12 marzo 2017 - L`Agenzia Culturale

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a
Milano - Basilica di Sant’Ambrogio
Rassegna
Stampa
12 marzo 2017
A cura de: “L’Agenzia Culturale di Milano”
Con sede in Milano, via Locatelli, 4
www.agenziaculturale.it
Questa rassegna stampa è scaricabile integralmente anche dal sito www.agenziaculturale.it
Estratti da:
Ciclostilato in proprio
4/3/2017
TESTIMONIANZE DAI CONFINI
Contro l'eutanasia il dovere
morale della vicinanza
di NUNZIO GALANTINO (*)
Forti emozioni e intensa partecipazione hanno accompagnato il
dramma umano di Fabiano Antonioni (Dj Fabo). Non si era ancora
spenta l'eco di questo dramma e, subito, un'altra persona, Gianni
Trez, 65 anni, ha voluto percorrere la stessa via verso la morte. Al
netto delle, purtroppo, inevitabili banalità e delle prevedibili
strumentalizzazioni, in questi giorni ho letto pagine di grande
valore e di ammirevole rigore. Personalmente ho deciso - pur se
sollecitato da numerose richieste - di restare qualche giorno in
silenzio, di non commentare, di ascoltare e provare a comprendere,
senza cedere alle esigenze frettolose di una comunicazione
convulsa e in eterna competizione con se stessa.
Dolore, sincera compassione, tristezza e forse anche un po' di
rabbia.
Sono le emozioni che hanno scosso il mio intimo, di fronte
all'enorme sofferenza di Fabiano, duramente "ferito" (a causa di un
incidente) nel corpo e, di conseguenza, nello spirito; di fronte al suo
grido disperato per essere liberato da una condizione corporea che
ormai percepiva come una insopportabile "gabbia"; ma,
soprattutto, di fronte alla sua disperazione per il susseguirsi dei
giorni che non riusciva più a riempire di senso, di valore e di
speranza. È vero! Nella mia vita di prete, ho incontrato altri casi
come quello di Fabiano, ma ne ho incontrati almeno altrettanti soprattutto accompagnando gli ultimi giorni di vita di ragazzi e
ragazze malati di Aids - che quel senso, quel valore e quella
speranza li hanno coltivati fino all'ultimo. Forse anche per la
vicinanza e il sostegno di parenti e amici.
Non ho dimenticato né gli uni né gli altri. Tutti mi hanno spinto al
silenzio rispettoso e mi hanno consegnato a uno sguardo più
attento per il mistero che ognuno di noi è.
Ora Fabiano è morto, per sua scelta. Ma la sua vicenda si prolunga in
quella di tante altre persone malate che, come lui, vivono ogni
giorno la propria sofferenza, affrontando la difficile sfida di
riconoscere ancora dignità e senso alla propria condizione
esistenziale.
È quindi più che mai tempo di cercare, per loro e insieme a loro,
possibili risposte, prospettive, soluzioni che rappresentino un
sostegno reale per chi, afflitto da gravi e inguaribili malattie, vive
una sofferenza ancora più reale e concreta. Perché è evidente che
ancora facciamo troppo poco per sostenere e alleviare la pesante
condizione loro e di chi se ne prende cura.
Ora, è accaduto che, per il suo contenuto, per il suo epilogo e per le
modalità con cui è stata "raccontata", la storia di Fabiano abbia
suscitato molte reazioni nell'opinione pubblica. Un suicidio più che
annunciato, che ha richiesto una sorta di "esilio" dal proprio Paese,
un dramma personale che purtroppo è stato anche utilizzato ancora una volta - come vessillo per battaglie ideologiche, culturali
e politiche, oggi portate avanti con una nuova aggressività e con
preoccupante disprezzo e irrisione delle idee altrui.
A tal fine, ancora una volta, abbiamo assistito all'ennesima
edizione della tradizionale "sagra" della distribuzione delle colpe
per quanto accaduto: lentezza della politica, arretratezza culturale,
integralismo religioso, "meschinità e ottusità" di tanti ipocriti, e
avanti di questo passo.
Con la scontata e "indiscutibile" presunzione che una società che
abbia legalizzato suicidio assistito ed eutanasia sia, per ciò stesso,
una società più evoluta e civile. Con contrapposizioni strumentali e
qualche volta ipocrite, da una parte e dall'altra. Mai utili per un vero
progresso verso la creazione di una coscienza e di una legislazione
condivisa sul diritto di vivere e di morire con dignità, che
comunque non potrà mai essere capace di contemplare al suo
interno tutta la diversità dei singoli casi e tutto ciò che implica il
"rispetto della persona umana".
Quanta consapevolezza e quanta delicata responsabilità in
quell'articolo 32 della nostra Costituzione: «La legge non può in
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 271 del 12 marzo 2017
nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona
umana».
La mancanza di corretta informazione ha fatto pronunziare e
scrivere frasi di un'assoluta inconsistenza sul piano giuridico. Non
ci si è preoccupati, ad esempio, di chiarire che in Italia, anche se
fosse già stato approvato il ddl sulle Dat (nella versione attuale)
attualmente in discussione alla Camera, suicidio assistito ed
eutanasia non sarebbero comunque permessi e, quindi, casi come
quello di Fabiano non avrebbero potuto legalmente avere un simile
epilogo.
Risulta perciò del tutto indebito (e ancora una volta strumentale)
usare la forza emotiva evocata da drammatici casi personali - di
Fabiano e di altri - per fare pressione sul legislatore, tentando di
riorientare gli esiti normativi in senso eutanasico. Ancora più
indebito in un Paese, come il nostro, costretto a registrare forti
ritardi e qualche sordità istituzionale nei confronti dell'accesso alle
cure palliative e dove manca una consapevole e condivisa cultura
dell'alleviamento del dolore.
Detto questo, vorrei ritornare alla dimensione della persona.
Fabiano, come Gianni e tanti altri, viveva una situazione
drammatica, certamente difficile da decifrare e sopportare. Sono
convinto che non spetti a noi giudicare la sua interiorità e la sua
coscienza, luogo accessibile soltanto a Dio, l'unico che conosce e
scruta i nostri cuori con verità. Di fronte alla sua morte, poi, è
necessario rispetto e silenzio, perché si è consumato un terribile
dramma umano; perché una persona è rimasta schiacciata dalla
propria sofferenza, cedendo alla disperazione e al nonsenso. E
quando accade questo, ciascuno di noi ne risulta in qualche modo
sconfitto nella propria umanità, nella propria capacità solidale.
Continuo a pensare che la via dell'eutanasia (o del suicidio
assistito), lungi dall'essere segno di civiltà evoluta, come con
eccessiva sicurezza si sente dire, rappresenta una risposta sociale
troppo superficiale e sbrigativa ai reali bisogni di chi soffre a causa
di gravi malattie o infermità. La sua pratica suggerisce un
messaggio falso e deleterio: esistono vite che, per le loro condizioni
contingenti, non sono (o non sono più) degne di essere vissute.
E la società preferisce liberarsene (anche in termini economici),
anziché farsene carico.
Una simile logica avrebbe come effetto finale quello di creare nella
comunità umana una "sacca di scarto" virtuale, l'insieme di coloro
la cui vita sarebbe ritenuta "non degna" (impoverita in dignità) e, di
conseguenza, non meritevole di essere sostenuta dalla comunità:
gli "eleggibili" per l'eutanasia! Non è questo il volto degno di una
comunità umana autenticamente "civile".
Dobbiamo avere il coraggio e la sapienza di andare in un'altra
direzione.
Dove più si alza il grido di bisogno e di richiesta d'aiuto di chi soffre
- ad esempio per una grave e inguaribile malattia - è necessario
investire più risorse, assicurando così un maggiore livello di
assistenza. Ma il problema non è solo economico. Quello che
dobbiamo - ed è un dovere morale - a chi vive tali drammi e alle loro
famiglie è soprattutto una sincera prossimità umana, una
solidarietà fattiva che possa smontare alla radice il "tarlo" cattivo
della disperazione, della solitudine che corrode gli animi,
dell'angoscia di non avere neanche i mezzi per essere curati. E uno
sguardo affettuoso che riconosca e valorizzi - senza infingimenti la dignità di quella vita umana, segnata così duramente dalla
malattia.
Con Fabiano e Gianni, in qualche modo, abbiamo fallito, non ci
siamo riusciti. Abbiamo la pressante responsabilità di riprovarci,
insieme, per il bene di tante altre persone che attendono una
risposta, un segnale di umanità solidale. E in definitiva, per il bene
comune.
(*) L'autore è Segretario Generale della Cei
© RIPRODUZIONE RISERVATA.
pagina 2
2/3/2017
Mamma in conto terzi contro natura
Evoluzione (tecnologica)? - La gestazione per altri fa sparire la figura della madre. Così divoriamo noi stessi
di MASSIMO FINI
Non sono cattolico ma trovo la sentenza della Corte
d'Appello di Trento, con tutte le conseguenze che
implica, accolta con giubilo da molte parti,
semplicemente aberrante. Saltiamo qui tutti i sottili
distinguo giuridici e veniamo alla sostanza.
1) È fuori discussione che ognuno ha diritto ad agire
la propria sessualità come meglio crede o istinto gli
detta (pedofilia esclusa). Ma questa libertà vale per
sé e solo per sé non quando c'è in gioco un terzo
soggetto, in questo caso il bambino. In linea di
principio o, per meglio dire, per legge di natura, un
bambino ha diritto di avere, almeno sulla linea di
partenza, un padre e una madre. Quindi non è
affatto vero che questa legge, soprattutto quando
non ci sono ancora bimbi nati da una coppia
omosessuale, maschile o femminile, ma c'è solo la
possibilità che questo possa avvenire grazie alle
varie moderne tecnologie, tutela il bambino, gioca
invece, e irresponsabilmente, sulla sua pelle, su un
suo diritto fondamentale.
2) Questa legge sancisce la completa mercificazione
del corpo della donna. Afferma Serena Marchi,
autrice di un libro su queste questioni: "Nei miei
viaggi per incontrare madri surrogate ho potuto
constatare che quasi tutte le donne lo fanno con
gioia, ma soprattutto con la consapevolezza di
colmare una sorta di ingiustizia della natura, che
impedisce a due uomini di avere figli". Non diciamo
e propaghiamo cazzate. Non è umanamente
possibile che una donna porti in grembo per nove
mesi un figlio, lo dia alla luce con i dolori del parto e
poi sia contenta di non vederlo mai più o solo
qualche volta per gentile condiscendenza dei
genitori-non genitori (più probabilmente il figlio
non saprà mai chi è sua madre. "Who is my mother?
Where is my mother?" invoca Cristo sulla croce). Il
mondo, soprattutto il Terzo mondo, è pieno di
povera gente disposta a tutto. Siamo di fronte alla
solita storia: la rapina degli occidentali delle risorse
altrui.
Finora ci si era limitati, si fa per dire, a rapinare le
risorse energetiche, adesso gli portiamo via anche la
carne. I famigerati trafficanti di uomini che solcano
il Mediterraneo trasportando per denaro i migranti
sono una bagatella a confronto.
Dobbiamo invece considerarli dei benefattori
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 271 del 12 marzo 2017
dell'umanità?
Mi stupisce che le femministe, che ci rompono i
coglioni da anni, in questo caso abbiano solo
rilasciato dei deboli lai.
3) Ma c'è una questione ancora più grave che va oltre
tutte le altre. Ed è quella posta, con molta lucidità,
da Claudio Risé in un articolo sul Giornale dell'1
marzo. Scompare qui la figura della madre e anche
della donna, cioè dell'essere che, antropologicamente, ha dato il via all'esistenza dell'umanità.
Quando sento dire, come fa Serena Marchi, che
queste pratiche, tecniche e giuridiche, "colmano un'
ingiustizia della natura" non so se mettermi a
piangere o a ridere. La Natura non è né giusta né
ingiusta, non è né morale né immorale, è
semplicemente amorale. La Natura ha elaborato le
sue leggi in milioni di anni e per milioni di anni su
queste leggi abbiamo vissuto.
Invece nel mondo contemporaneo noi ci stiamo
progressivamente e sempre più pericolosamente
allontanando dalla Natura finché essa ci caccerà
fuori a pedate. Abbiamo perso, e non solo in questo
campo ma in tutti i campi, quel senso del limite che i
Greci avevano profondamente introiettato capendo
la pericolosità di andare a modificare la Natura e a
violentare le sue leggi. Perfino Bacone, che è
considerato uno dei padri della rivoluzione
scientifica, afferma: "L'uomo è il ministro della
Natura ma alla Natura si comanda solo obbedendo
ad essa". Ma che c'importa dei Greci, che hanno
elaborato la cultura più profonda del mondo
occidentale, e di Bacone, di fronte all'adesione
pressoché totalitaria a quanto avviene nei laboratori
dei moderni Frankenstein? Anche Dostoevskij
attraverso le parole del Grande Inquisitore ne I
Fratelli Karamazov aveva avvertito: "Oh, ne
passeranno ancora dei secoli nel bailamme della
libera intelligenza, della scienza umana e
dell'antropofagia, poiché, avendo cominciato a
edificare la loro torre di Babele, andranno a finire
con l'antropofagia".
Quando leggevo I Karamazov questa storia
dell'antropofagia non la capivo. La capisco ora. Con
la "libera intelligenza", con la Scienza
tecnologicamente applicata, senza più limiti e freni,
ma imprigionata nella propria follia, stiamo
divorando noi stessi.
pagina 3
7/3/2017
"L'Italia potrebbe 'scomparire'
per la crisi demografica"
Parlano Golini e Rosina. Se continua così, perderemo 15 milioni di abitanti
Roma. I dati Istat per il 2016 suonano ancora a morto per l'Italia.
record: il paese col più basso tasso di natalità del mondo. In
Nuovo record negativo di nascite: 474 mila contro le 486 mila
molte regioni, il numero di figli per coppia era sceso addirittura
del 2015, che già era sceso ai minimi storici. Le morti sono state
sotto l'unità e non era mai successo nella storia: 0,91 in Emilia
608 mila. Abbiamo perso 134 mila persone, una città della gran
Romagna, 0,94 in Friuli Venezia Giulia, 0,95 in Liguria.
dezza di Ferrara o Salerno. L'illusione demografica è mantenuta
Allora Antonio Golini, docente alla Sapienza, già presidente
dall'immigrazione (135 mila persone). Alessandro Rosina,
dell'Istat e membro dell'Accademia dei Lincei, fu contattato dal
studioso di demografia all'Università Cattolica di Milano, parla di
direttore generale della Plasmon, il più grande produttore di
una "involuzione" che non ha precedenti: "Un paese funziona
alimenti per bambini. Gli chiese se qualcosa poteva essere fatto
se mette le nuove generazioni nelle condizioni di intravedere un
per impedire all'azienda di andare fuori mercato. Poco dopo,
ruolo nel futuro", dice al Foglio il demografo, che con Antonio
Plasmon iniziò a realizzare prodotti dietetici. "Come per ogni
Golini ha scritto per il Mulino "Il secolo degli anziani". Cosa
cosa nella vita, ci vuole equilibrio e questo non c'è più nella
succederà?
demografia italiana", dice Golini al Foglio. "Se nessuno lavora,
"Sempre meno l'immigrazione compenserà il divario, avremo
tutti capiscono che un paese crolla. Se nessuno fa un bambino,
sempre più morti e le nascite saranno schiacciate in una spirale
nessuno o quasi si rende conto che il paese crolla. Fatti
negativa che trascinerà verso il basso il paese. L'Italia è un
demografici e fatti economici vanno assieme. Il rischio di
laboratorio di questa perdita di popolazione. Non a caso alla fine
involuzione, di pericolo, di scomparsa per l'Italia diventa molto
degli anni Settanta ci fu l'aumento del debito pubblico che
pesante. L'invecchiamento è fortissimo e non fronteggiabile. Noi
coincise con l'inizio della crisi demografica. Un paese con così
possiamo pure pensare che la popolazione scompaia, ma lo fa
tanti anziani e così pochi giovani non ha precedenti nel
in maniera progressiva e comporta un invecchiamento
passato". Si prefigura un'Italia di 45 milioni di persone. Nel
irrefrenabile. Non ho memoria di casi storici di una popolazione
2016, per la prima volta nella storia, l'area dell'Unione europea
di grandi dimensioni che affronta uno scenario così
ha registrato più morti che nascite. L'Italia fu la prima al mondo a
devastante". Eppure, qualcuno lo aveva intuito. Nel 1976 uno
farne esperienza, poi sarebbero venute Germania, Grecia,
scrittore dell'Académie française, Jean Dutourd, pubblicò per
Spagna e così via. "Tutto è iniziato in Italia nel 1995", ha scritto
Gallimard il romanzo "2024". Immaginava un mondo di vecchi
Joseph Chamie, già direttore dello United Nations Population
che aveva smesso di fare figli. Case crollate, prostitute in
Division, il fondo Onu per la demografia. Il 1995 è l'anno in cui
menopausa, cinquanta milioni di piccioni che ricoprivano le
l'Italia ha battuto un record mai toccato prima da un paese in
strade di escrementi. "Il mondo non scricchiolava come sotto
tempo di pace: le grandi città hanno iniziato a "dimagrire". A
l'effetto di bombe atomiche", si legge nel romanzo. "No: moriva
Trieste ci furono 2.500 morti in più delle nascite, 4.970 a
di vecchiaia, di eutanasia, la specie umana non voleva più
Bologna, 7.421 a Genova, che sarebbe diventata la "città più
vivere".
vecchia d'Europa". Nel 1989, l'Italia aveva già ottenuto un altro
Un 2024 che sembra rinviare al 2017. All'Italia.
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6/3/2017
Il caso. Una spesa cresciuta di oltre l'otto per cento in 5 anni: la vendita degli strumenti bellici conosce
un'altra pericolosa stagione. E non soltanto per le grandi potenze. Vola il mercato dei nuovi nazionalisti
Il pianeta delle armi
Mai così tante dalla Guerra fredda. Corsa di Usa, India e Arabia Saudita
di GIAMPAOLO CADALANU
UN PIANETA armato fino ai denti, come non
succedeva dai tempi della Guerra fredda: il
riarmo globale non ha soltanto il volto di Donald
Trump o l'espressione glaciale di Vladimir Putin,
ha lo sguardo allucinato di tanti nuovi
nazionalisti, a partire da quelli dei Paesi asiatici,
che si avviano a diventare il mercato più florido
per il commercio di strumenti di morte.
Negli ultimi cinque anni l'aumento di spesa in
sistemi d'arma "pesanti" è stato vertiginoso: i dati
del Sipri, l'istituto svedese che ne registra
l'andamento, parlano di una crescita dell'8,4 per
cento, livello che non si raggiungeva dal 1990,
quando ancora il mondo era diviso in blocchi
contrapposti, prima dello scioglimento dell'Urss.
E l'aumento è più significativo perché la spesa
globale resta stabile. Questo vuol dire che la
quota destinata agli armamenti cresce rispetto
alle spese di gestione: personale,
addestramento, eccetera. Nei fatti, è un segnale
inquietante.
Gli acquirenti più scatenati sono India, Arabia
Saudita, Emirati Arabi, Cina e Algeria, che da soli
hanno comprato il 34 per cento di tutte le armi
vendute. Asia e Oceania hanno rastrellato il 43
per cento, in Medio Oriente è finito il 29 per cento
degli armamenti, l'Europa ne ha comprato l'11,
America e Africa son rimaste a livelli più bassi.
L'Italia è al 25esimo posto, con acquisti da Usa,
Germania, Israele. È ovvio che gli acquisti
internazionali non corrispondono agli
investimenti: chi ha un apparato industriale
immenso, come gli Stati Uniti, alimenta la
macchina bellica senza necessità di affacciarsi sul
mercato mondiale.
In testa alla classifica delle vendite ci sono Stati
Uniti, Russia, Cina, Francia e Germania, che hanno
realizzato il 74 per cento del totale, con Usa e
Russia che da soli raggiungono il 56 per cento.
Negli ultimi cinque anni la Germania ha registrato
una frenata (oltre un terzo di vendite in meno),
mentre la Francia vede una leggera flessione
(meno 5,6 per cento). Gli altri vanno a gonfie
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vele, con fatturati in crescita. L'Italia è all'ottavo
posto, con il 2,7 per cento (nel quinquennio
precedente era del 2,4).
L'esame dei dati aggregati, con acquirenti e
venditori assieme, dimostra che la vecchia logica
dei blocchi ha lasciato tracce.
Se Washington vende soprattutto ad Arabia,
Emirati e Turchia, Mosca conta sugli acquisti di
India, Vietnam e Cina. Pechino ha un mercato
soprattutto asiatico, mentre per Parigi il denaro
non ha odore: i primi tre clienti sono Egitto, Cina
ed Emirati. Trasversale anche il mercato
dell'Italia, che ha venduto soprattutto a Turchia,
Algeria e Angola.
Nel 2015 la spesa globale in armamenti ha
raggiunto 1676 miliardi di dollari, con un lieve
aumento rispetto all'anno precedente. La cifra
equivale al 2,3 per cento del Prodotto interno
lordo mondiale. Usa, Cina, Arabia Saudita, Russia
e Gran Bretagna sono i Paesi che hanno investito
di più. Gli Stati Uniti hanno ridotto leggermente la
spesa, che resta però la più elevata del pianeta,
pari a 596 miliardi di dollari. È il 36 per cento della
spesa totale, e cioè è superiore secondo le stime
del Sipri agli investimenti sommati dei dieci Paesi
che seguono nella classifica. Fra le tendenze
generali, la maggior spesa di Asia, Medio Oriente
ed Europa dell'Est, e il calo degli investimenti nei
Paesi con un'economia dipendente dal petrolio,
legato al crollo dei prezzi del greggio.
Secondo l'Osservatorio Milex sulle spese militari,
il nostro Paese per il 2015 ha stanziato 22 miliardi
di euro, che comprendono anche le uscite per il
personale (stipendi e pensioni) e una quota di
quelle per l'Arma dei carabinieri. L'Italia si attesta
sull'1,18 del Pil (dati della Difesa, per Milex la
quota è dell'1,4). Ma le cifre più significative,
secondo l'Osservatorio, sono quelle dedicate ai
sistemi d'arma: fra Difesa e ministero per lo
Sviluppo economico, nel 2016 sono stati investiti
in armamenti circa 5133 milioni di euro. Nel 2017
dovrebbero essere 5639: l'aumento di spesa in
armamenti è di oltre mezzo miliardo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
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3/3/2017
Jean d'Ormesson
"La debolezza dell'Europa spinge il populismo"
Scrittore e giornalista francese
di ALAIN ELKANN
Jean d'Ormesson, lei è uno scrittore e giornalista di fama
internazionale. Vari Paesi del mondo stanno prendendo un indirizzo
sempre più populista, in Francia le elezioni sono imminenti. Vede una
reale possibilità che Marine Le Pen possa vincere?
«È evidente che il Front National sta avanzando in modo consistente.
Mi ricordo che il partito dell'estrema destra francese all'epoca di
Tixier-Vignancour raggiungeva al massimo il 2% dei voti, più tardi il
partito di Jean-Marie Le Pen raggiungeva al massimo il 3-4%. Ora
che il mondo è percorso da un'ondata populista, penso per esempio
alla Brexit, a Trump, alle prossime elezioni olandesi, Marine Le Pen
rappresenta un francese su quattro ed è al 26-27%».
Dunque, ce la potrebbe fare?
«È l'unica candidata ad essere certa di passare al secondo turno. Ma
non penso che possa essere eletta. Avrà addosso il partito socialista
guidato da Hamon, dell'estrema sinistra guidato da Mélenchon, che
uniti rappresenterebbero il 25%. Secondo me, vinceranno le elezioni o
Fillon (se resta in corsa dopo lo scandalo che ha travolto la moglie
Penelope, ndr) o Macron. Credo che Marine sarà eletta nel 2022,
ma tutte le possibilità sono aperte. Se sfortunatamente dovesse
esserci una orribile attentato due giorni prima delle elezioni, in quel
caso Marine potrebbe vincere».
Secondo lei i francesi in questo momento sono inquieti?
«La Francia è molto cambiata, era un Paese organizzato fin dall'800
con due partiti: conservatori e socialisti, destra e sinistra. Giustamente
Macron ha detto che il bipartitismo è finito, è stato sostituito dal
quadripartitismo: madame Le Pen all'estrema destra, l'estrema sinistra
di Mélenchon e poi la sinistra tradizionale e la destra tradizionale.
Quel che è cambiato non è soltanto la politica, sono anche i francesi,
una volta erano allegri e spensierati, sono diventati come diceva
giustamente Cocteau "italiani di cattivo umore". Da due anni, il
sistema democratico è minacciato, la gente tende ad andare verso gli
estremi. La vittoria del Front National sarebbe una catastrofe
economica, un ritorno al franco, chiusura delle frontiere, insomma un
grande caos».
Brexit, elezione di Trump sembravano cose imprevedibili, però sono
accadute.
«Non ci si può assolutamente fidare dei sondaggi, in più bisogna dire
che per molti anni la gente non osava dire che votava per il Front
National. Questa tendenza oggi si è modificata».
Che Paese è la Francia di oggi?
«Un Paese in cattivo stato. I cinque anni della presidenza Hollande
sono stati disastrosi, non è stato capace di lottare contro la
disoccupazione e far crescere il tenore di vita. Ora la Francia sembra
girare pagina, ma c'è il pericolo del terrorismo e il problema dei
migranti. La sicurezza è una delle esigenze principali: con Le Pen non
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 271 del 12 marzo 2017
ci saranno più immigrati, perché chiuderà le frontiere. Ma c'è un gran
numero di cristiani che votano il Front National, non capisco come
possano aderire al programma di un partito che vuole chiudere le
porte».
Ha delle paure per il mondo della cultura?
«La lingua francese va malissimo, è difficile lottare contro l'inglese. È
vero che i libri e i giornali sono in difficoltà. Alcuni editori vanno bene,
ma le vendite si sono ridotte dal 5 al 15% in libreria. Certamente, gli
avvenimenti attuali hanno un po' rinvigorito il desiderio di leggere il
giornale. Per il momento, la libertà di stampa è totale in Francia».
E se vincesse il Front National?
«Non sarà soltanto un disastro per poveri e ricchi. Colpiranno la
cultura, la libertà di stampa sarà minacciata».
Oggi gli intellettuali in Francia hanno ancora una voce?
«Io non sono un intellettuale, mi considero un modesto scrittore. Gli
intellettuali di sinistra mi stanno superando a destra. Tutta la Francia
sta passando a destra. Il partito comunista e i socialisti sembrano non
esistere più. Però gli scrittori hanno ancora una situazione di privilegio
nella società. Certo, il mito del grande scrittore come Hugo, Mauriac o
Gide non esiste più. La gente ha rigettato violentemente la classe
politica, anche la stampa non è vista molto bene».
La sua nazione ha ancora un'egemonia culturale in Europa?
«La Francia segue il destino dell'Europa. Il dominio dell'Europa è stato
totale per secoli, ma economia e cultura vanno di pari passo. Questo
lo hanno capito molto bene sia Luigi XIV sia Napoleone. Domani
saranno più importanti i filosofi indiani, cinesi e brasiliani. L'avanzata
del populismo avviene per via della debolezza dell'Europa».
Secondo lei la Francia è un Paese anacronistico?
«Sì, per esempio non si riesce a ridurre il numero dei libri che si
pubblicano ogni anno, anzi sono in aumento».
E gli Stati Uniti?
«Chi avrebbe mai previsto quattro mesi fa un'America con Trump, il
contrario di quello che il mondo pensa sia l'America. Sia in America
sia in Europa oggi vi è grande ostilità verso il sistema. La vera vittima
di tutto questo è la democrazia».
Pensa che ci saranno di nuovo delle guerre?
«Non ci sarà guerra perché abbiamo creato l'Europa, ma se il
populismo trionfa, le cose cambieranno. Bisogna assolutamente
salvaguardare l'idea dell'Europa. Che è riuscita in due cose: la
moneta unica e l'assenza di guerre. Le guerre certamente
continueranno in Africa e Asia, ma bisogna vigilare contro il
populismo. Le persone giovani hanno tendenza ad essere estremiste,
bisogna impedire che votino per il Front National».
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.
pagina 6
7/3/2017
4/3/2017
Il coraggio di essere sposi
oggi e la giusta necessaria
consapevolezza
Cose che non
hanno prezzo
di EDGARDO GRILLO
Caro direttore, al termine di un'ancora recente
Udienza generale, salutando con affetto diverse
coppie di sposi novelli, il Papa ha detto che «per
sposarsi ci vuole coraggio ». È una indubbia verità,
specie in questi tempi grami e problematici. Ma non è
l'unica, perché l'ingrediente principe di una nascente
unione credo sia la consapevolezza dell'importanza
di tale scelta, e per chi crede, di questo sacramento.
Se dal 2014 al 2015 i matrimoni sono aumentati del
2,4%, bisogna però rilevare che, nello stesso periodo,
c'è stato - complice l'introduzione di facilitazioni di
legge - un incremento dei divorzi di ben il 57%.
Questi dati ci dicono che, troppo spesso, ci si sposa
senza la giusta consapevolezza, ritenendo l'unione,
auspice la porta sempre più aperta del divorzio, un
evento come un altro da poter archiviare in ogni
momento, come un vestito che passa di moda o che
ormai va stretto. Senza voler giungere ad avallare il
pessimismo esasperato di un famoso battutista che
definiva il matrimonio «una istituzione che si fonda
sulla paura di ammalarsi e morire in solitudine», va
detto che specie nelle ultime generazioni, più che un
valore e un impegno per la vita, viene considerato un
evento mondano di cui essere eccentrici attori. Tante
famiglie si svenano per allestire cerimonie nuziali
degne dei più sontuosi ludi fescennini. Cerimonie in
cui l'abito da sposa, le foto, gli addobbi, i menù
luculliani, i balli e i fuochi d'artificio sono il fulcro
dell'evento, in una gara di ostentazione. In chiesa
entrano persino coppie che fino a quel momento non
conoscevano la sacralità di un tempio, né più lo
frequenteranno. E troppe volte la promessa della
fedeltà nella buona e nella cattiva sorte si sperde al
primo affacciarsi di quest'ultima, per soggiacere poi
alla tentazione di quella porta girevole che è il
divorzio. Così, ci si sposa in nome della buona sorte,
tanto poi... Senza tener conto che l'unione coniugale
è, reciprocamente, tolleranza e dedizione, altruismo
e compensazione, incontro e non scontro di due
egoismi o prevaricazione. Senza valutare il rischio di
procreare non figli, ma orfani di una genitorialità
inadeguata e in conflitto, vittime di una colpevole
superficialità.
Edgardo Grillo
RIPRODUZIONE RISERVATA.
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Chi rinuncerebbe a un milione di euro?
di MASSIMO GRAMELLINI
Di primo acchito saremmo tentati di
rispondere: nessuno. Se però si cambiasse
la domanda, «Perché sareste disposti a
rinunciarvi?», la risposta diventerebbe più
problematica e anche più profonda, come
testimonia la scelta di una famiglia di Varese.
Padre, madre, zii. La loro Giada, diciassette
anni, è stata investita sulle strisce da un
automobilista incapace di frenare, prima, e
rapidissimo nell'accelerare, poi.
All'officina, dove si presentò con il parafango
sfondato, disse di avere preso sotto un
cinghiale e rimase sordo all'appello dei
parenti della vittima e di una città intera. Fu
scoperto egualmente e in questi giorni, con
l'approssimarsi del processo, è arrivata
puntuale la proposta di risarcimento.
Alla base della decisione di respingerla
esiste sicuramente una motivazione tecnica.
Incassando quei soldi, i sopravvissuti di
Giada avrebbero dovuto rinunciare a
costituirsi come parte civile e la posizione
dell'imputato si sarebbe alleggerita, creando
le condizioni per shakerare il classico
cocktail di sconti di pena all'italiana che
trasforma le sentenze di condanna emesse
dai nostri tribunali in un'indicazione di
massima.
Più che uno Stato di diritto, uno stato
d'animo. Ma in quella scelta così fiera da
parte di una famiglia che non naviga nell'oro
si può leggere anche qualcos'altro.
Qualcosa che oltrepassa i codici e le
convenienze processuali. È l'affermazione
che non tutto al mondo può essere
quantificabile. L'amore per una figlia
perduta, per esempio. E il pudore nel
macchiarne il ricordo, accettando di
monetizzarlo.
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PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Roma - Piazza San Pietro
Domenica, 5 marzo 2017
I Domenica di Quaresima
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
In questa prima domenica di Quaresima, il Vangelo ci introduce nel
cammino verso la Pasqua, mostrando Gesù che rimane per quaranta giorni
nel deserto, sottoposto alle tentazioni del diavolo (cfr Mt 4,1-11). Questo
episodio si colloca in un momento preciso della vita di Gesù: subito dopo il
battesimo nel fiume Giordano e prima del ministero pubblico. Egli ha
appena ricevuto la solenne investitura: lo Spirito di Dio è sceso su di Lui, il
Padre dal cielo lo ha dichiarato «Figlio mio, l’amato» (Mt 3,17). Gesù è
ormai pronto per iniziare la sua missione; e poiché essa ha un nemico
dichiarato, cioè Satana, Lui lo affronta subito, “corpo a corpo”. Il diavolo fa
leva proprio sul titolo di “Figlio di Dio” per allontanare Gesù
dall’adempimento della sua missione: «Se tu sei Figlio di Dio…», gli ripete
(vv. 3.6), e gli propone di fare gesti miracolosi - di fare il “mago” - come
trasformare le pietre in pane per saziare la sua fame, e buttarsi giù dalle
mura del tempio facendosi salvare dagli angeli. A queste due tentazioni,
segue la terza: adorare lui, il diavolo, per avere il dominio sul mondo (cfr v.
9).
Mediante questa triplice tentazione, Satana vuole distogliere Gesù dalla via
dell’obbedienza e dell’umiliazione – perché sa che così, per questa via, il
male sarà sconfitto – e portarlo sulla falsa scorciatoia del successo e della
gloria. Ma le frecce velenose del diavolo vengono tutte “parate” da Gesù
con lo scudo della Parola di Dio (vv. 4.7.10) che esprime la volontà del
Padre. Gesù non dice alcuna parola propria: risponde soltanto con la Parola
di Dio. E così il Figlio, pieno della forza dello Spirito Santo, esce vittorioso
dal deserto.
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Durante i quaranta giorni della Quaresima, come cristiani siamo invitati a
seguire le orme di Gesù e affrontare il combattimento spirituale contro il
Maligno con la forza della Parola di Dio. Non con la nostra parola, non serve.
La Parola di Dio: quella ha la forza per sconfiggere Satana. Per questo
bisogna prendere confidenza con la Bibbia: leggerla spesso, meditarla,
assimilarla. La Bibbia contiene la Parola di Dio, che è sempre attuale ed
efficace. Qualcuno ha detto: cosa succederebbe se trattassimo la Bibbia come
trattiamo il nostro telefono cellulare? Se la portassimo sempre con noi, o
almeno il piccolo Vangelo tascabile, cosa succederebbe?; se tornassimo
indietro quando la dimentichiamo: tu ti dimentichi il telefono cellulare - oh!,
non ce l’ho, torno indietro a cercarlo; se la aprissimo diverse volte al giorno;
se leggessimo i messaggi di Dio contenuti nella Bibbia come leggiamo i
messaggi del telefonino, cosa succederebbe? Chiaramente il paragone è
paradossale, ma fa riflettere. In effetti, se avessimo la Parola di Dio sempre
nel cuore, nessuna tentazione potrebbe allontanarci da Dio e nessun ostacolo
ci potrebbe far deviare dalla strada del bene; sapremmo vincere le quotidiane
suggestioni del male che è in noi e fuori di noi; ci troveremmo più capaci di
vivere una vita risuscitata secondo lo Spirito, accogliendo e amando i nostri
fratelli, specialmente quelli più deboli e bisognosi, e anche i nostri nemici.
La Vergine Maria, icona perfetta dell’obbedienza a Dio e della fiducia
incondizionata al suo volere, ci sostenga nel cammino quaresimale, affinché
ci poniamo in docile ascolto della Parola di Dio per realizzare una vera
conversione del cuore.
© Copyright 2017 - Libreria Editrice Vaticana
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BOB DYLAN LA CANZONE SOFFIA
ANCORA NEL VENTO
Claudio Zonta S.I.
Non è facile provare a confrontarsi con la figura di Bob Dylan, personaggio
inafferrabile, contraddittorio, menestrello, poeta, forse profeta, sicuramente
artista che sta più in là del tempo che vive. Questa complessità si mostra anche nel
suo linguaggio compositivo: la sua canzone è a volte narrativa, mentre, con uno
sguardo spietato sul mondo, inchioda le miserie del potere; altre volte si rivela
simbolica, nel tentativo di cogliere il mondo dei sentimenti e dei moti dell'animo;
altre volte diviene spirituale e sacramentale, nell'intuire quegli sprazzi di infinito
che vibrano nell'essere umano e nel mondo. L'ampiezza e la profondità della sua
scrittura si integra e si fonde, per armonia o per contrasto, nelle tante ballate folk,
nei ritmi blues, rock e jazz, sconfinando fino al gospel.
Nell'intenzione di accostarsi alla figura di Bob Dylan, conviene rifarsi al film I'm
Not There (2007), del regista Todd Haynes, il quale, per raccontare la personalità
del cantautore statunitense, ricorre a sei differenti personaggi, ciascuno dei quali
impersona uno degli aspetti della natura artistica e umana di Bob Dylan. E così, un
ragazzino di colore insegue, nel suo camminare senza sosta, l'afflato di Woody
Guthrie; Jack Rollins, cantante introverso di folk, cerca di fuggire dalla
strumentalizzazione dei media, rifugiandosi nella fede al cristianesimo; Jude
Quinn, interpretato da Cate Blanchett, è una rockstar che tra genio e sregolatezze
sfida, con ironia, la stampa. Questi, ma non solo, i personaggi che vengono
presentati allo spettatore per raccontare, attraverso un gioco di maschere, Bob
Dylan, a cavallo tra sogno e realtà, tra creatività e umanità, tra cadute e trionfi.
i
Le orig ni
Rileggendo «Talkin' New York» (1962), una delle prime canzoni di Dylan, si può
rappresentare la sua vita proprio come una corsa: Ramblin' outa the wild West /
Leavin' the towns I love the best. / Thought I'd seen some ups and down / Til I come
into New York town. / People goin' down to the ground / Buildings goin' up to the sky
(Vagando fuori dal selvaggio West / lasciando le città che avevo amato di più /
pensai che avevo visto diverse cose strane / finché giunsi a New York Town / la
gente che andava giù nel sottosuolo / mentre gli edifici andavano su verso il cielo).
Questo suo correre diviene un cammino infinito, esistenziale, che non contempla,
alla maniera di Ulisse, una ricerca di ritorno alla terra d'origine, ma è spinto verso
un oltre che mai si definisce completamente, che probabilmente non possiede
determinazioni di luogo, ma solo di spirito e di contingenza.
Proprio nell'album Time out of mind (1997) è contenuto il brano «Highlands»,
che si conclude con una strofa che esprime e sottolinea questo desiderio di ricerca
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di un luogo non ancora trovato, ma sicuramente desiderato e inseguito: Well, my
heart's in the Highlands at the break of day / Over the hills and far away / There's a
way to get there, and I'll figure it out somehow / But I'm already there in my mind /
And that's good enough for now (Il mio cuore si trova nelle Highlands al sorgere del
sole / sopra le colline e lontano / c'è una strada per andarci, e in qualche modo lo
capirò. / Già sono là con la mente / e per il momento è abbastanza).
Questo anelito a vivere fuori dal centro, lasciando gli ormeggi, le sue origini
ebraiche, la sua famiglia che viveva nel Minnesota, trasforma la sua visione del
mondo, che verrà contemplato nelle differenti prospettive, con un'attenzione
particolare alla condizione della vita delle persone, inglobate, a volte
inconsapevolmente, in strutture sociali che depauperano e annientano le capacità
umane. La concezione della realtà di Bob Dylan parte dal basso, si piega fino alla
miseria, inginocchiandosi sulle storie particolari degli uomini; solo da questa
prospettiva il suo sguardo si innalza per osservare criticamente gli importanti
fenomeni della storia americana, che si svilupparono soprattutto negli anni
Sessanta e Settanta.
Nel discorso del 13 dicembre del 1963, contraddittorio e polemico per l'accenno
all'omicidio del presidente Kennedy, che tenne dopo aver ricevuto il premio «Tom
Paine», egli dice: «Per me non esistono più bianco e nero, destra e sinistra, c'è solo
su e giù e giù è ancora più giù, fino ad arrivare al suolo. [...] Io penso alla gente
comune e a ciò che li ferisce», o nel poema 11 Outlined Epitaphs (1963), così scrive:
When feelings are hurt, an' I am on the side a them hurt feelings (Quando i
sentimenti sono feriti e io sono a fianco di questi sentimenti feriti).
È proprio il contrasto presente nella grande città di New York che impressiona
Bob Dylan: People goin' down to the ground / Buildings goin' up to the sky. Questa
contraddizione sociale e urbana gli procura uno strappo viscerale, che deve essere
portato alla luce proprio dal canto che, nel primo periodo della sua produzione, è
sulla scia della canzone di protesta. La sola chitarra accompagna una parola che
deve imprimersi nel cuore e nella mente dell'ascoltatore, come possiamo sentire
proprio in «Talkin' New York».
La musica, semplice e immediata, diviene una cornice in cui il canto, quasi un
parlato, racconta una storia che non può e non deve lasciare indifferenti.
L'accompagnamento musicale è minimo nel susseguirsi delle lunghe strofe; le
pennate sui bassi della chitarra creano il ritmo del viaggio in treno, delle vecchie
ferrovie che dal «selvaggio West» arrivano fino alla città di New York, mentre gli
intermezzi tra una strofa e l'altra sono accompagnati al suono dell'armonica, come
a segnare le tante stazioni di un lungo viaggio. «Talkin' New York» è una canzone
che inaugura la corsa di Bob Dylan: una corsa verso l'uomo, compreso tra le mille
contraddizioni, tra le incomprensioni, le differenze di classe, le rivolte pacifiste, le
corse agli armamenti, le crisi politiche, le barbarie delle guerre.
Le radici musicali di Bob Dylan affondano nella terra, quella arida e aspra che
cantava anche Woody Guthrie, folksinger, vagabondo sui treni merci, contadino,
poeta, pittore, che descriveva le condizioni dei minatori, degli operai, dei tanti
abitanti del Texas e dell'Oklahoma che negli anni Trenta furono colpiti da violente
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tempeste di sabbia. Questo drammatico fenomeno atmosferico li costrinse a
incamminarsi verso la California - a garden of Eden -, dove esisteva la possibilità
di lavorare per tutti, in cui They think they're goín' to a sugar bowl, (Pensano di
trovare una zuccheriera) come Guthrie canta nella canzone « Do Re Mi» (1940), ma
che risulta inaccessibile a coloro che non possiedono denaro.
Nel 1961, mentre pubblica il suo primo album, Bob Dylan si dirige nel New
Jersey per far visita proprio a Woody Guthrie, ricoverato nel Greystone Park
hospital; e così, ricordando il suo maestro ispiratore, canta in «Song To Woody»:
Here's to the hearts and the hands of the men / That come with the dust and are gone
with the wind (Questa è per i cuori e le mani degli uomini / che vengono con la
polvere e se ne vanno col vento). Di grande intensità è la descrizione dell'essere
umano, analizzato nella sua essenzialità e profondità: l'uomo è costituito
essenzialmente da cuore e mani. Il cuore è la sede dei sentimenti, ma, se seguiamo
l'interpretazione ebraica, è anche luogo delle decisioni, mentre le mani
trasformano la realtà in base alle passioni e alle decisioni che vivono nel cuore.
L'uomo descritto nella canzone è anche associato ad altri due termini ben
presenti nella cultura biblica: la polvere e il vento, che sono simboli che ricordano
la fragilità e l'inconsistenza della condizione umana. Ma è un'inconsistenza a cui
Dylan conferisce dignità, a tal punto da dedicarle non solo una canzone, ma buona
parte della sua produzione; questo, probabilmente, è il più grande atto di amore, di
poesia, di sogno di Bob Dylan.
Il canto dei miserabili
Questi uomini, fatti di cuore e di mani, che vengono con la polvere e se ne
vanno con il vento, hanno anche un nome e cognome nella vita di Dylan, come il
pugile Rubin Carter, Hurricane, peso medio del pugilato, accusato ingiustamente
di omicidio. Insieme a Jacques Levy, dopo essere venuto a conoscenza della storia
di questo pugile, che gli aveva inviato la propria autobiografia raccontando la
propria condanna per un triplice omicidio accaduto nel Lafayette Bar - nel New
Jersey il 17 giugno 1966, Dylan decide di scrivere questa storia in una lunga
ballata, dal titolo Hurricane. Rubin Carter ottenne la scarcerazione nel 1985 ad
opera della Corte Federale, che decretò che il processo aveva come base
motivazioni razziali, e che quindi l'accusa di omicidio risultava infondata.
La ballata procede con un ritmo incalzante, suoni elettrici, duri e acri,
enfatizzati dalle veloci scale suonate dal violino e dalle rapide ritmiche della
chitarra, come se fossero una serie di colpi portati a segno durante un ultimo round
di un incontro di boxe. Non a caso l'autobiografia di Hurricane, da cui Dylan
prende spunto, si intitola proprio The Sixteenth Round, il sedicesimo round, il più
duro, oltre il limite regolamentare, quando ormai si combatte solo con la forza della
disperazione e per la sopravvivenza, come negli anni di carcere di Hurricane.
Dylan esprime la frattura esistenziale che l'ingiustizia genera, infrangendo i
desideri e le speranze dell'essere umano: in questo caso, la possibilità di diventare
un campione del mondo di pugilato. Il cantautore americano canta contro
quell'ingiustizia che si abbatte sulle persone che vengono dalla polvere e rischiano
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di volare via con il vento: That's the story of the Hurricane / But it won't be over till
they clear his name / And give him back the time he's done / Put him in a prison cell
but one time he could-a been / The champion of the world. (Questa è la storia di
Hurricane / che non avrà termine fino a quando non riabiliteranno il suo nome / e
gli restituiranno il tempo che ha perduto / sbattuto in una prigione, ma un tempo
lui avrebbe potuto essere / il campione del mondo).
Tra «Beat generation e simbolismo
Dylan avrebbe potuto rimanere ancorato allo stile folk e continuare ad avere
successo; tuttavia la sua ricerca, umana e musicale, si spinge oltre, seguendo quel
sottile filo di vento che lo porta a sperimentare, a cambiare, a non farsi
comprendere, a essere rinnegato dai suoi stessi fans. Percorrendo la Beat
generation statunitense, che si rifaceva a Jack Kerouac e a William Burroughs, egli
conosce Allen Ginsberg, con il quale stringe un lungo sodalizio letterario e
musicale, come testimonia la pubblicazione, nel 1976, di First Blues-Rags, Ballad
& Harmonium Songs 1971-74, con la seguente dedica: «To Minstrel Guruji Bob
Dylan».
Uno degli aspetti dell'estetica della Beat generation che affascinerà Dylan sarà
l'idea di improvvisazione, che veniva espressa durante i readings che proprio
Ginsberg aveva cominciato a proporre. L'aspetto improvvisativo, infatti, aveva
l'intenzionalità e la pretesa di immortalare l'impulso creativo originale nel
momento in cui emergeva. La frequentazione di Ginsberg, con la lettura di Howl e
dei poeti del simbolismo francese, quali Rimbaud e Verlaine, saranno alla base di
un ulteriore approfondimento su altri temi esistenziali, quali l'abbandono, la
solitudine, la lotta con se stessi.
Uno dei brani più intensi di questo periodo s'intitola «Shelter From The Storm»
(1975), il cui testo si nutre di immagini simboliche, che permettono una ricchezza
di senso che mai si chiude in un significato certo e determinato. I came in from the
wilderness, a creature void of form [...] In a world of steel-eyed death, and men who
are fighting to be warm [...] I was burned out from exhaustion, buried in the hail /
Poisoned wn the bushes an' blown out on the trail (Io venivo dal deserto, una
creatura senza forma [...] In un mondo di morte con gli occhi d'acciaio e uomini che
combattono per mantenersi caldi [...] Ero consumato dalla stanchezza, sepolto
nella grandine, avvelenato tra i rovi e stremato sul sentiero): sono solo alcuni dei
versi che si succedono in questa canzone e che evidenziano quanto la vita possa
essere intrisa di aridità, di non senso, fino a trasformarsi in una condanna. Il
deserto e la presenza di una creatura vuota di forma sono espressione di
indefinitezza: la terra non bagnata dall'acqua, che permetterebbe alla natura di
crescere e svilupparsi, diviene deserto e luogo infecondo, mentre un essere vuoto di
forma è senza identità, in quanto privo di tutti quei limiti che caratterizzano
l'essenza.
Si descrive così una situazione che è contraria allo spirito della vita: un mondo
di morte, con uno sguardo di acciaio, e pertanto freddo e inumano, in cui vivono
uomini che combattono per un luogo caldo, La vita si rivela non-vita, espressa in
un climax ascendente in cui i tre verbi al passivo definiscono la condanna a morte
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dello stesso essere umano: consumato, sepolto, avvelenato. Ma l'antropologia di
Bob Dylan non è negativa, in quanto riconosce l'uomo come portatore di un amore
che si esprime nel momento della relazione. «Come in» - she said -, «I give you shelter
from the storm» («Entra» - disse lei - «Ti darò riparo dalla tempesta».) Questo è il
verso che conclude ognuna delle dieci strofe; e proprio nella strofa centrale Dylan
esplicita il senso di questi versi ripetuti: She walked up to me gracefully and took
my crown of thorns. (Venne verso di me con grande grazia e mi tolse la corona di
spine). Esiste nella vita dell'essere umano un amore che non solo diviene rifugio
dalla tempesta, ma è anche avvolgente.
È un amore che non viene idealizzato, ma vissuto a caro prezzo, per la sua
fragilità e la sua intimità, attraverso l'immagine delicata di chi è capace di togliere
la corona di spine, che mette in relazione la passione di Cristo con la passione
dell'uomo. È un amore che viene riconosciuto come elemento fondante dell'essere
umano, un sentimento radicale che fa riconoscere la terra come un non-deserto, il
mondo come una creazione per l'uomo, e l'altro come un altro da sé, non da
combattere ma nel quale rispecchiarsi.
Ma proprio per il fatto che nell'esperienza quotidiana si sperimenta la
frammentarietà dell'amore, Dylan sente il dovere di porsi un'altra domanda che
non ammette semplificazioni: Do I understand your question, man, is it hopeless
and forlorn? (Ho capito la tua domanda, uomo: si è senza speranza e
abbandonati?). È una domanda che rimane aperta, a cui non si può dare una
risposta retorica, scontata, ma il cantante la lascia volare e vibrare nel vento,
all'interno di quel verso che non smette di riecheggiare: «Come in - she said -, «I'll
give you shelter from the storm».
Se nell'incisione da studio Bob Dylan propone un arrangiamento di sola
chitarra e basso, nelle versioni successive dal vivo opterà per arrangiamenti più
aggressivi, con un utilizzo di chitarre elettriche, che sapranno sottolineare la
ruvidezza di alcune immagini del testo e nello stesso tempo la drammaticità di ciò
che comporta il vivere con responsabilità.
Bob Dylan e la «trilogia religiosa»
In un certo senso, questa domanda si ripropone alla fine degli anni Settanta,
nel periodo della conversione a un cristianesimo di carattere evangelico: il senso
dell'esistenza diviene più urgente, con una certa enfasi per quanto riguarda gli
aspetti profetici e apocalittici. È interessante osservare come in questo periodo la
preoccupazione per l'uomo divenga ancora più impellente. Le tante storie narrate e
cantate, vissute e immaginate, amate e odiate, riprendono vita nel brano «Gotta
Serve Somebody», dell'album Slow Train Coming (1979), accompagnato
magistralmente dalla chitarra di Mark Knopfler: You may be a state trooper, you
might be a young Turk / You may be the head of some big TV network / You may be
rich or poor, you may be blind or lame / You may be living in another country under
another name (Puoi essere un alto ufficiale, puoi essere un giovane imbroglione /
Puoi essere il padrone di qualche grosso network televisivo / Puoi essere ricco o
povero, puoi essere cieco o zoppo / Puoi vivere in un altro paese sotto altro nome).
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In questo periodo Dylan non solo descrive situazioni esistenziali che spingono
l'ascoltatore a una riflessione sugli avvenimenti cantati, ma chiede apertamente di
schierarsi: Indeed you're gonna have to serve somebody / Well, it may be the devil or
it may be the Lord / But you're gonna have to serve somebody (Ma qualcuno lo devi
pur servire, ah non c'è dubbio / Qualcuno lo devi servire / Che so, potrà essere il
Diavolo o potrà essere il Signore, ma qualcuno lo devi pur servire ). Questi versi
sembrano riprendere i versetti del Vangelo di Luca (16,13): «Nessun servitore può
servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e
disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
I versi si focalizzano sulla necessità di prendere una posizione chiara ed
evidente di fronte a una scelta che riguarda una fede intimamente connessa
all'esistenza e alle sue opere; ma questa istanza rivela soprattutto la
consapevolezza di una profonda visione di un mondo ferito, dominato dall'egoismo
e dalla superbia di una parte degli esseri umani. Infatti, nel brano «Slow Train»
Dylan si oppone, in maniera lapidaria, a far parte di quella umanità che ha perso il
senso della realtà e della relazione con il creato e con il proprio simile, ormai
dominata dal desiderio di possedere e accumulare: People starving and thirsting /
grain elevators are bursting / Oh, you know it costs more to store the food / than it do
to give it (Gente affamata e assetata / silos stanno scoppiando di grano / sai che
costa di più stipare il cibo / che darlo da mangiare).
Anche questi sono versi che richiamano la Scrittura, e precisamente la
parabola - che leggiamo nel Vangelo di Luca (12,13-21) - sulla cupidigia del ricco
che pensa di demolire i propri magazzini per costruirne di più grandi, non sapendo
che proprio in quel momento la vita lo abbandonerà. Il pensiero di Dylan
sull'inclinazione dell'uomo a «cosificare» la vita stessa, in modo tale da essere
considerata merce di scambio, comprata e venduta, e che trascura completamente
il valore della coscienza, della libertà e della dignità umana, rappresenta una
variazione di quelle istanze che permeano uno dei suoi primi capolavori, «Blowin' in
the wind»: How many roads mast a man walk down / Before you can call him a
man? […] Yes, 'n' how many years can some people exist / Before they're allowed to
be free? [...] how many times must a man look up / Before he can see the sky?
(Quante strade deve percorrere un uomo / prima che lo si possa chiamare uomo?
[...] e quanti anni devono vivere alcune persone / prima che possano essere
finalmente libere? […] Quante volte un uomo deve guardare verso l'alto / prima che
riesca a vedere il cielo?).
Questa esperienza profonda di fede si riflette nella cosiddetta «trilogia
religiosa»: Slow Train Coming (1979), Saved (1980) e Shot Of Love (1981), e può
essere ben sintetizzata nell'ultima strofa dell'intima e rappacificata ballata «Every
Grain of Sand» (1981), nella quale appare come anche questa esperienza, che a
volte è vista come categorica e inflessibile, in realtà non è altro che una tappa che
porterà Dylan ancora una volta ad ascoltare una risposta nel vento: I hear the
ancient footsteps like the motion of the sea / Sometimes I turn, there's someone
there, other times it's only me. / I am hanging in the balance of the reality of a man /
Like every sparrow falling, like every grain of sand (Sento gli antichi passi come il
movimento del mare. / A volte mi giro, c'è qualcuno lì, altre volte sono solo io. /
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Sono in bilico sulla realtà dell'uomo. / Come ogni passero che cade, come ogni
granello di sabbia).
Per Bob Dylan, l'uomo si rivela essere sempre una domanda senza risposta,
come pure il rapporto con Dio, che non potrà mai essere compreso totalmente.
Questo dilemma potrà solo essere cantato e raccontato, con metafore e immagini
che profumano di infinito, o con storie di miseria che odorano di solitudine e di
abisso. Lo sguardo di Dylan sul mondo penetra le immensità e il contingente, che
sono l'orizzonte, il luogo esistenziale in cui si articola la complessità dell'essere
umano. È una complessità con la quale Dylan si confronta continuamente, perché
imprevedibile, mai uguale a se stessa, sempre in divenire, e che lo spinge a
interrogarsi continuamente sul senso della vita.
Luci e ombre dell'esistenza
Questa drammaticità è ben presente nell'album Time Out Of Mind (1997), in cui
spicca il brano «Not Dark Yet»: Well my sense of humanity has gone down the drain
/ Behind every beautiful thing there's been some kind of pain / She wrote me a letter
and she wrote it so kind / She put down in writing what was in her mind / I just don't
see why I should even care / It's not dark yet, but it's getting there (Il mio senso di
umanità è andato in malora / dietro ogni cosa bella c'è stato un qualche tipo di
dolore / lei mi ha scritto una lettera e l'ha scritta con tale gentilezza / ha scritto
quello che aveva in mente / non vedo perché avrei dovuto preoccuparmene / non è
buio ancora, malo diventerà). I versi vibrano di una drammatica tensione tra il
desiderio di armonia, simboleggiato da una lettera scritta con dolcezza, e i1 sentire
che un buio avanza, mentre la bellezza e delicatezza dell'accompagnamento
musicale avvolge una voce, tremolante e calma, che lascia sospese le parole in un
canto poetico.
Bob Dylan è tutto questo, ma altro ancora. Il conferimento del premio Nobel per
la letteratura suscita polemica, come pure il suo attendere nel pronunciarsi in
merito. Quello che si può affermare è che la sua canzone ha attraversato periodi
storici complessi, soprattutto della storia politica e sociale degli Stati Uniti dagli
anni Sessanta fino ai giorni nostri. La sua canzone ha dato voce a molte esistenze
rotte dalla miseria e dalla violenza, innalzandole con poesia e delicatezza. La sua
canzone ha saputo preferire l'amore al potere, la pace alla guerra, il dialogo al
monologo. La sua canzone ha provato a indagare lo spirituale, innalzandosi verso i
cieli, ma stando con i piedi radicati in quella terra che a volte è arida e dura. La sua
canzone, una volta spento l'iPad, continua a riecheggiare nel cuore, continuando a
cantare e a vibrare nel vento.
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 271 del 12 marzo 2017