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Beaubourg
Il Centre Pompidou, luogo d’incontro di giovani artisti e
performer, musicisti e skater, presta il nome alla collana di
Edizioni Clichy che dà voce allo spirito della cultura pop, in
tutte le sue espressioni: dalla musica al cinema alla danza,
alla narrativa postmoderna che sappia venire incontro ai
lettori più diversi. Un percorso aperto, curioso, che si apre
a ogni tipo di espressione, compresa la graphic novel, e che
esplora senza snobismi quello che si muove intorno a noi.
© Edizioni Clichy - 2014
Edizioni Clichy
Via Pietrapiana, 32
50121 - Firenze
www.edizioniclichy.it
ISBN: 978-88-6799-132-7
Carlo Lapucci
Eroi
senza lapide
Le vite dei filosofi popolari
Edizioni Clichy
Sommario
Introduzione. Don Chisciotte, il catalogo è questo
I precursori
Il Beato Brandano, profeta di Petroio
Monsieur de la Palisse
Fanfulla da Lodi
Il Conte di San Vitale
Ferdinando Incarriga, poeta senza aggettivi
Tito Livio Cianchettini e il Il Travaso
Giovanni Paneroni
Ciapino Ciampi, l’eroe dei carbonai
Eroi senza lapide
Remo Cerini e Rita
Ugo Foscolo
Eliseo Carmel
Recensione postuma d’un grande libro dimenticato
Il Bocca
Cieca, Blind, Aveugle
Maino
Il romanzo d’un giovane cuoco
Il Brìgnola
Fanfara
L’Angiolina
Il Sordino e il Balena
Il Tanacca, il Lambezzi e il Mìghela
L’Omo d’Oro
Beppe Belli di Giuncarico
Memmo di Roccastrada
Il Socrate di Cortona
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Le storie del Magnanino
Il Làchera
Il Padre Fiorelli
Bileca
Sefrèsc
Don Limone
Il Mani
Il Generale Mannaggia La Rocca
Il Cavalier Panunto
Tacco
Il giornale d’Elia
Il Carbonetti
Bagàgo di Settignano
Il Goro, filosofo in Perugia
Quando Gollo volava
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Fonti
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Eroi senza lapide
Introduzione
Don Chisciotte, il catalogo è questo
Vois! je me traîne aussi! mais, plus qu’eux hébété,
Je dis: Que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?
Baudelaire
Nello studio delle tradizioni popolari mi sono imbattuto in
una figura marginale: lo strano che vive in un paese, in una
città, in una borgata. Non c’è repertorio di vita tradizionale che
non riporti almeno qualche cenno a uno di questi tipi singolari e
lo leghi a fatti, detti, avvenimenti entrati a formare la leggenda
d’un luogo. Questi esseri sono quasi sempre a loro modo pensatori
che almanaccano, fissati su qualche idea, cercando ispirazione
nelle cantine e nelle mescite dove scambiano le loro teorie con i
dotti del luogo. Sono amati e derisi dalla gente, che un tempo ci
si divertiva anche troppo, ma tutto sommato li considerava parte
della comunità a pieno titolo.
Ho voluto raccoglierne un campionario, visto che nessuno
ha messo l’attenzione su questo fenomeno in generale che, ri9
Carlo Lapucci
composto anche con le briciole che sono rimaste, non è da poco.
Volendo, se ne potrebbero fare molti volumi e, se si catalogassero,
anche un manuale di antropologia fantastica. Qui naturalmente ha prevalso il criterio di presentare una campionatura varia
con gli elementi più significativi e divertenti.
Le figure di questo genere sono infinite: l’umanità non ha
confini. Il lavoro paziente al quale mi sono sottoposto è stato
quello d’individuare gli elementi più rappresentativi e mettermi
in cerca di testimonianze che li definissero per quanto in questa
materia è possibile. Spesso intorno a una figura si scopre un’intera saga di fatti esemplari e, come per i grandi eroi mitici, la
stessa impresa, lo stesso detto, vengono attribuiti a più campioni.
Credo che, dovendo trovare qualcosa che nel mondo antico
possa somigliare a queste figure, bisognerebbe risalire ai filosofi
cinici o ai cirenaici: Diogene, Antistene, Aristippo e altri, che
dimezzarono il mantello e presero bastone e bisaccia, vivendo
sulla strada. Sarebbe comunque in gran parte inesatto. In quei
vecchi filosofi manca il più, vale a dire la libertà assoluta da
qualsiasi intellettualismo. Gli antichi pensatori avevano la consapevolezza di quello che facevano, agivano con una linea precisa d’intervento sulla società, un messaggio ben individuato da
portare. Erano cioè radicati nell’istituzione sociale che volevano
modificare ed erano portatori d’un programma in qualche modo
eversivo o violento, quantomeno del proposito d’imporre la propria volontà.
Gli oscuri pensatori di cui ci stiamo occupando sono lontani
dal fare del loro sistema di pensiero qualcosa che valga anche
per gli altri; hanno invece già staccato la spina. Quasi tutti sono
per lo più tranquilli, seduti in riva al fiume e vedono passare la
vita. Vi partecipano sapendo che, come essi hanno le loro buone
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Eroi senza lapide
ragioni per fare quello che fanno, gli altri ne hanno d’altrettanto
buone per fare diversamente. Parlano, comunicano, se qualcuno
li vuole ascoltare, e poi basta. Sono intellettualmente miti.
Anche il picaro che ci ha presentato la letteratura spagnola ha
un forte radicamento alla società, nella quale vive furbescamente, sfruttando i venti favorevoli, le correnti sotterranee, i difetti
degli uomini, le porte lasciate aperte sbadatamente. Dentro di sé
vuole anche punire la società che lo emargina.
Le nostre figure hanno spesso frequentazioni più o meno assidue con la follia: con quella alta e nobile dell’allucinazione, del
profetismo e della poesia, ma anche con quella meno ambiziosa,
debole e stanca che si dice imbecillità e chi ne partecipa è detto
svitato. Tale inconveniente non li ha mai disturbati al punto di
non poter accomodarsi in un angolo della vita collettiva e da qui
diventare magari elementi polarizzanti dell’attenzione o degli
affetti.
Il tempo ha cancellato la memoria degli antenati di tali eroi
senza lapide, proprio perché né le lapidi, né le pagine della storia
si sono occupate di loro. Tuttavia, in passato questo tipo d’umanità doveva abbondare, al punto che non ci si faceva quasi
caso. La società aveva maglie larghe, cucce povere, ma tranquille, interstizi dove la vita marginale si poteva fermare in pace.
Vengono in mente le prime pagine delle Confessioni d’un italiano, in cui Ippolito Nievo descrive il vecchio servitore di casa,
Martino «che bazzicava sempre la cucina, come un vecchio cane
da caccia messo tra gli invalidi; e voleva ficcare il naso tra le
credenze e le cazzeruole [...] brontolando sempre contro i gatti
che gli si impigliavano tra le gambe. [...] Unica sua fatica era
quella di grattare il formaggio. Gli è vero che con la sua flemma naturale tirata ancor più in lungo dall’età, e collo straordi-
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Carlo Lapucci
nario consumo di minestra che si faceva in quella cucina, una
tale fatica lo occupava per molte ore del giorno. Mi par ancora
d’udire il rumore monotono delle croste menate su e giù per la
grattugia...».
Queste nicchie di salvezza non esistono più: il vecchio, lo spostato, lo strano viene avviato nel migliore dei casi verso le grandi
caserme dell’emarginazione, nel nome dell’assistenza e di tutti i
migliori sentimenti.
I sacrestani, ad esempio, sono stati di solito tipi di questo
genere, mezzi matti e mezzi filosofi, capaci di semplici faccende
e di trovate geniali. I garzoni degli artigiani erano sovente di
questa pasta: incapaci d’apprendere il mestiere, eseguivano in
bottega commissioni, lavoretti semplici, manutenzione e si guadagnavano la pagnotta. I loro colleghi nobili erano i ragazzi, o
giovani di studio, i quali potevano avere anche ottant’anni mantenendo questo nome. Di solito celibatari, un po’ strani, assolvevano ai compiti di copiatura, cancelleria, compilazione, tenuta
dei registri, rigatura dei fogli, conservazione dell’archivio negli
studi di notai, avvocati, commercialisti, architetti, ingegneri,
ecc. Erano anche questi elementi marginali, che spesso vivevano
appartati con qualche fissazione oppure frequentavano con profitto cantine e osterie.
Tra i frati zoccolanti dei conventi finivano spesso i quasi matti, tranquilli o con qualche ambizione, anche questi sistemati in
attività nelle quali non potessero nuocere né a se stessi né agli altri.
Le fattorie e i contadini spesso prendevano in casa uno di questi
tipi, soprattutto quando la loro presenza era necessaria per la custodia di un piccolo branco di pecore, porci, tacchini, oche, per cui
avevano a un costo minimo una rendita marginale, alla quale si
univa l’utilità per la custodia di campi, edifici, raccolti, frutteti.
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Eroi senza lapide
Tra le pagine dei novellieri, del Boccaccio, del Sacchetti e di
tutta la pleiade che li ha seguiti, salta su ogni tanto qualche tipo
originale che diviene emblematico per un suo gesto o per una
frase, ma senza che l’interesse vada oltre, fino a delineare anche
brevemente la sua figura. Nel linguaggio del passato ce ne sono
diversi: Lippo Topo, lo Smariuola, il Mammola, il Barlacchia.1
Col cambiamento dei sistemi produttivi l’economia stringe le
maglie sociali regolando con leggi rapporti, responsabilità, prevenzioni e sicurezza nel lavoro, disciplina dei salari, previdenze,
divieti, interventi pubblici. Soprattutto il lavoro non consente
più, per la presenza di opifici, fabbriche, aziende, l’inserimento
di questa gente in un qualunque angolo, nel quale non possano
essere di danno a sé, agli altri e alla produzione.
Gli stessi accattoni, i matti veri e propri, i mendicanti di
professione, i sonatori ambulanti, gli sbandati, ciechi, menomati
d’ogni genere, nel Medioevo battevano le campagne, visitavano
le città in perpetua migrazione, formavano gruppi, quasi corporazioni. Con la modernità tendono a sparire, cacciati via dalle
città: le forze dell’ordine li avviano sulle strade o li pongono in
barconi che li portano lungo i fiumi, quelle che furono le tristemente famose navi dei folli.
Con la partenza del grande treno della modernità molti
rimangono a piedi: inserirsi all’interno di un vagone dove il
biglietto da pagare è un grave impegno quotidiano, la competenza è consistente, la fatica spesso massacrante, non è da tutti.
Aumentano sempre più gli attardati fino ai nostri tempi e, via
via che l’organizzazione si fa più razionale, efficiente, controllata, normalizzata e ferrea, vediamo sempre più gente emarginarsi, fuggire nell’esaurimento nervoso, nella stranezza, nella droga;
1 Vedi C. Lapucci, Come disse, dizionario delle facezie proverbiali della lingua italiana, Valmartina, Firenze 1978.
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Carlo Lapucci
rifugiarsi nell’assistenza sociale, nella malavita, nel vivere d’espedienti. Il fenomeno non risparmia né poveri, né ricchi. La società poi, alfabetizzata, non può nascondere più le sue magagne
rivoltanti, messe in mostra ogni giorno da giornali e altri mezzi.
Le persone più sensibili insorgono, provano ripugnanza all’idea
di farne parte. Il danaro diviene misura di tutte le cose, i valori
si polarizzano sul benessere e non resta che prendere o lasciare.
Per molti la fuga è l’unica alternativa possibile.
Il vero strano nel contesto sociale comincia dunque con la
rivoluzione industriale. Prima c’era una nebulosa di persone che
vivevano in una zona marginale grande quanto la società stessa
e forse, se poco di questi esseri è rimasto, ciò è dovuto anche al
fatto che non esistevano norme in base alle quali potessero essere
catalogati come anormali, rientrando se mai nella grande categoria dei poveri.
Ho posto comunque come premessa a questa raccolta una serie di personaggi che possono considerarsi i padri, i precursori. In
questi, come nel Beato Brandano, si scorgono immediatamente
le linee essenziali di tale tipologia umana.
Essenziale è il meccanismo che catapulta queste figure all’attenzione generale. Quasi mai è possibile distinguere l’essere reale
da quello che sopra ci costruisce la vox populi. La figura deve
essere presa in blocco, poiché vale non tanto per quel che essa fu,
quanto per quello che ha rappresentato e rappresenta nella comunità che l’ha espressa. Il procedimento è simile a quello della
leggenda, forse anche più sofisticato, perché si tratta a volte di
costruire un’intera personalità. Lo strano è spesso perseguitato
da qualche mania. Le più comuni nei tempi vicini a noi sono
pressappoco queste:
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Eroi senza lapide
Avere rapporti con esseri soprannaturali
Cantare da soli a squarciagola
Collezionare spazzatura o cose assurde
Costruire il moto perpetuo
Credersi un’altra persona
Custodire tombe o cimiteri
Fabbricare congegni, macchine impossibili
Fare comizi, discorsi, celebrazioni, predicare
Fare da guide alle opere d’arte
Fare discorsi agli sposi, alle inaugurazioni
Ideare nuove teorie
Innamorarsi della donna più bella, più ricca, nobile del paese
Interpretare la lingua etrusca o una lingua sconosciuta
Parlare da soli
Partecipare a feste nelle quali non rappresentano nulla
Partecipare a funerali di sconosciuti
Raccogliere carta, cartoni, cicche
Raccontare cose fantastiche di se stessi
Scansare il lavoro
Scrivere libri, poesie
Sostenere teorie scientifiche fantastiche
Suonare le campane
Trovare un espediente per campare
Vendere fiori rubacchiati
Vestirsi da militari
Alcuni hanno avuto posti ragguardevoli nella società, per essere nati in una famiglia ricca o potente, quali il Medico Grillo,
l’Abate Cancellieri, romano del quale parla il Belli, il Marchese
di Villanova, grande di Spagna, vissuto a Firenze, di cui ha
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Carlo Lapucci
scritto Landolfi, oppure il Gobbo Puccini, nobile e ricco collezionista d’arte pistoiese del secolo scorso, il Marchese del Grillo,
ancora vivo nella tradizione romana e rinverdito in una pellicola con Alberto Sordi, Padre Fontanarosa, ancora ricordato a
Roma, e tanti altri. Solo raramente compare l’argomento donna:
né misoginia, né rapporti. Questo fa sospettare che nel cuore di
molte di queste figure ce ne sia una non estranea alla loro scelta
di vita; una alla quale non si fa neppure un cenno fuggitivo.
Don Chisciotte è il primo grande stravagante, originale, pazzoide di provincia che si costruisce un mondo a propria immagine e somiglianza e vi chiama dentro tutti quanti, a starci o a
farci una capatina, come il Piovano Arlotto fece la sua tomba
«per sé e per chi ci vuol entrare».
Per essere in armonia con la materia si potrebbe considerare dunque il Don Chisciotte la migliore prefazione per questo
libro. Non si potrebbe dire né di più, né di meglio di quello
che ha scritto Cervantes sulla pazzia vissuta dentro una società
organizzata. Quello che esplicitamente non dice lo scrittore spagnolo è che ogni nazione, ogni terra, ogni città, ogni paese, ogni
famiglia, ogni cervello ha una casetta col comignolo fumante
dove abita il suo Don Chisciotte.
Comunemente, si pensa che il matto sia vissuto una volta
per tutte nella Mancia, regalando così al resto degli uomini il
crisma della normalità, la quale, a ben guardare è più una condanna che una fortuna: chi non ha un po’ di Don Chisciotte
nel capo attraversa la vita come un banco di nebbia folta, dove
la regola è l’indifferenza. Infatti questo tipo di persone esercita
uno strano fascino: nel grigiore della terra, che è la vita quotidiana, sembrano brillare come diamanti. I ragazzi ne sono
attratti irresistibilmente: il codazzo di marmocchi era il corredo
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Eroi senza lapide
naturale dello squinternato, che aveva evidentemente da dire
qualcosa più degli altri. Anche su questa figura, però, pare che
la civiltà industriale voglia mettere la pietra tombale. Si è detto
che la macchina allontana queste persone dal mondo del lavoro,
bisogna aggiungere che il traffico li caccia dal loro vero e proprio
regno: la strada. Le organizzazioni di protezione sociale s’ingegnano per rieducarli, assisterli, incastrarli negli ingranaggi di
una vita che sentono totalmente estranea.
Mentre un tempo vagavano liberi, come ogni creatura tra i
naturali pericoli del mondo, oggi si tende a rinchiuderli dentro
istituti asettici, dove conducono una vita regolata, da impiegati
della pubblica follia. Naturalmente hanno come ideale scappare, e spesso ci riescono. Ma anche una volta fuori lo spazio che
trovano è sempre più ristretto, l’indifferenza sempre più sorda, la
loro presenza sempre più fastidiosa.
Ma non mancherà certo chi continuerà la loro missione millenaria sulle strade del mondo.
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I Precursori
Il Beato Brandano, profeta di Petroio
Forse la figura del passato prossimo più vicina a questa più
moderna tipologia umana si trova in Toscana nella persona
storica del Beato Brandano, di cui rimane ancora memoria
nella tradizione orale. Figura reale e leggendaria, ha lasciato
una saga di fatti esemplari, di detti, di gesti e, soprattutto,
di profezie. Nato a Petroio nel 1490, percorse parte dell’Italia, ma soprattutto le terre della Toscana, predicando a modo
suo, ammonendo, lasciando ricordi non ancora cancellati.
Morì a Siena nel 1554.
Questa figura ha in più una dimensione religiosa che
quasi mai si accompagna ai protagonisti del nostro tempo;
tuttavia ne possiede quasi tutte le caratteristiche essenziali:
la vita errante in ripari di fortuna senza fissa dimora, il vivere d’offerte o d’elemosine, il parlare sentenzioso, il gesto
significativo, la poesia, l’abito strano quasi fratesco, la mente
allucinata, l’errare continuo da un paese all’altro.
Presso Montefollonico si trova un podere dove si dice abi21
Carlo Lapucci
tasse il Brandano nelle sue brevi soste tra i continui viaggi.
Sul Monte Amiata, presso Piancastagnaio, si addita ancora
un enorme macigno detto il «Masso di Brandano» perché in
quei pressi amava sedersi il Beato Brandano, detto anche il
«Profeta di Petroio».
Girando il mondo a piedi, scalzo, vestito di panni logori,
ammoniva la gente a vivere rettamente, a pentirsi del male fatto e ad amare Iddio. Passava per città, campagne, paesi, spesso
deriso, a volte ascoltato e facendo anche profezie che sempre
si avveravano, così come accadde nel caso di questo masso.
Poiché i senesi non volevano ravvedersi della loro vita
peccaminosa, andò a predicare a Siena, ma lasciò presto la
città, vedendo che era inutile la sua parola. Risalì allora l’Amiata e andò verso Piancastagnaio, predicando che vi sarebbe
stata presto una guerra terribile. Poi volle riposarsi e si sedette
vicino al masso dove amava sempre fermarsi, tirandosi dietro
un codazzo di fedeli e curiosi.
Brandano li invitò a prepararsi perché ci sarebbe stata la
guerra tra Firenze e Siena e la città sarebbe finita sotto il dominio dei Medici.
- Ma quando avremo finalmente la pace? - gli domandavano i contadini.
Il Brandano, indicando l’enorme macigno della montagna, disse:
- Quando quel masso si spaccherà avrete una lunga pace.
- Campa cavallo... - risposero quelli - Si sta freschi! Quello
si spaccherà alla fine del mondo.
Ci fu la guerra e i senesi dovettero firmare la pace. In quei
giorni il masso si spaccò in due e dalla fenditura venne una
sorgente d’acqua purissima.
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Eroi senza lapide
La gente correva incredula a vedere il prodigio e ne tornava sbigottita finché tutti si resero conto dell’accaduto. Fu
detto quel macigno il «Masso del Brandano» e i contadini
guardano ancora la sorgente perché, se in primavera butta
molta acqua, i raccolti della campagna saranno buoni, ma se
l’acqua è scarsa, anche i raccolti saranno magri.
Molte piccole schegge leggendarie circolano ancora a
Siena sul Beato Brandano. Riguardano soprattutto le celebri profezie formulate dal Santo in versi assonanti o rimati,
con una metrica che si rifà vagamente a quella dei Salmi. Ad
esempio, soleva dire ai senesi:
Verrà tempo che tutti i vostri figliuoli,
maschi e femmine, andranno in Provenzano.
I senesi ritenevano questa un’ingiuria, dato che la contrada di Provenzano era allora abitata da prostitute e malfattori.
Compresero poi, quando in quel luogo sorse il tempio della
Madonna miracolosa di Provenzano. Molte profezie si rivolgevano a personaggi storici, a città e a paesi:
Città del Giglio, trista la madre che avrà un figlio.
Lucca, Lucca, tu hai uno che t’imbocca.
Arcidosso, tu hai da rodere un osso, che dir non te lo posso.
Trovandosi il Beato Brandano in Valdichiana, andò a visitare il padrone della Villa della Fratta Emilio Pannilini, del
quale era amico. Mentre era davanti alla chiesa, prese il suo
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Carlo Lapucci
crocifisso, che portava sempre con sé, e scavò nella pietra una
croce, poi disse:
O Fratta afflitta,
quando questa croce sarà dalla terra coverta,
soffrirai i flagelli dell’ira divina.
La cosa fu risaputa dagli abitanti, che avevano molta considerazione del Brandano e di quanto egli diceva e prediceva.
Nessuno osò mai toccare quella croce che è rimasta fino ad
oggi. Tuttavia, circa un secolo e mezzo più tardi, quando il
nuovo padrone della Fratta fece alcuni lavori, ne approfittò
per spostare più in alto la Croce del Brandano, dato che l’ingrossarsi dei due torrenti che scorrono nelle vicinanze avrebbe con facilità posto le premesse per le catastrofiche profezie
del Brandano. Dicono anche che Augusto Gori Pannilini,
colui che provvide a sollevare quella croce che sta all’esterno,
tra la porta e una finestra della chiesa, era uomo poco incline
a credere nelle dicerie; ma di fronte al Brandano ebbe anche
lui timore... Un’altra versione della profezia suona:
O Fratta, o Fratta,
quando questa croce sarà coperta dalla terra,
sarà finito il mondo da tanti guai.
Sotto la croce il signor Augusto Gori Pannilini fece porre
nel 1699 anche una lapide in latino, dalla quale pare di capire che qualcosa della profezia si sia avverata, e il rimanente
delle apocalittiche previsioni sia stato scongiurato dal pronto
intervento del provvido signor Augusto.
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