2014_1_04 Denis $$_filebase 2006.qxd
Download
Report
Transcript 2014_1_04 Denis $$_filebase 2006.qxd
RIVISTA DI PSICOANALISI, 2014, LX, 1
63
I disturbi del pensiero
a partire dagli schemi verbali filogenetici
ANNE DENIS
And fears and fancies thick upon me came;
Dim sadness –and blind thoughts I knew not,
Nor could name.»
W. WORDSWORTH
O
ccuparsi del problema dei disturbi del pensiero partendo dagli schemi
filogenetici non è una idea del tutto nuova. Nel suo studio su una
nevrosi infantile Freud si interroga a proposito de «l’ uomo dei lupi»,
la cui «irreprensibile intelligenza […] come messa fuori gioco dalle
forze pulsionali» (1914, 490) lo porta a ipotizzare l’azione degli schemi filogenetici sulla vita psichica. Già i problemi posti da questa analisi gli suggeriscono l’idea di un funzionamento «autonomo» degli schemi filogenetici innati, i quali, «al
pari di “categorie” filosofiche, presiedono alla classificazione delle impressioni
che derivano dall’esperienza» (ibid., 590). L’idea nasce dall’aver constatato il
carattere «irrappresentabile» della vita del suo paziente.
Le «categorie» filosofiche di cui parla Freud costituiscono un riferimento a
Kant (1787), la cui teoria è fondata sull’esistenza di «forme a priori» precedenti
qualunque esperienza sensibile, di «categorie» per l’intelletto e di «schemi»,
strutture intermedie fra la sensibilità e l’intelletto, da cui emergeranno le immagini. Significa presentare, al contrario dell’empirismo, l’operatività primaria di
strutture e di funzioni dello spirito come antecedente all’esperienza sensibile, ma
64
Anne Denis
anche come in grado di modellarla. Queste forme, categorie e schemi sono strutture preesistenti in attesa dell’esperienza che esse permettono di organizzare, ma
senza che si abbiano ancora delle rappresentazioni. Esse non equivalgono ai fantasmi originari, dal momento che si tratta di proprietà formali della psiche.
In ogni caso, quello che interessa Freud è mostrare che esiste una doppia origine dei fantasmi, filogenetica e ontogenetica, ma che talora «il bambino ricorre a
questa esperienza filogenetica nel caso in cui la sua esperienza personale non sia
sufficiente» (1914, 570). Più avanti scriverà: «Potremo notare come spesso lo
schema prevalga sull’esperienza individuale» (ivi).
Il mio proposito è di cercare di osservare quali conseguenze abbia sulla cura
analitica questa doppia origine della psiche: lo «schema» da un lato (forme filogenetiche autonome universali) e la rappresentazione dall’altro (processi figurativi individuali d’investimento), interrogandomi sull’energia che alimenta l’una e
l’altra modalità.
Adottando il punto di vista kantiano circa l’esistenza innata di schemi organizzatori delle sensazioni e dell’intelletto, Freud apre una prospettiva poco seguita dai suoi eredi: al di là dell’investimento degli oggetti, esisterebbe una funzione,
quasi automatica, di auto-organizzazione degli stimoli.
Siamo già a conoscenza del fatto che «il primo apparato Ψ», ipotizzato ne
L’interpretazione dei sogni – su cui ritornerò – si è costruito sul modello dell’arco
riflesso (Freud, 1900), ma si è reso necessario l’enigma dell’uomo dei lupi per
individuare, in aggiunta, una funzione di auto-organizzazione, teorizzata peraltro
anche da altre discipline (Cohen, 1985).
Occorre aggiungere che gli schemi filogenetici trasmessi si caratterizzano
per l’acquisizione nel corso dello sviluppo della cultura, di una capacità evolutiva
di astrazione dei segni che designano gli oggetti; questi segni assomigliano sempre meno alla cosa e diventano simboli, nel senso che Pierce dà al termine. A differenza di altri segni (mi riferisco all’index e all’icona), essi sono indipendenti
dal contesto, arbitrari o astratti. Studi archeologici sul numero e sulla scrittura
(Herreschmit, 1996) mostrano la stessa evoluzione, il passaggio dal segno concreto a quello astratto (dai coni e bastoncelli ai numeri; dalla scrittura geroglifica
alla scrittura alfabetica). Sembrerebbe dunque che, in senso sia negativo sia positivo, ciò che l’evoluzione della razza umana ha prodotto sia il potere di staccarsi
dalla percezione sensoriale e di rappresentarla in modo diverso dall’icona corrispondente, atto che nella rappresentazione presuppone una sorta di dissolvenza,
di perdita e assenza dell’oggetto. Ciò che diventa un beneficio per il pensiero,
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
I DISTURBI DEL PENSIERO
65
alleggerito dal peso della concretezza, costituisce nello stesso tempo un rischio di
svuotamento, attraverso un scorporamento autarchico di significazioni, che perdono contatto con la carne e l’affetto. Un altro filosofo, Hegel (1892), considerererà che «l’idea astratta» (che è propria «dell’essere morto») è la prima cosa che
si presenta allo spirito umano e che sarà necessario «il lavoro del negativo» per
trasformare questa idea astratta in «idea concreta». La sua teoria sul primato dell’astrazione ha suscitato molte reazioni negative, per esempio quella di Pierce
(1978) che, invece, sostiene la «primarietà» dell’esperienza emotiva.
La mia ipotesi è che lo schema filogenetico che viene trasmesso sia uno
schema, quindi una organizzazione astratta, una sorta di cornice, che assicura in
modo precoce e autonomo l’organizzazione degli stimoli. Ci sono dunque,
come ha proposto Laurence Kahn (2012), delle tracce mnestiche filogenetiche
che verranno attualizzate e rappresentate da esperienze successive, dando luogo
alle immagini mnestiche. Circa il carattere della capacità rappresentativa originaria, Kahn precisa e contraddice il pensiero di Freud: i fantasmi originari sarebbero posteriori e provocati da riattualizzazioni di schemi filogenetici. L’autrice
radicalizza il pensiero freudiano quando afferma che «in nessun caso» le tracce
filogenetiche sostituiscono le tracce delle esperienze personali. Al contrario
Freud ammette che la filogenesi preceda l’ontogenesi. Potremmo chiederci allora: quando e perché dunque determinate esperienze sarebbero rimaste nella condizione di schema?
L’auto-organizzazione schematica è anteriore all’investimento dell’oggetto investimento che sopraggiunge dopo il periodo di odio o di indifferenza dell’Io
originario (Freud, 1915) che, normalmente, fa sparire lo schema sottostante, così
come in un palinsesto il nuovo testo nasconde quello più antico. D’altra parte è
proprio su questo punto che Freud constata un’anomalia nel suo paziente in confronto alla regola generale: «Così la sua vita psichica produceva un’impressione
analoga a quella che produce la religione dell’antico Egitto, che ci appare così
sconcertante per il fatto che ha conservato i suoi stadi evolutivi accanto ai suoi
prodotti terminali […] e ha insomma disposto in superficie ciò che in altre evoluzioni è stratificato in profondità» (Freud, 1914, 590). Si potrebbe pensare a
un’organizzazione senza rimozione dello schema antico?
A proposito dei pazienti psicosomatici, Nicolaidis, che usa la nozione di
palinsesto, ritiene che vengano cancellate le esperienze di sensazioni-percezioni
non investite da un rappresentante-affetto (2001, 73). Non si potrebbe dunque
pensare che queste sensazioni-percezioni non investite scaturiscano da una autoRivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
66
Anne Denis
organizzazione schematica che si sia arrestata nel suo sviluppo ontogenetico individuale? Quanto a fissazione di tracce precoci, vi sarebbe tuttavia una differenza
fra l’organizzazione costrittiva della nevrosi e la somatosi. Per l’uomo dei lupi,
Freud insiste sulla tenacia della fissazione di queste tracce.
Talvolta nella clinica, nei sogni o nella percezione vigile, troviamo indizi di
forme geometriche e che sembrano alludere a una fissazione all’antica modalità
schematica, segno di qualcosa che storicamente «non è avvenuto»: una rappresentazione che è stata bloccata nella sua evoluzione ontogenetica individuale. In
questo caso può essere necessario un intervento analitico per trasformare lo schema geometrico in una rappresentazione di cosa: «A cosa potrebbe somigliare tutto ciò?» (Denis, 2011, 342). L’intervento restituisce una figurabilità e una individualità allo schema del paziente, che trova una rappresentazione di cosa e di
parola corrispondente allo schema percepito. Queste tracce mnestiche senza
immagine né parola fanno pensare a rappresentazioni in forma di silhouettes,
stampini, – ma non è stato detto che per prima cosa noi vediamo i contorni dell’oggetto? – in cui non è stato ancora riconosciuto l’oggetto. Rolland (2010) pensa che le tracce filogenetiche e le esperienze ontogenetiche più precoci costituiscano lo sfondo scritturale del sogno, sfondo che non appare mai come tale. Si
può tuttavia pensare che si tratti di una regola generale alla quale alcune analisi, o
alcuni momenti di una analisi, fanno eccezione. La mia ipotesi è che queste tracce filogenetiche costituiscano lo sfondo della psiche da cui emergeranno, come
dalla tela di un quadro, dei nuclei personali inconsci che costituiranno poco a
poco una organizzazione «propriamente psichica», «inconscia e somatica»
(Freud, 1940), grazie al risveglio pulsionale e ai suoi investimenti narcisistici e
oggettuali.
Vi sono altre situazioni cliniche in cui lo «sfondo» svela la sua modalità di
funzionamento non figurativo: i quadri astratti che possono comparire nel processo controtransferale, come quando l’analista non segue più il testo del discorso del paziente e regredisce a un’attenzione basata soltanto sulla sensibilità
inconscia (di solito succede durante un momento di impasse del processo analitico), ora escludendo il sonoro, ora oscurando le immagini. Una volta fissata, la
forma non figurativa che è emersa deve essere legata a una rappresentazione di
cosa e di parola che in seguito verrà comunicata al paziente. Essa suscita un’associazione al cui riguardo il paziente talvolta commenta che per lui si trattava di
qualcosa d’inconcepible. Ciò porta a pensare che quanto sia storicamente irrapresentabile possa essere prefigurato nell’inconscio dell’analista.
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
I DISTURBI DEL PENSIERO
67
Le diverse caratteristiche delle forme non figurative o astratte riguardano la
qualità della forma: geometrica e fissa, o colorata e leggermente mobile. Per
diventare utilizzabili, queste situazioni cliniche (la prima è inerte, la seconda
generativa di una rappresentazione) devono andare incontro a un lavoro di iconizzazione dello schema. In ogni caso si tratterebbe di stimoli che sarebbero
rimasti allo stato di tracce percettive (con o senza investimento, a seconda della
loro qualità), anteriori a una registrazione inconscia, per come Freud l’aveva concepita inizialmente (Freud, 1896). Queste due modalità, al di qua della rappresentazione di cosa, sono state individuate anche da Ehrenzweig nel suo studio
sull’opera d’arte. Insieme alla rarefazione dell’attenzione, che egli chiama lo
scanning, molto vicino o simile all’attenzione fluttuante, che tuttavia non nomina, egli pone la Gestalt, un «pattern astratto», che si avvicina – sostiene – ai pattern geometrici semplici. Mentre l’intuizione psicologica è libidica, la Gestalt è
automatica e ripetitiva. Il suo libro, molto denso, è convincente soprattutto quando scrive che «lo sviluppo di immagini nuove nell’Arte e di concetti nuovi nella
Scienza si nutre del conflitto fra due opposti principi strutturali» (Ehrenzweig,
1967, 54).
Infine un’altra fonte di studi riguarderebbe le forme pre-figurative, nello
scambio fra Freud e Von Weizsäcker, di cui riporto la riflessione di Fédida (1992,
234): «Uno degli aspetti più paradossali di una crisi – che, soggettivamente per
qualsiasi malato, assume valore radicale di ingiunzione a scomparire/esistere –
sta nel fatto di comprendere nel suo baratro degli schemi di imagini allo stato
irrappresentabile e in genere impronunciabile. Questi schemi di immagini, che
non sono assimilabili a fantasmi ma dipendono piuttosto da abbozzi frammentari
di un linguaggio perduto, sono delle zone di contatto che lo psicoterapeuta deve
andare a raccogliere […] La sola parola possibile è quella che, in tali momenti,
offre delle parole che partecipano alla formazione dell’immagine». Ritroviamo
nelle sue parole la concezione kantiana dello schema come una sorta di monogramma tramite il quale e secondo il quale le immagini acquistano la loro stessa
possibilità (Kant, 1787).
Accettare l’esistenza di schemi filogenetici potrebbe rappresentare una ferita
narcisistica ancora più difficile da tollerare di quella dell’inconscio; l’inconscio
infatti ci appartiene, mentre il materiale filogenetico ci arriva da acquisizioni che
appartengono a tempi immemorabili della preistoria umana. A questo punto
s’imporrebbe una conclusione: lo schema potrebbe essere una funzione di astrazione immediata e autonoma che potrebbe continuare ad esercitare la sua azione
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
68
Anne Denis
dopo il sopravvenire della vita «propriamente» psichica dell’individuo. Numerosi autori hanno denunciato questa disincarnazione, come Von Hoffmannsthal,
che scriveva che la maggior parte delle persone non vivono nella vita ma dentro
un simulacro, una sorta di algebra in cui niente esiste e tutto semplicemente significa (1902). Il «simulacro» fa pensare al feticcio e alla scissione dell’Io. È la lingua tuttavia, intesa nel senso «saussurriano» del termine come sistema di segni
arbitrari e legami sintattici fra segni, che si presta meglio alla schematizzazione.
Cercherò di dimostrare che i disturbi della capacità di pensare hanno origine in
un sovra-investimento o contro-investimento, e che sia l’uno sia l’altro possono
costituire un ostacolo al pensiero.
Tralascio di considerare la seconda osservazione ispirata a Freud dall’analisi
dell’uomo dei lupi. È difficile, egli dice, «trattenersi dal supporre che una sorta di
sapere che sfugge a una esatta definizione, quaclosa che assomiglia a una preparazione alla comprensione, agisse fin da allora nel bambino» (1914, 591). In questo caso, nuovamente, ci avviciniamo a territori inesplorati che rimandano all’idea di pre-concezione bioniana, al vasto ambito dei comportamenti e dei riti etologici, e alla neuro-fisiologia della «coscienza primaria» .
LO SCHEMA FILOGENETICO VERBALE
Applicando al linguaggio umano la teoria filogenetica, possiamo affermare
che la parola è uno schema filogenetico la cui attivazione dipende dall’incontro
con un oggetto umano (i «bambini lupo» ne sono la prova al contrario), ma che si
forgerà precocemente a seconda dell’una o dell’altra influenza prevalente: filogenetico-schematica o individuale-figurativa in funzione della relazione d’oggetto disponibile. Nel corso di un normale apprendimento del linguaggio, la
madre gioca introducendo schemi filogenetici verbali: li deforma, li rinomina, li
collega alle forme onomatopeiche mimetiche sensibili, li integra in una curva
prosodica e musicale.
Ma non tutti hanno la fortuna di avere una madre che sa usare la follia dei
significanti per far credere al bambino che lo schema concettuale è fatto per
esprimere la sua vita individuale. Il paradosso del linguaggio consiste nel fatto
che è costituito da forme il cui significato è fisso e che, ciononostante, possono
esprimere emozioni e rappresentazioni individuali. In seno al linguaggio verbale
esiste un’esigenza conflittuale: la «significazione» versus il «senso» (Frege); la
«lingua» versus la «parola» (Benvéniste); la «comunicazione» versus «l’espresRivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
I DISTURBI DEL PENSIERO
69
sione» (Bally); il «reportage» versus la «musica» (Mallarmé). Le diverse discipline recuperano il conflitto, in seno al linguaggio, fra gli schemi (dell’Io?) e i
rappresentanti (dell’ Es?), fra la fissità e il movimento.
Il compito cui adempiono la lingua materna e la poesia consiste nel reintrodurre il movimento e il colore dell’affetto nelle strutture che la simbolizzazione
ha fissato all’interno dell’univocità concettuale. Anche la musica è obbligata ad
aggiungere una connotazione affettiva ed emozionale (sehr ruhig, o vivace, o
dolcissimo, ecc.) alla frase musicale, anch’essa composta dei simboli che sono le
note. Nei testi greci antici, le notazioni tonali e gestuali accompagnavano il testo
filosofico arcaico (Detienne,1981).
Potremmo inoltre pensare che il momento della raffigurazione (Darstellung)
nella cura analitica è un momento di stile in cui lo «scarto» (Gruppo μ, 1982) in
relazione al simbolo è assicurato da una metafora che, come la sua etimologia
rivela, trasporta o trasferisce il senso (elemento sensibile) su un simbolo (elemento concettuale), come nell’espressione «il furore della tempesta», oppure «la
chiave del problema». Anche il ruolo delle associazioni ai sogni potrebbe considerarsi una sorta di metaforizzazione del pensiero manifesto del sogno, che prenderebbe corpo attraverso le componenti associative. «Qual è il problema concreto dell’analisi?», si chiedeva Abraham (1987, 337), e rispondeva: «trasformare il
simbolo in metafora». In altre parole, è la medesima posizione che assume Kahn
quando scrive che «la funzione del simbolo nella cura consiste sempre nell’aprire
la strada al costituirsi di una “massa a due” (un intreccio a due); e anche che la
sensibilità inconscia dell’analista si rivolge alla “parte del discorso del paziente
che non è la lingua”» (2012, 195). Bally arriverà addirittura ad affermare che esiste una «antinomia fra lingua e pensiero» (1965, 82). Nella prospettiva di questo
saggio, il simbolo e il linguaggio vengono intesi come organizzazioni che derivano direttamente dallo schema nudo, senza l’azione riempitiva libidica né della
metafora materna né della sessualità sublimata che questa veicola. In ogni caso, il
pensiero sembra essere il risultato di un conflitto superato fra la lingua e la capacità espressiva individuale: entrambi i tipi di organizzazione sono infatti necessari e necessariamente dialettici.
I disturbi del pensiero che si osservano nella clinica, nel bambino come nell’adulto, possono disporsi in due gruppi opposti: troppi «schemi concettuali» nel
primo caso e non abbastanza nel secondo. In entrambi si riscontra però l’assenza
di rappresentanti-rappresentazioni, come pure di «qualità specificamente psichiche». Questa constatazione evidenzia il raro e difficile equilibrio fra le due fonti
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
70
Anne Denis
della rappresentazione di parola (e la rarità dello stile?), ma questi sintomi riguardano alcune condizioni relative alla cura psicoanalitica classica di cui qui non ci
occupiamo: la rappresentanza e la raffigurabilità non sono sempre dati in partenza. Una conseguenza di questo stato di cose consiste nel fatto che da un lato non
vi è collegamento fra rappresentazione di cosa e rappresentazione di parola e,
dall’altro, che i sogni, quando ve ne sono, non si articolano con le associazioni.
Utilizzo il termine «schema concettuale» (che appartiene alla filosofia del linguaggio), piuttosto che il termine «significante» (che appartiene alla linguistica),
oppure quello di «rappresentazione di parola» (che appartiene alla metapsicologia), per insistere sulla tendenza concettuale astratta della parola, più frequente di
quanto lo sia il suo uso in rapporto all’esperienza individuale e al pensiero.
Un semplice caso clinico illustrerà la differenza fra schema concettuale (linguistico) e rappresentazione di parola (personale, esperienziale, privata): si tratta
di un’adolescente che recita un discorso convenzionale, con quella capacità di
autogenerazione che possiede la lingua privata della sua rappresentabilità potenziale. Quasi alla fine della seduta, le dico che, in tutto quanto ha raccontato, non
ho sentito che due parole colorate: questo e questo. Segue un lungo silenzio. Poi,
sembra risvegliarsi e dice: «Tutto quello che le ho raccontato, non ero io. Io ero
quelle due parole». Il suo discorso ipnotico era probabilmente dovuto a ciò che
Bally chiama «costrizione linguistica», era esercitato prima che si possa realizzare un proprio potere di riflessione. In questa situazione «l’individuo ha subito
così a lungo e così profondamente l’azione che proveniva dall’esterno, da non
accorgersi più dell’origine esterna a lui stesso, e crede, subendola, di darsi degli
ordini; la suggestione è diventata (in apparenza!) autosuggestione» (1965, 117;
corsivo mio).
LA VITTORIA DELLO SCHEMA SULL’ESPERIENZA DI VITA INDIVIDUALE
Riprendiamo qui l’espressione freudiana per designare un gruppo di pazienti
le cui performances linguistiche, per quanto impeccabili, sono prive di qualsiasi
rappresentanza. Come diceva Lacan, essi parlano tanto meglio in quanto non parlano la loro lingua. Così quel piccolo paziente che, a quattro anni, può elencare
tre sinonimi concettuali («tornado, tempesta, uragano») guardando dalla finestra
attraverso la quale si può scorgere un cielo perfettamente sereno. Dal momento
che non riscontra reazioni (a differenza di quelle della madre logopedista) si
avvicina alla poltrona dell’analista e dice: «Il cielo è rotto». Questo passaggio da
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
I DISTURBI DEL PENSIERO
71
un linguaggio ad un altro, meno efficace, ma più espressivo, segnala che il prevalere dello schema sulla vita individuale si è trasformato a seguito del manifestarsi
vivido di una tragedia o di un trauma precoce. Questo bambino, di cui ho riportato elementi della prima seduta, era psicotico. Il padre e la madre, entrambi figli di
emigrati, erano stati depositari dell’ideale dell’Io parentale con il compito di
ripararlo (anche con la minaccia di un coltello). L’ideale dell’Io parentale, che ha
preso il posto dell’ideale dell’Io individuale, come può accadere nelle relazioni
di un leader con la massa, svolge un ruolo significativo nel fissare gli schemi e
nella qualità delle prestazioni linguistiche e concettuali.
Ma non sono solo i piccoli pazienti psicotici a essere prigionieri dei sovrinvestimenti degli schemi verbali, a scapito della capacità di esprimere la propria
vita psichica. I pazienti adulti con tendenza al pensiero operatorio o narcisisti
trovano delle difficoltà nell’investire le rappresentazioni di parola in modo che
esse possano divenire dei rappresentanti-rappresentazioni. «Anti-analizzandi»
o «anti-psichici», essi rifuggono in realtà qualunque via che potrebbe condurli
alla traccia mnestica (fonte di «dolore e terrore») della percezione e, in seguito,
del ricordo traumatico che ha provocato una reazione di fuga. Questa è l’esemplificazione freudiana, fin da L’interpretazione dei sogni, del meccanismo di
allontanamento (Abwendung) caratteristica del «primo sistema Ψ», e che diventerà la rimozione… a condizione che l’apparato psichico sviluppi un «secondo
sistema» «in grado di inibire lo sviluppo di dispiacere». E Freud conclude: «Nel
caso in cui qualche cosa si sottraesse a quest’inibizione, rimarrebbe inaccessibile anche al secondo sistema, verrebbe tosto abbandonato in virtù del principio di
dispiacere» (Freud 1900, 547-8). Abbandonato sicuramente, ma dopo aver
lasciato una traccia.
Ogni volta che riusciamo ad avvicinarci alla zona traumatica, per esempio
dopo una seduta eccezionalmente ricca di sogni e associazioni, l’Abwendung, e
non la rimozione, provoca una fuga caratterizzata da annullamento retroattivo
della seduta, regressione melancolica immediata e massiccia, reazione di letteramorta del bambino autistico (che ha compreso perfettamente), e ciò che Green
(1993) ha chiamato «l’allucinazione negativa della parola» (che si sovrappone, a
mio parere, all’allucinazione negativa del senso, anteriore al linguaggio). Dobbiamo forse aggiungere alla proposta freudiana la considerazione che non vengono evitati soltanto la percezione e il ricordo, ma il desiderio stesso e la ricerca di
una soddisfazione, dal momento che questi sono stati fonte di «dolore e terrore»
che, in considerazione della debolezza dell’Io precoce, vengono percepiti non
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
72
Anne Denis
come affetti, ma come sensazioni di tortura e di frantumazione (cfr. la «traccia
somatica»).
Gli schemi verbali, con le loro forme fisse (al contrario di quelle dell’espressione), si addicono perfettamente a evitare le tracce traumatiche precoci. Questa
difesa evitante può essere stata ulteriormente rinforzata attraverso un’identificazione con la lingua morta dell’oggetto storico, che l’analista deve a sua volta
subire. Possiamo peraltro riscontrarlo nella psicoanalisi dei bambini, che nella
verbalizzazione in seduta imitano involontariamente, con precisione assoluta, il
modo di parlare poco erotico del loro oggetto reale, per esempio mentre torturano
una bambola che stanno «curando». All’opposto, le loro richieste transferali
mirano alla ripetizione di espressioni prosodiche che l’analista ha usato in maniera non intenzionale. Nei pazienti adulti ritroviamo la medesima brama prosodica:
«Non mi importa di quello che sta raccontando, ascolto la musica delle sue parole», dirà una paziente il cui racconto narcisistico esprimeva dei significati altrettanto «analitici» (sogni e associazioni) di quelli dell’uomo dei lupi, ma senza sperimentarne alcuno «sulla propria pelle – più esattamente sulla propria anima»
(Freud, 1926, 366), a causa dell’identificazione narcisistica con il metodo analitico. Questi desideri manifesti non modificano in alcun modo la traccia e dovremo
attendere di ritrovare il dolore del trauma, a volte insopportabile, perché le cose
mutino realmente e l’esperienza della vita individuale abbia la meglio sullo schema verbale.
Un altro sintomo è rappresentato dal ricorso frenetico a tutte le forme di arte
al di fuori della cura, che potrebbero costituire a buon diritto un transfert laterale
agito: la musica, la danza, la pittura, la scultura o l’artigianato artistico sono ricercati nella realtà, ma, per una quota che residua sul piano inconscio, esclusi dal
transfert e dall’introiezione. Il sintomo diverrà più evidente con la rappresentazione di un ideale dell’Io in cui l’oggetto demoniaco proibisce di «inventare»,
come dicono i bambini, cioé di creare delle rappresentazioni originali risultanti
dalla spontaneità, condizione correlata alla permanenza dell’affetto nell’esistenza. Kant ha stabilito la relazione fra spontaneità e appercezione (sentimento della
propria esistenza e dell’esistenza dei propri pensieri) e la sua concezione è molto
vicina alla creatività di Winnicott in realzione al vero Sé. Ma nessuno dei due stabilisce una relazione, che invece ritengo essenziale, con l’introiezione della sessualità.
L’ipotesi che si è venuta a formare a partire da queste organizzazioni anti-psichiche, in relazione alle quali la talking cure presenta da subito un «difetto fondaRivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
I DISTURBI DEL PENSIERO
73
mentale», è un «non-avvenuto» del senso che investe la parola, che si rivela in
après-coup come un impedimento al ritrovamento di senso all’interno della relazione precoce con l’oggetto, anteriore quindi al linguaggio verbale. Dal momento che non fornisce le forme sensibili che rappresentano la pulsione e la possibilità per un investimento libidico, in cui la vita psichica avrebbe dovuto trovare la
sua risonanza esterna, parentale, la sua conferma e la sua ragione di consapevolezza, l’oggetto ha creato un vuoto traumatico psichico che l’Io «debole», dei primi anni di vita, ha potuto evitare solamente attraverso la fuga dall’affermazione
dell’Io, fuga divenuta sinonimo di dolore distruttivo. La simultaneità fra la ricerca della soddisfazione «essenzialmente psichica» e il dolore costituisce allora la
qualità di questa traccia. Infatti se dopo una fase iniziale di indifferenza l’oggetto
è amato e investito (Freud,1915), l’avvento di una vita «propriamente» psichica
esige poi risposte diverse da quella della sola soddisfazione fisiologica, richiede
risposte metaforiche che sono «il movimento di èros che genera autòs» (Fédida,
1992, 234).
Il «non luogo» della risposta metaforica provoca una fissazione paradossale
allo schema concettuale che diventa sia rimedio (evita la reviviscenza del dolore)
sia veleno per la vita psichica, in quanto non può essergli utile poiché la sua fissità
si connota per l’aspetto impersonale. È un pharmacon, nel suo significato etimologico: medicina e veleno insieme.
L’utilizzazione difensiva dello schema contro lo schema mi è stata chiarita da
un giovane paziente. Arrivato, a circa sette anni, con una diagnosi radicale di non
scolarizzabilità, ciononostante ha completato gli studi in un istituto tecnico, grazie a una lunga analisi, alla determinazione terapeutica dei genitori, e soprattutto
a un dono per la matematica che gli permetteva di salvarsi ogni volta superando
l’anno scolastico, mentre era invece refrattario alle materie in cui il linguaggio
verbale era indispensabile. In un momento della sua analisi in cui era in gioco
l’Edipo, mi raccontò di un sogno ripetitivo che aveva fatto più volte negli anni:
Cadeva lentamente in un baratro senza fine i cui bordi erano disseminati di forme
geometriche diverse, alle quali si aggrappava con lo sguardo come per fermare la
caduta.
Mi spiegò tranquillamente (fu la sua prima e ultima «interpretazione») che
quelle forme geometriche erano il modo di evitare di essere inghiottito nella voce
materna, della quale mi disse in quel momento: «Ma tu non sai cosa sia questa
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
74
Anne Denis
vocetta acuta!». La mamma era logorroica… e ortofonista. Il mio paziente non
era né autistico, né un Wolfson (2009), e aveva potuto conservare una capacità
libidica che il transfert poté sublimare in linguaggio provvisto di senso. Questo
esempio dimostra che la fissazione allo schema, in questo caso schemi geometrici visivi, può presentare modalità diverse dalla fissazione agli schemi verbali.
Frances Tustin pensava che queste forme primitive normali potessero essere sia
geometriche, sia musicali.
Nei pazienti adulti, psicosomatici e narcisisti, il lettino permette il dispiegarsi
di una vita psichica in cui vediamo che l’identificazione ha avuto la meglio sull’investimento (cosa che Freud ipotizzava come possibile, anzi come un fenomeno generale; 1921), l’Io sull’ Es, e la sua influenza sulla sessualità. Ma in questo
caso l’identificazione è di una qualità singolare per la sua intensità ed evoca quella che si svolge in modo diretto, immediato e più precoce di ogni investimento
d’oggetto, di fronte al padre primitivo (Freud, 1923b), che si potrebbe definire
come identificazione filogenetica. Potremmo anche assimilarla all’incorporazione d’oggetto in quanto, in queste analisi, si produce un notevole cambiamento
quando si origina un sogno di incorporazione, cioè alla fine si può rappresentare.
In assenza di un linguaggio metaforico in cui il significato colori lo schema verbale, abbiamo soltanto delle significazioni molto interessanti, ma isolate dalle
fonti pulsionali. Alla fine, i pazienti stessi se ne lamentano: «Non appena rivesto
di parole quello che penso, diventa morto… è colpa del linguaggio», dice una
paziente filologa. Un’altra dirà: «Non appena apro la bocca, ho l’impressione che
ne escano dei sassi», e ciò ricorda la fiaba dei Grimm delle due sorelle una delle
quali vomitava rospi nel parlare, perché era cattiva, mentre l’altra perle, perché
buona! Una paziente dal pensiero operatorio definiva il proprio funzionamento
«il quadrato», cosa che fa pensare all’espressione dialettale americana square per
designare i conformisti. Uno dei suoi sogni, poco dopo l’inizio dell’analisi, rappresentava «una casa quadrata, liscia e vuota».
In ogni caso, se lo schema concettuale è utilizzato ugualmente dal narcisista
come dal soggetto con modalità di pensiero «operatorio», il primo può dare l’impressione che si tratti di rappresentazioni di parole, in quanto giunge anche a imitarne l’affetto e può fare delle associazioni interessanti a causa di un’identificazione con la psicoanalisi, come ideale dell’Io e recupero dell’ideale parentale; mentre
il secondo utilizza un linguaggio fattuale, per così dire in modo innocente.
La distinzione che abbiamo fatto finora fra il senso e la significazione e fra la
parola e la lingua si spiega con la costruzione eterogenea di rappresentazioni di
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
I DISTURBI DEL PENSIERO
75
parola e attraverso la doppia azione combinata dello schema filogenetico e di una
«aspirazione all’espressione» ontogenetica. Quando lo schema la vince, allora
abbiamo, come dice Green (1984), il regno della lingua con il suo «obiettivo di
controllo» e i suoi germi di morte che si manifesteranno con la sterilizzazione dei
linguaggi disoggettivizzati. Alle parole di Green si aggiungono quelle di Yves
Bonnefoy, che afferma che «la significazione distrugge il senso» e che il «recupero» del senso è la funzione del poeta (Olender, 1987).
Prima di trattare dei disturbi del pensiero dovuti alla mancanza di schemi verbali, disturbi in cui la patologia è più evidente per il carattere «deficitario» del linguaggio verbale, per una piena comprensione della mia ipotesi è necessaria una
precisazione: riguarda il problema della sessualità e dell’Edipo, la modalità più
sviluppata della libido infantile. La guarigione di questi disturbi è strettamente
legata al destino della sessualità nella cura; ed il pensiero, sia come espressione
che come comunicazione, sarebbe una sublimazione della sessualità, che
l’Abwendung precoce del desiderio aveva reso impossibile. Ma se si ammette,
con Freud, che il complesso di Edipo è uno di quegli schemi congeniti di origine
filogenetica, il problema diventa ancora più complesso: la forma edipica a priori,
come schema che ingloba la relazione del bambino con i genitori, per diventare
poi il complesso di Edipo individuale, deve investire gli oggetti parentali, la cui
sessualità, lo abbiamo già osservato per gli «stati limite», non è sempre un
modello favorevole a un investimento trofico, cosa di cui Freud non si preoccupava particolarmente.
D’altra parte bisognerebbe stabilire la differenza fra la Verwerfung e
l’Abwendung nell’eziologia dei disturbi del pensiero per eccesso. Se il piccolo
paziente il cui cielo era rotto era proprio psicotico, i pazienti narcisisti e psicosomatici non lo sono affatto. Potremmo ipotizzare in prima approssimazione che la
loro capacità di identificazione li ha salvati dalla «disoggettivizzazione», al prezzo della loro stessa vita psichica.
L’ABBANDONO DEGLI SCHEMI FILOGENETICI
I disturbi dell’attenzione nel bambino e i disturbi della parola e del pensiero
nell’adulto vengono percepiti come un handicap da coloro che ne soffrono, poiché
vi è la consapevolezza del disfunzionamento dell’apparato psichico, confermato
dall’ambiente; ambiente che può diventare aggressivo nei loro confronti come di
fronte a un bambino «ottuso». In tal modo il trauma primario si complicherà con
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
76
Anne Denis
traumi secondari e potrà portare a ripetuti fallimenti nella vita scolastica, sociale e
professionale. I sintomi sono molteplici: voce flebile, assenza di proiezione vocale, articolazione impastata, voce che trema (cosa che talvolta viene risolta con farmaci, quando la vita professionale richiede di parlare in pubblico), mancanza di
tonicità nel fraseggio (che si sviluppa in maniera sincopata) e, nei casi gravi, eliminazione della capacità di connettere parole o frasi, con una discontinuità incessante dell’attenzione, della relazione e dei comportamenti.
Talvolta il sintomo non è evidente ed è l’aspetto «stilistico» del discorso ad
allertare la sensibilità «fluttuante» dell’analista. Non è l’esitazione del paziente,
cosa dopo tutto molto normale quando si cerca di parlare della propria vita interiore con «il linguaggio delle nostre percezioni», ma il suo atteggiamento, mentre
parla, come di chi cerca di decifrare ciò che dice, un po’ come i bambini che
imparano a leggere e sillabano. In casi del genere, fin dal primo incontro ho preso
la decisione di fare un’analisi vis à vis, decisione che in seguito ha trovato un’ampia giustificazione.
Ma quali fattori costanti possiamo far emergere da questi casi clinici?
Prima di tutto appare evidente che per più di una ragione questi pazienti non
traggono alcun piacere dall’impressione di familiarità di cui beneficia invece la
maggior parte degli esseri umani rispetto alla propria lingua, detta «natale». I
significanti verbali, che non sono altro che schemi asessuati fino a che non vengono animati dal contributo metaforico materno, sono stati espulsi dalla psiche a
causa del dolore che provocavano. Nei bambini autistici, all’inizio mutacici, questo dolore in seguito verrà espresso attraverso un gemito: «Mi dondolo perché
non c’è musica». In tutte le analisi, sia infantili che di adulti, la musica, food of
love, rappresenta la necessaria presenza di una pulsione di vita sublimata nella
rappresentazione, e il trauma precoce parla della sua assenza. Se la qualità della
risposta oggettuale è mancata all’esterno, all’interno è presente un altro dolore,
quello del fallimento della sublimazione precoce e del narcisismo primario (già
Freud riteneva che la sublimazione intervenisse nel narcisismo, che gli appariva
come una sorta di sublimazione dell’amore oggettuale).
Nelle situazioni cliniche caratterizzate da questi deficit, gli aspetti psicopatologici sono molto variabili, ed è possibile arrivare fino alla mort sans phrase della
somatosi. Senza riflettere mi sono trovata a dire ad una paziente colpita da una
cachessia galoppante (in seguito a timidi fantasmi edipici): «Ma non ha nessun
altro linguaggio che quello della morte per dirci che vorrebbe essere capita?» (l’avevo spesso sentita dire che era «una mutilata della parola»). Il movimento di
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
I DISTURBI DEL PENSIERO
77
«disorganizzazione» si è allora fermato. L’Edipo, facendo finalmente la sua comparsa, aveva minacciato la relazione placentare con l’oggetto raffigurata in un
sogno1 (una minaccia di morte reale era stata la posta in gioco della sua nascita).
Avere semplicemente evocato una parola (non una lingua) attraverso cui si sarebbe potuta esprimere senza dubbio aveva suscitato inconsciamente un transfert nel
quale la relazione con l’oggetto materno poteva essere una relazione di parola. Ma
tutto questo lo si può pensare solo successivamente, perché sul momento è la sensibilità inconscia, resa più viva dal pericolo della morte, che guida l’intervento.
In un’altra configurazione, il disturbo del pensiero è legato a una de-simbolizzazione degli schemi, in relazione con le ulteriori imago materna e paterna. La
paziente, che decifrava le proprie parole, faceva anche dei sogni la cui concretezza giustamente la sconvolgeva. In seguito a un attentato in cui erano state uccise
numerose persone nella sua città, fece questo «strano» sogno:
Ha fatto un tappeto di fili di legno composto di numerosi quadrati, come un patchwork, come se si trattasse di un pezzo di artigianato di vimini, e lo espone all’esterno. Vuole venderlo, ma a pezzi, «smantellandolo» e, proprio nel sogno, questo
smantellamento è «simbolico», cioè esprime il dolore che le è stato fatto subire.
Questo tappeto realizzato di materiali naturali la riportava a un regalo ricevuto nell’infanzia, costruito anch’esso con altri materiali naturali (delle foglie?),
che la madre aveva gettato nella spazzatura. Ricordo di copertura che si ripeterà
più tardi con la proibizione materna di esercitare un talento artistico già riconosciuto all’età di dodici anni. Il mio intervento verterà sulla distruzione del suo
tappeto personale, ossia fili e legami psichici sottintesi, ma anche e soprattutto
sull’autodistruzione dell’identità sessuale, in quanto tappeto e legno sono simboli della femminilità, come dice Freud. Lei dice di saperlo, ma forse credeva che
nessuno se ne preoccupasse. L’autodistruzione funziona qui anche come un agieren senza linguaggio. Il resto diurno degli attentati commessi da un folle mostra
che «l’assassinio psichico» era stato probabilmente la causa attribuita in quel
momento al dolore infantile. Dando per scontata l’esistenza di «categorie» filogenetiche (ne è un esempio la causalità), l’impressione di «dolore e di terrore» si
inscrive in una causalità storica che, in questo caso, è l’intenzionalità attribuita
all’oggetto di privare l’infans della sua vita psichica.
1
Nel sogno, un bimbo era nato avvolto da una membrana che si doveva gettare via perché egli vivesse, ma
lei non poteva farlo perché si trattava di materia viva.
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
78
Anne Denis
La de-simbolizzazione dello schema si ritrova nell’analisi di un altro paziente, con un sogno che raffigurava un pianoforte il cui coperchio era aperto, cosa
che permetteva di vedere che i martelletti erano fatti di «pezzi di carne». Questo
paziente era venuto in analisi perché non riusciva a scrivere la tesi di dottorato,
che gli era necessaria per la carriera universitaria. Anche in questo paziente la desimbolizzazione storica era legata a una imago paterna svalutata (a causa di un
incesto o d’incestualità), conseguente al controinvestimento degli schemi simbolici paterni, e del blocco della sublimazione. La differenza fra le due organizzazioni psicopatologiche risiedeva nella profondità della carenza simbolica subita:
nel primo caso era mancato il senso stesso della nascita, mentre nel secondo, più
nevrotico, l’incesto materno aveva confiscato «le lettere d’amore» del figlio, che
con l’analisi egli tornerà a cercare nel transfert.
La lettera d’amore (Deguy, 1985, 132) della sublimazione, presuppone la
lettera e l’amore; ma un amore non incestuoso, quindi sublimabile. L’arte, come
tutte le sublimazioni ordinarie, esige «una quantità di libido libera che si riesce a
mantenere allo stato fluttuante» (ivi). Nella prefazione al libro di Ehrenzweig,
Lyotard cita Freud a proposito dell’energia libera e ricollocabile che permette la
sublimazione. Una delle conseguenze disorganizzatrici dell’incesto consiste nel
fatto che fissa tutto l’investimento sull’oggetto. Un’ipotesi possibile sul deficit
degli schemi filogenetici, da considerarsi congeniti, sarebbe pensare a tale deficit
come riconducibile a un danno causato da un trauma precoce i cui effetti sarebbero retroattivi, cioè capaci di avere conseguenze sugli stadi anteriori dello sviluppo, conseguenza opposta all’après coup, che invece opera a valle.
Nei bambini con disturbi dell’attenzione (ADHD) e inadeguatezza scolastica grave, c’è anche un deficit dell’organizzazione schematica la cui eziologia mi è sembrata derivare dalla necessità precoce di iperattività per lottare
contro la sensazione di una minacciosa morte psichica («essere morto» diventerà un gioco transferale, dopo un lungo periodo di analisi). La medicina definisce il risultato terapeutico dell’assunzione di Ritalin come «effetto paradosso» perché, in effetti, calma l’agitazione e permette l’apprendimento scolastico, mentre in altri pazienti le anfetamine hanno un effetto eccitante. Io immaginerei piuttosto in tutto questo un effetto omeopatico: la necessità difensiva
del movimento e delle continue sincopi temporali dell’attenzione viene assunta dal farmaco, che crea una dissociazione psicosomatica e libera i processi
secondari. La scolarizzazione allora diventa possibile, ma la si paga con la
dipendenza da un farmaco.
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
I DISTURBI DEL PENSIERO
79
Diversamente, nei bambini non medicalizzati, la cura psicoanalitica fa emergere, in primo luogo, un bisogno imperativo di ritmo e di senso condiviso, al di
fuori di qualunque significante verbale… e un rifiuto, altrettanto imperativo, di
ogni categorizzazione e di ogni organizzazione schematica. Il momento del ritorno alla vita psichica, anche in questo caso, diventerà visibile con la ricomparsa di
una capacità inventiva. Una bimba di 10 anni mi dirà: «Ho fatto la prima invenzione della mia vita». Ne seguirà l’investimento degli schemi da parte della pulsione, con il comparire dei sogni, delle angosce e dei fantasmi. Questi esempi clinici sono particolarmente interessanti poiché dopo il trauma precoce non sopravvive più alcuna struttura né verbale, né relazionale, né temporale. Il trauma precoce o «prematuro» ci conduce a una ipotesi che Freud non aveva postulato: la
vittoria delle tracce mnestiche personali sulle organizzazioni autonome di origine filogenetica.
La maggior parte dei disturbi del pensiero nasce all’interno delle relazioni
d’oggetto storiche nelle quali sono mancate la libertà pulsionale e l’autonomia
narcisistica. I fattori oggettivi esterni, che non costituivano la preoccupazione
principale di Freud, agiscono dunque sul destino delle tracce filogenetiche sia
nel fissarle, sia nell’allontanarsene precocemente, sul modello dell’Abwendung.
Le categorie e gli schemi, con il loro autonomo potere di organizzazione dell’astrazione, fanno parte del patrimonio filogenetico. Senza la pulsione e l’investimento tuttavia, non sarebbero che lettera morta; ma senza questi organizzatori le
immagini mnestiche non potrebbero iscriversi, essere ricordate, per poi essere
dimenticate.
SINTESI E PAROLE CHIAVE
Applicando alle parole i caratteri che Freud ha attribuito agli schemi filogenetici (categorie autonome) si arriva alla conclusione che ci sono due tipi di simboli (filogenetici e individuali) e due modi di
strutturazione degli stimoli, necessari entrambi al pensiero. La clinica mostra che il primato dell’uno
o dell’altro può impedire una rappresentazione delle parole, necessaria per l’associazione. Il linguaggio nella cura ha come sua specificità la presenza congiunta dei sensi e del significato in ciò
che è detto da una parte e dall’altra. Questa è la condizione perché ci sia una presenza (Darstellung)
della parola; altrimenti il significato può distruggere il senso.
PAROLE CHIAVE: Rappresentazione di parola, schema concettuale, schema verbale filogenetico.
THOUGHT DISTURBANCES ARISING FROM VERBAL PHYLOGENETIC PATTERNS. In applying
to words the characteristics that Freud attributed to phylogenetic patterns (autonomous categories), one reaches the conclusion that there are two types of symbols (phylogenetic and individual) and two ways of structuring stimuli, both of them necessary for thinking. Clinical work demonstrates that dominance of one over the other can impede word representation, necessary for asso-
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
80
Anne Denis
ciation. The language of treatment has as its distinguishing characteristics the conjoined presence
of the methods and of the meaning of what is said by one party and by the other. This is the circumstance because there is a word presence (Darstellung); otherwise the meaning can destroy the
method.
KEYWORDS: Conceptual pattern, Word representation, verbal phylogenetic pattern.
LES TROUBLES DU PENSER À PARTIR DES SCHÈMES PHYLOGÉNÉTIQUES VERBAUX. En appliquant aux mots les caractères que Freud a attribué aux schèmes phylogénétiques (catégories autonomes), on arrive à la conclusion qu’il y a 2 types de symboles (phylogénétiques et individuels), et
deux modes de structuration des stimuli, dont l’intrication est nécessaire à la pensée. La clinique
montre que le primat de l’un ou de l’autre fait obstacle à une représentation de mots disponible
pour l’association. Le langage dans la cure a pour spécificité la présence conjointe du sens et de la
signification dans ce qui est dit, de part et d’autre. C’est la condition pour qu’il y ait une présence
(Darstellung) de la parole ; sinon, la signification peut détruire le sens.
MOTS CLÈS: Représentation de parole, schéma conceptuel, schéma verbal phylogénétique.
LOS TRASTORNOS DE PENSAMIENTO A PARTIR DE LOS CÁNONES VERBALES FILOGENÉTICOS. Empleando con las palabras los mismos caracteres que Freud atribuyó a los cánones filogenéticos (categorías autónomas), se llega a la conclusión que hay dos tipos de símbolos ( filogenéticos
e individuales) y dos maneras de estructurar a los estímulos, ambas necesarias para el pensamiento.
La clínica nos enseña que la primacía de la una o de la otra manera puede impedir una representación de las palabras, que es necesaria para las asociaciones. El lenguaje, durante el tratamiento, tiene como su especificidad la presencia simultánea de los sentidos y del significado en lo que se diga
de una o de la otra parte. Esta parece ser la condición para que exista la presencia (Darstellung) de la
palabra, de lo contrario el significado puede destruir el sentido.
PALABRAS CLAVE: Esquema verbal conceptual, esquema verbal filogenético, representación de
palambra.
DIE DENKSTÖRUNGEN AUSGEHEND VON DEN PHYLOGENETISCHEN VERBALEN SCHEMEN.
Nach der Anwendung der Eigenschaften bezüglich der Wörter, die Freud den phylogenetischen
Schema (autonome Kategorien) zugeschrieben hat, gelangt man zur Schlussfolgerung, dass zwei
Arten von Symbolen (phylogenetisch und individuell) existieren, sowie zwei Arten der Strukturierung der Reize, beide notwendig für das Denken. Die klinische Erfahrung zeigt, dass das Primat
einer dieser Aspekte die Darstellung der Wörter, notwendig für die Assoziation, hindern kann. Die
Sprache innerhalb der Behandlung hat als Spezifität das gleichzeitige Vorhandensein der Sinne und
der Bedeutung bezüglich von dem, was von der einen und der anderen Seite ausgedrückt wird.
Das ist die Bedingung aufgrund derer die Darstellung des Wortes existiert; ansonsten könnte die
Bedeutung den Sinn zerstören.
SCHLÜSSELWÖRTER: DarstellungderWörter, konzeptuellesverbales Schema, phylogenetischesverbales Schema.
BIBLIOGRAFIA
ABRAHAM N., TOROK M. (1978). La scorza e il nocciolo. Roma, Borla, 1993.
BENVENISTE E. (1966). Problèmes de linguistique générale. Parigi, Gallimard.
OLENDER M. (1987). Yves Bonnefoy: «La déesse nous a pris aux cheveux». Le Monde des Livres, 4, 20.
COHEN S. (1985). Le thème de l’«auto-organisation» (Un usage en psychanalyse?). Rev. Franç. Psychanal., 49 1573-1589.
DEGUY M. (1985). Gisants. Parigi, Gallimard.
DETIENNE M. (1981). Les maîtres de vérité dans la Grèce antique. Parigi, Maspero.
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1
I DISTURBI DEL PENSIERO
81
DENIS A. (1995). Temporality and modes of language. Int. Rev. Psychoanal., 76, 1109-1119.
DENIS A. (2006). Principe de mort, destruction du sens, contresens. In Les voies nouvelles de la thérapeutique psychanalytique. Parigi, PUF .
DENIS A. (2010). Lo schema. In Breccia M., Freer P., Bottiglioni M. (a cura di), Metapsicologia quali
confini? Pisa, Edizioni Plus.
DENIS A. (2011). Lo schema e lo schematismo overro il ritorno dell’astratto. Riv. Psicoanal., 57, 2.
EDELMAN G.M. (2000). Biologie de la conscience. Parigi, Odile Jacob.
EHRENZWEIG A. (1967). L’ordre caché de l’art. Parigi, Gallimard, 1974.
FÉDIDA P. (1992). Crisi e controtransfert. Roma, Borla,1997.
FREUD S. (1896). Lettera 52 a Fliess. In (1887-1904), Lettere a Wilhelm Fliess. Torino, Boringhieri.
FREUD S. (1900). L’interpretazione dei sogni. O.S.F., 3.
FREUD S. (1914). Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi). O.S.F., 7.
FREUD S. (1915c). Pulsioni e loro destini. O.S.F., 8.
FREUD S. (1921c). Psicologia delle masse e analisi dell’Io. O.S.F., 9.
FREUD S. (1923b). L’Io e l’Es. O.S.F., 9.
FREUD S. (1926e). Il problema dell’analisi condotta da non medici. O.S.F., 10.
FREUD S. (1938). Compendio di psicoanalisi. O.S.F., 11.
GREEN A. (1984). Il linguaggio nella psicoanalisi. Roma, Borla, 1991.
GREEN A. (1993). Il lavoro del negativo. Roma, Borla, 1996.
GROUPE µ (1982). Traité de rhétorique. Parigi, Seuil.
HEGEL G.W. (1892). Qui pense abstrait? Parigi, Hermann, 2007.
HERRENSCHMIT C. (1996). L’invenzione della scrittura. Milano, Jacabook, 1999.
KAHN L. ( 2012). L’écoute de l’analyste, De l’acte à la forme. Parigi, PUF.
KANT I. (1787). Dello schematismo dei concetti puri dell’intelletto. In Critica della ragione pura, Torino, Utet, 1967.
NICOLAÏDIS N. (2001). Alphabet et psychanalyse. Bordeaux, L’esprit du temps.
PEIRCE S. (1978). Ecrits sur le signe. Parigi, Seuil.
ROLLAND J.C. (2010). Les yeux de l’âme. Parigi, Gallimard.
VON HOFMANNSTHAL H. (1902). Lettre de Lord Chandlos. Parigi, Gallimard, 1992.
WOLFSON L. (2009). Le Schizo et les langues. Paris, Gallimard.
Anne Denis
rue des Vennes, 386
4020 Liegi (Belgio)
e-mail: [email protected]
(Traduzione di Donatella Fiocchi e di Anna Dal Mas)
Rivista di Psicoanalisi, 2014, LX, 1