19 febbraio 2017 - L`Agenzia Culturale
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269
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Milano - Basilica di Sant’Ambrogio
Rassegna
Stampa
19 febbraio 2017
A cura de: “L’Agenzia Culturale di Milano”
Con sede in Milano, via Locatelli, 4
www.agenziaculturale.it
Questa rassegna stampa è scaricabile integralmente anche dal sito www.agenziaculturale.it
Estratti da:
Ciclostilato in proprio
10/2/2017
«La Civiltà Cattolica, ponte e frontiera»
Francesco ai Gesuiti: senza paura in mare aperto, remando controvento
diANDREAGALLI
Quattromila fascicoli «non sono una raccolta di carta».
Sono molto di più, «c'è una vita dentro, fatta di tanta
riflessione, di tanta passione, di lotte sostenute e
contraddizioni incontrate». Nel caso della Civiltà
Cattolica, che spegne 167 candeline, fu fondata infatti
nel 1850, e festeggia una cifra a tre zeri appannaggio di
poche altre riviste, c'è dentro anche un poderoso pezzo
di storia, d'Italia e della Chiesa. Il discorso che il Papa
ha rivolto ieri al Collegio degli Scrittori del
quindicinale dei Gesuiti aveva il tono delle grandi
occasioni, dei grandi anniversari. Un discorso
particolarmente caloroso e generoso nei
riconoscimenti: «La Compagnia di Gesù sostenga
quest'opera così antica e preziosa, anzi unica per il
servizio alla Sede Apostolica», «ne raccomando
particolare diffusione nei Seminari e nei centri di
formazione», «i vescovi la sostengano», «già da molto
tempo la Segreteria di Stato la invia a tutte le
nunziature nel mondo», «nel mio lavoro vi vedo, vi
seguo, vi accompagno con affetto, la vostra rivista è
spesso sulla mia scrivania», «avete accompagnato
fedelmente tutti i passaggi fondamentali del mio
Pontificato a partire dalla lunga intervista che ho
concesso al vostro direttore nell'agosto 2013: la
pubblicazione delle encicliche e delle esortazioni
apostoliche, dando di esse una interpretazione fedele».
Bergoglio, che ha parlato anche di una novità
editoriale della Civiltà Cattolica, ossia la nascita di
edizioni in spagnolo, inglese, francese e coreano, ha
ribadito un punto fermo dell'assetto della rivista, che
«deve rimanere immutato», cioè quello di essere
«espressione di una comunità di scrittori tutti gesuiti
che condividono non solamente una esperienza
intellettuale, ma anche una ispirazione carismatica e,
almeno nel nucleo fondamentale della redazione, la
vita quotidiana della comunità». Niente firme laiche o
non gesuitiche quindi, ma continuazione di una linea
dettata da Pio IX nel lontano 1866. Francesco ha
quindi voluto dare ai suoi interlocutori - «ho saputo
che i vostri antichi predecessori amavano chiamarsi
semplicemente "lavoratori", non "intellettuali", ma
"lavoratori" » - degli orientamenti spirituali e non solo
per il futuro. «Voi siete nella barca di Pietro - ha detto il
Pontefice - essa, a volte nella storia, oggi come ieri,
può essere sballottata dalle onde e non c'è da
meravigliarsi di questo. Ma anche gli stessi marinai
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 269 del 19 febbraio 2017
chiamati a remare nella barca di Pietro possono remare
in senso contrario. È sempre accaduto. Voi di Civiltà
Cattolica dovete essere rematori esperti e valorosi.
Remate dunque! Remate, siate forti, anche col vento
contrario!». E ancora: «Soprattutto voi, come gesuiti,
evitate di aggrapparvi a certezze e sicurezze. Il
Signore ci chiama a uscire in missione, ad andare al
largo e non ad andare in pensione a custodire
certezze». La missione in teoria è semplice: «essere
una rivista cattolica», che «non significa
semplicemente che difende le idee cattoliche, come se
il cattolicesimo fosse una filosofia», ma, come scrisse
il fondatore padre Carlo Maria Curci, che «non deve
apparire come cosa da sagrestia», perché «una rivista è
davvero cattolica solo se possiede lo sguardo di Cristo
sul mondo, e se lo trasmette e lo testimonia».
Nell'incontro di tre anni fa con la comunità della
Civiltà Cattolica Bergoglio aveva puntato l'attenzione
su tre concetti: «dialogo, discernimento e frontiera».
Stavolta ha parlato di una rivista «che sia insieme
ponte e frontiera», indicando altre tre parole chiave e
associando a ognuna di esse un "patrono" proveniente
dalla Compagnia di Gesù. La prima parola è stata
«inquietudine», associata a san Pietro Favre: «Se
volete abitare ponti e frontiere dovete avere una mente
e un cuore inquieti. A volte si confonde la sicurezza
della dottrina con il sospetto per la ricerca. Per voi non
sia così». La seconda è stata «incompletezza », riferita
all'apostolo della Cina, il servo di Dio Matteo Ricci:
«Dovete essere scrittori e giornalisti dal pensiero
incompleto, cioè aperto e non chiuso e rigido. La
vostra fede apra il vostro pensiero. Fatevi guidare
dallo spirito profetico del Vangelo per avere una
visione originale, vitale, dinamica, non ovvia». La
terza parola, infine, è stata «immaginazione», posta
sotto l'egida del grande pittore Andrea Pozzo: «Chi ha
immaginazione non si irrigidisce, ha il senso
dell'umorismo, gode sempre della dolcezza della
misericordia e della libertà interiore»; «Il pensiero
della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre
meglio come l'uomo si comprende oggi per sviluppare
e approfondire il proprio insegnamento. E questa
genialità aiuta a capire che la vita non è un quadro in
bianco e nero. È un quadro a colori. Alcuni chiari e altri
scuri, alcuni tenui e altri vivaci. Ma comunque
prevalgono le sfumature».
RIPRODUZIONE RISERVATA.
pagina 2
9/2/2017
La rinuncia a storia e valori
Perché l'Europa è senza identità
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Troppo spesso accadono in Europa cose che fanno
pensare a un'inspiegabile volontà di suicidio, il cui
significato sembra essere solo un cupo desiderio di
autoannientamento. Ho in mente ad esempio due episodi
recenti, debitamente riportati dai giornali (uno anche dal
Corriere e abbastanza diffusamente), ma passati
sostanzialmente inosservati. Quasi si trattasse di due
insignificanti fatterelli di cronaca.
Il primo episodio riguarda il Real Madrid, la celebre
squadra di calcio spagnola. I cui dirigenti, abbiamo letto,
volendo stipulare un contratto con una società degli
Emirati per la commercializzazione in quell'area di
prodotti con il marchio della propria squadra (incasso
previsto 50 milioni di euro), ma consapevoli d'altra parte,
così hanno detto, che «ci sono alcuni luoghi sensibili ai
prodotti che mostrano la croce», non hanno trovato di
meglio che togliere la croce dalla corona che fino a ieri
campeggiava sul simbolo storico della loro società.
Il secondo episodio è avvenuto invece a Parigi. Qui,
all'inizio di febbraio, nella prestigiosissima sede del
centro di ricerca di Sciences Politiques è stata annullata
all'ultimo momento la conferenza che doveva tenere
David Satter, un ex corrispondente in Russia del
Financial Times , sull'argomento del suo ultimo libro: il cui
titolo, M eno sai e meglio stai: la via russa al terrore e alla
dittatura sotto Eltsin e Putin , non sembra richiedere
molte delucidazioni. Motivo accampato dalla direzione
(smentito però da un gran numero di esempi passati): la
mancanza di un contraddittorio ufficialmente previsto.
Nel primo caso, dunque, il potere del denaro, nel secondo
il potere e basta (con l'uso spregiudicatamente
intimidatorio che è abituato a farne il Cremlino). Nel primo
caso l'avidità, nel secondo la paura. Da una parte tutto
questo e dall'altra due istituzioni assai diverse tra loro - un
club di calcio e un'università, la massa e l'élite - ma
proprio perché così diverse rappresentative dell'insieme
cui entrambe in realtà appartengono. L'insieme di
vicende, di storie, di tradizioni, di eccellenze, di valori,
anche di realtà nazionali, che sommate e intrecciate tra
loro hanno fatto nel tempo l'Europa quella che è. O forse
bisognerebbe dire l'Europa che è stata.
Quell'Europa cioè che era animata dalla consapevolezza
della propria assoluta peculiarità non disgiunta da un
sentimento di orgoglio per i traguardi straordinari - in tutti i
campi: dalla scienza al benessere materiale
all'emancipazione delle persone - che quella peculiarità
era stata capace di raggiungere.
È vero: anche a prezzo di ingiustizie e dolori non solo al
proprio interno ma specialmente inflitti ad altri popoli.
Ma che cosa mai è stato costruito di durevole nel corso
dei millenni da qualunque altra civiltà, da qualunque altra
grande costruzione politico-culturale, che potesse dirsi
immune dalla medesima obiezione? Salvo prova
contraria, però, solo quella che ha visto la luce in questa
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 269 del 19 febbraio 2017
parte del mondo è riuscita a conseguire risultati di
progresso e di libertà potenzialmente fruibili da tutti, e
infatti prima o poi da tutti emulati, perseguiti, imitati.
Cancellare la croce (e poi per cosa? per mettere le mani
su 50 milioni di euro!), impedire la libertà di parola per non
dispiacere al vendicativo padrone della Russia, significa
precisamente rinunciare all'intera vicenda che ha portato
ai non spregevoli risultati di cui sopra. Significa rinunciare
alla propria storia, alla propria identità.
Ma è per l'appunto questo ciò che da qualche decennio
sta accadendo nelle nostre società. Dove gli orientamenti
prevalenti nei mass media, nell'opinione «illuminata»,
nell'intellettualità più influente, nell'intrattenimento colto
ma anche in molti sistemi scolastici (basti pensare ai
programmi delle scuole italiane) si sono abituati a
considerare la dimensione identitaria come una
dimensione da esorcizzare. L'identità è apparsa
qualcosa che legando al passato avrebbe portato con sé
qualcosa di oscuramente atavico.
Qualcosa che avrebbe condotto inevitabilmente al
pregiudizio etnico, ad una compiaciuta autarchia
culturale ostile al progresso, all'esclusione più o meno
persecutoria di ogni diversità. Ha avuto in tal modo via
libera una modernità culturale tanto superficiale quanto
pervasiva, indifferente quando non ostile verso ogni
valore consolidato. Di un tale orientamento antiidentitario dal sapore vagamente nichilistico la principale
vittima è stata il passato, cioè la storia (anche la religione,
ma qui il discorso dovrebbe essere in buona parte diverso
e spingersi in ben altre direzioni). E ci ha messo del suo,
complice giuliva quanto inconsapevole, pure l'Unione
Europea con la sua Commissione. Infatti quest'ultima,
non solo non ha compreso che anche al fine
dell'auspicata trasformazione della stessa Unione in un
vero soggetto politico bisognava cercare di favorire a
livello di massa la formazione di un'identità europea; ma
neppure ha capito che a tal fine la conoscenza della storia
del continente, della sua grandezza e delle sue
contraddizioni, del multiforme significato ideale della sua
vicenda, erano strumenti indispensabili. Ha preferito
invece muoversi in tutt'altra direzione. La burocrazia
dell'Unione e i gruppi politici nazionali in essa dominanti entrambi subalterni ai tic e ai tabù del mainstream
culturale - hanno deciso che non già la storia ma il diritto,
anzi «i diritti»!, dovevano essere l'insegna di Bruxelles.
Non la concretezza del passato iscritta dappertutto nella
vita del presente ma l'astrattezza formale dei diritti e dei
doveri. Non la memoria che lega tra loro gli individui in un
organismo orientato ai valori ma il rapporto pattizio tra i
singoli in vista del rispetto delle regole necessarie alla
tranquilla convivenza. Non l'identità ma l'universalità.
Questa è la strada imboccata da tempo dall'Europa.
Dove ci sta portando cominciamo a vederlo:
all'abdicazione delle élite e alla protesta rabbiosa delle
masse.
pagina 3
9/2/2017
"Il mondo è stanco di questo conflitto
ma così Israele va verso l'apartheid”
David Grossman (*). Lo scrittore commenta la decisione del governo di annettere le
colonie nei Territori palestinesi: "È contro ogni legge: ci saranno conseguenze pesanti”
di FRANCESCA CAFERRI
«La decisione del primo ministro Netanyahu e del suo
governo è un cambiamento drammatico, un'escalation
che porterà conseguenze difficili da immaginare ora: un
Paese non può avere colonie in un'area che non gli
appartiene. È contro la nostra legge, contro la legge
internazionale. Tutti quelli che sono stati parte di questa
decisione prima o poi ne pagheranno conseguenze
pesanti».
All'indomani del voto della Knesset sull'annessione delle
colonie israeliane a Gerusalemme e in Cisgiordania, la voce
di David Grossman, uno dei più grandi scrittori
contemporanei ma anche una delle più lucide coscienze
critiche di Israele, suona triste: come quella di chi, nel
futuro, non vede molti segni di speranza per il proprio,
amatissimo, Paese.
Signor Grossman, qual è il senso di questa decisione?
«Questo è solo uno dei segni della direzione che ha preso
questo governo, che è quella che va verso l'annessione dei
Territori: vogliono farne parte dello Stato di Israele, ma
una parte che non avrà gli stessi diritti dei cittadini
israeliani. Il voto della Knesset è un altro passo verso la
trasformazione di Israele da Stato democratico a Stato di
apartheid ».
Eppure non mi sembra che ci sia stata una forte
opposizione. Sbaglio?
«Non sbaglia affatto. L'opposizione politica interna è molto
debole. Allo stesso tempo il mondo sembra essersi
stancato dell'infinito conflitto fra Israele e i palestinesi:
capisco la stanchezza, ma è pericoloso lasciare Israele e i
palestinesi da soli perché la situazione può sfociare in
violenza in tempi rapidissimi. Io non credo alla teoria
secondo cui l'Isis o Al Qaeda sono nate a causa del conflitto
israelo-palestinese, ma so per certo che risolvere in modo
equo questo conflitto farà diminuire l'incendio che
infiamma altre crisi. Per questo l'Europa, gli Stati Uniti e i
Paesi arabi dovrebbero interessarsi di quello che sta
accadendo. Ma oggi tutti aspettano di sapere cosa farà
Donald Trump, perché il mondo è diventato il palcoscenico
di uno show con un unico protagonista, lui».
Lei cosa si aspetta da Trump? Cosa crede che porterà
la sua era per Israele?
«Il secondo nome di Trump è 'imprevedibile'. Credo che
neanche lui sappia come reagirà: è chiaro che ha
un'empatia verso Netanyahu e verso la destra israeliana e
che disprezza i musulmani. Ha promesso di spostare
l'ambasciata a Gerusalemme, una scelta che potrebbe
provocare reazioni violente nel mondo arabo e fra i
palestinesi. Eppure coltivo una flebile, e un po' folle,
speranza: presto Trump potrebbe cominciare a chiedersi
se è davvero conveniente per gli Stati Uniti investire tanti
soldi in questo fallimentare processo di pace, visto che
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 269 del 19 febbraio 2017
Israele non fa che compiere passi che peggiorano la
situazione. Potrebbe proporre a Putin di lanciare insieme
un piano per il conflitto che né Israele né i palestinesi
potrebbero rifiutare, senza andare incontro a durissime
conseguenze. Ma capisco che questa speranza poggi su
flebili basi».
Vorrei chiudere con una domanda personale:
guardando Israele oggi, sembra che la voce degli
intellettuali sia quasi l'unica a contrapporsi a
Netanyahu. È così? E se la risposta è positiva: non ci si
sente soli?
«Io, come molti dei miei colleghi, cerco di essere il più
connesso possibile al mondo che mi circonda. Per questo
capisco che oggi lo spazio per la speranza è molto ridotto.
Ho compreso il senso della sua domanda: so bene che
opinioni come la mia sono marginali e spesso anche
disprezzate in Israele. Ma questo avviene perché negli
ultimi anni, sotto il regime di Netanyahu, un dibattito che
dovrebbe essere logico e razionale si è trasformato in
qualcosa di emotivo. L'idea stessa di come essere cittadini
di questo Stato è cambiata: si è passati dall'idea di
appartenere a uno Stato democratico, basato sulla legge,
a quella di appartenere a uno Stato basato sulla religione.
Quello che conta oggi è se sei ebreo o no: nel primo caso
hai diritti e privilegi, altrimenti quasi non sei benvenuto. È
molto pericoloso: è una situazione in cui l'irrazionalità
vince e ci spinge in un angolo in cui ci sentiamo soli e
abbandonati dal resto del mondo».
Il che ci riporta alla solitudine...
«Israele non è solo: gode di molto supporto nel mondo, e
anche di molta simpatia. È il nostro primo ministro che
incoraggia la crescita di un sentimento di isolamento. Così
facendo spinge il Paese in un angolo pericoloso. Ci porta a
perpetuare questa situazione di guerra: se la guerra è il
tuo destino, fai di tutto per essere un guerriero migliore.
Ma così facendo perdi ogni traccia di speranza.
Nonostante tutto questo, e per rispondere alla sua
domanda, le dico che sento ancora intorno l'appoggio
verso chi ha opinioni simili alla mia. Se ci fosse un leader
che non manipolasse le nostre ansie, che non usasse i
fantasmi di traumi passati per farci paura, credo che molti
israeliani lo ascolterebbero. Perché tanti di noi, nel
profondo del cuore, sanno bene che abbiamo preso una
strada pericolosa. La tragedia è che un leader così non c'è.
Così la nostra società diventa sempre più apatica: e questo
è grave, perché una società apatica diventa facilmente
plasmabile da chi ha un'agenda nazionalista e violenta. Il
rischio è che in Israele queste persone si impossessino del
nostro futuro».
(*) David Grossman è uno dei più grandi scrittori israeliani,
ma anche una delle coscienze critiche del Paese. In Italia i
suoi libri sono editi da Mondadori.
pagina 4
15/2/2017
Un lungo sonno per dire addio alla Sla.
Fine vita, "preoccupazione" in Vaticano
Montebelluna - A 71 anni ha scelto la "sedazione profonda" che "non è eutanasia”
di GIUSEPPE PIETROBELLI
Un ultimo battito di ciglia per dire addio alla moglie, al
mondo, al dolore. Poi il sonno lo ha accompagnato in un
viaggio senza coscienza verso la morte, senza però
anticipare l'appuntamento con il destino, visto che non di
eutanasia si è trattato ma di una "sedazione profonda".
Aveva detto: "Adesso voglio dormire, non voglio più
soffrire".
Così se ne è andato Dino Bettamin, un macellaio di 70 anni,
nella sua casa di Montebelluna, ai piedi dei dolci colli
trevigiani. Era malato di Sla (Sclerosi laterale amiotrofica),
senza speranza da cinque anni. Le dimissioni dall'ospedale
nel 2015, con una promessa strappata ai medici: mai più un
ricovero, nessun intervento del 118 che lo portasse via dal
luogo dove voleva morire, il suo letto, con accanto la moglie
Maria, i figli Tommaso e Agnese. Ha chiesto di essere
addormentato, con la benedizione di don Antonio, il
parroco di Contea, che ogni settimana andava a portargli la
comunione. È stato esaudito perché ha espresso con lucidità
la volontà che fosse seguita - per la prima volta in caso di Sla la pratica usata con i malati terminali di tumore. Il medico di
famiglia aveva più perplessità del parroco.
Ma proprio ieri il segretario di Stato vaticano monsignor
Pietro Parolin ha manifestato la sua "preoccupazione" per il
disegno di legge sul "fine vita".
Anna Tabarin e Santo Tavana, i due infermieri dell'azienda
privata "Cura con Cura" che hanno seguito Bettamin fino
alla fine, sono i testimoni di un percorso doloroso e di un
epilogo che forse ha aperto una strada in parte inedita.
"Quando tornò a casa due anni fa pesava 38 chili. Ma voleva
vivere con dignità - racconta Tabarin -. Lo ha fatto, è arrivato
a pesare 62 chili, era andato al mare con i familiari, aveva
cercato di condurre un'esistenza normale. Quando non ha
più potuto farlo e ha sentito arrivare la depressione, ha
preferito addormentarsi". Tre scelte di Dino Bettamin
hanno marcato i suoi due ultimi anni di vita, quella di
"accettare la tracheostomia, ovvero la ventilazione
attraverso un foro nella trachea" e quella di "vivere per
quanto possibile normalmente, alzarsi dal letto, uscire con la
moglie, i figli, gli amici, parlare con loro, guardare la tv".
L'infermiera racconta di una lucidità straordinaria.
"Quando dieci giorni fa abbiamo capito che le crisi erano
irreversibili, è stato lui stesso a spiegare ai familiari la sua
terza decisione. Loro hanno capito. Un macellaio di paese si
è espresso con parole da esperto, spiegando cosa andava
fatto e perché.
Ma non ha mai chiesto che fosse toccata la macchina della
ventilazione. È stata spenta solo dopo la morte". È così
cominciato l'ultimo sonno di Dino. L'altro giorno, in uno dei
rari risvegli, la moglie gli ha comunicato di aver adempiuto
ad alcune sue disposizioni. Lui ha battuto le ciglia, segno che
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 269 del 19 febbraio 2017
aveva capito. Poi si è lasciato andare. La nuova iniezione lo
ha fatto addormentare senza ucciderlo, la morte è venuta
poche ore dopo.
“Mio marito era lucido - ha raccontato la moglie -, ha fatto la
sua scelta e noi gli siamo stati accanto. Mi ha detto come
voleva essere vestito, di voler essere cremato, aveva molta
fede e ha voluto incontrare il parroco". Ha lasciato quanto
basta per organizzare un seminario sul fine-vita
all'Università di Padova. È il suo regalo alla vita.
10/2/2017
«Senza la donna non cè
armonia nel mondo»
«Senza la donna, non c'è l'armonia nel mondo». Lo ha detto ieri
mattina papa Francesco nell'omelia della Messa nella cappella a
Casa Santa Marta. Al centro della riflessione, la figura della
donna a partire dalla creazione narrata nel Libro della Genesi. Il
Signore aveva plasmato ogni sorta di animali ma l'uomo non
trovava in loro una compagnia, «era solo». Quindi il Signore gli
tolse una costola e fece la donna che l'uomo riconobbe come
carne della sua carne. «Ma prima di vederla - ha osservato il Papa
- l'ha sognata». Quello di ieri mattina è stato - da parte del
Pontefice - un vero e proprio inno alle donne. È lei la donna, ha
riconosciuto Francesco, «che ci insegna ad accarezzare, ad amare
con tenerezza e che fa del mondo una cosa bella ». E se «sfruttare
le persone è un crimine di lesa umanità, sfruttare una donna è di
più di un reato e un crimine: è distruggere l'armonia che Dio ha
voluto dare al mondo, è tornare indietro». E ha osservato un
particolare: «Noi diciamo, parlando: ma questa è una società con
un forte atteggiamento maschile, e questo, no? Manca la donna.
"Sì, sì: la donna è per lavare i piatti, per fare ". No, no, no: la donna
è per portare armonia. Senza la donna non c'è armonia». Si tratta
di una risorsa e di un valore aggiunto - ha precisato - che «porta
una ricchezza che l'uomo e tutto il creato e tutti gli animali non
hanno». «Questo è il grande dono di Dio: ci ha dato la donna» ha
affermato Bergoglio. E nel passo del Vangelo di Marco, proposto
ieri dalla liturgia, «abbiamo sentito di che cosa è capace una
donna» ha fatto notare Francesco, riferendosi alla donna la cui
figlia era posseduta da uno spirito impuro. Una donna
«coraggiosa» che «è andata avanti con coraggio, ma è di più, è di
più: la donna è l'armonia, è la poesia, è la bellezza». Al punto che
«senza di lei il mondo non sarebbe così bello, non sarebbe
armonico. E a me piace pensare - ma questa è una cosa personale che Dio ha creato la donna perché tutti noi avessimo una madre
».( Red.Cath.)
RIPRODUZIONE RISERVATA
pagina 5
13/2/2017
Capitale sociale
che dà fiducia
di ELIO SILVA
Non sono le risorse economiche la variabile decisiva
per chi si avvicina al volontariato, ma le
caratteristiche culturali: titolo di studio, abilità
digitali, attenzione ai processi partecipativi. Di
conseguenza, se si vuole incrementare il capitale
sociale che si manifesta nelle pratiche di gratuità,
occorre investire soprattutto in istruzione,
formazione e cultura.
A questa conclusione giunge, in sintesi, una ricerca
appena edita dalla casa editrice Il Mulino su
"Volontari e attività volontarie in Italia", che presenta
risultati e analisi originali, elaborati sulla base di dati
Istat. Questi ultimi avevano applicato, per la prima
volta nel nostro Paese, lo standard globale dell'Ilo,
l'Organizzazione internazionale del lavoro, per la
misurazione delle attività volontarie. Successivamente un gruppo di lavoro, coordinato da Riccardo
Guidi, Ksenija Fonovic e Tania Cappadozzi, con il
sostegno del Centro di servizio per il volontariato del
Lazio, ha classificato i numeri e approfondito le
caratteristiche del fenomeno osservato.
Il punto di partenza è che, nonostante la crisi di valori
di cui quotidianamente si parla, il capitale sociale del
volontariato è di tutto rispetto: sono 6,63 milioni gli
italiani (il 12,6% della popolazione) che si impegnano
gratuitamente per gli altri o, come si usa dire, per il
bene comune. Quasi quattro milioni lo fanno in modo
strutturato, all'interno di organizzazioni non profit,
e poco meno di tre milioni individualmente, in
maniera più o meno occasionale.
Quali sono le leve e le motivazioni di fondo che
alimentano il percorso? La domanda rappresenta un
classico delle analisi sul volontariato e riporta alla
tesi, espressa ormai un quarto di secolo fa da Robert
Putnam, secondo cui il capitale sociale si basa sui
legami di fiducia, le norme di buona convivenza e le
reti di associazionismo civico, elementi che
migliorano l'efficienza dell'organizzazione sociale e
che trovano, per quanto riguarda il nostro Paese,
radici profonde nell'Italia dei Comuni e delle
corporazioni.
La nuova ricerca, su questo impianto di fondo,
dimostra che le persone attive nel volontariato hanno
anche una qualità della vita migliore o, quanto meno,
ne hanno una percezione migliore rispetto alla media
della popolazione. Ciò vale, in particolare, per quanti
sono impegnati da oltre dieci anni e per gli anziani,
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 269 del 19 febbraio 2017
che fanno registrare un impatto molto positivo sul
proprio benessere. Il tasso di fiducia interpersonale
tra i volontari (35,8%) supera di gran lunga quello
medio tra i cittadini (20,6%) e si mantiene
costantemente oltre il livello della fiducia nelle
istituzioni, che evidentemente sconta le difficoltà di
un'adesione più astratta.
D'altra parte, i ricercatori del Centro di servizio del
Lazio hanno anche riscontrato che fare volontariato
ha un effetto di socializzazione e di stimolo alla
partecipazione alla vita pubblica, soprattutto per le
classi sociali svantaggiate. Da qui la tesi, già
richiamata, secondo cui gli investimenti nella
componente educativa, dell'istruzione e della cultura
sono i più utili per rafforzare la propensione al
volontariato e, al tempo stesso, la capacità di
protagonismo nella sfera sociale.
I volontari, tuttavia, non sono solo quelli che operano
all'interno delle organizzazioni, ma anche quelli
individuali e occasionali. Lo studio, oltre a
quantificarli, li raccoglie in quattro profili-tipo:
quelli che offrono aiuto in casa o nelle pratiche
burocratiche; gli assistenti di persone anziane o in
difficoltà; gli appassionati ai temi ambientali o
culturali e, non certo ultimi per importanza, i
donatori di sangue, che dedicano in media un'ora al
mese al di fuori di vincoli associativi.
L'area del volontariato spontaneo, o "liquido" che dir
si voglia, è diventata l'osservata speciale degli ultimi
percorsi di ricerca, sia per l'oggettiva rilevanza che il
fenomeno va assumendo, sia per le caratteristiche
che lo rendono particolarmente adatto alle abitudini
sociali correnti.
È da questo bacino che il volontariato organizzato
può trarre nuova linfa, a condizione di riuscire a
leggere e aggregare una disponibilità che si esprime
anche in termini di professionalità e competenze.
Sotto questo profilo il 2017 sarà importante per le
organizzazioni di "governo" del fenomeno
associativo. Una delle misure contenute nella riforma
del Terzo settore, infatti, riguarda l'estensione delle
funzioni di indirizzo e coordinamento degli attuali
centri di servizio non più solo al volontariato, ma a
tutte le realtà non profit. Da qui l'attesa per i decreti
delegati d'attuazione della legge, che dovrebbero
vedere la luce entro fine giugno.
[email protected]
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pagina 6
14/2/2017
«Sono come noi», «serve rispetto»
La disfida degli animali in chiesa
«Gli animali sono creature di Dio» si legge nel Catechismo della Chiesa cattolica.
di CLAUDIA VOLTATTORNI
Perciò, «anche gli uomini devono essere
benevoli verso di loro: ci si ricorderà con quale
delicatezza i santi, come san Francesco
d'Assisi o san Filippo Neri, trattassero gli
animali». E non ci sarebbe quindi da stupirsi
che cani e gatti (ma non solo) possano entrare
in chiesa con i loro padroni, assistere alla
Messa e ricevere anche la benedizione.
Succede da anni, in molte chiese d'Italia. Nel
libro delle benedizioni ne è prevista una
speciale per loro che «per disposizione della
stessa provvidenza del Creatore, partecipano
in qualche modo alla vita degli uomini, perché
prestano loro aiuto nel lavoro o somministrano
il cibo o servono di sollievo».
Così il 17 gennaio, festa di sant'Antonio Abate,
molte parrocchie celebrano i migliori amici
dell'uomo con feste e processioni. In città sono
soprattutto gatti, cani, canarini e altri animali
domestici a essere protagonisti quel giorno. In
campagna i cortei si arricchiscono di cavalli,
capre, mucche, pecore. Questo una volta
l'anno, quando, dentro la chiesa o davanti,
(quasi) tutto è permesso. I problemi arrivano
quando i fedeli vogliono portare l'amico a
quattro zampe a messa tutte le domeniche. Lì si
misura la tolleranza e il buon senso dei parroci
(ma anche dei proprietari di cani e gatti). A
Genzano, vicino a Roma, dopo mesi di scontri,
la situazione è esplosa con il parroco di Santa
Maria della Cima che ha denunciato un gruppo
di animalisti che domenica scorsa ha fatto
irruzione in chiesa protestando contro la
decisione di non far entrare una signora con i
suoi cani. Loro urlavano: «Anche i cani hanno
un cuore!». Lui racconta invece che da mesi la
signora porta i suoi cani anche fin sotto l'altare
durante la celebrazione.
A Napoli invece una futura sposa ha chiesto di
essere accompagnata dal suo cane perché «è
la vita mia». Permesso negato da don Franco
Rapullino, parroco di San Giuseppe a Chiaia.
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 269 del 19 febbraio 2017
Ma poi ha dovuto spiegare che la sua decisione
non era dovuta a disprezzo verso il cagnolino,
«ma dettata dall'eccentricità della richiesta: è
un episodio emblematico dei tempi che viviamo
in cui il distacco dall'essere umano è tale da
preferire la vicinanza di un animale anche in
un'occasione solenne come il matrimonio, non
si possono confondere gli animali con le
persone, questo mi fa paura».
In fondo è una questione di buon senso, sorride
don Luigi Veturi, parroco di San Giovanni dei
Fiorentini nel cuore di Roma, dove chiunque
può portare cani o gatti quando vuole: «Non c'è
una regola scritta - spiega -, ogni parroco
decide in autonomia e poi ora c'è una sensibilità
diversa, è permesso un po' dappertutto, ma
certo ci vuole buon senso e rispetto per il luogo
dove ci si trova». Lui ogni domenica ha una
ventina di parrocchiani che vengono a messa
con il proprio cane, «mai avuto problemi e
almeno due volte ho celebrato matrimoni con
cani presenti». E pure la sera di Natale San
Giovanni si riempie di animali, «ecco lì qualche
disagio ogni tanto c'è, perché magari arrivano
cani non abituati e si crea un po' di confusione».
Però la sua è una chiesa speciale, fu la prima
d'Italia a ospitare animali durante le
celebrazioni. Don Luigi è infatti il successore di
don Mario Canciani, «prete animalista» che
negli Anni 80 aveva aperto la sua parrocchia
tutti i giorni dell'anno a ogni tipo di animale
domestico che benediceva poi con una messa
speciale il 4 ottobre di ogni anno, giorno di san
Francesco d'Assisi, «all'epoca arrivavano da
tutta la città», ricorda don Luigi.
Oggi altre chiese lo permettono e non ci si
stupisce più nel vedere cani, soprattutto, ai
piedi dei fedeli in preghiera.
D'altronde si racconta che anche Paolo VI
avesse consolato un bambino in lacrime per la
morte del suo cane dicendogli: «Un giorno
rivedremo i nostri animali nell'eternità di
Cristo».
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PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Roma - Piazza San Pietro
Domenica, 12 febbraio 2017
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
L’odierna liturgia ci presenta un’altra pagina del Discorso della montagna, che
troviamo nel Vangelo di Matteo (cfr 5,17-37). In questo brano, Gesù vuole aiutare i suoi
ascoltatori a compiere una rilettura della legge mosaica. Quello che fu detto nell’antica
alleanza era vero, ma non era tutto: Gesù è venuto per dare compimento e per
promulgare in modo definitivo la legge di Dio, fino all’ultimo iota (cfr v. 18). Egli ne
manifesta le finalità originarie e ne adempie gli aspetti autentici, e fa tutto questo
mediante la sua predicazione e più ancora con l’offerta di sé stesso sulla croce. Così
Gesù insegna come fare pienamente la volontà di Dio e usa questa parola: con una
“giustizia superiore” rispetto a quella degli scribi e dei farisei (cfr v. 20). Una giustizia
animata dall’amore, dalla carità, dalla misericordia, e pertanto capace di realizzare la
sostanza dei comandamenti, evitando il rischio del formalismo. Il formalismo: questo
posso, questo non posso; fino a qui posso, fino a qui non posso … No: di più, di più.
In particolare, nel Vangelo di oggi Gesù prende in esame tre aspetti, tre comandamenti:
l’omicidio, l’adulterio e il giuramento.
Riguardo al comandamento “non uccidere”, Egli afferma che viene violato non solo
dall’omicidio effettivo, ma anche da quei comportamenti che offendono la dignità della
persona umana, comprese le parole ingiuriose (cfr v. 22). Certo, queste parole
ingiuriose non hanno la stessa gravità e colpevolezza dell’uccisione, ma si pongono
sulla stessa linea, perché ne sono le premesse e rivelano la stessa malevolenza. Gesù ci
invita a non stabilire una graduatoria delle offese, ma a considerarle tutte dannose, in
quanto mosse dall’intento di fare del male al prossimo. E Gesù dà l’esempio. Insultare:
noi siamo abituati a insultare, è come dire “buongiorno”. E quello è sulla stessa linea
dell’uccisione. Chi insulta il fratello, uccide nel proprio cuore il fratello. Per favore, non
insultare! Non guadagniamo niente…
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Un altro compimento è apportato alla legge matrimoniale. L’adulterio era considerato
una violazione del diritto di proprietà dell’uomo sulla donna. Gesù invece va alla radice
del male. Come si arriva all’omicidio attraverso le ingiurie, le offese e gli insulti, così si
giunge all’adulterio attraverso le intenzioni di possesso nei riguardi di una donna
diversa dalla propria moglie. L’adulterio, come il furto, la corruzione e tutti gli altri
peccati, vengono prima concepiti nel nostro intimo e, una volta compiuta nel cuore la
scelta sbagliata, si attuano nel comportamento concreto. E Gesù dice: chi guarda una
donna che non è la propria con animo di possesso è un adultero nel suo cuore, ha
incominciato la strada verso l’adulterio. Pensiamo un po’su questo: sui pensieri cattivi
che vengono in questa linea.
Gesù, poi, dice ai suoi discepoli di non giurare, in quanto il giuramento è segno
dell’insicurezza e della doppiezza con cui si svolgono le relazioni umane. Si
strumentalizza l’autorità di Dio per dare garanzia alle nostre vicende umane. Piuttosto
siamo chiamati ad instaurare tra di noi, nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità un
clima di limpidezza e di fiducia reciproca, così che possiamo essere ritenuti sinceri senza
ricorrere a interventi superiori per essere creduti. La diffidenza e il sospetto reciproco
minacciano sempre la serenità!
La Vergine Maria, donna dell’ascolto docile e dell’obbedienza gioiosa, ci aiuti ad
accostarci sempre più al Vangelo, per essere cristiani non “di facciata”, ma di sostanza!
E questo è possibile con la grazia dello Spirito Santo, che ci permette di fare tutto con
amore, e così di compiere pienamente la volontà di Dio.
© Copyright 2017 - Libreria Editrice Vaticana
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LA TURCHIA DI ERDOĞAN
Giovanni Sale S.I.
Dalla rivolta di Gezi Parki al golpe del 15 luglio 2016
Fino alla rivolta di Gezi Parki, del maggio 2013, quando migliaia di persone
protestarono per alcuni giorni contro la decisione del Governo, guidato da Recep Tayyip
Erdoğan, di abbattere gli alberi di uno dei parchi più amati dai giovani di Istanbul per far
luogo a un centro commerciale, la Turchia era considera in Europa l'unico Paese islamico
realmente democratico. Secondo alcuni, il modo con cui fu domata la sollevazione e
l'indisponibilità del Governo ad ascoltare le ragioni dei rivoltosi, sostenuti da ampi settori
del mondo giovanile e dagli intellettuali, sembrava dare ragione a quelli che da alcuni anni
andavano ripetendo che il regime erdoganiano stava scivolando verso forme di
autoritarismo non più tollerabili.
Nonostante questa vicenda, che in Europa fu molto sopravvalutata, Erdoğan
continuò a reggere il Paese, come aveva fatto fino a quel momento. Alcuni osservatori
politici ritengono che egli, dopo le proteste di Gezi Parki, abbia cambiato indirizzo politico,
divenendo un «tiranno». Il che è certamente esagerato. Va però sottolineato che egli ha
della democrazia un'idea personale, che difficilmente si concilia con la cultura politica
dell'Europa. Nel 1996, quando era ancora sindaco di Istanbul, Erdoğan disse che la
«democrazia è come un autobus, si va fin dove si deve andare e poi si scende»: il che è il
contrario di ciò che noi intendiamo per «democrazia valoriale».
In ogni caso, ancora oggi il potere di Erdoğan poggia su un ampio consenso popolare e
politico, nonché sulla maggioranza parlamentare che, per quanto grande, non è però
sufficiente per assicurargli, come egli vorrebbe, un cambio di regime in senso pienamente
presidenziale. Dopo il fondatore della repubblica turca, Atatűrk, Erdoğan è certamente il
leader politico più popolare e amato del Paese. Eppure il 15 luglio del 2016 ha rischiato di
essere «detronizzato» da un golpe condotto in modo maldestro da alcuni settori
dell'esercito. Su di esso rimangono ancora aperti molti interrogativi sia riguardo ai
mandanti sia riguardo alle modalità con cui si è svolto.
A differenza di altri tentativi di colpi di Stato, generalmente meglio preparati e condotti
con decisione, questo ha prodotto un numero molto alto di vittime su entrambi i fronti
(265 morti, circa 1.500 feriti). Non è andato a buon fine non solamente perché vi sia stato
da parte dei politici un invito alla resistenza o perché gli imam avessero incitato i fedeli,
generalmente simpatizzati di Erdoğan, a opporsi ai rivoltosi, ma anche perché la grande
maggioranza delle Forze armate non ha seguito i golpisti, e la polizia e i servizi segreti sono
riusciti a sventare l'operazione.
Ciò è avvenuto perché gran parte dell'esercito sostiene Erdoğan e il suo partito. Egli
infatti, una volta giunto al potere, ha fatto di tutto per guadagnarsi il sostegno dell'esercito
- sul quale, secondo Atatűrk, poggia il fondamento della Repubblica e che è il garante della
laicità dello Stato -, aggirando abilmente le richieste della Comunità europea (in ordine a
un possibile ingresso della Turchia nella Ue), volte a limitare il peso politico dei militari
nello Stato. Ha riformato istituzioni come il Consiglio di Sicurezza Nazionale, ma non ha
mai toccato l'autonomia giuridica e finanziaria dell'esercito, il quale amministra, con
giurisdizione propria, molti beni e capitali. Inoltre, il regime negli ultimi anni ha
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ampiamente islamizzato i quadri dell'esercito, rimuovendo, per quanto possibile, tutti gli
ufficiali ostili al «partito islamico», cioè i laicisti irriducibili e gli esponenti della minoranza
alevita (sciiti).
Nelle settimane dopo il fallimento del golpe, definito da Erdoğan come «dono di Dio»,
sono stati licenziati o arrestati ufficiali dell'esercito, poliziotti, giornalisti, professori
universitari e insegnanti, giudici, procuratori e altri.
Secondo alcuni osservatori europei, dopo il fallimento del golpe la Turchia sarebbe
diventata un Paese di fatto autoritario. «È da tempo ormai - sostiene l'opinionista turco
Cengiz Aktar sulle colonne di Le Monde - che nel Paese il sistema politico non oscilla più
tra democrazia e dittatura, ma tra due forme di dittatura». L'analista ritiene che il regime
si senta oggi abbastanza forte per imporre un sistema presidenziale sul modello di quello
adottato in Russia da Putin, lo statista più amato e temuto da Erdoğan. In realtà la via per
raggiungere questo obiettivo è ancora tutta in salita.
Il sultano e l'«imam»
Ma chi è stato, ci si chiede ancora, l'ispiratore del fallito golpe? Per il Presidente e per
altri uomini del Governo in carica, non c'è dubbio che il vero mandante del colpo di Stato
sia stato l'imam Fethullah Gűlen, antico amico e oggi nemico giurato di Erdoğan. Questi,
che dal 1999 vive negli Stati Uniti, in un remoto rifugio tra i monti Pocono, in
Pennsylvania, è il fondatore dell'organizzazione islamista chiamata Hizmet (servizio),
dedita, tra l'altro, alla formazione intellettuale dei giovani secondo un islam moderato e
tollerante. L'organizzazione, che è diffusa in circa 170 Paesi, negli ultimi 20 anni ha creato
in Turchia migliaia di scuole private di ogni ordine e grado - tanto da fare concorrenza al
sistema educativo controllato dallo Stato - e ha fondato diverse testate giornalistiche. In
effetti, una parte considerevole dell'élites culturale del Paese (in particolare giornalisti,
magistrati, professori ecc.) è stata formata in queste scuole e università.
Dopo il fallito colpo di Stato, molti ex studenti dell'Hizmet, accusati di essere la longa
manus in patria dell'imam fuggiasco, sono stati arrestati, oppure destituiti dalla loro
carica. Secondo i seguaci di Erdoğan, i «gulenisti» formano un'organizzazione parallela
all'interno dello Stato. Effettivamente molti degli ufficiali che hanno organizzato e
condotto il golpe erano o ex studenti delle scuole dell'imam o suoi simpatizzanti. Sulla
base di questi indizi, Erdoğan ha chiesto agli Stati Uniti l'estradizione del suo
antagonista, che gli è stata però negata, anche perché a suo carico non sono state
prodotte finora prove convincenti.
Va però ricordato che, nei primi anni di questo secolo, tra i due leader del rinato
movimento islamista vi era su molti punti pieno accordo: ambedue combattevano per
reislamizzare lo Stato e la società turca e abbattere l'ideologia laica kemalista. Secondo il
Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), di cui Erdoğan era ed è capo indiscusso, la
modernizzazione voluta da Atatűrk - strutturata su modelli occidentali, in particolare
francesi - non aveva raggiunto il suo obiettivo, soprattutto dal punto di vista economico e
sociale. D'altra parte, allontanare la Turchia dal suo passato ottomano e dalle sue radici
islamiche era stato un errore, come lo era stato anche legare troppo il Paese al carro delle
grandi potenze europee.
Il presidente Erdoğan, al potere dal 2003, non disponeva di quadri dirigenti preparati,
come quelli formati nelle scuole guleniste, per islamizzare le nervature burocratiche dello
Stato; così, fino al 2012, si servì di queste persone per realizzare lo scopo che si prefiggeva.
Per lunghi anni i due progetti filoislamisti - quello erdoganiano (indirizzato alla creazione
di un partito politico di governo, disciplinato e popolare e quello guleniste (incentrato
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sulla formazione delle élites culturali del Paese) - procedettero di pari passo, cercando di
convivere senza troppe tensioni. Queste però con il passare del tempo si accentuarono,
soprattutto quando il cosiddetto «Stato profondo», formato dai quadri gulenisti, fece
resistenza alle ambizioni neo-sultaniale del Presidente.
Così, a partire dal 2012, l'accordo tra i due leader si tramutò in aperta opposizione.
Alcuni fatti che si verificarono negli anni successivi dimostrarono come lo scontro tra i
due sia diventato insanabile. Nel dicembre del 2013 alcuni media gulenisti pubblicarono
documenti che rivelavano presunti traffici illeciti compiuti da familiari del Presidente. Nel
febbraio 2014 veniva diffusa su YouTube una presunta conversazione tra Erdoğan e suo
figlio Bilal su come riciclare denaro sporco. Il che era un attacco diretto all'autorità del
Presidente, nel momento in cui la sua popolarità aveva raggiunto il culmine. A suo avviso,
gli attacchi condotti contro di lui e contro il suo Governo provenivano da una sola fonte: gli
odiati gulenisti.
Dopo questi fatti, che mettevano in discussione la moralità personale del Presidente
pur non sminuendone il prestigio e il consenso presso i suoi sostenitori ed elettori, «il
campo islamista era ormai percorso da una sorda guerra civile. Erdoğan scatenava
l'epurazione contro i referenti gulenisti dello Stato profondo». In particolare, vennero
arrestati o licenziati alcuni giornalisti antigovernativi e diversi membri della polizia,
considerati agenti dell'«imam traditore», mentre ad agosto era prevista una epurazione tra
gli ufficiali dell'esercito. Prima che ciò avvenisse, il 15 luglio un golpe militare fece
tremare, sebbene solo per un momento, il governo.
Una volta sventato il golpe, Erdoğan è apparso in pubblico, circondato dai suoi
sostenitori, non nella capitale Ankara, ma nella «sua» Istanbul, dove è rimasto fino al 18
luglio. Gli scontri si sono avuti soprattutto ad Ankara, dove le due fazioni armate si sono
contese il controllo degli edifici del Governo, ma gli avvenimenti di Istanbul sono stati
determinanti per il fallimento del golpe. È da questa città, infatti, che due televisioni
private hanno incitato alla resistenza e hanno dato voce ai capi dell'Akp e allo stesso
Erdoğan.
Le due città, ha scritto un editorialista del New York Times, sono come lo specchio
delle profonde divisioni della Turchia: Istanbul è nel cuore dei cittadini islamici ed è il
simbolo della patria ottomana e sultaniale, mentre Ankara è la città costruita da Atatűrk,
pragmatica, moderna e laica. Erdoğan si sente più a suo agio nella città «ottomana» e sa di
avere dalla sua parte la maggioranza della popolazione, in particolare i ceti sociali meno
abbienti, che il suo regime ha maggiormente beneficato. Non va infatti dimenticato che
con il governo Erdoğan il reddito medio pro capite si è triplicato e che i meccanismi di
redistribuzione della ricchezza introdotti dall'esecutivo hanno fatto in modo che a
beneficiare di ciò fossero soprattutto le classi meno agiate della società, ancora legate alle
usanze tradizionali.
Inoltre, in questi ultimi anni è calato di molto il tasso di mortalità infantile nelle regioni
dell'Anatolia, nonché il numero dei lavoratori-bambini. Per queste riforme sociali
Erdoğan, nella prima fase della sua presidenza, era considerato un modello democratico
da imitare, e da «esportare» in tutti i Paesi musulmani. Tutto ciò ha assicurato al partito
islamico la maggioranza nelle diverse elezioni politiche e amministrative, e ad Erdoğan
una popolarità eccezionale, che si è manifestata soprattutto nei giorni che sono succeduti
al golpe.
Erdoğan e il problema curdo
I recenti arresti di deputati dell'opposizione e le misure ordinate dal Governo rischiano
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di minare il sistema democratico vigente nel Paese. Il 4 novembre 2016, nell'ambito della
«lotta al terrorismo» (così sono definiti coloro che avrebbero partecipato o simpatizzato con
il colpo di Stato del 15 luglio), sono stati arrestati sette deputati del Partito democratico
del popolo (Hdp), compresi i loro due presidenti. Questo partito è accusato di essere la
«facciata politica» del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), che in Turchia è fuorilegge e i cui
membri sono considerati terroristi al pari dei jihadisti radicali.
Gli attivisti dell'Hdp sono già da anni nel mirino della autorità governative. Questa
formazione è il terzo partito politico del Paese, con 59 seggi in Parlamento, in
rappresentanza di cinque milioni di elettori. L'arresto di alcuni suoi membri sta ad
indicare che Erdoğan intende sbarazzarsi al più presto di loro, come in passato ha fatto
con altre forze politiche filocurde. Il che rappresenta un vulnus al sistema democraticoparlamentare vigente in Turchia. «La politica - ha detto il primo ministro Binali Yildirim,
commentando l'accaduto - non può fare da paravento al crimine, perché la Turchia è uno
Stato di diritto». Affermazione che non ha convinto né le cancellerie occidentali, né gli
osservatori politici, che hanno condannato i provvedimenti repressivi assunti nei
confronti di importanti leader dell'opposizione.
In realtà, per la Turchia il problema curdo è certamente quello più difficile da
risolvere. Con la guerra siro-irachena, esso è diventato ancora più insidioso per la
cosiddetta «sicurezza nazionale». Naturalmente la prospettiva della nascita di uno Stato
curdo ai confini della Turchia, una volta cessato il conflitto, è del tutto contrastata da
Erdoğan, per le ripercussioni interne (sul piano della sicurezza) che essa potrebbe avere.
Uno dei progetti più ambiziosi di Erdoğan, fino a qualche tempo fa, era quello di
raggiungere un accordo tra lo Stato e il Pkk, considerato non un partito politico, ma un
movimento terroristico antistatale. Dopo circa 30 anni di conflitti, che avevano causato
40.000 morti, si voleva realizzare una «pace perpetua» tra le parti e ottenere una soluzione
delle questioni controverse. Le trattative iniziarono nel 2010 tra Erdoğan e Abdullah
Őcalan, capo carismatico del Pkk, condannato all'ergastolo (per il reato di alto
tradimento) e rinchiuso in un carcere nell'isola di Irmalì. L'accordo consisteva
fondamentalmente in uno scambio politico tra presidenzialismo e autonomia.
Dalla documentazione pubblicata nel 2013 risulta che Őcalan chiedeva al partito
curdo di appoggiare la riforma presidenzialista avanzata dall'Akp, mentre Erdoğan
prometteva ai curdi una qualche forma di autonomia democratica, sia pure da applicare
.
gradatamente Con il cosiddetto «processo di soluzione», Őcalan perseguiva due obiettivi
di carattere personale: il primo era ottenere la libertà personale (o almeno gli arresti
domiciliari); il secondo era riaffermare la propria leadership sul movimento. La sua
proposta politica sostanzialmente prevedeva la rinuncia, da parte del Pkk, di ogni pretesa
separatista e l'impegno a iniziare un processo di integrazione democratica nello Stato, che
infine avrebbe garantito ai curdi l'autonomia politica. Egli pensava a uno «Stato snello
come istituzione politica, che svolga le sue funzioni soltanto in ordine alla sicurezza
pubblica e alla fornitura di servizi sociali», lasciando alle comunità etniche il diritto di
autoregolamentarsi secondo criteri propri.
Erdoğan, invece, considerava il «processo di soluzione» come uno strumento
strategico per assicurare consensi al suo partito e al suo progetto di trasformare in senso
presidenzialista il sistema politico turco. Per alcuni anni egli pensò di fare della questione
curda il pilastro della sua eredità politica. In ogni caso il significato profondo dell'accordo
tra Erdoğan e Őcalan consisteva nel progetto di trasformare la Turchia in una
confederazione turco-curda, guidata da un governo presidenzialista di stampo
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«imperiale-sultaniale», riproponendo così un modello storico molto apprezzato dal
Presidente: quello ottomano, di cui egli desiderava essere il rifondatore. Inoltre, nel
febbraio 2015, dal luogo dove scontava l'ergastolo il leader curdo lanciò un appello ai
ribelli curdi affinché deponessero le armi e aprissero un negoziato di pace con il Governo
di Ankara e rivolgessero la lotta comune contro l'Isis.
Uno dei limiti dell'accordo era che si presentava più come una trattativa privata tra i
due capi supremi che come un negoziato condiviso tra lo Stato e il Pkk. Di fatto, a far fallire
l'accordo non furono i dissensi tra Erdoğan ed Őcalan (come, ad esempio, quello
riguardante la tempistica per disarmare i guerriglieri del Pkk), ma le opposizioni fatte
all'accordo dal partito filocurdo, capeggiato da Selahattin Demirtas (attualmente in stato
di arresto). Nel marzo 2015, questi, sconfessando l'accordo del «leader carismatico»,
affermò chiaramente che il partito non avrebbe in nessun modo appoggiato la riforma
presidenzialista di Erdoğan.
I negoziati tra il Presidente e il leader curdo si interruppero subito dopo le elezioni
politiche del giugno 2015, quando l'Akp perse più di due milioni di voti, facendo svanire
quindi il progetto di una modifica parlamentare della Costituzione in senso
presidenzialista. Al contrario, il partito filo-curdo di Demirtas aumentò i suoi suffragi,
come pure li aumentò il partito nazionalista (Mhp), che si era opposto a ogni forma di
accordo con il Pkk. Diventava quindi necessario per Erdoğan se voleva realizzare il suo
progetto, cambiare strategia politica e sconfessare l'accordo.
Dopo le elezioni di giugno il Presidente ha iniziato trattative serrate con il leader del
partito nazionalista, Devlet Bahceli, il quale ha dichiarato di essere disposto ad
appoggiare il progetto presidenzialista in cambio della reintroduzione della pena di morte
nell'ordinamento giuridico turco. Non desta perciò meraviglia che Erdoğan negli ultimi
tempi abbia fatto riferimento alla possibilità di reintrodurre la pena capitale per vendicare
i «martiri» uccisi nel recente colpo di Stato. «I loro assassini non saranno costretti - ha
detto pubblicamente il Presidente - a rendere conto delle loro azioni?». Occorre ricordare
che la pena di morte era stata abrogata nel luglio 2004 su richiesta della Unione Europea
(Ue), nel momento in cui il Governo turco aveva fatto formale richiesta di ammissione in
essa. Reintrodurre la pena di morte significherebbe allora mettere fine alla parentesi
filoeuropeista della Turchia.
La Turchia e l'Unione Europea
Negli ultimi tempi i rapporti tra 1a Turchia e gli Stati Uniti, che Ankara, in quanto
membro della Nato, ha da sempre considerato come suo alleato naturale, si sono
deteriorati. Ankara non vede di buon occhio che nel conflitto siriano gli americani aiutino
le milizie curde dell'Unità di protezione del popolo (Ypg), legate al Pkk, con cui la Turchia è
in guerra da 30 anni. Anche i suoi rapporti con l'Ue sono diventati conflittuali.
Recentemente il ministro degli Esteri ha dichiarato che, «se non sarà abolito il regime
dei visti per i cittadini turchi entro la fine del 2016, rinunceremo all'accordo sui profughi».
Il che suona come una minaccia lanciata contro l'Europa, che teme di essere invasa dai
due milioni di siro-iracheni e di migranti che oggi si trovano nei campi di accoglienza
turchi. In realtà, anche questa «grande massa umana» è in qualche modo funzionale al
progetto politico-demografico di Erdoğan di «sunnitizzare» il territorio, introducendo,
nelle regioni abitate dagli sciiti aleviti, musulmani di confessione sunnita. In questa
direzione, secondo alcuni analisti, va infatti intesa la promessa fatta dal Presidente di
concedere la cittadinanza turca ai profughi siriani e iracheni.
La Commissione europea per la Turchia ha dichiarato di essere «molto preoccupata»
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per quanto sta avvenendo negli ultimi tempi in questo Paese in materia di diritti umani.
Inoltre, recentemente Erdoğan si è arrogato il diritto di nominare i rettori delle università
sia pubbliche sia private (in modo da estirpare da queste ultime il gulenismo),
annullandone quindi l'indipendenza e l'autonomia culturale. In Europa, il fronte di coloro
che si oppongono alla rottura con la Turchia è vasto e trasversale. Secondo alcuni politici
e intellettuali, l'isolamento sarebbe dannoso soprattutto per le forze progressiste, che si
sentirebbero abbandonate dall'Europa. Secondo altri analisti, dopo gli ultimi eventi il
dialogo con la Turchia sarebbe ancora più necessario.
Recentemente una risoluzione politica del Parlamento europeo ha chiesto ai 28
Governi e alla Commissione di «congelare temporaneamente» i negoziati con la Turchia
per l'ingresso nell'Ue, perché si ritengono «sproporzionate» le misure repressive adottare
da Ankara dopo il fallito colpo di Stato. Il primo ministro turco ha definito questa
risoluzione «senza importanza», invitando l'Europa a decidersi se «vuole portare avanti la
sua visione per il futuro con o senza la Turchia». L'Europarlamento ha precisato che
intende ancora tenere «ancorata» la Turchia all'Europa, ma ha anche ammonito il
Governo turco a non ripristinare la pena di morte, che chiuderebbe automaticamente
qualsiasi negoziato tra Ankara e Bruxelles. Pertanto, in questo momento i rapporti tra la
Turchia l'Ue sono ridotti ai minimi storici, il che non significa però che siano destinati a
peggiorare.
La politica mediorientale di Erdoğan
Alla concezione imperiale-ottomana dello Stato turco è in buona parte ispirata
l'attuale politica estera del Governo turco. In questo quadro rientrano sia il recente
accordo politico, culturale e commerciale stipulato da Erdoğan con Putin, dopo la crisi del
novembre del 2015 in seguito all'abbattimento di un aereo militare russo che sorvolava
un territorio controllato dalla Turchia. Accordo che nel futuro si dovrà confrontare con le
aspirazioni russe nelle regioni mediorientali - come ad esempio quella di Aleppo -, sulle
quali la Turchia vanta diritti storici che ritiene imprescindibili. Come pure l'«accordo di
amicizia» stipulato con l'Arabia Saudita, tendente a creare un fronte unico sunnita
(guidato, s'intende, dalla Turchia), in opposizione alle mire espansionistiche di Teheran. Il
Governo turco infatti è convinto che gli iraniani vogliano «stabilizzare un corridoio
strategico» sciita, comprendente Herat-Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut, in modo da
assicurarsi il predominio politico sul mondo islamico, che finora è stato tenuto dai
sunniti.
Anche la politica mediorientale della Turchia è ispirata ai criteri sopra menzionati. In
particolare, essa risponde a due finalità precise: da un lato, ostacolare in tutti modi la
formazione di uno Stato autonomo curdo ai confini della Turchia; dall'altro, far valere i
propri diritti storici sulle città «ottomane» di Mosul, Aleppo e Kirkuk, che facevano parte di
antichi vilayet, annessi nel 1926 dalle potenze europee alla Siria e all'Iraq. In un primo
momento la Turchia entrò in guerra contro la Siria per rovesciare il regime degli Assad.
Successivamente si ebbe un «restringimento della grande strategia», e l'obiettivo cambiò.
L'operazione «Scudo dell'Eufrate», lanciata il 24 agosto 2016, con l'occupazione della
città di Garabulus, è servita non tanto a combattere i filogovernativi o i militanti dell'Isis,
quanto a impedire che le milizie curde (Ypg), appoggiate dagli Stati Uniti, creassero
un'enclave curda nel nord della Siria, nella regione di Rojava, che, assieme agli altri
territori occupati (in Iraq), potesse dare origine, a guerra finita, a uno Stato curdo ai
confini della Turchia. In ogni caso, l'obiettivo tattico perseguito da Ankara in questa
regione è quello di creare una zona cuscinetto, in attesa di determinare il futuro politico di
L’Agenzia Culturale di Milano - Rassegna Stampa n. 269 del 19 febbraio 2017
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quaderno 3999
18 gennaio 2017/11 febbraio 2017
Aleppo. Sembra che la Turchia abbia avuto un ruolo importante nella conquista di questa
città «martire» da parte dell'alleanza siro-russo-iraniana. Di fatto il «cessate il fuoco» del 14
dicembre 2016, che ha posto fine ai combattimenti - anche se non alla sofferenza degli
abitanti di Aleppo est -, è stato concordato con la mediazione di Ankara.
Erdoğan, che per molti anni aveva chiesto la deposizione di Assad, in questi ultimi
tempi ha cambiato strategia, «scaricando» in pratica i ribelli sunniti. Molte brigate di
rivoltosi, sostenuti economicamente dalla Turchia, sono state spostate nel nord della
Siria, per conquistare territori e fermare l'avanzata dei curdi. Così il Governo turco
intende ritagliarsi una sua zona di influenza nella parte settentrionale del Paese e
garantire i propri confini nazionali.
Secondo alcuni analisti, Ankara avrebbe ottenuto da Mosca il permesso «di intervenire
in Siria per arginare l'influenza curda, accettando però di non opporre resistenza alla
presa di Aleppo». Si tratterebbe dunque di un baratto vantaggioso per entrambe le parti.
In ogni caso, la Turchia è uno dei Paesi chiamati a gestire il processo politico siriano dopo
la caduta di Aleppo, e ad Ankara si è svolto il primo vertice politico tra i «vincitori del
conflitto». Neppure l'uccisione dell'ambasciatore russo in Turchia (20 dicembre 2016) da
parte di un «terrorista», alla vigilia del vertice di Mosca sulla situazione siriana, ha messo
in crisi i rapporti tra Putin ed Erdoğan; anzi, questo fatto sembra aver rafforzato il loro
progetto di combattere insieme i «terroristi».
Sembra che il recente «voltafaccia» operato da Erdoğan, che, come si è detto, ha reso
possibile la caduta di Aleppo e di conseguenza il riavvicinamento diplomatico tra la
Turchia e la Russia (nonché con gli sciiti iraniani), sia stato il motivo principale
dell'attentato jihadista della notte di Capodanno al celebre nightclub Reina di Istanbul,
dove sono morte 39 persone. Questa nuova strategia politica contraddice di fatto la lunga
tradizione ottomana - a cui Erdoğan dice di ispirarsi - che considerava la Turchia come la
nazione leader nella riscossa sunnita in chiave sia antirussa, sia antisciita.
Per quanto riguarda l'intervento della Turchia in Iraq, la motivazione di fondo è simile
a quella in Siria: combattere il Pkk e partecipare infine alla spartizione del bottino. Appena
iniziate le operazioni su Mosul, il Governo turco ha inviato nella regione alcune truppe,
per nulla gradite al Primo ministro iracheno (sciita), che ne ha chiesto, inutilmente,
l'allontanamento. Una volta scatenata l'offensiva, le milizie turche, in parte reclutate sul
luogo, hanno iniziato le loro incursioni, lasciando ad altri la possibilità di occupare
territori che il Presidente considera «giardini di casa» e che spera, in un modo o nell'altro,
che ritornino sotto l'influenza politica turca, o per lo meno sunnita.
Questo sta a significare che la liberazione di Mosul, come anche la riconquista di
Aleppo, non riporteranno, purtroppo, la pace in quella regione martoriata, ma
probabilmente daranno origine ad altri conflitti tra le forze che hanno partecipato alla
battaglia finale e che sono spalleggiate da grandi o piccole potenze, interessate a un nuovo
assetto della regione Siro-irachena, certamente diverso da quello che le potenze europee
avevano stabilito con l'Accordo di Sykes-Picot nel lontano 1916.
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