Gli intellettuali italiani e il fascismo

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Gli intellettuali italiani e il
fascismo
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Nel 1925 con l’instaurazione della dittatura il fascismo si dedicò a una capillare politica di indottrinamento sociale e culturale,
controllando in breve tempo tutta la vita ulturale e sociale del paese.
Con la riforma Gentile del 1923 l'interesse politico prende il sopravvento sull'interesse pedagogico - didattico,
secondo Mussolini il governo esige che la scuola " si ispiri alle idealità del fascismo". L'azione fascistizzatrice nel
campo dell'istruzione e dell'educazione fu rivolta ad improntare la scuola al modello militaresco, a rendere gli
insegnanti fedeli servitori dello stato, irreggimentare gli studenti in organizzazioni giovanili fasciste, che dovevano
continuare, affiancare ed integrare l'opera della scuola, secondo la parola d'ordine "credere, obbedire,combattere.
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Nel 1929 Mussolini fondò l’Accademia d’Italia con il compito di promuovere e coordinare il movimento intellettuale
italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, di conservare puro il carattere nazionale, secondo il genio e
le tradizioni della stirpe e di favorirne l'espansione e l'influsso oltre i confini dello Stato (art. 2 dello Statuto).
Nei primi anni di vita la preoccupazione principale è rappresentata dalla raccolta dei fondi necessari allo svolgimento
delle attività istituzionali, e se ne trovano presso i fratelli Mario, Aldo e Vittorio Crespi (proprietari del Corriere della
Sera che istituiscono quattro premi annuali, intestati a Mussolini, ciascuno di 50.000 lire; e presso la SocietàEdison,
che dona dieci milioni di lire per una Fondazione dedicata ad Alessandro Volta.
Dopo il 1925 non potè levarsi più alcuna voce contraria al regime e molti intellettuali dichiaratamente antifascisti furono
costretti all’esilio,come I fratelli Carlo e Nello Rosselli furono due importanti figure di politici giornalisti e
attivistidell'antifascismo italiano.Vissero a lungo in esilio a Parigi e furono uccisi a Bagnoles-de-l'Orne il 9
giugno1937da formazioni locali di estrema destra, molto probabilmente su ordine proveniente dai vertici del
fascismo.Filippo Turati, giornalista italiano tra i primi e importanti leader del socialismo italiano, e tra i fondatori, nel
1892 del Partito Socialista Italiano.Oppure costretti al confino, come lo scrittore C.Pavese. Oppure direttamente
incarcerati come Antonio Gramsci, fondatore della rivista Ordine Nuovo e tra i fondatori del partito comunista
italiano.
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Il fascismo nel corso degli anni radicalizza le sue posizioni censurando sempre di più la libertà
di opinione e perseguendo coloro che criticano il governo, esprimendo opinioni diverse dal
pensiero ufficiale. Permangono tuttavia alcuni giornali non in linea col pensiero ufficiale o
esplicitamente critici del fascismo e taluni intellettuali, come Benedetto Croce, proseguono la
propria attività, spesso critica del fascismo, senza dover temere ritorsioni.
Ai media (al tempo di fatto solo radio e carta stampata) venne imposto di parlare il meno
possibile di fatti di cronaca nera e di crimini in genere e, in quei casi in cui fosse stato
impossibile omettere la notizia, era chiesto di minimizzarla il più possibile. Questo serviva per
garantire un falso senso di sicurezza nell'opinione pubblica, che percepiva l'assenza di notizie di
questo tipo come l'assenza del tipo di atti a cui si riferivano. Ad esercitare il potere di censura
sulla stampa, mediante stringate direttive diramate alle redazioni (le famose veline) è il potente
ministero della cultura popolarela cui abbreviazione telegrafica "minculpop" verrà mutuata
nel linguaggio giornalistico italiano per definire, dopo il fascismo, persone ed uffici che tentano
a vario titolo di censurare articoli e opinioni.
Per quanto riguarda il cinema straniero subì un fermo per via di una disposizione del Ministero
dell'interno del 22 ottobre1930: veniva imposto un completo rifiuto nei film del parlato che non
fosse in lingua italiana, anche in minima parte. Fino a quel momento si era preferita la scelta di
lasciare il sonoro originale e di utilizzare didascalie, anche se buona parte della popolazione non
sapeva leggere correttamente. Per ovviare a questa disposizione si scelse di aggiungere alle
scene dei film altre con attori italiani, che spiegavano cosa avessero detto precedentemente gli
attori americani.La censura coinvolse più di 300 filmdell'epoca.
In un regime totalitario come dev’essere per forza un regime sorto da una rivoluzione
trionfante, la stampa è un elemento di questo regime,una forza al servizio di questo regime;
in un regime unitario la stampa non può essere estrnea a questa unità. Ecco perché tutta la
stampa italiana è fascista e deve sentirsi fiera di militare compatta sotto le insegne del
littorio; […]
La stampa più libera del mondo intero é la stampa italiana. Il giornalismo italiano è libero perché
serve soltanto una causa e un regime; é libero perché, nell'ambito delle leggi del Regime, può
esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione. »
(Discorso rivolto ai giornalisti, a Palazzo Chigi, il 10 Ottobre 1928)
Azioni clamorose come quelle naziste con i falò dei libri che non si conformavano all'ideologia
del regime non si ebbero in Italia dove tuttavia fu pubblicato dal Ministero della cultura popolare
un elenco di «opere non gradite in Italia» come quelle contenenti temi sulla cultura ebraica, la
massoneria l'ideologia comunista che venivano escluse dal prestito nelle biblioteche pubbliche.
« Tra il 1938 e il 1942, gli italiani, come i tedeschi, avevano acceso il loro rogo dei libri. Ma, a
differenza che in Germania, era stato senza fuoco. In Italia migliaia di volumi, forse milioni, per
tonnellate di carta, erano scomparsi, si erano dileguati e nessuno ne aveva più parlato. »
LE VELINE
Con il termine velina si suole indicare una notizia diffusa da un'agenzia di stampa.
Le veline diventarono uno spietato mezzo di controllo del fascismo sulla stampa consistente appunto in fogli
di carta velina con tutte le disposizioni obbligatorie da seguire, incominciarono a circolare dal 1935, e con
l'istituzione del Ministero della Cultura Popolare che controllava anche la SIAE e l'EIAR che venne istituito
il 1º ottobre1937neanche un anno dopo la Guerra d'Etiopiale veline divennero ancora più pressanti verso la
stampa.
Erano in carta velina perché dovendo essere scritte a macchina e in molte copie, più sottile era la carta e più
se ne potevano scrivere con una singola battitura, ponendo la carta carbone tra l'una e l'altra.
Una critica, feroce quanto ironica, ne fu fatta nell'incipit di un celebre capitolo di "Quer pasticciaccio brutto
de via Merulana", da parte di CARLO Emilio Gadda.
Esempidi veline
•31/5/25: Oggi mattina 31 maggio è stato rinvenuto greto Tevere cadavere bambina Berni Elisa con evidente
tracce stupro strozzamento (…) Astenersi dare eccessiva pubblicità truce delitto mediante diffusione
fotografia vittima (…)
• Le fotografie di avvenimenti e panorami italiani devono essere sempre esaminate dal punto di vista
dell’effetto politico. Così se si tratta di folle, scartare le fotografie con spazi vuoti; se si tratta di nuove strade,
zone monumentali, ecc., scartare quelle che non danno una buona impressione di ordine di attività, di
traffico, ecc. (…
Manifesto degli intellettuali del
fascismo
Il 21 aprile del 1925 venne pubblicato sul Popolo d'Italia, organo del
Partito Nazionale Fascista, il "Manifesto degli intellettuali del Fascismo",
opera attribuita sia a Benito Mussolini che a Giovanni Gentile.
Tra i firmatari ci furono:
- Giovanni Gentile, filosofo
- Salvatore Pincherle, matematico
- Ugo Spirito, filosofo
- Luigi Pirandello, scrittore
- Ernesto Codignola, pedagogista
- Ardengo Soffici, pittore e scrittore
- Ugo Ojetti, scrittore e critico d'arte
scrittore
- Antonio Beltramelli, giornalista e
- Curzio Suckert (ovvero Malaparte),
intellettuale
scrittore - Margherita Sarfatti,
- Arrigo Solmi, scrittore
- Gioacchino Volpe, storico
- Giuseppe Ungaretti, poeta
- Guido da Verona, scrittore
- Ildebrando Pizzetti, musicista
compositore
- Bruno Barilli, scrittore e
- Ferdinando Martini, scrittore
- Corrado Ricci, storico dell'arte
- Guelfo Civinini, poeta
- Luigi Federzoni, giornalista e politico
- Vittorio G. Rossi, scrittore
Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano,
intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di
significato e interesse per tutte le altre.
Le sue origini prossime risalgono al 1919, quando intorno a Benito Mussolini si
raccolse un manipolo di uomini reduci dalle trincee e risoluti a combattere
energicamente la politica demosocialista allora imperante. La quale della
grande guerra, da cui il popolo italiano era uscito vittorioso ma spossato,
vedeva soltanto le immediate conseguenze materiali e lasciava disperdere se
non lo negava apertamente il valore morale rappresentandola agli italiani da
un punto di vista grettamente individualistico e utilitaristico come somma di
sacrifici, di cui ognuno per parte sua doveva essere compensato in
proporzione del danno sofferto, donde una presuntuosa e minacciosa
contrapposizione dei privati allo Stato, un disconoscimento della sua autorità,
un abbassamento del prestigio del Re e dell'Esercito, simboli della Nazione
soprastanti agli individui e alle categorie particolari dei cittadini e un
disfrenarsi delle passioni e degl'istinti inferiori, fomento di disgregazione
sociale, di degenerazione morale, di egoistico e incosciente spirito di rivolta a
ogni legge e disciplina.
L'individuo contro lo Stato; espressione tipica dell'aspetto politico della
corruttela degli anni insofferenti di ogni superiore norma di vita umana che
vigorosamente regga e contenga i sentimenti e i pensieri dei singoli.
Il Fascismo pertanto alle sue origini fu un movimento politico e
morale. La politica sentì e propugnò come palestra di abnegazione
e sacrificio dell'individuo a un'idea in cui l'individuo possa trovare
la sua ragione di vita, la sua libertà e ogni suo diritto; idea che è
Patria, come ideale che si viene realizzando storicamente senza
mai esaurirsi, tradizione storica determinata e individuata di civiltà
ma tradizione che nella coscienza del cittadino, lungi dal restare
morta memoria del passato, si fa personalità consapevole di un
fine da attuare, tradizione perciò e missione.
Di qui il carattere religioso del Fascismo.
Questo carattere religioso e perciò intransigente, spiega il metodo
di lotta seguito dal Fascismo nei quattro anni dal '19 al '22. I
fascisti erano minoranza, nel Paese e in Parlamento, dove
entrarono, piccolo nucleo, con le elezioni del 1921.
Lo Stato costituzionale era perciò, e doveva essere, antifascista,
poiché era lo Stato della maggioranza, e il fascismo aveva contro
di sé appunto questo Stato che si diceva liberale; ed era liberale,
ma del liberalismo agnostico e abdicatorio, che non conosce se
non la libertà esteriore.
Lo Stato che è liberale perché si ritiene estraneo alla coscienza del
libero cittadino, quasi meccanico sistema di fronte all'attività dei
singoli
.
Non era perciò, evidentemente, lo Stato vagheggiato dai socialisti, quantunque i
rappresentanti dell'ibrido socialismo democratizzante e parlamentaristico, si fossero,
anche in Italia, venuti adattando a codesta concezione individualistica della
concezione politica.
Ma non era neanche lo Stato, la cui idea aveva potentemente operato nel periodo
eroico italiano del nostro Risorgimento, quando lo Stato era sorto dall'opera di
ristrette minoranze, forti della forza di una idea alla quale gl'individui si erano in
diversi modi piegati e si era fondato col grande programma di fare gli italiani, dopo
aver dato loro l'indipendenza e l'unità.
Contro tale Stato il Fascismo si accampò anch'esso con la forza della sua idea la
quale, grazie al fascino che esercita sempre ogni idea religiosa che inviti al sacrificio,
attrasse intorno a sé un numero rapidamente crescente di giovani e fu il partito dei
giovani (come dopo i moti del '31 da analogo bisogno politico e morale era sorta la
"Giovane Italia" di Giuseppe Mazzini).
Questo partito ebbe anche il suo inno della giovinezza che venne cantato dai fascisti
con gioia di cuore esultante!
E cominciò a essere, come la "Giovane Italia" mazziniana, la fede di tutti gli Italiani
sdegnosi del passato e bramosi del rinnovamento. Fede, come ogni fede che urti
contro una realtà costituita da infrangere e fondere nel crogiolo delle nuove energie e
riplasmare in conformità del nuovo ideale ardente e intransigente.
Era la fede stessa maturatasi nelle trincee e nel ripensamento intenso del sacrificio
consumatosi nei campi di battaglia pel solo fine che potesse giustificarlo: la vita e la
grandezza della Patria.
Fede energica, violenta, non disposta a nulla rispettare che opponesse alla vita, alla
grandezza della Patria.
Sorse così lo squadrismo. Giovani risoluti, armati, indossanti la camicia nera,
ordinati militarmente, si misero contro la legge per instaurare una nuova legge,
forza armata contro lo Stato per fondare il nuovo Stato.
Lo squadrismo agì contro le forze disgregatrici antinazionali, la cui attività culminò
nello sciopero generale del luglio 1922 e finalmente osò l'insurrezione del 28
ottobre 1922, quando colonne armate di fascisti, dopo avere occupato gli edifici
pubblici delle province, marciarono su Roma.
La Marcia su Roma, nei giorni in cui fu compiuta e prima, ebbe i suoi morti,
soprattutto nella Valle Padana. Essa, come in tutti i fatti audaci di alto contenuto
morale, si compì dapprima fra la meraviglia e poi l'ammirazione e infine il plauso
universale.
Onde parve che a un tratto il popolo italiano avesse ritrovato la sua unanimità
entusiastica della vigilia della guerra, ma più vibrante per la coscienza della vittoria
già riportata e della nuova onda di fede ristoratrice venuta a rianimare la Nazione
vittoriosa sulla nuova via faticosa della urgente restaurazione della sue forze
finanziarie e morali.
Codesta Patria è pure riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la
costanza della civiltà, nel flusso e nella perennità delle tradizioni.
Ed è scintilla di subordinazione di ciò che è particolare ed inferiore a
ciò che è universale ed immortale, è rispetto della legge e disciplina,
è libertà ma libertà da conquistare attraverso la legge, che si
instaura con la rinuncia a tutto ciò che è piccolo arbitrio e velleità
irragionevole e dissipatrice.
E' concezione austera della vita, è serietà religiosa, che non
distingue la teoria dalla pratica, il dire dal fare, e non dipinge ideali
magnifici per relegarli fuori di questo mondo, dove intanto si possa
continuare a vivere vilmente e miseramente, ma è duro sforzo di
idealizzare la vita ed esprimere i propri convincimenti nella stessa
azione o con parole che siano esse stesse azioni.
Manifesto degli intellettuali antifascisti
Il 1° maggio 1925 sul Mondo, giornale vicino alle posizioni liberali, venne
pubblicato il "Manifesto degli intellettuali antifascisti". Autore fu
Benedetto Croce. Promotore Giovanni Amendola.
Tra i firmatari ci furono:
- Giovanni Ansaldo, giornalista
- Giovanni Amendola, giornalista e politico
- Sem Benelli, drammaturgo
- Emilio Cecchi, critico letterario e d'arte
- Guido De Ruggiero, filosofo
- Luigi Einaudi, economista e politico
- Giustino Fortunato, politico
- Sibilla Aleramo, poetessa e scrittrice
- Floriano Del Secolo, giornalista - Rodolfo Mondolfo, filosofo
- Attilio Momigliano, critico e saggista
- Gaetano Mosca, politologo
- Luigi Albertini, giornalista e politico
- Corrado Alvaro, scrittore
- Antonio Banfi, filosofo
- Vincenzo Arangio Ruiz, giurista
- Piero Calamandrei, giurista, scrittore
- Carlo Linati, scrittore
- Giuseppe Rensi, filosofo
- Eugenio Montale, poeta
- Gaetano Salvemini, storico e politico
Gl'intellettuali fascisti, riuniti in congresso a Bologna, hanno
indirizzato un manifesto agl'intellettuali di tutte le nazioni per
spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito
fascista. Nell'accingersi a tanta impresa, quei volenterosi
signori non debbono essersi rammentati di un consimile
famoso manifesto, che, agli inizi della guerra europea, fu
bandito al mondo dagl'intellettuali tedeschi; un manifesto che
raccolse, allora, la riprovazione universale, e più tardi dai
tedeschi stessi fu considerato un errore.
E, veramente, gl'intellettuali, ossia i cultori della scienza e
dell'arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e
adempiono il loro dovere con l'iscriversi a un partito e
fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il solo dovere di
attendere, con l'opera dell'indagine e della critica e le
creazioni dell'arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e
tutti i partiti a più alta sfera spirituale affinché con effetti
sempre più benefici, combattano le lotte necessarie.
Varcare questi limiti dell'ufficio a loro assegnato, contaminare
politica e letteratura, politica e scienza è un errore, che,
quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare
deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della
libertà di stampa, non può dirsi nemmeno un errore generoso.
E non è nemmeno, quello degli intellettuali fascisti, un atto
che risplende di molto delicato sentire verso la patria, i cui
travagli non è lecito sottoporre al giudizio degli stranieri,
incuranti (come, del resto, è naturale) di guardarli fuori dei
diversi e particolari interessi politici delle proprie nazioni.
Nella sostanza, quella scrittura è un imparaticcio scolaresco, nel
quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati
raziocini; come dove si prende in iscambio l'atomismo di certe
costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col
liberalismo democratico del secolo decimonono, cioè l'antistorico
e astratto e matematico democraticismo, con la concezione
sommamente storica della libera gara e dell'avvicendarsi dei
partiti al potere, onde, mercé l'opposizione, si attua quasi
graduandolo, il progresso; o come dove, con facile riscaldamento
retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl'individui al
tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle
forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale; o,
ancora, dove si perfidia nel pericoloso indiscernimento tra istituti
economici, quali sono i sindacati, ed istituti etici, quali sono le
assemblee legislative, e si vagheggia l'unione o piuttosto la
commistione dei due ordini, che riuscirebbe alla reciproca
corruttela, o quanto meno, al reciproco impedirsi. E lasciamo da
parte le ormai note e arbitrarie interpretazioni e manipolazioni
storiche. Ma il maltrattamento delle dottrine e della storia è cosa
di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell'abuso che si fa
della parola "religione"; perché, a senso dei signori intellettuali
fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di
religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo
apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla
morte la quale, le sta sopra e alla quale dovrà pur acconciarsi; e
ne recano a prova l'odio e il rancore che ardono, ora come non
mai, tra italiani e italiani.
Chiamare contrasto di religione l'odio e il rancore che si accendono
contro un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere
di italiani e li ingiuria stranieri, e in quell'atto stesso si pone esso agli
occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce così nella vita
della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propri di altri conflitti;
nobilitare col nome di religione il sospetto e l'animosità sparsi
dappertutto, che hanno tolto persino ai giovani delle università l'antica
e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni
contro gli altri in sembianti ostili; è cosa che suona, a dir vero, come
un'assai lugubre facezia.
In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la
nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso
manifesto; e, d'altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza,
mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro
miscuglio di appelli all'autorità e di demagogismo, di proclamata
riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni
e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze
bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamenti alla Chiesa cattolica,
di aborrimenti della cultura e di conati sterili verso una cultura priva
delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo.
E se anche taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati
dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantarsi di
un'originale impronta, tale da dare indizio di nuovo sistema politico
che si denomini dal fascismo.
Per questa caotica e inafferrabile "religione" noi non ci sentiamo,
dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due
secoli e mezzo è stata l'anima dell'Italia che risorgeva, dell'Italia
moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di
aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo
per l'educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà,
forza e garanzia di ogni avanzamento.
Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento,
di coloro che per l'Italia operarono, patirono e morirono; e ci sembra
di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli
atti che si compiono dai nostri avversari, e gravi e ammonitori a noi
perché teniamo salda la loro bandiera. La nostra fede non è
un'escogitazione artificiosa ed astratta o un invasamento di cervello
cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di
una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione
mentale o morale.
Ripetono gli intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trita frase che il
Risorgimento d'Italia fu l'opera di una minoranza; ma non avvertono
che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e
sociale; e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo
meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d'Italia innanzi
ai contrasti fra il fascismo e i suoi oppositori.
I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere
di venire chiamando sempre maggior numero di italiani alla vita pubblica; e
in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti,
come la largizione del suffragio universale.
Perfino il favore col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il
movimento fascista, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercé di
esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di
rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici.
Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell'inerzia e nell'indifferenza
il grosso della nazione, appoggiandone taluni bisogni materiali, perché
sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento
italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici o quetistici. Anche
oggi, né quell'asserita indifferenza e inerzia, né gl'inadempimenti che si
frappongono alla libertà, c'inducono a disperare o a rassegnarci.Quel che
importa è che si sappia ciò che si vuole e che si voglia cosa d'intrinseca
bontà. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragioni di contrasto, a
ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro
popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con
più consapevole affetto.
E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la
prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l'Italia
doveva percorrere per ringiovanire la sua vita nazionale, per compiere la
sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di
popolo civile.
Gli intellettuali italiani tra fascismo e comunismo --- Corriere della Sera---[…]Lei si chiede se il loro fascismo, prima del 1942, fosse una delle tante forme di opportunismo e carrierismo che
ritornano periodicamente nella società italiana.
È possibile.
Gli scrittori e gli artisti hanno spesso occupazioni effimere, soggette alle fluttuazioni della domanda e legate alle
irrazionali tendenze del gusto. E oscillano, durante la loro vita, fra due sentimenti: un esagerato concetto dei propri
meriti e un disperato bisogno di denaro. Non è sorprendente quindi che siano particolarmente vulnerabili alle
lusinghe e alle seduzioni del potere politico. Il fascismo e i suoi maggiori esponenti (Bottai, Farinacci, Balbo) li
attrassero anche perché il regime fu un generoso finanziatore di opere pubbliche, un grande impresario culturale e
un prodigo elargitore di commesse artistiche, cattedre, collaborazioni giornalistiche, funzioni direttive e
organizzative nel mondo della cultura.
Non sarebbe giusto, tuttavia, interpretare l' intero fenomeno con i soli criteri dell' opportunismo e del carrierismo.
Il fascismo non avrebbe avuto tanta fortuna se non fosse cresciuto su un terreno lungamente coltivato da coloro che
avevano duramente attaccato, tra la fine dell' Ottocento e i primi del Novecento, la democrazia parlamentare, le
«libertà borghesi» e l' individualismo liberale. Quasi tutta la più innovativa letteratura politica e filosofica europea,
da Nietzsche a Sorel, da Barrès a Maurras, da Marinetti a d' Annunzio, da Marx a Bergson e al Croce della prima
fase, fu esplicitamente antidemocratica o molto scetticamente democratica. Tutti erano alla ricerca di uno Stato
nuovo, di un Ordine nuovo e, beninteso, di un uomo nuovo. E quasi tutti gli scrittori e artisti di quegli anni furono
attratti dagli esperimenti sociali che si stavano realizzando nella Russia bolscevica, nell' Italia fascista e, dopo il
1933, nella Germania nazista. Aggiunga a queste considerazioni, caro Boeri, che la gioventù degli anni Trenta
divenne fascista o comunista (i percorsi sono, sin dall' inizio, paralleli) perché la grande recessione del 1929 sembrò
dimostrare che capitalismo e democrazia borghese stavano attraversando una crisi terminale.
A fronte di questa crisi vi erano, invece, i successi dei regimi antidemocratici: il piano quinquennale in Unione
Sovietica, l' Iri in Italia, le grandi opere pubbliche di Hitler dopo la conquista del potere. Per molti giovani
«intellettuali» europei, la scelta in quegli anni non fu tra fascismo e democrazia, ma tra fascismo e comunismo. Si
potrebbe persino sostenere che il successo del comunismo nel mondo della cultura fu enormemente facilitato in
Italia dal successo che il fascismo aveva riscosso negli anni precedenti. Le schiere degli scrittori e degli artisti erano
già pronte: dovevano soltanto imparare un nuovo catechismo.
Sergio Romano
Corriere della sera
INTELLETTUALI E FASCISMO I DIFFICILI CONTI COL
PASSATO
Il Domenicale del Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo di Paolo Rossi dove si dice che la tesi
del nicodemismo di Eugenio Garin (secondo cui gli intellettuali durante il fascismo avevano
recitato la parte dei fascisti, ma erano in realtà sinceramente antifascisti) è falsa.
Rossi dice anche che l' uscita dal fascismo non fu un lungo viaggio, ma una fuga precipitosa da
un treno che andava verso la catastrofe per salire velocemente su un altro che andava nella
direzione vincente.
Rossi è del ' 23 e dice che solo pochi, nati in famiglie antifasciste, furono antifascisti.
L' articolo è di quelli che dovrebbe suscitare un dibattito, anche perché Garin e Rossi sono stati
decisivi per la storia della filosofia e Rossi ha sempre fatto dichiarazioni di antifascismo
vibranti. Donata Casali, Arezzo Cara Signora, Ho letto l' articolo di Paolo Rossi e completo la
sua lettera con qualche informazione che aiuterà i lettori a meglio comprenderne l' interesse.
Eugenio Garin, storico della filosofia rinascimentale, fu allievo e amico di Giovanni Gentile,
ma divenne più tardi uno dei maggiori intellettuali della sinistra azionista e comunista. L'
espressione «nicodemismo» allude a un personaggio del Vangelo di Giovanni, Nicodemo, che
fece visita a Gesù nel mezzo della notte e lo riconobbe «maestro venuto da Dio», ma preferì
non confessare pubblicamente la propria fede. Nicodemisti sarebbero quindi, secondo Garin,
gli antifascisti prudenti che scrivevano nelle riviste del regime e ne accettavano i favori
accademici, ma erano, nell' intimo delle loro coscienze, avversari del sistema politico in cui
vivevano. [….]
Romano Sergio
Il caso Pirandello
«Eccellenza, sento che questo è il momento più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita
in silenzio.Se l’Eccellenza Vostra mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista,
pregierò come massimo onore tenervi il posto del più umile e obbediente gregario»
Questa è una parte del messaggio, datato 17 settembre 1924 (pubblicata su « L’Impero » il
19) che Luigi Pirandello inviò a Mussolini nel periodo di massima incertezza e di massima
debolezza del regime che stava instaurando e realizzando, stravolgendo le istituzioni
nazionali. Tre mesi prima (il 10 giugno), Giacomo Matteotti era stato rapito e poi
presumibilmente subito dopo assassinato da un gruppo di squadristi capitanati dal
tristamente noto fascista fiorentino Amerigo Dumini.
Pirandello nel 1924 arriva per il Fascismo al momento giusto; non è il salvatore della patria
fascista, ma la sua fama e il suo essere personaggio ormai internazionale vengono sfruttati in
maniera profonda, tuttavia il rapporto di Pirandello con il fascismo sarà sempre tormentato
e contraddittorio.
E a questo proposito Leonardo Sciascia afferma che “L’arte pirandelliana non ha nulla a che
fare col fascismo, ma l’uomo sì!”, distinguendo opportunamente l’artista dall’uomo. Ma è
una distinzione che comunque non soddisfa pienamente, perché quando Pirandello si
presenta in camicia nera alle parate fasciste non è solo l’uomo che fa atto di presenza
lasciando a casa il Pirandello-artista.
Gli anni dal ’24 al ’26 sono quelli in cui si realizza in maniera più evidente la sua
volontà di adesione al fascismo, e sono descritti in modo chiaro e corretto da
Gaspare Giudice nelle pagine della biografia, che abbiamo riportato nel sito.
Preso dalla propria situazione familiare (ci riferiamo soprattutto alla malattia
della moglie e al suo internamento in una casa di cura, dove resterà fino alla
morte avvenuta nel 1953, che provoca un senso profondo di solitudine e di
smarrimento) e dallo sviluppo del suo teatro, non ha molto tempo per rendersi
veramente conto della situazione sociale e politica dell’Italia dei primi anni
dell’avvento del Fascismo: Mussolini ha un’aura e un credito particolari, i
sentimenti popolari erano spaccati in due metà simmetriche: da un lato il
fascismo, dall’altro il comunismo, in mezzo la borghesia che alla fine sceglie di
stare dalla parte del fascismo per istinto di sopravvivenza: gli ideali della sinistra
restano fissati nel cielo degli ideali e smarriscono la possibilità di creare quelle
fondamenta culturali indispensabili per potersi realizzare in una concreta realtà
politica di governo.
Già dal 1927 Pirandello comincerà a distinguere tra la propria disinteressata
adesione e il comportamento spesso “gaglioffo” di molti che mangiavano e si
saziavano nella mangiatoia fascista senza produrre nulla di buono; anzi
distruggendo il Teatro italiano, come il “famigerato” Paolo Giordani (impresario
teatrale, consigliere delegato della società teatrale Suvini-Zerboni e della Società
Finanziaria Italiana per la gestione di aziende teatrali e commerciali e della
società del Teatro Drammatico), più volte accusato da Pirandello di essere il losco
despota dei trusts che monopolizzavano i teatri italiani,per lungo tempo protetto
da Bottai, condannato nel 1935 a cinque anni di confino ma riabilitato dallo stesso
Mussolini dopo pochi mesi.
Egli sa di essere considerato dai fascisti come un corpo estraneo, nel senso che i
suoi atteggiamenti e il pensiero espresso dalla sua arte non sono allineati alla
“filosofia” fascista, e nessuno dei suoi personaggi, neanche lontanamente, esprime
l’atteggiamento del “libro e moschetto, fascista perfetto”.
Molti in seno all’apparato politico fascista lo avversano perché sentono, e possono
dimostrarlo, che non è un intellettuale fascista…….
Dal ’24 Pirandello ha incontrato parecchie volte Mussolini (la prima l’abbiamo già
vista). Ma cosa pensa di lui? Lo scopriamo in una lettera che scrive da Parigi a
Marta Abba, il 14/II/1932, che in quel momento si trovava a Roma insieme alla
sorella Cele, anch’essa attrice:
Mi dispiace molto, Marta mia, che Tu mostri tanto rammarico per una delusione,
che io avevo prevista e m’aspettavo. L’uomo è quello che io t’ho descritto, credi, e
non merita perciò codesto Tuo rammarico: ruvida e grossolana stoffa umana, fatta
per comandare con disprezzo gente mediocre e volgare, capace di tutto e incapace di
scrupoli. Non può vedersi attorno gente d’altra stoffa. Chi ha scrupoli, chi non
soggiace, chi ha il coraggio di dire una verità a fronte alta, ha “brutto carattere”. E
pur non di meno, io riconosco che in un tempo come questo “brutale”, della storia
politica e sociale contemporanea, un uomo come lui è necessario; necessario,
mantenere il mito che ce ne siamo fatto, e non ostante tutto, credere e serbarci fedeli
a questo mito, come a una durezza indispensabile che in certi momenti sia utile
imporre a noi stessi. Non bisogna dunque rammaricarsi, né aspettarsi da lui ciò che
non può dare: quali e per chi siano le sue simpatie, quali le sue aspirazioni (anche
nel campo dell’arte) l’ha dimostrato. Sopportare le offese che queste sue simpatie e
queste sue aspirazioni recano al nostro amor proprio è la vera prova del disinteresse
con cui noi ci serbiamo fedeli al suo mito.
GIAIME PINTOR: Lettera al fratello
Napoli,28 novembre 1943
Carissimo,
Parto in questi giorni per un’impresa di esito incerto,:raggiungere gruppi di
rifugiati nei dintorni di Roma,,portare loro armi ed istruzioni.Ti lascio questa
lettera nel caso non dovessi tornare per spiegarti lo stato d’animo con cui
affronto questa missione.
In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più
profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto
materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto
con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni
vita individuale, li ha persuasi che non c'è possibilità di salvezza nella
neutralità e nell'isolamento. Nei più deboli questa violenza ha agito come una
rottura degli schemi esteriori in cui vivevano: sarà la «generazione perduta »
che ha visto infrante le proprie «carriere»; nei più forti ha portato una massa
di materiali grezzi, di nuovi dati su cui crescerà la nuova esperienza. Senza la
guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente
letterari, avrei discusso i problemi dell'ordine politico, ma soprattutto avrei
cercato nella storia dell'uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e
l'incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero
contato per me più di ogni partito o dottrina. Altri amici, meglio disposti a
sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta
contro il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi
sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella strada: c'era in me un fondo
troppo forte di gusti individuali, d'indifferenza e di spirito critico per
sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la
situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi
ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile.
Credo che per la maggior parte dei miei coetanei questo passaggio sia
stato naturale: la corsa verso la politica è un fenomeno che ho constatato
in molti dei migliori, simile a quello che avvenne in Germania quando si
esaurì l'ultima generazione romantica. Fenomeni di questo genere si
riproducono ogni volta che la politica cessa di essere ordinaria
amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da
una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo. Una società
moderna si basa su una grande varietà di specificazioni, ma può
sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo
momento per sacrificare tutto a un'unica esigenza rivoluzionaria. È
questo il senso morale, non tecnico, della mobilitazione: una gioventù che
non si conserva «disponibile», che si perde completamente nelle varie
tecniche, è compromessa. A un certo momento gli intellettuali devono
essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell'utilità
comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una
organizzazione di combattimento.
Questo vale soprattutto per l'Italia. Parlo dell'Italia non perché mi stia
più a cuore della Germania o dell'America, ma perché gli italiani sono la
parte del genere umano con cui mi trovo naturalmente a contatto e su cui
posso agire più facilmente. Gli italiani sono un popolo fiacco,
profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di
cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere
minoranze rivoluzionarie di prim'ordine: filosofi e operai che sono
all'avanguardia d'Europa. L'Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali:
il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica, è stato lo
sforzo di altre minoranze per restituire all'Europa un popolo di africani e
di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità
vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo
distacco e di dichiarare lo stato d'emergenza.
Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire
alla liberazione di tutti. Contrariamente a quanto afferma una frase
celebre, le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori,
purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte.
Vent'anni fa la confusione dominante poteva far prendere sul serio
l'impresa di Fiume. Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del
Risorgimento: nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso.
Quanto a me, ti assicuro che l'idea di andare a fare il partigiano in questa
stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi
della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore un buon
diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano.
Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo.
Se non dovessi tornare non mostratevi inconsolabili. Una delle poche
certezze acquistate nella mia esperienza e che non ci sono individui
insostituibili e perdite irreparabili, Un uomo vivo trova sempre ragioni
sufficienti di gioia negli altri uomini vivi, e tu che sei giovane e vitale hai
il dovere di lasciare che morti seppelliscano i morti. Anche per questo ho
scritto a tè e ho parlato di cose che forse ti sembrano ora meno evidenti
ma che in definitiva contano più delle altre. Mi sarebbe stato difficile
rivolgere la stessa esortazione alla mamma e agli zii, e il pensiero della
loro angoscia è la più grave preoccupazione che abbia in questo
momento. Non posso fermarmi su una difficile materia sentimentale, ma
voglio che conoscano la mia gratitudine: il loro affetto e la.loro presenza
sono stati uno dei fattori positivi principali nella mia vita. Un’altra grande
ragione di felicità è stata l'amicizia, la possibilità di vincere la solitudine
istituendo sinceri rapporti fra gli uomini.
Gli amici che mi sono stati più vicini, Kamenetzki, Balbo, qual cuna delle
ragazze che ho amato, dividono con voi questi sereni pensieri e mi
assicurano di non avere trascorso inutilmente questi anni di giovinezza.
Giaime
IL CASO QUASIMODO
Quasimodo passa dallo sconforto e dal disimpegno alla denunzia delle responsabilità
degli uomini per il dolore del mondo e all'impegno per la costruzione di un mondo
migliore, in nome della fraternità e solidarietà umana. A questo sviluppo etico di
Quasimòdo corrisponde lo svolgimento della sua poesia, che presenta due momenti
distinti.
Il primo periodo (detto del disimpegno) ha un carattere nostalgico nel contenuto, ermetico nella forma. Sradicato
dalla famiglia e dalla sua terra, in Quasimòdo si forma un sentimento di nostalgia dell'infanzia remota, rimpianta
come un'età d'innocenza e di serenità, e dalla nostalgia della Sicilia, rimpianta come una terra favolosa di felicità.
La solitudine, il rimpianto e la nostalgia dell'infanzia, della famiglia e della Sicilia sono i motivi più insistenti delle
raccolte di poesie di questo periodo (Acque e terre, Oboe sommerso, Erato e Apollìon, tutte confluite nel volume
"Ed è subito sera" del 1942 e Nuove poesie). Nonostante infatti Quasimodo fosse un antifascista convinto, come
molti intellettuali del tempo preferì non affrontare apertamente il regime rinchiudendosi così in una poetica
individualista e apolitica.In esse Quasimòdo ricerca una sua forma espressiva, e dapprima in Acque e terre
(1929) si muove sulle orme del Pascoli e del D'Annunzio alcionio, poi in Oboe sommerso (1932) e Erato e
Apollonìon (1936) si muove sulle orme dei simbolisti francesi, di Ungaretti e Montale, riecheggiando ed
esasperando i moduli espressivi dell'Ermetismo nella ricerca della parola scarna, essenziale, allusiva, e nell'uso di
analogie e sinestesie, a volte forzate, intellettualistiche ed indecifrabili. Egli si dedica anche alla traduzione di lirici
greci. Queste opere e il recupero delle forme metriche tradizionali, soprattutto dell'endecasillabo, sull'esempio di
Ungaretti, la poesia di Quasimòdo diventa più limpida, più aperta e distesa, più personale e suggestiva, velata da
una dolce tristezza.
Il secondo periodo della poesia di Quasimodo ha carattere civile, umanitario e sociale nel contenuto, oratorio, ma
di un'oratorietà controllata ed essenziale nella forma. Le raccolte inerenti al secondo periodo sono: Giorno dopo
giorno (1947), La vita non è sogno (1949) e Il falso verde (1956). Questo è il periodo dell'impegno, determinato
dalle tragiche vicende della seconda guerra mondiale, che con la sua follia omicida apre il cuore del poeta alla
realtà storica, strappandolo alla tematica onirica, immaginaria ed ermetica del primo periodo ed orientandolo
verso la tematica storica e sociale, al colloquio con gli altri, che soffrono la medesima pena. Egli non è più il
nostalgico ricercatore di età e terre lontane, ma il giudice severo della sua epoca, perciò denuncia e condanna
con potenza realistica le atrocità della guerra
ALLE FRONDE DEI SALICI.
ED E’ SUBITO SERA
Ognuno sta solo sul cuor della
terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera
In questa poesia il poeta ha racchiuso i tre
momenti della vita dell'uomo: la solitudine,
derivata dall'incomunicabilità; l'alternarsi
della gioia e del dolore; il senso della
precarietà della vita. Ognuno, dice il poeta,
pur vivendo in mezzo agli uomini (sul cuor
della terra) si sente fortemente solo (a causa
dell'impossibilità di stabilire un rapporto
duraturo con qualcuno). Tuttavia, pur essendo
solo, viene stimolato dalle illusioni (un raggio
di sole), dalla ricerca di una felicità a volte
apparente. Questa ricerca è nello stesso tempo
gioia e dolore, perciò il poeta usa il termine
"trafitto", cioè, ferito dal raggio di sole stesso.
E intanto, come alla luce del giorno succede
rapidamente l'oscurità notturna, per la vita
dell'uomo giunge la morte: ed è subito sera.
E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il
cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al
lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo
nero
della madre che andava incontro al
figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
la rappresentazione degli orrori commessi dai nazisti sulla
popolazione inerme degli italiani, massacri che suscitavano
panico e paura tra i civili e il silenzio dei poeti. Orribili erano
i morti abbandonati nelle piazze, il lamento dei fanciulli, il
grido straziante della madre che vedeva il proprio figlio
appeso sul palo del telegrafo. Scene reali che si verificavano
nelle città e nelle campagne italiane. I nazisti occupavano il
Paese e i poeti non trovavano le parole per esprimere lo
sconforto e il dolore che avevano nel cuore, nell’anima.
Tanto dolore paralizza la mano e offusca la mente. I poeti
erano ridotti all’impotenza, avevano finito di scrivere versi e
avevano appeso i lori fogli puliti al vento della guerra perché
la poesia è impotente di fronte ai morti e alla barbarie .