere l’inizio di una storia densa di
successi e soddisfazioni, ma qualcosa
cambia drasticamente e drammaticamente il destino dello sfortunato pilota”. Il risultato è Loris. Un vincente che
si trasforma nel suo esatto opposto: un
tossico, un emarginato, uno che dalla
società è catalogato come perdente.
9 aprile 2016
59
CINEMA
Quei due maestri
innamorati della
settima arte
In un eccezionale
docufilm 7 giorni
di dialogo fittissimo
fra Truffaut e Hitchcock
di Daniela Ceselli
E
vento speciale in un
ampio circuito di sale
italiane ha avuto ampia risonanza il docu-film Hitchcock/Truffaut di Kent Jones
con la collaborazione di Serge
Toubiana. Distribuito da Cinema e Nexo digital, ci si augura
possa avere lunga vita. Lavoro
incentrato su quel prezioso
libro che è Il cinema secondo
Hitchcock (Il Saggiatore). Si
tratta di un colloquio avve-
nuto dal 13 agosto del 1962
-compleanno di Hitchcock -,
per 7 giorni consecutivi, con
l’ausilio della traduttrice Helene Scott, più un magnetofono, tante sigarette e sigari,
in cui il giovane regista francese, già premiato a Cannes
per I Quattrocento colpi, pone
500 domande al maestro del
brivido, che gli risponde con
puntualità, dovizia di particolari, un pizzico di humour
e un sincero, condiviso, amore
per il cinema e la straordinaria
espressività del suo linguaggio. Il libro esce nel 1966 e rappresenta, ancora una pietra
miliare della teoria e della critica; libera per sempre il genio
Hitchcock dalla dimensione
- allora deprecata - dell’entertainment, per consacrarlo
nell’olimpo degli autori; rivela
il debito della nouvelle vague
(e indirettamente di tutto il
cinema europeo moderno)
nei confronti di Hollywood e
del touch di alcuni suoi grandi
artisti; racconta come le emozioni si producano di fronte
60
9 aprile 2016
alle immagini in movimento
grazie alla drammaturgia della forma, ai cortocircuiti spaziotemporali, alle invenzioni
della messa in scena - si pensi
alla luce nel bicchiere di latte
de Il sospetto - e allo smantellamento consapevole della logica sequenziale, del realismo
piatto e della noia nel racconto. Il film di Jones tratteggia
la storia del regista amato dai
Cahiers du cinema dagli esordi nel cinema britannico alla
grande stagione dello studio
system. Lavora i materiali a
disposizione con eleganza ed
efficacia tra sequenze di film,
registrazioni audio, fotografie,
bellissime lettere, e, al tempo
stesso, costruisce un discorso metafilmico attraverso gli
interventi di Scorsese, Kurosawa, Desplechin, Anderson,
Gray e altri portandoci dentro
i segreti di capolavori come
Psycho, La finestra sul cortile,
La donna che visse due volte,
Gli uccelli e dentro il pathos di
un’amicizia che sfidò il giudizio e la miopia altrui.
LIBRI
Le speranze
e il fallimento del ’68
raccontati ai giovani
Igor Patruno narra
la vivacità, ma anche
il velleitarismo violento
del Movimento
di Filippo La Porta
S
e un ventenne mi
chiedesse cos’era il
’68 gli darei subito in
mano questo libro di Igor
Patruno, I campi di maggio
(Ponte Sisto), nel quale sono
rappresentate onestamente
le due anime del Movimento
di allora: quella libertaria e
gioiosa e quella burocratica
e ipnotizzata dalla violenza.
Da una parte «l’umanità, la
solidarietà, la speranza», e
dall’altra la deriva militarizzata dell’Ideologia. Il libro è
un capitolo di storia italiana
recente e una malinconica
ballata sugli anni di piombo,
influenzata dalla musica dei
Genesis. In particolare Patruno ricostruisce due delitti
avvenuti nel 1975, due morti
misteriose di militanti della
nuova sinistra (Andrea e Silvana), che «si sono persi nel
grigiore di quegli anni».
E anzi quelle morti si potrebbero far risalire allo stesso gruppo terroristico cui
appartenevano (una storia
nera alla Necaev, il nichilista russo immortalato da
Dostoevskij nei Demoni). Le
parti di inchiesta giornalistica si alternano però alle pagine sull’atmosfera di quegli
anni, fatta di una convivia-
ARTE
L’atlante
della memoria
di Boccioni
Una monumentale
mostra a Milano
illumina le fonti
dell’artista futurista
di Simona Maggiorelli
lità nuova, di esperienze comunitarie - esaltanti o velleitarie -, di bagliori di umanità
diversa (il concreto modo di
essere delle persone è stato,
almeno per un attimo, più
“utopico” delle loro ideologie politiche).
Forse quelle due anime del
’68 hanno una stessa origine, e cioè l’idea magica di
Rivoluzione, di un evento
cioè che avrebbe trasformato simultaneamente ogni
sfera di vita. Come dice Sade
al rivoluzionario Marat, nel
celebre dramma di Peter
Weiss: «Hanno male a un
dente/ e dovrebbero farselo strappare/Questa trova
il marito troppo corto/ e ne
vorrebbe uno più lungo/ Un
poeta non trova le sue rime/
disperato cerca idee nuove/
Da ore e ore un pescatore attende con la lenza in acqua/
poiché non abbocca mai un
pesce/E così credono che la
Rivoluzione darà loro tutto/
il pesce/la scarpa/il nuovo
marito/i versi zoppicanti…..». Il libro di Igor Patruno ci invita a conservare,
di quella idea, solo il nucleo
autentico, che si traduce
oggi essenzialmente in un
impegno morale.
L
a scoperta di una raccolta di riproduzioni di
opere d’arte, foto, cartoline e appunti autografi di
Umberto Boccioni ritrovata
nel Fondo Callegari a Verona
permette di aggiungere nuove
tessere al mosaico di influenze che l’artista futurista seppe ricreare in modo originale
nella propria opera. In quel
singolare atlante della memoria ci sono numerose immagini di Dürer a riprova dell’importanza che Boccioni aveva
sempre attribuito al disegno,
come strumento di ricerca e
di libera espressione. Tante
anche le foto che documentano il suo interesse per artisti
d’avanguardia. Quella singolare mappa delle passioni ma
anche delle rivalità che Boccioni ingaggiò con colleghi,
amici e maestri fa da trama
alla monumentale retrospettiva Boccioni, genio e memoria
(catalogo Electa), aperta fino
al 10 luglio in Palazzo Reale a
Milano, per il centenario della morte dell’artista avvenuta
nel 1916 (dopo una caduta dal
cavallo). Boccioni aveva solo
34 anni, ma già la sua arte
aveva avuto un ampio sviluppo attraversando diverse fasi,
come ben racconta il percorso espositivo organizzato dai
due curatori, Francesca Rossi
(Castello Sforzesco) e Agosti-
Umberto Boccioni, Dinamismo di un corpo umano (1913)
no Contò (Biblioteca civica di
Verona) inanellando 280 opere con un filo rosso cronologico e tematico. Ad accogliere
gli spettatori è un fortissimo
autoritratto di Boccioni, dallo sguardo vivo e pungente.
Di tre quarti, come se si voltasse indietro per guardarci,
mentre sta già andando altrove. Splendida metafora del
suo folgorante percorso che
nell’arco di pochi anni lo portò ad abbandonare il piatto
realismo e le contorsioni del
simbolismo per darsi alla ricerca di un nuovo linguaggio:
in pittura tracciando linee vertiginose per trasmettere la velocità della vita metropolitana
e, soprattutto, l’inarrestabile
flusso delle nostre emozioni. In scultura, cercando una
dinamica fusione fra forma e
ambiente. Decisiva per questa svolta fu la conoscenza del
9 aprile 2016
61
cubismo già durante il suo primo soggiorno a Parigi. Come
permette di ricostruire l’atlante visivo di Verona, che in
mostra è esemplificato affiancando la scultura di Boccioni
dal titolo Antigrazioso (1913)
alla Testa di donna (Fernande)
che Picasso realizzò nel 1909.
E poi l’esplosivo Dinamismo
di un corpo umano (1913)
accanto ad una serie di nudi
preparatori delle Demoiselles
picassiane. Anche per spirito
nazionalista, a Parigi, Boccioni ostentava di prediligere le
sculture post impressioniste
di Medardo Rosso. Di fatto,
come si coglie dal vivo, furono
la scomposizione cubista dei
piani, la molteplicità dei punti di vista e l’uso picassiano
della linea a colpire la fantasia di Boccioni. Che in modo
improvvido poi cercò di retro
datare le proprie opere.
TELEDICO
Pablo Neruda,
Ode alla zuppa
di grongo
Supergirl la serie
dei record
che delude
A Capri il poeta
s’innamorò di gente
e sapori dell’isola:
pesce, terra, vino
Negli Usa è un
successo ma non
convince. Troppo
convenzionale
© Archivi Farabola/Ansa
BUON VIVERE
di Francesco M. Borrelli
R
icardo Neftalí Reyes
Basoalto, ovvero Pablo
Neruda. Il premio Nobel per la Letteratura era un
vero buongustaio. A Capri
nel 1952 il poeta cileno si innamorò dell’isola, della gente e dei prodotti locali come
«vino, pane, cipolle e olive»,
così come riporta Teresa Cirillo Sirri in Neruda a Capri: «In
piazza ama guardarsi intorno,
si ferma a salutare il libraio e
il giornalaio; spesso indugia
a centellinare un bicchiere di
vino bianco di Capri». A tavola con gli amici «c’era sempre
qualche piatto tipico cileno
preparato dalla moglie Matilde che in cucina se la cavava
bene e più tardi in Cile preparerà con competenza delle
specialità regionali italiane».
Di certo non mancava la zuppa alla quale dedicò un’ode
che inizia così: «Nel mare
tempestoso del Cile vive il rosato grongo, gigante anguilla
dalla nivea carne. E nelle pentole cilene, sulla costa, nacque
la zuppa gravida e succulenta,
benefica». Prepariamola seguendo le linee guida dell’Ode alla zuppa di grongo con
qualche variante e qualche
virgolettato di Neruda.
Ingredienti per 4. Grongo sfilettato 1kg; mazzancolle 16;
cozze 500gr; pomodori a grappolo 4-5; aglio 2 spicchi; cipol-
la 1; olio Evo; peperoncino.
Preparazione: Fate un brodo
con testa, lische del grongo e
poca acqua. Aprite le cozze in
pentola conservandone l’acqua. Mettete in padella l’olio
e «lasciate che l’aglio tritato
cada con la cipolla e il pomodoro fin quando la cipolla
avrà un colore dorato», allora «che entri il grongo e nella
pentola si inolii». Aggiungete dell’acqua di cottura delle
cozze e del brodo, cuocete
15 minuti, poi aggiungete il
peperoncino e sopra i gamberi. Proseguite altri 5 minuti,
mettete le cozze e asciugate
un po’ la zuppa: «Sulla tavola
arrivino, sposi novelli, i sapori
del mare e della terra in modo
che in questo piatto tu conosca il cielo».
Vino consigliato: Capri Doc,
azienda agricola Scala Fenicia. «È l’unico vino Doc prodotto e imbottigliato sull’isola. Composto da Greco,
Falanghina e Biancolella, nasce vicino ai limoni, quindi
con note agrumate forti, su
un terreno calcareo che conferisce spiccata mineralità e
la vicinanza del mare gli dà
salinità. Siamo su una suggestiva scala costruita dai Fenici
e l’azienda c’è dai tempi del
mio bisnonno. Bevendolo si
assapora Capri», racconta il
proprietario Andrea Koch.
62
9 aprile 2016
di Giorgia Furlan
C
he il filone supereroi
costituisse una vera e
propria miniera d’oro
per le case di produzione di
serie tv ormai lo avevamo capito. Dopo il successo di telefilm come Daredevil e Jessica
Jones realizzati a partire dagli
albi a fumetti della Marvel, la
nuova stella della tv con i superpoteri è invece una delle
eroine della rivale Dc Comics:
Supergirl (in onda in Italia sul
canale Premium Action 2).
La serie che vede come protagonista la cugina di superman
(o se preferite, per i più nerd
Kara Zor-El) giunta sulla terra
proprio per accudire Kal-El,
ha registrato negli Stati Uniti
il record stagionale e, con 13
milioni di spettatori, è sicuramente il telefilm più visto del
momento.
La 24enne Kara è fuggita da
Krypton e, dopo aver vissuto
12 anni sulla Terra, cresciuta
dalla famiglia Denvers tenen-
do nascosti i suoi poteri, decide che è giunta l’ora di metterli al servizio della sua città.
A differenza del cugino però
la nostra super eroina sembra
avere qualche difficoltà in più
ad ambientarsi nel mondo dei
terrestrie. Se la prima puntata
non riesce a convincere ma,
episodio dopo episodio, la
trama si fa più accattivante,
soprattutto perché mette in
scena alcune puntate dove la
nostra eroina viene affiancata
da altri superpaladini, come
ad esempio Falsh, che irrompono negli episodi come guest
star. E, a quanto si vocifera,
forse anche Wonder Woman
comparirà insieme alla super
ragazza venuta dallo spazio.
Nonostante il successo di
pubblico e la pretesa degli autori di dare vita a una protagonista femminista, non sono
mancate però le critiche. In
particolare quella di essere un
telefilm pieno zeppo di stereotipi del genere «sii sempre te
stessa e ce la farai» e, colpo di
scena, di essere proprio troppo poco femminista.
La prima riprova? Stando alle
tempistiche della storia originale Supergirl dovrebbe essere una vivace quarant’enne e
invece nel telefilm ha solo 24
anni, la scusa per non aver
dovuto subire gli acciacchi
del tempo? Sarebbe finita
(che sfortuna eh) in un “congelamento spaziotemporale”.
Cosa non si farebbe per restare giovani. Forse però ormai
da una serie tv siamo abituati
ad aspettarci molto di più.
APPUNTAMENTI
Nicole Mitchell per
il finale di Ferrara in jazz
Le nuove avventure
della donna rossa
Bobo Rondelli
canta Piero Ciampi
Roma - La Donna Rossa disegnata da Monica Catalano
è un’immagine idealizzata di
donna, un percorso di stimoli visivi per un’inconsapevole
crescita collettiva che, oggi,
si mette in mostra con tutto
il rosso simbolico dei capelli.
Alla Libreria del viaggiatoredall’8 al 24 aprile. Inaugurata
dal recital di Barbara Folchitto.
Roma - Ciampi ve lo faccio vedere io è il tributo del
cantautore livornese Bobo
Rondelli al suo amato concittadino Piero Ciampi. Due autori con forti punti in comune,
tanto che la critica si è spesa
spesso in paragoni. In concertol’8 all’Auditorium a Roma, il
14 ai Rinnovati a Siena.
www.boborondelli.de
Un’inedita arca
alla libreria volante
Ferrara - Proseguono gli appuntamenti di Crossroads
Jazz e in Emilia-Romagna una
serie di concerti al Jazz Club
di Ferrara, con il trio del batterista Jim Black (9 aprile) e il
Nicole Mitchell’s Black Earth
String (in foto) il 23 aprile, che
chiuderà in bellezza la rassegna Ferrara in Jazz.
www.jazzclubferrara.com
Milano - Parte dalla ricostruzione della koiné della Torino
di Gobetti la mostra dedicata
alla storia delle edizioni Einaudi. Fino al 23 aprile alla
Galleria del Credito Valtellinese prime edizioni, riviste, tutte
le collane. Protagonisti sono
poeti, scrittori, saggisti dma
anche le cover di artisti come
Steiner, Huber, Munari.
Le immaginifiche
mappe di Pietro Ruffo
Carrara - Trenta foto in potente bianco e nero delle opere di Michelangelo scolpite
in «pietra alpestra e dura».
Palazzo Cucchiari, sede della Fondazione Giorgio Conti,
ospita la mostra Michelangelo
fotografato da Aurelio Amendola curata da M. Bertozzi.
Sotto le volte del piano seminterrato. Fino al 19 giugno.
Catania - La Fondazione
Puglisi (con la Fondazione
Terzo Pilastro Italia e Mediterraneo) ospita fino al 10 luglio, Breve storia del resto del
mondo, l’ampia personale di
Pietro Ruffo, a cura di Laura
Barre. Una personale in cui
ritorna una costante della ricerca di Ruffo, la ricerca artistica con le mappe.
© Ourlimbo by Natalie Naccache
Michelangelo
negli scatti di Amendola
Sguardi sul Medio
Oriente. Da chi lo ama
© Michelangelo Cappelle Medicee Ph. Aurelio Amendola
Storia dello Struzzo
e di copertine d’artista
Lecco - Nell’immaginifica Libreria Volante fondata da Serena Casini il 9 alle 18,30 Ester
Arminio presenta il suo nuovo
romanzo L’Arca, (Einaudi).
Storia del bambino Piero che
non accetta di essere lasciato
a piedi perché solo una coppia per ogni specie può mettersi in salvo. Con Livia De
Gaudio e Angela Rastelli.
Firenze - Omaggio alla regista
turca Yesim Ustaoglu, al festival cinematografico Middle
East Now. E poi fnestre sul
cinema palestinese, sul Medio
Oriente nei racconti di chi lo
vive e lo ama e ancora spazio
alla Siria e all’ Iran. Fino al 10
aprile, al cinema Odeon e all’istituto Stensen.
9 aprile 2016
63
TRASFORMAZIONE
La creazione delle parole che, prima non avevano senso,
è dare un nome a realtà non materiali esistenti e pensate.
Non è dissociazione del linguaggio articolato
Il gioco
linguistico perverso
V
olevo ringraziare i colleghi che, su Left, avevano
scritto le tre parole che sembrava si perdessero nelle
tante righe dell’articolo. Ma il movimento che diceva gratitudine si immobilizzò di fronte al volto angosciato e doloroso che sorse dalle tante teste che, dondolando per andare sulle spalle che non toccavano mai, facevano
il silenzio delle onde leggere di un mare calmo che diceva il
bellissimo NO che ha soltanto l’identità umana.
Il bianco della schiuma dell’onda che si levava più in alto
urlava: Killer: ed io pensavo ai termini verbali: linguaggio articolato che uccide freddamente come se chi lo pronuncia
non esistesse. Ricordo le parole dei colleghi: “gioco linguistico
perverso che mira solo a confondere le idee”. Ma, oltre i segni
che fanno la scrittura, vedo quei termini verbali che, giovane
psichiatra, avevano stimolato, con la loro incomprensibilità,
la vitalità che faceva il movimento della ricerca.
Leggevo le vecchie cartelle di centocinquanta anni fa in cui
gli alienisti scrivevano: stolido, anaffettivo. Poi vidi i primi
tentativi di dar un nome a ciò che Pinel ed Esquirol avevano chiamato malattia mentale, psicosi che non era nevrosi.
Poi, dopo che il pensiero illuminista ovvero l’identità umana
razionale, non era riuscito ad andare oltre la malattia della
realtà biologica, vennero le parole schizofrenia, schizofasia,
ovvero dissociazione del pensiero verbale.
Sessantanni, forse cento. Sconfitto fascismo e nazismo, nel
dopo-guerra ci fu l’inneggiare a Freud, Heidegger, Binswanger, Foucault e le parole, che avevano tentato di dare un
nome alla malattia mentale, scomparvero. Senza nessuna
correttezza, con le menzogne più evidenti, distrussero ogni
intenzione e volontà di ricerca sul perché la malattia mentale
non era stata mai compresa.
Scomparve anche la parola malattia per il termine disturbo, come se la malattia mentale fosse un malessere per una
indigestione o una banale influenza stagionale. Nel 1976 il
legislatore stabilì che la specializzazione in Psichiatria doveva essere separata dalla Neurologia che era la scienza delle malattie organiche del cervello. Non ebbe mai i termini
verbali che avevano definito il metodo medico di cura per
la guarigione.
Medicina della psiche. Venne la “cultura” esistenzialista
che, eliminando il termine malattia, abolì ogni rapporto con
i termini: esame obbiettivo, diagnosi, prognosi, cura che
tende alla guarigione, comandava di pensare che nella natura umana esisteva soltanto il Male. Come se la ragione fosse
religione.
64
9 aprile 2016
Giovane neuropsichiatra vidi subito che il “più grande
psicoanalista francese” era un parolaio che faceva un minestrone di parole senza nessun significato. Mi faceva venire
in mente una definizione di schizofasia che diceva: insalata
mista di parole. Predicava il «ritorno a Freud» e compresi
una realtà esistente, ovvero che la sua distruzione di ogni
pensiero verbale era la rivelazione del nulla che era la verità
del cosiddetto pensiero freudiano.
Ma ora tornano le parole dei colleghi che fanno il titolo
delle due pagine di oggi. L’attenzione si ferma sui termini
verbali e viene la memoria di un pensiero antico quando,
facendo lo psichiatra, guardavo gli scritti di Freud. Vedevo
chiaramente che non c’era, in essi, nessuna idea di medicina della psiche ovvero la ricerca su una possibile cura.
Ed era evidente il perché: non c’era nessuna ipotesi di malattia mentale. Tutto era neurologia ovvero malattia organica del cervello. Diventò chiaro il motivo di tanta negazione
che è un’assenza di rapporto con la realtà umana nel leggere
Inibizione, sintomo, angoscia in cui si afferma che il neonato è uguale al feto. Non esiste nessuna cesura nel “trauma”
della nascita, come l’aveva definita Otto Rank.
Scoprii poi che anche Heidegger vedeva soltanto il movimento della realtà biologica per cui il feto esce dall’utero e
il parto di una donna è uguale al parto animale: Geworfenheit. Il pensiero è: esiste soltanto la realtà materiale percepibile dai sensi della coscienza. E la parola “perverso” mi
ricorda che, per Freud, la “malattia” sarebbe soltanto la perversione sessuale. Penserà molto tardi alla violenza, dopo
la prima guerra mondiale, e dirà: Al di là del principio del
piacere.
Fino al 1920 aveva pensato ad una natura umana normalmente perversa che poteva essere controllata soltanto dal
superIo che era l’identificazione con il padre e non dall’istanza morale di Kant. Ratificò così che ogni rivolta per la
libertà era trasgressione sessuale. Non pensò mai, neppure
lontanamente, ad una realizzazione dell’Io che dice “No”
alla violenza dell’oppressione.
Vedo la parola libertà con il volto invecchiato, triste perché non è mai riuscita a diventare funzione dell’identità
umana che, con l’Io che è quello della nascita che si oppone
al mondo selvaggio e violento, non ha bisogno dell’istanza
morale perché la verità umana dice che non c’è nella sua
natura il “male radicale”. E viene il pensiero della tragedia
della religione e della ragione che hanno sempre negato l’uguaglianza tra uomo e donna.
Massimo Fagioli psichiatra
Ho detto tante volte i pensieri che vennero di anno in anno nel
tempo della ormai lunga ricerca psichiatrica. Li scrivo di nuovo
perché il movimento della mano, alla percezione della coscienza, sembra lo stesso. In verità la lingua italiana, uguale al tempo
passato, è diversa. E, forse, posso dire altra. Penso, subito alle due
parole dette sempre come sinonimi che sono l’una con l’altra,
senza rapporto.
Pronunciata dalla mente cosciente la parola ricordo è riproduzione della percezione della coscienza. È rapporto con la realtà
materiale ed è utile per evitare che il corpo subisca lesioni nello
scontro con altre realtà materiali. Obbedisce alla legge della natura che parla della reazione degli animali di muovere la mente
soltanto al fine della sopravvivenza e riproduzione della specie.
Senza che la coscienza ne avesse... coscienza, il termine memoria realizzò se stessa insieme alla parola nuova: fantasia di sparizione. Il poeta che si rende indifferente alla realtà materiale del
mondo realizza la propria identità non razionale. È fantasia che
crea la linea, capacità che alla nascita, non esisteva. Esistevano
le dieci parole che ho scritto nelle pagine stampate in passato.
Il poeta, che segna la linea come un pittore usa i colori per parlare...ricreando la realtà umana della nascita crea la linea che,
nell’istante dell’unione della luce che fa la vita, non esisteva. E
torna la parola “crea”, oltre ricreazione, che era esclusiva alla
comparsa della realtà non materiale nel corpo umano. Ed ecco
che viene la parola “fantasia”. È movimento che non c’è nella
capacità di immaginare che è soltanto realtà non materiale.
Memoria che fa immagini che non sono ripetizioni del
percepito dalla coscienza, ricrea ciò che è esistito. E ora la
mano trema di fronte al movimento del pensiero che avvicina
i due termini verbali: ricreazione e creazione. Con voce forte
la parola grida: creazione è soltanto la pulsione che è “non esistenza” contro il mondo non umano, ed esistenza che...ricrea,
come realtà non materiale, la sensazione biologica del feto in
contatto con il liquido amniotico.
Amavo le
Abbandonato il rapporto cosciente con la realtà materiale, la
parole che
mente è invasa dalle infinite parole che si trasformano connessuno mi
tinuamente per dire ciò che non è mai stato detto. Danno nomi alle realtà
non materiali mai viste e penso all’aiuto dei colleghi che mi hanno dato il titolo e
aveva mai detto.
chiedo: c’è un rapporto tra perversione sessuale linguaggio articolato?
Forse non erano
Freud fu, è noto, un bambino polimorfo perverso per cui, poi, a tutti i bambini
mai esistite. Comparidette questa definizione. Il linguaggio era dissociato. Lacan fa un linguaggio
vano come si formavano,
astratto, totalmente lontano dalla realtà che non è più linguaggio umano
che, in tutti, è dare un nome alla realtà materiale. “Mancano proprio i nessi
a primavera, le foglie del
logici del comune parlare, manca il senso che normalmente le parole
fico che ho davanti mentre
hanno”.
scrivo. Erano creazioni. Ma ho
Ho visto che un signore, che si definisce con una parola che non
ha nessun significato, psicoanalista, riporta il termine “anaffetscritto parole superficiali e false.
tività”. Non so se segue la nostra ricerca che ha distinto tale
L’acqua che sale nei rami per giunparola da “indifferenza”. So è che è l’unico termine che può
gere alle foglie che prendono dall’aria
parlare del linguaggio di chi ha perduto il rapporto con la
memoria della percezione della realtà materiale di quanto
anidride carbonica non è la stessa della
udito. È totalmente astratto che manca il significato che
memoria della sensazione vissuta nel conle parole hanno.
tatto e calore del liquido amniotico. È una realtà
La memoria mi suggerisce di pensare ad Heidegger di cui Lacan era fedele allievo. Viene il pennon materiale che si rende non esistente nel
siero che non è linguaggio dissociato: pensare
momento in cui è esistente. Fa, in un’istante, l’annulla nascita umana soltanto come realtà biololamento del suono delle parole udite e crea la clorofilla
gica è credere che esista soltanto il corpo
verde della parola non udita che è poesia, ovvero suono
senza la realtà non materiale del pensiero. Il “corpo” che sarebbe linguaggio, è
che viene da quei segnetti silenziosi della scrittura che è
senza corpo umano.
creazione della linea.
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IN FONDO A SINISTRA
di FABIO MAGNASCIUTTI
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