26 febbraio 2017 - L`Agenzia Culturale

Download Report

Transcript 26 febbraio 2017 - L`Agenzia Culturale

270
con il patrocinio di
os
tr
a
Milano - Basilica di Sant’Ambrogio
La
n
Rassegna
Stampa
26 febbraio 2017
A cura de: “L’Agenzia Culturale di Milano”
Con sede in Milano, via Locatelli, 4
www.agenziaculturale.it
Questa rassegna stampa è scaricabile integralmente anche dal sito www.agenziaculturale.it
Estratti da:
Ciclostilato in proprio
16/2/2017
EUTANASIA E CURE PALLIATIVE. DIBATTITO CATECHISMO ALLA MANO
La fine "moralmente lecita" e
cattolica del malato di Sla a Treviso
di Matteo Matzuzzi
Battimelli aggiunge che "in casi come questi non è stata richiesta
Roma. La richiesta di Dino Bettamin, il macellaio settantenne di
nessuna procedura eutanasica ma la sedazione profonda che ha
Montebelluna morto lunedì, era chiara: "Voglio dormire fino
la finalità di combattere nell'imminenza della morte un sintomo
all'arrivo della morte, senza più soffrire a causa della Sla".
refrattario e incoercibile (la mancanza di respiro, ndr) non
Malato da cinque anni, era considerato ormai un paziente in stato
altrimenti risolvibile, cosicché la malattia ha fatto il suo corso. La
terminale.
sospensione di alimentazione e idratazione, avvicinandosi la
Il dibattito, come sempre accade in casi del genere, s'è riaperto:
morte, è lecita quando queste ultime diventano non più utili per lo
è un caso di eutanasia?
scopo per le quali erano state attivate", ha chiosato il
La sedazione profonda rientra in quelle pratiche contrarie alla
vicepresidente dell'Associazione medici cattolici. Dopotutto, fu
morale cattolica? No, dice il professor Giuseppe Battimelli,
Pio XII, sessant'anni fa, a dire che "se la sommi nistrazione di
vicepresidente nazionale dell'Associazione medici cattolici e
narcotici provoca per se stessa due effetti distinti, da un lato
della Società italiana per la bioetica e i comitati etici: "La
l'alleviamento dei dolori e dall'altro l'abbreviamento della vita,
sedazione palliativa profonda continua nell'immanenza della
essa è da ritenersi lecita". Il Catechismo, poi, va anche oltre,
morte, se praticata con metodi rigorosi, è deontologicamente,
quando afferma che "l'uso di analgesici per alleviare le
legalmente e moralmente lecita perché rientra tra i trattamenti
sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi
medici e non è una pratica eutanasica". E "dalle notizie che si
giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se
hanno", aggiunge Battimelli, il caso di Montebelluna rientra in
la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto
questa fattispecie.
prevista e tollerata come inevitabile". È il caso del malato di
Avvenire, il quotidiano della Cei, già ieri spiegava la differenza
Montebelluna.
con la vicenda di Piergiorgio Welby. A differenza di quest'ultimo,
Il fatto è che, spiegava qualche tempo fa il professor Filippo
si legge, "Dino Bettamin non ha chiesto di interrompere la
Maria Boscia, presidente dell'Associazione medici cattolici
ventilazione, era paziente terminale ed è morto per effetto della
italiani, "qualcuno ha interpretato che la sofferenza fosse
sua malattia, mentre dieci anni fa il decesso di Welby fu causato
benefica per una proiezione oltre la vita". Basterebbe ricordare,
dal distacco del respiratore". È questo, dunque, l'elemento
aggiungeva, che "la nostra religione non è una religione della
chiave che fa luce sul dibattito e toglie (o almeno dovrebbe) ogni
sofferenza. Sia la religione sia la medicina sono unanimi nel dire
dubbio in proposito. "Non sono state staccate le macchine, le
che tutto quello che può essere sedato e se abbiamo a
flebo erano in funzione e anche il respiratore è stato staccato solo
disposizione farmaci che nel passato erano considerati poco
do po un'ora dalla morte", ha precisato il parroco, che bene
maneggevoli, devono essere sollecitamente usati". Passaggio
conosceva Bettamin, tanto da ricevere la sua visita per l'ultima
chiave: "Chi si augura che la malattia finisca presto non vuole
volta tre settimane fa, in canonica: "Era attaccato profondamente
includere in questa fine rapida la morte, ma vuole includere la
alla vita ma contemporaneamente era consapevole di
fine del dolore". Alla fine, la risposta definitiva la dà ancora il
partecipare al mistero della Croce di Cristo". Consapevole, poi,
Catechismo, quando afferma che "le cure palliative costituiscono
che la sua vita non si sarebbe protratta oltre la prossima
una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo
primavera, dato l'aggravarsi delle condizioni di salute.
devono essere incoraggiate".
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
pagina 2
16/2/2017
L'APPELLO DELLA MADRE DEL SEDICENNE SUICIDA PER L'HASHISH
Il buonsenso inascoltato delle mamme
di BARBARA BENEDETTELLI
Vi vogliono far credere che fumare una
canna è normale, che faticare a parlarsi è
normale, che andare sempre oltre è normale.
Qualcuno vuole soffocarvi». Non c'è voce più
potente di questa. Non c'è verità più
concreta di quella che viene dal cuore (...)
(...) spezzato di una madre, che ha visto suo
figlio morire suicida e che, con il cuore gonfio
di dolore, dice ai tanti giovani presenti al
funerale di suo figlio: «Diventate
protagonisti della vostra vita e cercate lo
straordinario».
Una frase, quella di Antonella Riccardi, che
deve squarciare la politica, la società e le
menti di tutti coloro che vogliono
convincerci che non possiamo essere felici
cercando un momento di pace, di evasione
dalle follie del mondo e lo straordinario
dentro noi stessi, anziché nelle droghe
leggere o pesanti che siano.
Il 12 luglio del 2014, in California, dove le
canne si trovano nei smoke shop, Connor
Ekchardt, diciannove anni, ha fumato uno
spinello e poi è andato a dormire. Da quel
sonno non si è mai più risvegliato. «È
bastato un solo tiro e la nostra vita è
cambiata per sempre», ha detto suo padre
davanti alla tomba del figlio in un video
diventato virale. Chi è per la legalizzazione
la colpa della morte di Giò l'ha data alle
Fiamme Gialle. A chi darà la colpa il giorno
in cui, una volta legalizzate, un'altra giovane
vita sarà strappata a se stessa per la stessa
ragione? Perché non ascoltiamo il buonsenso
dei padri e delle madri che lottano ogni
giorno con le dipendenze dei loro figli e che, a
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
volte, li vedono anche morire? Politici,
opinionisti, esperti, scrittori. Tutti parlano.
Un ragazzino di sedici anni muore
gettandosi dalla finestra e ognuno è pronto a
usare quella morte per dire la sua sulla
legalizzazione delle droghe «leggere». C'è
anche chi, forse non del tutto consapevole
del suo ruolo sociale, di quanto la sua voce
possa arrivare forte proprio a quelle anime
fragili che si affacciano alla vita, afferma che
legalizzare è una necessità che va fatta
subito e bene. Come a dire che se questo
adolescente è morto suicida la colpa è di uno
Stato che punisce. Giò sarebbe morto allo
stesso modo se non fosse stato scoperto?
Questo non lo possiamo sapere. Sappiamo
però che, specie negli adolescenti, gli spinelli
possono amplificare i pensieri suicidi che già
a questa età sono possibili. Sappiamo che se
le canne nessuno gliele avesse offerte forse
oggi sarebbe ancora qui, con le sue ansie, le
sue paure, le sue fragilità, ma anche con un
futuro davanti. Allora tra le mille voci
esperte o improvvisate, che urlano le loro
istanze e tra le quali c'è anche chi specula su
questa inaccettabile fine per dare ragione
alle proprie cause, ce n'è una sola che
dobbiamo ascoltare. Quella del buonsenso di
una madre. La madre di Giò. La sola che ha il
diritto sacrosanto di parlare. La sola che
dovrebbe bucare il muro spesso di tutti
quegli adulti incapaci di proteggere le nuove
generazioni da qualsiasi droga, dal loro
egoismo e dalla loro incapacità di cogliere lo
straordinario non da un po' di fumo che
altera la percezione delle cose, ma dalla vita.
Barbara Benedettelli.
pagina 3
17/2/2017
Mamma e papà siano educatori, non altro
I RUOLI IN FAMIGLIA
L'ARGINE DA RITROVARE
di DANIELE NOVARA (*)
Sono tragiche le notizie sul sedicenne di Lavagna che
si è tolto la vita. E purtroppo non sono le uniche in
questi ultimi giorni che vedono protagonisti ragazzi
persi e in difficoltà, tanto da avvicinarsi alla morte.
Come provare a capire quello che sta succedendo? Se
vivessimo in un mondo ideale e se ci fosse un segreto
per educare i figli senza problemi, non saremmo qui a
farci domande. Ma non esistono ricette, non ci sono
manuali d'istruzione, così come non ci sono figli
sbagliati e neanche figli colpevoli, sono solo
immaturi. E soprattutto il genitore perfetto non esiste.
Cerchiamo però di renderci conto che c'è bisogno
soprattutto di recuperare dei ruoli all'interno della
famiglia, perché i figli non crescono da soli e nello
stesso tempo deve essere chiaro che a volte i genitori
ci sono fin troppo. Da un estremo all'altro: i genitori
addosso, invadenti sono una complicazione in più,
non una soluzione. Una certezza c'è: madre e padre
sono la più grande risorsa per i figli, ma non devono
smarrire il loro ruolo di educatori. Non devono fare i
poliziotti, neanche gli psicologi e nemmeno essere
amici dei loro figli. I genitori devono educare e se si
trovano in situazioni estreme che non sanno
codificare o gestire, allora è meglio che chiedano
aiuto a professionisti. È vero: ci vorrebbe un supporto
diffuso per sostenerli, un supporto che il più delle
volte manca. Scuole Genitori e sportelli di supporto
pedagogico sono indispensabili in questa fase di
fragilità genitoriale.
Sappiamo che con gli adolescenti di oggi ci troviamo
di fronte ad una generazione affetta da quella che ho
definito 'carenza conflittuale', ossia di difficoltà ad
affrontare le contrarietà e le frustrazioni relazionali.
Ed è una generazione adolescenziale particolarmente
debole da un punto di vista emotivo. Significa che c'è
una profonda difficoltà a gestire le situazioni critiche
e di conflittualità.
Quasi sempre si tratta di ragazzi cresciuti in contesti
eccezionalmente virtuali con un consumo giornaliero
di videogiochi assolutamente eccessivo che
compromette le normali funzioni neurocerebrali.
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
Preferiscono pertanto annullare i problemi piuttosto
che affrontarli. Fino ad arrivare al punto limite in cui
la realtà fa più paura della morte.
Per evitare tutte queste implicazioni occorre parlare
di più tra genitori per trovare una linea educativa
condivisa e realizzare un vero gioco di squadra
educativo. Il disaccordo tra madri, padri e a volte
anche insegnanti crea molti danni: i giovani non
hanno riferimenti e non sanno più a chi dare retta. Ai
figli servono argini, direzione, limiti e dal punto di
vista del genitore serve un interesse di servizio, cioè
un mettersi al servizio della loro crescita. È
necessario riprendere in mano totalmente il ruolo del
padre, anche considerando che viviamo in un
contesto molto fluido, sia in ambito formativo sia
nelle relazioni sociali e quindi è ancora più
importante recuperare la sua figura. Figura che si
confronta con quella della madre, accompagna il
figlio nella formazione e consente di dirgli: «Sì, ti
lascio grandi libertà, ma a patto che tu abbia delle
regole, precise e da rispettare». La madre, da parte
sua, non deve essere invadente e lasciare all'altro
genitore e al figlio i loro spazi, sapendosi anche 'fare
da parte' in alcuni momenti. Una madre che
pretendesse di gestire e tenere sotto controllo i figli in
adolescenza finirebbe infatti per essere un pericolo
per la loro crescita e la loro sanità psicoevolutiva.
Funziona poi cambiare la logica educativa: non
esserci sempre, ma esserci il giusto, con chiarezza e
affidabilità. È sempre meglio recuperare la giusta
distanza emotiva per favorire un vero rapporto
educativo. Per avere e riuscire a dar loro sempre
fiducia. Con un adolescente serve tantissimo, per
garantirgli spazi di libertà e consentirgli la giusta
autodeterminazione, sempre tenendo presente che la
mente di un ragazzo è naturalmente instabile e
immatura. Perché deve crescere ancora, insieme ai
suoi genitori.
(*) Pedagogista, direttore Cpp (Centro Psicopedagogico
per l'educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza) RIPRODUZIONE RISERVATA.
pagina 4
22/2/2017
UNA NUOVA NORMALITÀ NELLO
S PA Z I O D E L L A M A L AT T I A
La sorprendente serie televisiva «I ragazzi del Bambino Gesù»
di CHIARAGIACCARDI
Poco tempo fa in Africa ho sentito un giovane papà pronunciare
queste parole: «Ogni giorno prego Dio che i miei bambini non si
ammalino, perché non avrei i soldi per farli curare». Una frase
che ha squarciato come una coltellata il velo di distaccata
abitudine con la quale si considerano le cose che diamo ormai per
scontate.
Come l'assistenza sanitaria gratuita. Non c'è come spostarsi in
altri Paesi, non necessariamente 'in via di sviluppo', per
comprendere come questo e altri servizi che rendono la nostra
vita vivibile siano conquiste da guardare ogni giorno con
gratitudine, senza mai stancarsi. Proprio per questo è anche
doveroso oggi, nell'era della tecnocrazia, esercitare una grande
responsabilità: perché queste conquiste non si pervertano,
prendendo strade disumane. Ivan Illich, nel suo celebre Nemesi
medica, aveva parlato di «iatrogenesi»: la medicina che 'produce'
la malattia e origina un impoverimento antropologico per cui
«l'individuo diventa incapace di accettare la sofferenza come una
componente inevitabile del suo consapevole confronto con la
realtà». Si consegna così a un sistema tecnico, sempre più
orientato a logiche capitalistiche, diventando consumatore e
abdicando alla capacità di fare i conti con la propria
vulnerabilità, e trovare vie personali per affrontarla e superarla.
In fondo, è il disegno del 'transumanesimo': la vita come bene
acquistabile, tecnicamente implementabile senza limiti. Invece
la malattia non è ciò che impedisce la vita: è parte della vita
stessa. La sfida, la trasforma, a volte la rigenera.
È un messaggio che emerge con trasparente chiarezza dalla serie
che ha appena debuttato su Rai3 - in onda la domenica sera - I
ragazzi del 'Bambino Gesù'. Ne sono stata spettatrice non senza
una certa diffidenza iniziale, per la delicatezza del tema e per
l'insofferenza ormai maturata verso tutte le forme di reality, che
di reale non hanno proprio nulla se non il vuoto di cui sono
sintomo. E invece lo stile non è per nulla retorico e riesce a
evitare dolorismo, eroismo, sentimentalismo e tutti gli 'ismi' che
ultimamente rendono così stucchevole o indigeribile la maggior
parte dei prodotti mediali. Si tratta di un discorso, certo.
Ma è la concretezza, quell'impasto unico che attraverso la
vicenda personale apre a una dimensione universale, a dettare il
ritmo e il linguaggio.
Mi sembra particolarmente utile, in questo tempo di scontro di
posizioni estremizzate, la prospettiva 'laterale' che la serie
suggerisce. Una prospettiva ex-centrica che, schiodandoci da un
'dato per scontato' divenuto ormai una gabbia, riapre orizzonti di
senso a partire dalla vita vissuta. Vita che parla, che pone
domande senza avere già le risposte, ma che proprio per questo,
nell'apparente immobilità imposta dalla malattia, si apre a
movimenti nuovi, a cambiamenti altrimenti molto difficili, a
nuove alleanze. Ciò che normalmente viene rimosso, delegato a
specialisti, affrontato con soluzioni tecniche, diventa qui il
centro di una nuova normalità, che ridisegna priorità, ridefinisce
significati, riconfigura relazioni. Roberto, un ragazzo di 17 anni
malato di leucemia e in attesa di trapianto di midollo dichiara:
«La malattia fa paura a chi non la vive. Quando la vivi diventa
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
quasi normalità».
Una normalità in cui si scoprono risorse inaspettate: la mamma
di Simone, un bimbo di 5 anni colpito dalla leucemia dice della
sua vita rivoluzionata: «Man mano che ci entri dentro non so che
ti succede, diventi forte». I propri limiti non si superano
attraverso un potenziamento tecnico ma per amore di qualcuno.
Insieme ad altri e grazie ad altri. Una nuova normalità in cui il
guscio del sé si spacca: «Decido di curarmi per far stare tranquilli
i miei genitori», dichiara Roberto; genitori separati, che si
ritrovano insieme a lottare col figlio; la madre che dona il
midollo dicendo «io l'ho messo in questo mondo, ora cerco di
aiutarlo a restarci».
La malattia attacca il germe dell'individualismo e produce
anticorpi che consentono un decentramento, un oltrepassamento
di sé, un nuovo cammino di umanità. Si può sostenere l'impatto
dell'evento naturale trasformandolo in occasione di relazione, di
comunità: come la casafamiglia che ha accolto la mamma di
Simone, divenuta rete di protezione e sostegno. Una normalità
rivoluzionata che diventa scuola anche per un altro movimento
essenziale quanto dimenticato: la gestione della perdita. Da
quella più immediata, la perdita del proprio aspetto («non è
proprio il massimo vedere i tuoi capelli che ti abbandonano» dice
Simone, mostrando con un gesto della mano cosa significa), alla
rinuncia «alle tante cose che sembrano banali ma per crescere
sono importanti», come dice la mamma di una ragazza di 17 anni,
ex nuotatrice, anche lei malata di leucemia. Fino alla perdita del
tempo, che rimane sospeso e non è più qualcosa di cui poter
disporre. O dello spazio, che si restringe a un letto, o a una stanza.
Così che anche un inaspettato tuffo nel mare (grazie alla gita
organizzata da Nave Italia) diventa un regalo, il «punto di inizio
per una nuova vita» (Clizia, 17 anni). «Perdere» va sempre
insieme con «ricevere»: sono due poli che si tengono, non due
contrari che si escludono. Perché non c'è cambiamento senza
perdita, non nasce il nuovo se qualcosa non muore. Un
messaggio che in una società che della perdita ha terrore (perdita
di sovranità, di identità, di tradizione, di libertà...) può risultare
accettabile solo se passa dal linguaggio credibile della
concretezza, della vita vissuta, della verità tatuata sulla propria
pelle. Un'ultima parola sulle relazioni. Non ci sono solo i legami
affettivi, o quelli di sangue. Ci sono le istituzioni. Ci sono figure
professionali che ne sono l'interfaccia. Ruoli che però non
possono essere ridotti a funzioni.
Anche in questo la serie riesce a rompere uno schema: quello
della mostruosa sineddoche per cui il paziente, in un sistema
impersonale e astratto, è identificato con il numero della stanza,
o l'organo malato. Il personale medico che interagisce con i
ragazzi e le loro famiglie riporta in primo piano la questione dei
significati: la malattia è una realtà esistenziale che va affrontata
globalmente. La professionalità non è distacco ma attenzione,
disponibilità, cura nel senso integrale: per la persona tutta intera
e per la rete di relazioni che la sostiene. Riconoscendo l'unicità
sacra di ogni vita, con un sorriso che la incoraggi a non
arrendersi.
RIPRODUZIONE RISERVATA.
pagina 5
16/2/2017
La logica del business
e la verità dei fatti
Tra fake news e post verità il nostro diritto a essere informati correttamente viene messo a dura prova.
di RUBEN RAZZANTE (*)
Colpa della digitalizzazione spinta? Colpa dei
social, che hanno trasformato la nostra società
dell'informazione in una società della
conversazione, nella quale tutto è opinabile e
rovesciabile in base alle convenienze del
momento?
La disintermediazione digitale ci consente di
compiere immediatamente e direttamente una
serie di funzioni, dall'ecommerce all'home
banking, ma, come rovescio della medaglia, ci
consegna un'informazione decentralizzata, che
non seleziona più le notizie e deresponsabilizza
chi le diffonde.
Alla gerarchia dei mezzi d'informazione
tradizionali sembra essersi sostituita una
pericolosa anarchia, contrassegnata dalla
mancanza di meccanismi di imputabilità delle
azioni compiute in Internet. Nonostante gli sforzi
dei legislatori e dei giudici, chi opera nel web non
incontra oggi gli stessi vincoli di chi opera
nell'editoria cartacea e radiotelevisiva, pur
raggiungendo un pubblico infinitamente più vasto,
il che rende non ozioso il dibattito di questi anni
sull'opportunità di individuare efficaci tutele per i
diritti delle persone in Rete.
Che cosa rischia oggi chi diffonde notizie false,
magari per perseguire interessi commerciali o
finanziari o per manipolare l'opinione pubblica in
vista di un appuntamento elettorale? Il diritto ha le
armi spuntate, perché le piattaforme che ospitano
contenuti non vagliati e non verificati, ma di
enorme impatto e di incontrollata diffusione nello
spazio virtuale, non sono qualificabili come editori
e dunque non rispondono dei contenuti immessi in
Rete dagli utenti. Un'asimmetria che la
Federazione editori (Fieg) denuncia da tempo. Per
di più, i colossi della Rete vedono crescere
esponenzialmente il traffico online anche grazie
all'incremento di visibilità di fake news a contenuto
sensazionale, che spesso diventano virali. È uno
dei casi più eclatanti di conflitto tra logiche del
business e verità dei fatti.
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
Non si può censurare la libertà d'informazione e di
critica, ma neppure ricomprendere in maniera
disinvolta e incauta nel suo recinto la
pubblicazione di notizie false e denigratorie, in
grado di ledere i diritti della personalità dei soggetti
coinvolti.
Occorre, quindi, rilanciare la battaglia per
un'informazione di qualità, sulla base di un
sapiente mix tra regolamentazione normativa e
autodisciplina. L'area opaca del digitale va resa
più trasparente. Di recente il commissario Ue per il
digitale, Andrus Ansip, ha esortato i social media
ad assumere iniziative volontarie per preservare la
qualità e attendibilità dell'informazione e tutelare
gli utenti. Il governo tedesco ha ventilato la
possibilità di infliggere una multa di 500.000 euro
ai social media che non contrastano efficacemente
le fake news. In verità, negli ultimi mesi non sono
mancati, da parte dei cosiddetti Over the top,
segnali di impegno collaborativo: Facebook ha
modificato il suo algoritmo, proprio per arginare la
diffusione di notizie false, mentre Google ha
rimosso milioni di annunci pubblicitari ingannevoli.
Anche nell'editoria tradizionale qualcosa di
concreto si muove. Il quotidiano francese Le Mond
e ha messo a disposizione dei lettori Decodex, uno
strumento gratuito di misurazione dell'affidabilità
delle notizie.
Ma nell'attesa che soluzioni come quella
prospettata dal presidente dell'Antitrust, Giovanni
Pitruzzella («Una rete di organismi nazionali
indipendenti coordinata da Bruxelles per
contrastare il fenomeno delle fake news»)
diventino realtà, il governo italiano potrebbe
avviare un tavolo di consultazione tra tutti gli
operatori della filiera di produzione e distribuzione
delle notizie e dei contenuti online, dai giornalisti
agli editori, dagli inserzionisti pubblicitari ai colossi
della Rete, senza escludere il mondo della scuola
e della formazione, al fine di stilare una sorta di
decalogo per l'informazione digitale.
(*) Docente di Diritto dell'informazione
all'Università Cattolica di Milano.
pagina 6
20/2/2017
Barcellona va controcorrente:
"I profughi li prendiamo noi"
Grande manifestazione per chiedere l'accoglienza
di FRANCESCO OLIVO
La Catalogna sfida Madrid: non rispetta i patti con l'Ue.
Mezza Catalogna vuole l'indipendenza e (quasi) tutta
vuole i migranti. Le piazze, un po' in declino nel resto
d'Europa, a Barcellona si riempiono ancora. Stavolta a
far scendere i cittadini in strada non è (soltanto) la
protesta contro Madrid, quanto piuttosto un tema
globale, i rifugiati: «Vogliamo accoglierli» ha scandito
una folla incredibile in tempo di populismo, la più
grande manifestazione a favore dei rifugiata mai vista in
Europa. I 160.000 (secondo la polizia municipale,
mezzo milione per gli organizzatori) hanno sfidato il
governo ribaltando lo schema classico: in Spagna sono
le città a chiedere di ospitare i profughi e il governo a
non consentirlo, il contrario, insomma, di quanto
avviene in Italia. A scandalizzare la folla catalana è una
cifra: 1034, il numero dei rifugiati accolti dalla Spagna,
il 6 per cento dalla quota stabilita dall'Unione europea
per il Paese iberico (17.337). La manifestazione è
stato il momento culminante della campagna «casa
nostra, casa vostra», nata qualche giorno fa in un
teatro e sostenuta attivamente dal sindaco di Barcellona
Ada Colau, che con le altre città amministrate da
Podemos e alleati, ha creato una rete di solidarietà
(Madrid, La Coruña, Cadice, Saragozza). In
un'intervista alla Stampa nella scorsa primavera, Colau
aveva spiegato che, al di là delle apparenze, questa
non è una battaglia impopolare: «I miei concittadini non
solo capiscono questa mia posizione, ma mi chiedono
sforzi ulteriori. Vedere i bambini morire in mare, mentre
le mafie si arricchiscono, non è sopportabile». Il
Comune di Barcellona aveva presentato un piano, ma
nessuna risposta è arrivata dal governo centrale, allora
impegnato in una delle elezioni politiche che hanno
segnato lo scorso anno.
Quello dei migranti è l'ennesimo terreno di scontro tra
la Catalogna e il resto di Spagna.
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
Al corteo hanno partecipato tutti i gruppi politici della
Comunità autonoma: gli indipendentisti, i socialisti, i
movimenti vicini a Podemos guidati dal sindaco Ada
Colau. Tante «esteladas», le bandiere della repubblica
catalana e rappresentanza praticamente al completo
dell'esecutivo della Regione che spera di diventare uno
Stato. Il movimento catalanista (assai eterogeneo),
infatti, ha sempre voluto distinguersi dai partiti
secessionisti con posizioni chiaramente anti immigrati,
come la Lega Nord, «volevano fare le foto con noi, per
noi era piuttosto imbarazzante», racconta un esponente
del governo catalano. Al corteo di sabato questo rischio
non c'era.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.
22/2/2017
Galantino: ha torto
chi usa la violenza
«Chi usa la violenza, non ha mai ragione». Così il
segretario generale della Cei, monsignor Nunzio
Galantino, commenta al Sir l'escalation di
violenza, ieri pomeriggio a Roma, durante la
manifestazione di ambulanti e tassisti contro il
decreto Milleproroghe, con l'esplosione di alcune
bombe carta e cariche della polizia nei pressi di
Montecitorio. Parlando a margine della
presentazione di un rapporto sull'agricoltura del
Mezzogiorno, nella Sala della Lupa alla Camera
dei deputati, Galantino invita al rispetto e
all'ascolto. «I diritti e i doveri vanno rispettati.
Evidentemente sta mancando la capacità di un
ascolto reciproco, che possa favorire una
soluzione».
pagina 7
PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Roma - Piazza San Pietro
Domenica, 19 febbraio 2017
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nel Vangelo di questa domenica (Mt 5,38-48) – una di quelle pagine che
meglio esprimono la “rivoluzione” cristiana – Gesù mostra la via della vera
giustizia mediante la legge dell’amore che supera quella del taglione, cioè
«occhio per occhio e dente per dente». Questa antica regola imponeva di
infliggere ai trasgressori pene equivalenti ai danni arrecati: la morte a chi
aveva ucciso, l’amputazione a chi aveva ferito qualcuno, e così via. Gesù non
chiede ai suoi discepoli di subire il male, anzi, chiede di reagire, però non
con un altro male, ma con il bene. Solo così si spezza la catena del male: un
male porta un altro male, un altro porta un altro male… Si spezza questa
catena di male, e cambiano veramente le cose. Il male infatti è un “vuoto”,
un vuoto di bene, e un vuoto non si può riempire con un altro vuoto, ma solo
con un “pieno”, cioè con il bene. La rappresaglia non porta mai alla
risoluzione dei conflitti. ”Tu me l’hai fatta, io te la farò”: questo mai risolve
un conflitto, e neppure è cristiano.
Per Gesù il rifiuto della violenza può comportare anche la rinuncia ad un
legittimo diritto; e ne dà alcuni esempi: porgere l’altra guancia, cedere il
proprio vestito o il proprio denaro, accettare altri sacrifici (cfr vv. 39-42).
Ma questa rinuncia non vuol dire che le esigenze della giustizia vengano
ignorate o contraddette; no, al contrario, l’amore cristiano, che si manifesta
in modo speciale nella misericordia, rappresenta una realizzazione
superiore della giustizia. Quello che Gesù ci vuole insegnare è la netta
distinzione che dobbiamo fare tra la giustizia e la vendetta. Distinguere tra
giustizia e vendetta. La vendetta non è mai giusta. Ci è consentito di chiedere
giustizia; è nostro dovere praticare la giustizia. Ci è invece proibito
vendicarci o fomentare in qualunque modo la vendetta, in quanto
espressione dell’odio e della violenza.
Gesù non vuole proporre un nuovo ordinamento civile, ma piuttosto il
comandamento dell’amore del prossimo, che comprende anche l’amore per i
nemici: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (v.
44). E questo non è facile. Questa parola non va intesa come approvazione
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
pagina 8
del male compiuto dal nemico, ma come invito a una prospettiva superiore, a
una prospettiva magnanima, simile a quella del Padre celeste, il quale - dice
Gesù - «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e
sugli ingiusti» (v. 45). Anche il nemico, infatti, è una persona umana, creata
come tale a immagine di Dio, sebbene al presente questa immagine sia
offuscata da una condotta indegna.
Quando parliamo di “nemici” non dobbiamo pensare a chissà quali persone
diverse e lontane da noi; parliamo anche di noi stessi, che possiamo entrare in
conflitto con il nostro prossimo, a volte con i nostri familiari. Quante
inimicizie nelle famiglie, quante! Pensiamo a questo. Nemici sono anche
coloro che parlano male di noi, che ci calunniano e ci fanno dei torti. E non è
facile digerire questo. A tutti costoro siamo chiamati a rispondere con il bene,
che ha anch’esso le sue strategie, ispirate dall’amore.
La Vergine Maria ci aiuti a seguire Gesù su questa strada esigente, che
davvero esalta la dignità umana e ci fa vivere da figli del nostro Padre che è
nei cieli. Ci aiuti a praticare la pazienza, il dialogo, il perdono, e ad essere
così artigiani di comunione, artigiani di fraternità nella nostra vita
quotidiana, soprattutto nella nostra famiglia.
© Copyright 2017 - Libreria Editrice Vaticana
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
pagina 9
quaderno 3999
18 gennaio 2017/11 febbraio 2017
LA GESTIONE POLITICA
DELL'IMMIGRAZIONE
Francesco Occhetta S.I.
Approfondire il fenomeno dell'immigrazione significa spingere l'analisi oltre la
cronaca, perché di fronte agli esodi dei popoli cambiano non solamente le abitudini
quotidiane, ma anche la storia e le culture. E in questi ultimi anni i popoli si stanno
muovendo. Tra quest'anno e il prossimo, infatti, potrebbe arrivare un milione e
mezzo di migranti sulle onde del Mediterraneo o attraverso i sentieri dei Balcani.
Così, mentre i media bipolarizzano l'argomento, contrapponendo i sostenitori e i
contrari all'accoglienza, gli studiosi di geopolitica ci pongono di fronte a due dati
ormai indiscutibili: da una parte, la fuga di chi cerca scampo da guerre e miseria;
dall'altra, la crisi demografica di un'Europa sterile di figli, che è circondata da
popolazioni giovani e da Paesi in fermento.
È per questo che il tema dell'accoglienza non investe solo una dimensione
umanitaria e caritativa. Certo, sullo sfondo rimangono centrali una domanda morale
- chi è l'altro per me? - e l'insegnamento evangelico - «ero forestiero e mi avete
ospitato» (Mt 25,35) -, ma la dimensione politica del fenomeno immigratorio ci spinge
a chiederci come gestire questi flussi per una convivenza pacifica.
L'immigrazione in Italia: dati e principali cambiamenti
I dati e le riflessioni che riguardano il territorio italiano si devono inscrivere in un
contesto di interdipendenza mondiale in cui cresce il numero dei migranti. Quasi
250 milioni di persone - più del 3% della popolazione mondiale - hanno lasciato il
proprio Paese per vivere in un'altra nazione. Spesso si è inclini a pensare che le
migrazioni si dirigano dal Sud al Nord del mondo. Invece Cina e India hanno flussi
migratori interni pari in entità alle migrazioni internazionali. L'Europa e l'Asia - con
oltre 70 milioni di migranti ciascuno - sono i continenti che ospitano quasi i due terzi
dei migranti nel mondo.
Stanno crescendo le migrazioni dall'Asia: sono circa 19 milioni gli asiatici entrati
in Europa, 16 milioni negli Usa, e 3 milioni in Oceania. Gli Usa, con i loro 45 milioni
di migranti, rimangono il Paese in cui si sogna di vivere; sono mete ambite anche il
Canada, l'Australia, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi.
Sono dunque i numeri a restituirci le debite proporzioni del fenomeno migratorio:
i 173 milioni di migranti del 2000 sono diventati 243,7 milioni nel 2015, il 3,3%
dell'intera popolazione mondiale, rispetto al 2,9% del 1990. L'Italia, con i suoi 8.000
km di costa, è diventata il lembo della «Terra promessa» per approdare in Europa: nel
2014 sono arrivati 170.000 migranti, 153.842 nel 2015, che, sommati a quelli
sbarcati in Grecia o entrati in Europa attraverso la Turchia, l'Ungheria e i Balcani,
superano 1.400.000 persone. Attualmente il 76,2% dei residenti stranieri si trova in
Germania (21,5%), Regno Unito (15,4%), Italia (14,3%) e Francia (12,4%).
Quello in atto è il movimento di profughi più importante del dopoguerra. L'Italia,
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
pagina 10
quaderno 3999
18 gennaio 2017/11 febbraio 2017
da sempre Paese di emigrazione, è improvvisamente diventata una meta di
immigrazione a partire dalla fine degli anni Ottanta. Alcuni eventi simbolici lo
avevano preannunciato: lo sbarco degli albanesi nel 1987, seguito dall'esodo polacco
e ucraino, e poi dall'arrivo di tanti immigrati legali - per effetto del decreto flussi - che
servivano a imprese e a famiglie italiane.
Dal 2014 al 2015 gli arrivi sono cresciuti del 250%, ed è un dato significativo che
gli immigrati presenti sul territorio italiano provengano da 198 Paesi diversi. Il flusso
è inarrestabile: nel 2016 sono sbarcate 181.000 persone, mentre circa 10.000 sono
entrate via terra. Nella sola giornata del 6 ottobre 2016 sono sbarcate 5.591 persone.
Un dato drammatico riguarda i minori non accompagnati: nei primi otto mesi del
2016 ne sono giunti in Italia oltre 16.800, mentre nel 2015 ne erano sbarcati 12.360:
rappresentano il 15% di tutti gli arrivi via mare, mentre ne costituivano 1'8% nel
2015 e il 7,7% nel 2014, l'anno record degli sbarchi. La maggior parte arriva
dall'Africa: sono gambiani (1.902, pari al 13,9%), eritrei, egiziani, nigeriani. Nei soli
primi sei mesi del 2016, 5.315 minori risultavano irreperibili nelle strutture di
accoglienza censite dal ministero del Lavoro, perché erano fuggiti in cerca di mete
migliori.
I cittadini stranieri in Italia sono 8 ogni 100 abitanti; all'inizio del 2015 i permessi
di soggiorno erano quasi quattro milioni. Il 60% degli immigrati vive al Nord, mentre
il 25,4% nel Centro, e solamente il 15,2% nel Mezzogiorno.
A molti anni dall'entrata in vigore della controversa legge Bossi-Fini in materia di
immigrazione e asilo (n. 189/2002) è ancora difficile delineare la qualità
dell'integrazione sociale che il Paese ha raggiunto. Inoltre, gli effetti della crisi
economica hanno minato la coesione sociale e stanno accrescendo, nella cultura
italiana, sentimenti di insicurezza e di pregiudizio contro gli immigrati.
Come cambiano lavoro e scuola
Il prezzo della crisi che gli immigrati stanno pagando è molto alto, non solamente
perché il reddito medio è circa la metà di quello di una famiglia italiana, ma
soprattutto perché si sta riducendo la domanda per l'assunzione nelle fabbriche e
nelle campagne. L'occupazione cresce soprattutto al Nord, nel settore edile e in
quello dell'assistenza agli anziani. In breve, secondo il Rapporto Caritas-Migrarates
2015, gli immigrati occupano i settori delle «tre C»: caring, cleaning e catering (cura,
pulizia e ristorazione).
I sociologi li definiscono i nuovi «resilienti», spesso disposti a fare di tutto. Il senso
della comunità è l'antidoto alla loro solitudine: si riuniscono per gruppi negli angoli
delle piazze o nei bar; in alcune città, come Roma, Milano e Torino, occupano interi
quartieri.
A tempo pieno lavorano 2.360.307 immigrati, mentre 455.578 sono del tutto
inoccupati.
I curatori del Rapporto affermano che i «contratti part-time involontari degli
immigrati nascondono trasformazioni di lavoro nero in "lavoro grigio", caratterizzate
da dichiarazioni di falsi part-time». C'è un «però»: mentre la retribuzione media
mensile di un italiano è di 1.356 euro, quella di uno straniero è pari a 965 euro, il
30% in meno.
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
pagina 11
quaderno 3999
18 gennaio 2017/11 febbraio 2017
Il lavoro degli immigrati aiuta anche i Paesi di provenienza. La Banca mondiale
stima che le rimesse monetarie verso i Paesi in via di sviluppo ammontavano a 432
miliardi di dollari nel 2015, lo 0,4% in più rispetto all'anno precedente. I1 Paese che
ne beneficia di più è l'India (69 miliardi di dollari nel 2015), seguita dalla Cina (64
miliardi) e dalle Filippine (28 miliardi).
Gli immigrati più colpiti sono quelli che lavorano nel settore agricolo del
Meridione. Migliaia di «schiavi moderni, sfruttati sui campi di mezza Italia,
guadagnano tre euro e mezzo per raccogliere un cassone di pomodori da 300 kg sotto
il sole anche a 40 gradi».
Sono molte le zone in cui gli immigrati non vengono rispettati nei loro diritti: dalle
imprese di Prato alle campagne della Pianura Padana, dalla Piana del Sele alla
Lucania, senza dimenticare il lavoro domestico.
Un altro settore in cui si sta riformando il volto della società italiana è quello della
scuola. In Italia, i minori «stranieri» hanno gli stessi diritti all'istruzione dei figli di
cittadini italiani e possono iscriversi a scuola, anche se con riserva, nel caso di
mancata presentazione della documentazione anagrafica o nel caso di
documentazione irregolare o incompleta. Nell'anno scolastico 2014/15, gli alunni
stranieri nelle scuole italiane erano 814.187, il 9,2% del totale degli alunni, 11.243
studenti in più rispetto all'anno precedente. La scuola italiana sarà sempre più
multietnica, se si pensa che nel 2015 sono nati 445.534 bambini di coppie di
immigrati, in particolare in Emilia Romagna (15,5%), in Lombardia (14,3%) e in
Umbria (14, 2%).
Il tema dell'immigrazione è soprattutto una storia di volti, come quello di Abdoul
Kamara, il quale, durante una conferenza presso la sede della nostra rivista, ha in
breve descritto così la sua vita: «Vengo dalla Guinea Conakry. Ho 28 anni. Sono un
ingegnere delle telecomunicazioni. Mi sono laureato in Russia. Oggi sono un
rifugiato in Italia. [...] Sono partito in jeans e con un giubbotto adatto a superare la
stagione delle piogge in Guinea. Sono arrivato a Mosca, dove c'erano 32 gradi di
temperatura. Ho imparato in fretta il russo e in cinque anni mi sono laureato con il
massimo dei voti». Poi ha parlato del ritorno nel Paese di origine: «In Guinea la rete
delle telecomunicazioni era praticamente inesistente. Pensavo e sapevo che c'era
davvero tanto da fare e che il mio posto era lì. La realtà però è stata molto diversa da
come l'immaginavo. [...] Ero dell'etnia sbagliata. Tutte le strade per me erano chiuse.
In quegli anni cominciai a dedicarmi attivamente alla politica. Facevo parte di un
partito di opposizione al governo. [...] Fui arrestato e messo in carcere. Dodici giorni
di prigionia, di torture, di privazione della dignità. Sono riuscito a scappare, di notte.
[...] Ora vivo a Roma, e i problemi purtroppo non sono finiti. Il riconoscimento del mio
titolo di studio è una cosa molto lunga e complessa. Trovare un lavoro come
ingegnere è ancora più difficile».
Immigrati tra le sbarre
Da un punto di vista antropologico, le carceri italiane sono diventate luoghi
transnazionali, dove culture diverse, invece di incontrarsi, si scontrano. È la
disperata immagine manzoniana dei quattro capponi che Renzo vuole regalare al
dottor Azzeccagarbugli e che, ignari di essere affratellati da un comune destino,
stremati e legati per i piedi e a testa in giù, trovano ancora la forza per beccarsi e farsi
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
pagina 12
quaderno 3999
18 gennaio 2017/11 febbraio 2017
del male. I numeri ci dicono che, alla fine del 2016, i detenuti stranieri erano 17.526
unità; su 100 detenuti, quasi 34 erano stranieri; la percentuale era 11 volte
superiore alla media europea. Le donne invece erano il 4,3% della popolazione
detenuta (la media europea era del 4,7%).
Il detenuto immigrato è un uomo che ha dai venti ai quarant'anni; è povero, poco
istruito e, al momento dell'arresto, è il più delle volte privo di documenti. I luoghi in
cui gli immigrati commettono maggiori reati sono le grandi città e le zone in cui è più
difficile l'inserimento lavorativo. Alcuni immigrati sono costretti a delinquere da
coloro che ne hanno curato l'immigrazione clandestina, per farsi rimborsare il prezzo
del viaggio. Nel Sud Italia le specifiche articolazioni della criminalità organizzata
tendono a coordinare, assorbire e «assumere» gli immigrati. Nel Nord Italia ci sono
invece aree in cui gli stranieri trovano spazio per gestire in proprio alcuni settori della
criminalità, ad esempio il traffico di droga.
Molti problemi oggettivi - non ultimo, quello delle scarse strutture di mediazione
culturale - frenano fortemente o impediscono l'integrazione degli stranieri: la
difficoltà o la mancanza di rapporti con gli altri detenuti per motivi linguistici; i
continui trasferimenti per il sovraffollamento; l'impossibilità di mantenere rapporti sia telefonici sia attraverso colloqui - con i familiari; le poche possibilità di accesso al
lavoro intramurario; la difficoltà di essere ammessi a misure penali alternative alla
detenzione, a comunità terapeutiche, a inserimenti lavorativi postdetentivi per
mancanza di permessi di soggiorno, di certificazione d'identità, di una dimora fissa.
Gli stranieri che hanno minori possibilità di garantirsi una difesa valida sono più
vulnerabili degli italiani. A parità di pena da espiare, i detenuti stranieri sono
costretti a scontare un surplus di «sofferenza legale»: anche se la legge italiana
permette a tutti i detenuti di andare a scuola, lavorare, frequentare corsi di
formazione, ottenere misure alternative alla detenzione, di fatto si tratta di settori di
difficile o impossibile praticabilità per loro.
Su di loro poi i media puntano i riflettori, spesso condizionati da letture
ideologiche e di parte: nella descrizione delle generalità compare sempre l'inesorabile
rimando alla nazionalità - «Un albanese ha rubato...», «A spacciare è stato un
colombiano...» ecc. -, inducendo l'opinione pubblica alla pericolosa equazione:
immigrato = attentatore alla sicurezza sociale.
Quasi del tutto trascurati sono invece i numerosi e spesso gravissimi reati
commessi contro donne e uomini immigrati: la paura o l'irregolarità della propria
posizione spingono coloro che subiscono violenza a non sporgere denuncia.
La complessa gestione della politica europea
Il drammatico naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, in cui morirono 366
persone, ha segnato un momento importante nella politica dell'immigrazione. L'Ue
ha ridefinito la propria politica migratoria, istituendo un gruppo di lavoro
denominato Task Force Mediterranean.
Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che si è spesso
interrogato sul destino degli immigrati, ha ricordato quel tragico evento: «La portata
inedita, e per certi aspetti epocale, delle migrazioni nel Mediterraneo non può certo
essere trattata con cecità dalle classi dirigenti e con indifferenza dalle opinioni
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
pagina 13
quaderno 3999
18 gennaio 2017/11 febbraio 2017
pubbliche». Il Capo dello Stato ha chiesto alla società civile e al Governo di «mettere in
campo tutta l'intelligenza, l'umanità, la capacità organizzativa e di coordinare gli
sforzi in ambito europeo».
Tuttavia, nella gestione dei flussi migratori il Governo italiano è lasciato solo.
Negli ultimi tre anni si è assistito a un tirarsi indietro di molti Stati membri,
nonostante il 24 ottobre e il 20 novembre 2013 la Commissione europea abbia
chiesto loro di creare una sinergia per affrontare «tutti insieme» la gestione dei flussi
migratori.
La proposta italiana di rafforzare il programma di controllo e di interventi ai
confini esterni dell'Unione denominato Frontex non è però stata appoggiata
politicamente. Di fronte all'incremento degli sbarchi e dei soccorsi ai barconi in
difficoltà, il Governo italiano è intervenuto con l'operazione Mare nostrum.
L'intervento ha salvato 110.000 persone, ma è durato solo un anno a causa degli
ostacoli posti dai Paesi europei, che l'hanno considerata «un'azione di attrazione»
dell'immigrazione.
Durante la presidenza europea dell'Italia, iniziata il 1° giugno 2014, l'obiettivo è
stato quello di regolamentare i flussi all'interno dell'Unione, con il motto «il
Mediterraneo confine d'Europa - Lampedusa confine europeo». Davanti a questo
tentativo di accelerazione è arrivata la brusca frenata dell'Europa: l'Italia è stata
rimproverata da Paesi come la Germania, la Svezia, la Danimarca e l'Olanda, e da
altri Paesi del Nord Europa, per aver favorito l'immigrazione clandestina e per aver
violato il regolamento di Dublino, che prevede di prendere le impronte digitali e di
fotografare ogni persona arrivata. Le Forze dell'ordine infatti sono tenute a rispettare
chi si rifiuta, perché i centri di accoglienza non sono detentivi. La maggior parte dei
migranti cerca di fuggire da questi centri, che per legge sono aperti.
Tuttavia il problema politico rimane: il Consiglio Europeo dei Ministri per gli
Affari Interni dell'8 luglio 2014 ha ribadito la responsabilità del Paese «di primo
ingresso», che deve gestire in proprio l'accoglienza. Oltre che nella gestione dei flussi,
le Forze dell'ordine oggi sono impegnate nel contrastare la criminalità organizzata che investe nella tratta e nel traffico degli esseri umani - e il terrorismo
internazionale.
In questo scenario di tensione politica, il 19 aprile 2015 la coscienza europea è
stata scossa da un nuovo naufragio, in cui sono morte 750 persone, inclusi 50
bambini stipati nella stiva. La Commissione europea ha adottato l'Agenda europea
sulle migrazioni il 13 maggio 2015 (20.000 relocations); il 27 maggio ha approvato il
1° Implementation Package dell'Agenda con 40.000 relocations da Italia e Grecia e un
Resettlement Scheme per 20.000 persone da fuori Ue. Nel frattempo però, durante
l'estate del 2015, «esplode» la rotta balcanica: i flussi si spostano dalle acque del
mare alla terraferma.
Gli Stati membri ridiscutono e inaspriscono così la libertà di circolazione degli
accordi di Schengen. In Svizzera, il 9 febbraio 2014, viene approvato un referendum
che limita l'immigrazione; anche la Francia nel frattempo limita gli ingressi dopo gli
attentati a Parigi e a Nizza; l'uscita dell'Inghilterra dall'Ue, con il referendum sulla
Brexit, è determinata dalla paura dell'immigrazione; il referendum dell'Ungheria,
voluto per chiudere le frontiere agli immigrati, non raggiunge per poco il quorum.
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
pagina 14
quaderno 3999
18 gennaio 2017/11 febbraio 2017
Fallisce anche il programma di ridistribuzione. Il 22 settembre 2015 il presidente
Junker decide di ripartire altri 120.000 migranti, ma, nonostante le buone
intenzioni, il 10 agosto 2016 soltanto 952 richiedenti asilo sono effettivamente
distribuiti negli Stati membri.
Per gestire i flussi, l'Italia riorganizza il proprio sistema di accoglienza e crea gli
hotspot, in cui vengono identificati coloro che arrivano a Lampedusa (500 posti) e a
Trapani Milo (400 posti), che si affiancano a quelli di Pozzallo-Ragusa (300 posti) e
Taranto (400 posti). In questi ultimi mesi le Forze dell'ordine italiane sono state
affiancate dagli esperti inviati dagli altri Stati membri che, oltre ad aiutare, si sono
resi conto della difficoltà di gestire i salvataggi, di fornire le prime cure mediche, di
dissetare le persone che arrivano disidratate e spesso ustionate dal sole. La
collaborazione permette ai rappresentanti degli altri Stati europei di comprendere
l'impossibilità di censire le persone immigrate, nel caso di un loro rifiuto.
Il 2 marzo 2016 i Governi italiano e tedesco hanno chiesto all'Ue di superare il
concetto di «Paese di primo ingresso», previsto dal regolamento di Dublino. Il
documento Save Schengen / Beyond Dublin, del 4 marzo, intendeva ritornare agli
accordi di Schengen, per ripristinare la libera circolazione ed eliminare i controlli alle
frontiere entro la fine del 2016.
Il 18 marzo 2016 la Ue ha stipulato un accordo con la Turchia per contenere i
transiti via terra verso la rotta balcanica. L'accordo prevede che vengano erogati 3
miliardi e 600 milioni di euro per allestire i campi profughi. Si tratta di una sceltatampone a livello politico, che si aggiunge alla mancanza di un piano europeo di
rimpatrio da finanziare con fondi europei.
Ci si chiede: può essere questa l'unica via politica? Secondo l'analista Marta
Foresti, ci sono altre soluzioni possibili. Innanzitutto occorre «aumentare le vie
d'accesso legali in Europa. Fermare i migranti è semplicemente impossibile. Serve
poi maggiore attenzione nel condividere i dati, nello stringere alleanze tra Paesi di
continenti diversi e aumentare la trasparenza. Ma, dopo l'esito del vertice di
Bratislava, sembra che anche all'interno dell'Unione prevalgano ancora le divisioni».
Davanti a queste tensioni riecheggiano gli interrogativi posti da papa Francesco
nell'intervento che fece il 6 maggio 2016, dopo aver ritirato il Premio internazionale
Carlo Magno: «Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti
dell'uomo, della democrazia e della libertà. Che cosa ti è successo, Europa terra di
poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di
popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare
la vita per la dignità dei loro fratelli?».
Verso quale futuro?
Il tema dell'immigrazione pone a centro della riflessione politica numerosi fattori:
la concezione di Stato moderno, una nuova idea di società, l'interdipendenza tra il
Nord e il Sud del mondo e, soprattutto, il significato del fenomeno della migrazione:
dimensione, quest'ultima, che la cultura italiana custodisce nella sua memoria.
Il fondamento delle politiche sull'immigrazione dell'Europa, più che essere di
natura economica o giuridica, dovrebbe essere di natura antropologica. Che cosa
significa limitare il diritto di circolazione delle persone? Su quali princìpi è possibile
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017
pagina 15
quaderno 3999
18 gennaio 2017/11 febbraio 2017
costruire l'Europa dei popoli?
Rimane una trappola culturale, fomentata da alcune forze politiche e da molti
media: associare il migrante a un possibile terrorista. Ma, d'altra parte, è necessario
vigilare sull'infiltrazione dell'Isis. A tale scopo il ministero dell'Interno ha fondato
una scuola di formazione degli imam, ha aperto un tavolo di dialogo con i musulmani
moderati e sta monitorando le carceri, per prevenire le radicalizzazioni, mentre il
Governo italiano sta adottando le linee della prevenzione degli Stati Uniti sul
contrasto alla radicalizzazione, che coinvolge attivamente gli operatori del mondo del
sociale, delle scuole e della sanità.
Sicurezza significa anche cura e gestione, e queste devono essere accompagnate
dalla prevenzione e dalla consapevolezza di un modello certo di integrazione. Anche
la realizzazione dei centri di intrattenimento in ogni regione, che la Ue impone, vanno
gestiti come scelte di sicurezza umane e temporanee.
La proposta di soluzioni politiche non può riguardare soltanto le istituzioni,
ancora abbastanza lente a integrare gli immigrati nella scuola, nel mondo del lavoro,
nei servizi ecc., ma deve coinvolgere anche la società, inclusa la Chiesa italiana con le
sue associazioni e il volontariato. Perdere questa opportunità significherebbe
indebolire la democrazia e i princìpi che la ispirano.
I problemi sono indubbiamente ardui, ma un Paese come l'Italia, con il prezioso
bagaglio di risorse civili, culturali e spirituali espresso nella sua Carta
costituzionale, ha tutte le possibilità di vincere la sfida della tutela dei diritti, del
rispetto dei doveri e della protezione della dignità degli immigrati. La politica è
chiamata a costruire ponti e non a erigere muri o a strumentalizzare il tema
dell'immigrazione, soprattutto in vista delle elezioni interne agli Stati membri e a
quelle europee; l'utilizzo della vita degli immigrati a fini propagandistici nuoce
all'intero continente.
Saranno la forza del dialogo e la creazione di comunità a costruire la società civile
del domani, quella che - riprendendo le parole di papa Francesco - è in grado di
«integrare, dialogare e generare». La promozione dell'accoglienza è certamente una
questione geografica, ma soprattutto una questione culturale.
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 270 del 26 febbraio 2017