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INDICE
3 - PRODI: “POPULISMI FENOMENO IN CRESCITA”. ANTICIPARE TRUMP
5 - FACEBOOK, PARTE ANCHE IN EUROPA LA CACCIA ALLE FAKE NEWS
9 - GRADIMENTO POLITICI LOCALI: PRIMA LA APPENDINO, PENULTIMA LA RAGGI
11 - BARACK OBAMA FA IL SUO DISCORSO DI COMMIATO
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MENINGITE
una nuova pestilenza da combattere
o nuovo business delle case farmaceutiche...
La meningite è una malattia nota da sempre, dovuta all’infiammazione delle meningi, le
membrane che rivestono il cervello. L’infiammazione di tali membrane si ripercuote sul
cervello portando a gravi sintomi neurologici che possono portare alla morte oppure a
postumi gravi come sordità, ritardo mentale, paralisi motorie, epilessia.
E che, ha fatto il suo apparire puntualmente anche quest’anno durante il periodo invernaleprimaverile.
Potremmo parlare delle generiche misure preventive, come quella di ridurre ed evitare
contesti di sovraffollamento, ma l’unica misura veramente sicura ed efficace è la vaccinazione.
A PAGINA 55
I MIGLIORI ARTICOLI DEL MESE
PRODI. ANTICIPARE TRUMP
FACEBOOK, LA CACCIA ALLE FAKE
GRADIMENTO POLITICI LOCALI
IL COMMIATO DI BARACK OBAMA
l “professore” sollecita l’Unione Europea a rispondere alla sfida dei nascenti ‘populismi’ – da
Trump alla Brexit. Parla di anticipare il neo presidente eletto americano nell’apertura nei confronti della Russia di Putin. Spiega che “il malessere
si è impadronito della classe media e anche di
quella operaia”. Esclude un suo ritorno in politica ma è possibilista sull’utilità della ricostituzione dell’Ulivo. Romano Prodi invita l’Europa
a rispondere alle dichiarazioni di Donald Trump
che, avverte, “segnano una rivoluzione nei rapporti con l’Ue”, e propone di revocare le sanzioni
alla Russia per non lasciare al neo-presidente Usa
“un rapporto privilegiato” con Mosca.
Facebook ha annunciato l’introduzione di misure
e sistemi per contrastare la diffusione di ‘bufale’ in
Germania, Paese in cui tra qualche mese si terranno
le elezioni politiche. Il social network ha annunciato
che il centro di ricerche sull’informazione Correctiv
avrà la responsabilità di controllare la veridicità delle
notizie diffuse su Facebook, e che spera di coinvolgere presto altri media. Alcuni aggiornamenti serviranno a facilitare la segnalazione di notizie false, ha
detto Facebook,
I FILTRI anti-bufale di Facebook sono pronti al varo.
E secondo una indiscrezione del Financial Times,
poi confermata dal social, i tedeschi saranno i primi
a testarne le capacità al di fuori degli Stati Uniti.
Sondaggio IPR Marketing condotto per “il
Sole24Ore” stila una classifica tra gli amministratori locali (comuni e regioni) più graditi e
meno. E balzano agli occhi le posizioni delle
due sindache del M5Stelle: Appendino (Torino) la prima e Raggi (Roma) in penultima
posizione. Ben piazzato risulta anche Pizzarotti (fuoruscito dal Movimento grillino) che
amministra Parma. I governatori. L’indagine
di Ipr ha riguardato anche i presidenti di Regione. Tra i governatori primeggia il Veneto
con Luca Zaia (Lega) al primo posto col 60%
dei consensi, seguito da Enrico Rossi (Pd), a
capo della Toscana.
Obama fa il suo discorso di addio alla presidenza degli Stati Uniti d’America ricordando
lo slogan che scandì la sua prima campagna
presidenziale: “Yes we can!”. Rivendicando
con forza che: “Oggi l’America è migliore”;
in particolare ha evidenziato la legalizzazione
delle nozze gay e – in economia – il salvataggio dell’industria dell’auto. Obama ha voluto
questa cerimonia nella sua Chicago – città da
cui era partito otto anni fa, in un bagno di
folla davanti a 20 mila persone festanti. Infine a ringraziato la first Lady Michelle. Sarà
ricordato per essere stato il primo presidente
di ‘colore’ della storia americana.
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PRODI: “POPULISMI FENOMENO IN CRESCITA”. ANTICIPARE TRUMP
Il “professore” sollecita l’Unione Europea a rispondere alla sfida dei nascenti ‘populismi’ –
da Trump alla Brexit. Parla di anticipare il neo
presidente eletto americano nell’apertura nei
confronti della Russia di Putin. Spiega che “il
malessere si è impadronito della classe media e
anche di quella operaia”. Esclude un suo ritorno
in politica ma è possibilista sull’utilità della ricostituzione dell’Ulivo.
Romano Prodi invita l’Europa a rispondere alle
dichiarazioni di Donald Trump che, avverte,
“segnano una rivoluzione nei rapporti con l’Ue”,
e propone di revocare le sanzioni alla Russia per
non lasciare al neo-presidente Usa “un rapporto
privilegiato” con Mosca.
In un’intervista alla Stampa, l’ex presidente della
Commissione ha lamentato che “l’Europa per ora
e’ inesistente” di fronte alla novita’ confermate
Trump al suo insediamento: “A me ha meravigliato
che nessuno abbia avvertito l’urgenza di un vertice
straordinario”, ha annotato Prodi.
L’ex premier suggerisce all’Ue “un contropiede”
dicendosi “fortemente convinto” della necessita’ di
“togliere immediatamente le sanzioni alla Russia”
e, nel caso di allentamento dell’impegno Usa nella
Nato, chiede di “preparare subito un progetto
comune di difesa europea”. Quanto alla mancata
reazione della Germania alle dichiarazioni di
Trump, Prodi lo lega all’idea che “possa essere la
Germania a voler abbandonare l’euro”. “Comincia
a nascere in me il dubbio che la Germania si tenga
una strategia di riserva: fare da sola”, ha affermato.
Ritorno all’Ulivo? “Può essere un elemento di
coesione” “Non esiste assolutamente” la possibilità
di un ritorno in campo di Romano Prodi, “ma in
un mondo pieno di crepe l’Ulivo può tornare a
essere un elemento di coesione politica e sociale”.
Lo dice lo stesso ex presidente del Consiglio a ‘la
Stampa’. “Ho grande fiducia” in Gentiloni, dice
tra le altre cose Prodi.
L’ex premier parla di “malessere della classe
media, ma anche operaia” e si rivolge alla sinistra
spiegando che si deve muovere “anzitutto cercando
di capire che cosa accade. Trump si è impadronito
di questo malessere, pur appartenendo – lui e i suoi
principali collaboratori – alla parte privilegiata
della società americana. Il malessere è tale che
basta la denuncia, anzi la denuncia più è ‘nuda’ e
meglio è. Se la denuncia ha radici ideologiche non
funziona.
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FACEBOOK, PARTE ANCHE IN EUROPA LA CACCIA ALLE FAKE NEWS
Facebook ha annunciato l’introduzione di
misure e sistemi per contrastare la diffusione di ‘bufale’ in Germania, Paese in cui tra
qualche mese si terranno le elezioni politiche. Il social network ha annunciato che
il centro di ricerche sull’informazione Correctiv avrà la responsabilità di controllare la
veridicità delle notizie diffuse su Facebook,
e che spera di coinvolgere presto altri media. Alcuni aggiornamenti serviranno a facilitare la segnalazione di notizie false, ha
detto Facebook.
I FILTRI anti-bufale di Facebook sono pronti
al varo. E secondo una indiscrezione del
Financial Times, poi confermata dal social, i
tedeschi saranno i primi a testarne le capacità
al di fuori degli Stati Uniti. Una scelta non
casuale, che ambisce a essere tempestiva,
dato che alla fine di quest’anno in Germania
si terranno le attese elezioni federali. Così
Fb spera di mettere gli utenti teutonici in
guardia dalle notizie false che da tempo
stanno circolando tanto sia sul network di
Mark Zuckerberg che su siti esterni.
Lo scenario tedesco. Infatti, stando a quanto
rivela un’analisi di BuzzFeed News, le storie
scritte sia in inglese sia in tedesco che hanno
ottenuto maggior popolarità sulle piattaforme
sociali nell’anno appena trascorso sono degli
articoli ingannevoli che riguardano Angela
Merkel. E, in particolare, le sue politiche
relative all’emergenza rifugiati. “Molti
di questi siti”, scrivono i due giornalisti
autori dell’indagine, “mixano un legittimo
contenuto politico di parte con informazioni
false e cospirazioniste, soprattutto su Islam
e rifugiati, in modo da suscitare passione e
aumentare il coinvolgimento”. L’obiettivo
è screditare il lavoro della cancelliera. Una
situazione che preoccupa Berlino. A tal punto
che il mese scorso la coalizione di governo
ha pensato di introdurre una nuova legge:
previste multe fino a 500mila euro alle aziende
che, operando nel settore dei social media,
dopo una segnalazione non provvedono a
rimuovere una notizia falsa entro 24 ore.
Un problema globale. Sembra un film già
visto negli Stati Uniti, dove la campagna
presidenziale statunitense è stata dominata
dalle cosiddette fake news. Un bacino
di
disinformazione
che,
per
alcuni
commentatori, avrebbe preparato il terreno
all’elezione del repubblicano Donald Trump.
In Italia, la situazione non è di certo migliore.
Lo dimostra l’inchiesta di Attivissimo e
Puente sui fabbricatori di bufale. E anche la
presunta dichiarazione (“Necessario che gli
italiani facciano dei sacrifici”) del neo eletto
presidente del Consiglio Paolo Gentiloni
diventata virale in poche ore, mai pronunciata.
Per non parlare della notizia falsa che prima
di Natale è stata alla base di tensioni tra il
ministro della Difesa del Pakistan e quello
d’Israele. Un problema globale. Per questo
Facebook – così come le altre compagnie
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digitali – sta cercando di correre ai ripari.
Una decisione che accompagna la recente
scelta del social di impegnarsi apertamente
nel giornalismo.
· Facebook, Zuckerberg ammette: “Siamo
una media company”
· Come ti costruisco una bufala sul web
Come funziona. I nuovi strumenti anti-bufala
di Facebook dovrebbero essere disponibili per
gli utenti tedeschi nelle prossime settimane.
Funzioneranno così: gli utilizzatori del
social avranno la possibilità di segnalare
sempre più facilmente le sospette notizie
false. Queste segnalazioni verranno poi
inoltrate a compagnie di fact checking di
base in Germania che hanno siglato l’accordo
“Poynter’s International Fact Checking Code
of Principles”, tra cui Correctiv. Se l’articolo
è ritenuto falso, sarà contrassegnato da un
marchio e accompagnato da una spiegazione
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su come si è arrivati a tale conclusione.
Inoltre, Facebook rafforzerà le politiche
che minano le ragioni economiche alla base
della “produzione” di fake news. E dovrebbe
avvisare l’utente quando sta condividendo
una baggianata che vedrà la propria visibilità
diminuita, comparendo sempre più in basso
sulla nostra bacheca.
· “Facebook: Segnalate i post falsi. Il clic
anti-bufale che divide il web”
“Impareremo da questi test, li proseguiremo
ed estenderemo nel tempo”, ha scritto Áine
Kerr, manager of journalism partnerships del
social, in un post sul blog della compagnia.
La Germania è, quindi, solo la prima tappa. Se
funzioneranno, lo sapremo presto. Perplessità
suscita pure la facoltà di lasciare a Facebook
e compagnie affiliate di decidere che cosa è
disinformazione. Del resto, come ha annotato
il sociologo Evgeny Morozov in una recente
intervista a Repubblica: “Finché ci sarà libertà
di espressione, ci saranno anche notizie false
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GRADIMENTO POLITICI LOCALI:
PRIMA LA APPENDINO, PENULTIMA LA RAGGI
Sondaggio IPR Marketing condotto per “il Sole24Ore”
stila una classifica tra gli amministratori locali (comuni e regioni) più graditi e meno. E balzano agli occhi le
posizioni delle due sindache del M5Stelle: Appendino
(Torino) la prima e Raggi (Roma) in penultima posizione. Ben piazzato risulta anche Pizzarotti (fuoruscito dal
Movimento grillino) che amministra Parma. I governatori. L’indagine di Ipr ha riguardato anche i presidenti di
Regione. Tra i governatori primeggia il Veneto con Luca
Zaia (Lega) al primo posto col 60% dei consensi, seguito
da Enrico Rossi (Pd), a capo della Toscana.
Due sindache, entrambe del M5S, ma ai poli opposti della
classifica. La prima cittadina di Torino, Chiara Appendino,
vince la Governance Poll 2017, il sondaggio realizzato da
Ipr Marketing per Il Sole 24 Ore sul gradimento dei politici
locali da parte dei cittadini. Quella di Roma, Virginia Raggi,
sprofonda in penultima posizione, al 103esimo posto.
Peggio di lei solo Maria Rita Rossa, sindaca piddina di
Alessandria, fanalino di coda per il quarto anno consecutivo
(ma il Comune piemontese è in dissesto finanziario dal
2012).
Sul podio. In particolare, Appendino realizza una crescita
di 7 punti e mezzo rispetto al consenso ottenuto nel giorno
dell’elezione (a giugno 2016) e ottiene il 62%. Al secondo
posto si piazza il sindaco di Firenze del Pd Dario Nardella
con il 61%, mentre spicca in terza posizione con il 60,5%
l’ex grillino Federico Pizzarotti, alla guida del Comune di
Parma, uscito definitivamente dal Movimento a ottobre
scorso dopo un braccio di ferro durato cinque mesi.
Sala trentesimo. Buono il piazzamento al quarto posto di
Damiano Colletta, il primo sindaco non di centrodestra
di Latina dal 1993, e a pari merito di Luigi De Magistris,
primo cittadino di Napoli che risale dalle posizioni di coda
delle ultime edizioni del sondaggio. Sorprende inoltre il
decimo posto del sempreverde Clemente Mastella, eletto a
giugno sindaco di Benevento, mentre Beppe Sala a Milano
è solo trentesimo, con il 55% dei consensi, più di tre punti
in meno rispetto al risultato del suo predecessore Giuliano
Pisapia.
Appendino-Raggi a confronto. Ma il dato più stridente,
come accennato all’inizio, è la caduta verticale di Raggi
nella Capitale: una flessione inarrestabile verso il basso
che le fa perdere circa un terzo del consenso ottenuto
alle elezioni della scorsa primavera (-23,2%) e la pone al
penultimo posto con il 44% di cittadini romani soddisfatti.
È proprio il confronto fra Torino e Roma ad offrire gli
spunti più interessanti per i Cinque Stelle. La distanza fra
le due sindache ribalta il risultato delle urne, a suo tempo
molto più generoso con Raggi che con Appendino, e
misura le profonde divergenze nei metodi di conduzione
delle due città: più graduali i cambiamenti della sindaca
del capoluogo piemontese, che però ha ricevuto in dote
un Comune ben amministrato. Più d’impatto le scelte
di Raggi che però, unite ad alcuni errori clamorosi nella
scelta della sua squadra, hanno reso ancora più difficile il
compito di governare una metropoli con problemi enormi
– dai trasporti, alla pulizia, alla manutenzione delle strade,
alla sicurezza – ereditati dalle giunte precedenti.
I governatori. L’indagine di Ipr ha riguardato anche i
presidenti di Regione. Tra i governatori primeggia il Veneto
con Luca Zaia (Lega) al primo posto col 60% dei consensi,
seguito da Enrico Rossi (Pd), a capo della Toscana, che
guadagnail9%rispettoallaprecedenterilevazioneesiferma
al 57%. Medaglia di bronzo al presidente della Lombardia
Roberto Maroni (Lega) che arriva al 54% (+11,2%). Alle
ultime tre posizioni i governatori di centrosinistra del
Friuli-Venezia Giulia Debora Serracchiani
(-6,4%), della Sardegna Francesco Pigliaru (-12,5%) e della
Sicilia Rosario Crocetta (-3,5%). In generale, rileva il dossier,
“il consenso dei cittadini verso i presidenti di regione si
attesta in media al 43%, sotto il livello di sufficienza”.
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BARACK OBAMA FA IL SUO DISCORSO DI COMMIATO
Obama fa il suo discorso di addio alla presidenza degli Stati Uniti d’America ricordando
lo slogan che scandì la sua prima campagna
presidenziale: “Yes we can!”. Rivendicando
con forza che: “Oggi l’America è migliore”; in
particolare ha evidenziato la legalizzazione
delle nozze gay e – in economia – il salvataggio dell’industria dell’auto. Obama ha voluto
questa cerimonia nella sua Chicago – città da
cui era partito otto anni fa, in un bagno di folla
davanti a 20 mila persone festanti. Infine a ringraziato la first Lady Michelle. Sarà ricordato
per essere stato il primo presidente di ‘colore’
della storia americana.
“Yes we can!”. Con lo slogan che lo ha portato
alla presidenza nel 2008 Barack Obama conclude
il suo discorso di addio alla nazione, rilanciando
quell’appello davanti a migliaia di persone riunite a
Chicago, la città dalla quale partì la sua avventura.
Ma stavolta, davanti a 20 mila persone in delirio,
aggiunge: “Yes we Did”. Sì, perché “oggi l’America
è migliore”, rivendica. Perché negli ultimi otto anni
il cambiamento c’è stato: “Lo abbiamo fatto, lo
avete fatto”. Due esempi su tutti: la legalizzazione
delle nozze gay e il salvataggio dell’industria
dell’auto, sull’orlo della bancarotta dopo la grande
crisi. Dopo otto anni alla Casa Bianca, la prima ‘first
family’ afroamericana nella storia degli Stati Uniti
saluta gli americani un lungo emozionato abbraccio
tra Barack e Michelle, poi un lungo bagno di folla
tra strette di mano e abbracci. Ma l’elenco dei
risultati raggiunti nel corso dei suoi due mandati
presidenziali non è il cuore dell’ultimo discorso da
presidente. Il cuore del messaggio è piuttosto sui
valori che rendono l’America ‘eccezionale’ e che
non vanno traditi in nessun modo. E per i quali
lui continuerà a combattere anche fuori dalla Casa
Bianca: “E’ stato un onore servire gli americani,
non mi fermerò. Continuerò a farlo per il resto dei
miei giorni”. Le standing ovation non si contano.
Le lacrime in platea e in tribuna scendono copiose.
Anche Obama più volte appare decisamente
commosso. Come quando viene scandito in coro
‘four more years”, quattro anni ancora. Non cita
mai Donald Trump, se non per dire che farà di tutto
per agevolare la transizione con il suo successore.
Ma afferma chiaro e forte come il futuro del Paese
dipenda proprio dalla salvaguardia di quei principi
di libertà, uguaglianza, democrazia che furono dei
padri fondatori, e che in questa fase soprattutto
la minaccia del terrorismo rischia di intaccare.
Così sottolinea che non accetterà mai qualunque
discriminazione contro i musulmani in America.
Anche perche’ l’Isis sarà sconfitta – sottolinea – solo
se non prevarrà la paura e si sapranno salvaguardare
proprio quei valori che il terrorismo vuole
distruggere. E ancora Obama mette in guardia da
un ritorno indietro sul fonte delle discriminazioni
razziali nei confronti di tutte le minoranze, a
partire da quella afroamericana: “Servono le leggi,
anche se queste non bastano. Devono cambiare
i cuori”. Anche negare i cambiamenti climatici –
altra stoccata al suo successore – “sarebbe tradire
le generazioni future e lo spirito del Paese”. E
poi il monito a non trasformare l’America come
altre potenze che definisce ‘rivali’: la Russia e la
Cina. Paesi che “non possono eguagliare la nostra
influenza nel mondo – afferma – a meno che non
siamo noi a mollare quello in cui crediamo e ci
trasformiamo in un altro grande Paese che fa il
prepotente con i vicini più piccoli”. Ringrazia infine
la first lady Michelle: “Sei la mia migliore amica. Mi
hai reso orgoglioso, hai reso orgogliosa l’America”.
E i riflettori si spengono. “
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PARTE IL GOVERNO GENTILONI, OGGI LA FIDUCIA.
Il neo premier parte affermando che “ci sono
delle difficoltà” e che il primo nodo da sciogliere è di cercare la più vasta intesa possibile
sulla nuova legge elettorale. La squadra vede
spostato Alfano agli esteri ed entra Minniti
agli Interni, la Finocchiaro al posto della Boschi, Valeria Fedeli sostituisce la Giannini
all’istruzione. Fuori i “verdiniani” che non sosterranno il governo.
Il neo premier parte affermando che “ci sono
delle difficoltà” e che il primo nodo da sciogliere
è di cercare la più vasta intesa possibile sulla
nuova legge elettorale. La squadra vede spostato
Alfano agli esteri ed entra Minniti agli Interni, la
Finocchiaro al posto della Boschi, Valeria Fedeli
sostituisce la Giannini all’istruzione. Fuori i
“verdiniani” che non sosterranno il governo.
l presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e
i ministri hanno giurato nelle mani del Capo
dello Stato Sergio Mattarella pronunciando la
formula di rito nel salone delle feste. L’esecutivo
è ora nella pienezza dei poteri.
Gentiloni terrà le dichiarazioni programmatiche
del governo nell’Aula della Camera alle 11. La
conferenza dei capigruppo è convocata per le
9:30.
Cinque giorni dopo le dimissioni di Matteo
Renzi, nasce così il governo Gentiloni. Gentiloni
ha sciolto la riserva in un colloquio di un’ora
con il capo dello Stato Sergio Mattarella e ha
presentato la lista dei ministri. Sono 18, di cui
5 senza portafoglio. Maria Elena Boschi sarà
sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
In mattinata la presentazione in Parlamento,
prima alla Camera e poi al Senato, per la fiducia
che sarà votata entro mercoledì per consentire al
neopremier di rappresentare l’Italia al Consiglio
europeo di giovedì a Bruxelles. Dodici le conferme
rispetto al governo Renzi. La principale novità è
il passaggio di Angelino Alfano dal Viminale alla
Farnesina, mentre il nuovo ministro dell’Interno
è Marco Minniti. Solo tre i volti del tutto
nuovi rispetto alla compagine di Renzi. Oltre
a Minniti, diventa ministro Anna Finocchiaro,
già presidente dei senatori del Pd, ai Rapporti
con il Parlamento, per seguire il confronto
difficile sulla riforma elettorale; mentre a
Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato del
Pd, va la responsabilità dell’Istruzione al posto
di Stefania Giannini che lascia il governo. Con
quello di Alfano dall’Interno agli Esteri, sono poi
tre i cambi di casella all’interno dell’esecutivo: a
Claudio de Vincenti, finora sottosegretario alla
presidenza del Consiglio, va il nuovo ministero
per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno;
Luca Lotti passa da sottosegretario alla
presidenza con delega all’Editoria a ministro
dello Sport. Sono 12 su 18 i ministri confermati
nello stesso incarico: Padoan all’Economia,
Orlando alla Giustizia, Pinotti alla Difesa,
Calenda allo Sviluppo Economico, Delrio alle
Infrastrutture, Poletti al Lavoro, Lorenzin alla
Salute, Franceschini ai Beni culturali, Martina
alle Politiche Agricole, Galletti all’Ambiente,
Madia alla Pa, Costa alle Regioni.
‘Ho fatto del mio meglio per formare il nuovo
governo nel più breve tempo possibile, per
aderire all’invito del presidente della Repubblica
e nell’interesse della stabilità delle istituzioni alla
quale guardano gli italiani – ha detto Gentiloni
al Quirinale – Come si vede dalla sua struttura,
il governo proseguirà nell’azione di innovazione
svolta dal governo Renzi e nel contempo si
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adopererà per facilitare il lavoro delle diverse
forze parlamentari volto a individuare nuove
regole per la legge elettorale’.
Mentre il nuovo presidente del Consiglio
presenta la lista dei ministri a Mattarella, sulla
sua strada scoppia la prima grana. Viene da
Denis Verdini che, a nome di Ala e Scelta Civica
(18 senatori che potrebbero essere decisivi a
Palazzo Madama), minaccia di non votare la
fiducia senza una adeguata ‘rappresentanza’.
Ovvero senza la responsabilità di un ministero
che, nella lista del nuovo governo, non c’è. ‘Non
voteremo la fiducia a un governo fotocopia
che sarebbe stato più comprensibile se fosse
stato un Renzi-Bis. Il nuovo esecutivo deve
assicurare il giusto equilibrio tra rappresentanza
e governabilità, senza rinunciare, in nome
di pasticciate maggioranze, a quest’ultimo
principio’, scrivono in una nota Verdini e
Enrico Zanetti. Parole che non hanno cambiato
le intenzioni del nuovo premier. ‘Il governo a
Palazzo Madama non avrà alcun problema di
numeri’ malgrado la defezione di Ala e Sc, e
la maggioranza sarà comunque ‘solida, ampia
e autonoma, come abbiamo dimostrato tante
volte’, prevede Paolo Naccarato, senatore di
lungo corso ora nel gruppo Autonomie e Libertà.
‘Buon lavoro a Paolo Gentiloni e al governo.
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Viva l’Italia’, ha scritto in un tweet Matteo Renzi
pochi minuti prima che Gentiloni annunciasse
di aver sciolto la riserva. Dure le prime reazioni
dell’opposizione. ‘Non consentiremo al fantasma
Gentiloni di demoralizzarci, il nostro momento
sta arrivando. Hanno paura del voto. Hanno
fabbricato l’ennesimo governo in provetta,
pensando di poter fermare la rivoluzione gentile
che compiono i cittadini italiani ogni volta che
sono chiamati a votare. Ma non ci riusciranno.
Si stanno scavando la fossa con le loro stesse
mani’, scrive su Facebook il vicepresidente
della Camera del M5s, Luigi Di Maio. ‘Pensano
di poter tirare a campare fino alla pensione
parlamentare (settembre 2017) e intanto faranno
le nomine nelle grandi aziende di Stato. Sono
degli illusi. Più lasceranno Gentiloni a Palazzo
Chigi, più il loro consenso crollerà e saranno
costretti a mollare’.
M5S E LEGA, che non hanno partecipato
alle consultazioni, vanno ALL’ATTACCO:
Matteo Salvini ha fatto sapere che la Lega
resta sull’Aventino e non parteciperà ai voti di
fiducia. Mentre Beppe Grillo annuncia che entro
il 24 gennaio (data dell’udienza della Consulta
sull’Italicum) i cinque stelle scenderanno in
piazza.
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REFERENDUM COSTITUZIONALE: VINCE IL “NO”
Non passa la riforma costituzionale voluta dal
premier Matteo renzi: i “no” prevalgono decisamente sui “si” per 60% contro il 40%. Analizzando il voto per regione, le uniche in cui è
prevalso il “Si” sono state tre: Toscana, Emilia
Romagna e Trentino Alto Adige. Se invece si va
a guardare il voto per adesione partitica hanno
votato in massa per approvare la riforma proposta solo gli elettori del PD. Alta l’affluenza al
voto: si sono recati alle urne il 69% degli aventi
diritto.Il presidente del Consiglio Matteo Renzi annuncia le sue immediate dimissioni.
“ Gli italiani hanno deciso: la riforma
costituzionale del governo non diventerà legge.
Con il No attestato attorno 60%, il referendum
confermativo della legge Boschi si è concluso
nel peggiore dei modi per il premier Matteo
Renzi, che subisce una sconfitta pesantissima
e che a poco più di un’ora dalla chiusura dei
seggi annuncia le proprie dimissioni: «Non sono
riuscito a portare il Sì alla vittoria. L’esperienza
di questo governo finisce qui, ce ne andiamo
senza rimorsi. Domani pomeriggio (oggi per chi
legge) riunirò i ministri, poi salirò dal presidente
della Repubblica e rimetterò il mandato». Renzi,
in quello che potrebbe essere il suo ultimo
intervento nella sala stampa di Palazzo Chigi
da premier pienamente in carica, ha espresso
soddisfazione per la grande affluenza alle urne,
ha parlato di «festa della democrazia» e ha
riconosciuto il successo alle forze politiche che
compongono il variegato fronte del No lanciando
loro la palla della nuova legge elettorale che
si renderà necessaria per il Senato, dato che
l’Italicum è stato concepito per la sola elezione
della Camera: «Tocca a chi ha vinto avanzare
proposte serie».
Le mosse di Renzi e del Pd
Prima di prendere la parola davanti alle
telecamere, il premier aveva affidato ad un tweet
il suo primo pensiero a caldo: «Grazie a tutti,
comunque». Non ha rinunciato a un pizzico
di ironia, aggiungendo un «Arrivo, arrivo»
con tanto di faccina sorridente, autocitazione
del tweet postato il 21 febbraio 2014, giorno
dell’insediamento al governo, poco prima di
recarsi al Quirinale per il giuramento. Ora
al Quirinale dovrà tornare, ma in un clima
decisamente diverso. «Abbiamo dato agli
italiani una chance di cambiamento – ha
sottolineato ancora Renzi – ma non ce l’abbiamo
fatta. Abbiamo ottenuto milioni di voti ma
non sono sufficienti: volevamo vincere, non
partecipare. Mi assumo ogni responsabilità della
sconfitta». Il vicesegretario Lorenzo Guarini
ha già annunciato la convocazione per martedì
dei massimi organismi del partito al Nazareno
per una valutazione politica del risultato e
delle strategie da adottare per il prosieguo
della legislatura. Il timone passa in ogni caso
nelle mani del presidente Mattarella che dovrà
trovare un nome in grado di raccogliere una
maggioranza per un governo che traghetti la
legislatura al suo termine. In pole position il
ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.
Intanto gioiscono gli avversari del premier.
Grande la soddisfazione del segretario della Lega
Nord, Matteo Salvini, tra i principali sostenitori
del No: «Noi siamo pronti a votare il prima
possibile con qualunque legge elettorale» perché
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«se gli italiani vogliono scelgono un governo.
Noi siamo pronti e pensiamo di poter vincere».
Secondo il capogruppo dei deputati di Forza
Italia, Renato Brunetta, «il Pd ha la maggioranza
ed ha il dovere di fare un altro governo visto che in
Parlamento ha la maggioranza ma senza Renzi».
Silvio Berlusconi non ha commentato davanti
alle telecamere ma una sua dichiarazione è stata
riportata da fonti parlamentari: «Renzi per una
volta ha mantenuto la parola, aveva detto che si
sarebbe dimesso e lo ha fatto».
Gli italiani hanno deciso: la riforma costituzionale
del governo non diventerà legge. Con il di No
attestato attorno 60% , il referendum confermativo
della legge Boschi si è concluso nel peggiore dei
modi per il premier Matteo Renzi, che subisce
una sconfitta pesantissima e che a poco più di
un’ora dalla chiusura dei seggi annuncia le
proprie dimissioni: «Non sono riuscito a portare
il Sì alla vittoria. L’esperienza di questo governo
finisce qui, ce ne andiamo senza rimorsi. Domani
pomeriggio (oggi per chi legge) riunirò i ministri,
poi salirò dal presidente della Repubblica e
rimetterò il mandato». Renzi, in quello che
potrebbe essere il suo ultimo intervento nella sala
stampa di Palazzo Chigi da premier pienamente
in carica, ha espresso soddisfazione per la
grande affluenza alle urne, ha parlato di «festa
della democrazia» e ha riconosciuto il successo
alle forze politiche che compongono il variegato
fronte del No lanciando loro la palla della nuova
legge elettorale che si renderà necessaria per il
Senato, dato che l’Italicum è stato concepito per
la sola elezione della Camera: «Tocca a chi ha
vinto avanzare proposte serie».
Per Luigi Di Maio del M5S «ha perso l’arroganza
al potere. Noi al governo ci andiamo in un solo
modo: con il voto dei cittadini. È finita l’epoca del
governo dei tweet». Ha parlato anche Massimo
D’Alema, che ha condotto la battaglia per il No
dall’interno dello stesso Pd: «Capisco l’amarezza
per la sconfitta e anche la dignità con la quale il
presidente del Consiglio ha tratto le conclusioni».
E Roberto Speranza, sempre della minoranza Pd:
«C’è gioia e soddisfazione, c’è stato un confronto
vero, ora c’è bisogno di riunire l’Italia, nessuno di
noi ha mai chiesto le dimissioni a Matteo Renzi,
lui sbagliando ha personalizzato il referendum,
prendiamo atto che il presidente del Consiglio
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ha preso una strada, ora c’è massima fiducia
nel lavoro del presidente della Repubblica».
Rassegnato Angelino Alfano, leader del Nuovo
Centrodestra: «Insieme a milioni di italiani,
abbiamo giocato una bella partita e l’abbiamo
persa. È stato bello e giusto giocarla: per l’Italia».
L’affluenza e i flussi del voto
L’affluenza è stata particolarmente elevata: a
scrutinio praticamente concluso, quella delle
23 è risultata del 68,40%. Alle 12 si erano recati
alle urne il 20,14%, alle 19 il 57,24 % degli aventi
diritto. Secondo i dati ufficiali forniti nella notte
dal Viminale, il No ha vinto con 19.025.254 voti
(pari al 59,95%), il Sì 12.709.536 voti (pari al
40,05%). I votanti in Italia sono stati 31.997.916
(pari al 68,48% degli aventi diritto). Le schede
bianche sono state 74.120. Le schede nulle
187.778. Le schede contestate e non assegnate
1.228. Per quanto riguarda gli italiani all’estero,
la Farnesina comunica che l’affluenza è stata del
30,89% degli aventi diritto. Con il 74% dei voti
esteri scrutinati, il Sì ha finora ottenuto 517.900
voti (pari al 65,55%), il No ha finora ottenuto
272.244 voti (pari al 34,45%).
Quanto alla distribuzione geografica dei risultati,
la mappa delle regioni italiane evidenzia come
solo in tre su 20 i Sì sono stati maggioritari:
Toscana, Emilia Romagna e Trentino Alto
Adige. Secondo l’elaborazione di Ipr MarketingIstituto Piepoli per Rai, per il Sì avrebbero
votato soprattutto gli elettori più anziani: tra gli
over 54 i sì hanno raggiunto il 51%, mentre si
sono fermati rispettivamente al 37 e al 32% per
le fascie di età 35-54 anni e 18-34 anni. Quanto
all’appartenenza politica, solo gli elettori del Pd
hanno votato in massa per il Sì (il 77%, anche
se questo presuppone un 23%, quasi un quarto,
che ha votato contro l’indicazione del partito),
mentre M5S, Forza Italia e Lega hanno garantito
al No percentuali tra il 79 e l’87%.
Intanto si attendono le eventuali ripercussioni
sui mercati finanziari. La Borsa di Tokyo, tra le
prime ad aprire dopo l’esito del voto, ha chiuso in
flessione dello 0,10%, mentre lo yen si apprezza
nei confronti dell’euro sul mercato delle valute:
l’indice Nikkei fa segnare una perdita dello
0,41,%. Timori invece per la tenuta dell’euro
contro il dollaro e per lo spread tra Btp e Bund
tedesco. “
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CIA, IL RAPPORTO SULLE ELEZIONI IRRITA TRUMP
Il neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump “non
crede” alle conclusioni della Cia secondo cui la Russia
ha cercato di interferire nelle elezioni presidenziali americane. “Penso che sia ridicolo”, ha dichiarato nel corso
di un’intervista a Fox. E inizia uno scontro con l’Agenzia
che potrebbe portare alla sostituzione del suo vertice.
“Qualcuno si sta sbagliando: pericolosamente. La Cia
sostiene che i pirati informatici agli ordini di Vladimir Putin
abbiano interferito nelle elezioni dell’8 novembre per far
vincere Donald Trump.
Il neopresidente liquida come «ridicole» queste conclusioni,
non ascolta i briefing dei servizi segreti e, fatte salve le
sorprese dell’ultima ora, si prepara a nominare come
Segretario di Stato Rex Tillerson, un petroliere premiato da
Putin con «l’Ordine dell’amicizia».
L’Fbi si muove con più cautela e fa sapere in un’audizione
al Congresso che non ci sono prove di azioni ostili da
parte dei russi. Il presidente in carica, Barack Obama,
infine, ordina a James Clapper, direttore della National
Intelligence, che coordina le 17 agenzie dei servizi segreti,
Cia e Fbi compresi, di preparare un rapporto completo
sulle manovre dei russi, da presentare al Paese prima del
20 gennaio, il giorno in cui Trump entrerà alla Casa Bianca.
Basta allineare i fatti per trovarsi di fronte a uno
sconcertante conflitto istituzionale, senza precedenti
nella storia recente degli Stati Uniti. L’inquietudine, il
disorientamento sono profondi, come dimostrano le
dichiarazioni rilasciate dal Senatore repubblicano John
McCain, uno dei politici più indipendenti e quindi più
stimati del Paese. McCain è scettico sui risultati raggiunti
dalla Cia: «Hanno già sbagliato altre volte»; però ritiene
fondamentale andare avanti nell’indagine sui «cyber
attack» riconducibili a Mosca.
PerilmomentoTrumpminimizza,arrivandoadelegittimare
il ruolo della Cia, come nessun altro presidente, neanche
Richard Nixon, aveva fatto. Ecco la sua nota ufficiale: «La
Cia? Sono le stesse persone che dicevano: Saddam Hussein
ha armi di distruzione di massa. Le elezioni sono finite
tempo fa con una nostra grande vittoria». Ma è proprio
questo argomento che sta dividendo persino il partito
repubblicano.
Certo è difficile provare che gli hacker pilotati da
Mosca abbiano sconfitto Hillary Clinton. La stessa Casa
Bianca il 3 dicembre scorso precisava: «I risultati delle
elezioni riflettono accuratamente la volontà del popolo
americano». Come dire: non ci sono stati trucchi né brogli.
Per altro il riconteggio dei voti non sembra dimostrare
il contrario. Complicato anche stabilire se e come siano
state condizionate le percentuali uscite dalle urne. Le mail
rubate dai pirati informatici rivelavano le trame dello staff
di Hillary Clinton per sabotare la campagna di Bernie
Sanders. Ebbene Hillary ha perso nel Nord industriale del
Paese, ma ha vinto largamente, per esempio, nel Vermont
di Bernie.
In realtà il problema ora oltrepassa l’esito della corsa alla
Casa Bianca. La Cia sta avvisando il nuovo presidente
che dovrà fronteggiare un’offensiva strutturata,
permanente. Ammesso che questa volta le contromisure
abbiano davvero resistito, non significa che la minaccia
sia rientrata. A settembre lo stesso Clapper, prossimo a
lasciare la National Intelligence, si riferiva anche ai russi
quando osservava: «Siamo in presenza dell’insieme più
complicato di minacce globali che io abbia mai visto in
53 anni di servizio». I servizi segreti stanno indagando
sulle operazioni russe in Siria, in Ucraina e nell’Europa
orientale, sui collegamenti con l’Iran. La partita, adesso,
tocca gli equilibri internazionali. Quali sono le intenzioni di
Putin? Come devono reagire gli Stati Uniti? Queste sono le
domande poste da McCain e da altri Senatori repubblicani,
come Lindsay Graham o Bob Corker. Trump, però,
sembra voler chiudere il caso semplicemente spianando la
Cia, con la nomina di un nuovo capo, Mike Pompeo. Ma
non basterà.”
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TRUMP NOMINA IL CEO DELLA EXXON
– G R A N A M I C O D I P U T I N – S E G R E TA R I O D I S TAT O
Ieri Donald Trump ha scelto come segretario di stato Rex Tillerson, amministratore delegato di Exxon
Mobil. E’ a Tillerson che spetta un compito chiave nella mission trumpiana: tagliare i ponti con la
politica estera del passato. Il presidente eletto tira
dritto nonostante le critiche del partito. Ma i senatori repubblicani annunciano battaglia per bloccare
l’incarico.
“ Il presidente eletto degli Stati Uniti Donald
Trump ha nominato il Ceo del colosso petrolifero
ExxonMobil, Rex Tillerson, suo segretario di Stato.
La nomina a capo della diplomazia americana del
manager 64enne, che ha stretti rapporti con la Russia
e con lo stesso presidente Vladimir Putin, ha suscitato
molte critiche, anche in campo repubblicano e la sua
conferma rischia di incontrare problemi al Congresso.
Trump: “Tillerson esperto nel trattare con ogni
tipo governo” – “La cosa che mi piace di più di Rex
Tillerson è che ha una vasta esperienza nel trattare
con successo con ogni tipo di governo straniero”,
ha twittato Trump, affermando di aver scelto come
segretario di Stato “uno dei veri grandi business
leader del mondo”.
Tillerson: “Onorato dalla nomina” – “Sono onorato
dalla nomina del presidente eletto Trump e condivido
la sua visione per ristabilire la credibilità delle
relazioni estere degli Stati Uniti e per far progredire
la sicurezza nazionale del nostro Paese”, ha affermato
Tillerson. “Dobbiamo concentrarci sul rafforzamento
delle nostre alleanze, perseguendo interessi nazionali
condivisi e potenziando la forza, sicurezza e sovranità
degli Stati Uniti”, ha aggiunto.
L’ex governatore del Texas sarà segretario all’Energia
– Scelto da Trump anche il nuovo segretario
all’Energia: sarà l’ex governatore del Texas (dal 2000
al 2015), veterano dell’Aviazione americana ed ex
candidato alla Casa Bianca, Rick Perry, secondo
alcuni media locali come Nbc e Cbs. Perry, 66 anni,
ha corso alle ultime primarie repubblicane contro
Trump e aveva definito l’attuale presidente eletto un
“cancro per il conservatorismo”. Dopo essersi ritirato
dalla corsa presidenziale per le scarse prospettive di
vittoria date dai sondaggi, Perry aveva offerto il suo
appoggio al senatore Ted Cruz, ma alla fine, quando
la vittoria di Trump si è resa inevitabile, ha deciso di
salire sul carro del magnate newyorkese.
Putin pronto a incontrare Trump – Vladimir Putin
dice intanto di essere pronto in qualsiasi momento a
incontrare Donald Trump. In un’intervista al canale tv
Nippon e al giornale giapponese Yomiuri Shimbun,
pubblicata anche sul sito ufficiale del Cremlino, il
presidente dichiara: “Per quanto riguarda gli incontri,
mi pare che bisogna dare al presidente eletto americano
almeno la possibilità di formare l’amministrazione, di
entrare in carica, e poi ne parleremo”.
“Il presidente eletto americano – continua – si è
detto pubblicamente a favore della normalizzazione
dei rapporti russo-americani. Non possiamo non
sostenerlo. Noi naturalmente siamo a favore di
questo e, come ho già detto pubblicamente, capiamo
che sarà un compito difficile tenendo conto del livello
di degrado in cui si trovano adesso i rapporti russoamericani, ma noi siamo pronti a fare la nostra parte
del percorso”. Il leader del Cremlino ha però aggiunto
che “bisogna capire come” Trump intenda “realizzare
la sua tesi” di “fare gli Usa di nuovo grandi. Speriamo
che non ci siano problemi per lo sviluppo della nostra
cooperazione”.
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QUALITÀ DELLA VITA, È AOSTA SUL GRADINO PIÙ ALTO
Aosta sale sul gradino più alto della classifica sulla qualità della vita del Sole24Ore;
classifica che per l’edizione 2016 ha portato i parametri di riferimento da 36 a 42.
Seguono come al solito i capoluoghi Milano e Trento, Belluno balza dal 17° al quarto. Ultimo comune della classifica Vibo
Valentia. Restano quindi i divari tra nord
e sud, ma anche quello tra le province di
maggiori dimensioni,frenate da sicurezza e
ambiente, e le realtà medio-piccole in evidenza per modelli di vivibilità.
“E’ Aosta a salire sul gradino più alto
nell’edizione 2016 della Qualità della vita, la
ricerca del Sole 24 Ore che mette a confronto
le province italiane su un’ampia serie di
indicatori (aggiornati in gran parte al 2015
e in qualche caso a ottobre 2016) articolati
in sei settori d’indagine. All’ultimo posto
sempre una realtà del Mezzogiorno, Vibo
Valentia.
Molte le novità di quest’anno, volte a rendere
più completo il check della vivibilità sul
territorio, con una maggiore attenzione
alle esigenze e ai problemi più attuali della
collettività: il valore della casa, il lavoro
per i giovani, la capacità di innovare,
l’integrazione degli stranieri, l’offerta di
welfare, la partecipazione civile. Le sei aree
hanno così acquisito una denominazione
più inclusiva e i parametri da 36 sono saliti
a 42. Nonostante questa “ristrutturazione”
– che un po’ distorce il confronto con i
risultati della scorsa edizione – non cambia
molto la fotografia che emerge dalla pagella
finale: il divario tra Nord e Sud, le province
di maggiori dimensioni frenate dai nodi
sicurezza e ambiente nel loro slancio in
avanti, le realtà medie o piccole – spesso
beneficiate dall’autonomia – in evidenza
come modelli di vivibilità.
Così Aosta per la terza volta in 27 anni di
indagine (le precedenti nel 1993 e nel 2008)
svetta come la “migliore”, forte soprattutto
delle performance nei capitoli relativi
all’economia, alla demografia e all’ordine
pubblico. Tris, negativo, anche per Vibo
Valentia (ultima già nel 1997 e nel 2005).
Basta qualche esempio per dare conto della
distanza non solo geografica tra le due
realtà: il valore del patrimonio immobiliare
residenziale supera ad Aosta i 100mila euro
pro capite, il triplo rispetto a quello di
Vibo; la disoccupazione giovanile è al 32%
sotto il Monte Bianco e quasi il doppio nella
provincia calabrese; il 9% degli stranieri
residenti ha acquisito la cittadinanza nel 2015
ad Aosta, meno dell’1% a Vibo; nel territorio
in testa per Qualità della vita si contano
sette rapine ogni 100mila abitanti, e per il
fanalino di coda si arriva a 44. Al contrario,
la provincia alpina, in cui è la Regione a
garantire gran parte dei posti, non rifulge
nel capitolo Affari, lavoro e innovazione
(è 70ª), in particolare nell’impiego dei
risparmi e nei brevetti; a consolazione
della provincia calabrese, vanno invece
segnalati i piazzamenti soddisfacenti per
quanto riguarda gli affitti accessibili, lo
scarso numero di protesti, il basso indice
di separazioni e le rare denunce di scippi e
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Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo, le
lombarde Pavia e Lodi, la piemontese Asti);
invece le meridionali con il posizionamento
migliore sono Oristano (55° posto), forte
nei settori demografia e sicurezza, e altre
realtà della Sardegna come Cagliari e Olbia
Tempio.
borseggi.
Qualità della vita 2016, Italia ancora a due
velocità
Sul podio si confermano Milano e Trento,
mentre l’altra frequente protagonista della
ricerca, Bolzano, ottiene un onorevole
settimo posto. In fondo si affollano
province della Calabria, della Campania
e della Puglia. Per uscire dal gruppo del
Sud bisogna risalire alle posizioni tra il
70° e l’80° posto (dove si trovano le laziali
Il gruppo delle province di maggiori
dimensioni come nella scorsa edizione è
guidato da Milano, che ancora una volta sfiora
il primato grazie alle ottime performance
nei settori economici, occupazionali, dei
servizi e del tempo libero, ma è appesantita
dai dati sui reati, seppure in calo (si veda
«Il Sole 24 Ore» dello scorso 3 ottobre).
Quanto alle altre province oltre il milione
di abitanti bene fanno anche Firenze e
Bologna (entrambe nella top ten), Roma (
13° posto, spinta dal valore del patrimonio
immobiliare e dai flussi turistici legati al
Giubileo) e Torino (35ª). Tutte nella parte
finale della vivibilità le grandi del Sud: Bari
(85° posto), Catania (94°), Palermo (99°) e
Napoli (107°). “
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RAPPORTO UE:
“467MILA MORTI PREMATURE ALL’ANNO IN EUROPA PER LO SMOG”
L’INQUINAMENTO atmosferico ha un forte impatto sulla salute dei cittadini europei, in particolare di quelli che vivono nelle aree urbane. Anche ora
che la qualità dell’aria sta lentamente migliorando,
lo smog resta il più grande pericolo per tutti, con una
conseguente minore qualità della vita a causa di malattie e una stima di 467mila morti premature ogni
anno, come quelle attribuibili a questo fattore nel
2013. Sono questi i primi dati del Rapporto “Qualità dell’aria in Europa 2016”, pubblicato stamattina
dall’Agenzia europea per l’ambiente. Una prima risposta all’allarme lanciato dall’organismo Ue arriva
proprio dal Parlamento europeo che, in seduta plenaria, ha approvato una direttiva per imporre limiti
più bassi ai principali inquinanti con l’obiettivo di
abbassarne entro il 2030 la quantità nell’atmosfera
sotto i livelli del 2005. Le particelle incriminate vanno dal biossido di zolfo, causa delle piogge acide,
al particolato che può causare malattie respiratorie
e cardiovascolari.
Sono infatti soprattutto le polveri ultrasottili a
provocare danni alla salute e sono queste le responsabili
delle centinaia di migliaia di morti premature stimate
in 41 Paesi europei. Se si considera il territorio dell’Ue,
sono 430mila i decessi prematuri stimati a causa delle
pm2,5, le polveri ultrasottili. Ma a colpire l’organismo
sono anche l’esposizione al diossido di azoto (NO2)
e all’ozono, che secondo l’Agenzia Europea per
l’ambiente sono responsabili, rispettivamente, della
morte prematura di 71mila e 17mila persone. Questo
tipo di inquinamento causa o peggiora problemi
respiratori, malattie cardiovascolari, cancro e portano
ad aspettative di vita più brevi. Non solo. L’ozono,
a livello di troposfera, è anche ritenuto responsabile
della bassa resa delle colture.
IL RAPPORTO
Il report dell’agenzia europea, che si riferisce al
periodo 2000-2014, utilizza i monitoraggi di oltre
400 città. Nonostante i miglioramenti, circa l’85%
degli abitanti delle città dell’Ue nel 2014 sono stati
esposti a inquinamento da particolato a livelli ritenuti
dannosi per la salute dall’Organizzazione mondiale
della sanità (Oms). I rapporto definisce questo tipo
di inquinamento come una miscela di minuscole
particelle e goccioline liquide composte da diversi
elementi tra cui acidi, metalli, particelle di suolo o
polvere. Fonte principale è la combustione di carbone
e biomassa da parte di industrie, centrali elettriche e
famiglie. Altre fonti di inquinamento sono i trasporti,
l’agricoltura e l’incenerimento dei rifiuti.
“La riduzione delle emissioni hanno portato a
miglioramenti nella qualità dell’aria in Europa, ma non
abbastanza per evitare danni inaccettabili alla salute
umana e all’ambiente”, ha detto il direttore esecutivo
dell’Agenzia, Hans Bruyninckx, commentato il
rapporto. “Abbiamo bisogno di affrontare la cause
dell’inquinamento dell’aria, il che richiede una
trasformazione radicale e innovativa della nostra
mobilità, dell’energia e del sistema alimentare.
Questo processo di cambiamento – ha aggiunto –
richiede un’azione da parte di tutti, tra cui le autorità
pubbliche, le imprese, i cittadini e la comunità della
ricerca”.
L’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) è un
organismo dell’Unione Europeache si dedica alla
fondazione di una rete per monitorare le condizioni
dell’ambiente nel Vecchio continente. Istituita nel
1990, è operativa dal 1994 e ha sede a Copenaghen,
in Danimarca. Ne fanno parte i rappresentanti dei
governi degli Stati membri, un rappresentante della
Commissione europea e due scienziati designati
dal Parlamento europeo. Si avvale inoltre della
consulenza di un board di scienziati.
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LE STRATEGIE DI BERLUSCONI E BOLLORÉ. E MEDIASET VA IN RIALZO
Guerra ancora aperta sulle televisioni di Cologno.
Guerra che va avanti già da un po’ tra la Fininvest
di Berlusconi e la Vivendi del finanziere Bolloré.
Quest’ultimo ha fatto suo il 12% di Mediaset e, nel
contempo, una parte della famiglia Berlusconi si
sente minacciata (Marina, Piersilvio e il padre non
vogliono mollare l’impero dei media).
Intanto ieri la Borsa ha visto un vertiginoso +31,8%
di rialzo per i titoli.
MILANO – Mediaset apre ancora in rialzo a Piazza
Affari, dopo la cavalacata della vigilia che l’ha
portata a guadagnare un terzo del suo valore (il
titolo). Ad accendere gli acquisti sul Biscione è
l’ormai conclamata battaglia tra la Fininvest di casa
Berlusconi e il finanziere bretone Vincent Bolloré, che
con un blitz si è portato oltre il 12% delle televisioni
attraverso il suo colosso Vivendi.
Dopo mesi di stallo per la lite italo-francese sul
destino di Premium – che Vivendi si era in un primo
momento impegnata ad acquistare, salvo poi fare
retromarcia con tanto di strascichi a carte bollate – la
partita ha accelerato nel giro di poche ore. Lunedì i
francesi sono usciti allo scoperto, dichiarando il 3,01%
di Mediaset e l’intenzione di salire in fretta verso
il 20%. Mediaset e Fininvest hanno subito bollato
l’operazione come una “scalata ostile”, facilitata dal
fatto che il contenzioso aperto proprio con Vivendi
ha depresso il titolo di Piazza Affari negli ultimi
mesi. La Borsa si è infiammata e martedì la giornata
del Biscione si è chiusa con un vertiginoso +31,8%,
che tra l’altro ha fruttato una lauta rivalutazione
del patrimonio anche alla Fininvest, che in questo
momento si sente “minacciata” da Bolloré.
Nella serata di martedì, Vivendi ha annunciato – come
molti si aspettavano – che la sua quota era ancora
più consistente: oltre il 12%, e per gli osservatori
entro Natale si arriverà al 20% già dichiarato come
traguardo auspicato da Bolloré. Fininvest non è
rimasta a guardare e ha rastrellato altri titoli e diritti
di voto, arrivando a un passo dal 40% che rappresenta
il limite oltre il quale dovrebbe lanciare un’offerta su
tutta la società. E’ per altro passata anche all’azione
legale, denunciando l’operato del finanziere bretone
alla Procura di Milano.
Mentre la Borsa fa il suo corso, si cerca di delineare
quali possano essere le strategie sui due fronti
della partita. Come ricostruisce Repubblica in
edicola, in casa Berlusconi si sta decidendo la
posizione da tenere: da una parte difendere le
televisioni a ogni costo (e quindi metter mano alla
cassa di Fininvest, magari anche usando i proventi
della cessione del Milan) o piuttosto cercare di
venire a miti consigli con Bolloré per sviluppare
un progetto industriale che potrebbe in futuro
coinvolgere anche Telecom, dove la stessa Vivendi
è socio di riferimento. Per l’ex premier la questione
è anche “familiare”, con i figli che l’approcciano
da punti di vista differenti: Marina, Piersilvio e il
padre non vogliono mollare l’impero dei media,
e devono ricompattare anche Barbara, Eleonora e
Luigi. Su sponda francese, invece, il dubbio è se
Bolloré sia intervenuto nell’ennesima campagna
italiana (è anche azionista di Mediobanca) in
veste di industriale o di finanziere, interessato
cioè soltanto a sfruttare l’investimento per un
puro ritorno economico. In ogni caso, una volta
posizionate le pedine sullo scacchiere di Borsa, si
prospetta una guerra lunga.
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MONTEPASCHI, SI ATTENDE LA FORMAZIONE DEL NUOVO GOVERNO
Il cosiddetto “burden sharing” si concretizzerebbe nell’acquisto da parte del Tesoro di tutti i bond subordinati. La banca nel
frattempo ha pubblicato un’errata corrige
sull’esito dell’opa su 11 bond. Oggi incontro
informale del Supervisory Board a Francoforte e cda a Milano
Mps ha rifatto i conti ieri sull’esito dell’opa
lanciata su 11 bond subordinati per un
controvalore nominale complessivo di 4,3
miliardi di euro. E ha scoperto che le adesioni
sono leggermente superiori. Nello specifico si
tratta di 1.028.911.232 euro e non 1.028.811.231
euro come invece comunicato in precedenza.
Queste obbligazioni subordinate saranno
convertite
in
capitale
nell’ambito
dell’operazione di aumento da 5 miliardi di
euro a patto che avvengano due condizioni:
si trovino soci che aderiscano all’aumento e
venga ceduto l’intero pacchetto di npl per 27
miliardi di euro.
Intanto ieri l’ad di Mps
Marco Morelli,
nel lungo incontro in Bce, al quale avrebbe
partecipato il presidente del Consiglio di
Vigilanza Danièle Nouy, avrebbe ottenuto da
Francoforte un mese di tempo in più oltre il
31 dicembre per attendere la formazione del
nuovo governo in Italia e poter delineare un
piano di salvataggio per la banca.
Oggi pomeriggio dovrebbe riunirsi a
Francoforte il pre consiglio del Supervisory
Board (domani il meeting) che dovrebbe
discutere, stando a indiscrezioni di stampa (Il
Messaggero), non solo del futuro della banca
senese ma anche delle good bank italiane e
della trattativa in corso di Ubi per rilevarle.
Attesi all’incontro anche il vicedirettore
generale di Bankitalia Fabio Panetta e Carmelo
Barbagallo, responsabile della Vigilanza.
Intanto il Tesoro non sta a guardare. Secondo
quanto scrive oggi MF-Milano Finanza in
edicola, è in preparazione un piano B da
presentare entro il fine settimana che prevede
di far scattare l’opzione del burden sharing
come già accaduto in Italia alle 4 bad bank. E’
una forma di aiuto di Stato che non fa scattare
il bail-in ed è disciplinata dalla direttiva Brrd
sulla risoluzione delle banche. Per applicare
l’articolo 32 occorre che un istituto sia bocciato
agli stress test, come nel caso di Siena che
lo scorso luglio, nello scenario avverso, ha
accusato un Cet1 negativo del 2,23%.
Secondo MF, il Tesoro, che oggi detiene il
4% di Mps, comprerebbe tutti i bond junior
della banca per trasformarli in azioni.
L’operazione dovrebbe coinvolgere sia gli
investitori istituzionali, sia il retail, anche se
per i risparmiatori pare siano previste forme
di ristoro attraverso specifici strumenti
finanziari. I contatti con il governo per lo
scudo statale su Mps sono giunti intanto dal
vicepresidente della Commissione Ue Valdis
Dombrovskis.
Oggi l’ad Morelli dovrebbe aggiornare il
board in una riunione che prenderà il via nel
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primo pomeriggio a Milano. Il sostegno del
fondo del Qatar alla ricapitalizzazione resta
per ora sullo sfondo, assieme all’underwriting
delle otto banche guidate da JP Morgan e
Mediobanca che costituiscono il consorzio
per l’aumento.
febbraio 2017
27
sull’ammontare aggregato in termini di
valore nominale in circolazione a seguito
delle offerte Lme sono pari a 1.964.111.663
euro e non 1.964.713.163 euro.
LE DIFFERENZE NEI CALCOLI. Per il
titolo €500.000.000 Subordinated Floating
Rate Notes due 2017 emesso da Mps, i dati
complessivi relativi all’ammontare aggregato
in termini di valore nominale in circolazione
a seguito delle offerte Lme sono pari a
342.693.000 euro e non 342.793.000 euro, come
comunicato ieri.
Le adesioni complessive all’offerta e
all’offerta istituzionale Lme sono pari
1.028.841.000 euro i non 1.028.741.000 euro,
le adesioni complessive all’offerta pubblica
di acquisto volontaria sono pari a 229.672.000
e non 229.572.000 euro. Quindi l’aumento di
capitale Lme è di 1.028.911.232 euro e non
1.028.811.231 euro, incluso il corrispettivo
dovuto per i titoli conferiti nell’ambito
dell’offerta istituzionale Lme.
Nel caso del titolo €2.160.558.000 Tasso
Variabile Subordinated Upper Tier II 2008
–2018 emesso da Mps, i dati complessivi
Il corrispettivo aggregato è di 226.363.049 euro
per i titoli conferiti nell’ambito dell’offerta e
non di 226.263.049 euro.
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TRA PARISI E SALVINI DUELLO A DISTANZA PER LA LEADERSHIP.
BRUNETTA: NON SERVE PAPA STRANIERO
Sfida a distanza tra Matteo Salvini e Stefano Parisi per la leadership nel centrodestra. Il primo ha
dato appuntamento per il 16, 17 e 18 settembre in
provincia di Bergamo per il tradizionale raduno
della Lega Nord. L’ex ad di Fastweb ha annunciato proprio per quei giorni una “Leopolda della
destra moderata” nel capoluogo lombardo. Due
appuntamenti politici nello stesso momento. Ma
soprattutto una richiesta di scelta di campo netta:
o da una parte o dall’altra. In palio c’è la conquista della leadership di centrodestra, mentre sullo
sfondo resta il referendum sulle riforme che potrebbe cambiare il volto alla legislatura. Profonda
la distanza tra i due modelli di centrodestra che i
due politici hanno in mente: da un lato la Pontida
di lotta e protesta contro il governo Renzi; dall’altro la Milano moderata che guarda più al centro
che alla destra, ammiccando al governatore della
Lombardia Roberto Maroni.
leadership evidentemente senza curarsi della base».
Negativo anche il giudizio Altero Matteoli, uno
degli esponenti di spicco della “vecchia guardia
azzurra”, che ha attaccato così Parisi: «Non ho mai
capito che compito abbia. A me pare che finora tutte
le dichiarazioni fatte da lui non abbiano consentito
di ricompattare il centrodestra e di trovare una
linea comune dentro Fi».
Le divisioni nella Lega
Vertici Fi contro «papa straniero»
Chiamato da Silvio Berlusconi a rifondare Forza
Italia, Parisi rischia di spaccare Forza Italia. Il
progetto di Parisi, che si è detto pronto in caso di
primarie a correre per la leadership del centrodestra,
continua infatti a dividere anche gli azzurri. Con i
big del partito che non ne accettano la leadership.
«Parisi è una persona seria. L’esperienza della sua
candidatura a sindaco di Milano è stata bellissima,
ma il centrodestra non aspetta il Papa straniero»,
perché di leadership di Forza Italia «ad oggi esiste
solo quella di Silvio Berlusconi» ha dichiarato oggi
Renato Brunetta, capogruppo di Fi alla Camera, in
un’intervista al Corriere della Sera.
Scettico su Parisi anche il capogruppo di Fi al
Senato Paolo Romani: «Dico solo che il tempo
dell’uomo solo al comando è finito», ha dichiarato.
Stop da Daniela Santanché, per la quale «il
progetto del centrodestra va rilanciato insieme e
soprattutto bisogna anteporre idee e programmi
alle ambizioni di chi, come Parisi, punta alla
Ma la leadership di Parisi rischia di accelerare le
tensioni anche all’interno della Lega. Il modello
“Milano” che ha portato l’ex di Fastweb ad un
passo dalla vittoria alle amministrative meneghine
coinvolge infatti tutte le forze di centrodestra. Anche
il centro di Angelino Alfano e Maurizio Lupi con i
quali Salvini non intende discutere («La Lega Nord
dice no alla creazione di un nuovo centrodestra
allargato anche ad Alfano e Verdini» ha ribadito
oggi su Facebook), ma nei confronti dei quali
Maroni lancia segnali d’apertura, visto che fanno
parte della sua giunta. I due, Salvini e Maroni, sono
divisi anche su altri fronti. Il governatore lombardo,
ad esempio, ha mostrato apprezzamento per il
discorso del presidente della Repubblica Sergio
Mattarella al Meeting di Rimini sui migranti,
definito «innovativo». Mentre il segretario leghista
ha picchiato duro , accusando il capo dello Stato di
essere «complice degli scafisti».
“Il centrodestra non aspetta il Papa straniero, perché
di leadership di Forza Italia ad oggi esiste solo quella di
Silvio Berlusconi”.
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febbraio 2017
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MATTARELLA: L’UE RITROVI LE SUE AMBIZIONI.
NON NASCE DALLE BANCHE, MA DAI POLITICI
Elogia «la virtù della pazienza» in democrazia e lo fa citando il politico italiano che più
la coltivò: Alcide De Gasperi. Pazienza che
non va però tradotta semplicemente con la
capacità di «esser calmi e mantenere i nervi
saldi», quanto di «esercitare la speranza».
Lo spiegò lo stesso statista trentino in un discorso a Bruxelles, nel 1948: «Non abbiamo
il diritto di disperare dell’uomo, né come individuo né come collettività, non abbiamo il
diritto di disperare della storia, perché Dio
lavora non solo nelle coscienze individuali,
ma anche nella vita dei popoli».
Sergio Mattarella sale a Pieve Tesino, il paese della Valsugana dove De Gasperi nacque,
e celebra «la visione e il coraggio» del grande leader cattolico.
Un uomo che, dopo «le ubriacature nazionalistiche della dittatura fascista», seppe
costruire con tenacia «una diversa idea di
Patria», un patriottismo «autentico e sentito, non declamato… veramente europeo».
Una figura che riassumeva in sé anche altre
«virtù politiche specifiche». Cioè un profilo
civico (e morale) che, per molti versi, compone l’autoritratto al quale lui stesso ambisce: «Semplicità di vita, sobrietà nei gesti
e nella parola, tensione morale, capacità di
ascolto».
È un passaggio che, nel gioco dei
rispecchiamenti tra passato e presente tipico
di ogni commemorazione, si può riferire pure
all’oggi.
Sia per la parte nella quale il capo dello
Stato sembra esortare la classe politica a
costumi diversi, dopo una lunga stagione di
esibizionismi volgari, polarizzazioni isteriche
e settarismi feroci del confronto pubblico. Sia
per quel cenno mutuato da De Gasperi alla
«pazienza di fronte alle lentezze dell’uomo»
— concetto molto mattarelliano — e la indica
tra gli aspetti fondamentali per la salute
di una democrazia. Intendiamoci: nessuna
indicazione a rallentare il processo delle
riforme, nessuna interferenza sul referendum
d’autunno.
Piuttosto un allarme sui rischi di certe
teorie diffuse dopo l’ultimo voto inglese e
che mirano a relativizzare lo stesso valore
della sovranità popolare, suggerendo che su
particolari materie e temi (ad esempio quelli
destinate ad avere riflessi economici, come
con la Brexit) il cittadino comune non sa
scegliere.
Per Mattarella, invece, «non abbiamo il diritto
di disperare» dell’individuo in quanto tale o
in quanto collettività.
Ecco il punto politico più attuale della lectio
degasperiana, attuale come la parte dedicata
all’Europa, della quale lo statista (autore 70
anni fa dello storico accordo con Gruber )
resta un vero padre nobile.
«Le sue preoccupazioni restano valide,
particolarmente
riguardo
all’Europa»,
sostiene il presidente.
Lo sapeva pure lui, aggiunge, che l’unità
europea «è sempre un’impresa in salita, dove
alle difficoltà e alle visioni anguste si devono
contrapporre fattori ideali e politici».
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E ai giorni nostri, mentre il vecchio continente
è «in preda a forti tensioni», senza una
memoria delle sue ragioni fondanti non se ne
saprà cogliere il valore.
Perché la sua «matrice umanistica non è solo
di tipo estetico e letterario, ma civile», e
ha «nel cuore un’idea attiva e fattiva del
bene e del progresso economico e sociale».
Per Mattarella, insomma, «sprovvista delle
sue autentiche ambizioni l’Europa non
può esistere». Infatti, sillaba, «non sono
le banche o le transazioni commerciali che
hanno determinato l’Unione Europea, ma
uomini politici e parlamenti lungimiranti;
non sono le crisi finanziarie che potranno
distruggerla, ma soltanto la nostra miopia
nel non riconoscere il bene comune».
Per cui, compito dei politici per il futuro è
«di preveggenza, non di retroguardia, non
di affannosa rincorsa di sfide inattese…
un
compito
d’intelligenza,
non
di
approssimazione o superficialità. In una
parola: un compito ideale».
febbraio 2017
30
E qui Mattarella esplora un risvolto «di
solito eclissato nella pubblicistica» della
biografia politica di De Gasperi.
Fu quando assunse le funzioni di capo
dello Stato, dal 13 alla fine di giugno del
1946.
Erano i giorni successivi al voto tra
monarchia e Repubblica e lo statista della
Valsugana, consapevole delle esitazioni di
Casa Savoia e delle contestazioni di gruppi
monarchici, aveva saputo che il re aveva
pronto un discorso alla nazione tale da
gettare «una luce nefasta sul referendum».
L’Italia era in bilico e a Napoli erano già
avvenuti scontri sanguinosi.
Nella notte fra il 12 e il 13 De Gasperi ruppe
gli indugi e assunse quella difficilissima
responsabilità.
Fu una presidenza brevissima, segnata
da gesti straordinari (come il decreto
sull’amnistia proposta da Togliatti).
Poi, dopo 18 giorni, passò la mano e si poté
davvero dire che la Repubblica era nata.
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febbraio 2017
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TERREMOTO 6.0, PAURA IN CENTRO ITALIA. CI SONO MORTI E FERITI.
AMATRICE, IL SINDACO: «IL PAESE NON C’È PIÙ»
Forte sisma tra Lazio, Marche e Umbria nella notte. Paura, crolli, feriti , vittime, un comune- Amatrice, in provincia di Rieti- e una frazione – Pescara del Tronto nelle Marche- praticamente distrutti,
ridotti a cumuli di macerie. 22le vittime accertate
finora ma è ancora del tutto provvisorio il bilancio della fortissima scossa di terremoto avvertita
distintamente in tre regioni del Centro Italia. Il
sisma, secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica
e Vulcanologia, ha avuto una magnitudo di 6.0 e
una profondità di 4 km ed è stato registrato alle
3.36 con epicentro ad Accumoli, vicino Rieti. A
questa prima scossa ne sono seguite molte altre:
39 in poco più di 3 ore tra Perugia, ancora Rieti,
Norcia (Perugia)e Castelsantangelo sul Nera (Macerata). Il sisma è stato avvertito anche a Bologna,
Roma e Napoli, dove comunque non si sono registrati danni. Altre scosse anche dopo le 6 della
mattina. Sono stati attivati i numeri di emergenza
della Protezione Civile 800840840 e della sala operativa della Protezione Civile Lazio:803555.
Ad Amatrice si scava con le mani
Nella zona di Rieti i più colpiti sono i comuni di
Amatrice e Accumoli, nella Marche situazione
drammatica ad Arquata del Tronto (e nella frazione
di Pescara del Tronto). La situazione più grave ad
Amatrice, dove la via principale è crollata quasi
completamente e le strade di accesso al paese sono
inaccessibili. Inagibile l’ospedale. Sei le vittime
accertate finora ma il sindaco Sergio Pirozzi dice:
«decine di morti, tanti sotto le macerie, stiamo
allestendo un luogo per le salme. Metà paese non
c’è più». Sotto le macerie anche due gemellini di
sei anni: Simone è stato recuperato in gravissime
condizioni. Si cerca il fratellino Andrea. Con loro
ci sarebbero altre quattro persone. Si cercano anche
due ragazze afghane di 26 e 27 anni. Fanno parte
di un gruppo di rifugiati in paese con un progetto
di assistenza. E si scava ancora, con le mani, per
cercare un altro bambino. «Hanno sentito le urla
del bimbo e delle sua mamma» testimoniano alcuni
fotografi sul posto. I primi feriti da Amatrice sono
arrivati a L’Aquila: si tratta di persone trasportate
anche in elicottero con traumi e fratture agli arti.
Altri feriti, di cui due in codice rosso, sono arrivati
in eliambulanza a Roma al S. Andrea e al Gemelli.
Accumoli, il sindaco: «Un dramma, soccorsi in
ritardo»
Persone sotto le macerie anche ad Accumoli (comune
di nemmeno 700 persone suddiviso in 17 piccole
frazioni), dove le vittime sarebbero 6, tra cui due
bambini piccoli, mentre si cercano intere famiglie e
altri bimbi sotto le macerie. «È un disastro, il paese
è semidemolito, siamo senza luce, senza telefoni, in
tanti sono ancora sotto le macerie, non riusciamo a
quantificare quanti siano» il lamento disperato del
sindaco Petrucci che accusa: «Soccorsi in ritardo,
la prima squadra dei vigili del fuoco è arrivata
alle 7 e 40». Danneggiati la caserma e le chiese. La
situazione della viabilità è estremamente difficile: al
km 136 della statale 4, a circa 4 km dal Comune di
Accumoli, il sisma ha provocato un dislivello di circa
15 centimetri su un viadotto. Problema simile su un
altro viadotto, il «Tronto secondo», due chilometri
più avanti
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Pescara del Tronto, nelle Marche: la frazione che
non esiste più
11 le vittime ad Arquata del Tronto, in provincia
di Ascoli, sul lato marchigiano del sisma quasi al
confine con il Lazio. Si tratta di un uomo di 55 anni,
residente nel paese e altri 10 nella piccola frazione di
Pescara del Tronto che secondo i primi soccorritori
«è ridotta a un unico blocco di macerie».
Tra le vittime nella frazione anche due bambini
romani. Tantissimi i dispersi: si calcola siano un
centinaio sui 135 abitanti. A Pescara del Tronto
estratti vivi due fratellini di 4 e 7 anni, ospiti a casa
della nonna che li ha salvati mettendoli sotto il letto.
La donna è ancora sotto le macerie. Si cercano altri
dispersi anche ad Arquata, residenti e persone
ancora intrappolati: decisa l’evacuazione dell’intero
borgo storico. Per i soccorritori è una corsa contro il
tempo.
Due anziani turisti romani sono invece stati salvati
dalle macerie della loro abitazione, crollata.
Crollo sul Gran Sasso
Il forte sisma ha provocato il crollo della parete est
del Corno Piccolo sul Gran Sasso. L’allarme è dato
su Facebook dal Rifugio Franchetti, a 2.433 metri.
«Ore 3.30: anche noi qui al rifugio siamo stati
svegliati da una forte scossa di terremoto, nella
nebbia si è sentito un forte rumore di crollo dalla
parete est del Corno Piccolo: al momento non si
vede di quale entità, ma l’impressione è che sia
venuto giù un bel pezzetto di montagna. L’incubo è
tornato», scrivono dal rifugio.
In azione mezzi speciali partiti da Roma
Per far fronte all’emergenza terremoto è stato
mobilitato anche l’esercito: il 6/o reggimento Genio
di Roma, con mezzi speciali, è partito verso le zone
colpite dal sisma. Squadre della scuola interforze
Nbc di Roma sono a disposizione delle autorità,
insieme ad un ufficiale di collegamento.
Il Dipartimento della Protezione civile è in contatto
con tutti i territori colpiti, come ad Amatrice,
rende noto Palazzo Chigi, con un post su Twitter.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi segue da
Palazzo Chigi gli sviluppi della situazione del forte
sisma, in stretto contatto con la Protezione civile.
febbraio 2017
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Serve sangue: l’appello dell’Avis di Rieti
Intanto viene lanciato l’appello per le donazioni di
sangue. L’Avis provinciale di Rieti lo scrive su twitter
e invita a recarsi presso l’ospedale San Camillo
de Lellis della città.Nel frattempo, dopo i controlli
del caso, sono state riattivate le linee ferroviarie
regionali che erano state interrotte. Facebook ha
attivato il servizio «Safety check», che consente agli
utenti di confermare , in caso di pericolo, il proprio
stato di salute e rassicurare amici e parenti.
Il capo dello Stato rientra a Roma
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è
rientrato a Roma. In contatto fino dalle prime ore del
giorno in stretto contatto con la Protezione Civile,
ha lasciato Palermo per fare ritorno al Quirinale.
La Protezione Civile: «Come a L’Aquila ma scenario
diverso»
Riunito a Roma il comitato operativo della
Protezione Civile. Il responsabile, Fabrizio Curcio,
ha paragonato il sisma a quello de L’Aquila:
«Questo è un terremoto di magnitudo importante,
è un terremoto superficiale che ha provocato uno
scuotimento rilevante. Il valore è paragonabile al
sisma de L’Aquila anche se qui cambia lo scenario
nel senso che L’Aquila era una città capoluogo di
Regione e importante dal punto di vista numerico.
Qui c’è una popolazione più diffusa, quindi
immaginiamo che l’impatto sia meno gravoso in
termini di vite umane. Ma un evento di assoluto
rilievo»
Il sindaco de L’Aquila Cialente: «Tragedia come nel
2009»
«E’ una tragedia come quella che abbiano vissuto
a L’Aquila». Lo ha detto Massimo Cialente sindaco
della città devastata dal sisma del 2009 (magnitudo
di 6.3, prima scossa alle 3.32 e 309 vittime) che
ha raggiunto la cittadina del reatino per dare,
come ha detto, «tutto il nostro aiuto». L’ospedale
San Salvatore, dice Cialente, «e’ gia’ pronto per
la necessaria assistenza ai feriti. A disposizione
degli sfollati 250 alloggi del progetto Case, dopo il
terremoto de L’Aquila.
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febbraio 2017
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PARCO DEL PINETO,
DOMATO L’INCENDIO EVACUATI ABITAZIONI E UN CONVENTO
«Roma brucia»: un tweet – rimbalzato per tutta la giornata sui social – che sa di apocalisse
neroniana.
Dopo l’incendio divampato lunedì nella zona
della Magliana, che ha costretto a interrompere la linea ferroviaria per l’aeroporto tenendo
impegnati i vigili del fuoco fino a notte inoltrata, martedì mattina è stato colpito il Parco
regionale del Pineto.
Le fiamme, sprigionatesi intorno alle 11, sono
state domate soltanto alle 20. Distrutta un’ampia porzione di area boschiva, dalla collina di
Monte Mario alla Pineta Sacchetti. «Un incendio così devastante – il bilancio del Nucleo
volontario emergenza della Protezione civile
– non si vedeva dal lontano 1992».
La situazione ha iniziato a normalizzarsi soltanto in serata, dopo nove ore di super lavoro per i vigili del fuoco e i piloti dei Canadair
impegnati nelle operazioni di spegnimento.
Progressivamente ripristinata la viabilità nelle strade limitrofe all’ampia area interessata
dal rogo, che erano state chiuse nel corso della
giornata.
Raggi: «In contatto costante con la polizia locale»
La sindaca, Virginia Raggi, si è tenuta in contatto costante con la polizia locale per monitorare
la situazione. In particolare, la prima cittadina
ha chiesto di essere aggiornata sulle condizioni
di un gruppo di 94 anziani, ospiti di una casa di
riposo, che per precauzione sono stati fatti allontanare. Il numero due di Palazzo Senatorio,
Daniele Frongia, ha annunciato un sopralluogo
in serata al Parco del Pineto assieme al comandante dei vigili, Diego Porta.
Residenti invitati a rimanere a casa
Una colonna di fumo bianco, visibile da lontano
e così ampia da offuscare in parte anche la vista
della cupola di San Pietro, si è levata in mattinata dalla collina di Monte Mario, a via Damiano
Chiesa (off limits per molte ore) in prossimità
della Pineta Sacchetti. L’ipotesi è che il rogo sia
di origine dolosa. Ai residenti scesi in strada,
spinti dalla curiosità e ansiosi di ricevere notizie, è stato chiesto di rimanere in casa e di mettere stracci bagnati lungo le finestre e le porte:
misura fai-da-te consigliata per bloccare il fumo
ed evitare di respirare esalazioni dannose. Attivato anche un servizio di soccorso per gli animali, considerata l’alta percentuale di randagi
presenti nella zona.
Colpiti tra i 30 ai 50 ettari
Secondo un primo bilancio del Corpo forestale
dello Stato, nel rogo sono andati distrutti tra i
30 e i 50 ettari di terreni incolti, bosco e canneto. Le fiamme hanno lambito anche il Policlinico
Agostino Gemelli. Oltre alla struttura per anziani Roma 3 di via Gioacchino Ventura è stato
evacuato anche un istituto religioso di via Albergotti abitato da 64 suore. Venti degli ospiti
della casa di riposo sono stati accolti proprio al
Gemelli. E due famiglie residenti in alcuni palazzo di via Ettore Stampini, all’Aurelio, sono
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state costrette a lasciare le proprie abitazioni:
le fiamme si erano spinte troppo a ridosso dei
palazzi. Nelle operazioni di spegnimento sono
state impegnate numerose squadre dei vigili del
fuoco, due elicotteri della Protezione civile e un
Canadair.
Coinvolto, tra gli altri, un chinook dell’Esercito
che ha fatto di continuo la spola tra Monte Mario e il fiume Tevere per rifornirsi di acqua. Reclutati altri mezzi aerei per contenere il propagarsi dei roghi, alimentati dal vento di scirocco
che martedì soffiava incessante sulla Capitale.
Via di Valle Aurelia, chiusa nel primo pomeriggio fra via Pantaleone Rapino e via Luigi Arbib
Pascucci, è stata riaperta soltanto in serata.
Roghi e strade chiuse dalla Salaria alla Colombo, a Pietralata
Un altro incendio ha colpito via Salaria, dove
è stata chiusa la rampa per Fidene in direzione centro. Sul posto sono intervenuti i vigili del
fuoco. Circolazione interrotta anche su un tratto laterale di via Cristoforo Colombo, tra via di
Acilia e via Pindaro in direzione di Ostia. Viabilità ridotta, per l’ ennesimo focolaio, a via del
Ponte Pisano: impraticabile il tratto tra via della
Pisana e via Portuense.
Nello stillicidio di roghi divampati da un punto
all’altro della città è rimasto coinvolto anche un
segmento di via di Pietralata, fra via Flora e via
dei Durantini, bloccato in entrambe le direzioni
e ripristinato soltanto a fine giornata. A fuoco,
tra l’altro, un’ampia zona nel Comune di Focene,
non lontano dall’aeroporto Leonardo Da Vinci:
per fortuna non si sono registrate conseguenze
sull’operatività dei voli. Nel tardo pomeriggio è
andata a fuoco anche la vegetazione della campagna circostante il sito archeologico di Ostia
Antica: l’alta colonna di fumo era visibile da
Fiumicino e dal Lido di Roma.
Fiamme anche intorno a sede Aise
Le fiamme che hanno avvolto la collina di Monte Mario si sono propagate anche nella vicina
struttura di Forte Braschi dove ha sede l’Aise,
l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna. Sul
posto è intervenuto un elicottero dei vigili del
fuoco del reparto Volo Ciampino. Si è temuto
febbraio 2017
34
che l’edificio potesse essere danneggiato, ma il
pericolo è stato scagionato.
Diciotto roghi solo in provincia di Roma
Altre squadre sono entrate in azione per spegnere incendi sull’Aurelia, all’altezza del chilometro 38 e, in provincia di Roma, nei boschi
del Monte Gennaro. E poi ancora a Castelforte e
Borgo Grappa in provincia di Latina e a Giuliano di Roma in provincia di Frosinone.
Per la Regione Lazio si è creata una «situazione
critica a causa dei numerosi incendi divampati tra boschivi, sterpaglie e interfaccia (ai limiti
delle fasce urbane) a Roma e nel Lazio.
La Sala operativa unificata permanente coordinata dalla Regione Lazio, dove erano presenti
anche vigili del fuoco, Corpo forestale dello Stato e Protezione Civile di Roma Capitale, ha reso
noto che «nel Lazio si sono verificati ben 40 incendi» (13 solo a Roma): una giornata che tutte
le forze in campo non hanno esitato a definire
«drammatica».
Fiamme vicino al Parco Leonardo
Nella tarda mattinata un incendio si è sviluppato anche all’altezza del centro commerciale Parco Leonardo.
A causa delle fiamme è stato necessario chiudere un tratto della Roma-Fiumicino tra l’aeroporto e il bivio del Grande raccordo anulare, dove
una colonna di fumo ha invaso l’autostrada limitando la visibilità. Intorno alle 14 la viabilità
è stata ripristinata, ma con carreggiata ridotta
tra il Gra e l’aeroporto di Fiumicino.
Ripristinata la linea ferroviaria tra Maccarese
e Cerveteri
Disagi anche su alcune linee ferroviarie regionali. «È ripresa alle 15.05 la circolazione fra Maccarese-Fregene e Ladispoli-Cerveteri (linea Roma
– Grosseto) – così l’aggiornamento pubblicato
sul sito Fsnews – sospesa dalle 12.55 per un incendio nei pressi dei binari. I treni hanno subìto
ritardi fino a 110 minuti, mentre alcuni convogli sono stati cancellati o limitati nel percorso di
viaggio e sostituiti con autobus».
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febbraio 2017
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RAFFICA DI ATTENTATI IN THAILANDIA, ALMENO 4 MORTI:
TRA I FERITI ANCHE 2 ITALIANI
Almeno quattro persone sono morte e una
quarantina sono rimaste ferite, tra cui due
italiani, in Thailandia in una decina di
esplosioni che hanno colpito cinque località
costiere nel sud del Paese, tra cui le mete turistiche di Hua Hin e Phuket.
Gli attacchi, che non sono stati rivendicati,
appaiono chiaramente coordinati. Le autorità
di Bangkok hanno escluso l’ipotesi terroristica, preferendo parlare di “sabotaggio locale”.
Bombe al resort, feriti 2 italiani – L’attacco
più grave è avvenuto giovedì sera in un resort
di Hua Hin, 200 chilometri a sud di Bangkok.
In una via adiacente a un popolare mercatino
turistico, due ordigni sono esplosi a venti
minuti di distanza, causando un morto e
oltre 20 feriti tra cui due italiani. Uno di essi
è stato dimesso dopo le prime cure, mentre
il secondo – il 51enne Andrea Tazzioli, di
Genova – è stato operato alla spalla per
rimuovere una scheggia.
“Ero a due metri dalla bomba, sono stato
fortunato”, ha raccontato. Fortunatamente
solo lievi ferite per l’altro italiano coinvolto,
il 21enne Lorenzo Minuti, subito dimesso
dall’ospedale.
Nuove esplosioni e altre vittime – E’ nella
mattina di venerdì che la strategia coordinata
degli attacchi è diventata evidente.
Di nuovo a Hua Hin, altri due ordigni vicino
alla torre dell’orologio hanno causato un
morto.
Un’altra vittima thailandese si è registrata a
Surat Thani, più a sud, dopo una cerimonia
per il compleanno della regina thailandese
Sirikit. E poi a Phuket, nella turistica zona
di Patong, un ordigno minore è esploso
causando un ferito, e altre bombe minori sono
state identificate e disinnescate dalla polizia.
Alla luce di questa serie di attacchi, va
contata tra gli attentati anche l’esplosione di
giovedì pomeriggio in un mercato a Trang,
nell’estremo sud, che ha causato un altro
morto. Sia a Hua Hin sia a Phuket, le autorità
hanno invitato i turisti a evitare le zone
affollate.
Dubbi sulla matrice degli attacchi – Ancora
da chiarire la matrice degli attacchi. Un
movimento separatista islamico è presente
da oltre un decennio nell’estremo sud ed è
responsabile di una guerriglia costata oltre
6mila morti ma finora ha sempre colpito nelle
quattro province dove è attivo e non ha mai
mostrato nessun legame con il terrorismo
islamico globale o con l’Isis.
E’ possibile anche un movente politico, dopo
l’approvazione della nuova Costituzione
nel controverso referendum di domenica.
Lo stesso premier Prayuth Chan-ocha
ha indirettamente puntato il dito contro
l’opposizione.
Il fatto che venerdì sia l’84esimo compleanno
della regina, e che i militari ora al potere
siano i più strenui difensori della monarchia,
rafforza l’ipotesi di attacchi simbolici per
lanciare messaggi.
Nell’attesa di fare chiarezza, la Thailandia è
in stato di allerta.
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NIGERIA, L’ESERCITO:
“FERITO GRAVEMENTE IL LEADER DI BOKO HARAM”
ABUJA – Sarebbe stato ferito gravemente
alla spalla durante un raid aereo Abubakar
Shekau, leader dell’organizzazione integralista islamica Boko Haram. Lo dichiara l’esercito nigeriano su Twitter: il capo dei terroristi islamici sarebbe rimasto ferito durante un
attacco in cui sono stati uccisi altri comandanti del gruppo.
La notizia non può ancora essere verificata
in modo indipendente, dice l’International
Business Time, ma il portavoce dell’esercito,
il colonnello Sani Usman ha dichiarato che
il nome del leader non figura tra i terroristi
morti.
Inizialmente i media avevano dato Shekau
per morto, come già successo in passato in
diverse occasioni, interpretando male le
parole dell’esercito: non si parlava infatti di
ferite fatali ma di ferite gravi. L’annuncio
arriva il giorno dopo la notizia dell’uccisione
di 300 membri del gruppo, diffusa
dall’aeronautica nigeriana a seguito di una
serie di bombardamenti effettuati durante la
preghiera del venerdì nella zona del villaggio
di Taye e in quella di Gombale, nella foresta
di Sambisa nello stato del Borno.
Il 4 agosto Shekau aveva dichiarato in un
messaggio audio di essere ancora il leader di
Boko Haram, nonostante lo Stato Islamico lo
avesse “ingannato” nominandone un altro il
giorno precedente: Abu Musab al-Barnawi,
già portavoce del gruppo. Questo aveva
portato a galla la spaccatura all’interno del
gruppo, nata dal mancato rispetto del leader
nigeriano di alcune direttive dell’Is dopo
l’adesione nel marzo 2015 come ad esempio
l’utilizzo di bambini come kamikaze.
Shekau è alla guida del gruppo armato
in Nigeria dal 2009, responsabile dunque
dell’ondata di violenze che ha causato circa
20 mila morti e 2,6 milioni di sfollati in tutta
la regione.
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ISIS, OLTRE 300MILA BIMBI INDOTTRINATI OGNI ANNO
Il bimbo kamikaze con la maglia di Messi fermato a Kirkuk, nel Kurdistan iracheno, prima
che riuscisse a farsi esplodere, è solo l’ultimo di
una lunga serie di minori utilizzati dalla macchina del terrore dell’Isis e soprattutto di Boko
Haram, che per l’Unicef utilizzerebbe bambini
in almeno un attentato su cinque. L’anno scorso
un rapporto riferiva di oltre 300mila bambini al
di sotto dei 14 anni indottrinati e utilizzati dai
terroristi. Solo in Siria e in Iraq si contano, dalla seconda metà del 2014, ben 89 attacchi compiuti da baby kamikaze e moltissimi sono i casi
di bambini-soldato.
Dalle cinque ragazze kamikaze della Nigeria al
suicida di sabato scorso a Gaziantep, in Turchia,
ecco i principali casi che hanno sconvolto
l’opinione pubblica internazionale: 2015 Gennaio
– Abu al-Hassan al-Shami, 14enne combattente
siriano si fa esplodere nella provincia irachena
di Salahuddin. Il 15 marzo Ryan, francese di
12 anni in tuta mimetica, spara a un ostaggio
dell’Isis. La foto che lo immortala fa il giro del
mondo e lui viene riconosciuto dai compagni
di scuola di Tolosa. Il 1 ottobre cinque bambine
kamikaze firmano l’ennesima strage a Maiduguri,
in Nigeria. Sedici persone perdono la vita
nell’esplosione avvenuta vicino una moschea
e altre 39 restano ferite. La più piccola delle
attentatrici ha solo 9 anni. A gennaio un baby
kamikaze di Boko Haram si fa esplodere contro
una moschea a Nguetchewe, nel nord del Paese,
facendo almeno 4 morti e due feriti. Il 4 febbraio
la testata Site mostra il video di un ragazzino di
12 anni sgozza un prigioniero e urla: «America,
questi sono i soldati che pagate». Il 6 giugno Isa
Dare di 4 anni, figlio di un estremista dell’Isis
di Londra, aziona il detonate che farà esplodere
un auto con tre prigionieri. Il 20 agosto un babykamikaze si fa esplodere in un salone durante
un ricevimento di matrimonio a Gaziantep, in
Turchia, non lontano dal confine con la Siria. Il
bilancio è di almeno 54 morti e 66 feriti. Secondo
l’Unicef, inoltre, dall’inizio di quest’anno più di
650 bambini sono stati reclutati da gruppi armati
in Sud Sudan. Da quando ha avuto inizio, nel
dicembre 2013, la crisi del paese si stima che circa
16.000 bambini siano stati «arruolati».
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A VENTOTENE RENZI-MERKEL-HOLLANDE PER RECUPERARE L’EUROPA
E’ il giorno del vertice di Ventotene: Matteo
Renzi, Angela Merkel e Francois Hollande
si incontreranno nel pomeriggio per porre le basi per il rilancio dell’Europa postBrexit. Tre i dossier principali già avviati
nel precedente incontro a Berlino: sicurezza e difesa, crescita e investimenti, giovani.
Ma i tre leader discuteranno anche dei temi
‘caldi’ dell’estate: le relazioni Ue-Turchia,
il rapporto tra migranti e terrorismo, il
fronte libico, la guerra in Siria e, presumibilmente, anche la partita per un piano che,
anche attraverso la concessione di flessibilità sul bilancio, determini un’uscita netta
dall’era dell’austerity.
Renzi in occasione del vertice ricorda che
‘è facile buttare addosso all’Europa tutte le
colpe, le colpe di tutto. Più difficile è cercare
di costruire un’Europa diversa, più attenta
ai valori e meno alla grande finanza. Noi ci
stiamo provando, con tutta l’energia di cui
disponiamo’.
L’Europa dei simboli e di un’identità da
ritrovare, l’Europa della crescita e non
più dell’austerity, l’Europa di una difesa
finalmente comune. Sono diversi, complessi
e tutti da ultimare gli strati che compongono
il vertice di Ventotene.
Matteo Renzi, Angela Merkel e Francois
Hollande si rivedranno, dopo il trilaterale
post-Brexit del 27 giugno, nell’isola simbolo
dell’Europa unita con il chiaro obiettivo
di portare un’Ue fiaccata su più fronti
fuori dallo status quo e provando così ad
impostare quel rilancio che sarà al centro
del vertice a 27 di settembre a Bratislava Per
Renzi, Merkel e Hollande la posta in gioco è
altissima, sia a livello europeo sia a livello
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nazionale: il premier italiano si avvia ad
una nuova partita con Bruxelles sui margini
di flessibilità sul deficit/Pil; Hollande
punta al raddoppio del piano Juncker sugli
investimenti e a rilanciarsi in tempo per le
elezioni del 2017; Merkel deve far fronte alle
esigenze dei Paesi membri dell’Est e alle
spinte populiste interne che la insidiano in
vista del turno elettorale del prossimo anno.
E poi ci sono i temi comuni, quelli già messi
sul tavolo nelle frenetiche ore post-Brexit:
sicurezza e difesa, crescita e investimenti,
lavoro e giovani. Saranno questi i tre binari
sui quali navigherà un vertice che non
potrà non toccare le emergenze dell’estate:
il rapporto tra migrazione e terrorismo, il
fronte libico e quello siriano.
“Gli italiani devono essere orgogliosi che
in un luogo simbolo di un grande ideale
dell’Europa, Merkel e Hollande verranno
per rilanciare dal basso l’Unione europea”,
sottolinea Renzi parlando in serata ai Caffè
della Versiliana e rimarcando come, a partire
dalla questione dei migranti, l’Europa
“abbia tanto bisogno dei valori dell’Italia”.
Per il premier, che oggi può contare sul
rinnovato ruolo chiave dato all’Italia in
campo europeo, gli obiettivi sono diversi.
“Bisogna far ripartire gli investimenti, la
parola austerity in Europa ha creato solo
danni”, è la netta posizione di Renzi. Una
posizione che il premier ribadirà soprattutto
alla Bundeskanzlerin – che rivedrà nel
bilaterale del 31 agosto – per puntare a
ottenere, per il 2017, quella flessibilità sul
bilancio che vede proprio Berlino tra le
cancellerie più scettiche. E Renzi, allo stesso
tempo, chiamerà i suoi interlocutori ad
un’accelerazione sul Migration Compact.
“Il problema dei migranti è europeo, non
italiano”, scandisce il premier mentre il
sottosegretario Sandro Gozi spiega: “prima
l’Europa sui migranti era muta, ora si tratta
di attuare, con coraggio quello che ha detto”.
A Ventotene Renzi potrebbe anche avanzare
la proposta di un piano straordinario della
cultura, svincolato dal patto di stabilità e
legato al piano Juncker, che porti a recuperare
e valorizzare i luoghi simbolo dell’Ue.
Un’iniziativa che – rimarca il ministro della
Cultura Dario Franceschini – “colmerebbe
un vuoto di anni nelle politiche europee”.
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E se la partita per un ministro europeo
delle Finanze (che vede Italia e Francia in
un convinto sostegno) appare difficile e di
lungo periodo, passi avanti si potrebbero
registrare sulla cosiddetta ‘Schengen della
Difesa’: con primi esperimenti di battaglioni
comuni, una più stretta collaborazione tra
le intelligence, la cessione – che ha avuto
già l’ok di Strasburgo – di maggiori poteri
all’Europol. La carne al fuoco, insomma, è
tanta, per un vertice complesso nella sua
stessa organizzazione, che vedrà Renzi
accogliere Merkel e Hollande a Capodichino
alle ore 16, volare con loro in elicottero
a Ventotene per omaggiare la tomba di
Altiero Spinelli e recarsi quindi sulla nave
Garibaldi, flagship dell’operazione Ue
‘Sophia’. Lì terranno una conferenza stampa
davanti ai circa 300 giornalisti italiani e
stranieri accreditati, prima di intrattenersi a
cena. Attorno a loro, quel Mediterraneo che
l’Italia vuole parte integrante dell’agenda e
della rinnovata visione europea.
IL PROGRAMMA
Aeroporto di Capodichino, la tomba di Altiero
Spinelli a Ventotene, la portaerei Garibaldi,
utilizzata ‘flagship’ dell’operazione Ue
‘Sophia’contro gli scafisti: saranno queste,
secondo il programma diffuso dal governo
nei giorni scorsi, le tre tappe ‘geografiche’ del
trilaterale del 22 agosto tra il premier Matteo
Renzi, la cancelliera tedesca Angela Merkel
e il presidente francese Francois Hollande. Il
capo del governo italiano accoglierà Angela
Merkel e Francois Hollande, all’aeroporto
di Capodichino a Napoli. L’accoglienza con
gli onori militari è prevista rispettivamente
alle ore 15.50 e 16.00, circa. Renzi, Hollande
e Merkel, a bordo di un elicottero faranno
quindi visita a Ventotene e, in particolare,
renderanno omaggio alla tomba di uno dei
‘padri’ dell’Europa unita, Altero Spinelli,
confinato dal regime fascista sull’isola
pontina. Renzi, Merkel e Hollande terranno
poi alle ore 18.00 una conferenza stampa sulla
Nave Garibaldi della Marina Militare, dove
i giornalisti accreditati all’evento saranno
imbarcati dal porto di Napoli la mattina di
lunedì.
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TURCHIA, FUORI 38MILA DETENUTI: “SERVONO CELLE PER I GOLPISTI”
Via il carcerato, dentro il golpista: è l’ultimo decreto
di Ankara, in una Turchia che fa ancora i conti con
il golpe. E a fare i conti sono anche le prigioni del
paese: trentottomila carcerati verranno rilasciati per
fare spazio ai “golpisti”. Con un decreto, il paese si
prepara a dare il via libera ai detenuti che si sono
distinti per buona condotta e a cui rimangono da
scontare due anni o meno.
Esclusi dal provvedimento i colpevoli di omicidio,
violenza domestica, abusi sessuali o crimini contro
lo Stato. L’annuncio arriva dal ministro della
Giustizia Bekir Bozdag, che conta in questo modo di
liberare circa trentottomila posti nelle carceri. “Non
è un’amnistia”, ha precisato Bozdag: la detenzione
verrà convertita in regime di libertà condizionata.
Un provvedimento che fa fronte a una situazione
esplosiva: dopo il golpe fallito del 15 luglio, sono state
arrestate circa trentacinquemila persone. Già nei mesi
precedenti, sotto la guida di Erdogan, la popolazione
carceraria turca era notevolmente aumentata. Con
la repressione del tentato golpe, oltre ai numeri
degli arresti – più di trentacinquemila persone, tra
le quali anche migliaia di giudici – hanno fatto il
giro del mondo anche le foto dei militari arrestati,
seminudi, legati. O le foto, circolate anche via tweet,
dei giornalisti ammanettati.
Oltre alle epurazioni e alla repressione forzata, la
Turchia fa i conti con la storia recente anche attraverso
la riscrittura dei fatti in salsa pop. E’ un film “contro i
golpisti” quello che vedrà come protagonista l’attore
Necati Sasmaz, considerato il “James Bond di Turchia”.
C’era lui, sul grande schermo, a interpretare l’sagente
segreto Polat Alemdar in “Valle dei lupi”. Ora, la casa
di prodzione Pana Film scalda i motori delle cineprese
per “Valle dei Lupi – il Golpe” e annuncia: “In risposta
alle forti richieste dell’opinione pubblica di fare un
film o una serie tv sul tentato colpo di Stato, abbiamo
deciso di avviare il progetto”. Intanto, i media turchi,
tra cui il quotidiano Hurriyet, sostengono che la casa
di produzione avesse registrato il dominio “Valle dei
Lupi – Colpo di Stato” il 18 maggio, ben due mesi
prima del tentato golpe. Qualcuno sapeva del golpe
in anticipo? La domanda è diventata virale. Su chi
saranno i cattivi del film, invece, la risposta è scontata.
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USA-RUSSIA, SI TRATTA PER PACE IN SIRIA
E MOSCA ANNUNCIA L’ASSE CON TEHERAN
MOSCA Russi ed americani sono alla ricerca di un
accordo sulla Siria. È questa la conclusione che si
desume dalle dichiarazioni del ministro della Difesa federale, Serghej Shojgu, sul tentativo di trovare
una soluzione alla drammatica situazione in cui versa Aleppo.
Come denunciato dalle Nazioni Unite a più riprese,
la metropoli siriana del nord è sull’orlo del collasso
umanitario. La creazione dei corridoi, organizzati per
alcune ore al giorno dai governativi per far defluire la
popolazione in fuga, non ha avuto finora il successo
sperato. Mancano elettricità e acqua in numerosi
quartieri della città e circa 700mila persone sono in
pratica prigioniere dei combattimenti. Ad Aleppo,
ha osservato Peter Maurer presidente della Croce
Rossa internazionale, si sta combattendo «uno dei
più devastanti conflitti urbani dei tempi moderni.
Nessuno è al sicuro».
I CONTATTI
Russi ed americani hanno coscienza della tragedia
in corso. «Passo dopo passo ci stiamo avvicinando
ad un’intesa ha dichiarato il ministro federale -.
Mi riferisco esclusivamente ad Aleppo. Questa
intesa ci permetterebbe di trovare terreno comune
e incominciare a combattere insieme per portate la
pace in quelle terre, in modo da far tornare a casa
quella gente». Le trattative, stando a Serghej Shojgu,
sarebbero «in una fase molto attiva».
Ambienti diplomatici statunitensi hanno, però,
smorzato l’ottimismo del ministro russo, sostenendo
che l’intesa non è vicina. «Non abbiamo nulla da
annunciare in questo momento ha affermato la
portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Elizabeth
Trundeau – ma siamo in stretto contatto» con loro.
Da tempo Mosca e Washington discutono su come
meglio coordinare i propri sforzi in Siria, ma finora
i risultati sono stati modesti. Il punto di divergenza
maggiore riguarda i gruppi da inserire nella lista
nera dei terroristi, quindi da colpire. Le domande
essenzialmente sono due. La prima: quale è la vera
opposizione non radicale al presidente Assad? La
seconda: perché alcuni gruppi presentabili, chiedono
i russi, non si ritirano dalle aree controllate dal Fronte
Al-Nusra? Sul terreno, in pratica, il caos regna sovrano.
Nell’autunno
scorso,
subito
dopo
l’inizio
dell’intervento aereo di Mosca in Siria, i militari russi
ed americani si sono accordati per non pestarsi i piedi
vicendevolmente. Quando forze così consistenti
operano tanto vicine si rischia sempre l’incidente.
Così sono stati definiti i corridoi aerei da utilizzare
ed il modo per farsi riconoscere. Ed infatti, subito
dopo l’abbattimento del jet federale da parte dell’F16
turco, avvenuto il 24 novembre scorso, Mosca aveva
immediatamente alzato la voce contro Ankara,
intimandole di non provarci nemmeno con la tesi
dell’incidente casuale.
L’IDEA DI TRUMP
La possibile intesa per Aleppo significa che forse
si potrebbero poi realizzare i piani di pacificazione
con la divisione della Siria in una zona sciita (sotto il
controllo di Assad, russi ed iraniani) ed in una sunnita
(nelle mani dell’opposizione). Insomma la soluzione
della tragedia umanitaria nel nord porterebbe con sé
un probabile cambiamento politico interno del Paese
arabo e geopolitico del Medio Oriente dopo sei anni
di guerra.
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ARIANNA HUFFINGTON LASCIA LA DIREZIONE DELL’HUFFINGTON POST.
GUIDERÀ UNA START UP CHE SI OCCUPA DI SALUTE E BENESSERE
Arianna Huffington non sarà più il direttore
dell’Huffington Post, il sito da lei co-fondato
nel 2005, diventato uno dei portali d’informazione più letti negli Stati Uniti e presente in altri 13 paesi del mondo. La 66enne opinionista
e scrittrice si dedicherà a tempo pieno alla sua
nuova start up Thrive Global, che si occuperà
di promuovere salute e benessere, un tema che
la sta appassionando molto, “anzi ossessionando”, negli ultimi tempi.
Il suo ultimo libro, “La rivoluzione del sonno”,
cerca infatti di dimostrare come nulla faccia bene
alla salute dell’essere umano come dormire 8 ore
al giorno, considerato un vero e proprio “lusso”
in un’epoca di ritmi lavorativi frenetici .
“Pensavo sinceramente che potessi fare entrambe
le cose, ma quando abbiamo iniziato a costruire
Thrive, ho capito che ha davvero bisogno della
mia piena attenzione” ha detto in un’intervista.
“E’ importante sapere quando una porta si chiude
e se ne apre un’altra e sento che questo momento
è arrivato”.
La giornalista ha dedicato un lungo pensiero ai
suoi redattori con un post su Facebook in cui è
entrata nel merito della decisione. “Negli ultimi
11 anni Huffington Post è stato il centro della mia
vita e sinceramente pensavo che sarebbe stato
l’ultima cosa che avrei fatto.
Quello che abbiamo fatto insieme ha superato le
mie più ampie aspettative.
Non avrei mai immaginato quando c’erano
solo quattro persone a lavoro a Los Angeles che
saremmo cresciuti al punto da diventare il sito di
notizie più letto del mondo, con sedici edizioni
(ci arriveremo presto) e il vincitore di un premio
Pulitzer“.
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LA PACE D’ORO DI CAMPRIANI: “HO ODIATO LA CARABINA SHOW”
L’oro di Niccolò Campriani, l’ingegnere giramondo,
nasce da un’ingiustizia, perché «adesso sono felice,
ma se ci fate caso questa è la prima vittoria degli ultimi tre anni. Gli anni in cui sono arrivato ad odiare lo
sport che ho tanto amato».
È successo, Niccolò adesso festeggia il titolo di campione olimpico nella specialità carabina 10 metri baciando la sua Petra, compagna di poligono e di vita,
ma il trionfo è arrivato dopo la sofferenza, dopo il tradimento di uno sport che non voleva arrendersi alla
legge del migliore.
Si sparava, infatti, nel silenzio rotto solo dai suoi pallini perfetti; ora si spara, invece, in una specie di luna
park, dove manca solo l’orsetto da centrare. È cambiato tutto, è cambiato lui. Ma alla fine Niccolò ha vinto,
e ha ritrovato la felicità.
«Sì, io ho odiato – ha detto sorridendo Campriani -, e la
cosa peggiore che questa disciplina mi ha dato davvero
tanto. Non posso dimenticare che mi è servita per stare
vicino a mio padre durante l’adolescenza, quando mi
portava alle gare e contavano anche i silenzi al ritorno
in auto se le cose non erano andate bene. Ricordi
indelebili, che mi sono portato via quando son partito
per gli Stati Uniti. Ero ancora giovane, mi restava solo il
tiro». Poi, dopo l’argento di Londra 2012, il tradimento:
gli hanno chiesto un aiuto per rendere il tiro a segno
più spettacolare e poi hanno fatto esattamente il
contrario. Una trappola, lo hanno fregato, «e allora sì,
ho odiato. E devo chiedere scusa alla mia Petra, non
sono stato una persona facile negli ultimi tre anni».
Petra Zublasing, compagna di tiro e nella vita, anche
lei finita nel frullatore dello sport spettacolo: a Rio le
è andata male, ma il bacio a Niccolò è il sollievo di
un’esistenza da vivere in due.
Ed ecco allora come è andata: Campriani si qualifica
primo con tanto di record olimpico per la finale, e una
volta sarebbe valso tanto, ma adesso non più perché
i primi otto ripartono da zero. Un agguato. La gara
diventa ad eliminazione, mentre il pubblico è sollecitato
ad esultare e nel sottofondo sparano in questo caso
a tutto volume – heavy metal. Mancano solo le
bamboline, ed invece il premio è l’oro di una vita. Così
ad un certo punto Niccolò è fuori dalla zona medaglie,
paga un 9.2 quando il massimo è 10.9, ma nel momento
in cui c’è da prendere la mira giusta, scatta la molla del
campione: «Il pubblico indiano gridava a ogni tiro del
suo Bindra, ho dovuto prendere il mio timing su di lui.
Prima dovevi solo pensare al bersaglio, adesso devi
tenere conto di tutto quello che succede intorno. E non
farti condizionare». E allora, tredicesimo colpo: Bindra
esita, Niccolò fa 10.3, è il segnale. Campriani comincia
la rimonta, sorpassa tutti, quarto, terzo, secondo, resta
l’ultimo doppio colpo contro l’ucraino Kulish, l’Ok
Corral dell’era moderna. Niccolò non fallisce, 10,6 e
10,7, praticamente a un micron dalla perfezione. È oro,
è la vendetta, è la felicità.
«È una medaglia internazionale, diciamolo, perché
Petra e io abbiamo viaggiato molto – Giappone, Cina,
America – rubando segreti e dando in cambio consigli.
Ma è una medaglia soprattutto italiana, perché la
Federazione mi ha supportato sempre in questo
giro del mondo e perché quattro anni fa ho convinto
un’azienda che non faceva carabine, la Pardini, ha farne
una per me, praticamente è come vincere il mondiale
costruttori.
Fu una vera follia, e alla prima gara mi sono pure
scordato una vite e non riuscivo più a rimontare l’arma.
Se penso dove siamo arrivati ora…». All’assoluto,
praticamente: «Ci ho messo il cuore, ho superato tutte
le mie paure. E sono contento di dividere tutto questo
con le persone che mi vogliono bene». Perché adesso,
Niccolò, non è più tempo di odiare.
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RIO 2016, INNOCENTI E DI FRANCISCA: BRILLA L’ARGENTERIA AZZURRA
Rio de Janeiro, 11 agosto 2016 – In una giornata,
la quinta di questi Giochi di Rio, in cui i pronostici vedevano l’Italia possibile protagonista
in numerose discipline, gli azzurri riescono a
portare a casa appena due medaglie, entrambe
di argento, grazie a Marco Innocenti nel double
trap e a Elisa Di Francisca nel fioretto femminile. Un bottino invero abbastanza magro, ma che
porta comunque a 11 il computo delle medagli
azzurre: 3 ori, 6 argenti e 2 bronzi.
INNOCENTI, ARGENTO E RITIRO – La prima
medaglia italiana di giornata è arrivata dal double
trap grazie a Marco Innocenti. Pratese, 38 anni il
prossimo 16 agosto, l’armiere toscano, alla terza
partecipazione ai giochi, è finalmente riuscito a
conquistare la prima medaglia in carriera. Lo ha
fatto qualificandosi alla finale grazie a una semi
da protagonista, in cui con 27 centri su 30 è stato
secondo solo al kuwaitiano Aldeehani, che a Rio
ha gareggiato senza bandiera per la sopsensione
del proprio Paese decisa dal Cio. 26 a 24 il risultato
di una finale in cui un Innocenzi probabilmente
già pago della medaglia conquistata ha sempre
inseguito, senza mai riuscire a raggiungere e
superare il proprio avversario. La soddisfazione
comunque è grande, tanto da spingere Innocenti,
nato e cresciuto in una famiglia di tiratori, ad
annunciare il proprio ritiro dall’attività agonistica:
«Ho dimostrato che con passione e tenacia si
può arrivare molto in alto, anche non facendo
parte dei gruppi sportivi militari. Questo, però,
comporta problemi di tempo, essendo costretto a
lavorare per vivere, e di di tipo logistico. Voglio
stare più tempo con le mie due bambine, per
questo ho deciso di lasciare».
UN ARGENTO PER L’UNIONE – Non lascia
invece Elisa Di Francisca, 33 anni, che dopo
l’argento conquistato nel fioretto femminile
dà già l’appuntamento a Tokyo. C’è una punta
di delusione dello sguardo di Elisa, ennesimo
prodotto della scuola jesina della scherma,
come quella Giovanna Trillini che l’ha incitata
e guidata dal primo all’ultimo minuto di questa
sua avventura olimpica. Un avventura che si
è chiusa con una medaglia di minor valore
rispetto a quella conquistata quattro anni fa a
Londra e che interrompe la tradizione d’oro
del fioretto femminile azzurro, imbattuto alle
Olimpiadi da Sidney 2000. A interrompere il
filotto azzurro è stata la russa Inna Deriglazova,
che ha sconfitto con il risultato di 12-11 la nostra
Di Francisca, al termine di una finale fatta di
parziali e controparziali: buona partenza per la
jesina, che nel secondo terzo di gara ha subito
un pesante parziale di 7-0; con la calma che la
contraddistingue, l’olimpionica di Londra è
riuscita a ricucire lo strappo, portandosi sul
7-7, salvo poi subire nuovamente l’affondo
della Deriglazova, in vantaggio 12-9 a 30” dalla
conclusione; qui la Di Francisca si è giocata il
tutto per tutto, riuscendo però a rimontare solo
due delle tre stoccate di vantaggio, consegnando
così la medaglia del metallo più prezioso alla
propria avversaria. Sul podio delle premiazioni,
Elisa è comunque riuscita a conquistare un
primato: quello della prima atleta a festeggiare
con la bandiera dell’Unione Europea in mano.
«L’Europa esiste e dobbiamo farla diventare
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sempre più forte ed unita contro il terrorismo
– ha spiegato la marghigiana. Ho portato la
bandiera europea sul podio per le vittime di
Parigi e Bruxelles. Il terrorismo non deve vincere,
dobbiamo essere uniti e volerci bene. Non
diamola vinta a chi vuole farci chiudere dentro
casa».
GLI ALTRI AZZURRI – Per il
resto, la giornata dei nostri atleti è stata davvero
negativa. La delusione più grande è arrivata
proprio dal fioretto, con Arianna Errigo, numero
uno delle classifiche mondiali, fuori agli ottavi
per mano della giovane canadese Harvey. «Non
sono riuscita a gestire la tensione, sulla pedana
non riuscivo a muovermi come volevo, ma
la scelta di non affidarmi a un allenatore non
c’entra», ha spiegato la 28enne brianzola, che in
un momento così difficile non ha dato per certa
una sua presenza a Tokyo: «In questo momento
è l’ultima cosa a cui voglio pensare, l’età perfetta
per vincere ai Giochi era questa». Nessuna
soddisfazione nemmeno dalla sciabola maschile,
in cui il plurimedagliato olimpico Aldo Montano
si è dovuto arrendere al russo Kovalev negli
ottavi di finale. «Quando si gareggia con i russi
non si è mai tranquilli», ha attaccato l’azzurro,
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alimentando così un generale clima di insofferenza
nei confronti degli atleti russi, arrivati ai Giochi
con la pesante ombra del doping di squadra.
E un altro russo, Evgeny Tishchenko, è stato il
carnefice di Clemente Russo, elimanato non senza
recriminazioni ai quarti del torneo dei massimi.
Praticamente eliminata anche la Nazionale di
pallavolo femminile, ancora una volta sconfitta
per 3-0, questa volta dall’Olanda. Buon quinto
posto, a pochi secondi dalle medaglie, per Elisa
Longo Borghini, bronzo nella prova in linea,
nella cronometro vinta dalla Armstrong, mentre
Giovanni De Gennaro si è dovuto accontentare
del settimo posto nella finale del K1. Eliminato
anche Galiazzo nelle qualificazioni del tiro con
l’arco, pochi minuti prima della conclusione
della finale del sincro da 3 metri, chiusa al sesto
posto dai nostri Andrea Chiarabini e Giovanni
Tocci. Vittoria per 6-5 contro il Montenegro
per il Settebello di Sandro Campagna, mentre è
stata sconfitta per 2-0 la coppia del beach volley
Ranghieri-Carambula, comunque qualificata per
gli ottavi. Nella prima serata brasiliana è arrivata
la sentenza definitiva del Tas sul caso Schwazer:
come era facilmente prevedibile, il marciatore
sudtirolese è stato squalificato per 8 anni e dovrà
quindi dire addio al proprio sogno olimpico.
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LONDRA MENO CARA, L’EFFETTO BREXIT FA FELICI I TURISTI
Davanti al London Eye c’è la coda. Sembra più
lunga del solito. La ruota gira a pieni giri, come
l’economia britannica. L’effetto Brexit con lo
spauracchio della crisi e del salto nel buio, in
questo agosto dell’addio alla Ue, è lontano. I
consumi al dettaglio segnano un più 1,8%, la disoccupazione cala. La sterlina ha perso il 15%
del suo valore in due mesi, gli importatori brontolano, ma i turisti ringraziano. Andare a Londra per le vacanze è diventato più accessibile.
Non che i prezzi siano caduti, ma il cambio, ieri
a 0,86 con l’euro, fa felice più di un turista.
Nel 2015 Londra ha accolto 31,5 milioni di
visitatori, di cui quasi 19 milioni stranieri per un
giro d’affari di 15 miliardi di sterline, 15% in più
rispetto al 2010. Secondo gli esperti, l’attrattiva di
un cambio favorevole potrebbe far superare la
soglia delle 35 milioni di visite prima del 2020. Nel
quartiere multiculturale di Camden, gruppetti di
giovani si aggirano tra le bancarelle del famoso
mercato locale, a caccia di abiti vintage, prodotti
d’artigianato o cibo di strada, come un piatto di
fish & chips dal rinomato Poppie’s.
Molti hanno affittato casa solo per qualche
giorno tramite Airbnb, che prima di Ferragosto
ha comunicato di aver avuto un incremento di
visite su Londra del 24 per cento dal giorno del
referendum di giugno. Davanti al London Eye,
la famosa ruota panoramica sul Tamigi, Manuela
Da Re e Davide Potenza sorridono. Sono venuti
quattro giorni dal Belgio. «Londra è cara, ma il
cambio basso aiuta un pochino», dice lei. Sull’altra
sponda del fiume c’è coda anche per visitare la
Torre di Londra dove sono custoditi i gioielli
della corona. Una coppia di turisti spagnoli
definisce una «piacevole sorpresa» l’aver trovato
i prezzi in euro più bassi di quanto si aspettassero
quando hanno prenotato il viaggio, mesi prima
della Brexit.
«I tassi di cambio più favorevoli ci hanno
consentito – dicono -, di toglierci qualche sfizio in
più, rimanendo nel budget prefissato». A luglio
l’associazione dei commercianti del West End,
il cuore dello shopping londinese che include
Oxford, Regent e Bond street, ha registrato
vendite record per 400 milioni di sterline, 4,9% in
più che nel 2015.
Secondo la New West End Company, gli incassi
sono stati spinti proprio dai turisti, con cinesi
e americani a farla da padroni, responsabili
rispettivamente per il 30 e il 10% di tutti gli
acquisti fatti da stranieri «La sterlina bassa ti dà
un dieci per cento di margine in più su tutto»,
commenta Ettore Boscolo, 50enne di Chioggia
che a Londra è venuto in vacanza con tutta la
famiglia.
La moneta britannica ha infatti perso poco più
del 10 percento sull’euro dal giorno del voto –
quando era quotata a 1,3 e i turisti dall’Eurozona
hanno di conseguenza risparmiato. Una visita
alla retrospettiva sui Rolling Stones, esposta
alla Saatchi Gallery, costava 32 euro quando la
mostra aprì i battenti ad aprile, mentre i fan della
band britannica oggi possono ammirare i cimeli
dei loro idoli per circa 29 euro. Allo stesso modo
un giro al museo di Stamford Bridge, casa del
Chelsea di Antonio Conte, oggi costa 22 euro,
tre in meno di quando il padrone di casa era
Hiddink.
A perderci sono i turisti inglesi che viaggiano in
direzione opposta. Settimana scorsa gli sportelli
aeroportuali di alcune agenzie di cambio offrivano
solo 99 centesimi di euro per una sterlina.
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USA: NUOVI RECORD A WALL STREET
La Borsa di New York ha aperto la prima seduta della settimana in rialzo. Il Dow Jones ha
guadagnato lo 0,32%, l’S&P 500 lo 0,28% e il
Nasdaq Composite lo 0,56%. I tre indici hanno
aggiornato i massimi storici.
La Federal Reserve di New York ha comunicato
che l’indice Empire State Manufacturing
(sondaggio mensile tra le aziende manifatturiere
dello Stato di New York) sì è attestato in agosto
a -4,21 punti contro 0,55 punti di luglio (6 punti
in giugno) e attese degli economisti per una
lettura a 2,50 punti.
L’Housing Market Index elaborato dalla
National Association of Home Builders (Nahb)
in collaborazione con Wells Fargo è cresciuto
in agosto a 60 punti, in ripresa rispetto ai 58
punti di luglio (in giugno la lettura era stata
parimenti di 60 punti) e in linea con le attese
degli economisti.
Il petrolio (Wti) ha chiuso in rialzo del 2,81% a
45,74 dollari al barile.
Sul fronte societario Twitter +6,76%. Secondo
il New York Times, il sito di microblogging
avrebbe avviato discussioni per introdurre la
propria applicazione sulla piattaforma Apple
TV.
American International Group (AIG) +0,65%.
Il colosso assicurativo è vicino ad un accordo
per la cessione delle attività nell’assicurazione
ipotecaria a Arch Capital Group per circa
3,4 miliardi di dollari. Lo scrive il Wall Street
Journal.
Chesapeake Energy +9,66%. Il secondo produttore
americano di gas naturale ha annunciato di aver
ricevuto un finanziamento da un miliardo di
dollari per l’acquisto del proprio debito senior
con scadenze comprese tra il 2017 e il 2038.
FitBit +4,48%. Il titolo dello specialista dei
prodotti per il fitness si è avvantaggiato di voci
su una possibile Opa.
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BANCHE E TAGLI, FINO A 50 MILA USCITE IL SINDACATO:
PRONTI A TRATTARE
Non sono 23 mila come si è detto finora ma 28
mila i bancari in uscita attraverso accordi di
ristrutturazione aziendale già firmati. Non finirà
qui. Sia il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan
che il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco
hanno sollecitato la ristrutturazione del settore. Ora
il principale sindacato della categoria, la Fabi, apre a
una soluzione che potrebbe portare all’uscita di altri
22-24 bancari. Per un totale di 50-52 mila dipendenti
in meno in un settore che occupa a oggi 299 mila
persone.
Risorse mancanti
Prepensionamenti volontari. Questa la condizione che
il sindacato pone per aggiornare al rialzo le intese che
riguardano le uscite da qui al 2020. «E dov’è il problema?», si potrebbe obiettare. La legge 59 approvata a
maggio di quest’anno ha alzato da 5 a 7 anni il possibile anticipo sulla pensione da finanziare con il fondo
esuberi. Il fatto è che il fondo esuberi dei bancari è finanziato dalle banche stesse. A oggi le risorse consentono in media uscite con un anticipo di tre anni. Da
notare: le banche con Abi hanno chiesto a più riprese
di sospendere — almeno per qualche tempo — il versamento di 200 milioni l’anno che le banche fanno a
sostegno degli ammortizzatori sociali degli altri settori. Il ragionamento è: la fase è critica, non chiediamo
soldi allo Stato ma almeno evitateci contributi di solidarietà che ora non ci possiamo permettere. Gli emendamenti che dovevano inserire questa «sospensione»
nella legge 59 non sono passati.
Cambio di passo
Dal canto suo la Fabi aveva sempre storto il naso davanti a questa soluzione. «Quello che non vogliamo
sono i licenziamenti e l’indennità di disoccupazione
— chiarisce le motivazioni del cambio di passo Lando
Maria Sileoni, leader della Fabi —. Di fronte a rassicurazioni su questo punto e a una chiara scelta di campo
a favore dei prepensionamenti volontari potremmo
accettare un maggior numero di uscite concordate».
Ed ecco qui da dove nasce la possibilità di altri 22-24
bancari in pensione da qui al 2020 da aggiungere ai 28
mila che hanno già concordato l’uscita.
L’incontro a settembre
Certo non è tutto facile. Primo: a mettersi di traverso
potrebbero essere proprio le confederazioni. Cgil, Cisl
e Uil vedrebbero venire meno 600 milioni in tre anni
per gli ammortizzatori sociali. E poi c’è il governo che
si trova a gestire la coperta cortissima delle risorse. I
confederali lamentano l’insufficienza dei fondi per la
flessibilità sull’uscita in pensione. E nel caso dell’Ape si parla di tre anni di anticipo che in pratica il lavoratore si autofinanzierebbe. I bancari con il «rabbocco» del fondo esuberi potrebbero uscire anche
con sette anni di anticipo. «Trovo disdicevole che si
inciti al taglio di posti di lavoro da parte di politici
che dovrebbero crearla, l’occupazione», contesta Sileoni. Certo il problema del fondo esuberi dei bancari è anche un’altro come fa notare il segretario della
First Cisl, Giulio Romani: «Gli istituti non possono
scaglionare negli anni le risorse necessarie a finanziare gli esodi». Insieme alla First Cisl anche Massimo Masi dei bancari della Uil resta convinto che «gli
ammortizzatori non bastano, il settore deve tornare
a crescere». Di tutto questo sindacati e comitato sindacale Abi parleranno in un incontro in calendario a
settembre.
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RENZI: “LETTERA UE A NOI? VEDREMO, MA MANOVRA NON CAMBIA”
Non ci sarà alcun bilaterale con il presidente della Commissione Jean Claude Juncker
sulla manovra a margine del vertice europeo. Il premier: “se l’Ue avrà osservazioni
da fare ascolteremo, ma questa manovra ha
il deficit più basso degli ultimi dieci anni”.
“La manovra non cambia, anche se dovessero
arrivare rilievi dall’Ue. Lo dice il premier
Matteo Renzi a Rtl 102.5. Sono pronte le
osservazioni dell’Ue sulla manovra? “Non ne
abbiamo parlato.
Però il tema non cambia assolutamente
niente. Potranno scrivere, come si fa sempre
– ha detto – una lettera per chiedere maggiori
spiegazioni”. “La legge di bilancio non si
cambia: se l’Ue avrà osservazioni da fare
ascolteremo ma questa manovra ha il deficit
più basso degli ultimi dieci anni: gli sforzi li
stiamo facendo e vogliamo dare un segnale ai
cittadini non alle tecnocrazie di Bruxelles”,
aggiunge.
“La sostanza della manovra non cambia. La
manovra dà due miliardi in più alla sanità,
e questi non sono né di destra né di sinistra.
La manovra parla di questioni concrete – ha
detto – e questo non cambierà per niente. E
quante volte abbiamo parlato di Equitalia,
non solo Equitalia, ma della filosofia che
c’era dietro: ecco questo dal 2017 finalmente
sparisce.
Insomma la legge di bilancio c’è. Non si
cambia”.
Intanto nella notte il premier ha fatto sapere
che non avrà un bilaterale con il presidente
Jean Claude Juncker sulla manovra a
margine del vertice europeo. Al termine della
prima giornata, rispondendo ai giornalisti
che chiedevano conferma di un incontro
ipotizzato per quella che appariva essere la
missione più importante a Bruxelles, dopo la
visita a Washington, Renzi ha detto di aver
“visto durante la riunione” il presidente della
Commissione. Ma, ha puntualizzato, “non c’è
un bilaterale, non è previsto e non ci sarà.
Trovo però molto importante – ha sottolineato
– che sia stato approvato quel testo venuto
dalla proposta italiana in base il quale si deve
riconoscere lo sforzo di quei governi che
stanno subendo di più l’immigrazione.
E quindi mi pare che sia un bel passo in
avanti”.
La manovra appena varata ha però già sollevato
i dubbi di Bruxelles.Senza una svolta entro
il fine settimana, già lunedì l’Italia potrebbe
vedersi recapitare il primo avvertimento della
Commissione. Ma il presidente del Consiglio,
parlando nel pomeriggio con gli eurodeputati
Pd, ha rivendicato che ora l’Europa deve
prendere una nuova direzione e deve essere
la famiglia progressista a guidarla.
Ai ‘dem’ ha riferito della visita alla Casa
Bianca.
Lasciando il summit ha ribadito di
“condividere tutte le parole di Obama”,
soprattutto sul fatto che “dobbiamo insistere
sulla crescita e non sull’austerity, su un
modello di mondo fondato sul coraggio e non
sulla paura”.
RENZI AL VERTICE DOPO INCONTRO
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CON EUROPARLMENTARI
IL ‘BENVENUTO’ ALLA MAY
– Dopo aver partecipato alla riunione degli
europarlamentari Pd, il premier Matteo Renzi
è arrivato ieri al vertice Ue e, al suo ingresso,
non ha rilasciato dichiarazioni. Nell’incontro
con la delegazione di europarlamentari del
Pd prima del vertice europeo il premier
Renzi ha detto che le condizioni dell’Europa
sono la maggiore preoccupazione nel mondo,
preoccupazione che condividerebbe. Ed ha
raccontato che dopo la Brexit era convinto
che l’uscita della Gran Bretagna sarebbe
stata un’occasione di rilancio, mentre invece
c’è stata una marcia indietro tra l’incontro
di Ventotene, che aveva fatto pensare ad un
rilancio, ed il fallimento del vertice informale
di Bratislava.
Lo riferiscono alcuni dei partecipanti
all’incontro.
Al centro del consiglio Ue Brexit, migranti,
economia e situazione internazionale a
partire dalla crisi siriana sono al centro del
vertice del Consiglio Ue a Bruxelles.
– “Finché la Gran Bretagna non è uscita, la
Gran Bretagna è nell’Unione europea” ma
“l’ho detto molto chiaramente: la signora
May vuole un Brexit duro? I negoziati
saranno duri”, ha vvertito il presidente
francese Francois Hollande al suo arrivo al
vertice Ue, dove partecipa per la prima volta
dopo la Brexit la premier britannica Theresa
May. “Spero che” la premier britannica
Theresa May “realizzi che l’Ue è ancora la
migliore società del mondo”, ha detto anche
il presidente Ue Donald Tusk al suo arrivo al
Justus Lipsius. “Non è vero – ha aggiunto –
che entra nella gabbia dei leoni”, come hanno
scritto alcuni media. Il Consiglio europeo, ha
scherzato Tusk, “è più un nido di colombe,
sarà assolutamente al sicuro con noi”. Tusk
ha quindi confermato che “non discuteremo
dei negoziati futuri, ma su richiesta della
May ci sarà solo una breve nota informativa,
dobbiamo aspettare la decisione formale
sull’articolo 50”.
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IL TITOLO VOLA IN BORSA. CDA MONTE DEI PASCHI DI SIENA:
SÌ UNANIME AL PIANO INDUSTRIALE
Previsti tagli del personale per 2.600 dipendenti; chiusura di 500 filiali. Così il costo del
personale scenderà del 9%. Vola il titolo in
Borsa.
“Il nuovo piano industriale di Mps «si focalizzerà
su una maggiore efficienza mediante la riduzione
di circa 2.600» dipendenti, lo spostamento
sempre maggiore dei restanti dipendenti alle
attività commerciali e la chiusura di circa 500
filiali. «Il costo del personale – viene spiegato in
una nota- scenderà di circa il 9% a 1,5 miliardi
di euro nel 2019 da circa 1,6 miliardi di euro
del 2016» e la riduzione avverrà mediante un
turnover naturale e l’attivazione del fondo di
solidarietà. Il nuovo piano “firmato” da Marco
Morelli e approvato ieri dal cda prevede un utile
netto di 1,1 miliardi di euro al 2019, con ricavi
a 4,5 miliardi, costi operativi a 2,46 miliardi e
un utile operativo di 1,5 miliardi. Il modello
operativo, si legge in una nota, sarà rinnovato
e punta a un forte focus sull’efficienza, con
un rapporto cost/income pari al 55% nel 2019
e allocazione alle attività commerciali di una
maggiore percentuale di dipendenti che passa
dall’attuale 62 al 71 per cento.
Nuovo modello organizzativo
Mps avrà un nuovo modello organizzativo
che «velocizza i processi decisionali e riduce il
numero dei riporti diretti dell’amministratore
delegato consentendogli di focalizzarsi sulla
definizione delle strategie e sulla gestione dei
rischi».
Nella riorganizzazione, si legge in una nota,
«l’attuale direttore finanziario Arturo Betunio
cesserà dal servizio a far data dal 25 novembre
prossimo (fino a tale data mantiene l’incarico
di Dirigente Preposto alla redazione dei
documenti contabili societari).
Aumento di capitale,
patrimonio e liquidità
rafforzamento
di
L’operazione di salvataggio di Mps, che prevede
anche un aumento di capitale fino a 5 miliardi,
è «senza precedenti per struttura e dimensione
nel mercato italiano», scrive la banca nel
comunicato, spiegando che l’operazione
«dovrebbe permettere di potersi nuovamente
posizionare, con maggiore forza, tra gli istituti
leader del sistema bancario italiano, con una
situazione patrimoniale solida, un ridotto
profilo di rischio, una qualità del credito
significativamente migliorata ed un rinnovato
potenziale di crescita della redditività a
beneficio di tutti gli stakeholders».
Uno dei quattro “pilastri” del nuovo piano
industriale di Mps è la «rafforzata posizione
patrimoniale e di liquidità».
L’operazione
prevede
anche
il
«deconsolidamento dal bilancio di 27,6
miliardi di crediti in sofferenza», attraverso la
cessione ad un veicolo di cartolarizzazione ad
un prezzo pari a circa 9,1 miliardi (ovvero il
33%) e contestuale assegnazione delle junior
notes agli attuali azionisti di Bmps.
Quaestio Capital Management, per conto
del fondo Atlante, sottoscriverà le junior
mezzanine notes per un importo pari a circa 1,6
miliardi. “
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TIME WARNER E AT&T, FUSIONE STRATEGICA DA 108 MILIARDI
L’azienda di telecomunicazioni americana
AT&T ha annunciato di aver trovato un accordo per comprare il gruppo Time Warner,
gruppo di cui fanno parte CNN, HBO, Cartoon Network e gli studi Warner Bros.
Dopo che il dipartimento di Giustizia statunitense avrà dato il via libera, Time Warner sarà acquisita per 85,4 miliardi di dollari, che pagherà con un misto di contanti e
azioni; in totale però l’operazione ammonta
a 108,7 miliardi di dollari, dato che AT&T
dovrà ripagare anche i debiti di Time Warner. AT&T è la prima azienda di telecomunicazioni per fatturato al mondo.
aveva mosso le quotazioni già venerdì: Time
Warner aveva strappato dell’11%, mentre
At&t aveva accusato una flessione di oltre 3
punti.
La battaglia per i contenuti
“At&t e Time Warner hanno raggiunto un
accordo: la prima acquisirà la seconda per 85,4
miliardi di dollari, ma il valore dell’accordo
sale a 108,7 miliardi se si considera il debito.
I consigli di amministrazione delle due società
hanno dato il via libera all’operazione, che
dovrà ora essere esaminata dal Dipartimento
di Giustizia.
«È l’unione perfetta che può tradursi
in un nuovo approccio su come può
funzionare l’industria dei media e delle
telecomunicazioni » ha commentato il
numero uno di At&t Randall Stephenson,
indicato come l’uomo che guiderà il gruppo
anche dopo la fusione. Il nuovo approccio
è presto detto: una compagnia telefonica
ingloba un gigante dei contenuti, con marchi
del calibro di Hbo, Cnn e Warner Bros.
Nel settore sono alle porte altre intese
come quella tra Google e Cbs, che presto
lanceranno una tv su Youtube.
Apple sta alla finestra, dopo i contatti con
Time Warner dei mesi scorsi. A Wall Street
la sensazione che si fosse vicini a un’intesa
Mettendo le mani sui contenuti di Time
Warner, At&t si rafforza nei confronti dei
rivali Sprint e Verizon e dispone anche
delle armi necessarie per fronteggiare i
protagonisti della tv streaming come Netflix
e Hulu (di quest’ultima, tra l’altro, Tw ha
acquisito di recente il 10%).
Time Warner era giudicata l’obiettivo ideale
di un’operazione del genere anche perché
non ha un grande azionista con il controllo
effettivo della società. Si combatte solo col
mercato, dove i dollari sono dollari e le
chiacchiere stanno a zero.
I dubbi sulla concorrenza
Dopo l’annuncio la parola passerà al
Dipartimento di Giustizia Usa. Un esame
che non sarà facile nel pieno della campagna
elettorale. Il candidato repubblicano alla Casa
Bianca Donald Trump, lo conferma: «la mia
amministrazione non approverebbe l’accordo.
Così come non doveva essere approvato
quello fra Comcast e NBCUniversal. Intese
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come queste minacciano la democrazia».
D’altra parte le autorità hanno fatto saltare la
fusione tra Comcast e la stessa Time Warner,
per il rischio di eccessiva concentrazione sul
mercato dei contenuti.
I dettagli dell’offerta
At&t pagherà 107,5 dollari per azione, metà
in contanti e metà in titoli, e per finanziare
l’operazione ha ottenuto un prestito ponte da
40 miliardi da JPMorgan e Bank of America.
Conclusa l’operazione, gli azionisti di Time
Warner avranno il 14,4-15,7% di At&t.
«È un gran giorno per i nostri azionisti»,
mette in evidenza il numero uno di Time
Warner, Jeff Bewkes. La cifra ottenuta è
superiore alle attese di Time Warner che,
incluso il debito, chiedeva 100 miliardi di
dollari.
Il tentativo del 2000
L’accordo rappresenta la maggiore operazione
nel settore delle telecomunicazioni e dei
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media dall’acquisizione nel 2011 di NBC
Universal da parte di Comcast. Time Warner
ha una capitalizzazione di mercato di 71
miliardi, At&t ne vale 231,7.
Per Time Warner l’idea di convolare a nozze
con un’azienda tecnologica non è una novità:
nel 2000 ci aveva provato con la fusione da
164 miliardi con AOL, rimasta nella storia
come l’accordo peggiore mai tentato dalla
società.
L’avance di Murdoch
Da allora Time Warner ha ridotto le sue
dimensioni e si è reinventata.
Due anni fa Rupert Murdoch aveva messo sul
piatto un’offerta che la valutava 75 miliardi.
Un prezzo che Time Warner, pur dicendosi
già allora disponibile a mettersi in vendita,
non aveva ritenuto adeguato. Resta un
incognita: avendo in cassa appena 7,2 miliardi
di dollari At&t non dispone, al momento, dei
fondi necessari per l’operazione. Il debito è
già a 120 miliardi, l’assegno per chiudere
con Tw lo porterebbe alla cifra monstre di
200 miliardi di dollari.
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‘ITALIANI RAPITI DA AL QAIDA’.
PINOTTI, SAREBBERO CRIMINALI COMUNI LA MANO OPERATIVA
I due italiani rapiti “lavorano per conto di una società italiana di manutenzione dell’aeroporto di
Ghat, la Con.I.Cos” di Mondovì (Cuneo). Secondo
il sito, insieme agli italiani è stato rapito anche un
canadese, anche lui dipendente della stessa società.
“Nel caos libico si rincorrono voci ed ipotesi sul
sequestro dei tre tecnici della Con.I.Cos. a Ghat.
Mentre intelligence e diplomazia sono al lavoro in
silenzio per risolvere il caso e non risultano per ora
rivendicazioni o contatti con i rapitori, a parlare –
scrive il portale Alwasat – è il colonnello Ahmed al
Mismari, portavoce delle forze armate libiche legate
a Khalifa Haftar: “i due italiani sono stati sequestrati
da una banda criminale e dietro c’è l’impronta di
al Qaida”. Da chi segue il caso non arriva alcuna
conferma. Ed anche Hassan Osman Eissa, del
Consiglio municipale di Ghat, dopo aver riferito
che il Governo di Tripoli non si è messo in contatto
con le autorità locali, fa sapere all’Ap che si tratta di
“notizie senza fondamento. Le informazioni iniziali
indicano che i rapitori sono un gruppo locale di
fuorilegge”. La pista è dunque sempre quella di una
banda di criminali comuni slegata dai jihadisti di al
Qaida e del Califfato.
“A noi – ha spiegato il ministro degli Esteri Paolo
Gentiloni – non risulta che dietro al rapimento dei
nostri due connazionali in Libia ci sia al Qaida. In
questo momento non siamo in grado di confermare
o smentire affermazioni di questo genere”.
Sulla stessa linea il ministro della Difesa, Roberta
Pinotti: “Le fonti libiche hanno parlato di criminalità
comune. Detto ciò, quello che possiamo fare in
questi casi è lavorare con il massimo riserbo”. Un
lavoro reso non certo facile dalla situazione in cui
versa il Paese africano, dilaniato dallo scontro tra
il governo di unità nazionale di Tripoli, sostenuto
dall’Onu ed il Parlamento di Tobruk, dietro cui c’è
proprio il generale ex gheddafiano Khalifa Haftar. Il
Fezzan, l’area in cui è avvenuto il sequestro di Bruno
Cacace, Danilo Calonego e del collega canadese, è
lontano – non solo geograficamente – sia da Tripoli
che da Tobruk. Un territorio desertico dominato da
tribù tuareg e da trafficanti di ogni genere, privo
di strutture statali. E dunque le parole attribuite al
portavoce di Haftar possono segnalare il tentativo
del generale di far pesare la sua autorità presso
l’Occidente schierato col premier Serraj. In assenza di
enti governativi ufficiali, nella zona di Ghat l’uomo
forte è il sindaco Komani Mohamed Saleh, che fin
dall’inizio sembra avere preso in mano la vicenda
dei rapiti accreditandosi come interlocutore degli
007 italiani – un team guidato da un vicedirettore
dell’Aise – inviati sul posto. Le indagini sembrano
essere concentrate sugli uomini che hanno garantito
la sicurezza ai dipendenti dell’azienda italiana
impegnati in lavori all’aeroporto conclusi proprio
il giorno del sequestro. Qualcuno della scorta – tre
autisti e quattro militari, tutti armati – potrebbe aver
‘venduto’ gli occidentali ad un gruppo criminale che
ha agito a colpo sicuro ed è intenzionato a chiedere
un riscatto. Si sta cercando il contatto giusto con la
banda. Non sempre i mediatori individuati sono
affidabili e dopo il tragico precedente dei quattro
operai della Bonatti, si va con i piedi di piombo. Che
in quell’area di confine con l’Algeria si registrino
presenze di elementi di Al Qaida nel Maghreb
islamico è un fatto noto. Così come la delicatezza
della posizione dell’Italia che in questi giorni sta
completando il dispiegamento di 300 militari per
l’allestimento di un ospedale da campo a Misurata,
città alleata di Serraj. Da qui l’interesse a circoscrivere
la vicenda nell’alveo della criminalità comune ed a
risolverla al più presto, prima che possa diventare
strumento di rivendicazione politica”.
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USA: NOTTE DI SCONTRI A CHARLOTTE.
MANIFESTAZIONI ANCHE A NEW YORK
Le proteste erano cominciate in maniera non
violenta. Dopo qualche ora, però, i gruppi
più estremisti si sono scontrati con gli agenti e hanno cominciato a distruggere le vetrine dei negozi e appiccare fuochi per strada.
Tutto a causa della morte di un uomo di colore, avvenuta in circostanze da chiarire. La
tensione rimane alta.
“CHARLOTTE – Scontri tra manifestanti e
polizia a Charlotte, North Carolina, dove
molti manifestanti sono scesi in strada per
protestare per la seconda giornata di seguito
contro la polizia, accusata di aver ucciso
ingiustamente Keith Scott Lamont, un uomo
afroamericano di 43 anni, padre di sette figli.
Mercoledì il capo del dipartimento di polizia,
Kerr Putney, ha spiegato in una conferenza
stampa che gli agenti hanno aperto il fuoco
dopo che Scott si è rifiutato di abbandonare la
sua arma e di seguire gli ordini, ma i parenti di
Scott contestano questa versione, spiegando
che l’oggetto nelle sue mani al momento della
sparatoria era solo un libro.
Dichiarato lo stato d’emergenza. Inzialmente
i media locali hanno parlato di una persona
“morta per colpi di arma da fuoco, dopo il
ricovero in ospedale”, ma poi si è appreso che
la persona è in condizioni critiche e tenuta
in vita artificialmente. L’amministrazione
cittadina su Twitter ha scritto che a sparare è
stato un civile (“Non un colpo è stato sparato
dalla polizia”), ma senza per ora specificare
chi sia la persona e chi abbia esploso uno o più
colpi d’arma da fuoco. Una trentina di persone
hanno cercato di bloccare il traffico sul vicino
nodo della interstate. Il governatore del North
Carolina, Pat McCroy, ha dichiarato lo stato
di emergenza: “Non possiamo tollerare la
violenza e non possiamo tollerare attacchi alle
nostre forze di polizia”, ha detto e ha ordinato
il dispiegamento della Guardia Nazionale e
della polizia stradale per sostenere le forze di
polizia locali.
Alcune immagini delle tv locali hanno
mostrato fasi concitate di confronto tra i
dimostranti e agenti, con questi ultimi che
hanno cominciato a lanciare gas lacrimogeni
nel tentativo di disperdere la folla. Quattro
agenti sono rimasti feriti, ma non sono in
pericolo di vita.
L’episodio degli spari sarebbe avvenuto nella
zona uptown di Charlotte, mentre una parte
dei manifestanti si trovava davanti all’ingresso
di un hotel. Alcuni di essi – sempre secondo
quanto riportano i media locali – avrebbero
provato a forzare il cordone di poliziotti
in tenuta anti-sommossa per entrare nella
lobby. A quel punto sarebbero stati lanciati
lacrimogeni e alcune granate stordenti.
Proteste anche a New York. Anche a New York
centinaia di persone sono scese in strada per
protestare contro la polizia e per denunciare
quanto accaduto a Charlotte e a Tulsa. I
manifestanti hanno bloccato la circolazione
all’incrocio tra Broadway e la Fifth Avenue.
Al momento non si registrano scontri. La
manifestazione in una Manhattan ancora
blindata per la presenza di diversi leader
mondiali che partecipano all’Assemblea
generale dell’Onu”.
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SIRIA, RAID SU CONVOGLIO ONU.
GLI USA ACCUSANO ANCHE PUTIN
Gli Stati Uniti sostengono che siano stati aerei
russi a colpire il convoglio di aiuti umanitari della Mezzaluna Rossa nell’area di Urum al
Kubra in Siria. Lo si apprende da fonti ufficiali dell’intelligence Usa, citate dalla Cnn. L’attacco ha causato circa 20 morti tra volontari e
autisti dei 18 camion colpiti.
Generale, ha accusato apertamente il regime di
Bashar Al Assad: “Tanti gruppi hanno ucciso
molti civili in Siria, ma nessuno ne ha uccisi
di più del governo siriano, che continua a
bombardare quartieri e torturare migliaia di
detenuti”. Ancora una volta durissimo con
Assad, ha anche avvertito che dopo tanta
violenza e cattiva gestione “il futuro della Siria
non deve dipendere dal destino di un solo
uomo”. Ed ha definito”ripugnante, selvaggio
e apparentemente deliberato” l’attacco al
convoglio umanitario e ha chiesto giustizia
per questo e altri crimini. Il segretario generale
dell’Onu ha quindi rivolto un appello “a quanti
hanno influenza perché ottengano la fine dei
combattimenti e l’inizio dei negoziati”. Ban ha
inoltre evidenziato come in Siria sia necessaria
una transizione politica.
Sia la Russia che gli Stati Uniti dovrebbero
garantire la tenuta del cessate il fuoco in Siria –
ha dichiarato il capo della politica estera dell’Ue,
Federica Mogherini – al fine di rendere possibile
la fornitura di aiuti umanitari e soprattutto la
soluzione politica nel paese oramai devastato
dalla guerra.
La sospensione delle ostilità era apparsa a molti
osservatori molto fragile. Molti infatti sono
gli interessi divergenti dei Paesi confinanti. Al
settimo giorno dal suo inizio,l’ultimo accordo
di cessate il fuoco voluto da Stati Uniti e Russia
sembra sul punto di esaurirsi. Come se non
bastasse, ieri il regime di Damasco ha annunciato,
la «fine del regime di calma». Cosa ancor più
preoccupante è il fatto che Mosca, alleata di
Damasco, ha difeso la scelta del regime siriano
accusando i ribelli di numerose violazioni.
La tregua, che tuttavia non comprendeva gli
interventi militari contro lo Stato islamico, è
durata – alla luce dei fatti – solo sei giorni e
mezzo.
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REFERENDUM COSTITUZIONALE, C’È LA DATA:
SI VOTA IL 4 DICEMBRE. E PARTE IL TOUR DI RENZI
“Tre, quattro appuntamenti al giorno, per due
mesi, senza mai fermarsi, o quasi. In regioni diverse, dalla scuola alla fabbrica, dal dibattito al comizio, compresa quella che negli ultimi giorni è stata
vagliata e approvata a Palazzo Chigi come l’unica
strategia possibile, fatta su misura per Matteo Renzi per recuperare consenso, convincere gli indecisi
e cercare la volata per il Sì alla riforma della Costituzione: ovvero andare ovunque, non rifiutare nessun invito, anche, come dicono i suoi collaboratori,
«in campo ostile».
Prima il dibattito con i partigiani dell’Anpi, poi
il confronto televisivo con Marco Travaglio,
considerato «un test vinto» dallo staff del presidente
del Consiglio, nel futuro prossimo chissà: è possibile
che sul merito il premier si ritrovi a discutere, per
esempio, con Gustavo Zagrebelsky, giurista e
costituzionalista, autorevole fonte di ispirazione dei
comitati contrari alla riforma. O magari persino con
Massimo D’Alema: «e perché no?» dicono ancora
nello staff del capo del governo, sempre secondo la
filosofia che da qui al 4 dicembre Renzi dovrà e vorrà
confrontarsi con tutti. Così è stato deciso, anche con i
più agguerriti oppositori della riforma.
Lui stesso la considera una strategia win-win,
espressione anglosassone che descrive una scelta
comunque vincente, eventuali vantaggi che superano
i difetti possibili. Se il dibattito resta sul merito della
riforma Renzi è convinto che non può che uscirne
bene. Se si trasforma in caciara — con lui, che alla
comunicazione, anche ruvida, ha sempre dato
del tu — vorrà dire che a fare notizia non saranno
le modifiche eventuali alla Carta ma le scintille
con l’interlocutore di turno. Poco male. Proprio in
queste ore sta partendo in tutta Italia l’affissione
dei manifesti, ogni slogan è una domanda, con un
punto interrogativo alla fine: «Cara Italia hai voglia
di cambiare davvero?» uno degli esempi. E ciò che
si vuole suscitare è proprio la voglia di interrogarsi
nel merito, portare quanti più italiani possibile a
staccarsi dal dibattito politico e farsi un’idea propria
della riforma.
Simona Ercolani, autrice e produttrice televisiva,
titolare della società Stand by me, ha già collaborato
con Renzi ai tempi della Leopolda. Ora è nella
veste di consulente per la campagna per il Sì. Ed è
ovviamente convinta che la strategia di Renzi sia
l’unica possibile: in una società multimediale, alla
prese con argomenti tecnici e al contempo politici,
non è facile riuscire a comunicare il merito di un
riforma che coinvolge il Titolo V della Costituzione,
le competenze di un Senato ridimensionato, altri
temi che gli italiani faticano a maneggiare. Eppure
non c’è altra strada: confronto ad oltranza, persino
il passaparola che ricorda le catene di Sant’Antonio,
il «parlane a cinque amici, anche contrari», che
può evocare modelli inglesi come berlusconiani,
comunque di rincorsa capillare ad un consenso
diffuso.
Ha scelto di partire da Firenze, dopodomani, per
lanciare la sua campagna, Matteo Renzi. Per alcuni
mesi, sbagliando, e poi riconoscendo l’errore, è
stato un testimonial politico a tutto tondo, legando
la sua carriera a quella dei quesiti referendari. La
metamorfosi in corso lo vuole di nuovo primo
testimonial, per più di due mesi, di una campagna
in cui si è deciso a tavolino che non può esserci
tatticismo come nel caso di elezioni. «Non sarà la
campagna di un leader ma di un’istanza di popolo»,
è il concetto su cui tutti lavorano intorno a Renzi.
Poi, ovviamente, la sera del 4 del dicembre, sarà
vincente, o perdente, anche una leadership.”
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CROLLA L’EXPORT: A LUGLIO VENDITE IN CALO DEL 7,3%
MILANO – Export in calo a luglio. L’Istat
rileva una contrazione delle esportazioni dello
0,6% su base mensile e del 7,3% su base annua
nei dati grezzi: si tratta del dato peggiore da
oltre sei anni, quando nel novembre del 2009
le vendite all’estero calarono dell’8%. Le
flessioni tendenziali sono “di ampia intensità”
sia per l’area extra Ue (-8,8%) sia per l’area Ue
(-6,1%), ma “significativamente condizionate
dalla differenza nei giorni lavorativi (21 a
luglio 2016 contro i 23 di luglio 2015)”. Al
netto di questo effetto, la flessione tendenziale
delle vendite estere si riduce a -0,9%. Le
importazioni aumentano dello 0,5% sul mese
e si riducono dell’8,3% nell’anno.
Nel dettaglio, il surplus commerciale a luglio
è di 7,8 miliardi (in calo dagli 8,1 miliardi di
luglio 2015). Nel primi sette mesi dell’anno
l’avanzo commerciale raggiunge invece 31,1
miliardi (+45,9 miliardi al netto dei prodotti
energetici).
La
flessione
congiunturale
dell’export è la sintesi di un calo delle vendite
verso i mercati Ue (-1,1%) e di un lieve
aumento di quelle verso l’extra Ue (+0,2%).
I prodotti energetici registrano una marcata
diminuzione (-13,1%), mentre i beni di
consumo durevoli (+1,6%) e i beni intermedi
(+0,5%) risultano in crescita.
Nel trimestre maggio-luglio 2016, rispetto
al trimestre precedente, l’aumento delle
esportazioni
(+0,7%)
è
determinato
esclusivamente dall’area Ue (+1,6%). I
prodotti energetici registrano l’espansione
più consistente (+17%). Su base annuale
le vendite di prodotti petroliferi raffinati
(-31,7%) sono in forte diminuzione, mentre
le esportazioni di mezzi di trasporto,
autoveicoli esclusi, (+4,5%) contrastano la
diminuzione tendenziale dell’export. A luglio
2016 le esportazioni verso Belgio (-26,4%),
paesi Mercosur (-22,2%) e paesi Opec (-17,5%)
registrano un marcato calo tendenziale. Si
segnala invece la crescita verso Cina (+4,7%) e
Giappone (+4%).
Nel mese di luglio 2016 l’indice dei prezzi
all’importazione dei prodotti industriali
diminuisce dello 0,3% rispetto al mese
precedente e del 4,1% nei confronti di luglio
2015.
Lariduzione dei prezzi all’importazione
dipende principalmente dalle dinamiche del
comparto energetico, al netto del quale l’indice
registra un aumento dello 0,1% rispetto al
mese precedente e una diminuzione dell’1,9%
in termini tendenziali.
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AUTOGRILL PUNTA SUGLI AEROPORTI USA:
16 RISTORANTI A LA E LAS VEGAS
MILANO – Autogrill (il titolo) accelera negli
Stati Uniti e, attraverso la controllata americana HMSHost, si garantisce la gestione di altri 16
punti vendita negli scali Los Angeles International Airport (12 negozi) e al McCarran International Airport di Las Vegas (4 negozi). A darne
notizia è stata la stessa società italiana, che ha
concluso così l’acquisizione dei ristoranti a seguito del primo annuncio che era arrivato a fine
giugno. Il prezzo stabilito per la transazione è di
36,8 milioni di dollari (poco più di 33 milioni di
euro).
Si tratta di un altro passo in direzione della crescita
a stelle e strisce da parte della società italiana
della ristorazione su strade, in stazioni ferroviarie
e aeroporti. Soltanto due settimane fa il gruppo
dell’orbita Benetton (è controllata infatti da
Schematrentaquattro, a sua volta posseduta al 100%
da Edizione, la finanziaria della famiglia veneta)
aveva annunciato l’accordo per l’acquisizione di
Stellar Partners, che gestisce 38 punti vendita in
10 importanti aeroporti statunitensi con vendite
annuali stimate in 38 milioni di dollari.
Venendo all’ultimo shopping americano, si tratta di
attività che nel 2015 hanno fruttato circa 40 milioni
di dollari di ricavi, che dovrebbero lievitare a 50
milioni di dollari nel corso del 2016 per un flusso
di cassa per negozio stimato in 8 milioni di dollari.
La nota d’annuncio dell’acquisizione la definisce
come “funzionale all’obiettivo strategico di
Gruppo di un continuo rafforzamento della
leadership di HMSHost nel settore dei servizi
di ristorazione aeroportuale in Nord America.
Grazie all’operazione HMSHost, già presente
nei due aeroporti, aggiungerà alle sue attività la
gestione di ristoranti quali Panda Express, due
Marmalade Café, Rolling Stone Bar, Loteria Grill,
BLD (Breakfast Lunch Dinner) e Wolfgang Puck a
Los Angeles, e Einstein Bros. Bagels, 360 Gourmet
Burritos, Baja Fresh e Carl’s Jr. a Las Vegas”.
Quando fu dato l’annuncio del compromesso
a giugno, il presidente e ad di HMSHost, Steve
Johnson, aveva spiegato: “Porteremo avanti i
valori che hanno sempre contraddistinto la nostra
collaborazione con CMS, quali l’eccellenza del
servizio e l’attenzione alla crescita e allo sviluppo
dei nostri collaboratori”.
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MENINGITE:
una nuova pestilenza da combattere o nuovo business delle cause farmaceutiche...
*Di Daniele Giacobbe
La meningite è una malattia nota da sempre, dovuta all’infiammazione delle meningi, le membrane
che rivestono il cervello. L’infiammazione di tali
membrane si ripercuote sul cervello portando a
gravi sintomi neurologici che possono portare alla
morte oppure a postumi gravi come sordità, ritardo
mentale, paralisi motorie, epilessia.
E che, ha fatto il suo apparire puntualmente anche
quest’anno durante il periodo invernale-primaverile.
Potremmo parlare delle generiche misure preventive, come quella di ridurre ed evitare contesti di
sovraffollamento, ma l’unica misura veramente sicura ed efficace è la vaccinazione.
Questa efficacia implicherebbe l’adozione del vaccino come forma cautelativa di una malattia rarissima
ma potenzialmente mortale, senza troppi problemi
da parte dei cittadini. In realtà l’incubo meningite ha ridato vita al dibattito – eterno? - sui vaccini,
tema caldo che da tempo vede da un lato i sostenitori della loro efficacia e dall’altro coloro che ne
proclamano inefficacia e dannosità. Ciò che rende
la questione apertamente dibattuta tra gli individui
sono la mortalità da un lato e il fatto che una sparuta
ma apparentemente determinata minoranza di medici, li sconsiglia.
E qui sta il punto. Noi viviamo negli anni della cosiddetta post verità – soprattutto sui social – la post
verità è quel concetto liquido e tendenzialmente pernicioso per cui i fatti oggettivi sono meno influenti
degli appelli ad … emozioni e credenze tutte personali nel formare l’opinione pubblica.
Ed il fatto che esista e sia presa per oro colato questa
post verità sui vaccini e sulla meningite che porta
ad una sorta di schizofrenia sociale. La contraddittorietà nei comportamenti è figlia diretta e legittima
della così definibile “ignoranza informata”. Insomma il cittadino-genitore che diffida del vaccino è ovviamente ignorante di biologia, immunologia, medicina e un sacco di altre scienze e discipline. Ma su
queste si “informa” – molto volentieri - su ciò che ha
a disposizione e a misura del suo tempo e della sua
capacità di comprendere e discernere. Clikka vaccini
e gli arriva un mare di chiacchiere da comari molto
tecnologiche, che poi è la versione contemporanea
del “mia cognata ha un cugino… che lavora in una
ditta di farmaci e mi ha detto che…”.
In Italia, le vaccinazioni contro la meningite hanno
registrato un incremento del +77% durante lo scorso
anno (da gennaio a ottobre rispetto allo stesso periodo del 2015). Secondo l’ultima ricerca in Italia sarebbero state vendute in farmacia oltre 41.000 dosi
di vaccini nel periodo che va da Gennaio a Ottobre
2016, ovvero 27.000 in più rispetto allo stesso periodo del 2015. Il picco di vendite si sarebbe registrato
tra febbraio e marzo 2016, ovvero durante la prima
ondata di casi di meningite in Centro Italia. E a novembre si sarebbe registrato un ulteriore incremento
(+172%) di richieste di vaccino in farmacia (con 4.000
confezioni vendute).
Se poi aggiungiamo che un vaccino costa mediamente 90 euro l’entità della torta del business dei vaccini
è presto dato: sono circa 4 milioni di euro.
In realtà tutti dovrebbero riflettere che ogni minuto
nel mondo vengono salvate cinque vite e con questo
ritmo saranno evitati 25 milioni di morti da qui al
2020. Se la matematica non è un’opinione …
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REFERENDUM : PREVISIONI, MINACCE E CATASTROFI DEL DAY AFTER
Referendum 4 dicembre: conto alla rovescia per il futuro della nostra carta costituzionale
*Di Chiara Scovacricchi
E’ una prerogativa tutta italiana, riusciamo a
dividerci tra Guelfi e Ghibellini su ogni argomento: dal calcio alla politica, dalle questioni
della Chiesa a quelle del Grande Fratello VIP e
adesso, con il referendum del 4 dicembre, persino in tema di diritto costituzionale.
E’ colonna portante del dna tricolore questa
persistente dicotomia, non c’è niente da fare,
ci infiammiamo per tutto. E le due fazioni in
disaccordo, in genere, si scambiano idee a supporto della propria tesi con confronti tutt’altro
che pacifici.
Però è necessario stavolta ammettere che il clima ostile venutosi a creare nella campagna del
Sì e No e che ora, a pochi giorni dal voto, si sta
ancora di più accentuando, non è tutta farina del
nostro sacco.
Molta proviene dal sacco degli strateghi della
comunicazione che stanno dietro ai due schieramenti e molta dal sacco -meno lecito- della stampa estera che ha disturbato e sta disturbando la
dimensione nazionale del voto, con influssi “europei” che, di regola, non sono troppo graditi
dai nostri elettori.
E allora, ad una manciata di giorni dal fatidico
Xday, non vogliamo ripetere i punti salienti riforma costituzionale promossa dal governo Renzi nè elencare di nuovo i buoni motivi per votare Sì e i buoni motivi per votare NO promossi
dall’una e dall’altra sponda.
Parleremo del “day after”, o meglio degli scenari
apocalittici che i newspaper, internazionali e locali, si sono dilettati a delineare per l’italia.
Vi è catastrofismo per entrambi i risultati. Commentatori, politici e opinionisti sembrano infatti
prevedere un futuro da incubo a seguito di questa consultazione popolare, sia in caso di vittoria del sì che in caso di maggioranza di no.
Quali sono le dichiarazioni più cupe che caratterizzano questa fine di campagna referenderaria?
Ne elenchiamo alcune associandole ai loro fautori.
- Per il quotato Wall Street Journal, questa la
previsione: titoli bancari a picco. Un eventuale
esito negativo del referendum porterebbe infatti
ad una caduta irrefrenabile dei titoli bancari italiani e ad un ulteriore indebolimento dell’euro
secondo la celebre rivista americana.
- Addio investimenti, l’Italia si ferma. Secondo
Vincenzo Boccia, Presidente di Confindustria, se
vince il No si dovrà dire addio ad ogni genere di
investimento, poiché dal voto uscirebbe un solo
segnale: l’Italia non vuole cambiare.
Stessa opinione ce l’ha John Phillips, Usa in Italia che non ha dubbi: “il No al referendum sulla
riforma costituzionale sarebbe un passo indietro
per gli investimenti stranieri in Italia, perchè il
Paese deve garantire stabilità politica. Sessantatre governi in 63 anni non danno garanzia” diwww.ilfattogiornaliero.it
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scompare il Pd e vanno al governo i 5 Stelle.
- Fallimento di Italia e Europa. Secondo Handelsblatt, il principale quotidiano tedesco il rischio
è rappresentato dall’equazione: se fallisce Renzi
fallisce l’Italia e se fallisce l’Italia fallisce l’Europa. I newspaper d’oltralpe pensa che dopo la
Brexit nessuno vorrà rischiare altri scossoni.
Simile la minaccia prospettata da Wolfgang Munchau -condirettore del Financial Times, il principale quotidiano economico britannico- che vede
l’Italia fuori dall’euro e non solo. “Il 5 dicembre”
afferma “l’Europa potrebbe svegliarsi con l’immediata minaccia della disintegrazione”.
chiara.
- Deriva autoritaria e dittatura della sinistra per
l’ex premier Silvio Berlusconi il quale ritiene
che il 4 dicembre si decida del futuro di una riforma pericolosa, che -qualora entrasse in vigore- potrebbe dar vita a una deriva autoritaria e
alla dittatura di un uomo solo al comando.
- Volatilità dei mercati. Per Banca d’Italia il differenziale fra la volatilità implicita del mercato
italiano e quella dell’area dell’euro è elevato; gli
indicatori segnalano un forte aumento della volatilità attesa per il mercato italiano a ridosso
della prima settimana di dicembre, in corrispondenza con il temuto referendum sulla riforma
costituzionale.
- Per Massimo D’Alema, schierato a favore del
No, il quadro è molto semplice: se vince il Sì
La posta in gioco è alta, è vero, è in ballo il futuro della nostra carta costituzionale. Ma da qui a
condividere questi scenari catastrofici ci corre.
Non ci resta che ponderare bene la nostra decisione, informarsi e sopratutto essere motivati per
andare alle urne senza azzardare né litigare su
previsioni e sondaggi. Come abbiamo visto con
la recente esperienza delle elezioni americane,
lasciano il tempo che trovano: servono soltanto
a far inasprire il clima e quasi mai ci indovinano.
Sembrerebbe che per il referendum del 4 dicembre una grande differenza di risultato la faranno
i giovani che rischiano di diventare il vero tallone d’Achille del premier.
Il governo Renzi è il governo con l’età più bassa
nella storia della Repubblica eppure non riesce a
sedurre gli under 35, che tra pochi giorni potrebbero addirittura affossarlo.
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PROFESSIONE DESIGNER DI LOCANDINE CINEMATOGRAFICHE.
LA STORIA DI BIG JELLYFISH
Si è appassionato al settore cinematografico fin da
piccolo, quando nell’intimità della sua stanza si
divertiva a copiare locandine di artisti di livello
come Renato Casaro o Drew Struzan. Parte da qui
la storia di Daniele Moretti e della sua italianissima BIG JELLYFISH®, l’agenzia che ha realizzato
il volto pubblicitario di alcuni dei recenti film e
serie tv di maggior successo come “Gomorra” o
l’apprezzato “Lo chiamavano Jeeg Robot”.
Nell’intervista con Daniele vengono fuori tutta la
magia che porta al processo creativo e le difficoltà
nel “raccontare” in maniera univoca le sensazioni
che un film trasmette. “La sfida maggiore è raccogliere tanti feedback da più parti, spesso contrastanti e cercare di dare una rotta unica a tutto il
progetto. All’inizio si va un po’ per tentativi” dice.
E il suo sogno per il futuro? Che gli commissionino una locandina western.
Avete già sentito parlare di BIG JELLYFISH? No,
non stiamo parlando di meduse, ma di un’agenzia
tutta italiana che aiuta a rendere ancora più magico
il mondo del cinema e delle serie tv.
Come? Con delle locandine a regola d’arte. BIG
JELLYFISH® nasce nella camera di Daniele Moretti, oggi abile e stimato art designer che, fin dalla
tenera età, ha coltivato la sua grande passione per il
lavoro degli illustratori trasformandola nelle locandine dei suoi film preferiti.
“Copiavo le loro opere disegnando e appendevo i
loro poster e i miei disegni sulla porta e sui muri
della mia camera, non mi interessava se il film fosse
bello o brutto, amavo i loro disegni. Artisti come
Renato Casaro o Drew Struzan sono tutt’ora fonte
d’ispirazione per me.”
Un’ispirazione che, unita ad una grande esperienza nel mondo della creatività, ha portato Daniele a
fondare l’agenzia che, tra i tanti lavori, si è occupata
della realizzazione della locandina di “Lo chiamavano Jeeg Robot”.
Abbiamo avuto il grande piacere di scambiare
quattro chiacchiere con Daniele Moretti, ecco qui la
nostra intervista:
Ciao Daniele, parlaci di BIG JELLYFISH. Come nasce, qual è la sua storia?
BIG JELLYFISH nasce non appena compresi che era
arrivato il momento di crescere. Per molti anni ho
lavorato come dipendente, finché le cose non andavano così male che il salto nel buio era l’unica
soluzione possibile. Spesso per fare la scelta giusta
devi essere messo alle corde.
Da “Gomorra” a “Lo chiamavano Jeeg Robot“: da
cosa vi lasciate ispirare per realizzare le creatività?
Inutile negarlo, il lavoro che svolgono grandi agenzie di L.A. o più vicino di Londra e Parigi sono senza dubbio un punto di riferimento, e lo sono per
un motivo molto semplice: curano il loro prodotto,
impiegano risorse e fanno della qualità un obiettivo. D’altronde se si fa un lavoro che sai che tutto
il mondo guarderà, criticherà o amerà perché farlo
male?
Sentono la responsabilità che gli è stata affidata e
il livello tende sempre al massimo, arrivarci poi è
un altro discorso ma non si può negare che anche
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per produzioni minori il gusto estetico e le capacità tecniche sono di alto livello. Questo per quanto
riguarda il look generale, poi c’è la specificità del
film che porta con sé idee, suggerisce la strada, ti
trasmette delle emozioni e bisogna lavorare un po’
su quelle.
Cerco di lasciarmi influenzare da tutto, se trovo
delle similitudini con altri film, fumetti o serie vado
a vedere come sono state realizzate, come hanno
risolto alcuni problemi; osservare costantemente il
lavoro degli altri, in ogni campo visivo e artistico
è per me un punto fondamentale e una delle parti più interessanti del mio work flow, contribuisce
alla mia crescita personale e spesso ti offre delle soluzioni ponendoti di fronte ad altre domande.
Qual è la difficoltà più grande da affrontare, da un
punto di vista comunicativo?
Cosa deve raccontare una locandina? È questa la
grande domanda e la risposta è 42. Una domanda a cui a cascata si aggiungono “Cosa vuole che
racconti per la distribuzione” e “Cosa vuole che
racconti per il regista” e la risposta è sempre 42 [fa
riferimento al libro Guida galattica per autostoppisti, ndr]. Quindi la confusione è sempre molta. Un
film ti lascia delle sensazioni e colpisce in maniera
diversa sensibilità diverse. La difficoltà maggiore è
raccogliere tanti feedback da più parti, spesso contrastanti e cercare di dare una rotta unica a tutto il
progetto. All’inizio si va un po’ per tentativi perché
la mia visione può essere diametralmente opposta a
quella di chi ti commissiona il lavoro; cerco sempre
di trovare una strada comune che non cerchi solo di
mettere d’accordo tutti ma che sia anche bella. Il più
delle volte ci si riesce e dalla confusione iniziale si
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esce con la calma dell’obiettivo raggiunto.
Quale progetto ti piacerebbe realizzare in futuro? E
quale invece avreste voluto realizzare?
Mi auguro prima di tutto che i film di genere prendano nuovamente il posto che meritano nella produzione cinematografica italiana. Sarebbe come
aprire le finestre in una stanza rimasta chiusa troppo al lungo. L’aria che si respirerà sarà così fresca e
creativa che ogni progetto ne trarrà il suo beneficio.
Detto questo, un bel film Western mi gaserebbe da
morire: mi vedo già chiuso con lo stereo a palla e
Ennio Morricone nel petto. In realtà lo faccio a prescindere dal film ma con un western funzionerebbe
meglio. Alla seconda domanda, giusto per sognare,
Suicide Squad: stanno facendo un lavoro talmente
folle che hanno tutta la mia stima e invidia.
Quella delle locandine cinematografiche nel corso
della storia del cinema è diventata una vera e propria arte da collezione. Perché, secondo te?
Credo che le locandine, anzi solo le belle locandine, riescano a comunicare qualcosa che va oltre il
film, un po’ come un quadro che restituisce all’osservatore molto più di quanto l’artista stesso volesse esprimere. Molte locandine sopravvivono ai
film che promuovono, alcune diventano iconiche
perché il film le ha rese tali, altre invece brillano di
luce propria.
Dietro un artwork, passato o moderno, spesso si
nascondono dei gioielli artistici. L’arte si nutre di
arte e questo da sempre. Il cinema nutre la sensibilità artistica della persona che lavora dietro una
locandina, e non di rado il risultato è straordinario.
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ECCO LE STARTUP ITALIANE ACQUISTATE NELLA PRIMA METÀ DEL 2016
In questi primi sei mesi dell’anno, ottimo
il bilancio di vendita delle startup made in
Italy.
Ben 8 le acquisizioni da parte di grandi corporate soprattutto straniere.
La prima transazione del 2016 in questo senso è avvenuta da parte di Irvine Scientific,
azienda di Santa Ana in California produttrice di materiale, reagenti e dispositivi medicali, che a gennaio ha comprato Biocare Europe
srl, un distributore con sede a Roma. Ma le
compravendite più importanti sono Yogitech
-rilevata al 100% da Intel ad aprile- e Solair,
azienda bolognese che Microsoft si è accaparrata a maggio, operante nel promettente
mondo del cloud computing e dell’internet
of things.
2. Sia spa acquisisce T-Frutta – 1 febbraio 2016
Otto startup vendute nella prima metà del 2016.
Questo il numero di acquisizioni di startup italiane
da parte di altre aziende. Le acquisizioni di aziende
innovative da parte delle corporate, italiane e straniere, aiutano a trasferire le competenze e i talenti
dall’esterno all’interno del perimetro dell’impresa.
1. Irvine Scientific acquisisce Biocare – 13 gennaio
2016
La prima acquisizione del 2016 è quella di Biocare
da parte di Irvine Scientific, azienda di Santa Ana
in California, produttrice di materiale, reagenti e
dispositivi medicali utilizzati per la cultura cellulare per applicazioni industriali, cliniche e di
ricerca. Biocare Europe srl è un distributore con
sede a Roma. La startup guidata da Luca Trama
distribuisce in Italia, Francia, Grecia, Portogallo e
Spagna una vasta gamma di prodotti di fecondazione in vitro.
Sia SpA ha rilevato il 69% (51% acquisito più aumento di capitale) di Ubiq, specializzata nella progettazione e sviluppo di soluzioni tecnologiche
innovative, in particolare nell’ambito delle promozioni, in cui opera appunto con il marchio T-Frutta. L’applicazione per mobile nata nel 2012 da uno
spin-off dell’Università di Parma si propone di far
guadagnare facendo la spesa. Grazie a questa exit i
creatori di Jiffy puntano ad entrare nel mercato dei
coupon cartacei che in italia vale 70 milioni di euro.
3. Harper Collins Italia acquisisce 20Lines – 22 febbraio
Editoria digitale e startup sono le protagoniste di
questa acquisizione: HarperCollins Italia compra
20Lines, una delle più importatni community a livello a livello mondiale per condividere e leggere
testi brevi. Nata a fine 2012 dalle idee di Alessandro
Biggi, Pietro Pollichieni, Marco Pugliese e Francesco Scalambrino, 20lines oggi conta più di 220.000
utenti registrati, oltre a 15.000 nuove storie pubbli-
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cate ogni mese. È stata inserita da Apple tra le migliori app in 96 Paesi.
4. Glovo acquisisce Foodinho – 1 aprile
Il food è il settore con le quali le startup italiane riescono a fare gola alle aziende straniere. La spagnola Glovo che si occupa di food delivery ha acquisito
la milanese Foodinho. La piattaforma italiana permette di consegnare cibo a domicilio su biciclette e
veicoli elettrici. L’acquisizione permette a Glovo di
allargare il suo ambito di azione sul mercato italiano.
5. Intel acquisisce Yogitech – 5 aprile
Intel ha rilevato il 100 per cento di Yogitech, azienda pisana che ha sviluppato hadware e software
per la sicurezza nel settore automotive. L’acquisizione da parte del colosso californiano porterà
l’azienda italiana nella costola Internet of Things
della controllata di Intel. In questo modo Yogitech
potrà continuare a lavorare alla functional safety
con un sistema che permette di controllare e assicurare che ogni processore che lavora nei meccanismi
di automazione funzioni come dovrebbe, e avverte
in tempo reale il driver alla guida quando smettono
di farlo.
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Solair.
L’azienda bolognese fondata nel 2011 è una delle
poche italiane ad aver raggiunto un fatturato di un
milione di euro. Si occupa di cloud computing e internet of things.
Dopo quella di Yogitech a Intel, questa è stata la seconda acquisizione da parte di una multinazionale
americana in Italia.
L’acquisizione affonda le sue radici nella tecnologia usata da Solair, Microsoft Azure. Con un’unica
visione di business Solair potrà completare alcune
delle funzionalità della Suite IoT Azure.
8. Zucchetti acquisisce Fabtotum – 26 maggio 2016
Il gruppo Zucchetti ha comprato il 51% di Fabtotum, la startup che produce stampanti 3D per 1,5
milioni di euro. I cofondatori Marco Rizzuto e Giovanni Grieco hanno dato vita a questa startup sui
banchi del Politecnico di Milano.
Negli anni l’azienda è cresciuta molto fino a produrre spampanti con 600 pezzi arrivati da 70 fornitori in tutto il mondo.
Con l’acquisizione porteranno le loro competenze
in Zucchetti e riusciranno così a sfruttare la struttura di Zucchetti per gestire la produzione delle
stampanti
6. Smartbox acquisisce Emozione3 – 6 aprile
L’irlandese Smartbox, leader nel settore dei cofanetti regalo per vacanze e cene, ha acquisito Emozione3, il prodotto di punta dell’italiana WIshDays.
L’azienda veronese fondata nel 2006 entra a far parte di Smartbox al 100 per cento per una somma che
si aggirerebbe intorno ai 20 milioni di euro. In questo modo l’azienda irlandese riuscirà a controllare
il 30 per cento del mercato italiano che Emozione3
era stata in grado di conquistarsi.
7. Microsoft acquisisce Solair – 3 maggio 2016
La prima startup italiana comprata da Microsoft è
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LA SPIAGGIA DIVENTA HI-TECH.
5 E PIÙ TROVATE SOTTO L’OMBRELLONE
Vi regaliamo una piccola anteprima di quello
che verrà presentato più approfonditamente a
Sun Next, in programma alla Fiera di Rimini
dal 13 al 15 ottobre prossimi, un evento
organizzato da Mondo Balneare che fa capire
quanto le spiagge e -in generale- le vacanze
stia diventando sempre più hi-tech. Così
avremo app semplici e rapidissime per affittare
barche di tutti i tipi in più di 90 porti italiani,
sistemi per ordinare raffinati menù e farceli
consegnare direttamente sotto l’ombrellone,
librerie digitali che con semplice QR applicato
al palo dell’ombrellone permettono di leggere
libri e quotidiani di ogni tipo, online travel
agency al mondo dedicate al diving e allo
snorkeling e molto altro ancora.
Perchè la passione per internet e tutto il suo
mondo non va mai in vacanza…
Ombrelloni che si aprono e si chiudono da soli. La
sdraio posizionata proprio là dove i raggi solari
arrivano diretti, e abbronzarsi diventa un piacere.
Grazie allo smartphone. E poi, chi l’ha detto che
oziare sulla sabbia non voglia dire continuare
ad essere connessi? . Nasce anche da queste
considerazioni, “Sun Next”, in programma alla
Fiera di Rimini, dal 13 al 15 ottobre prossimi,
organizzata da Mondo Balneare, primo portale
di informazione e servizi per il settore balneare,
e da Cna Emilia-Romagna. Le iscrizioni scadono
il 31 luglio. Intanto, Corriere Innovazione è
andato a sbirciare in anteprima tra le start up
candidabili. E le sorprese non mancano.
Da questo ombrellone non mi muovo. Neppure
per mangiare. Tanto c’è “GetEat”, un sistema per
ordinare il menu in spiaggia, direttamente dal
proprio smartphone o dal tablet. La pigrizia da
spiaggia 2.0, frutto della start up “Smart Beach”
creata da Fabio Traini, non finisce qui. Sotto
l’ombrellone è stata posizionata una uscita Usb
per poter caricare il cellulare. Ma il pezzo forte è
l’ombrellone che si apre e si chiude da solo. Con
buona pace del bagnino di turno. “L’apertura
dell’ombrellone, oltre a essere automatizzata
grazie a una scheda programmabile, può aprire
e chiudere gli ombrelloni ad un determinato
orario e gestisce automaticamente il processo in
caso di pioggia o troppo vento”, spiega Traini,
pronto ad “esportare” Smart Beach dalla sua San
Benedetto del Tronto, nelle Marche, a Jesolo, in
Veneto, dove, più di duemila “pezzi” di Smart
Beach saranno a disposizione dei bagnanti nel
2017 per la prossima stagione estiva.
Alcuni la chiamano famigliarmente la “Rosea”,
altri la “Gazza”. E’ la Gazzetta dello Sport,
l’indimenticabile compagna delle mattinate al
mare dei calciofili, che è sempre lì. In spiaggia.
Stessa cosa per il “Corriere” (Il Corriere della
Sera), anch’esso disponibile su smartphone
e tablet. Come tutti i giornali del Gruppo
Rcs, partner della Start up “QuiBee”, passata
dall’incubatore Next di Rcs e fondata dal
torinese Luca Bona, il quale ha creato la prima
libreria digitale da spiaggia.
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Spiagge e barriere architettoniche. Un binomio
che spesso non funziona come dovrebbe. Perché
le vacanze per i disabili possono diventare una
impresa faticosa. Il più delle volte si trovano in
grandi alberghi camere pienamente accessibili,
ma separate dalla hall da una rampa di scale o
da ascensori che non sono in grado di accogliere
le carrozzine elettriche.
C’è però una piattaforma nuovissima,
“Bookingbility”, messa su da un gruppo di
ragazzi di Palermo, i quali stanno provando
a cambiare le cose. “Prenotandoci è possibile
scoprire spiagge e strutture ricettive adatte ad
ospitare persone disabili e con esigenze speciali”,
spiega Annalisa Riggio, fondatrice della start
up. Dopo un anno di rodaggio, da questa estate
è possibile iscriversi andando direttamente sul
link https://welcome.bookingbility.com/
I numeri contano anche in vacanza. “Il nostro
fiore all’occhiello? Possiamo aprire e chiudere
centottanta ombrelloni in 37 secondi”. Quella
raccontata da Filippo Borioni non è una prova
di forza, ma il risultato di una app, “Bagni 77”,
dal titolo dello stabilimento balneare gestito da
undici anni dal 35enne Filippo.
L’app funziona per tutto: dalla prenotazione
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dei campi di gioco a quella dei lettini e degli
ombrelloni. E poi si tira tardi in spiaggia,
consumando il meno possibile: perché qui, a
Fano, in provincia di Ascoli Piceno, raccontano
di essere stati i primi a dotarsi di un sistema di
chiusura dell’ombrellone ad energia solare. E
con lo stesso sistema è stato possibile realizzare
il primo caricabatteria da lettino ad energia
solare.
C’è sempre quello che non si fida. E anche se ci
sono quaranta gradi all’ombra, non si bagna mai,
preferendo fare la guardia agli effetti personali.
Forse, quelli di Ribox, inventori degli armadietti
in alluminio da spiaggia, hanno pensato
proprio a loro, i body-guard del portafoglio,
pronti a sudare pur di sorvegliare portafoglio e
telefonino.
Battute a parte, gli armadietti, disponibili in
cento colori diversi – realizzati a Dresano,
nel Milanese – e con protezione dagli spruzzi
d’acqua e dalla sabbia, sono il posto ideale dove
custodire e ricaricare in sicurezza, grazie ad una
chiavetta USB, il proprio smartphone e tablet.
“Gli ultimissimi della serie sono in versione
totem e dotati di uno schermo video sul quale è
possibile trasmettere spot pubbliciatari, filmati
e annunci del lido”, spiega Fabio Varetto,
direttore di RiBox.
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DALLA FRANCIA SAIP, L’APP ANTI-TERRORISMO
L’applicazione un po’ inquietante si chiama SAIP ed
è frutto della paura scaturita dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015. Fu annunciata dal premier
francese Manuel Valls e oggi è finalmente disponibile per Iphone e Android dato che, con gli europei
di Francia alle porte, la preoccupazione per eventuali attacchi ritorna prepotente. L’app ti permette di ricevere allarmi in tempo reale in caso di rischi per la
sicurezza e l’incolumità personale (lo schermo dello
smartphone diventerà rosso con la scritta “Alert”),
dà consigli pratici e istruzioni da rispettare in caso
di pericolo e, basandosi sulla tecnologia della geolocalizzazione, funziona anche in zone caratterizzate
da assenza di campo.
Gli europei di Francia 2016 sono alle porte e la preoccupazione per possibili attentati è molto alta. Il governo di Parigi ha pensato a un nuovo sistema di difesa,
un’app per smartphone che avvisa i cittadini quando
è in corso un attacco terroristico. Si chiama Saip (sistema d’allerta e d’informazione per la popolazione) ed
è stata sviluppata dopo la strage dello scorso 13 novembre, quando i jihadisti dello Stato islamico colpirono al cuore la capitale francese, facendo 130 vittime.
L’applicazione, disponibile in inglese e francese su
Apple Store e Google Play, permette di ricevere allarmi in tempo reale in caso di rischi per la sicurezza
e l’incolumità personale. E fornisce consigli su come
affrontare queste situazioni di pericolo: “Non uscire
in strada, riparati in un edificio chiuso, non andare
a prendere i bimbi a scuola”, sono alcuni dei messaggi visualizzati sul cellulare in caso di emergenza.
Un’arma difensiva efficace e gratuita, che si basa sulla tecnologia della geolocalizzazione: necessaria, per
consentire allo strumento di funzionare anche in zone
caratterizzate da assenza di campo.
Dopo aver attivato il gps sul proprio smartphone,
infatti, l’utente riceve notizie e aggiornamenti se un
attentato è in corso nella zona in cui si trova. Un’autobomba o una sparatoria fa diventare rosso lo schermo
del dispositivo, su cui compare poi la scritta “Alert”,
con una breve descrizione della minaccia. Basta premere il pulsante “mi informo” per ottenere informa-
zioni e istruzioni rapide.
Qual è il comportamento
più adatto in
questi casi?
A illustrarlo,
direttamente
la Protezione
civile, che invia messaggi già validati dal ministero dell’Interno.
La segnalazione arriva con una notifica silenziosa: per
una persona che si nasconde da jihadisti armati, infatti, suoni o vibrazioni potrebbero costare la vita. Il
tempo di reazione è immediato: l’allerta apparirà in
meno di 15 minuti da quando la minaccia è stata confermata.
Il raggio d’azione di Saip è molto ampio: inserendo
i codici di avviamento postale o i nomi dei Comuni,
sarà possibile monitorare anche altre aree geografiche,
in modo da contattare e informare parenti e amici. Se
l’attacco sta avvenendo altrove, il segnale di pericolo
non sarà attivato: un semplice messaggio avviserà su
quali luoghi è meglio evitare, per non incappare in un
esponente del sedicente Stato islamico o dell’organizzazione di al Qaeda. Tutte le notifiche potranno anche
essere condivise su Facebook e Twitter: un’opzione
pensata dall’esecutivo per contrastare la diffusione di
resoconti inaccurati e parziali, che si moltiplicano sui
social quando ansia e paura hanno la meglio sulla ragione. Il ministero dell’interno francese ha postato sul
suo profilo Twitter alcune immagini e un video per
spiegare nel dettaglio il funzionamento dell’app.
Gli sviluppatori hanno in programma di perfezionare
presto Saip: l’obiettivo è estenderne la gamma di applicazione, rendendolo uno strumento utile anche per
segnalare disastri industriali e calamità naturali. Alla
vigilia dell’apertura del campionato europeo di calcio, Parigi ha così aggiunto un ulteriore elemento al
proprio dispositivo di sicurezza, composto da almeno 100mila uomini già schierati negli stadi e in altre
aree sensibili. Ma i dubbi sul suo utilizzo non mancano: come saranno usati i dati personali degli utenti
registrati al servizio? La privacy sarà assicurata, ha
garantito l’esecutivo.
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STORIE DI GRANDI IMPRENDITORI SELF MADE:
TIGER E I SUOI 500 NEGOZI NEL MONDO
E’ Lennart Lajboschitz, danese, 56 anni, ex venditore di ombrelli usati nei mercatini delle pulci di
Copenhagen, il fondatore della catena di negozi
di oggetti divertenti per gli usi più disparati Tiger, 500 punti vendita in 27 Paesi del mondo. Ci
piace raccontare l’ennesima avvincente storia di
un imprenditore self made che, lasciati gli studi
a 16 anni, incomincia a viaggiare e a farsi domande. “Il periodo più formativo della mia vita è stata la mia infanzia” racconta in una recente intervista “quando i miei genitori, la sera, spingevano
affinchè mi costruissi un’opinione su ogni cosa e
indirettamente aumentassi la mia autostima”.
Ma come è accaduto che da un ministore di provincia potesse nascere un colosso del retail conosciuto da tutti che ha fatto in pochi anni tendenza? La grande ascesa è cominciata quando a
Lennart, per caso e per praticità, balena l’idea del
prezzo fisso (10 corone) che tanto piacque ai consumatori,. Boom. I ricavi crebbero d’un colpo del
50%. A questa intuizione si aggiunse l’estro del
suo inventore, successivamente appellato Tiger
touch. “Quello che ho saputo fare meglio è stato
prendere un oggetto funzionale e trasformarlo in
uno emozionale” ci spiega umilmente.
E’ nel 2012 che Lennart vende il 70% di Tiger a
Eqt, un fondo svedese di private equity, per la
cifra (non ufficiale) di 134 milioni di euro. Oggi
mantiene il timone dell’azienda ma non sta in ufficio. Gli piace girare col cestino al braccio per i
suoi negozi e osservare le abitudini della gente.
“Sono un antropologo, non un businessman!” ricorda.
A 20 anni vendeva ombrelli usati nei mercatini a
Copenhagen. A 36 ha fondato il suo primo negozio. Due anni fa Lennart Lajboshitz, 56 anni, ha
venduto il 70% di Tiger a un gruppo di private
equity, ma ancora guida l’azienda.
Il mio segreto?«Osservo, viaggio, guardo i giovani:
così posso innovare». 56 anni, danese, è il fonda-
tore della catena di negozi Tiger: oggetti divertenti per gli usi più disparati. In 20 anni ha costruito
un impero con più di 500 negozi in 27 Paesi. Si è
fatto da solo, senza aver frequentato né università né business school, senza alcuna formazione in
gestione o finanza. La sua scuola è stata la strada
e l’esperienza che ha accumulato nella vita. «Il periodo più formativo della mia vita è stata la mia
infanzia» ha raccontato. «Quando ero piccolo, ciò
che si insegnava ai bambini in Danimarca era di
avere fiducia in se stessi. In famiglia la sera ci sedevamo intorno a un tavolo per parlare del mondo: i
miei genitori mi incoraggiavano a fare domande e
a prendere seriamente i miei punti di vista».
Lascia la scuola per conoscere il mondo. Figlio di
un ebreo polacco che vendeva asparagi al mercato
e di una maestra d’asilo svedese, Lennart (così lo
chiamano tutti) è nato e cresciuto a Copenhagen
nel periodo in cui la Danimarca stava gettando le
basi della moderna socialdemocrazia. A 16 anni lascia la scuola e incomincia a viaggiare, finanziandosi con qualsiasi cosa: vende fumetti, fa il fotografo, allena una squadra di ping pong. A 20 anni
incontra la sua futura moglie, Suz. Per due mesi,
zaino in spalla, continuano a girare insieme, poi ritornano in Danimarca. Qui iniziano a guadagnarsi
da vivere riparando ombrelli rotti e vendendoli al
mercatino delle pulci. «Il mercatino è stato un’esperienza molto importante, perché mi ha fatto immergere nella realtà».
L’idea del prezzo fisso nasce per caso. Quando na-
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sce il primo figlio, Lennart e Suz aprono un negozio
per vendere articoli a prezzo scontato. Lo chiamano
Zebra. Poi aprono un pop up store. Un giorno vanno in vacanza e affidano questo secondo negozio
alla fidanzata del fratello di Lennart, che li chiama
disperata perché non riesce a trovare i prezzi delle
cose. Lennart le suggerisce di prezzarle tutte a 10
corone (l’equivalente di un euro), che in slang danese si dice tier. Da qui nasce l’idea del nome Tiger,
il cui suono ricorda appunto quello di “10 corone”.
È il 1995.
Il Tiger touch. Se la prima idea di Tiger è stata quella di acquistare oggetti dai fornitori e rivenderli a
10 corone così com’erano, dopo qualche tempo a
Lennart viene un’altra idea: trasformare quei prodotti in maniera originale e creare un brand e trasformarli in maniera originale. Per esempio disegnare dei baffi su una tazza bianca o rivestire una
normale calcolatrice con un piede di gomma.
«Il successo è stato immediato» ha dichiarato Lennart. «I margini di profitto sono aumentati d’un
colpo del 50%». Si chiama Tiger touch. «Quello che
sappiamo fare meglio è prendere un oggetto funzionale e trasformarlo in uno emozionale». È così
che Lennart e Suz aprono un secondo negozio, poi
un altro e un altro ancora… in tre anni sono 40 i
negozi in Danimarca.
«La gente pensa troppo a quello che può andare
male. Se su 10 cose che si fanno, 8 non hanno successo, non è contenta. Invece io sono contento se 2
sono andate bene. Il resto è esperienza».
Oggetti divertenti e a buon mercato. «Gli articoli
che vengono acquistati (più della metà da fornitori
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cinesi, un terzo danesi, ndr) sono scelti dal nostro
buying team in collaborazione con i designer, che
dovranno poi modificarli» dice Tina Schwartz, direttore marketing di Tiger. «Ogni settimana introduciamo 300 nuovi prodotti, lavoriamo a un ritmo
molto veloce grazie a un’organizzazione piatta e
informale».
Sono un antropologo, non un businessman. Lennart, cestino al braccio, visita spesso i negozi Tiger.
«Non voglio stare in ufficio. Devo vedere i prodotti,
capire come sono valutati dai clienti» ha spiegato
alla Cnn. Monitora continuamente i cambiamenti
nei desideri del consumatore, per adattare i prodotti di conseguenza. «Non mi considero un businessman, ma un antropologo» continua. «Ascolto molto i miei figli che hanno tra i 18 e i 29 anni, ascolto
la gente, viaggio molto. Devo capire quello che succede perché so che devo cambiare ogni giorno. Solo
così posso innovare».
Non più Ceo, ma direttore creativo. Nel 2012 Lennart ha venduto il 70% di Tiger a Eqt, un fondo
svedese di private equity, per una cifra (non uffi
ciale) di 134 milioni di euro. Non è più Ceo ma direttore creativo, mantiene comunque il timone del
business. «Conduco la stessa vita di prima. Mangio
le stesse cose, mia moglie si sente in colpa quando
prende un taxi. In Danimarca lo status sociale non
dipende dalla ricchezza. Se mi guardo indietro, mi
rendo conto che ciò che ha significato di più per me
sono mia moglie e i miei figli. Spero succeda anche
ai miei clienti. Con i miei prodotti cerco di fare in
modo che la gente si incontri, mangi insieme e magari faccia dei bambini…».
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LA PARADOSSALE PARABOLA DI MOTOROLA
Quella che un tempo fu la peggior virata di
business condotta dal marchio di telefonini
Motoriola, ovvero l’investimento nel mondo
dei satelliti Iridium, oggi è un mercato fervido
che scoppia di salute. Quando negli anni ‘90
l’azienda americana decise -sull’onda dell’incredibile successo riscosso nella progettazione
e vendita degli innovativi cellulari richiudibili StarTac- di lanciare in orbita il più complesso sistema di satelliti mai costruito, fu presto
bancarotta. Motorola stava per optare per la
distruzione di quella costellazione di satelliti
fallimentari ma Colussy si fa vivo. Mette insieme una sorta di improvvisata Armata Brancaleone di finanziatori, che va da un misterioso
principe arabo fino agli amici del Reverendo
Jesse Jackson. Riesce a comprare Iridium e,
complici sicuramente i tempi più maturi per
quel progetto geniale e visionario, Iridium
torna a splendere. Ci voleva la testardaggine
di un italiano…con la y nel cognome…
Corsi e ricorsi storici. La beffarda storia dei satelliti di Iridium sarebbe piaciuta a un amante
della circolarità del destino come Giambattista
Vico.
Fu Motorola, il produttore americano di telefonini che spopolava negli anni ‘90, a inventare il
sistema di satelliti Iridium. Che però andò subito in bancarotta e rischiò pure la distruzione.
Venti anni dopo, Iridium, destinata a scomparire scoppia di salute, mentre Motorola praticamente non esiste più (smembrata e una parte
finita dentro il colosso Google).
Siamo nel 1994, all’alba della new economy e
dell’avvento di Internet. La casa americana Motorola ha inventato i telefoni cellulari che saranno gli alfieri del boom economico. Una rivoluzione che cambierà la vita delle persone. Lo
StarTac è l’apice del successo di Motorola: è il
primo telefonino con un design accattivante; è
richiudibile; è così piccolo che sta in un taschino (mentre i primi cellulari erano delle orribili
padelle). La gente ne va pazza: diventa uno status symbol e se nel giro di pochi anni i cellulari,
da oggetto per ricchi e di nicchia, diventano un
fenomeno planetario, di massa, è anche grazie a
quell’oggetto mai visto prima che tutti vogliono.
Sull’onda dell’entusiasmo, in Motorola si imbarcano in un progetto faraonico: lanciare in
orbita il più complesso sistema di satelliti mai
costruito.
Negli uffici della multinazionale pensano che
la telefonia del futuro passerà via satellite: 66
transponder che si muovono contemporaneamente alla velocità di 17mila miglia all’ora su
sei rotte orbitali parallele attorno ai due poli.
Nome: Iridium.
Il primo progetto risaliva addirittura al 1988
e derivava direttamente dal programma “Star
Wars”, il sistema di difesa spaziale voluto del
presidente Ronald Reagan e poi abortito. Roba
da Guerra Fredda e Strategia della Tensione.
L’idea è geniale e visionaria. Forse troppo per i
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匀漀氀甀琀椀漀渀猀 昀漀爀 夀漀甀爀 䌀伀洀洀甀渀椀挀愀琀椀漀渀
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tempi. Infatti Iridium si rivela un disastro commerciale: personaggi famosi come Madeleine
Albright, il segretario di Stato della presidenza
Clinton (la donna della Guerra in Kosovo), si
porta sempre in giro un telefono Iridium.
Ma nel 1999 la compagnia ha accumulato debiti
per 11 miliardi di dollari e brucia 100 milioni di
dollari al mese.
A rovinare le cose, poi, un sistema tariffario a
dir poco barocco che obbliga a far transitare le
chiamate per ponti radio su Mosca e sul Fucino
in Abruzzo.
La bancarotta è inevitabile, a dicembre del Duemila: è la più grande nella storia della Corporate America (sarà battuta poco dopo dal crack
Enron).
A Palm Beach, buen retiro di ricconi in Florida,
c’è un ex direttore generale della PanAm, la storica compagnia aere americana: è lì a godersi la
pensione. Si chiama Dan Colussy.
Ha 69 anni e un cognome quasi impronunciabile
per gli americani. Perché in realtà è un cognome
italiano: Colussi, come la marca dei famosissimi
biscotti. La y finale è stata cambiata da qualche
avo per suonare americano.
Ci voleva la genialità e la testardaggine di un
italo-americano per salvare Iridium da una
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morte sicura.
Motorola aveva deciso: la costellazione sarebbe
stata distrutta. Tenerla in vita costava troppo:
7,5 milioni al mese.
Meglio spegnere il segnale e lasciare che i satelliti cadessero sulla Terra, disintegrandosi
nell’atmosfera. Una perdita colossale da archiviare sotto la voce “esperimento scientifico fallito”.
Colussy invece pensa che Iridium possa avere
un futuro: tra mille difficoltà mette insieme una
strampalata Armata Brancaleone di finanziatori, che va da un misterioso principe arabo fino
ad amici del Reverendo Jesse Jackson. E compra
Iridium. Il resto è storia recente.
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PROGETTO KERAKOLL4TALENT:
SGHEDONI ASSUME GLI UNDER 26 SENZA ESPERIENZA
Prima l’affiancamento tanto per vedere. Poi la malattia del padre e l’inserimento vero e proprio in
azienda. La partenza dal livello più basso: fare il
venditore. In seguito il ruolo meritato da big manager che ha fatto passare il fatturato da 11 milioni a 340. Questa la parabola di Gian Luca Sghedoni, 47 anni, che oggi guida la Kerakoll, impresa
di famiglia attiva da anni nel campo di piastrelle
per l’edilizia.
E poi il nascere di un nuovo progetto: “Do molta
importanza alla ricerca dei talenti, ritengo che la
grandezza di un’azienda sia direttamente proporzionale al livello delle persone. Negli ultimi 20
anni ho fatto circa 2.500 colloqui di lavoro. E da
tre anni ho lanciato il progetto Kerakoll4talent
(www.kerakoll4talent.com): cerco giovani under
26, senza nessuna esperienza, da assumere e formare per avviare alla carriera di manager internazionale”.
Gian Luca Sghedoni, 47 anni, oggi alla guida della
Kerakoll, la sua azienda di famiglia. Aveva 7 anni
quando il padre faceva le prove di incollaggio delle
piastrelle nel garage di casa. «La prima grande difficoltà è stata essere il figlio del proprietario. Tutti
pensano sia un vantaggio, ma non è così. Per gli
altri sei uno che è lì per diritto acquisito, che può
anche permettersi di non lavorare. I primi anni ho
parlato poco e ascoltato tanto. Prima di dire qualcosa dovevo capire di cosa stavo parlando. Ho dovuto dimostrare che ero lì perché me lo stavo meritando» spiega Sghedoni a Millionaire.
Lei è entrato in azienda a 22 anni: è stata una scelta forzata?
«No, è stata una scelta libera, anche per mia sorella e mio fratello. Nel 1990 mio padre ha avuto un
problema di cuore e noi, senza pensarci troppo, abbiamo deciso di continuare. Da quel momento ha
cominciato a guardarci con altri occhi, quelli del
fondatore che deve affrontare il passaggio generazionale e verificare se i suoi figli sono all’altezza».
Come ha imparato il lavoro?
«Andando subito sul mercato a fare il venditore.
Mi è servito per conoscere il prodotto, i suoi punti
di forza e di debolezza, e per avere un rapporto
diretto con i clienti, capire quello che pensavano
dei nostri adesivi o cosa ricercavano in più. Ma soprattutto mi è servito a capire me stesso, se avevo
l’attitudine per questo lavoro. Ci ho messo dieci
anni. Le aziende non si ereditano, si conquistano
sul campo».
Come ha iniziato suo padre?
«Sassuolo è stata per tanti anni la capitale delle
piastrelle in ceramica. C’era la materia prima (l’argilla rossa, ndr) e la manodopera che veniva dalle
campagne. Negli anni 60 molti contadini avevano
abbandonato il lavoro nei campi per aprire la loro
azienda, era il modo più facile per fare soldi. Mio
padre però non voleva essere “uno dei tanti”, ma
il protagonista del proprio settore: così ne ha scelto
uno limitrofo, quello delle colle e degli adesivi per
posare le piastrelle. Da questa idea è nata la Kerakoll».
Lei ha trasformato un’azienda da 11 milioni di fatturato a una di 340: come ce l’ha fatta?
«Ho cercato di ascoltare il mercato, che ci chiedeva
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I MIGLIORI PRODOTTI ENOGASTRONOMICI
MADE IN ITALY
DALLA COLAZIONE ALLA CENA
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prodotti diversi da quelli della semplice posa delle
ceramiche.
Abbiamo fatto ricerca, curato il servizio alla clientela per differenziarci dai competitor, organizzato
corsi tecnici per applicatori, cioè coloro che usano
ogni giorno i prodotti».
Come si fa ad appassionarsi ai prodotti per l’edilizia?
«Il nostro è un settore tradizionale, e a prima vista
sembra che sia poco creativo, ma in realtà non è
così. Ogni giorno sei a contatto con ingegneri e architetti che devono costruire case.
La sfida sta proprio in questo: proporre nuovi materiali, portare innovazione in un settore tradizionale. Un esempio? Abbiamo riportato nell’edilizia
le pitture a base di grassello di calcio e silicati, prima utilizzate solo per i restauri. Rispetto alla pittura sintetica, quella naturale è non solo più bella ma
anche più igienica e traspirante, e costa di meno».
Com’è avvenuta la svolta verso l’edilizia sostenibile?
«Nel 2000 abbiamo acquisito un’azienda italiana
specializzata nella posa di parquet e linoleum. Osservando i prodotti, mi sono reso conto che il materiale più naturale del mondo, il legno, era incollato con solventi che rilasciavano nell’aria sostanze
inquinanti.
Ho chiesto ai laboratori di sostituire queste sostanze con l’acqua. All’inizio mi hanno detto che era
impossibile, poi è stata trovata una soluzione.
Oggi siamo leader mondiali per la posa a base
d’acqua. Da qui è iniziato il nostro percorso verso
i prodotti ecocompatibili, l’efficienza energetica e
la qualità costruttiva degli edifici. Nel Green Lab,
inaugurato a fine 2012, 100 ricercatori lavorano a
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tempo pieno su questi concetti».
Qual è il segreto per diventare un imprenditore di
successo?
«Non perdere mai di vista il “saper fare”. Questo
vale per tutte le aziende: quando entri in un bar ti
accorgi subito se è ben curato, se offre tante miscele di caffè, se i cornetti che trovi al mattino sono
quelli prodotti in serie e distribuiti di notte a tutti i
bar o hanno quel qualcosa in più.
Se il barista ti chiama per nome o se tu sei un numero come gli altri clienti. Lo stesso deve valere
per la tua azienda: il tuo prodotto non deve essere
mai uguale a quello di un altro, devi offrire qualcosa di diverso. È quello che io chiamo cultura d’impresa».
Ho letto che i primi 6 mesi li trascorreranno a vendere…
«La vendita è la prima palestra per conoscere il
prodotto, e per vedere se una persona ha attitudine
ai rapporti interpersonali. È un passaggio obbligato, anche per diventare imprenditori, ed è quello
che sia io che mio padre abbiamo attraversato».
7 focus per fare impresa secondo Gian Luca Sghedoni
1. Se hai un’attitudine coltivala
Che tu sia il fondatore della tua impresa o l’imprenditore di seconda o terza generazione, cerca
di capire se sei portato per questa attività. Se hai
un’attitudine coltivala, altrimenti lascia perdere.
2. Sii determinato
“Se l’occasione non passa dalla porta, costruisci
una porta”: è uno dei miei motti. Una volta che hai
capito che quella è la tua strada, vai avanti e credi
in te stesso.
3. Costruisci una cultura di impresa
Non perdere mai di vista il mestiere, il “saper
fare”, migliora sempre di più il tuo prodotto o servizio, non farti distrarre da altro, per esempio dalla
finanza. Questo per me è cultura di impresa.
4. Innamorati del tuo prodotto
L’imprenditore è il custode della cultura di impresa, se non è innamorato lui del suo prodotto chi lo
sarà?
5. Rendilo diverso dagli altri
Oggi funzionano solo le aziende che danno qualcosa di più, che anticipano le esigenze del mercato.
Se il tuo prodotto è uguale a quello del vicino che
senso ha?
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6. Le scorciatoie non portano da nessuna parte
Gli errori più grandi li ho commessi quando ho
voluto prendere delle scorciatoie: scegliere un prodotto dal prezzo più basso, assumere un manager
della concorrenza perché era già pronto, non seguire il mio istinto per mancanza di tempo o per
comodità.
Queste scelte si sono rivelate sempre sbagliate. La
crescita deve essere graduale, tutti i giorni sul campo.
7. Assumiti dei rischi
Se segui solo la tradizione hai già perso in partenza. Bisogna essere coraggiosi, innovare, rompere
gli schemi. Il rischio è non assumersi rischi.
La storia
1968: Romano Sghedoni, ex commerciante di pitture, fonda a Sassuolo (Modena) la Kerakoll, un’azienda che produce colle e adesivi per la posa delle
piastrelle. Il nome deriva da “keramikos”, che in
greco significa ceramica, e “colla”.
1990: entrano in azienda i figli Fabio, Gian Luca, ed
Emilia. Inizia la diversificazione nei dei materiali
per l’edilizia.
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2000: Gian Luca Sghedoni diventa amministratore
delegato dell’azienda. Inizia la svolta verso i prodotti ecosostenibili.
2007: Premio “L’imprenditore dell’anno”, categoria innovation
2008: Premio Ernst & Young come miglior imprenditore dell’anno
2012: Inaugurazione a Sassuolo del Green Lab,
il centro ricerche che raggruppa nove laboratori
avanzati per lo sviluppo delle Green Technology.
2014: Sghedoni riceve dal Presidente della Repubblica il premio Leonardo Qualità Italia
Numeri
1.350 dipendenti
340 milioni: fatturato 2013 (50% all’estero).
100: Paesi in cui esporta
10 stabilimenti in Europa
12 filiali nel mondo
2 milioni: clienti
5,4%: percentuale del fatturato investita in ricerca
e sviluppo
3,2% investimento in formazione
20 linee di prodotti innovativi
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Dillo con un Fiore
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TANDEM, LA NEOBANK DIGITALE SENZA FILIALI
CHE PIACE TANTO AGLI INVESTITORI
Tandem è un progetto che nasce a Londra e mette in
campo la costituzione di una “buona banca” -come
la definisce uno dei suoi fondatori Ricky Knox- completamente digitale. Le operazioni si effettuano dallo smartphone tramite una app perfettamente intuibile nella quale non occorre essere esperti di finanza
per interagire con successo. Un’idea da un milione
di euro raccolto in dieci secondi sulla piattaforma di
crowdfunding Seedrs e una valutazione attuale di
oltre 80 milioni. Potremmo chiamare Tandem una
neobank, ovvero un istituto finanziario senza filiali
che funziona solo sul telefonino, che mette al centro
del progetto il cliente e che genera ricavi sia grazie
ai servizi di consulenza, sia per mezzo degli interessi e delle commissioni sulle operazioni effettuate.
Cos’è una “mobile-only bank” e perché qualcuno
dovrebbe investirci dei soldi? Un interrogativo a
cui potrebbero rispondere i partecipanti alla recente
campagna di equity-crowdfunding di Tandem, banca digitale londinese che non ha filiali e opera soltanto tramite smartphone. Una campagna per certi versi
storica, che ha fatto registrare un traguardo inedito e
garantito alla startup una visibilità senza precedenti.
Lanciata sulla piattaforma Seedrs infatti, la raccolta di
capitali dell’azienda londinese ha realizzato una specie di record, racimolando 1 milione di sterline in 15
minuti, 850 dei quali (corrispondente a oltre un milione di euro) in soli 10 secondi.
Ma cos’è Tandem e qual è lo spirito che incarna? Lo
spiega bene Ricky Knox, uno dei fondatori della startup, in una recente intervista rilasciata al sito finanziario Business Insider: «Stiamo cercando di creare una
“buona banca”. Grazie ad un uso analitico dei dati
di cui entriamo in possesso, siamo in grado di consigliare al meglio i nostri clienti, sia nel campo degli
investimenti che nella gestione della spesa nella vita
quotidiana. Il punto è che questa applicazione non
si rivolge agli esperti dei meccanismi finanziari, ma
guarda piuttosto a tutte quelle persone che si chiedono: sto spendendo bene il mio denaro? Come faccio
ad arrivare a fine mese evitando gli sprechi?».
In altre parole l’obiettivo principale di Tandem è quello di ridefinire la relazione tra banca e cliente, e offri-
re un supporto professionale per migliorare l’attività
finanziaria di chi utilizza questa piattaforma. L’unico
strumento attraverso cui opera Tandem è l’applicazione proprietaria, che propone una gamma completa di prodotti e servizi bancari sia innovativi che
tradizionali. A conti correnti, prestiti e carte di credito si aggiunge un software intuitivo per tenere sotto
controllo tutte le operazioni finanziarie in qualsiasi
momento. In più un sistema di notifiche intelligenti
e una guida personalizzata aiutano l’utente a gestire
al meglio i propri risparmi, evitando le spese inutili.
Fondata nel 2014 da Ricky Knox e Matt Cooper, Tandem ha ottenuto la licenza bancaria a novembre 2015
e, prima di avviare la campagna di equity-crowdfundign su Seedrs, aveva già ottenuto un finanziamento
di oltre 28 milioni di euro da diversi investitori (tra
cui Pierre Omidyar di eBay) a fronte di una valutazione di mercato di oltre 83 milioni. Entrambi i founder
hanno un passato di successo nel campo finanziario:
Knox ha fondato Small World FS, tra le società di trasferimento di denaro più grandi al mondo, mentre
Cooper era tra i fondatori di Capital One Bank uno
tra i principali istituti finanziari degli Stati Uniti. Il
modello di business prevede un meccanismo di monetizzazione a due livelli: nel primo caso, Tandem
genererà ricavi grazie al margine di interesse e alle
commissioni sulle operazioni finanziarie; nel secondo
caso tramite servizi di consulenza messi a disposizione dei clienti.
Il settore delle neobanks è in grande crescita, in particolar modo nel Regno Unito, e tra le startup di rilievo che operano in questo campo assieme a Tandem
si possono citare Mondo, Atom e Starling. Proprio
Mondo, ad inizio 2016, aveva fatto registrare un altro
grande successo nella fase di raccolta fondi, raggiungendo quota un milione di sterline in poco più di un
minuto e mezzo sulla piattaforma Crowdcube.
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LIVE HASHTAG PRINTER, LA STAMPANTE DA PARTY:
CLICCHI, LANCI UN # E RITIRI LA TUA STAMPA
Chissà se farà soldi a palate la nuova trovata che
sfrutta i social per vendere. I presupposti ci sono.
Si chiama J-Live Hashtag Printer ed è la prima
stampante che, grazie ad un algoritmo, riconosce
un particolare hashtag e stampa le immagini pubblicate su Instagram in pochi secondi e su qualsiasi tipo di carta. I clienti possono selezionare
le immagini da pc, tablet o cellulare e creare una
composizione. Entro e non oltre 48 ore, riceveranno la consegna a casa, in un packaging volendo
personalizzato.
Non cogito, ergo fotografo: qualche sociologo parruccone e poco fotogenico strapperebbe i selfie da
tutte le bacheche Instagram e Facebook. Si rassegni: le memorie di cellulari, computer e reflex sono
intasate da immagini di scarpe, vellutate di verdure, tramonti, noi stessi e qualsiasi cosa si possa
spiare dall’obiettivo. Se volete trasferire capolavori
in digitale su pellicola, prendete le vostre chiavette
Usb e gettatele da qualche parte: portarle in negozio è cosa ormai obsoleta.
Foto su qualsiasi tessuto
Infatti, per avere immagini a nostra immagine e
somiglianza su carta, basta premere il tasto invio:
Johannes Printing Memories, sito mobile friendly,
permette di mandare in stampa le proprie foto da
smartphone, tablet, Facebook e Instagram: basta
un hashtag. Carte lucide e patinate, goffrate e metallizzate, con lo spessore della seta, del metallo o
della gomma: i selfie saranno stampati su qualsiasi
tessuto, materiale e formato (ci si può anche scrivere una frase).
Una scatola magica
La scatola magica lanciata da Johannes si chiama
J-Live Hashtag Printer: è una stampante in mogano scuro connessa a un software che ricerca in
automatico le foto pubblicate su Instagram e le
stampa in 20 secondi sul formato e sulla carta scel-
ti. Idea molto apprezzata durante i party e i ricevimenti (chi non vorrebbe tenersi una foto ricordo
di un evento davvero esclusivo a cui si è stati invitati?), i Cartier-Bresson 2.0 possono selezionare
le immagini da pc, tablet o cellulare e creare una
composizione: entro e non oltre 48 ore, riceveranno la consegna a casa, in un packaging personalizzato. Prima di far partire l’ordine (costa dagli 8 ai
15 euro), narcisi, feticisti dell’obiettivo e clienti vari
potranno chiedere mini campioni di tutte le carte
disponibili.
Come funziona
Il Printer è live, ma soprattutto fast: la foto viene
pubblicata sul profilo di Instagram con un hasthag
riconosciuto dal software e come si diceva, dopo il
controllo di un algoritmo, stampata in 20 secondi.
Non è solo uno sfizio per gli estremisti dei selfie:
Live Printer può essere utilissima anche per i manager. Aiuta la brand awareness e la reputation
sui social dell’azienda, l’engagement degli utenti,
aumenta il traffico sul sito web e consegna un report con le analisi dei social (post, numero di like e
commenti, geo-localizzazione).
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PROFESSIONE YOUTUBER: LE REGOLE BASE, OLTRE AL TALENTO,
PER GUADAGNARE CON L’AUDIENCE ONLINE
Il talento non basta per sfondare su Yutube. Negli
anni si sono affinate alcune tecniche infallibili
che, se seguite pedissequamente, rendono in
grado qualsiasi internauta di qualsiasi parte del
mondo di ritagliarsi un’ottima fetta di seguaci
e diventare un grande Youtuber, magari anche
ricco. ueste 7 buone regole sono state riassunte
in un libro di Crespi e Perna appena pubblicato
e disponibile in vendita. Dai consigli base come
“elaborare un progetto specifico e coerente” o
“dare un look grafico accattivante e che ritorna
in ogni pubblicazione”, si passa ad aspetti più
tecnici (fare una tabella di marcia per organizzare
pubblicazioni cadenzate e costanti nel tempo)
e si arriva a dettami puramente di masrketing e
strategia: costruirsi una “Community”, scegliere i
giusti tag e parole chiave, allacciare delle alleanze
e iscriversi al “Partner program”.
Per dare l’idea di possibili ricavi che può ottenere
un abile Youtuber: a un milione di visualizzazioni
corrispondono circa 1.000 euro di introiti, ma le
Star di YouTube possono guadagnare molto di più
se intercettate dal mercato pubblicitario.
Per affermarsi su Youtube, la piattaforma di
condivisione video più famosa del mondo, o almeno
per provarci, non basta il talento: è bene seguire
anche alcune “regole” pratiche contenute nel libro
“Professione Youtuber”, di Paolo Crespi e Mark
Perna, appena pubblicato da Maggioli Editore.
Consigli e tendenze utili non solo per giovani e
aspiranti star dello schermo digitale, ma anche
per tutti coloro, tra cui aziende e professionisti,
che sempre più spesso puntano sui video per
comunicare. Ecco la prima delle sette regole d’oro.
Occorre elaborare, ancora prima di partire, un
progetto specifico e adeguato per il canale video
che si vuole costruire. Puntando su una propria
attitudine particolare, una passione, un’abilità,
un modo di raccontare che renderà il proprio
mondo online unico e riconoscibile, tra milioni
di altri. Pianificare tipo di contenuti, modalità
di realizzazione, obiettivi da raggiungere, può
rappresentare una “bussola” migliore e più efficace
che navigare a vista, lasciandosi guidare dalla
semplice ispirazione e improvvisazione. E non
bisogna avere il timore di scegliere un argomento del
quale molti parlano già. Usando la creatività sarà
possibile inventare il proprio personale “marchio
di fabbrica”. Ma certamente è fondamentale
distinguersi, trovare nuove modalità espressive,
offrire elementi di originalità.
Il “Look”, la veste del grafica del canale, ha un
peso determinante. Così come il nome, che deve
essere accattivante, facile da ricordare. Del resto,
se si vuole comunicare con successo, magari con
l’ambizione di raggiungere e conquistare un grande
pubblico, bisogna tenere bene presenti le regole di
base della comunicazione: semplicità, chiarezza,
immediatezza.
Per questo la cornice deve essere curata e
funzionale, e va utilizzato un linguaggio in linea
con gli argomenti trattati e il proprio pubblico
di riferimento. In pratica, i vari elementi che
compongono il risultato finale vanno messi insieme
in maniera coerente e omogenea. E, allo stesso
tempo, come si addice a ogni forma creativa, anche
sul mondo digitale bisogna sviluppare e affermare
il proprio stile.
Pubblicare online i propri video in maniera costante
nel tempo, e possibilmente con cadenza regolare,
è un altro aspetto fondamentale: in questo modo, i
fan troveranno più facilmente i contributi video se
si dà loro un appuntamento e lo si rispetta.
Quindi risulta vantaggioso prevedere una sorta di
tabella di marcia, e aggiornare i propri contenuti con
una certa continuità. Inoltre, l’algoritmo alla base
del funzionamento di YouTube, che fa girare tutto il
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sistema e mette in evidenza alcuni video piuttosto che
altri, oltre al numero di visite e al successo ottenuto,
premia la numerosità dei contenuti pubblicati, dallo
stesso autore, o sullo stesso argomento, e il tempo
di visualizzazione, cioè la somma dei minuti che gli
utenti passano a guardarli.
Per avere un largo seguito nell’universo digitale
occorre costruirsi una “Community”, una platea
di fan, appassionati, visitatori interessati o
semplicemente curiosi, che con chat e commenti
possono anche interagire tra loro. Più vasta è la
Community, la rete di contatti attorno al proprio
mondo virtuale e ai propri contenuti, più saranno
alti gli indici di “ascolto” e di successo
I canali digitali sono moderni e innovativi,
permettono anche la diffusione “virale” di ogni
cosa, ma funziona benissimo anche il vecchio,
quasi preistorico, passaparola. Magari attraverso
Smartphone, e-mail e WhatsApp. E questa
Community va alimentata dagli stessi autori
e gestori del canale, attraverso i commenti e le
interazioni con i fan, già dall’istante successivo alla
pubblicazione del primo video.
Se il web fosse uno sterminato magazzino virtuale,
dove c’è di tutto, ma non è così facile e scontato
scovarlo, i cosiddetti metadati, le informazioni alla
base di una catalogazione in ambiente digitale, sono
fondamentali nella gestione del canale virtuale: per
farsi trovare e per farsi cliccare sempre più spesso,
occorre ottimizzare i titoli per la ricerca su Google,
e indicizzare bene i contenuti, curando in modo
“scientifico” Tag, parole chiave e descrizioni.
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La corsa all’audience e al successo sul web passa
anche da qui: usare tutti i “trucchi” e i ferri del
mestiere per arrivare nelle posizioni alte di elenchi
e graduatorie online, per ottenere il migliore
posizionamento possibile, la maggiore visibilità,
superando la concorrenza nei risultati dei motori di
ricerca.
Un altro tassello importante, nella scalata ai vertici
di popolarità su YouTube, è rappresentato dalla
possibilità di avviare collaborazioni con altri
Youtuber. Una mossa strategica è quella di dare
priorità ad accordi e sinergie con i “colleghi” più
esperti e affermati, che contano già migliaia o
milioni di seguaci e visitatori, coinvolgendoli nei
propri progetti
Con un duplice vantaggio: da un lato, la loro
popolarità può trainare anche quella di Youtuber
meno noti o esordienti. E poi, muovendosi a stretto
contatto con qualche personaggio di successo
della Rete, è anche possibile cercare di rubargli
qualche segreto del mestiere. O qualche altro utile
consiglio. Mettersi in rete, del resto, significa anche
questo: creare partnership, nuovi video, nuove idee,
collaborando, unendo le forze e facendo gioco di
squadra.
Per trarre profitto dall’attività, il primo passo è
iscriversi al “Partner program” di YouTube, e
partecipare così al sistema di monetizzazione dei
video della piattaforma di Google, che distribuisce
gli annunci pubblicitari premiando i contenuti
originali e fra questi quelli più visti.
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JOB CHANGING. COME È L’UFFICIO DEL FUTURO
La Haworth, una delle principali imprese mondiali legata alla realizzazioni di ambienti di lavoro, ha pubblicato un report che traccia le linee
immaginarie di come appariranno probabilmente
gli uffici in un futuro piuttosto prossimo.
Gli spazi di lavoro, i sostanza, diventeranno ambienti smart in continuo mutamento.
Gli spazi saranno organici e capaci di reagire in
tempo reale alle nostre necessità. Come? Sensori biometrici potranno misurare battito cardiaco e
onde cerebrali, così da capire quando abbassare
la temperatura della stanza o invitare lo speaker
a concludere una riunione che sta diventando noiosa…
Sensori evoluti che cambieranno la temperatura
degli uffici, moduleranno la luce e daranno una
forma diversa all’ambiente che ci circonda. Percepiranno gli odori e i nostri movimenti. E riusciranno
pure a capire, durante una riunione, quando sta per
arrivare il momento in cui cominciano a annoiarci e
a provare quella fastidiosa sensazione molto simile
alla frustrazione.
A disegnare le prospettive dei nuovi ambienti di
lavoro, oltre un confine che a chi vive negli uffici
italiani di ogni giorno sembra irrealizzabile e irraggiungibile, è il rapporto elaborato dalla Haworth,
una delle principali imprese mondiali legata alla realizzazioni di ambienti di lavoro. Il titolo del lavoro
è emblematico (“Enabling the Organic Workspace:
Emerging Technologie That Focus on People, Not
Just Space”) e gli autori del white paper spiegano
come già oggi i sensori di presenza possono monitorare i modi con cui gli impiegati usano uno spazio e sono già disponibili per dare ai designer le informazioni necessarie per creare una disposizione
interna più efficace. In futuro un sistema informatico potrà utilizzare una serie di dati per adattare
uno spazio in maniera automatica.
Sarà come vivere in un altro mondo. Un mondo
mutevole e inatteso.
L’ufficio diventerà organico e capirà come comportarsi con i suoi abitanti. Un luogo definito, momento per momento, istante per istante, più dai bisogni
di chi ci lavora che dalle funzioni classiche dei diversi ambienti di un ufficio.
Ma cosa misureranno questi sensori? Gli autori
della ricerca precisano che ci saranno fattori tecnici
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legati agli spazi come l’intensità e lo spettro della
luce, la direzione e l’ampiezza dei suoni, la qualità
dell’aria, gli odori e la disposizione degli impiegati. Oltre a questo, i sensori biometrici potranno misurare fattori legati alla persona e dare indicazioni
sulle modalità con cui si utilizza la propria postazione, la postura e l’eccessivo tempo trascorso davanti al monitor.
Ci saranno anche le emozioni o alcune evidenze
concrete degli stati d’animo di agio o disagio. Gli
autori del rapporto spiegano come verranno misurati “il battito cardiaco, la direzione dello sguardo,
la temperatura del volto, il grado di umidità della pelle, le onde cerebrali per valutare se in quel
momento siamo concentrati sul lavoro, se stiamo
riprendendo energie o se stiamo provando frustrazione”. Elementi che tradiranno, o sveleranno,
l’irrequietezza, la noia e lo stress di chi è alle prese
con il lavoro quotidiano.
Ma in che modo reagirà l’ufficio organico a questi dati? Cosa potrà accadere, per esempio, durante una riunione di lavoro? Il sistema monitorerà
i cambiamenti della postura dei partecipanti, gli
sforzi dei muscoli facciali, il grado della temperatura della pelle, il tempo che ogni singolo partecipante impiega a esporre le proprie idee senza lasciare
spazio agli altri interlocutori e calcolerà se il livello
di anidride carbonica ha superato una determinata
soglia. In risposta ai dati, il sistema modulerà l’intensità e il colore della luce, abbasserà leggermente
la temperatura della stanza, incrementerà i flussi
d’aria e aggiungerà delle essenze nell’aria con l’o-
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biettivo di creare di nuovo quelle condizioni che,
almeno in linea teorica, possono portare di nuovo i
partecipati a un maggiore livello di attenzione.
I sensori di presenza e i sensori biometrici, come
ogni altro strumento tecnologico che invade il territorio della persona, si scontrano con i diritti alla
privacy degli impiegati. Gli autori del rapporto ne
sono consapevoli. In prospettiva, ciascuno di questi strumenti andranno valutati con molta attenzione dalle diverse parti coinvolte, se entreranno prima o poi nell’uso comune della realizzazione degli
spazi di lavoro.
La trasformazione sarebbe a ogni modo radicale,
resta comunque la sensazione che sia ancora altrove il nodo più grande che ciascun impiegato si trova a dover affrontare ogni giorno. Qualche conferma arriva dalla ricerca “What workers want 2016”
pubblicata in questi giorni dal British Council for
Offices che ha indagato i bisogni di un focus group
di oltre un migliaio di impiegati.
Il fattore ritenuto più importante dalla gran parte
di loro (l’86 per cento) è la distanza e il tempo impiegato ogni giorno per andare dalla propria abitazione all’ufficio.
Al secondo e al terzo posto viene indicata la pulizia
complessiva del proprio ufficio e la possibilità di
avere accesso a un numero minimo di toilette. Gli
impiegati chiedono poi una rete wireless di buona
qualità, uno spazio tranquillo per concentrarsi per
il lavoro e dei buoni servizi pubblici casa-lavoro.
Prima dei sensori biometrici, probabilmente, c’è
ancora molto altro da fare.
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A VOI I 7 TREND TECNOLOGICI DI QUESTO 2016
Parola di Mary Meeker - venture capitalist ed
ex analista di Wall Street - le nostre abitudini
di vita stanno di nuovo cambiando grazie alle
nuove tecnologie pret a porter, ad Internet e
alle innovazioni hi-tech.
Dalla crescita delle interfacce vocali (veloci,
facili ed economiche) a una comunicazione
basata più sui video e meno sui testi (cresce
Snapchat e scompaiono gli sms), dalle smart
car alla pubblicità online, ecco i 7 trend tecnologici protagonisti di questo inizio 2016.
Il 42% della popolazione mondiale è connessa a Internet, e i giganti del web continuano
inesorabilmente a crescere, mentre i colossi dei
settori non-tech stanno sempre più acquisendo
aziende tecnologiche per sostenere la loro crescita e la transizione al mondo digitale.
Sono alcuni dei fatti-chiave presenti nel report
Internet Trends 2016 di Mary Meeker, venture
capitalist (partner di Kleiner Perkins Caufield
& Byers, notissima azienda di venture capital
della Silicon Valley) ed ex analista di Wall Street divenuta leggendaria proprio grazie ai suoi
report su internet e le nuove tecnologie. Tanto
da essere citata da Forbes come 77esima donna
più potente del mondo.
1. Smartphone, rallenta la crescita – Secondo
lo studio, che analizza i trend di come si sta
evolvendo la tecnologia, la crescita degli smartphone sta rallentando (anche perché nei Paesi più poveri il costo è sproporzionato rispetto
al reddito: in Etiopia serve il 47,6% del reddito
medio annuale per acquistarne uno, contro lo
0,9% dell’Italia), e mentre Android guadagna
quote di mercato su iOS, il prezzo medio di
vendita dei dispositivi che montano il sistema
operativo del robottino sta rapidamente declinando. Android è quindi una piattaforma sempre più attrattiva per gli sviluppatori ma sempre meno lucrativa per i produttori hardware.
2. Cina e Asia i mercati favorevoli per le compagnie tecnologiche – Per quanto riguarda il
58% di popolazione mondiale ancora non connessa, la maggiore barriera risulta essere infrastrutturale: mancano le reti ad alta velocità e
gli incentivi per costruirle, mentre l’analfabetismo digitale è un problema solo e unicamente
nelle aree più remote del pianeta.
E mentre in America e in Europa le infrastrutture sono mediamente buone, in Asia spesso
sono molto carenti. Ma proprio lì si trovano le
nazioni che hanno ormai la maggior crescita di
Pil, ed è quindi in Cina e nell’Asia emergente che le compagnie tecnologiche troveranno
un mercato più favorevole, più che nel Vecchio
Continente e negli States. Dove, invece, il futuro dell’economia non sembra tanto roseo, e
proprio per questo e per i crescenti rischi, saranno le nuove aziende e le startup che ruotano
attorno al mondo di Internet ad avere maggiore
successo.
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3. Pubblicità: il futuro è web e mobile – Diverso il discorso per quanto riguarda il mondo
della pubblicità online, che continua a essere trainato dagli Usa, dove leader del mercato è Google con 30 miliardi di dollari (+18%
nel 2015 rispetto al 2014), ma a far registrare la
maggiore crescita è Facebook, con un fatturato
in crescita del 59%. Gli investitori, comunque,
secondo il rapporto non hanno ancora capito
che il futuro è altrove, e spendono ancora troppo del loro budget in carta stampata, radio e
TV e troppo poco sul web e, soprattutto, sul
mobile.
Per questo le aziende che stanno già aggredendo il settore della comunicazione online avran-
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no maggiori benefici quando gli investitori
si accorgeranno dell’errore spostando le loro
campagne sulle nuove piattaforme.
L’altra faccia della medaglia è però rappresentata dagli adblocker, che vengono adottati da
sempre più utenti (+94% in Cina e India nell’ultimo anno): i pubblicitari devono quindi imparare a essere meno invasivi, a offrire un prodotto con forti caratteristiche di intrattenimento e
soprattutto a servirsi del marketing mirato e
non più di quello generalizzato.
4. Come cambia il commercio – Internet ha
cambiato e sta cambiando anche il commercio:
la Rete consente infatti a prodotti generici di
diventare oggetti di massa.
Così i brand online reagiscono creando anche
negozi fisici, i grandi commercianti al dettaglio
sbarcano su Internet e soprattutto sul mobile, e
i produttori ottimizzano le loro linee di produzione grazie ai feedback ottenuti dai clienti.
5. Cambia la comunicazione: più video, meno
testi – In questo panorama sta evolvendo anche
il modo di comunicare: cresce infatti a dismisura la visualizzazione di video (che sempre più
spesso diventano virali) a discapito dei testi,
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e in parallelo crescono anche piattaforme come
Facebook (8 milioni di video visti al giorno),
Snapchat (10 milioni) e Instagram, mentre calano Twitter e LinkedIn.
Gli utenti continuano però a condividere anche
le fotografie, il cui numero cresce di giorno in
giorno e di anno in anno. In tema di messaggistica, il leader incontrastato resta WhatsApp,
seguito da Facebook e da WeChat, mentre Google è ormai fuori dalla corsa.
Così come le piccole realtà e le molte startup
che avevano scommesso su prodotti di questo
tipo (e sugli SMS, ormai quasi completamente
abbandonati).
6. Più interfacce vocali, meno tastiere – Per
chi ha perso il treno o sbagliato scommessa, la
Meeker indica però una strada per aprirsi una
porta verso il futuro: il domani, sostiene l’analista, è della voce.
Perché sono le interfacce vocali la grande op-
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portunità di domani: già ora, su piattaforma
Android, una ricerca su 5 è vocale, con una crescita esponenziale negli ultimi tre anni.
E anche lo sviluppo dell’IoT e delle smart car,
che difficilmente hanno tastiere come interfaccia di input, spingono nella direzione della
voce. Che è più veloce, più facile, più personalizzabile e più economica di una tastiera.
7. Smart Car e Car sharing – Per quanto riguarda le smart car, infine, la spinta innovatrice di
Tesla e Google, secondo l’analista, potrebbe far
tornare gli Usa patria dell’industria dell’automobile. Anche perché i legislatori americani
stanno abbracciando questo settore più velocemente di quanto abbiano fatto in passato con
altre tecnologie innovative.
In parallelo, però, le auto private diminuiranno, mentre diventeranno sempre più popolari
formule di sharing come UberPool e la stessa
Uber.
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DATO STORICO: LE VENDITE ONLINE SUPERANO QUELLE IN STORE
Secondo un report di UPS, in America le
vendite online hanno ormai superato quelle
in-store, per cui - per il consueto scimmiottare delle abitudini a stelle e strisce - tra non
poco questo fenomeno si espanderà al resto
del mondo.
Le cause di questo sorpasso?
In primis imputabili ai grandi miglioramenti delle interfacce di ecommerce utilizzabili
anche da smartphone.
Ormai i telefonini sono negozi a portata di
mano, e di tasca e il processo di acquisto è
rapido e finalizzabile ovunque. Complici di
questo boom anche i Millenials, che già da
anni comprano online per il 54%.
Il 51% degli acquisti avviene online, ecco perché
Sono i Millennials e i loro smartphone a guidare la crescita dello shopping online e dell’eCommerce. Circa il 63%, infatti, utilizza dispositivi mobili per comprare online.
E in effetti la crescita del commercio elettronico è sostenuta anche da un miglioramento tecnologico, grazie a schermi di dimensioni più
grandi, versioni mobile-friendly dei siti web,
app user-friendly e linee dati più veloci.
Da tempo il trend era chiaro: il giorno del sorpasso sarebbe arrivato e secondo un recente
report di UPS, lo shopping online negli Stati
Uniti ha ormai superato quello in negozio. Lo
studio, condotto daComScore e dal gruppo di
consulenza eCommerce e-Tailing, mostra che
in media il 51% degli acquisti, esclusi quelli
per i generi alimentari, sono stati effettuati
online negli ultimi tre mesi.
Due fattori principali guidano questa tendenza: i Millennials, che, in media, ora effettuano
il 54% dei loro acquisti tramite eCommerce;
gli smartphone, utilizzati per fare spese online dal 44% degli utenti, con una crescita di
circa 3 punti rispetto allo stesso periodo dello
scorso anno.
Una crescita molto rapida e consistente, soprattutto per i dati sugli acquisti da mobile,
che si può spiegare grazie ad una migliorata
soddisfazione degli utenti rispetto allo shopping da smartphone– 8% di clienti più soddisfatti-, al 73% degli utenti da cellulari, alle
dimensioni dello schermo più grandi, a miglioramenti in generale dei siti mobile e alle
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"Dal 1949 forniamo arredi in ghisa per enti
pubblici, comuni e privati"
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applicazioni user-friendly.
Al contrario, l’acquisto tramite tablet è calato
di circa 2 punti percentuali, a fronte di un 44%
di acquisti da smartphone, mentre lo shopping online da desktop resta ancora un punto
fermo degli acquisti online, utilizzato dal 95%
degli utenti.
Shopping online, mobile commerce e vendite
multicanale, a che punto siamo?
Sono ancora una volta i Millennials, definiti
nella ricerca come utenti di età compresa tra
i 18 e i 34 anni, che hanno alimentato il divampare dell’mCommerce (mobile commerce), con il loro 63% di incidenza nell’utilizzo
di smartphone per compiere acquisti su web.
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Secondo il report, nonostante sia forte la spinta verso la vendita multicanale, con una commistione di online e in-store, la stragrande
maggioranza dei consumatori preferisce ancora distinguere i due tipi di acquisti, ricercando
e comprando direttamente online nel 42% dei
casi, oppure guardando le vetrine offline e acquistando direttamente in negozio nel 20% dei
casi, tralasciando la possibilità di mescolare i
due approcci all’acquisto.
Ancora presto, insomma, per parlare di una
fluidità reale tra i due sistemi di ricerca e di
acquisto che secondo i trend, però, ci porteranno presto a ricercare online e acquistare in
negozio, o viceversa a provare e toccare con
mano in negozio per poi comprare online,
magari attraverso dispositivi appositi direttamente in-store.
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IL CLUB DEI SEGRETI TORNA A RIUNIRSI. BILDERBERG A DRESDA
Inizia oggi la riunione del club più segreto del
mondo: Il Bilderberg. I potenti della terra si
riuniscono infatti fino a domenica, a Dresda,
per discuteretemi chiave che riguardano tutti
gli abitanti della Terra: la crisi dei migranti,
il prezzo del petrolio, lo stato dell’economia
con focus sulla Cina, ma soprattutto il referendum sulla Brexit, il Ttip e -non potevano
mancare nell’agenda- le elezioni presidenziali
americane.
La lista ufficiale dei 130 invitati, diffusa sul
sito del Bilderberg, comprende come di consueto nomi italiani.
I nostri connazionali vip presenti saranno:
Franco Bernabè, ex presidente di Telecom, la
giornalista Lilli Gruber, l’ex sottosegretario
agli Esteri Marta Dassù, Claudio Costamagna,
presidente di Cassa Depositi e prestiti, e John
Elkann, presidente di Fca.
Il Bilderberg torna a riunirsi. Il club dei segreti
che comprende circa 130 personalità del mondo politico, economico e accademico discuterà,
a porte rigorosamente chiuse, da oggi a domenica a Dresda, in Germania di vari temi dalla
crisi dei migranti al prezzo del petrolio; dallo
stato dell’economia fino alla Cina, ma saranno
il referendum del 23 giugno sulla Brexit, il Ttip
e le elezioni presidenziali negli Stati Uniti a dominare l’agenda.
Nella lista degli invitati diffusa sul sito del Bilderberg ci sono il direttore del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, due premier – Mark Rutte, Olanda, e Charles Michel,
Belgio – i ministri delle Finanze di Olanda e
Canada, i ministri della Difesa e degli Interni
tedeschi, Ursula van der Leyen e Thomas de
Maziere, la vice presidente della Commissione
europea Kristalina Georgieva. Fra gli italiani ci
sono, come ormai da quasi ogni anno, Franco
Bernabè, ex presidente di Telecom, la giornalista Lilli Gruber, l’ex sottosegretario agli Esteri
Marta Dassù, Claudio Costamagna, presidente
di Cassa Depositi e prestiti, e John Elkann, presidente di Fca.
Circondato da imponenti misure di sicurezza,
il gotha dell’establishment politico, economico e finanziario mondiale si riunirà all’Hotel
Taschenbergpalais Kempinski della città tedesca. Anche per questo sarà difficile capire chi
davvero entra ed esce dall’albergo: ogni anno
la polizia predispone un cordone di sicurezza
intorno all’hotel, che viene interamente riservato per l’occasione per tenere lontani curiosi
e giornalisti.
Nonostante la lista dei partecipanti sia ormai
pubblica, la segretezza degli incontri resta il
mantra del circolo dove a porte chiuse rappresentanti dell’economia e del mondo accademico discuteranno di globalizzazione, Russia ed
elezioni americane con l’obiettivo – come recita
lo statuto del Club – di “promuovere il dialogo
tra Europa e America del Nord”.
Una definizione che non convice nessuno dei
teorici del complotto che sottolineano come le
riunioni avvengano sempre in concomitanza di
appuntamenti cruciali per l’economia e la politica.
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DITO PUNTATO SULLA CINA DAL FMI
Il livello d’indebitamento ha raggiunto il 145%
del Prodotto Interno Lordo e per l’Organizzazione di Washington rappresenta un rischio rilevante per la stabilità di Pechino e dell’intero
sistema finanziario.
Dito puntato quindi dal Fondo Monetario Internazionale soprattutto contro le imprese statali cinesi a seguito del rallentamento della crescita e della riduzione dei profitti.
Si ipotizza che questo debito ormai troppo elevato comprometterà anche la capacità di pagare
i fornitori.
Milano – Nuovo allarme da Wasghington a
Pechino: il Fondo monetario internazionale
ha messo in guardia contro i rischi derivanti
dall’impennata del debito delle imprese cinesi,
principale ‘punto debole’ della seconda economia mondiale.
A far suonare la sirena è stato il numero due
del Fmi, David Lipton, nel corso di un intervento a Shenzhen, nella Cina sud-orientale.
“Con il rapido aumento del credito nel 2015 e
l’inizio del 2016 – ha detto – il problema è in
crescita. Questo è il principale anello debole
dell’economia cinese.
E’ importante che la Cina regisca e intervenga
al più presto”, ha aggiunto.
La tesi sostenuta dall’esponente del Fondo monetario internazionale, è che il rallentamento
della crescita cinese e la riduzione dei profitti,
hanno fatto salire il debito delle aziende cinesi
a livello “molto elevato”, tanto da pesare per il
145% del Prodotto interno lordo.
La capacità delle aziende cinesi di rimborsare
i propri debiti e di pagare i fornitori è quindi
“compromessa” e la quantità dei crediti inesigibili detenuti dalle banche è salito, sostiene
Lipton.
La situazione è particolarmente preoccupan-
te per le aziende controllate dallo Stato, che
rappresentano il 55% del debito delle imprese
cinesi, ma pesano solo per il 22% dell’attività
economica.
Secondo Lipton, molte di queste aziende pubbliche sono già “tenute in vita artificialmente.”
In aprile, il Fmi aveva già lanciato un avvertimento, affermando che il declino dello stato
di salute delle aziende cinesi potrebbe tradursi
in perdite pari al 7% del Pil per le banche del
Paese.
Come nota il Financial Times, il problema delle
aziende si iscrive in una circostanza ancor più
allarmante che riguarda il debito complessivo
del Paese asiatico, che ha un debito ormai veleggiante verso il 240% del Prodotto.
A pesare su questa situazione sono stati anche
i massicci stimoli che le autorità hanno messo
in campo, per cercare di rendere più soft il rallentamento dell’economia in fase di transizione. Per capire quanto sia stata rapida l’ascesa,
però, basta pensare che nel 2007 – alla vigilia
della crisi finanziaria globale – quel livello era
al 148% del Pil.
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E BREXIT FU. MILANO ADESSO POSSIBILE NUOVA CITY
La risposta italiana alla Brexit è in poche parole
questa: “Milano capitale finanziaria dell’Europa”. Proposta eccessivamente ambiziosa? Chissà. Di certo le voci che la presentano sono molte
e portano nomi di tutto rispetto: il sindaco Sala
con l’appoggio del premier, il numero uno di Intesa Sanpaolo e perfino il cardinale Scola. Sembra quindi un’azione concordata da tempo quella
scattata all’indomani del referendum britannico.
Gli obiettivi sono ben chiari: attrarre nella città
lombarda imprese, finanza e innovazione da tutto il mondo.
Un sindaco che dice di poter contare sul sostegno
del governo, il numero uno della prima banca italiana e perfino un cardinale: sono gli attori scesi
in campo a Milano nel giro di poche ore, molto
probabilmente con un’azione concordata da tempo avendo valutato tutti i possibili scenari, per
proporre – ognuno con la propria voce, che però
finisce per diventare una voce sola – una risposta
italiana alla Brexit, il referendum del 23 giugno
con il quale la Gran Bretagna ha deciso di uscire
dall’Unione europea. E la proposta è sostanzialmente: “Milano capitale finanziaria dell’Europa”.
Obiettivo eccessivamente ambizioso? O mossa annunciata con eccellente tempismo e tutto sommato
fattibile? Questo è ancora da vedere. Ma il disegno
c’è e il primo a mostrarlo è stato Giuseppe Sala,
sindaco di Milano, con un tweet diffuso all’indomani dell’esito referendario, il 24 giugno: “#Brexit
è una cattiva notizia per #UE ma forse una opportunità per Milano che potrebbe accogliere le realtà
economiche in fuga da Londra”.
La necessità di restare dentro i fatidici 140 caratteri, e quindi di elaborare una sintesi rozza, non ha
giovato al primo cittadino, che sui social ha raccolto consensi ma anche molta ironia su quella che
è sembrata una proposta per alcuni versi un po’
azzardata. Ma i dettagli – e dunque il ragionamento che era dietro al tweet – sono arrivati il giorno
successivo, in una lettera di Sala pubblicata dal
Corriere della Sera. Dopo aver premesso che “da
europeista convinto penso che questa scelta inglese sia un errore”, il sindaco è prontamente passato
dalle critiche alle proposte: “Si apre – ha scritto –
anche una stagione di forte concorrenza tra alcune
città, Parigi, Francoforte e Milano in particolare,
per diventare la prima piazza finanziaria d’Europa. Non dobbiamo banalizzare questo punto:
pensare a un esodo di massa da Londra di capitali e cervelli è semplicemente ridicolo. La posta in
gioco riguarda la possibilità di attrarre a Milano
le istituzioni finanziarie che potrebbero migrare
dalla City per servire meglio i loro clienti europei.
E lo stesso vale per gli headquarter di importanti
multinazionali che hanno scelto Londra come loro
base negli ultimi anni”.
Quindi? Quindi due idee: fare dell’area Expo “una
zona franca fiscale per le imprese che vi si insedieranno” e “candidare Milano a ospitare l’Autorità
bancaria europea (Abe), oggi peraltro brillantemente guidata da un italiano, Andrea Enria”.
“È vero che in Italia – ha proseguito il sindaco – resta alta la pressione fiscale, ma è vero anche che i
nuovi strumenti a disposizione degli operatori potranno essere utili proprio sul fronte che ora stiamo iniziando a considerare. Mi riferisco al Patent
Box e al credito d’imposta a sostegno delle attività
di ricerca e sviluppo. Dobbiamo però andare molto oltre gli aspetti legati alla fiscalità e guardare
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con energia alle soft issue che possono davvero
fare la differenza: qualità della vita, mercato immobiliare abbordabile e con capacità di assorbire
domanda di qualità, trasporti pubblici di efficienza assoluta e scuole d’eccellenza, fino a curare nel
dettaglio un’offerta culturale ancora più robusta”.
Lo stesso Sala ha spiegato che sull’Expo ha già
“svolto un primo esame della situazione con il
presidente del Consiglio”. Mossa concordata con
il premier, dunque.
Alla proposta di Sala è arrivata, 24 ore dopo, la
sponda, diciamo così, “bancaria”. Sul Sole 24 Ore,
in un’intervista rilasciata domenica 26 giugno al
direttoreRoberto Napoletano, Carlo Messina, Ceo
di Intesa Sanpaolo, non ha esitato ad affermare:
“Sono questi i momenti in cui si deve reagire per
diventare leader europei. Sono fasi nella vita di un
Paese in cui è necessario giocare all’attacco non in
difesa, diciamo che si è obbligati a essere vincente
non perdente”.
Per poi specificare in fondo all’intervista: “Abbiamo davvero un’occasione unica. Mi dice che
cosa impedisce di decidere di trasferire l’Eba da
Londra a Milano, esattamente come la Bce sta a
Francoforte e l’ESMA a Parigi, e cominciare così
a valorizzare l’area cablata dell’Expo non solo per
la ricerca e l’innovazione, cose giustissime, ma anche come polo di attrazione per la finanza e l’Università?”.
Piena armonia con i concetti già espressi da Sala.
Con l’aggiunta di alcuni possibili, futuri player.
“Abbiamo la Bocconi a Milano e la Luiss a Roma,
i Politecnici di Milano e di Torino, abbiamo una
rete straordinaria di eccellenze. Milano per la qualità dei suoi servizi, a un’ora dal lago di Garda e
dal mare, può competere e vincere su Francoforte
e Parigi. Dobbiamo pensare e fare in grande”.
“L’Italia è in prima fila per cambiare l’Europa” ha
ribadito, in una delle sue varie dichiarazioni sul
tema, il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Intanto l’Unità, quotidiano del Pd, ha rilanciato
uno studio elaborato dalla società di consulenza
Pwcper conto del Comune di Londra nella primavera scorsa, secondo il quale la Brexit potrebbe
costare al Regno Unito una perdita complessiva
di Pil (prodotto interno lordo) tra i 55 e i 100 miliardi di sterline entro il 2020. Una ricchezza che,
secondo il piano lanciato da Sala, potrebbe essere
almeno in parte trasferita da Londra a Milano nei
prossimi 5 anni a seguito della Brexit.
In realtà la concorrenza per aggiudicarsi il titolo
di nuova City europea (sempre se qualcuno riu-
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scirà a conquistarlo) è agguerrita: sono già in pista
Dublino, Paese anglofono con uno sviluppato hub
finanziario che già ospita le sedi europee di alcuni
colossi statunitensi dell’Internet economy, ma anche Francoforte e Parigi.
Nel frattempo la proposta di Beppe Sala ha incassato anche il consenso di un alto esponente della
Chiesa cattolica. “Dobbiamo tutti lavorare insieme
per la città perché in questo momento ha un grande ruolo da svolgere, soprattutto dopo la Brexit” ha
detto l’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo
Scola, al termine dell’incontro di domenica scorsa
con Sala. “La città – ha aggiunto – deve, non sembri un eccesso di orgoglio, trainare il Paese verso
la rigenerazione dell’Europa. Milano ha le carte in
regola per fare questo”.
Un fronte compatto – quello di Milano che coglie al
volo le opportunità generate dalla Brexit – al quale
non aderisce, o meglio, aderisce ma con una sua
proposta alternativa, il presidente della Regione
Lombardia, Roberto Maroni. Il politico suggerisce
di portare a Milano l’Agenzia Europea del Farmaco, attualmente con sede a Londra. “Mi auguro –
ha dichiarato Maroni – che il governo tenga conto
di questa richiesta, facendo del nostro capoluogo il
punto di riferimento europeo per le biotecnologie
e per la salute”.
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