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RELAZIONE INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2014
Desidero anzitutto rivolgere un cordiale saluto a tutti gli intervenuti ed un
sentito ringraziamento per la loro presenza, che dimostra l’attenzione con cui viene
seguita l’attività di questo Istituto.
L’apertura dell’anno giudiziario rappresenta tradizionalmente l’occasione per
effettuare una breve rassegna dei temi di maggior interesse e dei relativi indirizzi
giurisprudenziali assunti dalla Sezione nell’anno precedente, sia nell’ambito dei
giudizi di responsabilità, sia in quello dei giudizi pensionistici.
Prima di iniziare questa rassegna, ritengo utile dar conto dell’evoluzione che ha
interessato la questione relativa ai limiti della giurisdizione del giudice contabile in
materia di responsabilità degli organi di società partecipate da enti pubblici. Come
è noto, la problematica ha subito una sostanziale inversione di tendenza per
effetto della sentenza n. 26806/2009 delle Sezioni Unite della Cassazione, in cui si
è affermato che la scelta dell’amministrazione di avvalersi di uno strumento
privatistico quale la società di capitali riconduce necessariamente nell’alveo della
giurisdizione ordinaria le controversie relative al danno per mala gestio arrecato al
patrimonio della società.
Orbene, una prima apertura a favore della giurisdizione della Corte dei conti è
stata introdotta dalla sentenza n. 26283 del 25 novembre 2013, in cui le Sezioni
Unite hanno affermato la giurisdizione appunto di questa Corte “sull’azione di
responsabilità esercitata dalla (relativa) Procura quando tale azione sia diretta a
far valere la responsabilità degli organi sociali per danni da essi cagionati al
patrimonio di una società in house, per tale dovendosi intendere quella costituita
da uno o più enti pubblici per l’esercizio di pubblici servizi, di cui esclusivamente
tali enti possano essere soci, che statutariamente esplichi la propria attività
prevalente in favore degli enti partecipanti e la cui gestione sia per statuto
assoggettata a forme di controllo analoghe a quello esercitato dagli enti pubblici
sui propri uffici”.
Tornando ora all’attività di questa Sezione, va segnalata in primo luogo, per la
sua novità, la sentenza di nullità pronunciata per non corretto uso della lingua ai
sensi dell’art. 100 dello Statuto di autonomia della Provincia di Bolzano in merito a
1 due giudizi intentati contro alcuni dirigenti della Provincia e riuniti per ragioni di
connessione.
La sentenza fissa alcuni importanti ed inediti principi, tra cui in primo luogo
l’obbligo di riportare nella lingua del processo - nel caso di specie il tedesco anche le citazioni (in italiano) di altri organi giudicanti operanti sul territorio
nazionale: nell’atto introduttivo dei due giudizi erano infatti contenute lunghe
citazioni della Corte di Cassazione che, di fatto, venivano a violare il principio
dell’uso esclusivo della lingua prescelta, fissato dalle regole dello Statuto speciale.
Tali citazioni, infatti, non si limitavano soltanto a riportare (in italiano,
ovviamente)
parole il cui senso fosse, in ogni caso, ricavabile anche dal testo
tedesco, ma i passi addotti nella sola lingua italiana sostanziavano le ragioni stesse
dell’addebito; con ciò si veniva a configurare una violazione del diritto di difesa del
convenuto in lingua tedesca, che non era così posto completamente in grado di
comprendere i motivi posti a base delle accuse rivoltegli.
Al riguardo, la Sezione ha pertanto ritenuto che la citazione di pronunce
redatte in lingua italiana sia sì consentita, ma solo se accompagnata da una
traduzione o, quantomeno, quando le parole riferite in italiano rappresentino solo
una sintesi ad ulteriore conferma di quanto già dedotto o siano addotte a riprova di
contenuti già espressi nella lingua del processo, cioè di proposizioni formulate in
tedesco.
Tra i giudizi trattati in lingua tedesca, un certo interesse presenta il caso di un
medico ospedaliero, chiamato dalla Procura regionale a risarcire i danni indiretti
conseguiti al pagamento, da parte della struttura in cui operava, di somme di
denaro versate a tacitazione di pretese risarcitorie avanzate da un paziente che si
era ritenuto non curato adeguatamente.
La particolarità delle fattispecie risiedeva nel fatto che l’ASL aveva versato ad
un ex paziente, ritenutosi leso da prestazioni mediche non eseguite a regola
d’arte, gli importi richiesti senza avere in alcun modo né informato delle
rivendicazioni il medico curante né averlo interpellato in ordine alle cure da esso
prestate (in totale assenza, quindi, di qualsiasi contraddittorio con colui che veniva
indicato quale diretto responsabile del presunto danno); ciò in quanto, sulla base
della franchigia prevista nel contratto di assicurazione stipulato dalla struttura
ospedaliera, questa aveva ritenuto meno gravoso addivenire ad una transazione
della vertenza con la parte privata anziché resistere in un ipotetico giudizio civile di
risarcimento.
2 Il medico, chiamato a rispondere di fronte a quest’organo giudicante del
nocumento patrimoniale subito dalla ASL in seguito al predetto pagamento, ha
resistito in giudizio eccependo la totale estraneità ai fatti, poiché il risarcimento
erano avvenuto senza alcuna indagine sul suo comportamento colposo e, tanto
meno, senza alcun accertamento di una condotta connotata da particolare gravità.
Due contenziosi hanno visto convenute in giudizio altrettante specializzande in
medicina generale,
le
quali,
contestualmente
alla frequenza del corso
di
formazione con relativa percezione di borsa di studio, avevano svolto attività libero
professionali retribuite, espressamente vietate dalla normativa statale e provinciale
di riferimento.
La pronuncia di accoglimento parziale della domanda del P.M.- che aveva
chiesto la restituzione dell’intera borsa di studio o, in subordine, della sua metà –,
premesso che il finanziamento era destinato a garantire al medico specializzando
una adeguata remunerazione a fronte dell’impegno di esclusività assunto con la
sua accettazione,
corresponsione
ha fissato il principio secondo cui il danno va ravvisato nella
senza
giusta
causa
della
parte
dell’assegno
di
studio
corrispondente ai compensi percepiti per l’attività libero professionale svolta.
Un altro principio degno di interesse è stato fissato nella prima delle predette
pronunce in merito alla nozione di “occultamento doloso”, fondamentale ai fini del
decidere quando si tratti di dirimere un contrasto sorto in seguito ad una sollevata
eccezione di prescrizione.
A tale proposito ha ritenuto nella fattispecie la Sezione che la decorrenza della
prescrizione va ancorata alla data della annotazione di polizia erariale e non a
quella dell’”accadimento” delle singole condotte e dei relativi indebiti (e perciò
dannosi) esborsi da parte della P.A., sul precipuo assunto che, venendo in rilievo
comportamenti
dolosi
(consistiti
nella
specie
nell’omissione
della
doverosa
segnalazione di aver svolto attività incompatibili) ricorrano di conseguenza gli
estremi dell’ occultamento.
In una vertenza relativa all’erogazione di provvidenze, da parte del locale
Servizio Fondo sociale europeo (FSE), per la realizzazione di progetti formativi, la
Sezione, in sede di valutazione del collegamento eziologico tra il comportamento
dei
convenuti
–
legali
rappresentanti
e
responsabili
delle
organizzazioni
destinatarie delle stesse – ed il contestato danno, ha affermato che la consapevole
ammissione a contributo, ad opera dei preposti funzionari, dei compensi corrisposti
per attività di direzione (alla stregua di esperti esterni) ai convenuti medesimi
3 (soggetti interni agli enti gestori dei progetti) configura una serie causale del tutto
autonoma rispetto alle condotte dei resistenti; analoga interruzione del nesso
causale è stata rilevata laddove alle condotte (pur eventualmente censurabili) di
questi ultimi si sia sovrapposta l’attività dei pubblici dipendenti, nell’ipotesi in cui
(nella specie verificatasi) essa
sia avvenuta nella piena disponibilità dei poteri
attribuiti dall’ordinamento di settore, nonché in assenza di raggiri di sorta da parte
dei beneficiari dei contributi.
In una diversa vertenza, sempre relativa all’erogazione di provvidenze da parte
del locale Servizio FSE, la Sezione ha affermato che, nel caso in cui l’Ente pubblico
si privi, in mancanza di idonee giustificazioni (nella specie, in particolare, con
inusitata celerità), di una garanzia personale nei confronti di un soggetto quanto
mai solvibile (nella specie, un istituto di credito), nei limiti dell’importo garantito
tale dismissione si configura oggettivamente come un sopraggiunto ed assorbente
fattore causale: di conseguenza, se l’asserito pregiudizio erariale è di ammontare
non superiore all’importo garantito da una fideiussione immotivatamente dismessa
dall’Amministrazione (pretesamente danneggiata), viene comunque meno ogni
diretta riferibilità eziologica all’operato dei soggetti convenuti in giudizio.
In altre due vertenze, ancora relative all’erogazione di provvidenze da parte del
locale Servizio FSE, la Sezione ha dichiarato l’improcedibilità delle azionate
domande in quanto l’asserito
pregiudizio patrimoniale era allo stato
solo
potenziale e difettava quindi dei necessari requisiti di attualità e concretezza: la
circostanza infatti che la Provincia risultasse disporre di una garanzia personale nei
confronti di un soggetto terzo più che solvibile (nei casi in esame, rispettivamente,
un istituto di credito e una società di assicurazioni) per un importo superiore al
preteso danno è stata ritenuta assorbente rispetto ad ogni altra considerazione,
stante nella specie la perdurante possibilità, in capo all’Ente pubblico, di rivalersi
prontamente ed in misura integrale sul fideiussore.
In una vertenza relativa alla contestata violazione del disposto dell’art. 25, L.
n. 724/94, comma 1, - in base al quale al personale delle amministrazioni indicate
nel d.leg. 29/1993 che cessa volontariamente dal servizio pur non avendo il
requisito previsto per il pensionamento di vecchiaia dai rispettivi ordinamenti
previdenziali ma che ha tuttavia il requisito contributivo per l'ottenimento della
pensione anticipata di anzianità previsto dai rispettivi ordinamenti, non possono
essere conferiti incarichi di consulenza, collaborazione, studio e ricerca da parte
4 dell'amministrazione di provenienza o di amministrazioni con le quali ha avuto
rapporti di lavoro o impiego nei cinque anni precedenti a quello della cessazione
dal servizio - la Sezione ha tra l’altro:
► preliminarmente chiarito che non rileva, al fine di sottrarre l’attività
espletata dal pensionato dalla sfera applicativa della norma indicata, né la adottata
forma della somministrazione lavoro – posto che il divieto non può che coprire ogni
forma di collaborazione, così da escludere in radice l’eventualità di espedienti
tecnico-giuridici volti a conseguire, con mezzi apparentemente leciti il risultato
oggetto del divieto medesimo –, né il livello e la tipologia delle funzioni attribuite
all’ex dipendente, atteso che il precetto normativo – al fine di scongiurare, anche
sotto questo profilo, ogni possibile aggiramento del divieto tramite una sorta di
mascheramento delle funzioni medesime – è posto in termini assoluti, senza
distinzioni di sorta;
► censurato l’omessa attivazione, da parte dei preposti dirigenti (nella specie
convenuti), delle procedure di affiancamento finalizzate ad assicurare un adeguato
passaggio di consegne (“non rileva qui stabilire se detto affiancamento abbia
trovato o meno presso i due funzionari interessati una partecipe accoglienza di tipo
soggettivo/interpersonale, trattandosi di una ‘buona prassi’ che i responsabili del
Comprensorio avrebbero dovuto comunque assicurare, disponendo oltretutto al
riguardo di un congruo lasso temporale”), in quanto trattasi di “profili ed aspetti
senz’altro
sindacabili
dal
Giudice
contabile,
ragionandosi
nella
specie
del
comportamento da attendersi dai titolati responsabili dell’Amministrazione a fronte
di una situazione abbisognevole di fattivi interventi, all’uopo avendo a riferimento
un criterio di impronta manageriale (in linea con la veste ormai assunta, sul piano
dello status giuridico-economico, dalla dirigenza pubblica)”;
► escluso la possibilità di tener conto dei “vantaggi comunque conseguiti” di
cui all’art. 1, comma 1-bis, L. n. 20/94, stante la presunzione di disutilità insita
nella norma in oggetto, vieppiù ove si consideri che, nel caso di norme che vietano
una spesa, il danno che deriva dalla spesa stessa, qualora sostenuta in spregio al
divieto, non è compensabile con le eventuali utilità patrimoniali che derivano dal
comportamento illecito, almeno tutte le volte in cui il bene tutelato dalla norma di
divieto abbia (come nella specie) una rilevanza giuridico-sociale maggiore degli
eventuali vantaggi economici realizzati, attesa l'impossibilità di comparare la
lesione di un interesse di maggiore rilevanza (trasparenza ed imparzialità
amministrativa) con la realizzazione di un interesse secondario e settoriale, a
rilevanza puramente economico-patrimoniale.
5 In materia di pensioni civili e militari le questioni trattate hanno riguardato,
nella quasi totalità dei casi, il recupero (intrapreso dall’I.N.P.S. quale successore
dall'I.N.P.D.A.P.) di somme indebitamente erogate dall’Amministrazione ad
ex
dipendenti a riposo a seguito delle operazioni di conguaglio tra gli importi
corrisposti a titolo di pensione provvisoria e quelli risultanti effettivamente dovuti
sulla base del provvedimento definitivo di liquidazione del trattamento di
quiescenza.
Al riguardo è stato confermato l’orientamento (che può considerarsi, anche alla
luce delle predette pronunce, ormai consolidato) secondo il quale, in materia di
ripetibilità di importi pensionistici non dovuti, è determinante la tutela della buona
fede del percipiente e del suo legittimo affidamento circa la spettanza del
trattamento pensionistico in godimento; è stato infatti ritenuto che questo
fondamentale presupposto debba essere garantito ogni qual volta si rilevi la non
riconoscibilità dell’indebito pagamento mediante l’uso della normale diligenza del
buon padre di famiglia, con la conseguenza che la corresponsione del trattamento
in godimento abbia verosimilmente ingenerato nel pensionato il convincimento che
la maggiore somma percepita gli fosse dovuta.
Sulla base di tali presupposti, in tutti quei casi in cui gli elementi addotti dagli
interessati vennero considerati idonei ad indurre il convincimento che nessun
addebito potesse essere mosso al pensionato - per il quale non era stato
evidentemente agevole avvedersi dell’errore in cui era incorsa l’Amministrazione
nel liquidare il trattamento di quiescenza - i ricorsi sono stati ritenuti meritevoli di
accoglimento, con conseguente declaratoria di irripetibilità della somma oggetto
del provvedimento di recupero impugnato e condanna dell’Amministrazione
previdenziale alla restituzione degli importi eventualmente già trattenuti.
In ogni caso (e anche su tale punto le pronunce di questo giudice hanno
confermato l’orientamento maggioritario) la condanna alla restituzione è stata però
limitata alla sola sorte capitale.
Come è noto, infatti, la giurisprudenza che nega il diritto agli emolumenti
accessori (cfr., per tutte, Sez. IIa Centrale d’Appello n. 307 del 24 maggio 2012)
ritiene che sugli importi dovuti in restituzione non gravino interessi legali e
rivalutazione monetaria, in quanto non viene in rilievo un credito pensionistico non
erogato ovvero corrisposto in ritardo, fondato su una norma di legge, “quanto,
invece, un correttivo che la giurisprudenza ha delineato in tutti i casi in cui il
pensionato abbia percepito in buona fede assegni non dovuti.” (cfr. Sez. IIIa n.
795 del 23 novembre 2011 e giurisprudenza ivi richiamata).
6 Sempre
più
frequentemente
viene
formalizzata
dall’ente
previdenziale
erogatore la domanda di rivalsa nei confronti dell’Amministrazione di appartenenza
del pensionato.
Posto che il giudizio di rivalsa può ritenersi ormai pacificamente attribuito, sia
dalla giurisprudenza costante della Cassazione sia da quella della Corte dei conti, a
questo giudice, secondo un orientamento giurisprudenziale altrettanto condiviso la
norma di cui all’articolo 8 del D.P.R. 8 agosto 1986, n. 538, il quale - nell’ambito
della disciplina in materia di trattamenti di quiescenza gestiti dalle soppresse casse
pensioni presso gli istituti di previdenza - stabilisce l'obbligo dell'ente che ha
liquidato il trattamento pensionistico errato (e poi materialmente corrisposto
dall’I.N.P.D.A.P./I.N.P.S.) di rifondere le spese in eccesso sostenute dall'erogatore
secondario di spesa, deve ritenersi espressione di un principio di carattere
generale operante anche nei confronti delle Amministrazioni statali.
Orbene, nei casi in cui è stato possibile rilevare che l’origine dell’indebito fosse
stata determinata dalla condotta negligente tenuta dall’Amministrazione di
appartenenza, che ha ritardato oltre misura l’invio all’I.N.P.D.A.P./I.N.P.S. del
decreto di pensione definitiva permettendo che si formasse l’indebito ai danni
dell’erario, la richiesta di rivalsa formulata dall’Istituto previdenziale convenuto è
stata giudicata meritevole di accoglimento in quanto nei casi in cui la procedura di
liquidazione sia stata seguita interamente dall’Amministrazione di appartenenza
del ricorrente, sarebbe oltremodo iniquo onerare l’I.N.P.S. - mero ordinatore
secondario di spesa - del peso della passività prodotta.
In una vertenza infine relativa al c.d. contributo di perequazione di cui all’art.
18, comma 22 bis, D.L. n. 98/11, nell’escludere in materia la prospettata
giurisdizione delle Commissioni tributarie, si è ritenuto, a fronte del
attivarsi
dell’Amministrazione
convenuta
(INPS)
per
dare
tempestivo
esecuzione
alla
sopravvenuta sentenza di illegittimità costituzionale della suddetta norma (“sia
pure con la progressiva tempistica richiesta dalla complessità e generalità delle
procedure da adottare”), di pronunciarsi comunque per la cessazione della materia
del contendere, nonostante la mancanza di prese di posizione delle parti in
proposito, dovendosi reputare che l’azionata pretesa “trovi, pur gradualmente,
concreta ed effettiva soddisfazione”.
7 Ritengo interessante anche dar conto di alcune significative sentenze emesse
nel corso del 2013 in esito a giudizi di appello avverso pronunce della Sezione di
Bolzano.
Per quanto concerne l’ambito della responsabilità amministrativa, la Sezione
Prima centrale, con sentenza n. 813, ha pienamente confermato la pronuncia di 1°
grado n. 16/2011, afferente la dannosa attribuzione di fondi comunali ad una
società privata a scopo di lucro, con riguardo alla quale questa Corte territoriale
ebbe, tra l’altro, ad affermare la praticabilità, nel giudizio contabile, del ricorso al
criterio della verosimiglianza (ovverosia della preponderanza dell’evidenza) al fine
di comprovare, alla luce dei dati processuali, l’elemento psicologico del dolo.
In riferimento al contenzioso pensionistico, con sentenza n. 649 la Sezione
Terza centrale, nel respingere il ricorso avverso la pronuncia di primo grado n.
9/2008, concernente una fattispecie di recupero di somme indebitamente erogate
in sede di trattamento provvisorio ad un ex militare, ha osservato - in ordine alla
ravvisata insussistenza, da parte del giudice di prime cure, di una posizione di
affidamento in capo all’interessato - come la Sezione territoriale abbia “dato
corretta applicazione all’art. 162 D.P.R. n. 1092 del 1973 e all’art. 2033 del codice
civile (norme che legittimano il recupero di somme indebitamente erogate dalla
Pubblica
Amministrazione)
anticipando,
con
le
proprie
argomentazioni,
la
riconsiderazione complessiva delle predette disposizioni operata, successivamente,
dalle SS.RR. con la richiamata sent. n°2/QM/2012 e superando, quindi, il principio
giurisprudenziale (affermato, invece, dalle stesse SS.RR. con la sentenza n.
7/2007/Q)
secondo
cui
l’irripetibilità
dell’indebito
si
configura
in
maniera
automatica e presuntiva alla scadenza del termine procedimentale di cui alla legge
n. 241/1990.”
Va segnalato infine che la Sezione seconda centrale ha emesso otto decreti
concernenti istanze di definizione agevolata del giudizio di appello ai sensi della
legge 266/05 e successive modifiche ed integrazioni (c.d. ”condono erariale”)
presentate da numerosi condannati in primo grado per aver arrecato una serie di
pregiudizi economici anche di notevole rilievo alla Libera Università di Bolzano. Le
istanze sono state in gran parte accolte, con applicazione dell’addebito nella
misura massima del 30%, dato che le sentenze di primo grado, pur escludendo il
dolo, ponevano in evidenza il livello particolarmente intenso della colpa. Due
istanze sono state invece respinte con riferimento alla sentenza delle Sezioni
Riunite n. 3/2009, che ha chiarito che, ai fini della decisione delle istanze di
definizione del giudizio in applicazione della legge 266/05, in presenza di
contrapposte impugnative di parte privata e di parte pubblica (come nei casi di
8 specie) devono essere considerati anche i motivi di appello del Pubblico Ministero e
le conseguenti ripercussioni sulla quantificazione del danno.
I giudizi per resa di conto si sono conclusi in larga maggioranza con una
pronuncia di cessata materia del contendere, in quanto tutti i soggetti interessati,
dopo essersi visti recapitare i decreti di fissazione dell’udienza camerale e
contestualmente concedere la possibilità di depositare presso questa Sezione i
conti mancanti, hanno puntualmente adempiuto agli obblighi su di essi incombenti.
In un unico caso, la Sezione, nel confermare il proprio orientamento circa l’assenza
di un assoluto dovere di applicazione della sanzione di cui all’art. 46, comma 1,
R.D. n. 1214/34, ha ritenuto che, in caso di omessa designazione da parte
dell’Amministrazione comunale del consegnatario dei beni mobili, il relativo obbligo
possa essere adempiuto con la trasmissione degli inventari dei beni mobili
dell’Ente concernenti gli esercizi considerati, atteso che il conto di tale figura di
contabile – in quanto volto ad evidenziare le giacenze di magazzino non ancora
assegnate in uso agli uffici e quindi rimaste a carico dell’agente – si pone in stretta
correlazione con le scritture inventariali.
La Corte dei conti sta attualmente imprimendo un rinnovato impulso al settore
dei conti giudiziali, che costituiscono una competenza storica dell’Istituto.
Si tratta di una funzione strettamente collegata alla salvaguardia della finanza
pubblica,
e
perciò
tanto
più
importante
nell’attuale
difficile
situazione
congiunturale. Il conto è infatti il documento rappresentativo dell’entità delle
risorse di cui l’agente ha avuto il “maneggio” e soprattutto della correttezza della
loro gestione.
L’insufficienza numerica del personale amministrativo della Sezione – nel corso
del 2013 si è potuto assegnare all’esame dei conti un solo funzionario- non ha
finora consentito il raggiungimento di un soddisfacente livello operativo nel
settore. Tanto più pertanto desidero manifestare il più vivo apprezzamento per il
recente comando presso la Sezione di una valida funzionaria, proveniente dagli
uffici provinciali del Ministero dell’economia.
Prima di concludere vorrei sottolineare che, come risulta dalle allegate
statistiche, sia nel settore della responsabilità come anche in quello pensionistico,
non vi è alcun arretrato. A fine anno risultano infatti pendenti soltanto sette
procedimenti –a fronte dei ventinove iniziali-, per cinque dei quali, pervenuti alla
Sezione nell’ultima parte dello scorso anno, è già stata fissata l’udienza.
9 Nella speranza di aver fornito un quadro chiaro ed esauriente dell’attività di
questa Sezione giurisdizionale e di non aver abusato del vostro tempo, ringrazio
tutti gli intervenuti per la loro attenzione e invito il Procuratore regionale a
svolgere il suo intervento.
10 Allegato – Dati relativi all’attività della Sezione
giudizi di responsabilità
giudizi pendenti al 1° gennaio 2013
29
giudizi introdotti nell'anno
6
totale
35
giudizi definiti con sentenza
24
giudizi definiti con ordinanza
4
totale giudizi definiti
28
giudizi pendenti al 31 dicembre 2013
7
giudizi pensionistici
ricorsi in carico al 1° gennaio 2013
1
ricorsi introdotti nell’anno
8
totale
9
ricorsi definiti
6
ricorsi pendenti al 31 dicembre 2013
3
dati relativi ai giudizi di conto definiti
decreti ex art. 32 R.D. 1038/33
42
decreti ex art. 2 L. 20/1994
451
11 BERICHT ANLÄSSLICH DER ERÖFFNUNG DES GERICHTSJAHRES 2014
Zunächst heiße ich alle Anwesenden herzlich willkommen und danke Ihnen für
Ihre Anwesenheit, die das Interesse bekundet, mit welchem die Tätigkeit unserer
Sektion verfolgt wird.
Die Eröffnung des Gerichtsjahres bietet uns alljährlich die Möglichkeit auf die
wichtigsten von der Sektion im vergangenen Jahre behandelten Themen und auf
ihre
Rechtsprechungstendenz
einzugehen,
sowohl
hinsichtlich
der
Haftungsverfahren als auch der Pensionsverfahren.
Zuvor
halte
ich
es
für
angebracht
über
die
Entwicklung
in
Sachen
Gerichtsbarkeit des Rechnungshofes auf dem Gebiet der Haftung seitens der
Organe von Gesellschaften, an denen öffentliche Körperschaften beteiligt sind, zu
berichten. Bekanntlich hat diesbezüglich aufgrund des von den Vereinigten
Sektionen des Kassationsgerichtshofes erlassenen Urteils Nr. 26806/2009 eine
Trendwende stattgefunden, da in demselben erklärt wird, dass bei Entscheidung
der
Verwaltung,
sich
einer
privatwirtschaftlichen
Einrichtung
wie
der
Kapitalgesellschaft zu bedienen, die Streitfälle, die einen wegen Missmanagement
entstandenen Schaden zum Nachteil des Gesellschaftsvermögens betreffen, in den
Zuständigkeitsbereich der ordentlichen Gerichtsbarkeit fallen.
Nun hat das Urteil Nr. 26283 vom 25. November 2013 eine erste Öffnung
zugunsten der Gerichtsbarkeit des Rechnungshofes nach sich gezogen: In diesem
Urteil
bestätigen
die
Vereinigten
Sektionen
die
Gerichtsbarkeit
des
Rechnungshofes “hinsichtlich der von der (entsprechenden) Staatsanwaltschaft
eingebrachten Haftungsklage wenn diese sich gegen soziale Organe richtet, die zur
Verantwortung gezogen werden, weil sie einen Schaden zum Nachteil des
Vermögens einer Inhouse-Gesellschaft verursacht haben. Als Inhouse-Gesellschaft
ist jene zu verstehen, die aus einer oder mehreren öffentlichen Körperschaften zur
Ausübung öffentlicher Dienstleistungen besteht, an der ausschließlich diese
Körperschaften teilhaben können, die satzungsgemäß ihre Tätigkeit hauptsächlich
zugunsten der teilhabenden Körperschaften ausübt und deren Geschäftsführung
statutarisch
denselben
Kontrollen
unterworfen
Körperschaften ihre eigenen Ämter unterziehen”.
1 ist,
denen
die
öffentlichen
Zurück zur Tätigkeit dieser Sektion: In erster Linie hervorzuheben ist, aufgrund
seiner Neuheit, das Nichtigkeitsurteil, das im Rahmen zweier, dann aufgrund des
Zusammenhanges vereinter, Verfahren gegen einige leitende Beamte der Provinz
wegen
des
regelwidrigen
Gebrauchs
der
Sprache
nach
Artikel
100
des
Autonomiestatuts der Provinz Bozen erlassen worden ist.
Das Urteil setzt einige wichtige und neue Leitlinien fest. Primär wird bestimmt,
dass
auch
die
(italienischen)
Zitate
anderer
auf
nationalem
Gebiet
rechtsprechender Organe in die Verfahrenssprache – im gegenständlichen Fall ins
Deutsche – übertragen werden müssen: Der Klageschriftsatz beider Verfahren
enthielt de facto lange Zitate des Kassationsgerichtshofes, was in der Tat einer
Missachtung des im Autonomiestatut festgehaltenen Prinzips der ausschließlichen
Verwendung der gewählten Sprache gleichkommt.
Besagte Zitate beschränkten sich tatsächlich nicht nur auf einzelne (natürlich
italienische) Wörter, deren Bedeutung auf jeden Fall auch aus dem deutschen Text
abgeleitet
werden
konnte:
Die
nur
in
italienischer
Sprache
angeführten
Textabschnitte dienten der Untermauerung der Beschuldigungsgründe. Dies stellte
eine Missachtung des Rechts des Beklagten auf eine Verteidigung in deutscher
Sprache dar, da er so nicht in der Lage war, die Gründe für die gegen ihn
erhobenen Anschuldigungen zu verstehen.
Diesbezüglich
vertrat
die
Sektion
die
Meinung,
dass
die
Zitate
aus
Entscheidungen in italienischer Sprache nur dann zulässig sind, wenn diese mit
einer Übersetzung versehen sind oder, zumindest, wenn die in italienischer
Sprache
zitierten
Textteile
nur
der
zusätzlichen
Bekräftigung
der
bereits
dargelegten Folgerungen dienen, oder, wenn sie bereits in der Verfahrenssprache
geäußerte Standpunkte, also in deutscher Sprache formulierte Behauptungen,
festigen sollen.
Unter den in deutscher Sprache behandelten Verfahren, war ein Fall besonders
interessant: Es ging darin um einen Krankenhausarzt, für den die Regionale
Staatsanwaltschaft die Verurteilung zum Ersatz von indirekten Schäden beantragt
hatte, die entstanden waren, weil das Krankenhaus, in dem er tätig war,
Geldbeträge gezahlt hatte, um die Schadensersatzforderungen eines Patienten zu
befriedigen, der behauptete, medizinisch nicht angemessen behandelt worden zu
sein.
Die Besonderheit des Falles bestand darin, dass der Sanitätsbetrieb einem
ehemaligen
Patienten,
der
sich
aufgrund
nicht
fachgerecht
durchgeführter
medizinischer Behandlungen als geschädigt erachtete, die geforderten Beträge
ausgezahlt hatte, ohne vorher den behandelnden Arzt über die Forderungen zu
2 informieren
und
Behandlungen
ohne
zu
ihn
befragen
hinsichtlich
(es
fehlte
der
somit
angewandten
jegliches
medizinischen
Streitgespräch
mit
demjenigen, der für den mutmaßlichen Schaden direkt verantwortlich gemacht
wurde);
dies,
weil
nach
Ansicht
des
Krankenhauses,
aufgrund
des
im
Versicherungsvertag desselben festgelegten Freibetrages, ein Vergleich mit der
Privatpartei weniger belastend war als die Einlassung auf eine hypothetische
zivilrechtliche Schadensersatzklage.
Der Arzt wurde vor dieses rechtsprechende Organ geladen, um sich für den
dem Sanitätsbetrieb aufgrund der oben genannten Zahlung entstandenen Schaden
zu verantworten. Er hat sich in das Verfahren eingelassen und seine absolute
Nichtbeteiligung eingewandt, weil der Schaden ersetzt worden war ohne dass
vorher Nachforschungen über sein fahrlässiges Verhalten angestellt worden wären
und ohne dass ein besonders grob fahrlässiges Handeln festgestellt worden wäre.
In zwei weiteren Verfahren waren zwei Ärztinnen beklagt worden, die für den
Besuch eines Ausbildungskurses zur Allgemeinmedizinerin ein Stipendium erhalten
und gleichzeitig bezahlte freiberufliche Tätigkeiten ausgeübt hatten, was sowohl
vom Staats- als auch vom Landesgesetz ausdrücklich verboten ist.
Der Staatsanwalt hatte die Rückzahlung des gesamten Stipendiums, oder,
hilfsweise, der Hälfte desselben beantragt. Vorausgeschickt, dass diese Förderung
dem auszubildenden Arzt, angesichts der Verpflichtung zur Ausschließlichkeit, die
er mit deren Annahme eingegangen ist, eine angemessene Entlohnung sichern
soll, hat das Urteil der Sektion dem Antrag des Staatsanwalts nur teilweise
stattgegeben und bestimmt, dass der Schaden dem ungerechtfertigt ausbezahlten
Teil des Stipendiums entspricht, der mit der für die freiberufliche Tätigkeit
erhaltenen Entlohnung übereinstimmt.
Ein weiteres interessantes Prinzip wurde mit der ersteren der vorgenannten
Entscheidungen festgelegt, und zwar hinsichtlich des Begriffes des “arglistigen
Verschweigens“, der von grundlegender Bedeutung ist, wenn es darum geht einen
Disput zu klären, der sich aufgrund einer Einrede wegen Verjährung ergeben hat.
Diesbezüglich hat die Sektion im behandelten Fall bestimmt, dass die
Verjährungsfrist vom Datum des Vermerks durch die Steuerpolizei abhängt und
nicht vom Datum, an dem die einzelnen Handlungen vollzogen und die
entsprechenden unberechtigten (und damit schädigenden) Auszahlungen durch die
öffentliche Verwaltung getätigt worden sind, dies aufgrund der These, laut welcher
beim
Auftreten
pflichtgemäße
von
arglistigem
Mitteilung
Verhalten
bezüglich
der
3 (das
darin
bestanden
Ausübung unvereinbarer
hat,
die
Tätigkeiten
unterlassen zu haben) konsequenterweise der Tatbestand des Verschweigens
gegeben ist.
In einem Verfahren bezüglich der Auszahlung von Zuwendungen durch den
örtlichen
Europäischen
Ausbildungsprojekten,
Sozialfonds
hat
die
Sektion
(ESF)
in
zur
Bezug
Umsetzung
auf
den
von
ätiologischen
Zusammenhang zwischen dem Verhalten der Beklagten – gesetzliche Vertreter
und Verantwortliche der Organisationen, denen die Zuwendungen zugeteilt worden
waren – und dem strittigen Schaden erklärt, dass die, durch die zuständigen
Beamten bewusste Zulassung zur Förderung der für leitende Tätigkeiten (gleich
wie
externe
Experten)
Körperschaften
an
die
selbigen
angehörten,
die
die
Beklagten
Projekte
(Personen,
verwalteten)
die
den
ausgezahlten
Entlohnungen, eine gegenüber dem Verhalten der Antragsgegner völlig autonome
Reihe
von
Ursachen
darstellt;
eine
entsprechende
Unterbrechung
des
Kausalzusammenhanges wurde dort festgestellt, wo zum (wenn auch eventuell
rügenswerten) Verhalten derselben die Handlung der öffentlichen Angestellten
hinzugekommen ist, für den (in der gegenständlichen Sache eingetretenen) Fall,
dass diese bei völliger Verfügbarkeit der durch die Bereichsregelung übertragenen
Befugnisse und ohne jegliche Art von Täuschung seitens der Förderungsempfänger
stattgefunden hat.
In einem anderen Verfahren, das auch die Auszahlung von Zuwendungen durch
den örtlichen Europäischen Sozialfonds (ESF) zum Gegenstand hatte, hat die
Sektion bestimmt, dass, falls sich die öffentliche Körperschaft, bei fehlenden
angemessenen Begründungen (in der gegenständlichen Sache, insbesondere,
ungewöhnlich schnell), sich einem äußerst zahlungsfähigen Subjekts (in der Sache
ein
Kreditinstitut)
Veräußerung,
im
gegenüber
Rahmen
einer
des
persönlichen
gewährleisteten
Garantie
entäußert,
diese
Betrages,
objektiv
einem
hinzugekommenen und absorbierenden Kausalfaktor entspricht: folglich, wenn der
angebliche Ärarschaden den durch eine von der (angeblich geschädigten)
Verwaltung
grundlos
aufgelöste
Bürgschaft
gewährleisteten
Betrag
nicht
übersteigt, geht jeder direkte ätiologische Bezug zu den Handlungen der Beklagten
auf jeden Fall verloren.
In zwei weiteren Verfahren, die ebenfalls die Auszahlung von Zuwendungen
durch den örtlichen Europäischen Sozialfonds (ESF) zum Gegenstand hatten, hat
die Sektion die Klage als unzulässig abgewiesen, da es sich beim angeblichen
vermögensrechtlichen Schaden um einen potentiellen Schaden handelte und somit
die notwendigen Kriterien der Aktualität und Konkretheit nicht gegeben waren: Der
Umstand nämlich, dass die Provinz über eine persönliche Garantie gegenüber
4 einem zahlungsfähigen Dritten (in den geprüften Fällen jeweils ein Kreditinstitut
und eine Versicherungsgesellschaft) verfügte, deren Betrag höher war als der
beklagte
Schaden,
wurde
gegenüber
jeglicher
anderen
Überlegung
als
absorbierend erachtet, da im spezifischen Fall für die öffentliche Körperschaft die
fortwährende Möglichkeit bestand, unmittelbar vom Garanten die vollständige
Summe fordern zu können.
In einem weiteren Verfahren wurde die beanstandete Missachtung der in
Artikel 25, Gesetz Nr. 724/94, Absatz 12 diktierten Bestimmung behandelt. Laut
diesem Artikel können dem im G.D. 29/1993 genannten Verwaltungspersonal, das
freiwillig das Dienstverhältnis beendet hat, ohne die von der Fürsorgeregelung
bestimmten Voraussetzungen für die Altersrente zu erfüllen, aber die in den
entsprechenden
Fürsorgeregelungen
für
die
vorgezogene
Altersrente
vorgesehenen Beitragszahlungen geleistet hat, seitens der Verwaltung, der es
angehört
hatte
oder
mit
welcher
es
während
der
fünf
Jahr
vor
seiner
Dienstausscheidung in einem Arbeits- oder Angestelltenverhältnis stand,
keine
Aufträge für Beratung, Mitarbeit, Studien und Forschung erteilt werden. Die
Sektion hat diesbezüglich unter anderem
► im
Voraus
geklärt,
dass,
zwecks
Ausgliederung
der
vom
Rentner
ausgeführten Arbeit aus dem Anwendungsbereich der genannten Norm, weder die
angewandte
Form
der
Arbeitsverteilung
festgestellt
werden
konnte
–
vorausgeschickt, dass sich das Verbot auf jede Art der Mitarbeit erstreckt, um von
vornherein
eventuelle
Rechtsbehelfe
auszuschließen,
die
mit
scheinbar
rechtmäßigen Mitteln zum Ergebnis verhelfen sollen, das den Gegenstand des
Verbots bildet -, noch die Art der dem ehemaligen Angestellten zugewiesenen
Aufgaben, in Anbetracht der Tatsache, dass die gesetzliche Bestimmung – um
auch
in
dieser
Hinsicht
jegliche
Umgehung
des
Verbots
mittels
einer
Verschleierung der Funktionen selbst zu unterbinden – uneingeschränkt und
ausnahmslos gültig ist;
► die unterlassene Anwendung, seitens der zuständigen (im spezifischen Fall
beklagten) Beamten, der Unterstützungsmaßnahmen für eine angemessene
Amtsübergabe gerügt („es geht hier nicht darum zu bestimmen, ob besagte
Unterstützungsmaßnahmen
seitens
subjektiver/zwischenmenschlicher
handelt
es
sich
doch
um
der
Ebene
eine
beiden
positiv
betroffenen
Beamten
aufgenommen
worden
bewährte
Praxis,
die
von
auf
sind,
den
Bezirksverantwortlichen hätte gewährleistet werden sollen, auch deshalb, weil sie
dazu genügend Zeit gehabt hätten“), da es sich um „Gesichtspunkte und Aspekte“
handelt, „die zweifelsohne vom Rechnungshof bestritten werden können, wird doch
5 im gegenständlichen Fall das von den Verantwortlichen der Verwaltung zu
erwartende
Verhalten
im
Falle
einer
Situation
erörtert,
die
tatkräftiger
Maßnahmen bedarf, die, wenn nötig aus dem Managementsektor entlehnt werden
können (in Einklang mit der von den öffentlichen Führungskräften, auf der Ebene
der rechtlich-wirtschaftlichen Stellung, bereits angenommenen Eigenschaft)“;
► die Möglichkeit ausgeschlossen, die laut Artikel 1, Absatz 1-bis, G. Nr.
20/94 „jedenfalls erlangten Vorteile“ zu berücksichtigen, angesichts der in der
gegenständlichen Norm impliziten Nutzlosigkeitsvermutung, insbesondere wenn
man bedenkt, dass bei Vorschriften, die eine Aufwendung verbieten, der Schaden,
der durch die Aufwendung entsteht, falls diese unter Missachtung des Verbots
getätigt wird, nicht durch eventuelle vermögensrechtliche Nutzungen entschädigt
werden kann, die sich aus dem rechtswidrigen Verhalten ergeben haben,
zumindest immer dann, wenn das durch die Verbotsvorschrift geschützte Gut (wie
im
behandelten
eventuellen
in
Fall)
eine
finanzieller
rechtlich-soziale
Hinsicht
Relevanz
erwirtschafteten
aufweist,
Vorteile
welche
die
übertrifft,
in
Anbetracht der Tatsache, dass es nicht möglich ist, die Schädigung eines
relevanteren Interesses (verwaltungsmäßige Transparenz und Unparteilichkeit) mit
der Umsetzung eines zweitrangigen und sektorspezifischen Interesses, dessen
Bedeutung
rein
wirtschaftlicher
und
vermögensrechtlicher
Natur
ist,
zu
vergleichen.
In Sachen Zivil-und Militärpensionen hatten die, der Prüfung der Sektion
unterbreiteten Fälle fast alle die Rückforderung (durch das N.I.S.F. als Nachfolger
des I.N.P.D.A.P.) von Sozialleistungen zum Gegenstand. Die Verwaltung hatte
diese im Rahmen von Zahlungen zum Ausgleich zwischen den vorläufigen
Rentenbezügen und den gemäß der endgültigen Rentenverfügung tatsächlich
zustehenden Beträgen, ungerechtfertigt an ehemalige in Rente gegangene
Angestellte ausbezahlt.
Diesbezüglich wurde die Tendenz bestätigt (welche man aufgrund der eben
genannten Entscheidungen als konsolidiert erachten kann), wonach es hinsichtlich
der Rückforderung von ungerechtfertigt ausgezahlten Renten gilt, den guten
Glauben des Beziehers und dessen Anspruch auf den Genuss der Rente zu
schützen. Es ist für notwendig erachtet worden, dass diese Grundvoraussetzung
immer dann garantiert werden muss, wenn die unberechtigt erfolgte Auszahlung
mit der Sorgfalt eines ordentlichen Familienvaters nicht zu erkennen ist, mit der
Folge, dass die Auszahlung der Rente im Rentner wahrscheinlich die Überzeugung
geweckt hat, der bezogene Mehrbetrag würde ihm zustehen.
6 In allen Fällen, in denen man erachtet hat, dass die von den Betroffenen
vorgebrachten Elemente bewiesen haben, dass auf dem Rentner keine Schuld
lastet, da es für diesen offensichtlich nicht einfach gewesen wäre, den der
Verwaltung durch Auszahlung der Rente unterlaufenen Fehler zu erkennen, wurde
den Beschwerden stattgegeben und demgemäß erklärt, dass die Summe, die den
Gegenstand der angefochtenen Verfügung über die Eintreibung bildet, nicht
zurückgefordert werden darf. Die für die Sozialfürsorge verantwortliche Verwaltung
wurde
dazu
verurteilt,
die
eventuell
bereits
einbehaltenen
Beträge
zurückzuerstatten.
Auf
alle
Fälle
(und
auch
in
diesem
Punkt
hat
diese
Sektion
die
Mehrheitstendenz bestätigt) beschränkte sich die Verurteilung auf die Rückzahlung
nur des reinen Kapitals.
Bekanntlich
ist
die
Rechtsprechung,
die
das
Recht
auf
zusätzlichen
Vergütungen verweigert (vgl., für alle, zweite zentrale Berufungssektion Nr. 307
vom 24.Mai 2012), der Meinung, dass die zurückzuzahlenden Beträge nicht mit
den gesetzlichen Zinsen und der Geldaufwertung zu belasten sind, da es sich nicht
um ein, auf ein Gesetz begründetes, nicht ausbezahltes oder mit Verzögerung
ausbezahltes Rentenguthaben handelt, „sondern vielmehr um eine korrigierende
Maßnahme, die von der Rechtsprechung für alle Fälle vorgesehen ist, in denen ein
Rentner die ihm nicht zustehenden Zuwendungen in gutem Glauben entgegen
genommen hat“ (vgl. III Sektion Nr. 785 vom 23. November 2011 und die darin
genannte Rechtsprechung).
Immer häufiger stellt die zahlende Fürsorgeanstalt den Anspruch auf Regress
gegen die Ursprungsverwaltung des Rentners.
Vorausgesetzt,
dass
laut
ständiger
Rechtsprechung
sowohl
des
Kassationsgerichtshofes als auch des Rechnungshofes inzwischen dieses Gericht
für das Rückgriffsverfahren zuständig ist, ist, gemäß einer ebenso geteilten
Rechtsprechungstendenz, die Bestimmung nach Artikel 8 D.P.R. 8. August 1986,
Nr. 538, welche – in Bezug auf die Regelung der Renten, die von den
abgeschafften Pensionskassen bei den Fürsorgeanstalten verwaltet worden sind –
vorsieht, dass die Körperschaft, welche die falsche Rente ausgezahlt hat (und die
dann praktisch vom I.N.P.D.A.P./N.I.S.F. entrichtet worden ist) dem Nebenzahler
die getragenen Mehrkosten erstatten muss, als ein allgemeines Prinzip anzusehen,
das auch für die staatlichen Verwaltungen gültig ist.
Nun, in den Fällen, in denen festgestellt werden konnte, dass die unberechtigte
Zahlung einer Nachlässigkeit der Ursprungsverwaltung zuzuschreiben war, welche
7 die Sendung des Dekrets zur definitiven Rente an das I.N.P.D.A.P./N.I.S.F allzu
lang hinausgezögert hat, so dass zum Nachteil der Staatskasse eine Nichtschuld
entstanden
ist,
wurde
dem
Anspruch
auf
Regress
seitens
der
beklagten
Fürsorgeanstalt stattgegeben, da es überaus ungerecht wäre, in den Fällen, in
denen das Rentenzahlungsverfahren vollständig von der Ursprungsverwaltung des
Antragstellers bearbeitet worden ist, dem N.I.S.F. – in seiner Eigenschaft als reiner
Nebenzahler- die verursachte Schuld aufzubürden.
In einem Verfahren bezüglich eines sogenannten Ausgleichsbeitrags gemäß
Artikel 18, Absatz 22 bis, G.D. Nr. 98/11, wurde, nachdem die Gerichtsbarkeit der
Steuerkommissionen ausgeschlossen worden war, angesichts des prompten
Vorgehens durch die beklagte Verwaltung (N.I.S.F.) um das ergangene Urteil über
die Verfassungswidrigkeit der obgenannten Norm zu vollstrecken („wenn auch nur
schrittweise aufgrund der Komplexität und Allgemeinheit der anzuwendenden
Prozeduren“), der Wegfall des Streitgegenstandes erklärt, trotz nicht erfolgter
Stellungnahme der Parteien, und weil anzunehmen ist, dass die eingeklagte
Forderung „wenn auch schrittweise, konkret und effektiv Befriedigung findet“.
Hingewiesen wird noch auf einige relevante Urteile, die im Jahr 2013 im
Rahmen einiger Berufungsverfahren ergangen sind, welche die angefochtenen
Entscheidungen der Sektion Bozen zum Gegenstand hatten.
Was
die
verwaltungsrechtliche
Haftung
anbelangt,
so
hat
die
Erste
Zentralsektion mit Urteil Nr. 813 die Entscheidung Nr. 16/2011 der ersten Instanz
voll und ganz bestätigt. Es ging in dem Verfahren um die nachteilige Zuweisung
von gemeindeeigenen Geldmitteln an eine Erwerbsgesellschaft. Diesbezüglich
hatte diese Sektion, unter anderem, behauptet, dass man im Verfahren zur
buchhalterischen Haftung das Kriterium der Wahrscheinlichkeit (beziehungsweise
das
Überwiegen
der
Offensichtlichkeit)
anwenden
kann,
um,
unter
Berücksichtigung der Verfahrensunterlagen, das psychologische Element des
Vorsatzes zu beweisen.
In Pensionssachen hat die dritte Zentralsektion mit Urteil Nr. 649 die
Beschwerde gegen das erstrichterliche Urteil Nr. 9/2008, das die Einholung von
ungerechtfertigt
Militärbediensteten
gezahlten
im
Beträgen
Rahmen
betraf,
einer
die
provisorischen
einem
Rente
ehemaligen
ungerechtfertigt
ausgezahlt worden waren, abgewiesen. Die obige Berufungssektion hat – bezüglich
der vom erstinstanzlichen Richter festgestellten fehlenden Erwartungshaltung des
Betroffenen – festgestellt, wie die örtliche Sektion „den Artikel 162 D.P.R. Nr.
1092/1973 und den Artikel 2033 des Zivilgesetzbuches korrekt angewendet hat
(Vorschriften,
die
die
Rückforderung
der
8 von
der
öffentlichen
Verwaltung
unberechtigt ausgezahlten Beträge legitimieren) und wie sie noch vor den
Vereinigten Sektionen durch ihre Ausführungen die gesamten Bestimmungen unter
Berücksichtigung des Urteils Nr. 2/QM/2012 neu überdacht hat und somit das
Rechtsprechungsprinzip (das die Vereinigten Sektionen hingegen mit Urteil Nr.
7/2007 bestätigt haben) überholt hat, wonach die Nichtschuld automatisch und
mutmaßlich bei Fälligkeit der verfahrensrechtlichen Frist gemäß Gesetz Nr.
241/1990 nicht zurückgefordert werden kann.“
Abschließend ist darauf hinzuweisen, dass die zweite Zentralsektion acht
Dekrete erlassen hat, die den Antrag auf eine begünstigende Entscheidung des
Berufungsverfahrens gemäß Gesetz 266/05 und nachfolgende Änderungen und
Ergänzungen (sog. „condono erariale“ – dt. „Nachlass des Ärarschadens“)
betrafen. Diese Anträge waren von mehreren Parteien gestellt worden, die in
erster Instanz verurteilt worden waren, weil sie aufgrund ihrer Handlungen eine
Reihe von finanziellen Schäden zum Nachteil der Freien Universität Bozen
verursacht hatten. Den Anträgen ist größtenteils stattgegeben worden, wobei die
Lastschrift in der maximalen Höhe von 30% auferlegt worden ist, da die
erstinstanzlichen Urteile zwar den Vorsatz ausgeschlossen, jedoch den hohen Grad
an Fahrlässigkeit hervorgehoben haben. Mit Hinweis auf das Urteil Nr. 3/2008 der
Vereinigten Sektionen wurden zwei Anträge abgewiesen. Laut besagtem Urteil
müssen, zwecks Entscheidung über die Anträge auf Verfahrensentscheid gemäß
Gesetz 266/05, bei Vorhandensein gegensätzlicher Rechtsmittel seitens der
Privatpartei und seitens der öffentlichen Partei (wie in den spezifischen Fällen),
auch
die
Berufungsgründe
des
Staatsanwalts
und
die
daraus
folgenden
Auswirkungen auf die Schadensbezifferung berücksichtigt werden.
Die Verfahren zur Rechnungslegung sind größtenteils mit einem Urteil
abgeschlossen worden, das das Wegfallen des Streitgegenstandes erklärt hat.
Nachdem
die
betroffenen
Subjekten
das
Dekret
zur
Festsetzung
der
nichtöffentlichen Verhandlung erhalten hatten und ihnen die Möglichkeit gewährt
worden war, bei dieser Sektion die fehlenden Unterlagen einzureichen, sind sie
ihren Obliegenheiten fristgerecht nachgekommen. In einem einzigen Fall hat die
Sektion ihre Tendenz bezüglich der Nichteinhaltung einer absoluten Pflicht wie die
Anwendung der Strafmaßnahme nach Artikel 46, Absatz 1, Königliches Dekret Nr.
1214/34, bestätigt und erachtet, dass bei unterlassener Bestimmung eines
Verwahrers
der
beweglichen
Güter
durch
die
Gemeindeverwaltung,
die
entsprechende Obliegenheit mit der Übermittlung der Inventare der beweglichen
Güter der Körperschaft mit Bezugnahme auf die berücksichtigten Geschäftsjahre
erfüllt werden kann, in Anbetracht der Tatsache, dass die Rechnungslegung dieses
9 Buchführers – welche den Lagerbestand der Sachen beinhaltet, die den Ämter
noch nicht zum Gebrauch zugewiesen worden sind und somit weiterhin vom
Beamten verwahrt werden – in engem Zusammenhang mit den Inventaren steht.
Der Rechnungshof ist auch für die Überprüfung der verwaltungsrechtlichen
Rechnungslegungen, eine historische Zuständigkeit, verantwortlich.
Es handelt sich um eine Funktion, die dem Schutz der öffentlichen Finanzen
dient und ist in Zeiten wie diesen, die durch eine schwierige konjunkturelle Lage
gekennzeichnet sind, von besonderer Bedeutung. Die Rechnungslegung ist in der
Tat jenes Mittel, das den Umfang der Ressourcen darstellt, mit denen der Beamte
gewirtschaftet hat und das vor allem zeigt, ob ihre Verwaltung korrekt erfolgt ist.
Aufgrund des in der Sektion weiterhin herrschenden Personalmangels – im Jahr
2013 konnte nur ein Beamter mit der Überprüfung der Rechnungslegungen
beschäftigt werden – konnte noch kein zufriedenstellendes Gleichgewicht zwischen
den eingegangenen und den abgeschlossenen Akten erreicht werden. Umso mehr
möchte ich meine Anerkennung für die letzthin erfolgte Abordnung einer sehr
tüchtigen Beamtin äußern, die ursprünglich
in
den
örtlichen
Ämtern
des
Wirtschaftsministeriums tätig war.
Bevor ich zum Abschluss komme, möchte ich hervorheben, dass, wie aus den
beigelegten Tabellen ersichtlich ist, an dieser Sektion sowohl im Bereich der
verwaltungsrechtlichen
Haftung
als
auch
im
Bereich
der
Pensionen
kein
Arbeitsrückstand zu verzeichnen ist. Am Jahresende waren nur sieben Verfahren
anhängig – am Jahresanfang waren es neunundzwanzig -, in fünf von diesen
Verfahren, die gegen Jahresende bei der Sektion des Rechnungshofes eingegangen
sind, ist das Verhandlungsdatum bereits festgelegt worden.
In der Hoffnung, Ihnen ein angemessenes Gesamtbild der Tätigkeit dieser
Rechtsprechungssektion vermittelt und Ihre Geduld nicht übermäßig beansprucht
zu haben, danke ich allen Anwesenden für Ihre Aufmerksamkeit und lade den
Regionalen Staatsanwalt ein, das Wort zu ergreifen.
10 Anhang – Die Tätigkeit der Rechtsprechungssektion in Zahlen
Verfahren über die verwaltungsrechtliche Haftung
Zum 1. Januar 2013 anhängige Verfahren
29
Im Laufe des Jahres eingeleitete
Verfahren
6
Insgesamt
35
Mit Urteil abgeschlossene Verfahren
24
Mit Beschluss abgeschlossene Verfahren
4
Gesamtzahl abgeschlossener Verfahren
28
Zum 31. Dezember 2013 anhängige
Verfahren
7
Verfahren im Bereich Pensionssachen
Zum 1. Januar 2013 anhängige Rekurse
1
Im Laufe des Jahres eingeleitete Rekurse
8
Insgesamt
9
Abgeschlossene Rekurse
6
Zum 31. Dezember 2013 anhängige
Rekurse
3
Daten über die abgeschlossenen Rechnungslegungen
Dekrete laut Art. 32 des Königlichen Dekretes Nr.
1038/33
42
Dekrete laut Art. 2 des Gesetzes Nr. 20/1994
11 451