Posillipo tra terra e mare….

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Transcript Posillipo tra terra e mare….

S.M.S. TITO LIVIO D.S. Prof.ssa Elena Fucci

“Fra terra e mare”

Progetto elaborato dagli

alunni della Classe III sez. A

Referenti: Prof.ssa Emanuela Scarci Prof.ssa Silvana Gargiulo

Posillipo nell’Ottocento….

L’arte, a dir vero, è fatta non per i sensi ma per il cuore, ed essa deve ingentilire lo spirito, innalzandolo nelle pure regioni del Bello, ove solo può trovar diletto vero, serenità, ineffabili dolcezze che ti fanno obliare le sventure della vita.

Le antiche planimetrie

BARATTA, DUCA DI NOJA

NAPOLI NELL’800

Gli interventi ottocenteschi caratterizzano tuttora il tessuto urbano di Napoli nei suoi tratti fondamentali; già nel decennio francese e durante il secondo periodo borbonico venne dato grande spazio alle opere pubbliche: le iniziative e i progetti per la ristrutturazione di zone antiche della città, l'edificazione di nuovi complessi e di edifici destinati ad essere sede di pubbliche istituzioni, l'apertura di nuove arterie, assecondarono la passione tipicamente borbonica per i grandi progetti edilizi.

Dal 1806 la città attraversò un periodo di serenità e stabilità e nel corso del regno di Giuseppe Bonaparte venne realizzata la strada che dal Museo rendeva più facile l'accesso alla reggia di Capodimonte, inaugurata nel 1810 da Gioacchino Murat.

Nel quartiere di Chiaia, che in seguito alla sistemazione della spiaggia a Villa Reale diventerà l'area residenziale preferita dall'aristocrazia napoletana, venne realizzata negli anni Trenta in forme neoclassiche la Villa Acton, oggi Villa Pignatelli: concepita come una residenza estiva, è anch'essa un insieme molto particolare dal punto di vista ambientale per il contatto diretto che il suo parco ha con il mare .

LE VILLE

Per ville di Napoli si intendono qui le dimore signorili sorte in un arco di tempo che parte dal Rinascimento aragonese, sino ad arrivare ai giorni nostri, passando per il Secolo dei Lumi, l'Ottocento e la Belle Époque.

Esse, in genere, sono state costruite al di fuori del nucleo urbano più antico e costituiscono un inestimabile patrimonio di stili architettonici, di civiltà, di storia e cultura.

Le incantevoli bellezze del paesaggio napoletano, sin dall'antichità, sono state scelte per la costruzione di ricchi e vasti impianti di ville: furono soprattutto i patrizi romani a costruire le proprie dimore estive e non, sulla costa napoletana e furono proprio loro a soprannominarla la città degli otia. Le rovine di queste architetture antiche, oggi, sono riscontrabili prevalentemente nel quartiere di Posillipo.

In seguito, col Rinascimento aragonese e soprattutto con il periodo vicereale e borbonico, i maggiori esponenti della nobiltà fecero a gara nel farsi costruire importanti e lussuose dimore; simili a quelle possedute dai re, disposti a pagare anche cifre esorbitanti ed esigendo solo i migliori architetti presenti sul mercato.

Infine, le terribili speculazioni edilizie che caratterizzarono soprattutto gli anni cinquanta del Novecento, minacciarono e distrussero vari impianti di ville, in varie zone della città, soprattutto al Vomero e a Posillipo; mentre, quelle sopravvissute alle demolizioni persero il pregio di essere completamente immerse nel verde. Oggi alcune ville sono dunque scomparse e presenti soltanto in vecchie cartine o raffigurazioni della città. Altre, esistono ancora integre, mentre altre ancora sono state mutilate dei giardini. Infine, vi sono poi le ville che versano in assoluto degrado ed urgono di un restauro conservativo .

• • Fu voluta nel 1814 da Nicola Caracciolo di Roccaromana, che amò impreziosirla soprattutto di varie piante esotiche e vi fece anche costruire una pagoda a picco sul mare. Verso la fine del XIX secolo fu acquistata dalla nobile famiglia Le Mesurier di Birkenhead, che la utilizzò come residenza estiva. Appartenne anche alla baronessa di Castel Foce Helen Anne de Gemmis Le Mesurier. Vi organizzava grandi feste, soprattutto nelle grotte. Nel corso del tempo ha subito varie trasformazioni ed oggi l'architettura risulta essere un condominio. Numerosi i reperti archeologici rinvenuti in questo luogo, risalenti al periodo dell'Impero romano.

Villa Roccaromana

Villa Volpicelli

Nel 1884 è una struttura monumentale di Napoli; è sita nel quartiere di Posillipo.

La villa è già presente nella veduta di Baratta, nella quale è chiaramente riconoscibile l'alta torre cilindrica della struttura fortificata del Palazzo di Pietro Santacroce. In seguito, divenne bene demaniale e fu soprannominata il "fortino" o "Torretta".

venne acquistata da Raffaele Volpicelli, il quale ben presto ordinò dei lavori di ristrutturazione che avrebbero dovuto ridarle il suo primissimo aspetto.

La villa oggi è tra le più belle di Posillipo; è particolarmente interessante il suo vasto giardino che è nascosto da un muro di cinta: esso si distende verso il mare e sfiora le proprietà di Villa Rosebery.

Dal 1996 è stata scelta per rappresentare l'esterno di condominio nel quale sono ambientate gran parte delle vicende della soap opera di RaiTre

Un posto al sole

.

Palazzo Palladini

, il

Villa Volpicelli

Castel dell'Ovo dalla spiaggia, di Anton Sminck van Pitloo

L'Ottocento e la Scuola di Posillipo

La pittura napoletana si trasforma completamente nell'Ottocento, abbandonando ogni residuo tardo-barocco o caravaggesco e inserendosi in un vasto movimento artistico, paesaggistico e in parte romantico, la Scuola di Posillipo tra il 1820 e il 1850. Questo movimento si fonde con le innovazioni di artisti quali John Constable e William Turner.

Per scuola di Posillipo si intende un gruppo di artisti dediti esclusivamente alla pittura di paesaggio, riuniti a Napoli, nel terzo decennio dell'Ottocento, prima intorno ad Anton Sminck van Pitloo e poi intorno a Giacinto Gigante Secondo Pasquale Villari: «La bellezza del clima, i paesaggi stupendi che circondano Napoli e i molti forestieri che ne chiedono sempre qualche ricordo disegnato o dipinto, avevano fatto sorgere un certo numero di artisti i quali, come per disprezzo, erano dagli accademici chiamati della «Scuola di Posillipo», dal luogo dove abitavano per essere più vicino ai forestieri».

Anton Sminck van Pitloo

Anton Sminck van Pitloo (Arnhem, 1790- Napoli, 1837). Nato in Olanda inizia a studiare pittura fin da ragazzo. Nel 1808, presentato a Luigi Napoleone, rimane in Francia fino al 1811. Raggiunge poi Roma, dove per tre anni, frequenta la colonia di artisti olandesi. Caduto Napoleone e finita la borsa di studio, si trasferisce a Napoli, da cui non si muoverà più (per i colleghi partenopei resterà sempre il “signor Pitiloo”). All’inizio degli anni Venti, apre una scuola privata di pittura a cui si formano Giacinto Gigante, Gabriele Smargiassi, Raffaele Carelli, Achille Vianelli: il nucleo originario della “Scuola di Posillipo”.

 La pittura di Pitloo subisce nel tempo un’evoluzione che parte da un vedutismo di tradizione olandese, per approdare ad una sensibilità romantica del paesaggio, che risente della lezione di Corot, senza tuttavia dimenticare l’eredità seicentesca del vero. Attitudine accentuata, negli ultimi anni, dalla conoscenza delle innovazioni di Turner che, nel 1828, tiene una grande mostra a Roma. Nel 1822, Pitloo viene chiamato ad insegnare nel Reale Istituto di Belle Arti di Napoli; qui, nel 1837, muore prematuramente di colera. Sua figlia Sofia andò sposa al pittore Teodoro Duclère, il più fedele degli allievi di Pitloo.

GIACINTO GIGANTE

Giacinto Gigante (Napoli, 1806 1876). Un’altra dinastia di artisti, i Gigante: Gaetano, il padre, fu buon vedutista, e pittori furono altri tre fratelli di Giacinto, Achille morto appena ventitreenne, Ercole ed Emilia. Diciottenne, Giacinto Gigante entrò nella scuola del tedesco Fluber, dove conobbe Achille Vianelli (di cui, più tardi, avrebbe sposato la sorella Eloisa) e Raffaele Carelli. Partito presto Huber, i tre amici si trasferirono alla scuola di Pitloo. Nel frattempo, Gigante s’impegnò presso il Real Officio Topografico; umile incarico che gli offrì comunque l’opportunità di apprendere le tecniche dell’incisione e della litografia.

Autonomamente, si specializzò nella tecnica dell’acquerello. Nel 1826, espose alla prima biennale borbonica.Fedele alla monarchia borbonica, abbandonò Napoli, durante i moti del 1848, ritirandosi a Sorrento. La sua fedeltà fu premiata con la nomina ad insegnante di disegno delle principesse reali e con la nomina a cavaliere dell’Ordine di Francesco I. Ricercato dalla nobiltà partenopea, dalla Corte, perfino dalla Zanna di Russia, dopo il 1860 abbandonò progressivamente le vedute dall’esterno, per specializzarsi in studi d’interno, tra cui la famosa tempera La Cappella del Museo di San Gennaro,richiestagli da Vittorio Emanuele II.

CURIOSITA’

• Il fulmine aveva schiantato il superbo pino, che fra gli altri signoreggiava nella masseria di Nicola, sulla tomba di Virgilio a Posillipo.

Non lo dire a don Giacinto! disse a suo fratello don Gonsalvo Carelli. Se don Giacinto sa che stanotte è morto il pino, le vene nu tuocco e more isso pure!

E don Giacinto pianse, pianse quando seppe che il magnifico pino era divelto, pianse come se una persona cara gli fosse venuta a mancare.

E’ indicibile l’amore che questi artisti, così detti della Scuola di Posillipo portavano a tutto ciò che forniva nel paesaggio napoletano il soggetto dei loro studi, della loro produzione.

• Il grido di dolore sulla natura che sta cambiando segna l’ultimo percorso dell’attività di Gigante e richiama alla mente il valore di quel luogo comune paesaggistico citato all’inizio del presente saggio, incentrato sul ricordo di Eduardo Dalbono che menziona il dolore del maestro, don Giacinto, che aveva pianto "come se una persona cara gli fosse venuta a mancare", per "la morte del pino" sulla tomba di Virgilio, dolore paragonabile all’irreparabile conclusione di una pagina di storia

I dipinti della scuola di Posillipo

("Ho lavorato sempre. Sono povero")

VINCENZO MIGLIARO

Migliaro ricostruisce un ambiente sereno e luminoso utilizzando un punto di osservazione da “campo lungo”. In questa prova di paesaggio “borghese”, il maestro si ricollega alle ricerche illuministiche applicate a soggetti di vita quotidiana.

Anton Sminck Pitloo

LA BAIA DI NAPOLI

Alle quote più alte, oggi, laddove un tempo era padrone il fuoco, un Vesuvio, rivestito d’un niveo manto, le pendici e la piana intorno sovrasta e il suo primario sul Golfo più bello tuona, la Baia di Napoli, le cui meraviglie Goethe spigolò con nordico pudore, come i colori contrastati della città, dei caratteri e degli umori, dell’umana miseria, dello sfarzo altero dei potenti Egli non vide che il bianco dell’Etna dalla sommità dei Monti Rossi e dello Sterminator Vesevo solo il rosso fuoco e, primavera inoltrata, il giallo dell’odorate ginestre, che Leopardi fece poesia, a un passo dalla città che giovane lo rapì, una città ferace a volte feroce, ma che sempre ispira Giacomo Garzya

Giacinto Gigante

Tramonto su Posillipo

Sbuffi di vento nuvole rubre dietro Posillipo come rami torcono L’estasi alla vista le pupille dilata nello spazio finito del nostro grande essere Giacomo Garzya

Giuseppe De Nittis

Baudelaire chiamava “l’eroismo della vita moderna”, la realtà che si vede e in cui si vive.

Finalmente nessun vuoto da colmare, solo la consapevolezza sottile e rassicurante di condividere un momento di convivialità con chi l'apprezza con la stessa semplicità.

LA COSTA DI POSILLIPO

Una costa che, scapolato il Vesuvio, inizia dal capo di Posillipo e che prosegue, in un susseguirsi di grotte, di spiagge solitarie (ove una volta erano i porticati, le piscine e le esedre delle residenze romane), di strapiombi rocciosi, di macchie con avaghi e fichi d'India, di ville ottocentesche, e che è certamente una delle più rigogliose e affascinanti del Mediterraneo. Il promontorio di Trentaremi, gli scogli della Gaiola, lo specchio di Marechiaro concludono, al limitare di Mergellina, la costa di Posillipo.

È ricchissima, questa costa, di riferimenti storici. Ecco, venendo da Mergellina, il da lord Roserbery palazzo Donn'Anna presidente della Repubblica. Ecco la dirupata che sorge venezianamente dall'acqua: fu costruito da Cosimo Fanzago per le nozze di Anna Carafa col vicerè Ramiro de Guzman, avvenute nel 1637. Ecco la settecentesca villa progettata da Stefano Gasse per la duchessa di Gerace, diventata nel 1835 garçonniere del principe Luigi di Borbone, quindi acquistata che nel 1932 la donò a Mussolini il quale a sua volta la regalò allo Stato ed è ora residenza estiva del casupola di Marechiaro la cui finestra ispirò nel 1886 a Salvatore Di Giacomo una canzone diventata celebre. Ed ecco la magica incantevole insenatura della Gaiola , parola che in dialetto significa "gabbia".

Un tragitto gastronomico lungo Chiaia e Posillipo

Nel XIX secolo l’alimentazione era profondamente diversa a seconda dei gruppi sociali con notevoli differenze tra i ceti aristocratici o borghesi e ceti popolari. Il cibo del popolo era scarso e poco vario. La minestra era consumata con lardo e pane di orzo e segale.

Il regime alimentare delle classi agiate era ricco, con piatti a base di pasta riso carni bianche e rosse, pesce, pane bianco, frutta e verdura di stagione.

Nel corso dell’800 questa cucina subì un mutamento perché subentrò una cucina borghese attenta al risparmio, ai sapori naturali, alle verdure, alle differenze regionali….

Lungo la costa da Chiaia a Posillipo, c’è un susseguirsi di punti di ristorazione che conservano questa tipologia di alimentazione riportando allo stesso livello di caratteristico alimento partenopeo sia le pietanze della borghesia che dei ceti popolari.

IL DELICATO ‘A FENESTELLA REGINELLA GIUSEPPONE A MARE